mercoledì 22 settembre 2010

Grecia, se la politica offende una civiltà


Da Ffwebmagazine del 22/09/10

«Chi vuole arrivare alla cima di una scala assai alta - diceva Le Machin - deve salire, non saltare». La Grecia e la sua classe dirigente hanno smesso di salire quei gradini. Da molto tempo. E si sono ritrovati, un bel giorno, catapultati in uno scenario apocalittico, senza vie di uscita. Solo con un vicolo cieco che intimava la peggiore delle soluzioni possibili.
Scioperi, speculazioni finanziarie, scontri, delusioni, default. La Grecia che ha iniziato a metabolizzare ciò che realmente l`ha colpita, muove i primi passi verso un mondo completamente nuovo. Fatto di privazioni, razionalizzazioni, risparmi. Il minimo, dopo anni di sperperi e di tasse non pagate. Ma anche di assurde sperequazioni sociali, di grandi conflitti tra politica e cittadini, di mancata equità sociale. Ecco il nodo irrisolto che sta squarciando quel poco di spirito unitario che ancora è rimasto nel Paese.
In questi due anni, caratterizzati da debiti, incredibili morti, pericolosi ferimenti, allucinazioni finanziarie, e mesti ritorni con i piedi per terra, non una voce si e`alzata per dire: ho sbagliato, punitemi e sarò redento. Non una causa avviata contro i responsabili, ministri, sottosegretari, o funzionari che siano. Insomma, non un provvedimento è stato avanzato contro chi sui quei conti avrebbe dovuto vigilare severamente. Contro chi, abitando in una villa con piscina, dichiarava al fisco cinquecento euro all'anno. Contro chi, anche in sede europea, non ha sufficientemente controllato lo stato della corruzione infinita che in Grecia non solo ha messo radici, ma ha trasfigurato dall`interno il tessuto socio/politico. Contro chi ha svenduto anima e pezzi di una nazione che, è utile ricordare, ha dato i natali alle altre civiltà. E che oggi è mortificata da una classe dirigente miope e non all'altezza di tanta storia. Ma anzi, che fa di tutto per proseguire su quei binari putrefatti, su quelle coordinate sfasate, che consegnano il vascello ellenico alla deriva più iniqua.
La politica, sì, proprio la politica. Quella cosa nobile e alta che dovrebbe, nelle intenzioni, provvedere alla qualità della vita dei cittadini, alla sopravvivenza dignitosa delle fasce più deboli, al progresso tecnologico di un Paese, alla salvaguardia del senso unitario di nazione. Cosa ha fatto la politica greca per meritarsi l'epiteto di politica con la P maiuscola? Cosa ha fatto per mettere in pratica gli insegnamenti che secoli fa una grande civiltà ha codificato?
Nulla. E non solo non si è resa primattrice di un qualche intervento che fosse classificabile come migliorativo dello status quo, ma ha fatto di peggio, condannando il Paese a sprofondare sempre piu`nel baratro sociale, economico, industriale, commerciale. Come? Non costruendo le università e costringendo gli studenti ellenici ad un incomprensibile test d'ingresso, che spinge molti di loro (anche i meno abbienti) a spostarsi all'estero, con euro ellenici che fanno la felicità di altri stati. Non valorizzando le professioni pratiche, in virtù di una scellerata propensione per le lauree, con la conseguenza che nel paese mancano figure tecniche, che in ambiti come l`ambiente o il manifatturiero o l'agroalimentare, sono il vero plus.
Non imponendo un modello socio-educativo di qualità, lontano da stardard di vita ben superiori alle proprie possibilità, installando il germe del “tutto pronto e subito”, forgiando una società acefala, che spende più di quanto guadagna, con contraddizioni infinite. Non sfruttando la società della conoscenza, trascurando il comparto Ict, ignorando le potenzialità della rete e le relative ricadute occupazionali. Come gli ebook, o certa letteratura mirata che contribuisce a sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale sulle problematiche interne, come sapientemente fatto da fior di scrittori turchi o iraniani. Non svolgendo un ruolo primario in occasione di dossier internazionali, come i gasdotti o i nuovi mercati di materie prime africani, senza contare l`apparente disinteresse per giacimenti di petrolio presenti nell'Egeo.

Non stimolando adeguatamente le ricchezze del territorio, come il turismo o i prodotti alimentari, con incredibili iperboli che provocano mancati guadagni, a causa di modalità discutibili di azione e di promozione, dove a volte l`ingordigia del singolo mette a repentaglio il benessere degli altri. Non aprendo con decisione alle liberalizzazioni, vera occasione di sviluppo concorrenziale, lasciando il tutto in mano ai monopoli.
E ancora: non sostenendo le energie alternative, con le auto diesel ancora in netta minoranza, per non parlare di quelle a metano o elettriche assenti, con trasporti pubblici in affanno, senza riposizionamenti e interventi normativi che facciano crescere il tessuto delle piccole e medie imprese. Ma, forse l`aspetto maggiormente dequalificante, non supportando la storia di un Paese e di un popolo, con una conoscenza del proprio passato di nazione e di civiltà: in una parola sola, calpestando la propria cultura. Altrimenti non si spiegherebbe il modesto tasso conoscitivo degli studenti ellenici, l`imbarazzante spregio per lil senso unitario di nazione, dove chi manifesta considerazione per la bandiera e per l'appartenenza ad una comune identità, viene insultato, senza comprendere come il rispetto per una cultura potrebbe rappresentare la vera occasione per uscire da questa crisi.
Non comprendendo come vecchie classificazioni anacronistiche appartengono a un mondo che non c'è più. Perché è stato sostituito da un altro contenitore, che implora la soluzione di altre questioni. Come l'immigrazione straripante in tutto il Paese, come storie di mancata integrazione che vanno raccontate e comprese approfonditamente. Come il blocco commerciale di acque da sempre fertili come l'Egeo ed il confinante Mediterraneo. Come l'infertilità di frammenti storicamente mai avidi di produzioni teatrali, musicali, letterarie.
Insomma, non si peccherebbe di superbia o di pusillanimità, se si chiamassero finalmente le cose con il proprio nome. E giungendo all'amara conclusione che in Grecia la politica ha mancato di rispetto innanzitutto nei confronti della sterminata cultura di un Paese. Con le conseguenze che oggi tutti hanno sotto i propri occhi.

martedì 21 settembre 2010

Nel cous cous, un arcobaleno di gusti e civiltà

Da Ffwebmagazine del 21/09/10

Un incrocio di profumi, di sapori agli antipodi, di colori che non solo si mischiano in una miscellanea di diversità. Ma che finiscono per diventare un unicum così pregiato da far dimenticare le differenze di ingredienti e di persone che lo lavorano pazientemente. Per poi affondare nei palati di chi rifiuta il conservatorismo dei mores, di chi grazie ad un alimento, comune a quel grande lago salato che è il Mediterraneo, si ritrova assieme dopo secoli di divisioni. Il cous-cous, protagonista dell'omonimo Festival a San Vito Lo Capo, giunto alla tredicesima edizione, in quella conca di strabilianti interculture che è la Sicilia, unisce ciò che l'uomo in millenni di storia ha fatto di tutto per separare. E non solo a causa di guerre, carestie ed epidemie ma, volgendo lo sguardo all'oggi, per via di miopie sociali, scelleratezze politiche, pigrizie mentali.

L'evento internazionale dell'integrazione, con nove Paesi uniti intorno a un piatto, che promuove lo scambio e valorizza le differenze, dà vita a una vera e propria festa di popoli, tradizioni e culture. Che si studiano, si osservano e poi si mescolano, si animano in una tavola comune. Noto come cibo tipico delle coste meridionali del Mediterraneo, o piatto nazionale dei berberi, è denominato maftul in Palestina, taam in Libia e Tunisia, o cascà. Pare che le prime citazioni del cous-cous risalgano al tredicesimo secolo soprattutto in Cirenaica, mentre una delle prime apparizioni in Europa è stata in Provenza.
Gli sono stati dedicati libri, film, occasioni di dialogo e di confronto. Come il film di Umberto Spinazzola Cous-cous, che narra le giornate di una banda musicale ovviamente multietnica, (chiamata come il famoso cibo) che, allontanata dalla sala prove all'interno di un inospitale condominio torinese, si sforza di ricercare un altro luogo. Magari più tollerante ad ascoltare note e versi.

Pellicola apprezzata è quella del regista Abdellatif Kechiche, vincitore del Gran Premio della Giuria e del Premio come migliore attrice rivelazione alla sessantaquattresima Mostra del Cinema di Venezia. Dove il sessantenne Beiji si impegna a cambiare vita, e dopo aver trascorso anni di lavoro in un cantiere navale di Marsiglia, decide di coronare il suo sogno aprendo un ristorante. Ecco ancora il cibo che, come in pertugi carsici, fa capolino nelle vite e nelle storie di genti e popoli. «Non riesco a sopportare quelli che non prendono sul serio il cibo», disse Oscar Wilde, a testimoniare un legame indissolubile tra l'alimento e le fasi delle singole esistenze.
Le stesse genti che per sei giorni si ritroveranno nel trapanese nell'elogio del meticciato alimentare, all`interno della Al Waht, che in arabo significa oasi nel deserto, dove si svolgeranno meeting e degustazioni dentro una tenda berbera, con atmosfere etniche e danze del ventre. Sino al gran finale dell'evento, con la gara gastronomica tra Paesi (Francia, Israele, Algeria, Costa d'Avorio, Palestina, Marocco) che si daranno da fare per strappare il titolo all'Italia, vincitrice lo scorso anno.

Ispirandosi a un mondo di colori, dove il cous-cous rappresenta la sintesi di culture e mondi lontani, quello stesso intreccio di carni, verdure, pesce e miglio che accende la luce della comunione. Dettagli presenti con insistenza in un altro romanzo, firmato da Pap Khouma e intitolato Nonno Dio e gli spiriti danzanti, con al centro dei dialoghi il tradizionale lalo, la foglia di Paspalum Hieronymii, utilizzata per la preparazione del cous-cous a base di miglio.

Senza dimenticare le pagine de Le avventure del cous-cous, di Mouhoub Hadjira e Rabaa Claudine, dove si raccontano viaggi e soprattutto le coordinate socio-geografiche del gustoso alimento. Fino a spingersi alle origini babilonesi, ovvero all'inizio della civiltà. E poi i primi gesti della preparazione, i sapori che si intrecciano, i profumi che si concentrano ma provenendo da più direzioni, le mani che assemblano i singoli ingredienti, in un arcobaleno di gusti. In una parola sola cous-cous.

domenica 19 settembre 2010

Sull'amore, l'Italia è ferma al Medioevo?

