mercoledì 12 settembre 2012

Quando la globalizzazione è una gabbia

Il prossimo presidente della commissione europea? Se fosse disponibile, e ovviamente non lo è, Zygmunt Bauman sarebbe perfetto. Perché il sociologo e saggista mette a nudo i limiti di governi, stati membri e cittadini senza l’ombrello dell’euroscetticismo. Senza sventolare la bandiera populista e pressappochista del “tutto va male” o dell’Europa che “non funziona perché sbagliata” e null’altro. Ma scava a fondo nelle contraddizioni sociali ed umane di politici e di cittadini, identifica errori e sottovalutazioni, per dare un nome e un cognome alla patologia di cui il continente è affetto. L’occasione è un dibattito al Festival letterario di Mantova per parlare del suo ultimo lavoro, Cose che abbiamo in comune (Laterza). Con il prezioso denominatore, che si ripete non in quanto stucchevole ritornello ma perché valido e purtroppo inascoltato metro di valutazione, incarnato dalla comunità. Quel contenitore di aggregazione sociale di cui si discute in tutto il mondo, ma di cui né gli interpreti né i suoi realizzatori ne hanno realmente compreso peculiarità e contorni. Comunità non significa semplicemente accorpare masse e quantità senza un filo conduttore e solo sulla volontà materiale di allargare a priori un raggio di azione ideale. Ma farlo secondo un disegno armonioso che prefiguri regole e sfumature, che preveda le discrepanze e le sani, che costruisca giorno dopo giorno le condizioni per migliorare e implementare quelle convivenze al fine di impedire il rischio rigetto. E per farlo occorrono spunti a lungo respiro, che ragionino in prospettiva, che immaginino le conseguenze future di azioni presenti. 
Quando Bauman rileva che la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica tocca il punto centrale di tutte le crisi, economiche ma prima sociali. In quanto accanto a un movimento tellurico, per quanto utile e costruttivo che sia, non può non esserci una regia logica e dallo spiccato buon senso, che sappia dove collocare pedine e che progetti mosse vincenti. I governi, rileva ancora l’autore di pietre miliari della sociologia come Consumo dunque sono, Vite che non possiamo permetterci, Modernità liquida, non hanno un controllo dei loro paesi perché il potere va al di là dei territori. E aggiunge: il potere è la capacità di esercitare un comando e la politica quella di prendere decisioni. Ecco il nodo. La violenza con cui la società e la politica hanno inseguito il potere e la conquista del bene materiale si sta ripercuotendo su menti e braccia che semplicemente non hanno saputo gestire ciò che è stato ottenuto.
Qualche osservatore potrebbe spingersi a certificare che si tratta di una scoperta niente affatto innovativa, dal momento che come testimonia ampiamente il passato, da sempre le convergenze socio economiche che sono confluite in “imbuti della storia” come quello in cui ci troviamo, hanno poi portato a momenti di crisi assolute. Ma se ieri i conflitti erano rappresentati da guerre e invasioni condotte con polvere da sparo e uomini in mimetica, oggi quelle esplosioni che deflagrano nelle vite di ognuno non hanno le bruciature di bombe al napalm come in Vietnam o di proiettili doppiamente mortali (perché cancerogeni grazie all’uranio impoverito che ha continua ad uccidere). Bensì sono portatrici sane di un corto circuito che non si esaurisce con una singola battaglia, ma prosegue lungo una direttrice di incertezza e di caos intimo. In una sorta di battaglia delle battaglie, di guerra delle guerre, con in palio la sopravvivenza stessa delle singole comunità desiderose di convivere. Il rischio che si corre è che i gruppi sociali che compongono il mondo si sciolgano definitivamente, producendo una miriade di singole entità: umane, sociali, politiche, economiche e materiali. Che un attimo dopo si scopriranno, proprio perché incapaci di convivere, tremendamente fragili e destinate all’oblìo. Ecco il rischio da evitare, ecco il pericolo da tenere il più possibile lontano e da cui difendersi con tutti i mezzi disponibili. Il prezzo della globalizzazione tout court lo stiamo pagando, ma lo pagheremo, ancora più caro, in futuro. E allora per salvare ciò che resta di una comunità in apnea non resta che prendere spunto dagli inviti baumaniani, ricostruendo il concetto stesso di comunione, rinunciando ognuno a un qualcosa per farlo confluire nella giara comune chiamata Europa. Dove la civiltà è nata e dove sta rischiando di scomparire.

Fonte: il futurista quotidiano del 12/9/12
Twitter@FDepalo

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