giovedì 11 ottobre 2012

«Il Cav? Non prendiamolo sul serio Il fronte riformatore guardi avanti»

Come fermare il declino? Innanzitutto «liberando le energie positive e produttive che il paese ha e che per troppo tempo sono rimaste atrofizzate», osserva Michele Boldrin, economista della Washington University in St. Louis, e uno dei promotori del manifesto Fermare il declino, assieme al giornalista Oscar Giannino e all’economista Luigi Zingales.
Silvio Berlusconi lancia Monti premier per unire i moderati: solo una boutade?
Ormai il Cavaliere tira fuori dal cappello una al giorno, nel tentativo disperato di ritornare in scena e per evitare di affrontare una volta per tutte le proprie responsabilità. Credo che qualsiasi proposta venga dalla sua bocca faccia un danno enorme, come sappiamo ormai da vent’anni. Quindi non è proprio il caso di prenderlo sul serio, anzi dovrebbe fare un favore al paese: togliersi di mezzo e occuparsi solo dei suoi affari personali.
Il “fronte riformatore” che sta nascendo nel paese ha speranze di coagularsi in vista dell’appuntamento del 2013?
Penso fortemente di sì, non mi sarei gettato in prima persona, anima e corpo, in questa impresa. Certo, ci sono cose che stanno accadendo e servirà avere la capacità di innescare un progetto realmente riformatore da parte di soggetti consapevoli di lavorare per il cambiamento e per nuove regole. Penso alla cosiddetta società civile, composta da gente che lavora sul serio, nelle imprese, nelle libere professioni. Ovvero chi è stato fuori dalla politica e l’ha subita in questi anni. Per queste ragioni sono però un po’restìo  nei confronti dei cosiddetti “giochetti delle tre carte” che i professionisti della politica a volte fanno.
Quali le tre priorità per fermare il declino italiano?
In primo luogo cambiare classe politica. Mi auguro vivamente che nei prossimi sei mesi la società italiana, specialmente la parte produttiva, comprenda come servano due misure prima delle altre: sostituire chi comanda e assicurare un diverso meccanismo di selezione della classe dirigente. Dopo il cambiamento epocale a cui abbiamo assistito tra il 1992 e il 1994 oggi abbiamo un’altra grande occasione che non possiamo fallire. In secondo luogo serve sganciarsi dal valore assistenziale che lo stato italiano attualmente incarna, rivoltandolo come un calzino. Seconda mossa: serve che in parlamento si coaguli una posizione di forza per cambiare lo stato e farlo da vicino. Ridurre da un lato i costi della politica e modernizzare il funzionamento della cosa pubblica dall’altro, rompendo i monopoli esistenti. Il tutto per garantire un servizio comune adeguato. In terzo luogo direi una riforma fiscale, assolutamente non procrastinabile.
Accanto al rigore come stimolare adeguatamente la ripresa? Potrebbe servire una sorta di piano Marshall?
Non credo, in quanto non avremmo alcun beneficio da una maggiore spesa pubblica, bensì sarei propenso a proporre una cosa del tipo: meno spesa pubblica, ma meglio spesa. La chiave di volta sta invece a mio avviso nella liberazione delle energie positive che il paese ha in svariati ambiti e che ad oggi sono purtroppo atrofizzate da anni di errori. La crescita viene dal fatto che la gente che oggi non lavora, poi lo trova e lo fa; o dal fatto che chi lavorando produce poco, in seguito cambia lavoro e produce di più. Per questo sarebbe utile uno stimolo al cambiamento. Una crescita si avrà solo all’indomani del cambio delle regole. Con all’orizzonte iniziative fiscali a sostegno di chi investe e chi lavora, non per penalizzarli. Senza dimenticare il male del parassitismo. Quindi il sistema, per intenderci, deve produrre infrastrutture non l’eterna Salerno-Reggio Calabria. Ma vi siano responsabilità, oggettive e chiare, di chi spende.

Fonte: Italiani Quotidiano dell'11/10/12

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