giovedì 17 luglio 2014

Progetti e finanziamenti dell’agenda green di Obama


Progetti e finanziamenti dell'agenda green di Obama
Che cosa è e dove vuole arrivare il Climate Change Iniziative, la risposta di Obama ai suoi detrattori. Dagli investimenti sull'alimentazione nei luoghi colpiti da catastrofi climatiche, ai finanziamenti per migliorare le infrastrutture di energia elettrica nelle zone rurali di otto stati.
E’ sul cambiamento climatico che si giocherà la nuova partita politica della Casa Bianca targataObama. Un gruppo di lavoro è da tempo all’opera per offrire un supporto significativo all’agenda “clima” del presidente. L’obiettivo è dare slancio al tema green per controbilanciare deficienze programmatiche ed inciampi politici.
L’AGENDA CLIMA
I singoli progetti appartengono ad una più ampia strategia obamiana per sostenere con forza la sua agenda green. Nello scorso mese di giugno l’Environmental Protection Agency ha diffuso un report in cui si indirizzano gli Stati a presentare piani per ridurre l’inquinamento di carbonio dalle centrali elettriche. La proposta prende di mira le centrali a carbone, ovvero la più grande fonte nazionale di inquinamento. Lo scopo è diminuire la richiesta di carbone anche per favorire un sostegno politico trasversale a questa accelerata verde del Presidente Obama che punta con decisione su altre fonti energetiche.

IL CLIMATE CHANGE
Il presidente Obama annuncerà una serie di iniziative riguardanti il cambiamento climatico, circa la fornitura di energia elettrica, il miglioramento della pianificazione locale per prevenire le inondazioni, l’erosione costiera e mareggiate. Infine grande risalto sarà dato ad una migliore previsione dei rischi di frana, come dimostrano l’innalzamento dei livelli dei mari e l’intensificazione di tempeste e fenomeni di siccità.

LA TASK FORCE
Gli obiettivi che saranno raggiunti, nelle intenzioni, coinvolgendo una serie di agenzie federali sul territorio, sono stati alla base delle raccomandazioni fatte al presidente dai governatori: si tratta di una task force che opererà di concerto con i singoli stati composta da un gruppo di 26 funzionari che dallo scorso novembre hanno lavorato per sviluppare proposte e direttrici di marcia.

I FONDI
Uno dei progetti coinvolge il puntellamento dei distretti alimentari nei luoghi colpiti da catastrofi climatiche, ragion per cui il Dipartimento dell’Agricoltura dovrebbe stanziare 236,3 milioni dollari per migliorare le infrastrutture nelle zone rurali di otto stati. Il Dipartimento dell’Agricoltura dovrebbe anche prevedere altri fondi a sostegno delle zone rurali che sono alle prese con gravi fenomeni di siccità.

IL GEOLOGICAL SURVEY
Il Geological Survey, assieme ad altre agenzie federali, investirà circa 13 milioni di dollari per sviluppare sistemi di raccolta dati e di cartografia tridimensionale, ciò consentirà alle amministrazioni di elaborare strategie e di prevenire danni e disservizi. Inoltre il Bureau of Indian Affairs avvierà un programma da 10 milioni dollari per formare cittadini e addetti ai cambiamenti climatici e il Centers for Disease Control and Prevention pubblicherà una guida dal titolo “Valutazione della vulnerabilità della salute ai cambiamenti climatici”. L’obiettivo è tentare di identificare i rischi per la salute che potrebbero essere causati dai cambiamenti climatici.

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mercoledì 16 luglio 2014

Perché la Libia rischia di essere un nuovo Afghanistan

Perché la Libia rischia di essere un nuovo Afghanistan
Fatti, ricostruzioni e polemiche
Da tre giorni le milizie islamiste in Libia, dopo aver provocato scontri armati, hanno bombardato a colpi di missili l’aeroporto di Tripoli. E mentre la situazione si fa incandescente anche per gli interessi italiani in zona, senza che il nuovo parlamento sia in grado di arginare i pericoli, il Giornale monta una polemica sul mancato intervento da parte del nostro ministero degli Esteri.
QUI TRIPOLI
Il quadro è complesso. Missili contro l’aeroporto sono stati lanciati dalle milizie islamiste: è stato distrutto il 90% della flotta aerea. Per questo il governo locale chiederà un intervento armato internazionale, anche se per il momento non ci sono risposte concrete da parte dei vertici continentali. La città è un vero e proprio campo di battaglia a causa del quale l’ONU ha evacuato il proprio personale dal Paese.
L’ATTACCO ALL’AEROPORTO
Mentre il nuovo governo si sta impegnando per imporre l’ordine, nelle strade ecco aggirarsi i combattenti che si erano sollevati contro Gheddafi e che mai sono stati disarmati. L’intera area aeroportuale è sotto il controllo degli ex combattenti dalla città occidentale di Zintan che hanno tenuto banco dopo la caduta di Tripoli nel 2011. Da mesi il teatro dello scontro si è spostato nei siti dei giacimenti petroliferi, con grossi rischi per l’economia mediterranea.
E L’ITALIA?
“La Libia brucia e l’Italia non c’è” titola oggi Il Giornale in un’analisi firmata da Gian Micalessin, in cui si ragiona sul fatto che mentre Tripoli è in fiamme, il ministro degli Esteri Federica Mogherini“vaga tra Israele ed Egitto dedicandosi ad una questione mediorientale in cui, realisticamente, neppure la presidenza di turno dell’Ue ci consente di giocare un ruolo effettivo”. Ma la colpa più grave del nostro ministro non è di essere in Medio Oriente, aggiunge, né di starci al fianco dell’omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier, sperando di ricavarne benefici europei.
LA COLPA DELLA FARNESINA
“La colpa più grave è di trascurare, nel mentre, quel che succede in una ex colonia asse cardinale dei nostri interessi strategici nel Mediterraneo. Un’ex colonia da cui, se continua di questo passo, rischiamo di non importare più né petrolio, né gas. Un’ex colonia che minaccia, invece, di travolgerci con un’immigrazione fuori controllo e un terrorismo fondamentalista in rapida espansione”.
QUI WASHINGTON
Gli Stati Uniti già dodici mesi fa avevano scommesso sulla capacità italiana di impiegare diplomazia e intelligence proprio al fine di “esercitare una sorta di patronato politico militare sulla nostra ex colonia. Un’occasione non da poco per tornare a giocare un ruolo di primo piano dopo una guerra a Gheddafi che rischiava metterci completamente fuori gioco”, osserva Micalessin.

CHI C’E’ IN LIBIA
Al momento nel Paese l’Italia conta un connazionale rapito, 200 lavoratori, oltre a 700 residenti con passaporto italiano ed una Eni impegnata nel difficile compito di continuare a estrarre gas e petrolio. Senza dimenticare un ruolo militare specifico, con una missione congiunta utile all’addestramento dell’esercito libico.