Da Ffwebmagazine del 20/09/10

Tav, ponte sullo Stretto, nanotecnologie, banda larga? Altro che progresso. L'Italia a volte sembra proprio essere fuori dal mondo, e non solo per le sue meravigliose peculiarità stilistiche e culturali che la confinano fuori dalla normalità. Bensì perché l'Italia dei diritti civili è purtroppo ferma al Medioevo, con le “nuove” famiglie che semplicemente non esistono, non vengono prese in considerazione, ignorate e immolate sull`altare di una grave compostezza di facciata. Preconcetti, mancanza di lungimiranza, calcolo politico, ignoranza, razzismo: da dove cominciare? Perché no dalle pagine de In nessun paese. Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo, scritto a quattro mani dal vicepresidente del Pd, Ivan Scalfarotto, e dal giornalista Sandro Mangiaterra, sull`arretratezza legislativa nostrana circa diritti civili e coppie gay.
L'Istat, e non il primo sondaggista di fiducia, ha certificato che in Italia ci sono poco meno di novecentomila coppie di fatto, di cui solo un quarto omosessuali. Anche per sfatare quel tedioso tabu`che titola macroscopicamente il provvedimento sotto il nome di “matrimoni gay”. Ignorando, colposamente o dolosamente, come la questione abbracci un numero ben piu`vasto di individui e di storie umane.
Gli autori sostengono che se l`Italia fortunatamente non figura tra i settantotto Paesi che considerano ancora l`omosessualità un reato (e dei quali sette contemplano per questo la pena capitale), al contempo è però il fanalino di coda in Europa quanto a norme che puniscono l`omofobia, o che prevedono il riconoscimento dei diritti civili anche per unioni che esulino dal matrimonio. Quindi - precisazione utile per soffocare certe convinzioni pressapochiste - anche coppie di sesso diverso che convivono.

Il libro si compone di una serie di scritti-denuncia, che prendono spunto da vissuti personali, prima di lasciare spazio anche ad altre esperienze, non in presa diretta. E che fanno luce su quell'aspetto gretto e impolverato del conservatorismo tutto apparenza, del pericoloso e ipocrita perbenismo che mortifica la sostanza solo per accaparrarsi i consensi della forma. Pericoloso perché si insinua nella pigrizia delle menti, nella svogliatezza di comprensione che spesso fa capolino quando è utile approfondire, ragioni ed esigenze. E non limitarsi a bollarle come contorno moderno di una società che sta impazzendo.
La lettura del libro sarebbe consigliata non solo ai legislatori attuali, ma anche a quei commentatori ancora sordi al richiamo della modernità sociale, per strozzare il rischio di discriminazioni razziali o in ambito professionale. Per dare finalmente avvio a un'Italia più laica e meno bacchettona. E in questo, una puntuale dose di responsabilità non puo`che essere della politica, definita da Scalfarotto incapace di «guidare il Paese, e al massimo si limita a seguirlo».

Senza dimenticare come, ogni qual volta il tema dei nuovi diritti si inserisce nell`agenda politica nazionale, scendono in campo una miriade di difensori del purismo, oltre ai nuovi omofobi. Nuovi perché utilizzano strumentalmente la contrarietà a provvedimenti come Dico o Pacs, e non per questioni di principio. È questa la frontiera da abbattere, in quanto sembra quasi che le posizioni da assumere non rispecchino il merito, ma la convenienza contingente.
Scalfarotto rammenta come il Parlamento italiano alla fin fine sia più avanti di tutti i pregiudizi, le polemiche, i dibattiti, i no preventivi, le accuse. In quanto ha provveduto ad estendere i benefici anche ai partner conviventi di senatori ed onorevoli. Una piccola spia di come, da un lato la politica si rende partecipe di un'evoluzione sociale, ma dall`altro mostra egoisticamente di guardare solo nel proprio orto.
Dimenticando intenzionalmente tutto ciò che al suo esterno nasce, si forgia, si muta, si evolve.

Ivan Scalfarotto e Sandro Mangiaterra
"In nessun paese. Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo".
Ed. Piemme
pp. 218, euro 17,50

Ma la politica del “se” non cambia l`Italia

«Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare/sarei certo di trovare/tutta la felicita`…” cantava Alberto Rabagliati negli anni del secondo conflitto mondiale. Una sorta di primordiale tormentone per le sporadiche radio presenti nell’Italia martoriata dalla guerra. A testimoniare un’ipotetico evento che cambiasse le cose, che migliorasse i conti e di conseguenza anche il tenore di vita.
Pochi giorni fa un`altra esortazione, diversa nei contenuti, ma affine in quanto a speranze: “Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa“. Cosi` parlo`Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, in uno slancio di quella politica del “se” che purtroppo non si tramuta in azioni e che nei fatti non cambia l`Italia, perche`appunto fatta di parole.
Tralasciando per un attimo il lato emotivo ed umano della questione (sul quale fior fior di Grandi calabresi e campani potrebbero a gran voce dire la loro), ma che significa tale analisi? Si potrebbero facilmente avanzare un paio di dubbi. “Ah” (sospiro), se non ci fossero la mafia, la n’drangheta, la camorra, la sacra corona unita, la criminalita` organizzata, gli italiani del sud e del nord (si vedano per completezza di informazione gli ultimi omicidi mafiosi avvenuti anche in Lombardia, e non solo a Canicatti`) vivrebbero meglio e i commercianti non sarebbero taglieggiati. I rifiuti non verrebbero occultati in chissa`quale discarica abusiva, i giudici non verrebbero uccisi, certe mozzarelle non sarebbero blu dopo l`apertura, l`autostrada Salerno-Reggio Calabria non costerebbe uno sproposito, certi soggetti non verrebbero candidati in certe liste elettorali.
Sempre per completezza di cronaca, si potrebbe aggiungere che senza il governo Berlusconi non sarebbero state approvate alcune leggi ad personam, tra cui quella che ha consentito a Mondadori di non pagare in tasse una pesante cifra, o senza il viceministro Romani alle comunicazioni le casse dello Stato avrebbero gia`incassato circa quattro miliardi di euro dagli sviluppi della banda larga. O senza la congruenza della politica con la “p” minuscola, migliaia di risparmiatori italiani non sarebbero stati truffati da una multinazionale, o senza i ritardi legislativi tutti nostrani avremmo gia`da anni una norma che regoli il fine vita.
E si potrebbe continuare all`infinito, citando numerosi episodi negativi, o numeri e fatti che spieghino congiunture sfavorevoli, alla base di un dato evento. Ma con quale vantaggio? Con quello forse di mordersi la lingua, o mangiarsi le mani, o imprecare contro qualcuno o contro qualcosa? Da una mente vivace e niente affatto statalista e piagnona come quella del ministro della Pubblica amministrazione, capace di inventarsi dal nulla un`interessante riforma del merito, sarebbe lecito attendersi qualcosa in piu`che la “politica del se”. Perche`a nulla serve constatare il constatato, appurare l`appurato (ormai da molto tempo), prendere atto dell`oggettivo ed acclarato.
Cio`che manca e`la politica del fare, quella cosa che abbonda in tutti i programmi elettorali che si rispettino, trasudando promesse e impegno ventiquattr`ore su ventiquattro, per poi essere sorpassata da altre questioni ben piu`urgenti. Come ad esempio la giustizia, gli scudi vari o i processi lenti, medio lenti, brevi o brevissimi, che hanno di fatto superato per rilevanza e considerazione altre deficienze italiane, come i ritardi infrastrutturali, come l`emergenza lavoro che sta facendo chiudere migliaia di aziende, come le difficolta`degli italiani monoreddito, come le piccole e medie imprese soffocate dal fisco.
Senza contare che l`arringa contra di Brunetta, non tiene conto dell`evoluzione concettuale del Pil, che non si calcola piu`affidandosi esclusivamente al benessere prodotto dai quattrini, ma abbraccia anche altri aspetti.
E allora, ci si potrebbe provocatoriamente chiedere, che ne sarebbe delle altre regioni d`Italia senza l`apporto di illustri personaggi? Nati, ad esempio proprio in Campania: come Torquato Tasso, Giovanni Amendola, i De Filippo, Roberto Saviano, Sophia Loren, Galeazzo Florimonte (ispiratore del “Galateo”). O in Calabria: come i pittori Mattia Preti e Stellario Baccellieri, Clearco (caposcuola della scuola reggina di scultura), Costantino Mortati, Aroldo Tieri, Tommaso Campanella, Raffaele Pirio (chimico che ha isolato l`Aspirina).
Verrebbe facile chiudere ispirandosi proprio alla dichiarazione del ministro, per l`appunto chiedendosi: “se non ci fossero i leghisti, i docenti italiani di diritto Costituzionale a chi darebbero poi ripetizioni mensili?”. Ma questa e`un`altra storia.

Il Festival di Venezia?Tanto vale abolirlo


Da Ffwebmagazine del 19/09/10

“Occorre coltivare il nostro giardino”, diceva Voltaire, ma sarebbe il caso di aggiungere: a patto di non piantare arbusti di plastica o falsi cespugli. “Diro`la mia sulla scelta dei giurati”. “Metterò becco nelle scelte interne”. Che minacce, sembra quasi di trovarsi di fronte a certi comitati del Pcus, quando persino i premi letterari erano pesantemente influenzati dal regime. Dove la nomenklatura era penetrata in tutti i pertugi culturali, anche nelle scelte tecniche teatrali o musicali. La differenza è che non si tratta di una qualche manifestazione filogovernativa, o di un parata militare in vecchio stile putiniano. Il tema affrontato con quelle espressioni dal ministro della Cultura Sandro Bondi è la Mostra del Cinema di Venezia. Non la prima sagra settembrina.
Sarà, ma a leggere le intenzioni organizzativamente bellicose, appare una nota stonatissima il voler applicare ad un ambito culturale le dinamiche partitiche. Con quel “metterò il becco” si lascia intendere di applicare per caso il manuale Cencelli? O di voler stabilire preventivamente componenti e modalità di valutazione? Se così fosse sarebbe molto grave, anche perché instillerebbe il dubbio sulla reale consistenza dell'azione del ministro. Forse non si è accorto che, essendo stato attribuito il Leone d`Oro a “Somewhere” di Sofia Coppola, il cinema nostrano è rimasto a bocca asciutta? Forse non si è accorto che il vero plus della Biennale è stato in passato, e dovrà essere in futuro, la sua indipendenza? Assoluta, completa e oggettiva. Forse non ha sufficientemente approfondito lo standard qualitativo delle scelte della giuria, con profili di caratura internazionale, con nomi importanti?
Si tratterebbe di una decisione senza precedenti, anche perché il presidente di giuria viene proposto dal direttore della mostra e ratificato dal presidente e dai membri del consiglio di amministrazione, come prescrive il regolamento. Va bene le rivoluzioni, ma fatte all'italiana proprio no. Mortificando in questo modo l'impegno per far crescere il cinema di casa nostra.
Ma il ministro non finisce di stupire, quando si lascia andare a poetici commenti sui protagonisti della mostra ormai conclusa. “Il presidente Tarantino? Uno snob. Il direttore Muller? Schematico”. Giudizi tecnici, personali, sui quali è lecito discutere e confrontarsi. Altro, però, è voler ingabbiare l'evento che richiama cineasti e professionisti da tutto il mondo in laguna, in un alveo che puzza di intromissione, di aziendalismo, di proprietà privata anzi privatissima. Insomma, di ancien regime. Se alle parole di Bondi seguissero i fatti, si tratterebbe di uno snaturamento della mostra.
E allora a questo punto si potrebbe proporre al titolare della cultura italiana di abolire la mostra di Venezia. Qualora dovesse trasformarsi nella piattaforma cinematografica per questo o quel “protetto”, tanto vale farne a meno. Ci guadagnerebbe l'immagine del Paese, tanto sbandierata nelle trasferte internazionali. Se chi rappresenta la cultura di una nazione dimostra tanto poco attaccamento ad essa, anzi contribuisce al suo svilimento dall`interno, significa che la cultura italiana, che da molto tempo rappresenta uno dei nostri fiori all'occhiello, semplicemente è stata dolosamente degradata a fastidioso contorno.

Dalla Biennale asiatica,una sfida per la pigra Europa

Da Ffwebmagazine del 19/09/10

Che delizia, un’idea pericolosa giunge da un continente lontano, e per giunta è di matrice nostrana. Un evento di respiro mondiale, la Biennale Asiatica che si apre in questi giorni nella cittadina coreana di Gwangju, avanza la tesi che tutte le immagini veicolate oggi dalla società possono in un determinato contesto divenire arte, o al limite assumerne i contorni. Firmato Massimiliano Gioni, che sulla Stampa si spinge a rilevare anche: «Non so se il futuro dell'arte è qui. Sicuramente stando in Corea si percepisce un paese che vive il futuro in modo molto meno ansioso di noi. Un futuro nel quale noi occidentali avremo un ruolo molto meno rilevante».

Due contesti, arte e futuro, che in quel lembo di Asia sembrano aver trovato una spinta propulsiva non indifferente. Dove i coreani, prosegue l’esperto italiano, già curatore della Fondazione Trussardi a Milano e del New Museum di New York, hanno dimostrato una grande curiosità e «un desiderio di rischiare da far vergognare noi occidentali». Lo stupore per il dinamismo dei coreani viene dal fatto che non hanno fiatato circa modalità e perimetrazione della biennale, ovvero senza temere rivoluzioni stilistiche o provocazioni. Ostentando non poco coraggio artistico ma soprattutto sociale, senza farsi soffocare dai compromessi politici che invece, sostiene Gioni, in Europa avrebbero rappresentato un’indubbia zavorra.

Nei poco più di due mesi di apertura della kermesse, si potranno ammirare fotografie, oggetti, immagini di individui morti, anche crude, danze folkloristiche quindi identitarie, ma anche segnali di appartenenza globale a mille storie diverse e diversificate. Pezzi di un puzzle complesso e variopinto, dove le migliaia di sfumature cromatiche sono il vero plus. Perché osano, perché rompono canovacci, solcano percorsi nuovi sconosciuti e mai tracciati. Ecco la doppia sfida della Biennale Asiatica, lasciarsi andare al futuro, al nuovo, ed evitare di rintanare l’arte ed i suoi derivati in contenitori appesantiti, standard, dove essa alla fine risulti amaramente fruibile solo alle elite. E quindi lontana anni luce dalla gente.

Ma perseguendo invece un obiettivo intelligente e lungimirante, stimolando quell’arte che parta dal basso, come gli scatti dei campi di concentramento cambogiani, o quelli dei prigionieri condannati dal regime di Pol Pot. Passando per storie vere e vissute, come le scatole che Andy Warhol pare avesse dedicato a sua madre.

Un modo innovativo per scacciare l’ossessione del professionismo artistico, per dire che l’arte è anche e soprattutto il racconto in forma originale di ciò che accade, di quello che passa per la testa della gente, o sotto la finestra di casa, o ciò che fra le righe quella stessa gente non si dice. Senza dimenticare i sogni, le emozioni, i sentimenti. Come si può ingabbiare questa miriade di sensazioni e di pensieri in un contenitore a tenuta stagna, con porte sbarrate e codici criptati?

Dai coreani, anche grazie alla verve di un italiano, una doppia lezione per la vecchia Europa quindi. Di uno sguardo al futuro più ottimista, con tentativi non sporadici di sperimentare, di ricercare, di annusare ciò che non rientra tra i profumi conosciuti.

Sta tutta lì la sfida da vincere, per non rimanere miseramente chiusi e ripiegati in una sorta di grande dimenticatoio delle idee. Che puzza di chiuso e dal tanfo che addormenta.
Perché, come disse Marco Aurelio, «ognuno vale quanto ciò che ricerca».

martedì 14 settembre 2010

Il referendum? Per Ankara è un punto di partenza


Da Ffwebmagazine del 14/09/10

Il macroscopico passo in avanti, quanto a diritti e sviluppo sociale, che ha fatto la Turchia votando “sì” alla riforma della Costituzione, non dovrà essere una conquista sulla quale adagiarsi per qualche decennio. Ma dovrà rappresentare l’inizio di un percorso nuovo, tortuoso ma risolutivo, per ammodernare finalmente quella che geograficamente è l’ultima frontiera europea, e la prima del continente orientale.Il 58% dei votanti ha deciso di sostenere la “discriminazione positiva” ad appannaggio di anziani, disabili, donne e bambini, sancendo un fatto storico dal punto di vista sociale e della considerazione umana. Si tratta di un pacchetto di emendamenti a ventisei articoli della carta costituzionale proposto dal partito del premier Erdogan, Giustizia e Sviluppo. Che introduce la garanzia del diritto alla privacy, un maggior equilibrio della macchina giudiziaria: il diritto di ciascuno di espatriare d’ora in poi verrà limitato solo da un giustificato provvedimento di un giudice.
Mentre i civili non potranno più essere processati dai tribunali militari; i militari potranno essere giudicati da tribunali civili; e infine i più alti in grado dalla Corte Costituzionale.Si allontana l`incubo golpe, aveva previsto pochi giorni fa il Nobel per la leteratura Orhan Pamuk, per scacciare definitivamente il ricordo di quel passato violento e di oppressione. Quando scrittori e poeti vennero confinati in carcere, testi e volumi pericolosamente inneggianti alla libertà celati alle letture dei cittadini, individui torturati e diritti imbalsamati. Sono stati quattro i colpi di stato in Turchia negli ultimi dieci lustri che hanno portato la firma dei militari. Numeri considerevoli, che danno la cifra della loro influenza nelle istituzioni del paese.
Il momento contingente non è dei più semplici, per via di una serie di fattori. Primo fra tutti lo strano asse instaurato dalla Turchia con Brasile e Iran che ha portato pochi mesi fa a un triplice accordo nucleare: Teheran sta trasferendo 1.200 chilogrammi di uranio non arricchito in Turchia, e Ankara sta ottenendo combustibile nucleare altamente arricchito, da girare proprio all`Iran per fini civili. Con il sostegno diplomatico del Brasile, ma con forti perplessità di Israele che grida alla “manipolazione”.
In secundis le periodiche schermaglie con gli Stati Uniti che si sommano al controverso rapporto con l`Unione Europea. E infine l`ostinazione turca a non riconoscere il genocidio armeno, il ruolo socio/politico/religioso delle minoranze curde, la prepotenza militare a Cipro (con ancora quarantamila soldati presenti sull`isola) e le quasi quotidiane provocazioni aeree con i vicini Greci, in virtù di pretestuosi sconfinamenti, che sono costati alcune vite umane tra i piloti solo per fermarsi agli ultimi cinque anni. Facile dedurre come l`evento di portata globale del referendum sia da interpretare non come un punto di arrivo, bensì come base di partenza. Perché non apparirebbe affatto saggio fermare proprio ora la macchina del progresso, dal momento che da quelle urne è venuta fuori più di una svolta storica.
Inoltre è bene focalizzare l`attenzione della comunità internazionale sul fatto che non è stato un voto politico, verso questo o quel partito. Ma sarebbe il caso di leggere quel “sì” come un voto dei cittadini proiettato al futuro del paese, verso quell`emancipazione socio/culturale troppe volte strozzata dall`eccessivo conservatorismo e gretto protagonismo della classe militare, vero architetto degli equilibri turchi, passati e presenti.E il fatto che tra i sostenitori del “sì`” vi siano stati esponenti appartenenti a diversi e opposti schieramenti, significa che in gioco non c`era l`accaparramento di sondaggi o di seggi temporanei.
Ma il ruolo più spiccatamente democratico, da salvaguardare e rafforzare, di un patrimonio comune, con benefici rivolti a tutti. Perché, come diceva Albert Camus, «la libertà non è che una possibilità di essere migliori. Mentre la schiavitù è certezza di essere peggiori».

domenica 12 settembre 2010

Raimon Panikkar,il filosofo delle tre religioni

Da Ffwebmagazine del 12/09/10

«Non mi considero mezzo spagnolo e mezzo indiano, mezzo cattolico e mezzo indù, ma totalmente occidentale e totalmente orientale». Raimon Panikkar era così imbarazzantemente globale, sostenitore della convivenza non soltanto fisica ma soprattutto spirituale tra menti e idee.

Di madre cattolica catalana e di padre indiano e induista, dei suoi genitori soleva dire che vivevano in una profonda armonia, anche se provenienti da due modelli sociali diversissimi. Filosofo, teologo, sacerdote, era detto l’uomo delle tre religioni: amava ripetere di essere andato cristiano, scoperto indiano e ritornano buddista. A testimoniare un incontro intimo di culture e credi diametralmente opposti, che lo avevano indotto a sostenere concetti come convivenza e dialogo. Insomma, un innovatore pericoloso e facinoroso, che in certi ambienti politici sarebbe stato molto probabilmente epurato. E non solo durante la guerra fredda.

Ha insegnato religione comparata ad Harvard e storia delle religioni e filosofia della religione in California, presso l’Università di Santa Barbara, dopo aver toccato altre cattedre come Montreal, Madrid, Bangalore. Ha ricevuto cinque anni fa la laurea honoris causa in antropologia ed epistemologia delle religioni dalla facoltà di sociologia dell’università di Urbino. Protagonista di un’esperienza nell’Opus Dei, dalla quale successivamente si allontanò, ha pubblicato ottanta libri, incentrati sul dialogo tra idee ed azioni, orientato verso la difesa della pace e della convivenza. Vi è anche un centro interculturale nato nel 1988 a Tavernet, sostenuto dalla volontà di rafforzare proprio ciò che lui definiva il “dialogo dialogale” tra le tradizioni, con l’attenzione puntata sulla giustizia sociale e sulle spiritualità.

Una sorta di giramondo dei pensieri, amico personale di Habermas e Kung, è stato membro dell’Unesco e del Tribunale permanente dei popoli. Ha teorizzato il viscerale legame esistente tra contemplazione ed azione, stimolando ossessivamente l’integrazione delle diverse sfere del reale, da lui incanalate all’interno del trinomio umano-divino-cosmico. Al pari del più filosofico concetto di coscienza-libertà-materia. Entusiasta frequentatore dell’Italia, due anni fa si era resto protagonista a Venezia, in occasione del suo novantesimo compleanno, di un sinedrio al quale avevano aderito studiosi provenienti da vari continenti. Mentre nel 2000 era stato nominato Chevalier des Artes e des Letres dal governo francese, prima di ricevere la Medaglia d’Oro della presidenza della Repubblica italiana.

