mercoledì 25 luglio 2012

La strada è solo una: la rivoluzione della responsabilità

Guardarsi dentro e definirsi in toto. Senza sconti, senza attenuanti ma senza giustizialismi. Con rigore civile ma non col populismo di voler appendere i responsabili in piazza. In altre parole: rivoluzione della responsabilità. Eccola la parolina magica che manca al paese ma che, nella triste occasione del neonato morto al San Giovanni di Roma, pare abbia fatto capolino nella melma biancarossaeverde appiccicosa e melliflua. Nella decisione di sospendere il primario di Neonatologia ci sono due elementi, differenti e dal diverso peso specifico. Se da un lato nella decisione della direzione generale del nosocomio (che ha revocato l'incarico ad interim alla direttrice dell'Unità operativa complessa)  si legge la volontà di chiudere scorciatoie, dall’altro emerge il messaggio sociale che deve passare da questa come da mille altre questioni. Chi sbaglia sia chiamato a rispondere dei propri errori o delle proprie deficienze. E semplicemente paghi.
 
In quanto la comunità, il paese, la cittadinanza non sono più solo entità astratte e sideralmente lontane dalle vite di ognuno, non lo sono mai state. Ma drammaticamente vicine e reali, tangibili non fosse altro perché liquidamente e baumaniamente intrecciate. Un ospedale che funziona conviene a tutti, degenti, personale medico e paramedico, amministratori che se ne feliciteranno al prossimo giro elettorale. Se una cartella clinica viene manomessa per coprire tracce di azioni e provvedimenti, non ci potranno essere giustificazioni. Chi di dovere dovrà pagare il conto. Senza per questo infangare demagogicamente chi invece salva vite o fa bene il proprio mestiere. Ecco il filo della responsabilità, colorato di occhi penetranti e vispi che devono guardare e poi trarre le necessarie conseguenze. Al pari di chi ha contratto debiti infiniti, o di chi ha messo in pratica politiche deleterie. Perché, come ha scritto Baltasar Graciàn, «rari sono coloro che guardano dentro e molti invece quelli che s’appagano di ciò che si vede».
 
Fonte: il futurista quotidiano del 26/7/12
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