LE REAZIONI
“Siamo profondamente preoccupati per il livello di violenza in Libia”, ha detto il segretario di Stato americano John Kerry in occasione di una conferenza stampa a Vienna. “E’ pericolosa e deve fermarsi. Stiamo lavorando molto duramente attraverso i nostri inviati speciali per trovare la coesione politica, che può portare il governo della Libia a fare cessare questa violenza”.
IL GOVERNO LIBICO
Il portavoce del governo, Ahmed Lamine, ha annunciato la possibilità che forze internazionali possano intervenire per migliorare la sicurezza interna. Ma non è chiaro se vi sia stata una vera proposta libica formale, tanto meno la volontà internazionale di inviare truppe. Molte cancellerie occidentali temono che quel passo possa portare con sé ulteriore caos con aiuti ai miliziani che potrebbero giungere da altre vie. E trasformando di fatto la Libia in un nuovo Afghanistan, con le due fazioni mondiali impegnate ad affrontarsi.
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venerdì 11 luglio 2014

Non solo Cia. Tutti i dossier che arroventano Washington e Berlino

Non solo Cia. Tutti i dossier che arroventano Washington e Berlino
Che cosa si cela anche dietro l'ultima controversia che oppone la Germania agli Stati Uniti
Le tensioni tra Usa e Germania sul caso Cia sembrano non placarsi. Dietro le iniziali reazioni di natura strettamente politica, a farsi largo sono in verità gli “altri” tavoli pendenti fra le due potenze.
LA SCELTA DELLA MERKEL
La Cancelliera tedesca, assumendo la decisione senza precedenti di espellere il capo della Cia a Berlino, ha scelto una strategia aggressiva. Uno strappo che non sarà facile ricucire rapidamente, dice Paolo Lepri sul Corriere della Sera di oggi. Troppi – secondo il ragionamento di Angela Merkel – i presunti undici anni di intercettazioni continuate sulle sue utenze. Come ha rivelato un report pubblicato dallo Spiegel, i controlli della Cia sarebbero durati dal 2002 al 2013, terminati alla vigilia della visita di Barack Obama a Berlino.
LA DIFESA DEGLI USA
Dallo staff di Obama traspare “stupore” per una mossa che avrebbe spiazzato la stessa Casa Bianca, con Obama che sarebbe stato tenuto all’oscuro di tutto. Jim Hoaglan, premio Pulitzer ed editorialista del Washington Post, dice al quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli che si tratta della cosa “più stupida mai fatta da un’agenzia di intelligence”, dal momento che si tratta di informazioni che si sarebbero potute estrapolare anche da un’attenta lettura dei giornali, senza innescare queste reazioni.
IL NODO DEL TTIP
Ricadute significative potrebbero aversi anche rispetto al TTIP, la partnership per l’apertura dei mercati transatlantici al commercio e agli investimenti. Già a seguito del caso Snowden, in Germania l’opinione pubblica aveva ampliato il solco della propria contrarietà nei confronti della politica economica di Washington. Un passaggio che, come rimarcato anche dal Sole 24 Ore in una analisi di Mario Platero, è estremamente delicato.
ALTRI TAVOLI
Ma l’atteggiamento della Cancelliera (duro e subito reattivo), così come evidenziato in alcuni passaggi da molti analisti e anche da Jonathan Laurence (docente di scienze politiche al Boston College) intervistato da Repubblica, potrebbe essere propedeutico ad altri tavoli che interessano i due Paesi, come la questione relativa alle sanzioni pro Russia sul caso ucraino, senza dimenticare il dossier energetico e il già citato accordo di libero scambio.

CANDIDA ARROGANZA
Di candida arroganza degli Usa parla invece Sergio Romano nel suo fondo sul quotidiano di via Solferino, soffermandosi sulla differenza dell’espulsione decisa dalla Merkel rispetto a quelle (all’ordine del giorno) registrate durante la guerra fredda. Se da un lato l’11 settembre, sottolinea Romano, ha creato un nuovo e inimmaginabile spartiacque nella definizione della lotta al terrorismo, dall’altro ecco proprio la “candida arroganza” degli Usa che sono “usciti male delle ultime guerre, anche se continuano a considerarsi indispensabili”.
I FIVE EYES
La storia della spie Usa in Germania inizia quando la Merkel provò a entrare nell’organizzazione “Five eyes” così come riportò qualche mese fa su Panorama Marco Cobianchi, citando il Financial Times, secondo cui dopo aver saputo dell’esistenza di “Five eyes” e dell’attività spionistica della Nsa, la Merkel ha chiesto alla Nsa che i servizi segreti tedeschi fossero accettati all’interno della organizzazione. In cambio di cosa? Dell’assicurazione che Berlino non venisse più spiata. Ma la richiesta della Merkel fu stata respinta in quanto gli Usa non ammettevano gli ultimi arrivati nella cosiddetta anglosfera.
LO SPIONAGGIO DEI FRIENEMY
L’espulsione del numero uno della Cia a Berlino è considerato ad ogni modo un fatto grave, che per scelta della Cancelliera è stato tale e non ridotto ad un semplice richiamo verbale o ad una segnalazione riservata tra le due capitali. Per Vittorio Zucconi è “un ceffone di poco effetto pratico”, perché la pratica del cosiddetto “spionaggio dei frienemy” continuerà come naturale.

venerdì 4 luglio 2014

Grecia, Consulta sfida la troika: “Taglio stipendi dei giudici è incostituzionale”

Il taglio di stipendi e pensioni imposto dalla troika ad alcuni lavoratori greci è incostituzionale. Secondo la Corte ellenica la sforbiciata imposta da Commissione Ue, Fondo monetario internazionale e Bce agli stipendi di pm e militari è contraria alla costituzione. Fa il paio con la decisione del dicembre scorso passata sotto silenzio secondo cui erano incostituzionali anche le riduzioni degli stipendi dei giudici in attività e di quelli in pensione. L’Aero Pagos, ovvero la Corte Costituzionale, ha deciso quindi che magistrati e militari andranno risarciti. E subito ci sono state aspre proteste da parte della gente comune e di altri ordini professionali che sotto il Parlamento hanno esposto striscioni con su scritto: “Perché a militari e giudici si e ad altri no?”.
Adesso la palla passa al Consiglio di Stato che ha tempo da sei mesi a un anno per confermare o meno il pronunciamento della Corte. Secondo i giudici che hanno bocciato il taglio degli stipendi, esso è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E la decisione, se confermata, sarebbe retroattiva a partire dal 1 agosto 2012. Quindi potrebbe trasformarsi in un precedente anche per i tagli alle pensioni dei diplomatici, dirigenti medici e professori universitari. I giudici hanno ritenuto che la sforbiciata superi i limiti stabiliti dai principi costituzionali di proporzionalità e di parità di trattamento negli oneri pubblici. Ma la riduzione delle pensioni non può essere fatta senza prima valutare il vantaggio finanziario in relazione al suo impatto; se la riduzione verrà valutata come necessaria allora potrà essere compensata da altre misure con effetto equivalente.
Il caso dei giudici segue quello degli altri cittadini a cui il governo, tramite il memorandum imposto dalla troika, ha tagliato stipendi, pensioni e indennità nel pubblico come nel privato. Per cui il ragionamento riguarda il principio della sovranità nazionale degli Stati membri, che è stata intaccata non da provvedimenti interni ma da una legge (il memorandum) imposta da un terzo soggetto (la troika appunto) che è giurisprudenzialmente estraneo allo Stato stesso.
E il governo di Atene che cosa farà? L’intenzione, ha detto pubblicamente il vice ministro dell’economia Christos Staikouras dopo aver incontrato i sindacati dei militari, è quella di attuare le decisioni del Consiglio di Stato in breve tempo. Al vertice era presente anche il presidente della Federazione panellenica di agenti di polizia (Poas) Christos Fotopoulos. Secondo cui, anche se nessuno ha specificato numeri e tempi, in caso di marcia indietro occorre trovare 600 milioni di euro solo per coprire gli arretrati da restituire: 200 milioni ogni anno per gli aumenti salariali, per poi ripristinarli ai livelli del 2012. Per cui la decisione dell’Aero Pagos apre a un possibile colpo di scena nel caso ellenico, con un organo giudicante che potrebbe invalidare una legge come il memorandum. La prima domanda è se il recupero di quei denari potrà portare anche altri lavoratori a fare ricorso contro i tagli della troika. La seconda, se gli stessi giudici siano pronti a prendere decisioni altrettanto forti per altri settori occupazionali.
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lunedì 23 giugno 2014

Grecia e Italia, ecco come e quanto investono gli Emirati Arabi Uniti

Emirati Arabi e Cina investono massicciamente nella Grecia post memorandum, rispettivamente con 36 e 6,5 miliardi di euro. Ecco come, dopo le puntate arabe in Italia che hanno portato al matrimonio tra Etihad e Alitalia, i denari degli Emirati Arabi fanno rotta sulla Grecia ma guardando con interesse all’intera area mediterranea.

ALI-HAD
Dopo aver quasi risolto la partita con Roma, dagli Emirati si apre un altro fronte di possibili e future convergenze. Trentasei miliardi di euro pronti dagli Emirati Arabi per essere riversati in Grecia. Primo obiettivo del Consiglio gli investimenti di Abu Dhabi, è l’Astir Palace Resort di Atene, una struttura faraonica presente nella lista delle privatizzazioni e degli immobili che lo Stato ha messo sul mercato, proprio come il vecchio aeroporto di Atene, per cui il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha annunciato un investimento da 7 miliardi di euro.

BUSINESS E LAVORO
Accanto al business che verrà creato, le stime emiratine parlano di un’opportunità di lavoro per circa 50mila occupati. Gli annunci sono giunti in occasione del Comitato ministeriale EAU-Grecia nella capitale greca, alla presenza delle autorità elleniche (come il Vice Primo Ministro greco e Ministro degli Esteri, Evangelos Venizelos) e del Ministro dell’EAU, Sultan bin Ahmed Al Jaber. I greci potrebbero a questo punto sostenere la candidatura degli Emirati all’esenzione dall’obbligo del visto Schengen oltre alla gara per diventare sede del World Expo 2020.

COLLABORAZIONE
La parte araba ha inoltre approfittato dell’occasione commerciale per stringere un’alleanza anche politica con la Grecia, a cui chiedere appoggio in vista della candidatura degli Emirati Arabi Uniti per l’adesione non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il periodo 2022-2023, oltre che per una serie di altri passaggi come la nomina per la rielezione dei membri del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il 2016-2018, la nomina per la rielezione alla International Telecommunication Union (ITU) per il 2015-2018.

CHI HA FIRMATO
Sono stati siglati accordi in una serie di ambiti come la promozione degli investimenti e cooperazione in campo militare, agroalimentare e sportiva tra società come Al Maabar International Investment, Latsis Group, Lamda Development, Energy Solutions, Abu Dhabi National Energy Company, Gek Terna Group.

CINA
Non solo gli Emirati, ma anche la Cina ha messo gli occhi sulla Grecia. Non da oggi Pechino dispone un vero e proprio “braccio meccanico” operativo al centro dell’Egeo, grazie alla privatizzazione del porto del Pireo che ha consentito dieci anni fa alla Cosco Cina (che possiede il 67% del porto) di operare in una delle aree più significative del mare nostrum, permettendo alle navi porta container in rotta verso l’Europa di evitare l’approdo a Rotterdam, risparmiando così una settimana di viaggio.

ACCORDI
Due giorni fa ecco la visita ad Atene del primo ministro Li Ketsiangk con al seguito un gruppo di industriali. Al termine della visita in Grecia, sono stati siglati 19 accordi commerciali per un valore stimato di 6,5 miliardi di dollari. Tra i principali accordi la collaborazione per promuovere gli scambi e la cooperazione degli investimenti, firmato dal ministro dello Sviluppo Nikos Dendias e il suo omologo cinese Gao Hucheng, così come un accordo sui prestiti bancari cinesi al fine di costruire nuove navi greche nei cantieri navali cinesi. La Grecia potrà esportare prodotti come olio d’oliva, vino e marmo mentre in loco i cinesi costruiranno parchi solari.

lunedì 16 giugno 2014

Tv-trash: né topa né gatta, solo cattiva educazione

“La vita – diceva Michel de Montaigne – è un movimento ineguale, irregolare, multiforme”. Non è vero che la gaffe con Sofia Loren del comico toscano che ha presentato i David di Donatello ha riportato attenzione su un “evento che non interessa più nessuno”. In questa Italia dove la sobrietà e la buona educazione vengono mortificate dalla rottamazione persino delle buone maniere, si fa strada il rischio che tutto venga giustificato sull’altare del cambiamento e della modernità.

Dare in televisione della topa o, a seconda delle regioni di provenienza, della gatta, ad una donna che ha fatto la storia del cinema italiano ha poco a che vedere con share e irriverenza: è roba da cafoni, punto. Altro, poi, ragionare serenamente e dati auditel alla mano su format che non tirano più quanto si vorrebbe o su contenitori che non stimolano il grande pubblico a sintonizzarsi su quel canale. Per un ventennio le doglianze della critica televisiva si erano concentrate sulla crisi del racconto, con interi pezzi di vita del nostro Paese sottaciuti o sotterrati a seconda delle esigenze, passando per la proliferazione dei pollai televisivi dove tutti si insultavano reciprocamente anziché spiegare nel merito ricette e proposte.

Ma c’è un pezzo d’Italia che è riuscito a fare anche peggio della politica, evidenziando non la dipendenza dal trash ma la sua omologazione come iper parametro di valutazione. È quella deriva 2.0 che lo stesso comico ha orgogliosamente spiegato ai giornalisti che lo incalzavano, citando eventi simili negli Usa dove i presentatori portano pizze in studio e coinvolgono attori e star. Non si rammenta, ad esempio, che David Letterman abbia mai epitetato in tale modo Hillary Clinton o Madonna nei propri studi. E allora il pericolo che si strutturi una vera e propria arena, con un altro circo mediatico dove tutto è concesso “perché lo spettacolo di prima era noioso in quanto ingessato” è un assunto che non va bene per nulla.

Ed ecco giunti al David, con niente altro se non l’analisi di sempre, con il lato B che sul grande schermo buca più di una lezione di filosofia. Ma non per questo deve passare il messaggio che la seconda debba sparire in favore del primo. Comici o meno.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/6/14
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Elezioni in Kosovo, vince il premier uscente Thaci: ipotesi governo di larghe intese

Hashim Thaci, premier uscente, è ancora il più votato in Kosovo ma le opposizioni rimontano rispetto alle attese. Le elezioni anticipate che hanno interessato tutto il Paese, compreso il nord e senza distinzioni di etnie, vedono in testa Thaci con il 31% e il suo Partito democratico del Kosovo (Pdk). Seconda la Lega democratica del Kosovo (Lkd), con circa il 26%. Un pezzo dell’alleanza governativa, invece, la Nuova alleanza del Kosovo (Akr) registra una battuta di arresto con solo il 4,7% raccolto. Delusione anche per il movimento nazionalista Vetevendosje (Autodeterminazione), votato dal 13,6% degli elettori, che invece sperava in percentuali “alla Farage”, mentre la sorpresa è rappresentata dal nuovo movimento “Iniziativa per il Kosovo” (fondato da due oppositori di Thaci nel Pdk) che raggiunge il 5% dei voti.

Già dalla scorsa notte Thaci ha annunciato il proprio successo, ringraziando per la fiducia nei suoi confronti e promettendo “un rinnovato impegno per riformare il Paese, migliorare l’economia e proseguire sulla strada dell’integrazione europea”. Ma proprio il leader di oggi deve convivere con un passato particolarmente scomodo: per anni ha guidato l’UCK, la milizia kosovara che combatteva contro le truppe di Belgrado. E’stato anche interessato da una serie di accuse pesanti, come traffico di droga, di esseri umani, di organi e torturatore secondo un report redatto dalla commissione di inchiesta del Consiglio d’Europa. In occasione dello spoglio non si è registrato alcun episodio legato alla legalità del voto, circostanza su cui nei giorni scorsi era intervenuta anche la Commissione Europea.

“L’Unione europea desidera vedere elezioni legislative libere, eque ed inclusive”, aveva detto alla vigilia elettorale fa il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, dal momento che queste sono “le prime elezioni dopo la conclusione dei negoziati dell’accordo di associazione” fra Ue­ e Kosovo. “Il Kosovo ­- ha aggiunto ­- ha fatto importanti progressi nelle sue relazioni con l’Ue e nella normalizzazione delle relazioni con la Serbia“. Il voto si presta ad una doppia lettura: da un lato i numeri hanno confermato in testa il partito del premier uscente, dall’altro le opposizioni insieme raggiungono quasi il 60%, quindi fiducia nel leader ma non nel suo partito e voglia di cambiamento nel Paese.

Se gli equilibri verranno confermati, difficilmente si potrebbe assistere ad un governo monocolore di Thaci, ma verosimilmente si andrebbe verso un governo di larghe intese per fare riforme e poi tornare al voto, come la stampa kosovara e albanese ha già fatto trapelare da questa mattina. Mero Baze dalle colonne del magazine Express osserva che il risultato è un chiaro segno di stabilità nazionale per il partito di Thaci, ma rappresenta una precisa richiesta di cambiamento della società kosovara, dal momento che gli elettori hanno eliminato dalla scena politica l’ex leader Behgjet Pacolli. Per cui, certifica, “i partiti dovrebbero rispettare quello spirito di cambiamento dando vita ad un esecutivo con un’ampia base, se l’opposizione non riuscirà a trovare un terreno comune per formare una maggioranza tutta sua”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 9/6/14
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Tutte le mosse di Putin, Lukashenko e Nazarbayev verso l’Urss 2.0

Una mossa in chiave anti Ue, voglia di espansione per arginare gli effetti della recessione economica o il ritorno ai fasti della vecchia Urss? Putin, Lukashenko e Nazarbayev hanno firmato un trattato che getta le basi per la creazione dell’Unione economica eurasiatica, inizialmente tra Russia, Bielorussia e Kazakistan. Una sorta di mega unione doganale (già esistente in altra forma fra i tre Paesi) con l’obiettivo di strutturare un maggiore coordinamento che sia anticamera allo spazio economico unico. E così mentre l’Ue non riesce ad avere una politica estera unitaria, c’è qualcuno a est che prova a strutturare quella che alcuni analisti hanno definito una Urss 2.0.

LA FIRMA
In seguito alla prevista ratifica da parte dei parlamenti dei tre Paesi, la Ceea inizierà ad essere attuata a partire dal primo gennaio 2015. Da quel momento in poi non solo l’unione doganale sarà di diverso impatto, ma cambieranno strategie e modelli della cooperazione economica con una nuova piattaforma sistematica finanziaria, che nelle intenzioni dovrà essere capace di coordinare quattro macro aree: i sistemi finanziari degli aderenti, la politica industriale, quella agricola e del mercato del lavoro.

COME FUNZIONERÀ
Saranno i principi del Wto a regolamentare questo immenso mercato che abbraccia idealmente almeno 170 milioni di cittadini, i quali, secondo Vladimir Putin, raggiungeranno un “nuovo livello di integrazione” tra Mosca, Minsk ed Astana. Sono in molti a definirlo il sogno di Putin dal momento che non si tratta esclusivamente di una pietra miliare all’interno del meccanismo di integrazione nello spazio eurasiatico, ma di fatto rappresenta una nuova massa in contrapposizione a un’Unione europea in cerca di se stessa e attraversata dalle spinte degli euroscettici appena approdati in massa nel nuovo Parlamento di Strasburgo.

LA CEEAI
I riverberi di natura geopolitica della Ceea spazieranno dal petrolio al gas (dopo l’accordo Mosca-Pechino) , dalle infrastrutture all’ambiente, dalle nuove strategie legate all’agricoltura fino all’industria vera e propria. Un dato oggettivo è dato dall’incremento che verrà registrato alla voce opportunità di business per la realizzazione di investimenti congiunti, senza dimenticare due elementi secondari ma di un rilevante peso specifico come la cooperazione e la comunicazione. All’orizzonte già si profila una road map per l’adeguamento della legislazione del Kirghizistan, ma con porte aperte all’Armenia già a giugno, come scrive il francese Liberation, secondo cui c’è già il nulla osta del presidente Serzh Sargsyan.

LE REAZIONI
Per gli esperti, queste mosse avranno sicure conseguenze, poiché l’area del pianeta che detiene un terzo del gas mondiale e il 15% del petrolio ha deciso di fare massa ed unirsi sotto la stessa bandiera. Tuttavia quando Nazarbayev dice a chiare lettere che “questa unione è economica e non pregiudica la sovranità degli Stati partecipanti” non solo sottolinea un’evidenza formalistica ma sgombra il campo da altre riflessioni circa la portata generale dell’operazione, su cui restano i dubbi di molti analisti. Ciò su cui si interrogano dall’altro versante dell’Atlantico è se questa mossa possa essere propedeutica ad altro, dal momento che lo stesso Putin nel 2005 aveva definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe geopolitica” del ventesimo secolo.

Fonte: Fomiche.net del 29/5/14
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Come discutono (e come si dividono) i Popolari di Mario Mauro

Ricostruzione della discussione post Europee all’interno del movimento Popolari per l’Italia capitanato dall’ex europarlamentare Pdl ed ex ministro della Difesa nel governo Letta, Mario Mauro. La mozione approvata dall’assemblea e quello che pensa la componente che fa riferimento alla Comunità di Sant’Egidio…Primo round del derby tutto popolare tra mauriani e santegidiani, che in occasione dell’Assemblea dei Popolari per l’Italia hanno animato uno scontro verbale a tratti animato. Con un Pd al 40% e un centrodestra ormai deflagrato quale sarà il contributo (di oggi) e il ruolo (futuro) dei Popolari? L’interrogativo è iniziato a circolare nelle ore immediatamente successive al risultato delle elezioni europee ma anche con uno sguardo rivolto alle amministrative, i cui ballottaggi si svolgeranno tra una settimana. Ecco una mappa aggiornata di umori e mire.

DERBY POPOLARE
Chi spinge sull’acceleratore perché si impedisca che l’esperienza della lista comune con Ncd e Udc subisca uno stop ha alzato la voce in occasione dell’assemblea dei Popolari per l’Italia andata in scena ieri all’Hotel Nazionale di Roma, dove si sono fronteggiate le due anime del partito. Da un lato i mauriani convinti di una prospettiva popolare che non guardi a sinistra, come i sottosegretari Angela D’Onghia e Domenico Rossi, il deputato Tito Di Maggio, l’onorevole eletto all’estero Mario Caruso e Potito Salatto (socio fondatore del Ppi). Dall’altro gli esponenti vicini alla comunità di Sant’Egidio come Mario Marazziti, il capogruppo Lorenzo Dellai, il viceministro Andrea Oliviero e il sottosegretario agli esteri Mario Giro.

ODG CONFEDERALE
E’ stato approvato all’unanimità un ordine del giorno con il quale è stata sottolineata la necessità di lavorare per una confederazione popolare che abbia come obiettivo la costituzione del Ppe in Italia, soggetto di idealità alternative e distinte dal socialismo europeo; si è riconfermato il sostegno al governo Renzi a cui sarà comunque necessario suggerire provvedimenti più adeguati per la ripresa economica e sociale del Paese; sono state rimarcate le posizioni riguardanti i gruppi in Parlamento come quella del veto alla Camera del divorzio breve in coerenza con i valori del partito. E’ stato infine dato mandato al presidente Mario Mauro di adoperarsi, in tempi rapidi, per costruire una più articolata e incisiva struttura di partito, individuando ruoli politici e organizzativi nazionali e regionali.

POST EUROPEE
Esiste il rischio che il neo-centrismo rappresentato da Ncd, Udc e Ppi possa sbandare, anche se solo per un momento, verso Palazzo Chigi anziché verso il naturale versante popolare? Il quesito ha fatto capolino quando si è iniziato ad analizzare i numeri delle europee, dove le prove generali di un Ppe italiano hanno fatto i conti con 1.199.703 voti che sono valsi il 4,38% al cartello Ncd-Udc. Un passaggio che era già stato evidenziato qualche giorno fa dal leader dell’Udc Pierferdinando Casini dalle colonne del Mattino, quando aveva aperto alla costruzione di un muro comune per fermare i populismi ma senza per questo dare adito a “matrimoni di convenienza”. E aveva osservato come “in questo contesto la prospettiva di un bipolarismo tra Matteo Renzi e Beppe Grillo delinea il rischio di una democrazia incompiuta. Per dirla in altre parole: gli elettori non possono essere obbligati a scegliere tra sinistra e M5S”. Ecco il punto, tra l’altro rimarcato dallo stesso ex ministro Mauro su Formiche.net.

PROSPETTIVA REGIONALI
Alle elezioni regionali del 2015 manca esattamente un anno, ragion per cui lo zoccolo duro del partito spinge per gruppi unici alla Camera e al Senato con Udc e Ncd. Mentre le minoranza del partito non avrebbe poi troppa fretta nel guardare al destino futuro del centrodestra, preferendo affrontare la quotidianità rappresentata dall’appoggio al governo Renzi. “Mentre Scelta Civica e qualche altro parlamentare sparso meditano come traghettarsi verso Renzi, Ncd, Udc e Popolari per l’Italia procedano, dopo la lista comune per le Europee, a unificare i gruppi alla Camera e al Senato”, attacca l’eurodeputato uscente del PPE Potito Salatto, socio fondatore dei Popolari per l’Italia. “Sarebbe questo – aggiunge – un ulteriore segnale verso un unico partito dei popolari in Italia e nel Ppe. Le elezioni regionali sono ormai alle porte. Presentarsi disarticolati sarebbe un grande errore. Distanti dalla destra e distinti dalla sinistra, noi popolari abbiamo dinanzi a noi una prateria sterminata da conquistare con ideali, valori e programmi adeguati. Alfano, Cesa e Mauro facciano un passo in avanti”.

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Fonte: Formiche del 30/5/14

Tra Leopolda e nuovo Tsipras? Meglio le idee euromediterranee

Ha scritto Virgilio che “l’incidente è il tempo stesso che passa, un tempo sempre più veloce, sempre più incalzante: il tempo è l’incidente degli incidenti”. E in politica, come è noto, il tempo è strategico per scelte e rotte da seguire. Il centrodestra italiano ha imboccato l’ultimo curvone prima del finish e non sarà imitando adunate toscane o cercando un Tsipras alla destra di Renzi che si darà un competitor a quel Pd che si appresta a governare per un paio di lustri.Per coloro che si riconoscono in un liberalconservatorismo 2.0, attento a rimodellare quella casa del Ppe in cerca di conferme, punto di partenza dovrebbe essere una concezione europeista di base: precisa, dai contorni definititi e senza sbavature localistiche. Immaginare un’Ue che vada dall’Atlantico agli Urali è stato il filo conduttore di un progetto pro Unione e anti separatismi che ha caratterizzato il percorso non socialista degli ultimi quarant’anni. Chi oggi sotto (o sopra) elezioni urla a squarciagola l’uscita del nostro Paese dall’Ue non solo non conosce il valore simbolico e legale dei trattati europei, ma fa mostra di ignorare un macro elemento assoluto: in un momento in cui il resto del pianeta allaccia alleanze strategiche, come quella russocinese, oltre al proliferare di veri e propri giganti economici come i paesi dell’area asiatica, che ruolo potrebbe giocare l’Italia in solitario?

Demagogia, quindi, rincorrere umori di piazza e proposte di pancia, ma altrettanto inutile sarebbe immaginare di lasciare lo status quo così come appare oggi. Alzare il dito e tentare di migliorare l’Europa, però, non significa essere antieuropeisti: tutt’altro.

Ben più difficile restaurare il vecchio continente e quella burocrazia che si evidenzia nella doppia sede e in lacci e lacciuoli deleteri, piuttosto che buttare il bambino con l’acqua sporca, puntando sulla disperazione di elettori imbestialiti e provati dalla crisi: ecco un primo punto di partenza per i conservatori-repubblicani 2.0. Restare in Europa, provare a migliorarla dall’interno e anzi allargarne il raggio di azione ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, così come ad esempio ha fatto Vladimir Putin con l’alleanza euroasiatica pochi giorni fa. Una visione, quindi, che fino ad oggi non c’è stata.In secondo luogo le lezioni del passato dovrebbero servire a chi rischia di commettere i medesimi errori. Il centrodestra in Italia ha goduto del suo massimo splendore politico (e quindi con ruoli di governo) quando è riuscito a rompere la monotonia dell’avversario, offrendo un quadro compatto e d’insieme, in virtù di un’alleanza programmatica e partitica. E puntando su uno slogan rivoluzionario. L’esatto contrario di ciò che si oggettivizza, per mille motivi, oggi.

Di contro il Pd renziano, non solo ha rottamato la classe dirigente del passato, ma è riuscito a ridare speranza al proprio elettorato e contagiando i delusi degli altri schieramenti: puntando forte sul senso di rinascita di un “partito della nazione”, su una lenzuolata di riforme, sulla consapevolezza che non esiste una terza via, per cui o si fa rinascere l’Italia o si affonda tutti. E al di là delle case di appartenenza dei singoli come dimostra il 40% ottenuto alle elezioni europee, secondo record della storia repubblicana italiana dopo il 42% ottenuto dalla Dc nel 1958.Significa che sigle e casacche poco contano in un tessuto sociale allo sbando, con una nuova emigrazione che costringe i 40enni italiani a tentare la fortuna oltre oceano, con marchi italiani colonizzati da società straniere, con i cento miliardi spesi nell’ultimo lustro per la cassa integrazione con cui quantomeno si sarebbe potuto stimolare il mercato invece che pagare i cittadini per non far nulla.

Per cui, più che una Leopolda o un Tsipras di centrodestra, sarà il caso che i conservatori-repubblicani italiani azzerino tutto: slogan, metodi di selezione, vecchi vizi del passato, parentele e affinità. E puntino su una rottura netta, su competenze vere e non presunte, su un nuovo europeismo e non su farfugliamenti dell’ultimo minuto, su un euro più giusto e non così forte sul dollaro, su quell’energia che chi ha fatto l’Italia nel dopoguerra ha messo in campo in proprio. E attendere che i semi, se buoni, diano i loro frutti.

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Fonte: Formiche del 30/5/14

mercoledì 11 giugno 2014

Gossip a orologeria sugli euroscettici

Dal Giornale dell'11/6/14

Gli euroscettici? Razzisti, fascisti, traditori e irriverenti. Non passa giorno che i media europei non mettano in atto la strategia che negli Usa è stata ribattezzata «character assassination».
Nigel Farage descritto come un Hilter
Ovvero quel lavorìo, sotterraneo e in Rete, che punta a distruggere gli euroscettici, definendoli deleteri e folli proprio ora che hanno avuto un successo elettorale alle europee. Ma non funziona più di fatto, in quanto i casi folkloristici alla Borghezio, per intenderci, sono al minimo e quel voto va in qualche modo rispettato.
L'attacco personale dunque, come strumento di delegittimazione politica. Ne sa qualcosa, più di tutti, il numero uno del Front National Marine Le Pen: il bacio al suo compagno Louis Aliot, postato su Twitter per smentire voci di crisi interne alla coppia, è stato ritoccato dalla Rete con cambio di partner da François Hollande e, tra gli altri, Ryan Gosling, un maiale e anche Francesco Totti. La foto era stata pubblicata dal settimanale Closer, che non metteva l'accento sull'exploit elettorale ma la ritraeva con Aliot, il vicepresidente del partito al quale è legata da cinque anni, il tutto corredato da un titolo per nulla ambiguo: «La coppia scoppia».
Amori e partner fanno rima con Nigel Farage, l'incubo inglese del nuovo Parlamento europeo. Ultima in ordine di tempo l'accusa di essere un consumatore di donne, tra cui la sua ex addetta stampa, la 32enne Annabelle Fuller, indicata come destinataria delle attenzioni particolari del leader dell'Ukip, e che ha tentato il suicidio dopo i festeggiamenti del partito per celebrare il trionfo europeo. Ma non è tutto, perché dall'essere un dongiovanni british Farage è passato alla vicinanza con il Führer, bersagliato a colpi di vignette e foto che lo ritraggono con i baffi alla Hitler.
E poi c'è la Rete: su Facebook lo insultano in quanto razzista, ma il suo programma dice semplicemente: «Dal primo gennaio la Gran Bretagna ha aperto le sue porte a Bulgaria e Romania. Immigrazione fuori controllo. Una porta aperta al crimine». E ancora: «28 mila romeni sono agli arresti per crimini a Londra. I romeni sono il secondo gruppo straniero nella lista degli arresti per seri crimini. Questi includono 142 stupri, 10 omicidi, 66 crimini sessuali, 303 rapine, 1370 furti , 2902 atti di violenza». E propone l'espulsione per i clandestini così come avviene in altri continenti. Solo dati di cronaca, quindi, su cui chi amministra ha il dovere di riflettere. È come se i vigili del fuoco chiamati a spegnere un incendio, per il solo fatto di dare l'allarme, venissero etichettati come piromani. In precedenza si era parlato anche di una notte brava di Farage a Malta, dove era stato immortalato mano nella mano con una donna mentre tornava al suo hotel.
Ma la caccia all'euroscettico non conosce tregua e su Farage nessuno dice, ad esempio, che nel suo programma propone di rottamare il 50 per cento dei giovani che vanno all'università. Ovvero consentire alle università di scegliere in base al merito accademico e riformare competenze e collegi professionali, sostituendo i prestiti agli studenti (ad alto rischio) con borse di studio. Né si fa cenno ad alcuni punti come la riforma del Parlamento britannico con poteri agli amministratori locali e alla sue istanze, investimenti in nuove strade, tangenziali e allargamento delle strade principali; introduzione della «Britdisc», dovuta da camion stranieri che utilizzano strade britanniche.
Insomma, ai contenuti degli euroscettici poco spazio, mentre al presunto gossip e alla delegittimazione personale vere e proprie autostrade. Che gli elettori, lo scorso 25 maggio, hanno scelto di ignorare.
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lunedì 26 maggio 2014

Un greco su tre vota Tsipras La Sinistra non aveva mai vinto

Dal Giornale del 26/5/14

l vento anti troika davanti a tutti. Le elezioni europee in Grecia parlano una lingua diversa dal tedesco mandato a memoria dal premier Antonis Samaras, con la sinistra radicale di Alexis Tsipras primo partito nel Paese con almeno quattro punti in più rispetto ai conservatori al governo. Troppo forte la delusione popolare per chi ha accettato senza fiatare un memorandum che stringe un cappio al collo dei greci sino al 2055. E così il Syriza si spinge fino al 27%, con Nea Dimokratia al 23. Prosegue l'exploit dei neonazisti di Alba dorata, stabilmente al terzo posto con circa il 10%. Scompaiono i socialisti, dati intorno al 6% con l'esperimento di Elià, una sorta di Ulivo che avrebbe voluto federale ciò che resta del centrosinistra guidato da Evangelos Venizelos, ma che di fatto ha avantaggiato chi, come il giornalista Stavros Teodorakis, in un mese ha messo su il partito del Potami (il fiume) dato al 6%, così come i comunisti del Kke. 

Ai ballottaggi per le amministrative in grande spolvero i candidati indipendenti, come Ioannis Moralis al comune di Pireo, molto vicino al club calcistico dell'Olympiacos, segno che i greci poco si fidano ormai della politica 2.0 ma preferiscono dare fiducia ad imprenditori e volti nuovi. Un risultato che, se confermato, sarebbe storico per la Grecia dove mai un partito di sinistra è risultato primo assoluto ad un'elezione. 

Si fa sempre più rischioso il gabinetto guidato da Samaras in tandem col socialista Venizelos, che già possono contare su di un solo voto in più in Parlamento.


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giovedì 15 maggio 2014

Strage in miniera, assalto a Erdogan

Se anche solo piovesse a Istanbul, le piazze si rivolterebbero contro Erdogan. È ormai un trend incontrovertibile quello del disagio sociale nei riguardi del premier turco.
Persino un fatto dolorosissimo come l'esplosione nella miniera di Soma, il peggior disastro che la storia del Bosforo ricordi, si trasforma in occasione di protesta contro un regime inviso. La Turchia tutta si è fermata. Troppo grande l'angoscia per le 240 e più vittime, per i 120 minatori ancora intrappolati e per gli 80 feriti a seguito dello scoppio nell'impianto carbonifero situato nella parte occidentale del Paese, accaduto a cavallo tra un cambio di turno, con il monossido di carbonio che si è diffuso rapidamente. Poche in verità le speranze di trovare minatori ancora in vita, mentre si continua a scavare anche a mani nude e dopo che per tutta la notte di martedì i soccorritori hanno pompato ossigeno nella miniera. Anche Papa Francesco ha lanciato un appello in occasione dell'udienza generale del mercoledì: «Vi invito a pregare per i minatori morti nella miniera di Soma, in Turchia e per quanti si trovano ancora intrappolati nelle gallerie». 
Ma è la rabbia a soffiare adesso sul fuoco delle polemiche, con gli oppositori di Erdogan che accusano il governo di aver ignorato i ripetuti avvertimenti sulla sicurezza delle miniere. Una regione, quella situata a 300 km a ovest di Istanbul, che negli ultimi dieci anni ha fatto registrare un'impennata alla voce sviluppo/pil e che oggi si interroga su come sia possibile morire per un salario bassissimo. Proprio la società proprietaria dell'impianto è messa nel mirino dal partito di opposizione Chp: avrebbe impiegato alcuni minorenni, facendoli lavorare ben al di là dell'orario stabilito, e con l'ombra rappresentata dai dati dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che posiziona la Turchia come il terzo peggior Paese al mondo per le morti sul lavoro.
La protesta è sfociata ad Ankara, dove gli attivisti anti-Erdogan hanno invitato i cittadini a sdraiarsi per terra nelle stazioni della metropolitana, in ricordo delle vittime. Le forze dell'ordine non hanno gradito la manifestazione e, per il solo fatto che non era stata preventivamente autorizzata, hanno lanciato lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i presenti, presso la Middle East Technical University. Violenti scontri anche a Istanbul. «Noi, una nazione di 77 milioni di abitanti, stiamo vivendo un grande dolore», ha detto Erdogan in una conferenza stampa improvvisata dopo aver visitato la miniera. All'uscita il premier è stato costretto a rifugiarsi in un supermercato fuori dal quale lo attendeva una folla inferocita, che ha poi preso a calci la sua auto al grido di «Ladro e assassino». Le sue parole non sono bastate a chi vede proprio nelle politiche governative l'epicentro dei problemi. A chi gli chiedeva conto delle misure di sicurezza, Erdogan ha reagito con stizza, replicando che esplosioni come queste possono accadere in ogni momento. I tre giorni di lutto nazionale e l'aver annullato la visita ufficiale in Albania non saranno certo un vaucher per chi, nonostante la vittoria alle amministrative di un mese fa, vorrebbe il prossimo agosto sedere sulla poltrona più alta del Paese, mostrando totale disinteresse per chi scende in piazza. Ovvero quei cittadini che sulla parete del pronto soccorso di Soma hanno inciso con una chiave parole dure come il marmo: «Per coloro che danno la vita in cambio di una manciata di carbone».

lunedì 12 maggio 2014

La crisi greca e i 300 alle ‘Termopili dell’Europa’

Ha scritto Jemolo che il pregio del Mondo di Pannunzio era quello di vedere gli avversari, di destra e di sinistra, “per quel che fossero, e non costruire un manichino di comodo, troppo facile a colpire”.
È quello che ho tentato di spiegare ieri sera, in un’Atene dolcemente tiepida e profumata all’inverosimile di gelsomini, ai trecento cittadini greci (sì, trecento, proprio come alle Termopili) che hanno voluto dedicare un’ora alla presentazione del mio libro “Greco-eroe d’Europa” presso la Segreteria Generale dei Media ellenici. Ma come, potrebbe chiedere qualcuno, non è più colpa dei tedeschi, della Merkel, del rigore, della troika, degli sprechi? Certamente sì, ma il caos ellenico ha molti padri.