Alla base di una così marcata vivacità mentale vi è il suo peregrinare giovanile: nasce a Barcellona dove si diploma, nel ’36 fugge in Germania a causa della guerra civile spagnola, fino al ’50 e dopo vari dottorati, insegna in Spagna ed in America Latina. Poi inizia a collaborare con diverse riviste francesi, italiane, tedesche, spagnole. Ma è l’incontro con l’India, a trentasei anni, a modificare definitivamente le sue coordinate mentali. L’occasione è una missione apostolica, che lo fa giungere sulle rive del Gange, dove si dedica allo studio, alla lettura, alla scrittura, alla meditazione. Tre monaci cristiani affascinati dall’induismo influenzano il suo progresso socio-metafisico, riuscendo nell’impresa di superare il dualismo religioso e comprendendo come si possa essere insieme cristiani e indù, altro passaggio delicatissimo verso il suo convincimento legato alla convivenza interculturale.

All’indomani dell’esperienza indiana ecco un altro stravolgimento a trecentosessanta gradi: la cattedra di religione comparata in California, dove si accosta ad una realtà completamente opposta a quella delle rive del Gange. Ricchezza, prosperità, benessere lo colpiscono, portandolo a riflettere sul fatto che l’unico punto di unione tra “due sfere della mia vita” era la sua vita interiore. Vero momento di equilibrio catartico tra due mondi agli antipodi. Ma un’altra contraddizione era in agguato, caratteristica che si rinnova ciclicamente nell’esistenza di Panikkar: prima di “chiudere il cerchio”, come scriveva, doveva tornare al luogo natìo. Di qui il rientro in Catalogna negli anni ’80, per completare il proprio percorso mentale, da dove prosegue incessantemente la sua attività filosofica e pubblicistica. Raggiungendo spesso l’Italia in occasione di seminari e dibattiti, come quello del 2004 a Venezia con Emanuele Severino.

Ma sempre nel solco di un incontro solido e fervente tra rami opposti, tra lembi lontani che, a discapito di distanze siderali o punti cardinali irraggiungibili, si riavvicinano e si parlano. E proprio in quell’istante, in quel limbo dove Oriente ed Occidente si sfiorano, si studiano, si interrogano, è lì che la mente pacifica e conciliante di Panikkar lavora intensamente. «Le parole dei grandi maestri - disse - non sono scritte su pergamena, ma sul cuore degli uomini».

Addio alla “madre della clandestinità”

Da Ffwebmagazine del 12/09/10

A un ponte ferroviario di Berlino pare sia ancora appesa una scritta che recita: «Non volevamo un pezzo di torta, abbiamo voluto tutti i prodotti da forno». E quella pasticceria e quelle materie prime significavano vita futura e libertà. Una cosa che non si acquista già confezionata, ma che come il raccolto si semina pazientemente e poi, dopo attese e speranze di buon tempo, si raccoglie con delicatezza. Per goderne dei frutti e, soprattutto, per seminarne ancora i nuovi semi. Proseguendo una lenta litania senza interruzioni che ne scombinerebbero il significato e il risultato.
Libertà e pace, nel bel mezzo della cortina di ferro, sono sinonimi di Barbel Bohley, attivista in opposizione clandestina al regime comunista tedesco, scomparsa assieme ad un pezzo di quel Muro che contribuì a far crollare. Nata a Berlino pochi istanti dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era pittrice, grafica, esponente di un filone artistico che sfocia nel movimento pacifista occidentale, semplicemente contro la violenza fisica e l'oppressione intellettuale dei regimi del passato. È sua una significativa firma nel 1980 in calce al manifesto “Istigazione alla pace”, che rappresentò la prima espressione pacifista congiunta, avanzata dai militanti dell'est e dell'ovest. Quando gli attivisti dei due pezzi della Germania iniziarono a parlarsi, perché mossi da un obiettivo comune, alto e spendibile per il futuro di tutti, che segnò lo spartiacque con una fase nuova della storia tedesca, anticipando le prime picconature che quel muro avrebbero contribuito ad abbattere qualche anno dopo.
Nel 1982 un'altra mobilitazione con Barbel Bohley in prima fila, con lettere di protesta indirizzate al Governo, che intendeva arruolare le donne in caso di necessità per la difesa del Paese.
Fu in quell'occasione che nacque il Movimento femminile per la pace, con il sostegno iniziale di centocinquanta donne. Ma se da un lato muoveva i primi passi uno spirito libero e deciso a infrangere quel regime e quei precetti, dall'altro iniziava il suo personale calvario, che l'avrebbe portata più volte in carcere. Nel 1983 il primo triste segnale, con l'espulsione dall'associazione degli artisti e l'impossibilità di esporre le proprie opere. L'accusa? Sempre la stessa: tradimento. Presunto, provato, ipotizzato. Ovviamente i regimi totalitari che si rispettino hanno solo l'imbarazzo della scelta. Ed ecco il carcere, un'esperienza incredibile, dove l'aria che quotidianamente si respira per strada, nelle vite di tutti i giorni dove si dà tutto per scontato, diventa improvvisamente un tesoro, da centellinare e conservare. Ma che al contempo spinge le idee a forzare quelle sbarre e quelle celle, che muove le anime di chi dal di fuori osserva questo scempio dei valori umani e della libertà di espressione. E che produce indignazione, movimenti, socialità che si amalgamano, e che reagiscono.
Quelle stesse emozioni che poco prima del novembre 1989 diedero il via, assieme all'entusiasmo di Katia, vedova di Havemann, ad un altro esperimento socio-mediatico all'avanguardia, il “Nuovo Forum”, un contenitore sprovvisto di un vero e proprio programma politico, ma che spronava i cittadini a pensare una democrazia che partisse dal basso, che fosse agli antipodi della consuetudine istituzionale dell'epoca. Che spingesse la gente ad interpretare i bisogni e le esigenze delle altre persone, anch'esse cittadine e potenziali attivisti. In un ambito, quello della Germania divisa, dove gli aliti di libertà e di idee erano soggiogati.
E allora le finestre di un mondo nuovo vennero spalancate anche grazie alla determinazione di Barbel Bohley, definita dalla Stasi “la madre della clandestinità”. Una donna che proprio una manciata di giorni prima del crollo, lanciò il manifesto del forum, chiamato “Svolta 89”. Mai nome fu più adatto.

martedì 7 settembre 2010

Capezzone ringrazia Feltri: certo che ci vuole faccia tosta...

Da Ffwebmagazine del 07/09/10

Stavolta c’è da ridere. Non che fino a ieri il “fu Pdl” abbia stimolato lacrime di commozione o reazioni improntate a una triste compostezza. Come dimenticare il ministro lampo Brancher, i corsi di preparazione politica a veline taccododici in odor di lista, o gli indici di gradimento al 70% sventolati mensilmente fino a poco tempo fa, o gli editti bulgari e successivamente romani, o la campagna acquisti condotta, pare, per sottrarre teste alle minoranze, o le riunioni “politiche” a bordo piscina con tanto di fotografi semi ufficiali e premier stranieri in deshabillé?

Oggi, dopo le gesta giudiziarie del dottor Stranamore, - il deputato che coniò la mitica espressione di “utilizzatore finale” (perché, ve ne sarebbe anche uno intermedio?) - o quelle illusorie del Mistificatore Sallusti, c’è proprio da ridere. Perché dalle parti di via dell’Umiltà c’è chi si diverte a giocare con gli specchi. Insomma, e qui verrebbe in soccorso un vecchio detto popolare (“sulu t’ha soni, sulu t’ha canti”) assistiamo al trionfo dell’autoreferenzialità, degna di certe convention aziendali e di quelle riunioni casalinghe dove si presentano stock di aspirapolveri o macchine per fare il gelato.

E dato che nel “partito dell’amore” ci si aiuta, ci si ama, ci si sostiene, si inglobano i voltagabbana, si cacciano i cofondatori, è giusto prodursi in ringraziamenti e cordialità.

Parliamo di Daniele Capezzone, megafono nazionale del fu Pdl, quello per intenderci che pochi anni fa asseriva: «Berlusconi si paragona a Napoleone e Churchill. Mi ricorda la barzelletta dei due matti: uno dice “Io sono Mosè e Iddio mi ha dato le tavole della legge” e l’altro, offeso: “Ma guarda che io non ti ho dato niente!”. Ecco, lui potrebbe essere il secondo matto, mentre per il novello Mosè bisogna scegliere tra Bondi e Fede». Sì, proprio “quel” Capezzone, che in fondo già manifestava una certa assonanza a quello che sarebbe diventato il suo futuro datore di lavoro, in quanto a barzellette e raccontini gioviali.

Ecco, questa mattina rivolge al Giornale del fratello del premier parole dense di gratitudine: “Grazie di cuore a voi del Giornale - scrive in un appassionato editoriale di spalla - che non smettete mai di fare qualche domanda scomoda a nome di molti italiani, stanchi di essere smaccatamente, e direi quasi programmaticamente, presi in giro”. Mielosa commozione politica, solidarietà socio-politico-mediatica, libertà di espressione.

Ma ve l’immaginate il portavoce di Obama che ringrazia il giornale di proprietà dell’inquilino della Casa Bianca (circostanze ovviamente assurde da quel lato dell’Oceano) per la campagna diffamatoria condotta contro un esponente politico che osa alzare un dito e proporre un’idea che non sia militarmente e aziendalmente allineata con il capo supremo?

Nell’appassionato intervento di oggi, che dovrebbe essere oggetto di studio nelle scuole di giornalismo (per imparare cosa non fare), Capezzone ringrazia praticamente se stesso, si genuflette di fronte all’inchiostro del Giornale di proprietà della famiglia del premier. Ecco gli specchi, ecco la presa in giro, ecco il gioco delle parti. E fa di più, appoggiando la richiesta di dimissioni nei confronti del presidente della Camera, (concretizzata poi nella richiesta di un incontro con il Capo dello Stato avanzata dalla ditta B&B, Bossi e Berlusconi).

Capezzone parla, nel cappello iniziale del pezzo, dell’esigenza di “una decenza istituzionale”. Senza essere sufficientemente consapevole che, questi due passaggi, dimostrano la latitanza non solo della decenza delle idee, quanto delle nozioni minime di diritto costituzionale, che in molti hanno ampiamente dimostrato di non possedere affatto nel fu Pdl.

Diceva Victor Hugo che “la libertà comincia dall’ironia”. Quindi se valesse tale principio, il Megafonatore Capezzone ne dovrebbe possedere a tonnellate, visto il tenore di certe dichiarazioni, diciamo cangianti dopo solo mezzo lustro. Ma per l’occasione, dopo essersi asciugati le lacrime seguite alle roboanti risate post editoriale capezzoniano di questa mattina, varrebbe forse la pena di tornare seri per un secondo, il tempo necessario a scomodare Otto Von Bismarck, quando dice che “la libertà è un lusso che non tutti si possono permettere”.

Senza offesa, s’intende.

Ecco a voi la controrealtà del Mistificatore Sallusti


Da Ffwebmagazine del 06/09/10

Va bene la campagna elettorale permanente, passi questo stato ansiogeno degno di qualche gravidanza isterica. Però altro che controcanto, qui è andata in scena la controrealtà, come certi fogli informativi russi, cinesi, coreani o iraniani sapevano e sanno ancora fare bene. Non bastava il dottor Stranamore, ecco che un’altra pittoresca figura fa capolino nella tivvù italiana: il mistificatore. E sì, perché questa mattina a Omnibus su La7 non si è solo discusso di idee, contenuti, valutazioni e analisi, ma si è assistito alla mistificazione del reale e dei fatti. Ovvero, quando il vicedirettore del Giornale Sallusti ha sciorinato alcune affermazioni che appaiono per quel che sono: invenzioni.

La prima: Gianfranco Fini è sceso dall'autobus del Pdl. Forse dalle parti di via Negri 4 non hanno vissuto quella giornata che resterà nella storia dell’antidemocrazia italiana. Forse erano in ferie lo scorso 29 luglio, quando Berlusconi ha cacciato dal Pdl chi aveva contribuito a fondarlo, adducendo come motivazione il fatto che le posizioni dell’onorevole Fini fossero «assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Pdl: di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni». Chi è sceso da cosa?

La seconda: Berlusconi non ha fatto nulla, è Fini che si è fatto cacciare. Se il farsi cacciare, se il farsi espellere è direttamente proporzionale alla libertà di espressione, di dissenso, di proposta, beh, allora il Pdl ha fatto un balzo indietro a cinquant’anni fa, quando il molti paesi del mondo le idee non allineate o le elaborazioni “differenti” erano un alito di vento da stanare e spegnere. Lecito chiedersi e chiedere a Sallusti: avanzare miglioramenti a leggi antiumane - come quella sui medici spia o sui presidi spia - è farsi cacciare? O lo è proporre stimoli da inserire nella manovra economica, o avanzare idee per le piccole e medie imprese, o preoccuparsi dei diritti umani dei “clandestini” che arrivano in fin di vita sulle nostre coste, o entusiasmarsi per gli immigrati che ce la fanno, che si integrano e che contribuiscono con quel 10% del Pil al sistema Italia? È farsi cacciare immaginare una green economy seria e ponderata, che sfrutti al meglio le energie alternative, che non sia genuflessa verso i proprietari di giacimenti petroliferi, che invece, come ha ribadito ieri Gianfranco Fini a Mirabello, punti con decisione sui giacimenti culturali?

La terza: Libero e Giornale avanzano solo proposte, ma poi da diciotto anni Silvio Berlusconi fa di testa sua. Vogliono farci credere che la campagna di agosto, fatta di colpi bassi, di inseguimenti tra mobilifici e tra ombrelloni, sia frutto di un colpo di sole estivo? Che la mano sinistra non sappia cosa faccia - e soprattutto come e con quali metodi - quella destra? Sì, proprio quella destra, dal momento che il Pdl (e assieme ad esso i due quotidiani di riferimento, tra cui quello della famiglia Berlusconi) è di fatto diventato un partito di estrema destra, xenofobo, illiberale così come diagnosticato da illustri liberali della prima ora, a trazione leghista, con la bandiera del manganello e del metodo Boffo in bella evidenza, con tonnellate di titoli contro, senza assolvere al ruolo di contenitore moderno e plurale, tralasciando le grandi questioni, come il mancato introito da parte dello Stato di quattro miliardi di euro per il digitale - così come avviene in Usa e in Germania - o come l’assenza della banda larga, con molte zone del paese ancora in alto mare, costretti ad usare internet mobile ad intermittenza.

La quarta, in verità la più divertente: il presidente della Camera deve agevolare l'azione del governo. Ma l’articolo 8 del Regolamento della Camera, facilmente scaricabile dal sito internet della stessa, dice invece che «il Presidente rappresenta la Camera. Assicura il buon andamento dei suoi lavori, facendo osservare il Regolamento, e dell'amministrazione interna. Sovrintende a tal fine alle funzioni attribuite ai Questori e ai Segretari. In applicazione delle norme del Regolamento, il Presidente dà la parola, dirige e modera la discussione, mantiene l'ordine, pone le questioni, stabilisce l'ordine delle votazioni, chiarisce il significato del voto e ne annunzia il risultato».

È del tutto evidente che da nessuna parte c’è scritto ciò che Sallusti ha dato per certo, mistificando ancora una volta la realtà. Dando, certamente, un giudizio personale, ma spacciandolo per vero e prescritto dalla legge. Sta tutta qui l’anomalia di certa informazione italiana. E non ci vuole poi molto per smascherarla.

domenica 5 settembre 2010

Rivoluzione Obama: la vera "politica del fare"


Da Ffwebmagazinje del 05/09/10

Lo avevano dato per spacciato. Troppe aspettative, troppe promesse sul presidente più abbronzato del mondo, luci e flash puntati su di lui da ogni parte del globo. “Si sta sgonfiando”, ammonivano. “Non ce la farà mai”, oppure, “prepariamoci ad un altro flop”, “ormai ha tutti contro”, “cala nei consensi”. Strana la storia, strani i suoi interpreti, strane certe dinamiche e soprattutto i soliti commenti affrettati. Che non possono basarsi su una piccola porzione di azione e provvedimenti, ma devono gioco forza assemblare una valutazione complessiva delle cose.


Barack Obama sembrava sull’orlo del baratro. Le lobbies lo contrastavano per la paventata riforma sanitaria, le grandi multinazionali e gli ambientalisti per il disastro nel golfo del Messico, i sindacati per la recessione, i pacifisti per i conflitti in Iraq, illustri politologi per la situazione in Medio Oriente. Ma lui, noncurante della pioggia di parole e sferzanti analisi, ha tirato dritto per la sua strada. Non una strada di sfavillanti premesse, o di retoriche enunciazioni. Non di giustificazioni con l’opinione pubblica per la congiuntura economica o per la concomitanza di un evento ambientale unico nella storia. Non una parola polemica su questo o quell’avversario, non una sola ricerca affannosa di giustificazioni, o una sola lamentela affidata ad un comunicato stampa o pronunciata vis-à- vis nello splendido giardino delle rose.


Ma lavoro, lavoro e solo lavoro. Quello vero, quello puro, quello fatto da staff che contribuiscono a studiare dossier, a valutarli, provvedendo a fornire un quadro analitico. Senza buchi nell’esecutivo, soprattutto in un dicastero strategico come può essere l’industria o le attività produttive. Senza perdersi dietro presunte strategie di persecuzione o di tradimenti, o dietro gli stucchevoli poteri forti che impediscono la rivoluzione immaginata. Senza concentrarsi sui fatti propri, o su quelli personali degli avversari politici. Senza erigersi a risolutore di tutto ciò che accade fuori dai confini nazionali, senza lasciare che qualche eccentrico personaggio entri nel territorio nazionale e si comporti come se fosse al circo.


Ma, almeno nelle intenzioni e anche un po’ nei fatti, un modo di fare politica seriamente. L’accordo con la Fiat: solo un mese fa l’amministratore delegato Sergio Marchionne è stato accolto da Obama in uno stabilimento della Chrysler a Detroit che, grazie ad un lavoro intenso e proficuo, continuerà la produzione (con modalità differenti) anziché chiudere. Nuovo pacchetto economico: a breve verranno presentate una serie di iniziative di stimolo all’economia, per impedire che la crisi venga combattuta con uno sterile blocco, utile all’inizio per saldare i conti, ma poi deleterio perché impedisce una ripartenza. Dinamica corroborata dagli ultimi dati sulla disoccupazione negli Usa, che cresce meno del previsto, con posti di lavoro in tenue aumento, anche nel settore privato.


Come si evince, Obama prende spunto dai primi cenni di ripresa per favorire politiche di iniziativa industriale. Senza affannarsi nella conservazione dello status quo, valido solo a riempire i giornali di meste ammissioni di responsabilità o tristi valutazioni sullo stato dei conti. Guerra in Iraq: alzi la mano chi avrebbe scommesso un dollaro sulla fine dei combattimenti in quel lembo del pianeta. Eppure la notizia c’è. Medio Oriente: altra mano tesa per innescare una stagione di dialogo, di spiegazioni, di discussioni. Aspre e dure, come è giusto che sia, ma in qualche modo un nuovo inizio dopo il tentativo di Camp David da parte di Bill Clinton.


Questi sono i fatti, i dati sui quali costruire convinzioni e pubbliche opinioni. Nessuno saprà come i problemi sul tavolo della Casa Bianca evolveranno. Se la sterzata economica sarà sufficiente a impedire l’emorragia di investimenti; se l’accordo Chrysler-Fiat aprirà scenari inimmaginabili solo sino a pochi anni fa; se l’ipotesi di dialogo tra Netanyahu e Abu Mazen potrebbe alleggerire l’atmosfera tra israeliani e palestinesi; se la riforma sanitaria riuscirà nell’impresa di dare dignità alle fasce deboli.

Quel che è certo è che, nonostante flussi di gradimenti e sondaggi dietro l’angolo, si denota la politica del fare. La si tocca, la si immagina per poi un minuto dopo scorgerla oggettivamente. La si valuta perché è reale, concreta. E non miseramente annunciata, o rimandata di una settimana o in attesa di giorni migliori, o fatta dipendere dagli umori di altri interlocutori. Sempre con quella noiosa cantilena dell’ “io non c’entro”, o del “vorrei ma non posso, perché non me lo fanno fare”. Questi ritornelli, dall’altro lato dell’oceano, non li canta proprio nessuno.

giovedì 2 settembre 2010

Vargas Llosa, il liberalismo e l'illusione berlusconiana

Da Ffwebmagazinhe del 02/09/10

di Francesco De Palo

«Sono uno schiavo volontario e felice della letteratura». Così si definì anni fa Mario Vargas Llosa, scrittore peruviano tra i più noti, fresco vincitore del Premio Internazionale “Viareggio-Versilia”, attribuendo a quello straordinario dono che è la scrittura una missione puntuale, perché essa non può «isolarsi dalla vita sociale». E che oggi, dopo anni di inchiostro versato su storie e romanzi caratterizzati da un impatto descrittivo unico nel suo genere, volge lo sguardo su quella che chiama illusione italiana.

Ovvero come un liberale vero - per nulla imparentato con quelli che invece attuano il frequente liberalismo a intermittenza - osserva il berlusconismo, la sua straripante immagine, la sua evoluzione tortuosamente fuorviante, la sua plastica raffigurazione nelle vite degli italiani. Quel fenomeno che ha solcato quindici anni di storia. Proprio il popolo nostrano, in un’intervista all’Unità, viene definito dallo scrittore come «illuso», in quanto sono le derive populiste e le infatuazioni presenti massicce nel paese a comporre un mosaico fasullo. Che comprende la sfera dei pericoli corsi da una democrazia occidentale, utili come materia di studio e di approfondimento. O come la speranza che «un uomo forte ricercato dalla gente, potesse far fronte ai problemi lasciati irrisolti dai governi precedenti». Problemi che, nonostante leggi, leggine e leggi ad personam, permangono intatti. Facendo leva sull’aspetto ottimistico di quell’impostazione politica, sull’impatto aziendale del risultato e del profitto, sul circuito propagandistico che si innesca quando, commercialmente parlando, serve convincere qualcuno della bontà di un prodotto.

