martedì 18 settembre 2012

Nuovo rinascimento italico? Si può. Ma il cambiamento sia antropologico

Ha scritto Charles Franklin Kettering che «tutti dobbiamo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita». Ovvero quel viaggio interpersonale che porta, domani, i frutti di un lavorìo, denso e certosino, svolto in un oggi gravido di esigenze ma anche di distrazioni legate alla contingenza. Dunque: pensare alle prossime elezioni o alle future generazioni? Ecco il dilemma, amletico, che si staglia su un paese fiaccato e depresso, ma che proprio da questo bivio potrebbe imboccare la nuova strada verso la rinascita. La parola magica resta quella, il futuro. E non potrebbe essere diversamente. Quell’ircocervo di criticità e problematiche che la politica deve, non solo prevedere, ma armonizzare con l’oggi, ed evitando di commettere i medesimi errori del passato. Senza destarsi dal suo letargo e affrontare un nodo solo quando esso si presenta al pettine. Visioni, strategie, elaborazioni, approfondimenti siano il punto di partenza di un manico amministrativo responsabile e foriero di risposte.
Si prenda il caso dell’Ilva di Taranto, dove ad un tratto ci si accorge ufficialmente che si muore per cancro, che la diossina è un vero assassino e che i rapporti con le amministrazioni locali sono stati forse non del tutto limpidi, almeno stando ai controlli svolti o non svolti in passato. Ma non si sapeva prima che uno dei maggiori poli siderurgici d’Europa avrebbe avuto un impatto ambientale oggettivo con il sito di riferimento? E le misure di prevenzione? E la salvaguardia del posto di lavoro e della vita umana? Lo stesso dicasi per altri “mostri” che inquinano il paese, Gela, Porto Marghera. O per l’amianto killer in val di Cecina, o nella cosiddetta Stalingrado d’Italia, gli otto stabilimenti di Sesto San Giovanni, o alla Priolo-Augusta-Melilli di Siracusa, detta anche il triangolo della morte, dove tutto era in fibra di amianto. Un dramma che incarna il paradigma italico, una tendenza da invertire, investendo sì sulle risorse umane ma soprattutto su una mentalità diversa, che faccia tesoro della crisi (non solo finanziaria, ma assolutamente sociale che sta attraversando il continente e il mondo intero), che si poggi su basi altre rispetto al corto respiro dimostrato sino ad oggi.

Esattamente due anni fa l’allora editorialista del Corriere della Sera Mario Monti propose l’istituzione del ministro del Futuro. Una figura elevata e lontana dalle contingenze della politica spicciola, quella che balbetta quando si trova al bivio della vita, o che delega scelte fondamentali, o che ritarda riforme imprescindibili perché toccano gli interessi di uno solo. Non una boutade ma, forse, proprio una risposta a un modo datato e improduttivo di gestire società e paesi. In cui la vecchia politica ha vissuto per troppo tempo in una sorta di primitiva incubatrice, esprimendosi a gesti o con scricchiolii onomatopeici improbabili che semplicemente non emettono il suono che dovrebbe ascoltarsi, chiaro e limpido, per dare risposte oggi e prevedere i dubbi di domani. Ma una trasformazione è realizzabile solo a patto che si evolva antropologicamente il suo contenuto in virtù di nuovi interpreti. Che posseggano nel proprio dna una spiccata predisposizione all’amor di patria intesa come giustizia sociale, a quel nazionalismo costituzionale che è “pan” per qualsiasi formazione partitica. Il vero comun denominatore per un nuovo rinascimento italico. Possibile, perché nelle corde di un paese che da sempre si è distinto per scatti di orgoglio e spirito combattivo. Ma a patto che rivoluzione antropologica sia, vera e pura.
 
Fonte: il futurista quotidiano del 19/9/12
Twitter@FDepalo

Nessun commento: