giovedì 30 gennaio 2014

Il dramma dell'immigrazione in Grecia: quando la politica Ue fa default

Concorso di colpa greca nel naufragio? L'accusa è di quelle che lasciano senza fiato: la Guardia Costiera greca avrebbe, secondo alcuni testimoni, lasciato annegare alcuni migranti vicino l’isola di Famakonisi, così come risulta dalla ricostruzione dell'Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati. Un dramma nel dramma, che pochi giorni fa ha portato al naufragio di un barcone con una trentina di clandestini a bordo, con la polemica sui soccorsi che sta deflagrando in un Paese dilaniato dalla crisi e dai riverberi di un memorandum che, se da un lato lo ha condotto per il primo anno fuori dalla recessione, dall'altro ne ha sfiancato cittadini e diritti.

L'allarme è stato lanciato lo scorso 21 gennaio al largo dell'isola di Farmakonisi, da dove era stata individuata un'imbarcazione con un numero imprecisato di clandestini. Nel tentativo di condurre in porto la carretta del mare due immigrati sono caduti in acqua mentre gli altri, per vedere cosa stesse succedendo sulla barca, con il loro movimento hanno causato il ribaltamento del natante. Il personale del porto è riuscito a condurre in salvo 16 persone, mentre ne avrebbero ignorati 12. Ma al momento, nonostante ampie indagini, non sono stati individuati i clandestini mancanti. I 14 sopravvissuti sono stati trasportati in barca fino al porto di Farmakonisi e poi nella più grande isola di Leros, dove sono stati ospitati. Secondo quanto sostenuto dall’Unhcr, i testimoni sopravvissuti asseriscono che mentre la nave della Guardia Costiera tentava di trainare la barca a grande velocità verso le coste della Turchia, è accaduto il tragico incidente con il mare in tempesta. Con i migranti che imploravano aiuto, visto che nella barca c’erano molti bambini.

Le organizzazioni internazionali hanno condannato diverse volte negli ultimi quattro anni la pratica delle autorità greche per obbligare i migranti a tornare in Turchia, anche se proprio dalla frontiera turca lasciata “incustodita” sono transitate migliaia di braccia e volti riversate in Grecia. Sul punto le stesse chiedono che si faccia al più presto luce sulla dinamica dell'incidente, con la grande stampa europea che vorrebbe un'indagine indipendente sulle circostanze del naufragio e sulle paventate deportazioni degli immigrati clandestini in Turchia, di cui sarebbe accusata la guardia costiera ellenica. Già in passato alcuni residenti delle isole periferiche avevano riferito che i migranti in procinto di essere trasferiti nei centri di accoglienza dei porti non erano mai arrivati. Sulla barca da pesca erano presenti in 28, 25 afghani e 3 siriani, inclusi molte donne e bambini, di cui 16 migranti salvati dalle acque agitate dell'Egeo, mentre una donna e un bambino di 5 anni sono stati trovati morti vicino la costa turca, e altre 10 persone (2 donne e 8 neonati e bambini) dispersi. Ragion per cui dall’Unhcr ecco l'appello alle autorità greche di investigare sulle circostanze nelle quali si è verificato l’incidente e “su come è stato possibile perdere delle vite umane su una barca che veniva trainata”, così come si è chiesto Laurens Jolles, rappresentante per il sud Europa dell’Alto Commissariato.
Ma il naufragio di Farmakonisi rappresenta niente altro che la tragica spia di un macrodisagio sociale, quello dell'immigrazione nell'intera area euromediterranea di cui l'Unione europea per troppi anni si è disinteressata, con la Grecia lasciata sola a gestire, o meglio a non-gestire l'intera questione. La situazione al momento vede due milioni di extracomunitari presenti nel Paese, stando alle cifre ufficiali, ma che sarebbero molti di più per via di mancati controlli soprattutto nella frontiera settentrionale, quella che il partito xenofobo di Alba dorata vorrebbe chiudere piazzandovi mine antiuomo.

Ma come fare fronte comune per non mortificare la sfera dei diritti ed evitare tragedie come quelle andate in scena nell'Egeo? Una strada da percorrere potrebbe essere quella di coinvolgere i "vicini di casa" come Italia e Malta. Proprio alla Valletta in occasione di una visita ufficiale lo scorso ottobre, il premier ellenico Antonis Samaras aveva messo l'accento assieme al suo omologo Joseph Muscat, sul fatto che immigrazione e asilo fossero due temi da inserire prepotentemente nell'agenda del Consiglio europeo, in considerazione della massiccia ondata migratoria che dall'Anatolia si riversa costantemente in Grecia. E lo dimostra il fatto che pochi giorni dopo il dramma di Farmakonisi, la Guardia Costiera ha salvato altri 47 migranti a bordo di un barcone in avaria al largo dell'isola di Samos, nell'Egeo orientale. Segno che l'emergenza immigrazione in Grecia è all'ordine del giorno, mentre l'ente continentale preposto, il Frontex, è di stanza a Varsavia: lontano anni luce dall'epicentro del sisma umano.

Twitter@FDepalo

venerdì 17 gennaio 2014

Fmi, la delusione di Lagarde per la riforma che non c’è

Ecco perché Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, si è detta “delusa” dalla legge finanziaria statunitense approvata nella notte: non fornisce i finanziamenti necessari per la riforma della governance dell’istituzione auspicata da quattro anni.

STOP
La storica riforma del Fondo Monetario Internazionale, nelle intenzioni, avrebbe dovuto raddoppiare il peso dei Paesi emergenti oltre che le risorse oggettive. Ma il Congresso Usa non ha raggiunto il consenso sulle misure di rifinanziamento: esse sarebbero state propedeutiche alla ratifica della riforma del 2010 che ridisegna le quote e la governance dell’istituzione di Bretton Woods.

DELUSIONE
I negoziatori del Congresso hanno reso pubblico nella notte un testo monumentale, composto da ben 1.582 pagine, che dovrebbe evitare lo spettro di una nuova paralisi in seno all’esecutivo. Ma all’interno non vi è traccia della preziosa e auspicata erogazione di fondi che avrebbero permesso agli Stati Uniti di ratificare la riforma delle quote (di allocazione del capitale) del FMI. E, di conseguenza, la nuova governance. Un passaggio sul quale l’ex ministra del governo Sarkozy ha riversato un duro commento: “Sono delusa dal fatto che non sono state prese le misure necessarie per attuare questa importante riforma della governance“. E ancora: “Il mondo sta cambiando e noi siamo totalmente impegnati ad aiutare i nostri membri a finalizzare quanto concordato nel 2010 per garantire che il Fondo tenga il passo con i cambiamenti globali e affrontare le nuove sfide”.

IL POST DSK
Sotto la guida del suo CEO, all’indomani dell’uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn, il Fmi immaginò di adottare quella che sarebbe dovuta essere nelle intenzioni la più ambiziosa mossa riformatrice del Fondo sin dalla sua creazione negli anni del dopoguerra. Fissando anche un termine di attuazione che però è scaduto alla fine del 2012. Alcuni analisti si spingono a far coincidere questo ritardo con l’eurocrisi scoppiata in Grecia dal 2010, che ha visto proprio nel Fmi uno dei principali attori per la proposizione e l’attuazione del memorandum, seguito anche da Spagna e Portogallo, con nel mezzo il nuovo intervento della troika su Cipro del marzo scorso.

USA
Intanto negli Stati Uniti l’anno è iniziato con il pollice in su per via dei numeri sulla crescita. Sul tema pochi giorni fa si è detta ottimista la stessa Christine Lagarde al termine della sua visita in Kenya. Per cui il Fondo si appresta a rivedere al rialzo le previsioni di crescita economica globale. Nulla si sa sulle origini di tale decisione, inaspettata per via della contingenza generale del Fondo e dell’economia mondiale, ma più d’uno si spinge a sostenere che a seguito di numerosi bollettini al ribasso, è ragionevole che si avvicini la ripresa dei Paesi avanzati: un oggettivo e possibile controbilanciamento alla frenata delle economie sviluppate.

Fonte: Formiche del 14/1/14
twitter@FDepalo

Financial Times contro la Troika: “Trio di burocrati non eletti amministra zona euro”

Dal fallimento delle élite industriali e politiche a quello del memorandum per Grecia e Paesi Piigs. Il Financial Times, in un fondo che ripercorre la storia del Vecchio Continente a un secolo esatto dalla prima guerra mondiale, certifica l’insuccesso della troika. Definita “un trio di burocrati non eletti che amministra la zona euro portando ad un aumento dell’estrema destra”. E sottolinea i tre “buchi neri” del mondo moderno. In primis la mancata comprensione delle conseguenze della liberalizzazione finanziaria. Rassicurati da fantasie fasulle, i mercati finanziari non solo hanno autorizzato ma anche incoraggiato la grande scommessa sul prolungamento del debito. Le élite che guida la politica non è riuscita ad apprezzare i rischi di un fallimento sistemico, osserva il quotidiano economico. Per cui le economie sono crollate, la disoccupazione è aumentata, il debito è esploso. In secondo luogo l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica che favorisce la plutocrazia: ovvero l’emersione di un’economia globalizzata e di una nuova élite economica i cui membri sono diventati sempre più distanti dai Paesi che li hanno prodotti. Durante questo processo, il collante che lega ogni democrazia, cioè la nozione di cittadinanza, scrive il Ft, si è indebolito. Con la conseguenza che l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica ha migliorato solo le tasche dei più ricchi, con ormai prossimo l’inizio di un deterioramento a lungo termine. Infine il terzo neo delle élite: il funzionamento dell’euro e i problemi connessi creati.

Le difficoltà delle economie colpite dalla crisi è evidente: grande recessione, disoccupazione altissima, migrazioni di massa e accumulo di debito pesante. Tuttavia è il disordine costituzionale della zona euro a essere poco conosciuto. Ed ecco l’attacco alla troika: all’interno della zona euro, scrive il quotidiano finanziario, la potenza è concentrata nelle mani dei governi dei Paesi creditori, in particolare la Germania, con un trio di burocrati non eletti, la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. I popoli dei Paesi colpiti non hanno alcuna influenza su di loro. I politici che sono responsabili non sono perseguibili e “questo divorzio tra responsabilità di qualsiasi nozione e governance democratica” produce una crisi non solo economica ma “costituzionale”.

E conclude che questi tre fallimenti sono sufficienti a sollevare dubbi circa le élite, che portano con queste scelte al crescente populismo e soprattutto al sentimento di xenofobia. Intanto in Grecia sulla lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che hanno portato in Svizzera circa 50 miliardi di euro, si registra una seduta del capo della criminalità finanziaria, Stelios Stassinopoulos, dinanzi alla commissione Istituzioni e trasparenza della Camera. In cui ha riferito che su 1700 file ne sono stati analizzati solo 266. L’ammontare totale di evasione è di 54 miliardi di euro, c’è perfino un cieco totale che ha portato via 10 milioni di euro. Quattro sono parenti dell’ex ministro delle finanze Georgios Papaconstantinou (che nei giorni scorsi ha detto “non sarò il solo a pagare”) con transazioni per totali sei milioni e trecento milioni.), oltre ad altri 3,7 milioni relativi a due nuovi volti. Ma Stassinopoulos, citando il segreto bancario, non ha dato prova di questi nuovi nomi. In attesa di giudizio anche Kostas Vaxevanis, il giornalista che per primo pubblicò la lista in Grecia nell’ottobre del 2012 e che per questo fu arrestato e processato per direttissima.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/1/14
twitter@FDepalo

martedì 7 gennaio 2014

Non bastano le primarie per la visione della Bari 2.0

Il presente è ormai diventato egemonico, ha osservato il sociologo Marc Augé nel suo pregevole pamphlet “Che fine ha fatto il futuro”. Quasi per certificare come, l'assenza di una programmazione a lunga scadenza, rappresenti il vero nodo non solo sociale (per un popolo affetto da globalizzazione schizofrenica), ma anche politico. Dove si assiste all'infinito dibattito su nomi e sigle, alleanze e presunti accordi, sgambetti e veti incrociati, evitando accuratamente di accostare a quei volti e a quelle braccia un minimo di visione progettuale ariosa. La partita per le prossime elezioni comunali nel capoluogo pugliese ancora una volta si sta consumando su nomi e aggregazioni di sigle, non su programmi, idee e soprattutto su visioni lungimiranti. Un ulteriore campanello di allarme, drammatico, che suona ormai inascoltato, sommerso dalle grida delle polemiche da bassa cucina, con i consueti do ut des che molto spesso sono i protagonisti delle dinamiche locali, quando invece ci sarebbe da rimboccarsi le maniche per decidere, una volta per tutte, cosa si intende fare per la città. E farlo con una prospettiva decennale, non legata al numero legale del primo consiglio comunale futuro.

Se “sprovincializzarla” culturalmente armonizzando risorse in loco con le dinamiche commerciali continentali; se sfruttare una volta per tutte i dodici chilometri di lungomare così come si fa regolarmente in Spagna, Grecia, Croazia o se restare mesti titolari “passivi” di qualche metro cubo di acqua; se prevedere di costruire nuovi edifici pubblici e privati già energeticamente indipendenti, con materiali green e che siano punto di contatto “vivo” per i cittadini; se decidere in maniera commercialmente armonica che fare dello stadio San Nicola, se sfruttarlo con alla base una seria e credibile politica industriale o se proseguire nelle diatribe spicciole che non sfociano in fatti; se “fare rete” tra le crociere in arrivo in città da maggio a novembre e i nuovi turisti che, dal bacino araboasiatico del pianeta stanno per essere riversati in Italia, se il piano su Alitalia della compagnia Etihad dovesse andare in porto; se fare del tratto di strada da San Girolamo a San Giorgio una grande pista ciclabile a bordo acqua, così come per il centro londinese ha previsto l'eclettico sindaco Boris Johnson; se un Casinò nel teatro Margherita, con uno sviluppo commerciale a trecentosessanta gradi (acqua-attività connesse) ma nel rispetto dell'ambiente, sia possibile con l'intervento di partner stranieri; se i commercianti cittadini siano destinati ad essere semplici ricettori di decisioni politiche che li riguardano (come chiusure al traffico, regolamenti per le attività e quant'altro) o se dovranno essere coinvolti fattivamente.

Sono solo una serie di piccoli spunti e idee su cui le intellighenzie cittadine hanno l'obbligo di confrontarsi e, se necessario, scontarsi dialetticamente in una sorta di Agorà permanente, come poche volte in verità si è fatto. Ma soprattutto dimostrazione pratica che non saranno sufficienti le pur volenterose e democratiche primarie per delineare il perimetro di un'azione politica che disegni la Bari 2.0. Quell'assise popolare, positiva, sarà eventualmente solo il punto di partenza. Ma per affrontare un viaggio così lungo e laborioso, ai concorrenti presenti sul nastro di partenza occorrerà un altro elemento imprescindibile: disporre di una visione. Ariosa e lungimirante. In caso contrario il nuovismo di volti e nomi, seppur dignitosi e presentabili, non condurrà ad una rivoluzione della polis, ma solo a mediocri restyling.             

Fonte: Corriere del Mezzogiorno del 7/1/14

Grecia 2014, fine della sovranità

Come nasce e si sviluppa la fenomenologia di Alba Dorata in Grecia? Ogni crisi che si rispetti porta con sé riverberi e disordini sociali, come quelli che si sono sviluppati al centro dell'Egeo dal 2010 ad oggi. Lecito chiedersi: solo colpa di estremisti e anarchici, o dietro la nuova spirale di violenza si nasconde anche disinformazione o un preciso conflitto tra poteri ormai in decadenza? Prima dell'omicidio del rapper Pavlos Fyssas freddato lo scorso settembre da un militante di Alba dorata e della replica 50 giorni dopo con i due chrisìavghites uccisi dinanzi alla sede ateniese del partito da un sicario in moto, già nelle prime settimane del 2013 si erano verificati episodi preoccupanti. Ragionare analiticamente sul fenomeno Alba Dorata in Grecia, e farlo alla luce degli ultimi fatti di sangue, impone un quesito: tornano gli anni di piombo, una guerra di estremi o una strategia della tensione per celare i fallimenti della politica?

La storia greca insegna che nulla è come appare, e che quel Paese è stato in svariate occasioni crocevia di interessi e dinamiche legate alla geopolitica. Oggi si può unire il disagio sociale incarnato da violenti partiti anti sistema, come appunto Alba Dorata, all'incubo degli anni di piombo che è tornato a circolare nella capitale greca? Alcuni analisti si spingono a ragionare sul fatto che il cambiamento delle circostanze, ovvero l'eliminazione delle principali minacce alla moneta unica rappresentate dal rischio default greco e il salvataggio de facto da parte della troika, possa essere stato controbilanciato dalla Lista Lagarde, la lista degli illustri evasori ellenici (politici, imprenditori, giornalisti) deflagrata contro l'intera classe dirigente, vero elemento di disordine interno al pari della svendita totale di un Paese che ha nel proprio sottosuolo idrocarburi, miniere di oro e argento fino ad oggi mai sfruttati.

Ma come si intersecano le vicende legate alla xenofobia, al razzismo e al populismo applicato alla politica da Alba Dorata con la contingenza di un Paese in fiamme, dove il ceto medio è scivolato verso la soglia di povertà, dove a pagare dazio sono solo i soliti noti? In quell'interstizio di ingiustizia si è annidata la proposta di Alba Dorata, il cui elettorato non è stato composto esclusivamente da pericolosi nazisti, perché molti voti sono giunti anche dal popolo degli astenuti, da cittadini di centro, di sinistra e di destra che semplicemente hanno scelto il voto di protesta perché delusi dalla politica che si dice democratica e che ha prodotto l'attuale voragine finanziaria greca. Scelta sbagliata?

Oggi la politica con la P maiuscola, quella che annuncia ai cittadini di perseguire il bene comune su «consiglio» della troika, quella che ad Atene esclude altri sacrifici ma nei fatti li ha già avallati un anno fa firmando il memorandum, è fra le concause di Alba Dorata. Perché ha amministrato male un Paese per trent'anni, perché ha permesso che le sperequazioni sociali fossero legge, perché ha immolato la libera iniziativa imprenditoriale sull'altare dei sussidi, perché ha preso finanziamenti europei senza i necessari controlli, perché non ha contrastato un sistema clientelare che oggi ha fatto crollare non solo la Grecia ma l'Europa stessa: certificando che la sovranità nazionale, dopo il caso greco e quello cipriota scomparso dai radar della comunicazione europea, non è più un elemento fondante degli Stati membri.

Alba Dorata altro non è che la logica conseguenza di chi pensava di essere più furbo degli altri e che oggi si trova in casa la troika, ospitandola con tutti gli onori. Ma anziché essere chiamata sul banco degli imputati per decenni di bugie, malagestione, clientelismi, assenza di politica industriale che ha fatto importare alla Grecia di tutto, perfino olio e cotone, la politica greca - democratica e non violenta - oggi si erge a difensore del popolo e dei diritti, dei deboli e degli affranti. Quando invece è l'imputato numero uno. Che però alla sbarra non andrà mai.

twitter@FDepalo

venerdì 3 gennaio 2014

Cipro, causa contro l'Europa per il prelievo forzoso nei conti


E adesso cosa potrebbe accadere se i cittadini vedessero riconosciute le proprie ragioni nel primo caso continentale di una class action contro la troika? Ben cinquanta depositanti ciprioti hanno citato in giudizio l'Eurogruppo e le altre istituzioni dell'Unione Europea (come la Banca Centrale Europea) per l'haircut sui loro depositi. Era il marzo dell'anno appena concluso e la troika, al fine di concedere prestiti per dieci miliardi di euro alle banche isolane «intossicate» da titoli greci e da una voragine finanziaria che fece nascere la prima bad bank «made in memorandum», decise che anche gli istituti (quindi i correntisti) avrebbero dovuto recitare la propria parte, con un prelievo forzoso sui depositi. Come una tela di Penelope prima si ipotizzò che fosse per tutti, poi solo per i conti sopra i centomila euro.

Infine si giunse due mesi dopo all'accordo per una sforbiciata del 47,5% ad appannaggio di quei creditori non garantiti. Una primizia choccante per l'Europa (anche se un precedente si era verificato in Italia sotto il governo Amato), un monito scoccato da Bruxelles per tutti gli Stati membri: attenti, era la vulgata di quelle ore, a chi non fa i compiti a casa potrebbe toccare la stessa sorte.

Nel mezzo i cittadini ciprioti, in quei giorni terremotati da bancomat fuori servizio, lunghe code agli sportelli, con un limite alla circolazione di contante e con la scena da spy story di un cargo giunto all'aeroporto di Larnaca pieno zeppo di contanti, scortato da militari armati fino ai denti sino ai caveau delle banche. Oggi la notizia della class action, presentata dallo studio legale Christostomides con l'appoggio di altri legali europei. Vale la pena ricordare che questa è la prima volta che qualcuno si rivolge ad un tribunale europeo per stabilire se le operazioni dell'Eurogruppo siano corrette o meno, con un gigantesco punto interrogativo circa la futura decisione dei giudici. In particolare, i ricorrenti chiedono il risarcimento principalmente per gli effetti negativi causati dalla decisione dell'Eurogruppo, del marzo 2013, che includeva le misure di risanamento per la Banca Popolare e la Banca di Cipro.

Tutti gli imputati sono accusati di gravi violazioni del diritto di proprietà e dei principi generali della protezione della non discriminazione del legittimo affidamento e di proporzionalità sanciti nel diritto europeo. Insomma, una pietra miliare in questa eurocrisi. Quali scenari si aprirebbero se ai cittadini fosse riconosciuta la ragione? Ancora oggi la troika a Cipro annuncia un programma per rinfoltire la fiducia nel sistema bancario, quello stesso che è stato ignorato per due lustri e che un bel giorno è finito nel mirino degli euro burocrati. Nel frattempo proprio i creditori internazionali di Fmi, Bce e Ue proseguono sulla traccia «ellenica» a Cipro, con un programma di privatizzazioni dal sapore di una svendita. 

Cipro riveste, oggi più che mai, un ruolo geopolitico significativo nel versante euromediterraneo e mediorientale per via della presenza massiccia di idrocarburi nel proprio sottosuolo, particolare che non ha mai sopito le mire espansionistiche turche. Oltre ai 50mila militari di Ankara che dal 1974 hanno invaso l'isola nell'indifferenza della comunità internazionale, da alcuni mesi ci pensano anche le navi per i rilievi sottomarini turche ad agitare le tranquille acque in cui Nicosia aveva raggiunto un accordo di collaborazione con Tel Aviv per sondare i fondali e procedere alle trivellazioni, con l'intervento anche di aziende italiane, minacciate dalle parole di alcuni ministri turchi.

Ma dallo scorso marzo, quando di fatto nel continente è stato inaugurato il famigerato «metodo Cipro», le cose sono sensibilmente cambiate e in questi giorni di forti fibrillazioni ad Istanbul qualcuno vede anche un possibile peggioramento. Un altro elemento di raffronto con la crisi greca merita di essere scrupolosamente attenzionato. Al 31 dicembre 2010, quando Atene era già stata investita dall'ondata del primo memorandum che destinava risorse per l'80% alle banche e per il restante 20 alle amministrazioni locali, dei 141 miliardi in titoli greci che solo dodici mesi prima le banche straniere possedevano, si era passati a soli 45 miliardi. E grazie al protocollo d'intesa imposto dalla troika al governo del tecnico Lucas Papademos (lo stesso chiamato due mesi fa a valutare la nostra Banca d'Italia) ben 100 miliardi erano stati destinati dal Memorandum per risarcire gli istituti stranieri. Un trucco di proporzioni terrificanti che salvò le banche europee attraverso una vera e propria ipoteca della Grecia intera. Oggi un simile scenario è messo in dubbio da cinquanta correntisti ciprioti che si chiedono se ci sia un giudice a Bruxelles.

twitter@FDepalo

giovedì 2 gennaio 2014

Putin alla roulette russa delle Olimpiadi

Novantanove miliardi di rubli (oltre ventuno miliardi di euro): è il contributo dello Stato per la costruzione degli impianti sportivi di Sochi, quando le Olimpiadi invernali che si apriranno tra qualche settimana in Russia avranno un sapore non solo sportivo, ma squisitamente geopolitico. Il mantra dei cinque cerchi concentrici su cui Vladimir Putin punta tutto è quello della progettualità accanto a una nuova primavera politica, che risolva i nodi nel Caucaso, che interpreti un rinnovato ruolo nei confronti dell'Ue, che armonizzi esigenze e prerogative verso la dorsale pacifica del globo.

Ciò che è stato costruito non verrà abbandonato un attimo dopo la chiusura ufficiale dei Giochi invernali. È il caso delle tredici strutture edificate per l'avvenimento russo, che si andranno ad affiancare alle quattrocento complessive destinate a dare fiato a Sochi, grazie a 144 miliardi di rubli che si sommeranno ai denari investiti dallo Stato in questa faraonica edizione, turbata dall'allarme terroristico che di fatto ha spostato le attenzioni di Al-Qaida (anche se forse solo temporaneamente) dalla costa atlantica al Mar Nero. Primo effetto la limitazione nell'invio di pacchi chiusi, che da quarantott'ore non possono più essere inviati a Sochi, per il timore di attentati. Una misura di sicurezza (l'ennesima) che si aggiunge ad un imponente dispiegamento di mezzi e uomini decisi da Mosca, come le 1500 unità della Protezione civile, le 5000 telecamere, i droni senza pilota a cui sarà affidato il controllo dal cielo e da terra, i metal detector oltre ai cani addestrati ad individuare l'esplosivo.

Ma lo sport sarà solo una cornice, seppure entusiasmante e dall'alto appeal per sponsor e visitatori, per disegnare i contorni di una più ampia partita geopolitica che si sta giocando da un lato al confine con le fibrillazioni caucasiche, e dall'altro con il fronte orientale (Cina, Giappone, India, Corea) che preoccupa e interessa Mosca. I negoziati sul nucleare in Iran hanno decretato per sei mesi le limitazioni all'arricchimento dell'uranio da parte di Teheran che al contempo ottiene non solo la legittimità ad arricchire l'uranio per usi civili, ma anche un limitato alleggerimento delle sanzioni. Con la possibilità in meno di sei mesi di recuperare 6-7 miliardi di dollari.

Senza dimenticare i cinque fronti di instabilità euromediterranei rappresentati da Turchia, Libano, Siria, Grecia ed Egitto, che anche se non turbano profondamente i sonni di Mosca, rappresentano comunque un bacino di prova impegnativo, per via dei riverberi nelle dinamiche mediorientali che portano in pancia. Un quadro d'insieme che per essere meglio decifrato ha necessità di essere supportato dal grande evento di caratura mondiale rappresentato dai Giochi di Sochi.

Proprio l'elemento edilizio (con uno sviluppo deciso di strutture e infrastrutture) rappresenta la cartina di tornasole per leggere fra le righe di cemento e record olimpici. I numeri forniti dal Comitato organizzatore parlano di 350 km di nuove arterie stradali, 22 gallerie, 200 km di ferrovie, più di 40 alberghi. Fiore all'occhiello è l'avveniristica stazione ferroviaria, alla cui inaugurazione due mesi fa non è voluto mancare il presidente Putin, particolarmente soddisfatto per l'espansione di servizi. Il riferimento è al Palasport «Bolshoj» ad Adler, con la peculiarità di un tetto fatto sulla scorta del tendone di un circo, con una cupola che si estende per una dimensione pari a uno stadio di calcio, in grado di essere fruito da almeno 12mila persone. Altra struttura interna alla città Olimpica è il palasport Shajba, tirato su in poco più di tre anni e con l'unicità di essere smontabile. Ovvero al termine dei Giochi potrà essere trasportato in una qualsiasi altra zona del Paese, «allungando» l'ombra dello sport sull'intera Russia.

Lo sosteneva il generale De Gaulle che «non si può essere allo stesso tempo l'uomo delle grandi tempeste e quello delle basse manovre». Ecco perché il baricentro di Giochi Olimpici dirà molto sul futuro politico di Mosca e del suo Presidente.

twitter @FDepalo

martedì 31 dicembre 2013

Atene: raffica di proiettili contro l’ambasciata tedesca

Non solo la crisi infinita di un Paese già fallito e il presunto tentativo di golpe di Alba dorata: a turbare i sonni dell'antiterrorismo ellenico ecco i sessanta colpi di kalashinkov contro quello che nell'immaginario collettivo del Paese è la causa di tutti i mali. Da ieri in Grecia è di nuovo allarme rosso, con l'attentato alla residenza ateniese dell'ambasciatore tedesco Wolfgang Dolt, presa d’assalto da un commando terroristico. L'attacco, avvenuto intorno alle 3 del mattino, solo per caso non ha fatto vittime ma alcuni bossoli sono stati trovati nella camera da letto dove si trovava la figlia quindicenne del diplomatico, giunta ad Atene per trascorrere le vacanze natalizie. Secondo la testimonianza di una guardia giurata, quattro sconosciuti hanno sparato almeno venti volte contro il cancello, prima di dileguarsi. Il Servizio Antiterrorismo ha fermato sei individui. Le armi utilizzate non erano state usate in precedenza, particolare che complica le indagini. Non è la prima volta che la residenza dell'ambasciatore tedesco ad Atene diventa obiettivo sensibile di un attacco terroristico: nel maggio del 1999 era stata colpita da un razzo in occasione di un attacco rivendicato dalle brigate del “17 novembre”.

Gli investigatori sospettano il coinvolgimento del gruppo antiautoriotario capeggiato da Nikos Maziotis, che lo scorso 14 gennaio si era reso protagonista di un attacco contro la sede centrale del partito del premier Nea Dimokratia. Sui social network non mancano riferimenti al ruolo della Germania nella crisi finanziaria greca con frasi che fanno riferimento al "desiderio più intimo dell'imperialismo tedesco che si sta muovendo in un'Europa dalla dominazione tedesca". L'attacco di ieri presenta inoltre sorprendenti somiglianze con quello sferrato quindici anni fa contro la stessa sede. Anche allora era una domenica, con un esecutivo in affanno e con un poliziotto di guardia testimone della dinamica, oltre a recenti casi di insofferenza verso la Germania, con piccoli atti di protesta contro sportelli bancari o centri commerciali.

Il governo ha espresso indignazione e condanna “del vile atto terroristico” che pochi giorni prima dell'inizio della Presidenza di turno dell'Ue getta un'ombra di inquietudine su Atene, anche alla luce di un peculiare fil rouge che lega la capitale greca alla Germania. Nelle ultime ore uno scandalo per tangenti nella fornitura di carri armati Leopard e sommergibili sta terremotando Berlino, con l'ex direttore della Difesa greca, Antonis Kantà, che dinanzi ai magistrati durante un interrogatorio fiume durato quattro giorni, ha fornito cifre, dati e percorsi di milioni di euro che gli sarebbero stati versati su conti svizzeri da alcune aziende tedesche in cambio del nulla osta alla fornitura di armi. Dopo lo scandalo Siemens, ammesso dall'azienda tedesca in relazione a mazzette distribuite agli amministratori greci in cambio di appalti per le faraoniche Olimpiadi del 2004, ecco un altro fronte giudiziario inquietante e dalle conseguenze imprevedibili. Perché, è la domanda che ricorre con maggiore insistenza nel Paese, “la Germania da un lato ci chiede sacrifici indicibili e dall'altro ci vende armi a peso d'oro?”

Fonte: Il Giornale del 31/12/13
twitter@FDepalo

lunedì 30 dicembre 2013

Milioni di euro per le forniture d’armi, scandalo corruzione sull’asse Berlino-Atene

Dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre sull’asse Berlino-Atene. Le rivelazioni dell’ex numero uno della Direzione Armamenti della Ministero della Difesa greco Antonis Kantà stanno terremotando la Germania nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura di armi tedesche ad Atene. Circa 18 milioni di euro sarebbero dirottati verso funzionari greci per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon. In ballo anche170 carri armati Leopard 2A6 Hel dalla tedesca Krauss-Maffei Wegmann (KMW), per i quali Kantà avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco. Oltre a 1,5 milioni per la fornitura di missili Stinger e 600mila euro per i caccia F-15.
Kantà tra l’altro aveva operato in un settore dove il deus ex machinaera l’ex ministro della difesa Akis Tsogatsopulos, in carcere dal maggio 2012 con l’accusa di fondi neri ottenuti dalle forniture di armi da Germania e Russia, e principale collaboratore di Papandreou senior. In quattro giorni di ammissioni dinanzi ai magistrati, così come rivela la Suddeutsche Zeitung, Kanta ha fornito numeri, dati e nomi del groviglio di contratti e forniture illegali dal 1997 al 2002. Suscitando non solo la reazione della stampa teutonica, ma anche altre indagini, come quella che punta dritta sui cantoni svizzeri, dove potrebbe essere stata nascosta la gran parte delle tangenti in questione, dal momento che secondo fonti giudiziarie Kanta avrebbe esplicitamente indicato istituti finanziari, conti correnti e modalità di transito del denaro.
Ma la parola Svizzera in Grecia fa rima con Lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori che hanno trafugato miliardi di euro prima che l’allora ministro delle finanze francese (oggi al vertice del Fmi) lo inviasse ad Atene per corriere diplomatico, ma scontrandosi con il muro di gomma dei due ministri delle finanze che non lo protocollarono (Venizelos e Papacostantinou). Un fil rouge, quello della Lista Lagarde, che si ritrova pericolosamente in ogni indagine che conta, come dimostra il fatto che alcuni dei protagonisti si sono suicidati o sono stati trovati senza vita.
Questa è la seconda maxi inchiesta sull’asse Berlino-Atene dopo lo scandalo Siemens quando, in occasione delle Olimpiadi del 2004(costate tre volte l’importo previsto), vi fu un anomalo e ingente flusso di denaro dalla Germania alla Grecia per assicurarsi commesse e appalti. La stessa azienda tedesca ammise alla fine pagamenti in nero per 1,3 miliardi con la conseguente mini rivoluzione all’interno del proprio management. Alcuni dei top manager più prestigiosi furono costretti a dimettersi, come il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegatoKlaus Kleinfeld. Ma senza andare fino in fondo su chi in Grecia quel fiume denaro ricevette e poi, si sospetta, portò all’estero.
Dalle rivelazioni di Kanta risulterebbe che quando scoppiò lo scandalo Siemens, due impiegati di una grande banca tedesca (Dresdner) e altrettanti di una francese (BNP), avevano il compito di “ricevere” fondi neri dalla Grecia. E così come accade nel gioco dell’oca, ecco che si torna indietro fino alla Lista Lagarde, da cui vanno sottratti quattro nomi: l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato in casa impiccato nell’ottobre del 2012; l’ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato per tangenti sulle forniture militari; il mercante d’armi internazionale e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d’albergo; e l’ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. A questo punto mancano solo i nomi di chi ha corrotto i dirigenti ellenici per far avallare acquisti milionari ad un Paese che ha speso ciò che non aveva. Anche per carri armati e caccia militari.

Milioni di euro per le forniture d’armi, scandalo corruzione sull’asse Berlino-Atene

Dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre sull’asse Berlino-Atene. Le rivelazioni dell’ex numero uno della Direzione Armamenti della Ministero della Difesa greco Antonis Kantà stanno terremotando la Germania nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura di armi tedesche ad Atene. Circa 18 milioni di euro sarebbero dirottati verso funzionari greci per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon. In ballo anche 170 carri armati Leopard 2A6 Hel dalla tedesca Krauss-Maffei Wegmann (KMW), per i quali Kantà avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco. Oltre a 1,5 milioni per la fornitura di missili Stinger e 600mila euro per i caccia F-15.

Kantà tra l’altro aveva operato in un settore dove il deus ex machina era l’ex ministro della difesa Akis Tsogatsopulos, in carcere dal maggio 2012 con l’accusa di fondi neri ottenuti dalle forniture di armi da Germania e Russia, e principale collaboratore di Papandreou senior. In quattro giorni di ammissioni dinanzi ai magistrati, così come rivela la Suddeutsche Zeitung, Kanta ha fornito numeri, dati e nomi del groviglio di contratti e forniture illegali dal 1997 al 2002. Suscitando non solo la reazione della stampa teutonica, ma anche altre indagini, come quella che punta dritta sui cantoni svizzeri, dove potrebbe essere stata nascosta la gran parte delle tangenti in questione, dal momento che secondo fonti giudiziarie Kanta avrebbe esplicitamente indicato istituti finanziari, conti correnti e modalità di transito del denaro.

Ma la parola Svizzera in Grecia fa rima con Lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori che hanno trafugato miliardi di euro prima che l’allora ministro delle finanze francese (oggi al vertice del Fmi) lo inviasse ad Atene per corriere diplomatico, ma scontrandosi con il muro di gomma dei due ministri delle finanze che non lo protocollarono (Venizelos e Papacostantinou). Un fil rouge, quello della Lista Lagarde, che si ritrova pericolosamente in ogni indagine che conta, come dimostra il fatto che alcuni dei protagonisti si sono suicidati o sono stati trovati senza vita.

Questa è la seconda maxi inchiesta sull’asse Berlino-Atene dopo lo scandalo Siemens quando, in occasione delle Olimpiadi del 2004 (costate tre volte l’importo previsto), vi fu un anomalo e ingente flusso di denaro dalla Germania alla Grecia per assicurarsi commesse e appalti. La stessa azienda tedesca ammise alla fine pagamenti in nero per 1,3 miliardi con la conseguente mini rivoluzione all’interno del proprio management. Alcuni dei top manager più prestigiosi furono costretti a dimettersi, come il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegato Klaus Kleinfeld. Ma senza andare fino in fondo su chi in Grecia quel fiume denaro ricevette e poi, si sospetta, portò all’estero.

Dalle rivelazioni di Kanta risulterebbe che quando scoppiò lo scandalo Siemens, due impiegati di una grande banca tedesca (Dresdner) e altrettanti di una francese (BNP), avevano il compito di “ricevere” fondi neri dalla Grecia. E così come accade nel gioco dell’oca, ecco che si torna indietro fino alla Lista Lagarde, da cui vanno sottratti quattro nomi: l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato in casa impiccato nell’ottobre del 2012; l’ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato per tangenti sulle forniture militari; il mercante d’armi internazionale e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d’albergo; e l’ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. A questo punto mancano solo i nomi di chi ha corrotto i dirigenti ellenici per far avallare acquisti milionari ad un Paese che ha speso ciò che non aveva. Anche per carri armati e caccia militari.

twitter@FDepalo

Caos Turchia, il figlio inguaia Erdogan

Un pm rimosso dall'inchiesta che sta terremotando la Turchia e il coinvolgimento del figlio del premier, su cui gli investigatori stanno indagando.  L'incubo di Gezi Park, rafforzato dal mega scandalo di corruzione, torna prepotente a turbare i sonni di un Erdogan ormai destinato a recitare il copione di un leader finalmente allo scoperto, e da cui partono strali di guerra contro tutto e tutti. Che si ritrova un popolo intero in piazza per manifestare la propria contrarietà verso un leader nell'angolo, che fino ad oggi ha (forse) troppo promesso una democrazia che non è evidentemente nelle sue corde. Secondo il quotidiano Cumhuriyet, dopo i figli dei ministri coinvolti in abusi edilizi e il capo della banca pubblica Halkbank, potrebbe toccare presto anche al figlio del premier, Bilal, e ad una ong a lui legata. Mentre il pubblico ministero, Muammer Akkasm, ha denunciato pubblicamente di essere stato messo da parte dichiarando che «è stato commesso un crimine in tutta la catena del comando» e «i sospettati sono stati autorizzati a prendere precauzioni, fuggire e manomettere le prove». Il primo ministro turco, che aveva bussato alle porte dell'Occidente proclamandosi moderno e riformista per poi scoprirsi denso di falle democratiche e liberali, oggi difende il proprio mandato sostituendo dieci ministri e deleghe. Un attimo dopo il passo indietro dei titolari di Interno, Economia e Ambiente, ecco che non è solo il sodale politico di un tempo ad abbattersi contro Erdogan, ma anche i cittadini. 

Prima le parole dell'imam Fetullah Gülen, classe 1938, fautore della compatibilità tra fede islamica e democrazia. È stato di fatto il predicatore dei «turchi neri» dell'Anatolia, mentre in quegli anni Erdogan era il politico che per primo li aveva legittimati contro l'elite dei «turchi bianchi» di Istanbul e Ankara. Ma dopo aver dato vita insieme alla «Hizmet» (Servizio), la cose cambiarono di pari passo alla reislamizzazione coatta portata avanti da Erdogan. Oggi il premier accusa il predicatore che vive a Philadelphia e che lo ha pesantemente attaccato in occasione della repressione di Gezi Park, di essere il regista di una vera e propria cospirazione americana ai suoi danni, nonostante proprio dagli Usa Erdogan abbia ricevuto numerosi assist diplomatici, sia sul versante cipriota per lo sfruttamento degli idrocarburi nella Zee, sia su quello greco, con gli sconfinamenti aerei dei caccia turchi. A ciò si aggiungano due elementi comunicativi determinati e determinanti: la stampa pro-Erdogan chiede l'espulsione dell'ambasciatore statunitense ad Ankara e lo stesso premier usa toni staliniani contro i suoi oppositori, arrivando a dichiarare pubblicamente che «taglierà le mani» dei suoi avversari politici se useranno lo scandalo corruzione per minare il suo potere. 

Nel mezzo la stampa continentale permissiva che, stoltamente, chiede l'ammissione della Turchia all'Ue come un compromesso alla crisi, e un popolo che, di nuovo in piazza dopo i morti e gli scontri dell'agosto scorso, invoca a gran voce le sue dimissioni. Ancora ieri la polizia turca ha utilizzato gas lacrimogeni e idranti contro i manifestanti, mobilitati da organizzazioni vicine all'opposizione, scandendo slogan contro Erdogan come «La corruzione è ovunque» e «La resistenza è ovunque».
Sui social network turchi la chiamata alla piazza è ormai un mantra, con i militanti pro Erdogan che per tutta risposta hanno organizzato per questa sera una contromanifestazione in Piazza Taksim con lo stesso premier che dovrebbe essere sul palco. Ma la turbolenza si avverte anche all'interno del partito di Erdogan, l'AKP, dove due parlamentari hanno già rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro il tentativo del leader di chiudere le scuole private appartenenti al movimento di Gülen.

Chalouk Ozntalgka e Erdal Kalkan contestano anche la revisione del regolamento promosso dal governo, che impone alla polizia di informare i loro superiori su tutte le indagini svolte . I due parlamentari hanno sottolineato che con questa decisione il governo viola l'indipendenza della magistratura e inibisce indagini imparziali. Insomma, come ha certificato anche il francese Le Monde, è un modello intero ad essere crollato.

twitter@FDepalo

giovedì 19 dicembre 2013

Grecia, la Casta usa soldi Ue per sottotitoli tv. Stop fondi pubblici ad Alba dorata

Mentre la troika lascia Atene senza l’accordo su licenziamenti e tassazione di immobili (rischiano altri 25mila dipendenti pubblici in uscita dal prossimo primo gennaio), il Parlamento spende un milione di euro per i sottotitoli al Canale della Camera: stanziato nel bilancio del 2014, quello più doloroso dell’intera crisi greca, con tagli a tutto (welfare, sanità e previdenza).

La schizofrenia della crisi greca registra oggi da un lato il nulla osta comunitario ai nuovi prestiti, con il Consiglio degli esperti dell’Eurogruppo (EWG) che dice sì all’erogazione della tranche di un miliardo di euro alla Grecia, sospesa dallo scorso luglio. Secondo fonti dell’Eurogruppo, l’accelerata sarebbe stata data dal piano di ristrutturazione per la difesa greca, l’ultimo dei prerequisiti da parte della troika per il rilascio dei denari. Dall’altro nuovi sprechi di stato da parte della casta ellenica, con il canale tematico del Parlamento che iscrive a bilancio 1,1 milioni di euro per i sottotitoli dei programmi mandati in onda in una struttura che già pesa sulle disastrate finanze del Paese. Altro capitolo sui finanziamenti quello legato ad Alba dorata, sui cui con otto sì e un solo no la Commissione etica del Parlamento greco ha deciso di proporre la sospensione del finanziamento pubblico per la formazione neonazista.

“Per il governo – ha commentato il ministro dell’Interno Yannis Michelakis – è incomprensibile che lo Stato e i cittadini finanzino formazioni politiche accusate di essere organizzazioni criminali o terroristiche che si nascondono sotto le spoglie di un partito politico”. Fonti di stampa riferiscono che i presupposti per adottare la decisione esistevano già, ed erano dati dal fatto che, come risulta dagli atti processuali inviati alla Commissione parlamentare dai giudici che indagano su Alba Dorata, alcuni deputati e militanti hanno commesso una serie di gravi reati. Una situazione in continua fibrillazione in cui di contro non cessano scandali e appropriazioni indebite di denaro. Come il buco da almeno 3,5 milioni di euro scoperto tra i conti dell’Okana, l’Organizzazione nazionale per la lotta alla droga.

Le indagini, completate pochi giorni fa, hanno messo in luce una serie di irregolarità e deficit monstre derivanti da precise responsabilità di gestione. Alcuni fondi stanziati per i centri di prevenzione sembra siano stati utilizzati per altre operazioni finanziarie. Il ministro della Salute Adonis Georgiadis ha già chiesto le dimissioni del presidente Okana Menis Maliori. Infine l’ex ministro e cugino dell’ex primo ministro conservatore Kostas Karamanlis, Michalis Liapis, è stato arrestato dalla polizia stradale. Era a bordo di una lussuosa jeep non assicurata, che circolava con una falsa registrazione usata per evadere la tassa sulle auto di lusso. Gli agenti lo hanno ammanettato e condotto nel carcere di Agia Paraskevi.

Twitter @FDepalo

Chi è Ursula von der Leyen, il ministro della Difesa che vuole insidiare la Merkel

Dalla Difesa della Germania all’attacco della Cancelliera? Ursula von der Leyen, 55 anni, ha una carriera importante alle spalle e sarà ricordata nella storia teutonica come il primo ministro della Difesa donna della Germania. Da tempo è indicata come un possibile successore di Angela Merkel.

LA NOMINA
Di professione medico, nel secondo governo Merkel è stata ministro federale del Lavoro e degli Affari Sociali, in precedenza ministro federale della famiglia, degli anziani, della donna e della gioventù. E’ figlia di Ernst Albrecht, un rilevante esponente della CDU, impegnato nella Commissione europea e già Primo ministro della Bassa Sassonia. Suo fratello è il noto imprenditore Hans-Holger Albrecht. Inoltre discende dal barone Ludwig Knoop, un commerciante di cotone e uno degli imprenditori di maggior successo del 19° secolo. E’ uno dei politici più popolari nel Paese, in molti sono pronti a scommettere che la nomina possa celare una possibile staffetta tra due anni proprio al vertice dell’esecutivo.

ALCUNE RISERVE
Non mancano però delle riserve, non tanto personali quanto di opportunità politica: i socialdemocratici temono che con due donne di alto profilo in primissima fila, la Spd finirebbe per giocare ancora una volta un ruolo marginale. Per questo puntano a proprie rappresentanti “rosa” come Andrea Nahles, Manuela Schwesig e Barbara Hendricks nello stesso Gabinetto. Si è distinta in passato per aver proposto un blocco obbligatorio alla pornografia infantile su Internet attraverso l’Ufficio federale di Polizia criminale tedesca, azione che le è valsa il soprannome di “Zensursula”.

BUONE ABILITA’
Ursula von der Leyen potrebbe passare indenne nell’agone politico (e militari)? Secondo il settimanale Spiegel sì, perché si tratta di una leader forte, un buon segretario di Stato capace di padroneggiare le due spinosissime questioni sul tavolo di frau Angela: la riforma della Difesa e il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Nella sua prima uscita televisiva la Von der Leyen ha commentato che è cambiato il ruolo della Germania nel mondo e che vi è forte necessità di investire nella ricerca e nell’istruzione. Ha sottolineato l’importanza di un’economia ben funzionante e di finanze sane. Poi ha parlato in modo molto dettagliato della pensione femminile, assumendosi l’impegno di favorire maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia nel campo militare. Definisce superato l’antagonismo tra i ministeri di Ambiente ed Economia.

L’AGENDA DELLA DIFESA
Adesso è attesa da quattro fronti legati ai mezzi della Difesa: il nuovo MH 90 in grado di evacuare e di trasportare le forze navali, su cui pende la spada di Damocle di un aumento di prezzo significativo; inoltre numerosi sono i dettagli tecnici che manifestano problemi strutturali legati al funzionamento. Altro fronte l’A400M, il nuovo velivolo da trasporto che dal prossimo anno sarà operativo nell’esercito, su cui permangono in sospeso questioni legate alla definitiva approvazione. Inoltre sul dossier “Euro Fighter” non sono ancora chiare le direttive su come smaltire i velivoli precedenti e quanti nuovi mezzi effettivamente ordinare. Infine l’Euro drone, le cui valutazioni si intersecano con la fine delle operazioni in Afghanistan.

twitter@FDepalo

Perché i missili russi al confine tedesco tolgono il sonno alla Merkel

Neanche il tempo di metabolizzare il terzo giuramento consecutivo di fronte al Parlamento tedesco, ed ecco che per la cancelliera Angela Merkel si fanno largo le ansie legate alla politica estera, con i missili russi posizionati più vicini alla Germania. La Russia infatti è in grado di lanciare sistemi mobili di stanza ai confini dell’UE, segnando la zona come di estremo interesse geostrategico.

GLI OBIETTIVI DI MOSCA
È stato lo stesso Vladimir Putin in un discorso pubblico alla nazione a sottolineare l’obiettivo di Mosca: essere una superpotenza. Una condotta che si è caratterizzata negli ultimi giorni anche per l’attivismo sul fronte ucraino, con una re-sovietizzazione imposta a Kiev sottoforma di acquisto massiccio di titoli di Stato per scoraggiarne l’avvicinamento all’Ue. Il mantra putiniano sembra essere quello che non deve rompersi la falange di ex repubbliche sovietiche. Ma da alcuni giorni ecco l’anomalo movimento all’estremità occidentale del Paese: come ha confermato il ministero della Difesa russo diversi missili a corto raggio del tipo “Iskander” sono stati spostati più vicini ai confini con l’Unione europea.

LA ZONA INTERESSATA
Si tratta della “regione militare occidentale”, che si estende dalla zona di Kaliningrad, fino alla capitale e alla città di San Pietroburgo. A sud, la zona si estende fino in Ucraina. I sistemi di lancio mobili possono essere operativi fino al suolo tedesco, ragion per cui tutti i Paesi limitrofi sono interessati.

LE REAZIONI
Il ministero degli Esteri polacco ha definito “preoccupanti” le manovre russe, aggiungendo che si tratta di un “un problema per l’intera Nato” che richiede consultazioni e risposte. Inquietudine anche da parte della Lettonia, con il ministro della Difesa Artis Pabriks che parla di “notizia allarmante”. Il ministro della Difesa estone Urmas Reinsalu ha commentato: “Qualsiasi estensione delle capacità militari della Federazione Russa nella nostra regione è un motivo di preoccupazione”.

IL MISSILE ISKANDER
Il missile Iskander è un missile da crociera, terra-terra, balistico e tattico di produzione russa e appartiene alla classe di missili a corto raggio (SRBM). Il codice NATO è SS-26 Stone. Sono disponibili diverse varianti del missile, l’ultimo ha una portata di 500 chilometri. Il primo lancio di prova ha avuto luogo nel 1996. Dopo ulteriori miglioramenti nel 2005 è stato adottato dalle forze armate russe. La versione più efficace di Iskander, battezzato “Alessandro il Grande”, è chiamata “Tender”, con un carico utile di oltre 800 chilogrammi di esplosivo e una portata di 415 km. Tutte le versioni hanno una precisione molto elevata. Il sistema è montato sul veicolo fuoristrada, perciò può essere spostato rapidamente. Dal comando del lancio fino al lancio stesso da parte dell’apposito team di equipaggio russo sono sufficienti 16 minuti. Ogni sistema comprende tre razzi, il secondo e il terzo possono partire con un intervallo di 40 secondi.

ARMA LETALE
La superficie è rivestita con uno strato protettivo-radar assorbente. A differenza del conflitto nel Caucaso del 2008, dove vennero usati almeno tre missili SS-26 Iskander con testate convenzionali, secondo fonti della stampa tedesca questa nuova versione potrebbe ospitare anche testate nucleari con una forza esplosiva di fino a 200 chilotoni.

LA STRATEGIA RUSSA
Il primo dato analitico successivo al dispiegamento dei missili ai confini europei, risiede nel fatto che Mosca non è apparentemente disposta a chiudere un occhio a fronte di movimenti indipendentisti da parte degli ex Stati del Patto di Varsavia, ma intende far sentire loro il fiato sul collo. Quando nel 2009 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò l’intenzione di fare un passo indietro circa lo scudo di difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca, la situazione tra i due grandi rivali sembrava sul punto di potersi rasserenare. Ma i successivi negoziati non hanno sortito gli effetti desiderati. Inoltre l’instabilità della situazione a Kiev ha aggiunto ulteriori fermenti.

twitter@FDepalo

martedì 17 dicembre 2013

I turchi scambiano migranti con visti Ue

Un passo in avanti e tre indietro. Da un lato fra Ue e Turchia si registra la riapertura del negoziato sulla liberalizzazione dei visti, con l'accordo di riammissione degli immigrati irregolari siglato dal commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmstrom, propedeutico all'abolizione dei visti d'ingresso nell'area Schengen per i cittadini turchi e soprattutto tappa di avvicinamento all'ingresso di Ankara in Europa. Ma dall'altro non cessano le regressioni «culturali» del Paese con, per la prima volta in 90 anni di storia, una deputata che, velata, ha preso la parola nel parlamento monocamerale turco, con le continue provocazioni di Erdogan contro Cipro, con il no del tribunale turco alla richiesta di liberazione di due deputati del partito curdo legale Bdp in carcere preventivo da tre anni. Altro che europeizzazione turca.

Dopo l'annuncio dello scorso 4 dicembre, ecco ieri la firma dell'accordo definito dal ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, «un passo storico per l'Unione europea e la Turchia», sottolineando l'auspicio che «in al massimo tre anni e mezzo, ma speriamo anche in meno tempo, i cittadini turchi riusciranno a viaggiare liberamente nell'Ue». Fonti di Bruxelles sostengono che il governo turco avrebbe dato il nulla osta alla firma dell'accordo in cambio di rassicurazioni ad hoc sui progressi nel processo di liberalizzazione dei visti. Ovvero Ankara sarebbe autorizzata a bloccare la ratifica dell'accordo se non ci fosse l'ok dell'Ue alla libera circolazione dei cittadini turchi nell'area Schengen. L'accordo firmato per la Turchia dai ministri degli Esteri Ahmet Davutoglu, degli Interni Muammer Huler e degli Affari europei Egemen Bagis, e per la Commissione europea dalla commissaria agli Affari interni Cecilia Malmstrom, sarà in vigore non prima del 2017, un lasso di tempo utile, negli auspici di Ankara, al fine di riannodare i fili dell'integrazione europea.

Ma di contro proprio il Paese che dal 2005 chiede asilo al vecchio continente non cessa di caratterizzarsi per derive non proprio democratiche e inclusive. Come il caso di Canan Candemir Cankilik, deputata di Bursa del partito islamico Akp di Erdogan che, per la prima volta in 90 anni, velata, ha preso la parola dalla tribuna della Grande Assemblea di Ankara, in quella che l'opposizione laica ha definito «una reislamizzazione accelerata». In occasione del dibattito sul bilancio 2014 è intervenuta con il capo avvolto nel turban: non succedeva dal 1923, da quando Ataturk impose una rigida separazione fra stato e religione. E ancora, i dissidi mai sopiti con Cipro, invasa dal 1974 con 50mila militari turchi e con il leader in persona Erdogan che nei giorni scorsi, sprezzante nei confronti di uno Stato membro e della comunità internazionale, ha dichiarato pubblicamente che «Cipro non esiste». Inoltre la Turchia mai ha visto di buon occhio gli accordi per lo sfruttamento del gas che proprio Nicosia ha concluso con Tel Aviv, arrivando anche a minacciare tutte le imprese che volessero partecipare ai lavori di indagini sottomarine o costruzione di piattaforme. Non solo: un tribunale turco ha respinto la richiesta di liberazione di due deputati del partito curdo legale Bdp in carcere preventivo da tre anni per presunti legami con il Pkk, con la reazione sdegnata dei dirigenti curdi, che parlano di «scandalo legale» oltre che di «persecuzione politica». Infine una banca turca ha lanciato una nuova carta di credito con una bussola digitale che indica sempre la direzione della Mecca. Ce ne sarebbe abbastanza per procedere con maggiore cautela.

Fonte: Il Giornale del 17/12/13
twitter @FDepalo

lunedì 9 dicembre 2013

Il libro anti euro che scuote la Francia

Vorrà pur dire qualcosa se un sostenitore del federalismo europeo, un docente universitario, non populista né pericolosamente di piazza o che parla «solo» alle pance del Paese, scrive un trattato in cui mette in dubbio la bontà della moneta unica? Nella Francia che si scopre pericolosamente vicina alle sorelle «Piigs» dell'area euromediterranea, dove il fronte interno anti euro si ingrossa a vista d'occhio, un sasso nello stagno lo lancia il celebre analista François Heisbourg che ha fatto suonare l'allarme anche a Berlino. 

La fine del sogno europeo non è il solito pamphlet che getta ombre sull'euro e sulle modalità con cui si è giunti ad unire monetariamente un continente, prima che politicamente. Ma compie un passo in più, visto che si inserisce in un retroterra che, forse più di altri, ha metabolizzato la reale portata (e i danni) della moneta unica. Traendone le successive conseguenze, sociali e politiche. La Francia è scossa, da un lato dalle numerose defaillances della gestione socialista di François Hollande, dall'altro dalla congiuntura complicatissima, con l'Eliseo terrorizzato dal Front National di Marine Le Pen che è in netto guadagno di consensi praticamente ovunque. L'esperimento andato in scena nelle patisserie transalpine qualche settimana fa di mettere in vendita le baguettes del giorno prima a un prezzo dimezzato, è perfettamente riuscito, dal momento che sono andate a ruba. Segno che l'impalcatura sociale di un Paese progredito e sviluppato come la Francia sta accusando maledettamente il colpo di politiche miopi che Berlino sta praticamente imponendo. Non a caso il volume è stato immediatamente segnalato dai conservatori della Frankfurter Allgemeine Zeitung, più preoccupati forse della reazione delle élites francesi, che di un reale disagio, non più solo strisciante, tra i cittadini comuni.

La tesi di Heisbourg è che l'euro altro non è se non un incubo: prima lo si bypassa, prima si esce da una crisi strutturale che, contrariamente, difficilmente verrebbe risolta alla radice. Sottolinea che rientrano nel novero delle ipotesi «possibili», colpi di Stato o un ritorno al terrorismo in stile «anni di piombo» se non si opporrà una soluzione credibile al crack della moneta unica. L'esempio ellenico di Alba dorata è lì a dimostrarlo e purtroppo potrebbe non essere l'unico. Ragion per cui «l'euro come moneta unica in un'Europa senza un governo federale, porta instabilità, squilibrio e stagnazione». Passaggio sul quale si sono concentrati anche gli strali dell'inglese Telegraph che ha colto l'occasione per approfondire le analisi euroscettiche del libro e certificare come ormai le distanze continentali tra sud e nord viaggino su un trend irreversibile. Ma Heisbourg altro non ha fatto che dare corpo a convinzioni che da mesi, ormai, albergano convintamente non solo tra dirigenti e burocrati francesi, ma tra i cittadini vessati da balzelli sempre più pesanti e da un'incertezza occupazionale data anche da un euro troppo forte nei confronti di dollaro e yen. E allora quando osserva che l'euro, che avrebbe dovuto garantire la prosperità a lungo termine e la crescita in Europa, non ha raggiunto il suo scopo, aggiunge sale su una ferita che continua a sanguinare: perché, da mancata occasione, la moneta unica si fa peso e quindi fatale zavorra. A coloro che continuano a sostenere che l'unica via di uscita sia il rigore tout court, Heisbourg replica che una perseveranza rigida e asettica dei programmi di austerità nei paesi maggiormente in crisi, farà saltare la zona euro

La soluzione? Un'azione franco-tedesca coordinata con la Banca centrale europea per lasciare l'euro e tornare alle monete nazionali. Heisbourg non è uomo di estrema destra né di estrema sinistra, non un urlatore né un agitatore di masse. Bensì è un pacato analista apprezzato anche oltreoceano, sostenitore della moneta unica praticamente da sempre, nonché presidente del prestigioso International Institute for Strategic Studies. Ne è passata di acqua sotto i ponti della Senna, da quando il presidente francese Jacques Chirac disse che l'euro sarebbe stata una valuta che avrebbe «legato l'Europa in un patto di pace e libertà». Era l'ottobre del '97 e l'Unione monetaria europea era vista come una straordinaria opportunità. Mentre oggi è ufficialmente la fanghiglia in cui sguazza l'impasse comunitaria.

Fonte: Il Giornale del 7/12/13
twitter@FDepalo


mercoledì 4 dicembre 2013

I consigli di Financial Times e New York Times sul buco greco

Mentre ad Atene si prepara il terreno all’ennesimo scontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali e il governo greco sulle misure da attuare entro il prossimo 31 dicembre (altre tasse e eliminazione della firma del ministro del lavoro per procedere ai licenziamenti), due dei più rilevanti quotidiani internazionali, il New York Times e il Financial Times, affrontano lo spinoso caso ellenico in maniera differente e peculiare.

PROGRAMMA RIFORMISTA
Sul Nyt l’economista Aristide Hatzis scrive che la Grecia è una parte di un continente travolto dalla crisi, mentre il potere economico si sta spostando verso i paesi emergenti. Tuttavia, solo l’Europa può aiutare la Grecia a recuperare. E indica tre priorità: liberalizzazioni e lotta alla tassazione eccessiva che produce sommerso; protezione adeguata dei deboli e a basso reddito; riforma dei sistemi obsoleti di istruzione e salute.

VALUTAZIONE SHOCK
Il FT propone una valutazione-shock: analizzando il piano di sostenibilità delle finanze elleniche proposto dalla troika, osserva che nel corso dei prossimi quattro anni, la Grecia o torna alla dracma, o fallisce. In un’analisi sulla coalizione di governo di Germania, il Financial Times rileva che “la classe politica è impreparata per quello che accadrà nei prossimi quattro anni. La grande minaccia per la Germania non sarà l’incremento demografica, ma la crisi del debito in corso nella zona euro”. E porta come esempio di scenari futuri la valutazione Ocse sul debito greco: si stabilizzerà al 160% del PIL nel 2020. Mentre il sostegno dell’UE e del FMI in tutti i programmi di recupero diffusi si basa sul raggiungimento del 124% del PIL. Per cui scrive “o la Grecia farà default o lascerà l’eurozona o entrambi”. E chiede all’Ue di concedere estensioni sui prestiti con scadenze più lunghe e tassi di interesse più bassi.

NEGOZIATI
Proseguono intanto i negoziati della troika con il governo di Atene. Il premier conservatore Antonis Samaras è alla ricerca di un complicatissimo equilibrio, non fosse altro perché se da un lato pochi giorni fa (nel silenzio quasi totale della stampa italiana) Moody’s per la prima volta in sei anni non ha espresso una valutazione negativa sui conti greci, dall’altro è ancora una volta la squadra dei creditori internazionali a fare notizia per via del disaccordo che esiste con il governo ellenico.

MISURE SUPPLEMENTARI
Il nodo sono le aste sulle proprietà e i licenziamenti collettivi, che possono da un lato testare la forza dei gruppi parlamentari al governo delle larghe intese, ma dall’altro portare alla rottura e quindi alla caduta del governo, visto che la maggioranza parlamentare (151 minimo su 300 eletti) può contare solo su tre deputati in più del necessario. “Creare un proprio parlamento e portare lì le misure” è la frase che con frequenza il premier Samaras utilizza ironicamente con i propri collaboratori nei vertici fiume convocati con il titolare delle finanze Stournaras. Sarà quest’ultimo a dover avallare entro Natale le misure lacrime e sangue condicio sine qua non per accedere all’ennesima tranche di aiuti economici, pena il default: quando il ministro delle Finanze dovrà, sotto la pressione della troika, attuare misure dal grande costo sociale e politico. Nonostante l’euforia creata temporaneamente ad Atene nelle ore successive all’incontro di Samaras con la cancelliera Merkel, il governo ellenico “scopre” solo oggi che la troika gioca al rialzo.

I NODI
Ad oggi i punti di disaccordo sono da ricondurre essenzialmente a due macro elementi. Sulle aste immobiliari Atene insiste sul fatto che è necessario abbassare la soglia per il valore oggettivo della residenza al fine di soddisfare i nuclei familiari in difficoltà. Al contrario, la troika preme per l’introduzione di criteri di reddito, che, però, i due partner di governo rifiutano: temono che in quel caso fuori dall’ombrello protettivo verrebbero a trovarsi moltissime famiglie, con conseguenti ripercussioni in termini di credibilità del governo (al momento già ai minimi). Tra l’altro è all’orizzonte  una ricapitalizzazione delle banche per undici miliardi di euro per coprire il deficit di finanziamento di 2014 -2015. In secondo luogo i licenziamenti collettivi: la troika pretende di abrogare la legge esistente così da non essere indispensabile la firma del Ministro del Lavoro. Il governo invece propone che sia una circolare ministeriale a stabilire i casi degli esuberi. E l’Eurogruppo del prossimo 9 dicembre diventa sempre più una data cerchiata in rosso anche nel nuovo Bundestag.

Formiche del 2/12/13
twitter@FDepalo

In un libro i segreti della «pasionaria» Yulia

Vittima di un complotto internazionale ordito per il predominio del gas o parte integrante di un sistema i cui ingranaggi si muovono “raso il precipizio”? Il caso Julia Tymoshenko visto attraverso le lenti della sua trasformazione di immagine: prima minuta, avvenente e inquieta, di origini ebraico-armene e dai capelli corvini; poi gli studi alla soglia dei trent'anni, gli affari, la politica e quell'acconciatura tradizionale senza precedenti. Per fare luce su una figura controversa, ecco unop dei primi tentativi inchiestistici presenti in Italia:  “Julija Tymošenko – La conquista dell’Ucraina”, di Ulderico Rinaldini (Sandro Teti Editore), con l’introduzione di Alessandro Politi, corredato da alcune interviste realizzate a Kiev nell’estate del 2013 dall’editore. Lo stesso Teti vanta un passato professionale in Ucraina, avendo lavorato a lungo in gioventù in Unione Sovietica, nella redazione italiana dell’agenzia di stampa Novosti. 

Ma per quale ragione, soprattutto in Italia, si fatica a decifrare la reale portata del caso Tymoshenko? Il libro-inchiesta propone la tesi della ricostruzione giornalistica asettica, raccontando come abbia avuto origine l'immenso patrimonio economico di Julia, stimato nella cifra folle di undici miliardi di euro. La chiave per comprendere il rapporto tra gas e politica prende il nome di  Pavel Lazarienko, ovvero il primo ministro dell’Ucraina tramite cui Julia ha potuto far moltiplicare il proprio business. Insieme sono riusciti a gestire in modo esclusivo il gas trattato dalle imprese ucraine, riporta il volume. La società di intermediazione della Tymoshenko possedeva i contratti con società russe da cui acquistava il gas per rivenderlo maggiorato di quattro volte il prezzo iniziale, e ricevendo anche prodotti metallurgici di alta qualità. Ma quanti conoscono esattamente il motivo del suo arresto, della sua condanna e l'origine esatta delle sue ricchezze?

In occidente le immagini e le notizie veicolate riguardano per lo più la cosiddetta rivoluzione arancione, la prima vittoria di Janukovich, il colpo di Stato, il terzo turno di elezioni, la vittoria di Julia. Ma non gli interstizi dei rapporti personali, delle dinamiche intestine che esistono in quella fetta di Ucraina assai peculiare: un paese con immensi conglomerati industriali, dall'altissima caratteristica maschilista, dove per una donna è praticamente impossibile emergere e toccare con mano posti di potere e conti a sei cifre. Ma Julia è stata parte integrante di quello spaccato, una realtà appartenente allo spazio post sovietico degli anni novanta, che nel libro appare con un destino comune rispetto a molti altri oligarchi del Kazakistan o della Russia. Anche se un capitolo a parte meriterebbero ad esempio le agenzie di stampa, gli intrecci tra editoria, politica e imprese, la qualità di informazioni passate al di qua degli Urali su cui ancora troppo pochi sono gli approfondimenti.

Fonte: Il Giornale dell'1/12/13
twitter@FDepalo

Cipro, perché i turchi aprono la caccia agli idrocarburi

Mentre numerosi conti della Bank of Cyprus nel Regno Unito, ritenuti ad alto rischio, stanno per essere chiusi, nella parte settentrionale dell’isola occupata dai militari turchi ecco arrivare la piattaforma petrolifera che apre la caccia al petrolio in quella porzione di Mediterraneo dove però la Turchia è di fatto fuori legge. Pochi giorni prima il presidente turco Erdogan aveva provocatoriamente detto che “Cipro non esiste” nel silenzio ambiguo della comunità internazionale. Ma il rischio è di “pestarsi” i piedi con sondaggi già attivi frutto dell’accordo tra Nicosia e Tel Aviv dello scorso anno.

APERTA LA CACCIA
Da Ankara è partita ufficialmente la caccia ai preziosi idrocarburi: è stata infatti inviata una piattaforma petrolifera al largo della costa settentrionale di Cipro che occupa dal 1974 ancora oggi con 50mila militari e dove ha autoproclamato la fantomatica Repubblica turco cipriota del Nord, non riconosciuta né dall’ONU né dalla Comunità internazionale, mentre la Repubblica di Cipro (a sud) è uno stato membro dell’Ue a tutti gli effetti. Secondo il quotidiano turco-ciprota Kibrisli la piattaforma “GSP Jupiter”, di proprietà della compagnia romena Sonnat Offshore, è giunta in località Kerynia dopo una serie di trivellazioni condotte in segreto nelle ultime settimane da un’altra nave. E adesso si prepara a cercare il petrolio.

OCCUPAZIONE TURCA
Cipro ha provveduto dallo scorso anno a formalizzare un pre accordo con Tel Aviv sullo sfruttamento dei giacimenti sottomarini presenti nelle sue acque sudorientali. Da più parti ci si chiede come possa oggi la Turchia pretendere diritti in un luogo di cui ufficialmente non è legittima proprietaria dal momento che l’ha occupata dal 1974. E ancora oggi la presidia con circa 50mila militari in loco, che nel corso degli ultimi quattro decenni hanno provveduto a far deperire il preziosissimo patrimonio artistico e culturale presente, con icone antecedenti l’anno mille, con cimiteri come quello di Termia devastati dai cingoli dei carri armati. E con Chiese bizantine, maronite ed ebraiche trasformate in caserme, stalle o bordelli come testimoniato dal volume di Charalampos Chotzakoglou, docente di Byzantine Art and Archaeology all’Hellenic Open University di Atene e al Museum of Kykkos Monastery di Cipro, “Monumenti religiosi nella parte di Cipro occupata dalla Turchia – Fatti e testimonianze di una continua distruzione”, tradotto anche in italiano.

CONVENZIONE MONTEGO BAY
L’intero comparto dello sfruttamento delle risorse minerali, quindi anche il controllo esclusivo su tutte le risorse economiche del suolo sottomarino antistante alle proprie coste, è disciplinato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, nota anche come Convenzione di Montego Bay. Risale al 1982 e prende il nome dalla località giamaicana dove fu sottoscritta. In vigore dal 1994, è stata applicata da ben duecento Paesi.

MODALITA’
La convenzione di Montego Bay disciplina l’estensione della sovranità territoriale degli Stati anche sulle acque marine antistanti alle loro coste, definendo contenuti e limiti di tale sovranità. In ragione di essa quindi la sovranità dello Stato può estendersi per massimo dodici miglia fino ad una zona di mare adiacente alla sua costa, il cosiddetto mare territoriale, su cui il singolo Stato esercita le proprie prerogative. Invece lo sfruttamento esclusivo di minerali, idrocarburi liquidi o gassosi, si estende su tutta la propria piattaforme continentale, intesa come il naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare negli abissi. Per cui lo Stato costiero è unico titolare del diritto di sfruttare tutte le risorse biologiche e minerali del suolo e del sottosuolo.

CONTRADDIZIONE
Il corto circuito di questa delicatissima faccenda è squisitamente geopolitico, ma prima ancora legislativo. Infatti l’ordinamento internazionale non permette a raggruppamenti di persone o territori di pretendere eguali diritti o di muovere analoghe pretese a quelli di Stati sovrani dinanzi alla comunità internazionale. Per cui anche l’autoproclamatasi Repubblica Turca di Cipro del Nord, a nome della quale il governo turco sostiene l’esistenza di un diritto sulle risorse a Cipro, non ha i titoli per avanzare pretese di sorta.

CASO BANK OF CYPRUS
Una situazione in cui, complice la crisi delle banche cipriote sfociate lo scorso mese di marzo con il prelievo forzoso sui conti, ha accentuato l’esigenza di individuare una pax tra le due fazioni, con al centro i preziosi idrocarburi appetiti da tutte le parti in causa. Sul fronte bancario è delle ultime 24 ore la notizia della chiusura di decine di conti designati come “ad alto rischio” della Banca di Cipro nel Regno Unito e di proprietà e politici e funzionari governativi provenienti da Cipro. L’annuncio è stato dato dal governatore della Banca Centrale cipriota, Panicos Demetriades, in occasione di un’interpellanza alla Camera del deputato dell’AKEL, Irini Charalampidou. Il Governatore della Banca Centrale ha confermato l’informazione, sottolineando che i conti ammonterebbero a un centinaio.

Fonte: Formiche del 3/12/13
twitter@FDepalo