Ma sono appunto applicazioni manageriali, utili in altre vesti diverse da quelle istituzionali. E perché Llosa considera tutto ciò un’illusione? Per il semplice motivo che «l’autoritarismo non risolve affatto i problemi, ne crea di nuovi». Questa volta ben più gravosi, perché strozzano il dibattito, animano il pensiero unico, livellano le diversificazioni, accorpano le idee sotto lo stesso forzato ombrello. L’interessante provocazione dello scrittore peruviano, che provocazione non è, bensì analisi secca e scevra da timori reverenziali, apre un’interessante fronte nel già traballante universo del berlusconismo. In quanto riflette sul fatto che non è sufficiente il ghe pensi mi a tutto spiano per dare risposte e offrire soluzioni, quando invece, una squadra di calcio, per fare un paragone sportivo, è fatta di undici elementi, e non solo di uno che mette il pallone e magari, poi, se lo riporta a casa interrompendo la partita sul più bello.

Tra l’altro in una conversazione con il Corsera del settembre 2008, Vargas Llosa denunciò una sorta di ostracismo nei suoi confronti da parte dell’Italia, in quanto veniva «oscurato il mio pensiero liberale». Infatti, non tanto i suoi romanzi, ma i suoi pamphlet politici si possono trovare solo in lingua francese, per merito dell’editore Gallimard, e non in italiano. Come La tentazione dell’impossibile e L’utopia arcaica, dove si schiera contro il cosiddetto indigenismo. O come Sfida alla libertà, sobria miscellanea di riflessioni ispirate ad Aron.

«In Italia non piaccio - rivelò in quell’occasione - perché sono un uccello tropicale. Secondo gli italiani gli scrittori sudamericani devono essere amici dei dittatori in odore di socialismo, come Castro o Chàvez». Ma non solo una questione di nomi o di appartenenze. Vargas Llosa si incunea nell’intimo del liberalismo quando afferma che «nel progresso della libertà risiede l’umanizzazione della vita e delle relazioni sociali. L’errore fatale della mia generazione di scrittori è stato quello di giustificare le autocrazie, le dittature e di accettare la visione rivoluzionaria marxista come panacea di tutti i mali».

La sua attenzione si concentra sul raggio di azione della letteratura all’interno di una visione liberale di massa. Nell’intervista all’Unità prosegue sostenendo che la letteratura ha un ruolo politico, un compito civile, «dal momento che i libri e le poesie sostengono la fantasia e l’immaginazione, ovvero lo spirito critico della gente. Di conseguenza si comincia a divenire critici verso ciò che ci circonda. Per questo – annota - le dittature cercano sempre di mantenere il controllo sulla produzione letteraria e sugli scrittori».

Controllo, critica, eresia, intercultura, convivenza. Diceva Margherite Yourcenar che «fondare biblioteche è un po’come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito, che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». È proprio quell’inverno la prospettiva da evitare, è quella stagione di buio e di cieli inondati da cirri tediosi il panorama da allontanare, ma solo una politica aperta e pronta a una spinta liberale potrà farlo con serietà e convinzione. Quella politica che, in un anno e mezzo di vita, il Pdl non è riuscito ad attuare.

giovedì 26 agosto 2010

24-08-10

Questa è la storia di un viaggio. Iniziato molti anni fa e mai interrotto.
Un viaggio accidentato, con mille peripezie, inconvenienti, fermate impreviste. Con sconfinamenti, lunghe pause, interminabili attese, infiniti perché.
Ma anche un viaggio di affermazioni, di ripartenze, di speranze, di decolli.
Di gioie, tante. Di stimoli e soprattutto di amore.
Un viaggio faticoso ma entusiasmante. Una cavalcata continua. Senza soste.
Ha scritto Hemingway che “l’uomo non è fatto per la disfatta, può essere distrutto ma non vinto”.
Questa è la storia di un viaggio. Un viaggio di vittoria.

sabato 21 agosto 2010

Perdersi ad Atene per ritrovare un paese al bivio


Da Ffwebmagazine del 21/08/10

Ad Atene ti potrà capitare di vedere qualsiasi cosa. Lustrascarpe che ascoltano musica classica, ristoranti all’interno di cimiteri, miscellanea di suoni e profumi, razze in transito. E poi visi, occhi interrogati, mani tese e porte socchiuse. Non è uno spot dell’ente nazionale del turismo, ma ciò che sguardi attenti e olfatti anche non necessariamente raffinati potranno notare subito transitando per odòs Ermoù o per le viuzze di Plaka, arrampicandosi su fino al Lycavittou, scendendo fino al Pireo. O sfogliando le pagine di alcuni romanzi gialli in salsa ellenica, incubatori di quella new wave mediterranea unica nel suo genere. Una sorta di neofilone letterario, ambientato all’ombra del Partenone, lì sotto l’Acropoli dove fanno capolino gli ultimi alberi che precedono una mostruosa colata di cemento. Caldo, opprimente, afoso. Che dopo il tramonto, però, si trasforma in vita, in emozioni e sentimenti, in storie. Anche tristi. Ma che sono abilmente raccontate, romanzate e “sentite”.
La penna di Petros Markaris, il Camilleri greco, non si è fermata alle gesta del commissario di polizia Kostas Charitos, originale personaggio dai modi sobri e dalle intenzioni umane. Ma è andata oltre l’ottimo risultato raggiunto con i quattro precedenti romanzi, incuneandosi in un neorealismo dal quale non si sfugge, perché è maledettamente intrigante, e dove addirittura si respirano quei profumi, si riconoscono certe inflessioni di voci e bisbigli, si mescolano sentimenti e abitudini gastronomiche, si valutano le conseguenze di scelte sociali e strategie politiche. Dove emerge una Grecia diametralmente opposta a quella più conosciuta delle isole e della movida estiva. Una Grecia che si trova di fronte il macigno della crisi economica, con sperequazioni sociali mostruose, con flotte di immigrati che transitano a più non posso, si fermano, ripartono, ritornano. E nidificano, per poi decidere, magari, di dividere il proprio nucleo familiare in più tronconi. Integrandosi, e spesso male, in un tessuto sociale che un bel giorno si è svegliato dal torpore del benessere, rendendosi conto di come non fosse più abituato a correre.
Le otto storie gialle del romanziere nato a Costantinopoli, già collaboratore di Theo Anghelopulos e vincitore di una Palma d’Oro a Cannes nel 1998 per la sceneggiatura di L’eternità è un giorno, rappresentano un passo in avanti. D’accordo la saga del personaggio noto e al quale i lettori sono affezionati, d’accordo le sue movenze, i suoi pensieri ritmici, scansionati dal caffè del mattino, dalle urla in commissariato, dai riti della vita ateniese. I labirinti di Atene, però, sono un’altra cosa.
Perché vanno oltre lo stereotipo, raccontano altre storie, questa volta con l’accento sul degrado sociale. Come quella di due musicisti, un bulgaro e un’albanese, giunti in Grecia per sbarcare il lunario, ma che alla fine dopo essersi amati, litigano furiosamente nei locali dove si esibiscono. Fino a quando passanti e clienti delle taverne decidono di sbarazzarsi definitivamente della loro presenza ingombrante. O come quella di un greco-russo a cui la mafia russa vorrebbe imporre il pizzo per il suo ristorante. E che, dopo i primi rifiuti, si ritrova con il locale incendiato e con la figlia che si “accasa” con il boss russo, diventando poi direttrice artistica del ristorante stesso rimesso a nuovo. O come la lotta feroce di due extracomunitari, che si contendono a colpi di coltello la nicchia dove vendere frutta al mercato cittadino.
Non solo uno spaccato di vita sociale ed economica di uno stato a un bivio, dunque, non solo spruzzi di folklore e di quotidianità da terzo millennio globalizzato sino al midollo, ma decisamente un qualcosa di più. Perché Markaris affonda le sue storie in un paese lacerato da mille contraddizioni, dove un caffè al tradizionale cafeneio può costare anche tre euro, dove in una serata al rebetadiko, luogo in cui cinquant’anni fa si esibivano grandi artisti come Tsitsannis o Vamvakaris alla presenza di Melina Mercouri e Ugo Tognazzi, si possono spendere anche cinquemila euro di fiori. Dove, in un recente sondaggio sul greco più grande di tutti i tempi, i cittadini ellenici hanno votato al primo posto Alessandro Magno, subito dopo il prof. Giorgios Papanikolaou, inventore del famoso pap-test per la diagnosi del cancro all`utero, ma fuori dai dieci Aristotele.
Sancendo l`assenza dal ‘podio’ di personaggi legati alla filosofia ed alla cultura classica che tutto il mondo indivia e accosta direttamente alla Grecia, segno che il popolo ellenico (moderno) ha preferito fare a meno di eroi della mente, preferendo invece eroi della forza. Scelta che, nei fatti, si sta rivelando un pericoloso boomerang in quanto svilisce quell’incredibile bagaglio di conoscenze da cui oggi il paese potrebbe ripartire.
Ma che contribuisce ad affrescare un quadro originalissimo: dove perdersi è finanche affascinante, dove puntare i sobborghi del Pireo in cerca di caffè-letterari è un’esperienza da provare. Dove piccole boutique musicali, seminascoste da vecchie insegne, allietano la visita di chi ama vagare nell’intimità di una città. Ecco, Markaris rende pubblica la veste più intima e celata della capitale ellenica, e il fatto che le storie raccontate siano improntate a vicende dure e ripide, rende ancora più credibile lo sforzo letterario dell’autore.

mercoledì 18 agosto 2010

La lettera di Frattini all'Europa e le vere anomalie italiane


Da Ffwebmagazine del 18/08/10

Per la serie facciamoci conoscere, orgogliosamente, di più. Il Giornale riferisce che il ministro degli Esteri Franco Frattini sembra intenzionato a recuperare una missiva piuttosto impegnativa, che illustra una posizione ufficiale del governo italiano. Per il piano di pace in Medio Oriente? - verrebbe da chiedersi. Sulla moschea a Ground Zero? A proposito del disastro ambientale nel golfo del Messico? O magari una posizione sul pericoloso trinomio Brasile-Turchia-Iran degli ultimi mesi? No, niente di tutto questo. Ma molto, molto di più.

Pare che il titolare della Farnesina, sempre secondo le informatissime ricostruzioni del Giornale, voglia riprendere una lettera che sarebbe dovuta partire con posta prioritaria già all’inizio 2010, rivolta ai ventisei ministri degli Esteri dell' Unione europea per informare le cancellerie degli stati membri di una peculiarità tutta italiana, sempre stando alla versione offerta dal quotidiano di famiglia del premier. Ovvero il fatto che da noi, Patria del diritto oltre che delle arti, “le inchieste giudiziarie sono soggette a un grave condizionamento politico”. Ohibò.