Abbiamo impiegato gli ultimi due anni a certificare un’evidenza: il medico della troika ha sbagliato la cura per la Grecia? La risposta è sì, ma non perché lo asserisce qualche analista o qualche commentatore che ha toccato con mano i numerosissimi controsensi di un memorandum che chiude la macro falla del debito con altri debiti fino al 2055. Bensì perché lo ha ammesso il Parlamento Europeo, non proprio l’ultimo organo elettivo del continente. Accanto a questa contingenza la consapevolezza che la politica che si dice democratica, quella che oggi sta issando la bandiera del rigore tout court, delle riforme che ancora non si vedono, delle migliaia di conflitti di interessi che in Grecia sono macroscopici e imbarazzanti, è la principale responsabile dell’eurodisastro. E invece si tira fuori dalle sabbie mobili, come se negli ultimi due decenni sia stata in vacanza su Marte.

Cosa c’entra tutto ciò con i greci? Molto. Perché adesso, quando ormai la diagnosi è nota in tutto il mondo, occorre un passo in più: prendere coscienza e agire, alzando la testa con una visione, senza trastullarsi cercando responsabili che purtroppo non saranno puniti e interrogandosi su quelle deficienze che attengono l’antropos. Un esempio del passato potrebbe essere d’aiuto. Un gabinetto di crisi per ri-trovare l’Unione perduta, che nascerà lì dove la storia ha lasciato segni indelebili e dove oggi l’uomo sta mortificando quel senso intimo e unico di condivisione.

Alle Termopili nel 1500 a.C. vi fu il primo tentativo di unire le varie anime elleniche e nell’agosto del 480 a.C. lì una pagina di eroismo venne scritta da Leonida e dai suoi spartiati. Nell’antica Grecia le Amfiktiones, organizzazioni sovranazionali originariamente fatte nascere nel centro esatto del paese dove si svolse la battaglia delle Termopili, (nell’attuale comune di Lamia) erano un specie di prove generali dell’Unione europea. Un gran consiglio a cui facevano riferimento le città- stato per trovare soluzioni ai conflitti e dove l’ultima opzione era rappresentata dalla guerra, in quanto si perseguiva in primis la pace e la convivenza fra diversi.

In quel luogo si forgiò la prima forma di unione continentale, in quello stesso luogo oggi ho esortato i fratelli greci e rimboccarsi le maniche e iniziare ad immaginare un euro rinascimento mediterraneo che scacci gli incubi del medioevo 2.0 in cui siamo finiti: travolti da spread e numeri, da sondaggi e urla di piazza, da burattinai e imbonitori. E con la speranza di tanti nuovi 300 che con orgoglio rivendichino un euro patriottismo Mediterraneo.

Italiani all’estero: attenzione alla demagogia

Ambasciatori del made in Italy, o espressione di chi ha scelto (o dovuto scegliere) l’emigrazione, o ancora zavorra da eliminare? Si sprecano, in tempi di spending review, gli epiteti per gli italiani all’estero con un’escalation di commenti anche spiacevoli e analisi su vari blog dedicati appositamente a quegli italiani che risiedono ormai da anni lontano dal nostro Paese e che grazie alla legge Tremaglia dal 2006 possono esprimere il proprio voto. Il rischio che si corre, in verità, è di buttare il bambino con l’acqua sporca, dimenticando che tutto è perfettibile, a patto che si imbocchi la strada più corretta e senza populismi di pancia che non risolvono i problemi ma ne enfatizzano le criticità.

Migliorare la legge che attribuisce agli italiani all’estero il potere di votare i propri rappresentanti in Parlamento dovrebbe presupporre un giudizio di merito e non ideologico. Fin dalla sua costituzione nel 1968, il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM) si è sempre distinto per il suo impegno a favore degli Italiani che vivono fuori dai confini della madrepatria. L’esercizio del voto è il frutto di battaglia condotta in Parlamento da Mirko Tremaglia, al pari del censimento degli Italiani nel mondo e l’istituzione dell’Anagrafe degli Italiani all’Estero (AIRE). Il nodo potrebbe essere risolto non con l’eliminazione di quel diritto, così come l’ex ministro degli esteri Emma Bonino aveva lasciato intendere qualche settimana prima di essere sostituita alla Farnesina da Federica Mogherini, ma ad esempio con l’introduzione di un consenso esplicito ad esercitare quel diritto al fine di evitare gli spiacevoli disguidi legati alla ricezione dei plichi contenenti le schede elettorali, che in molteplici occasioni passate o non sono mai giunti agli elettori o addirittura due volte.

Un secondo intervento dovrebbe riguardare la questione delle sedi. Sin dall’insediamento di “mister spending review” Carlo Cottarelli, si è paventato (e in qualche caso si è già purtroppo verificato come a Salonicco in Grecia) la chiusura degli Istituti di Cultura all’estero, di alcune sedi diplomatiche: due presidi significativi dell’italianità nel mondo che certamente meritano attenzione al fine di evitare sprechi e disservizi, ma che non possono essere cassati con un semplice tratto di penna. Una soluzione potrebbe essere, in quei territori dove già la scure si è abbattuta, di concentrare in un singolo ufficio il consolato italiano e l’istituto di cultura in modo da ottenere un doppio vantaggio: accorpare sedi e uffici per un risparmio effettivo e non mortificare quei cittadini italiani che chiedono solo di non essere dimenticati in quanto fisicamente distanti dall’Italia.

Per dirne una, l’Istituto Italiano di Cultura di Salonicco è stato chiuso dopo 51 anni lo scorso febbraio. Era un capitolo di storia non solo della città ellenica, ma soprattutto della presenza culturale italiana nel mondo. La tradizione delle scuole italiane a Salonicco risale alla fine del 19esimo secolo, con un enorme contributo che ha consentito di veicolare e intrecciare le culture dei due Paesi, che corrispondono alla cultura del mondo intero. Un patrimonio che oggi viene sacrificato dalla crisi e da anni di mancata programmazione.

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