venerdì 21 settembre 2012

Quando cultura e politica “divorziano”. Storia di un disagio sociale (e italico)

Cosa succederebbe se politica e cultura dovessero “divorziare”? Si può affrontare l’interrogativo in modo accademico o giornalistico, quindi anche con una punta di doverosa malizia. Ragionando sul filone “cultura uguale carburante per la politica” non vi sarebbero difficoltà nel percorrere una strada retta, lineare e abbastanza logica. Ovvero che dalla cultura in senso alto (ma non solo) può e deve giungere lo stimolo ideale a chi, in un secondo momento, deve dare attuazione concreta a stimoli e spunti. E farlo all’interno di un contenitore in cui risieda strutturalmente quella qualità della proposta in virtù di interpreti formati culturalmente. Dove con il termine cultura non si intende solo la conoscenza oggettiva di pensieri filosofici, arti e curvoni della storia, ma il saper stare al mondo in un certo modo. Quell’intero universo di doveri (prima) e di diritti (poi) che sono viatico naturale e imprescindibile della convivenza e del rispetto tra civiltà. Cultura, ad esempio, è il discorso di Aldo Moro all’Assemblea Costituente, quando rileva che «i principi dominanti della nostra civiltà e gli indirizzi supremi della nostra futura legislazione vanno sanciti in norme costituzionali, per sottrarle all’effimero gioco di semplici maggioranze parlamentari». Un alto pensiero applicato all’amministrazione politica.

Ma la politica quando utilizza la cultura come una spugna, da cui attingere nuova linfa per poi gettarla via, sbaglia due volte: in primo luogo perché gode solo di un superficiale vantaggio di cui si impossessa in quell’istante, mancando poi di approfondire la bontà di un’intuizione o di un’analisi di ampio respiro. E in secondo luogo perché smette di costruire un filo comunicativo, costante e non saltuario, con un mondo che, piaccia o meno, è alla base della futura azione politica. La cultura, di contro, quando offre i propri servigi alla politica auspicandone futuri favori, commette a sua volta un altro doppio errore: in primis si illude di poter barattare un passaggio che deve essere esso stesso struttura indispensabile e non momento secondario, dall’altro non “allena” la politica alla maturazione culturale a cui dovrebbe anelare sin dalla suo primo vagito. Inoltre sarebbe troppo semplice, da un lato, dequalificare il tentativo della cultura di capire e analizzare alla stregua di un mero gioco da intellettuali lontani dal mondo; e dall’altro imputare alla cultura il voler rinchiudersi all’interno del proprio sapere ed evitando anche di arrivare allo scontro con la politica, quando essa smarrisce la propria missione (che è anche culturale).

Insomma, cultura e politica come due flussi magmatici in perenne movimento, che non devono mai smettere di interconnettersi e di abbeverarsi ognuno alla fonte dell’altro. Sul tema tra l’altro si confronteranno il prossimo 2 ottobre alla Camera dei Deputati Gianfranco Fini, Valdo Spini, Marc Lazar, Mauro Magatti, Giacomo Marramao, Giuseppe Parlato, Antonio Polito, Nadia Urbinati Giuseppe Vacca e  Stefano Folli. Per ragionare a mete lucida su quel rapporto. E magari per sollevare qualche dubbio, partendo perché no da un altro punto di vista, più scomodo ma forse efficace. Ovvero che cultura e politica non possono divorziare in quanto, almeno stando al panorama politico attuale, quel matrimonio non è stato consumato. Alla politica (futura) e alla cultura, da issare nuovamente come vessillo supremo, la risposta. Ovviamente ai posteri.

Fonte: il futurista quotidiano del 21/9/12
Twitter@FDepalo

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