lunedì 10 settembre 2012

«Bella Addormentata? Storia autoreferenziale» Quell’ostracismo, cieco e deleterio, del Lido

C’è qualcuno che pensa ai film italiani come pellicole troppo autoreferenziali. Incapaci di varcare confini nazionali ideali. E il neorealismo, allora? O il “timbro” eccezionale e autoctono di Fellini su prodotti di eccellenza? O il filone ad esempio di Visconti, o dei fratelli Taviani o di Monicelli? Ovvero di interpeti e autori magistrali che, semplicemente, hanno dato fiato a storie reali, apprezzate in quanto tali. Perché pure, senza silicone o flash accecanti che hanno l’effetto di coprirne l’essenza stessa. Se alla base della bocciatura veneziana del film  di Marco Bellocchio Bella Addormentata ci fosse, come tra i canali della laguna si sussurra a mezza voce, una simile analisi da parte della giuria, beh a questo punto si potrebbe anche abbozzare una qualche forma di protesta che vada al di là di interviste piccate o amarezza sotto forma di sarcasmo. Perché sarebbe il caso di mettere in dubbio il metro di valutazione e anche, a questo punto, la competenza di chi assegna punteggi e valutazioni. Forse condizionato da fattori per così dire ideologici. Nessuno pretende che a Venezia trionfi obtorto collo un film italiano, questo deve essere chiaro e sarebbe da stolti pretenderlo così come in altri abiti, purtroppo, accade. Ma è altrettanto evidente come un certo ostracismo sia più che una semplice sensazione. 
L’Italia ha fondato i propri successi, sollevando anche un vespaio di invidie e scopiazzature, sul racconto secco e in seguito meditato ed evoluto, del proprio essere. Si pensi alla rinascita sociale e culturale post conflitto mondiale, al senso della vita spicciola come in Ladri di Biciclette, o alla Roma veramente caput mundi di Fellini ne La Dolce Vita. Quell’humus che, piaccia o meno a detrattori e ai soloni in 3D di oggi, ha fatto storia e continuerà a farla. Storie di vite e di passioni come Bella Addormentata possono (e devono) essere contestate e criticate nel merito, nella tecnica, negli sviluppi scenografici. Ma non nel fatto di raccontare “solo” un fatto nazionale che non guarda oltre i confini, perché altrimenti lo stesso varrebbe per tutte le altre pellicole in concorso, che trattano temi come Faust del regista russo Alexander Sokurov, tratto dall’opera omonima di Wolfang Goethe, che si è aggiudicato il Leone d’Oro nel 2011 o le numerose pellicole sulla schiavitù cinese o coreana. Ciò che appare assurdo è il voler avanzare rilievi sull’essenza stessa di un racconto, minandone finanche le peculiarità. E discostandosi anni luce da ciò che invece va fatto: valutare serenamente e tecnicamente un film. 
Quando Bellocchio ammonisce «niente lezioni, mai più in gara», esprime la rabbia condivisibile di un paese intero. Che va sfogata come è giusto che sia, per “spurgare” quelle amare tossine. Ma non sarebbe saggio e utile lasciare il campo del Lido ai detrattori delle pellicole italiane. Perché significherebbe dargliela vinta, certificare la folle secondarietàa delle storie vincenti e toccanti in quanto tali su altri prodotti certamente di qualità, ma che non possono vincere solo in quanto globalizzati o caratterizzati dall’essere una marmellata con tutti i frutti. Ecco dove dovrebbe concentrarsi lo sforzo dell’intero comparto cinematografico del belpaese, in una sorta di sinergia avvolgente che interessi il mondo della cultura, della politica (che si desti da temi senza dubbio basilari come spread e debiti per occuparsi anche di altro), di quell’artigianato di eccellenza che è il cinema italiano per condurre, a testa alta e con rispetto per tutti, una battaglia vitale. E non solo per una mostra del Cinema monopolizzata da parametri discutibili, quanto soprattutto per preservare un tesoro invidiato e ammirato nei cinque continenti. Che semplicemente merita quelle medaglie che, sul campo, si è guadagnato.

Fonte: il futurista quotidiano dell'11/9/12
Twitter@FDepalo

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