giovedì 27 dicembre 2012

Stati Uniti d’Europa: ecco la nostra assicurazione sulla vita

Un’assicurazione sulla vita nell’epoca della globalizzazione. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, su questo punto ha ragione. Quando si ispira al senso ideale dell’Ue da un lato ricorda i confini spazio temporali della casa comune, e dall’altro mette in guardia dal vento antiunitario. Non è un passaggio scontato e si somma a un’altra certezza: che per spingere con decisione nella direzione degli Stati Uniti d’Europa sarà necessario sanare gli squilibri dell’Ue, risolvere quelle discrepanze che hanno condotto ai conflitti attuali, ri-mettere in pratica gli spunti dei padri fondatori De Gasperi, Adenauer, Spinelli. Nella consapevolezza che senza un potenziamento della colonna portante poggiata su rigore, sviluppo e solidarietà, non solo mancherà l’Unione, ma verrà meno il principio stesso della geopolitica del terzo millennio. C’è urgente bisogno di una “confroffensiva europeista” ha richiamato solo poche settimane fa Giorgio Napolitano, sia per scacciare slogan semplici ma deleteri che inneggiano alla vecchia lira o all’uscita dall’Unione, sia per indicare chirurgicamente dove intervenire. Va detto con chiarezza: criticare l’Europa in modo costruttivo, puntare un fascio di luce sulle deficienze attuali non significa affatto essere antieuropeisti, al pari degli sconsiderati che urlano slogan e minacce separatiste. Bensì vuol dire essere ancora più convinti sostenitori della famiglia comune europea, fervidi tifosi di un ombrello che protegga e includa. Ma a patto che si saldino le crepe, che si potenzi ad esempio la capacità da parte della governance europea sul controllo del debito, calmando la finanza spregiudicata che specula su Grecia e Spagna.

Il Capo dello Stato in quel richiamo ha assunto il ruolo di “vettore” per inviare inviti alla saggezza sotto forma di messaggio politico. E ancora una volta si è speso per non far abbassare la guardia nei confronti di quella che si potrebbe ribattezzare “la nuova consapevolezza comunitaria dell’unione politica europea”. Oggi più che mai traducibile nell'integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati. Senza la quale il rischio si chiama eurocrisi, con la prima conseguenza della dissoluzione dell’eurozona. Lo si evince delle parole del sociologo tedesco Claus Offe, intervistato dal Messaggero, in cui il collaboratore di Habermas osserva che «lo sbriciolamento dell’Unione Europea porterebbe a uno tsunami politico e alla regressione economica. Quando si costringono in una unione monetaria Paesi come la Germania e la Grecia si sottopone il più debole e meno competitivo dei due a una insostenibile tenaglia economica, perché gli si toglie la possibilità di adeguarsi dall’esterno mediante la svalutazione». Come saldare dunque due poli lontani e al momento distanti sideralmente? Ma che devono cercarsi per costruire sentieri comuni?

Lo ha esplicitato Zygmunt Bauman nel suo “Life in fragments” nel 1996: «La società postmoderna coinvolge i suoi membri principalmente nella loro capacità di consumatori, anziché di produttori». Per questo, adesso, è il momento di produrre più Europa. Non di picconarla.

Fonte: Italianai quotidiano del 21/12/12
Twitter@FDepalo

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