Sarebbe interessante conoscere, prima delle acute osservazioni presenti nella preziosa pergamena che a breve farà il suo ingresso negli studi dei ministri europei, su quali spunti processuali si basino tali condizionamenti. Se vi siano stati o meno cittadini innocenti condannati, o se qualcuno abbia manipolato colposamente intercettazioni e tabulati telefonici, o se siano stati pedinati senza motivo alcuni esponenti politici, o se siano stati confezionati falsi dossier sulle abitudini sessuali di questo o di quello, o se sugli stessi siano state avanzate indagini conoscitive sulla situazione patrimoniale in assenza di un reato o di un fascicolo processuale.

E sarebbe interessante almeno per due motivi. Innanzitutto perché, se fosse vero, il ministro Frattini non dovrebbe limitarsi a una lettera indirizzata ai colleghi di tutta Europa, ma dovrebbe fare molto di più. Rivolgendosi a organi di controllo giudiziario ben più rilevanti, persino all’Onu se vi fosse in pericolo la democrazia politica in Italia. Ma al momento non sembra intenzionato a farlo.

In secondo luogo, cosa potrebbero fare le cancellerie europee, una volta terminata la illuminante lettura? Disporre verifiche, inviando messi controllori? Se così fosse, gli ispettori si troverebbero di fronte a un panorama veramente singolare, con inchieste su elettrodomestici elevate al rango probatorio, o invocazioni di dossieraggio da parte di parlamentari della Repubblica, o campagne mediatiche ad hoc con sullo sfondo macroscopici conflitti di interessi. E poi che s’inventeranno per sminuire il lavoro degli ispettori europei? Diranno che anche loro sono condizionati politicamente, sotto l’occulta regia di qualche magistrato deviato?

Ecco la politica del corto circuito, quella che scollega i poli, che autolesionisticamente non fa ciò che deve. Senza domandarsi quali conseguenze porteranno tali discrepanze, quali opportunità andranno perse, quanto il nome dell’Italia subirà danni di immagine e di sostanza.

Forse un ministro degli Esteri, tra le altre cose, dovrebbe preoccuparsi, magari nei ritagli di tempo, di affrontare anche una serie di questioni maggiormente pregnanti per il paese. Come il fatto che la Germania per concedere il prestito ponte alla Grecia le abbia “consigliato” l’acquisto di due sommergibili; come il sorpasso dell’economia cinese su quella giapponese, con conseguente bilanciamento della politica commerciale italiana; come la tediosa dipendenza nostrana dalle fonti di energia non rinnovabili, facilmente bypassabile con un piano di green economy rapido e produttivo; come lo stato dei lavori dei due gasdotti transcontinentali, che dalla Russia porteranno il prezioso combustibile in Europa; come la politica dei respingimenti in mare non allineata ad alcuni aspetti umanitari. Di materiale ce n’è a sufficienza.

È chiaro, poi, che se la strategia della lettera sullo stato politico della giustizia italiana dovesse rientrare in un più ampio piano di intervento, per far conoscere all’Europa lo stato delle cose nel nostro paese (ad esempio, gettando luce su come si fa a espellere stalinisticamente presunti dissidenti o traditori dal partito che hanno cofondato), beh, allora c’è da sperare che la missiva venga letta dai destinatari quanto prima.

sabato 14 agosto 2010

Che tristezza la schizofrenia del Pdl


Da Ffwebmagazine del 14/08/10

La politica dei berluscones è schizofrenica. Non è un’opinione offensiva o una convinzione personale, ma ciò che oggettivamente si deduce leggendo dichiarazioni e valutando nel merito prese di posizione non tanto velate. Sembra quasi che la mano destra del fu Pdl non sappia cosa faccia la sinistra, quasi come una squadra di calcio senza metronomo di centrocampo, ma con un’accozzaglia di attaccanti che corrono di qua e di là senza senso tattico. O che forse lo celano colposamente.

Anche oggi Il Giornale dedica le consuete tredici pagine di fango a Gianfranco Fini e ai suoi familiari, con risvolti prima personali e, solo marginalmente, politici: è francamente molto difficile non considerare il premier come mandante della campagna mediatica abbattutasi contro il presidente della Camera. Almeno a volersi limitare alla carta, che canta sempre: gli scripta che non sono confutabili, non sono parole da smentire o da capovolgere con voli pindarici. Pare invece che, nonostante manchino due anni alle prossime Olimpiadi, ci sia più di qualcuno che abbia già iniziato a fare incredibili capriole e salti con l’asta, autoprovocandosi intense nevralgie, con conseguente confusione di pensieri e di piani d’azione.

Sarebbe ora di farla finita con i doppi registri, semplicemente perché non sono credibili. Quel che conta non sono i fiumi di parole vomitati dagli uffici stampa che, giustamente, li diffondono alle agenzie. Né le interviste doppie, quasi stessimo di fronte a una puntata delle Iene caratterizzata dalla doppiezza degli intervistati e delle domande; nemmeno le migliaia di indiscrezioni riferite (rigorosamente sotto l’anonimato) da questo o da quel peones di Palazzo Grazioli, circa l’ultima barzelletta berlusconiana sul presidente della Camera e signora, o sulle tiepide rassicurazioni che da Palazzo Chigi partono alla volta delle Stromboli o di Castel Porziano, alle orecchie di un Capo dello Stato prima invocato e poi offeso, sempre sulle pagine di quel Giornale là.

Ciò che realmente resta sul campo di battaglia sono i titoli di quel Giornale là. Perché nasconderlo? E a nulla servono queste benedette colombe che, allo stato delle cose, servono solo a spargere una fitta nebbia in uno scenario di cui non si riconoscono più nemmeno i contorni. Di esempi se ne potrebbero citare molti. Sterzate, correzioni, bastoni e carote: sintomi di una politica arruffata e perennemente mascherata, ma dal cui interstizio è facilmente riconoscibile la vera centrale di comando. È fra i menabò del Giornale, di quella che un tempo era la nave ammiraglia del liberalismo, di quel giornalismo di qualità mai asservito, montanellianamente con la schiena dritta. E che oggi non è più tale, tramutata in un bunker sempre in stato di altissimo defcom, per citare una metafora cara agli amanti della guerra fredda. Da lì si avvia la stoccata quotidiana, la traccia mediatico-politica nella quale, poi, far confluire con comodo e solo con il passare delle ore pomeridiane le smentite, le correzioni, i non volevo, i non pensavo, i non credevo, ma che alla fine è meglio che faccia un passo indietro, perché, per come, e così.

Esempio lampante è l’ennesimo teatrino andato in scena due giorni fa: riferiscono i quotidiani che Berlusconi abbia sentito telefonicamente Giorgio Napolitano, rassicurando personalmente il Capo dello Stato sulla “volontà di proseguire la legislatura rafforzando l’azione di governo”. Ma poi che fa il presidente operaio, ad interim, ancora ministro dello Sviluppo economico? Pensa bene di minacciare i dissidenti finiani, agitando lo spettro delle urne anticipate, o della campagna acquisti (ma, lo avvisiamo, solo fino al 31 agosto, perché poi inizia il Campionato), lasciando che sul Giornale di famiglia sia avallata una raccolta di firme per far dimettere una carica istituzionale (non un consigliere dell’associazione “Amici del provolone”, con tutto il rispetto per il pregiato prodotto caseario), nemmeno fosse un coupon per la raccolta di punti carburante.

Ecco, loro pensano che tutto sia svilibile, aggiustabile, accomodabile. Che l’intera questione sia né più né meno come la tessera carburante, da riempire (con le firme) per avere diritto ai regali. La cosa di cui si discute, invece, si chiama politica. E non si fa in questo barbaro modo.

venerdì 13 agosto 2010

Volano le colombe? Ma vale quel che dice il Giornale

Da Ffwebmagazine del 13/08/10

Falchi, colombe. Colombe e falchi. E poi passerotti, cornacchie, canarini, gazze ladre e piccioni viaggiatori. Al di là di possibili interessi ornitologici, sempre legittimi per carità, ciò che resta della politica agostana non è quel che sembra arrivare dagli uffici stampa o quel che filtra diplomaticamente da dichiarazioni o interviste a trecentosessanta gradi, ma molto più semplicemente quel che è.

Un vecchio detto rabbinico dice che “se Dio ci ha dato una bocca e due orecchie è per ricordarci che dobbiamo saper ascoltare il doppio di quanto parliamo”. Tradotto dalle parti di questa Italietta di inizio millennio, significa che è inutile far volare colombe portatrici di ramoscelli di ulivo (stagionato e ormai secco), quando poi nell’immaginario collettivo permangono gli ettolitri di veleno irrorati puntualmente dal Giornale, nemmeno fosse uno di quegli aerei da turismo riconvertiti in spargi-fertilizzanti.

Quando le colombe berlusconiane si dilettano in analisi e colloqui che vorrebbero, nelle intenzioni, distendere, non tengono nella debita considerazione le consuete manganellate mediatiche di chiara derivazione, già richiamate su queste colonne. Che appartengono a un giornalismo che non è giornalismo. Ad esempio, il Presidente del Senato auspica giustamente la «cessazione del conflitto politico-istituzionale e il ricompattamento della maggioranza». E aggiunge: «Si depongano le armi e prevalga il senso di responsabilità, vengano bandite forme di rivalsa e di ritorsione, questo scambio di accuse violente che ha superato ogni limite. Va cercata una mediazione: ce n’è la possibilità e ce n’è l’esigenza nell’interesse generale». Ma poi come la mettiamo con i pedinamenti o con le supposte "missioni informative", come quella ventilata in Sicilia sulle tracce del pericoloso Fabio Granata e delle sue cartelle esattoriali?

Era dello stesso tono quella nota ufficiale di Palazzo Chigi con cui si dichiarava di «apprezzare l’apertura dei senatori finiani e di confidare ancora in una ritrovata unità». Ma ecco che parte, sotto la direzione di Feltri, la produzione di un’ingente dose di non-informazione (chiamarla informazione sarebbe un insulto ai maestri del passato): come chiamarla? Si potrebbe provare con deduzioni faziose, accostamenti assurdi, campagne diffamatorie. Liberi di scegliere.

Piero Ostellino in un fondo di ieri sul Corsera, rammentando Alexis de Tocqueville e uno dei grandi pilastri della democrazia liberale, ovvero la libera informazione, ha scritto che «non è compito dei media indipendenti organizzare e condurre campagne pro o contro uomini e partiti politici per delegittimarne il ruolo istituzionale. Dovere dei media è riferire fatti ed esprimere giudizi verificabili nei fatti. Il resto è militanza politica. Legittima- ha concluso- ma altra cosa dal giornalismo».

È da ingenui, dunque, non voler vedere questa sorta di tenaglia: da un lato si mette in moto la quotidiana rotativa spargi fiele del Giornale (che non sembra comunque appartenere a quella schiera di “stampa indipendente”, almeno stando ai dati che si evincono dalla lettura della gerenza). E dall’altro, si inviano timidi e ipocriti segnali pseudo-distentivi. Ma insomma, a cosa serve fare il gesto di porfere la mano e intanto fiancheggiare fabbriche di fango, magari con qualche scrollata di spalle? Ecco, questo è niente altro che un fatto e, come diceva Aldous Huxley, «i fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo».

giovedì 12 agosto 2010

Quel lavoro, tra "oikos" e "nomos"

Da Ffwebmagazine del 12/08/10

Diceva Marcuse che «il lavoro è la prassi specifica dell’esistenza umana nel mondo, con cui l’uomo diventa per sé ciò che egli è». Oggi assistiamo alla fine del valore sociale del lavoro? Se lo chiede, assieme ad altre interessanti questioni, Daniele Ranieri nel pamphlet Preferirei di no- Lavoro e condizioni di lavoro alle radici del XXI secolo. Il titolo riprende il detto dello scrivano Bartleby, nel racconto di Melville.
La debole governance globale dell’ultimo ventennio è alla base dello status quo. Crisi della democrazia e crisi del lavoro procedono quindi di pari passo. E negarlo sarebbe da sprovveduti. È altrettanto evidente che non si può abbozzare una soluzione al problema occupazionale senza riflettere sulla democrazia economica, sulle forme di partecipazione dei lavoratori. Ricordando Bruno Trentin, Ranieri dice che il lavoro è questione di identità e liberazione. Di conseguenza appare fondamentale «un diritto allo sguardo, cioè all’informazione, alla consultazione ed al controllo sull’oggetto del proprio lavoro, che ricomprende al proprio interno le dinamiche organizzative, il tempo delle singole attività, della formazione, sino al prodotto finale».

Nel libro vengono raffrontate vicende passate e presenti, modelli fordisti e quelli più attuali legati alla flessibilità delle risorse umane. Se il lavoro è una merce, il lavoratore è una persona integra, questo sarebbe utile tenerlo sempre a mente. La frase di Bartleby, «Preferirei di no», altro non è che il timore di trasformarsi in uno scarto produttivo, in una lettera morta. Ranieri riprende un’osservazione di Hannah Arendt, secondo cui pensieri e idee non sono solo autoriflessioni delle persone, ma la base delle relazioni umane. E la loro legittimazione è strettamente proporzionale alla diffusione da parte degli stessi uomini.
Quando tale processo, definito da Arendt di reificazione, viene stoppato o cassato, quell’idea resta come inespressa. Allo stesso modo, riflette l’autore, nel lavoro vi è l’apporto del lavoratore che, se viene a mancare, fa bloccare l’identificazione tra la persona e l’attività che svolge. Determinando di fatto un impoverimento sociale. Quello a cui si assiste quotidianamente nell’epoca della globalizzazione, della delocalizzazione, della elasticità dei rapporti e dei contratti.

Lecito chiedersi: che cosa rappresenta dunque il lavoro? Fonte di disparità e sofferenze? O realizzazione di un principio costituzionale? E’un’attività o una mera funzione Heideggeriana? E ancora: il lavoro serve per concretizzare un reddito o per formare una persona? Oggi continua ad essere il «principale contenitore dove concimare identità sociale, strutturando la propri esistenza». Il libro si dirama in due parti. Nella prima ci si affaccia in una panoramica sulla concezione del lavoro nelle differenti società: greca, romana, cristiana, medievale, luterana. E nella seconda si affrontano i nodi sociali che con il lavoro sono legati a doppia mandata, come la felicità, la realizzazione intima, la convivenza d’insieme.

Proprio Lutero scrisse che «la vita non è riposo, ma trasformazione del buono in meglio. Questo è il compito del lavoro che già in sé è grave». Esprimendo un distacco evidente dalla concezione ellenica che puntava invece più intrinsecamente sul senso di civilizzazione. Un’interessante fonte di riflessione si ritrova proprio nella considerazione che del lavoro aveva la società antica. Come l’uomo zoon politikòn di derivazione Aristotelica, sino alle differenze linguistiche tra latini, francesi, tedeschi che chiamavano il lavoro rispettivamente opus, travaille, werk. Diceva Aristotele che «non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano», in quanto egli non ha tempo libero, dipende dal suo lavoro e dai clienti. Tale condizione di dipendenza economica altrui non lo rende adatto alla piena cittadinanza ellenica. È utile ricordare, inoltre, che il termine economia, dal greco oikos (casa) e nomos (legge) fa riferimento al concetto di ambito familiare, quell’insieme di principi per la regolamentazione domestica. Ranieri conduce il lettore all’interno di un approfondimento irto di quesiti, che stimolano diagnosi precise.

Provando ad abbozzare una qualche risposta, si potrebbe perchè no riprendere il doppio principio ellenico citato. Quello che parte da un sentimento amministrativo familiare, per giungere ad un lavoro che non si risolva nel semplice strumento per ottenere un salario. Ma che, facendo tesoro anche dello spunto di Heidegger e della Costituzione italiana, così qualifichi il cittadino nella sua professione. Al di là di classificazioni più o meno ideologiche, Ranieri conclude con un inno alla lungimiranza. Perfino troppo facile sottolineare come il lavoro sia il frutto di una qualche programmazione a lunga gittata, priva della spasmodica attenzione al quotidiano. Slegata da logiche momentanee. E non per una non tanto velata tendenza al futuro, quanto per un’oggettiva logica razionale.

Lo stesso Gramsci, nei Quaderni, ammoniva che «prevedere non significa sapere quello che avverrà, ma fare in modo che avvenga, cioè predisporsi a progettare il futuro”. Anche il comico Groucho Marx aveva a cuore il futuro, quando sosteneva: «Per il futuro serve ricordare il passato, così almeno non ripeterai gli stessi errori: ne inventerai di nuovi». Due modi, diversi ma convergenti, di rimarcare che l’autoingannamento del presente, quello per intenderci dei paracocchi, della condizione ottusa dovuta alla contingenza, altro non fa se non disarmare gli interpreti. Spogliarli della forza necessaria a gridare «preferirei di sì», anziché mestamente «di no», come lo scrivano Bartleby nel raccolto di Melville.

Daniele Ranieri
Preferirei di no
Edizioni Ediesse 2009
160 pp. 10,00 euro

Anagrafe scolastica. Altro spot estivo?


Da Ffwebmagazine dell'11/08/10

Povera Gelmini, saranno le voci di una sua candidatura al posto dei triumviri del Pdl in aggiunta ad altri giovani delfini (mai trote); saranno le responsabilità pressanti di occupare il ministero che fu di Giovanni Gentile; sarà che dopo aver proposto la laurea honoris causa a Umberto Bossi in comunicazione, qualche politico straniero avrà pensato di iscriversi anch’egli al club del dito medio, per ambire al prestigioso riconoscimento. Fatto sta che non è un periodo facile per Maria Stella, a detta almeno di quello che riportano i quotidiani italiani. L’ultima nata è la proposta dell’anagrafe degli studenti, a cui già si sono opposte non poche voci contrarie.

Si tratta della raccolta di molteplici dati che, nelle intenzioni, vorrebbe rappresentare il biglietto da visita di ogni studente, per ottenere una banca informativa che lo tenga d’occhio anche sotto il profilo della eventuale dispersione scolastica. Peccato che accanto alle informazioni squisitamente curriculari, come voti, materie, crediti, debiti, vi siano anche il credo religioso, lo stato di salute, i rilievi giudiziari. Inserendo in un qualsiasi dizionario on line o cartaceo queste voci, il risultato che viene fuori è: dati sensibili. Ovvero dati personali, la cui raccolta o trattamento è subordinata all’autorizzazione della persona interessata, oltre a quella preventiva del Garante per la protezione dei dati personali stessi. Quest’ultimo tranquillizza tutti, dal momento che sarà proprio il Ministero a definire modi, tempi e soggetti incaricati di trattare i dati ovviamente individuali. E, asserendo, che verranno impiegati solo per fini statistici.

Ma il punto è un altro: è davvero indispensabile impiegare risorse economiche ed umane per un’iniziativa del genere che addirittura faccia luce su quale rito domenicale o infrasettimanale lo studente frequenti? Davvero è con queste idee strampalate che l’istruzione verrà sanata, assieme alle sue oggettive criticità che hanno portato, ad esempio, gli studenti italiani a scendere verticalmente nelle classifiche di rendimento europee? O non sarebbe stato più funzionale inaugurare magari gli stati generali della scuola, interpellando docenti, alunni e famiglie, per stimare dove intervenire e in che misura, anziché affidarsi a interventi secondari, anziché riproporre quel senso di caserma e di controllo vagamente fuori luogo?

È stato calcolato che saranno circa sei milioni gli studenti monitorati le cui informazioni verranno inserite nei computer del ministero, da cui dicono di volere solo effettuare una sorta di monitoraggio dell’evasione scolastica e della irregolarità della frequenza. Lo scopo- continuano da viale Trastevere- è fare prevenzione circa il fenomeno della dispersione. Tanto di cappello per il nobile intento, ma se impedire una fuga dei cervellini italiani dalle scuole nostrane deve passare da una violazione così invasiva delle proprie vite, allora significa che i problemi della scuola sono altrove. Forse nell’approssimazione di qualche dirigente che stende nuovi programmi e linee guida. A cosa serve voler conoscere quale religione si professi, o quali malattie esantematiche si siano riscontrate?

Si legge nella proposta esplicativa dell’anagrafe che verranno inseriti una serie di dati sensibili, utili a determinare lo stato di salute, le convinzioni religiose o di altro genere e notizie giudiziarie, indispensabili per individuare gli istituti dove lo studente svolge il proprio obbligo scolastico. Ci si dovrà preparare ad una schedatura simil- questura per gli alunni di tutta Italia? Ciò che preoccupa maggiormente non è l’effetto mediatico di iniziative simili, che a tratti possono apparire estemporanee o addirittura degne di qualche titolo divertente, ma il tenore o lo spessore. A cui fa da contraltare una certa sottovalutazione dei problemi basilari del comparto educazione: non sarà con la violazione della privacy degli studenti che li si inviterà a non abbandonare gli studi, o a profondere un maggiore impegno in questa o quella materia. Ma sarà il caso di lavorare su strutture più accoglienti, su un sostegno ai docenti impegnati in territori difficili, su risorse che scarseggiano drammaticamente per stipendi e spese generali, su libri di testo troppo frettolosamente cambiati in barba alle difficili condizioni economiche delle famiglie.

Meno privacy uguale più frequenza degli studenti? Mah, il dubbio rimane, anzi si rafforza, ed ecco che in soccorso dell’interrogativo estivo giunge un’esortazione di Ugo Foscolo: «Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete al fine conoscervi fra di voi ed assumere il coraggio della concordia». Magari per ottenere risultati migliori, invece che scomodare detective ministeriali che indaghino su religioni e salute dei ragazzi, sarà sufficiente invogliarli a studiare di più.