mercoledì 30 settembre 2009

Marramao: «Ora bisogna reincantare la politica»

Da Ffwebmagazine del 30/09/09

«Mettiamo da parte le scenografie mediatiche della felicità, perché la televisione non è l’unica piazza d’Italia. Solo così saremo in grado di reincantare la politica, facendola grande e allontanandola da una visione di emergenza, nella consapevolezza che i conflitti e la polemica rappresentano un’occasione di arricchimento». È la diagnosi del professor Giacomo Marramao, filosofo e autore di numerose pubblicazioni sui filoni del marxismo italiano ed europeo. Attualmente insegna filosofia politica all’Università degli Studi Roma Tre, dirige la Fondazione Basso-Issoco ed è membro del College International de Philosophie di Parigi.

D. L’uomo postmoderno dispone di strumenti senza dubbio all’avanguardia: la tecnica nella sanità, la democrazia nelle istituzioni, la libertà nelle scelte. Crede che paradossalmente tali traguardi siano anche dei limiti?
R. Ha ragione Vittorio Possenti, che di professione fa lo scienziato, quando afferma nel suo libro L’uomo postmoderno, che le tecnologie vanno accolte come un fatto inevitabile, ma pongono nuovi dilemmi. Sostengo da sempre che con le biotecnologie per la prima volta l’umanità è entrata nella dimensione vera e propria dell’etica. Quest’ultima non c’era quando la natura era uno status immodificabile, rispetto al quale potevamo solo architettare degli artifici, senza apportare sostanziali cambiamenti. Oggi invece possiamo contare su mezzi che incidono profondamente non soltanto sul mondo esterno, ma anche sulla natura interna. Credo non sia retorico affermare che l’umanità ha appena varcato una soglia in cui bene e male dipenderanno dalla nostra libera scelta.

D. Libera scelta che però ci carica di responsabilità?
R. Senza dubbio responsabilità nuove, ma questa è anche la nuova dimensione etica. Essa si manifesta nel momento in cui abbiamo un ventaglio di possibilità tutte alla nostra portata. Lo dico da non credente in quanto non ho la grazia della fede, ma non ritengo che le religioni siano l’oppio dei popoli. Come in passato esse hanno prodotto fenomeni di aberrazione, e oggi possiamo dirlo serenamente, lo stesso hanno fatto i pensieri secolaristi estremi che intendevano espungere dall’orizzonte l’ignoto e l’imponderabile. E i regimi che nel ventesimo secolo hanno voluto fare questo, hanno creato orrori non minori dei roghi creati da patologie religiose.

D. La formazione delle tribù, per citare le riflessioni di Michael Maffesoli, hanno posto un problema reale nella postmodenità: crede che oltre le forme di aggregazione, sia utile analizzare anche la qualità di tali gruppi?
R. Credo che Maffesoli abbia colto un aspetto ignorato dai comunitaristi americani, i quali hanno puntato molto sulla proliferazione nello scenario postmoderno, che io preferisco chiamarlo della ipermodernità, un’epoca che porta al diapason. Non dimentichiamo che il postmoderno filosofico ha coinciso con la profezia della fine dei grandi racconti e non mi pare oggi che tali grandi racconti siano finiti. Cadute le ideologie ci troviamo dinanzi al grande racconto della globalizzazione, alla bioetica e al futuro dell’umanità, al conflitto tra visione umanistica e ipertecnologica, che conduce alle ideologie del postumano. Senza dimenticare il grande racconto delle religioni universali che si scontrano nello scenario globale. Sicuramente i comunitaristi hanno visto nell’ottica postmoderna nella nostra epoca globale un proliferare di comunità differenziate dal punto di vista etico-culturale. Invece Maffessoli sostiene che non sia l’etica a differenziare le tribù ma l’estetica. Basti vedere le comunità giovanili di trend, a volte trans territoriali, con simboli veicolati dalle tecnologie. Quindi la visione di Maffessoli credo sia molto utile per comprendere certe dinamiche di oggi, che non comprenderemmo se leggessimo la differenziazione del mondo globalizzato come processo unicamente indotto dalla morale normativa.

D. Nel suo volume Frammento e sistema, dialogato con Bolaffi, cura il passaggio dal sistema-mondo al conflitto-mondo: quanto è lontana invece una convivenza-mondo?
R. Transita da un’analisi disincantata degli elementi di conflitto. Dobbiamo passare attraverso il purgatorio del conflitto, come ho scritto in due altri volumi Passaggio a occidente e La passione del presente. Non dobbiamo avere timore del conflitto a patto che esso non sia mortale. Non deve essere più improntato sulla logica amico-nemico, ma deve invece produrre fattori di apertura e di innovazione. Credo che oggi sia fondamentale ripensare alla dimensione di un’umanità in grado di ricostituirsi al di là dell’orizzonte rappresentato dagli stati nazionali. Ovviamente questo non vuol dire che, nei grandi aggregati post nazionali , non giochino un ruolo le culture e le storie nazionali. Anzi, direi che noi italiani intanto potremo essere veramente europei, solo se valorizzeremo la nostra storia, la nostra lingua, un po’come fanno i francesi e i tedeschi. La nostra meravigliosa lingua, non a caso in un paese come gli Stati Uniti attrae sempre più cittadini, desiderosi di apprenderla. Mentre molti cittadini italiani vorrebbero disimpararla facendo finta di parlare dialetto, che per alcuni di loro sarebbe una lingua inventata.

D. Analisi disincantata dei conflitti, ma non solo.
R. La parola d’ordine della mia riflessione degli ultimi anni è avere il coraggio di reincantare la politica. Ha bisogno di produrre un orizzonte di senso individuale e collettivo, di mobilitare le passioni e non soltanto di creare una sorta di scenografia mediatica della felicità pret a porter.

D. Quanto influiscono sulle felicità dei singoli le carenze educative e l’emulazione di modelli fasulli e illusori?
R. Noi non siamo qualcosa, ma diventiamo sempre qualcosa. Non c’è un essere umani ma vi è un divenire umani. Come non c’è un essere colti, ma vi è un divenire colti. Purtroppo abbiamo dimenticato l’importanza della formazione e dell’educazione, di uno strumento basilare come la scuola e per questo spesso i ragazzi arrivano all’università senza certe coordinate fondamentali di orientamento. Dovremmo pensare alla formazione come un qualcosa non limitato nel tempo, ma permanente. Le forme più pericolose di analfabetismo sono quelle di ritorno, che il nostro paese conosce: presenti un po’ovunque nello scenario politico. Si registra anche un imbarbarimento della sfera pubblica dovuta al fatto che, anche senza voler demonizzare la televisione, essa non può ergersi a unica piazza d’Italia. Troppo spesso ci dimentichiamo che l’Italia ha insegnato al mondo la modernità attraverso la pluralità delle culture, le centinaia di piazza di cui la nostra storia nazionale può vantarsi, storia travagliata ma storia grande. Abbiamo insegnato la grande cultura alla modernità, proprio perché avevamo una civiltà fatta di strade e di piazze in cui narrative forme di vita diverse si incrociavano. Credo che dovremmo alimentare forme plurali di associazioni di incontro.

D. Come ovviare a questa situazione contingente di perenne emergenza, a tutti i livelli, politico, sociale, di rapporti umani, che sovente produce riflessioni e pensieri dal fiato corto?
R. Penso sia giunto il tempo di ripensare profondamente i criteri di selezione delle elites che, come nell’ambito del sapere e della scienza, devono essere improntate più alle capacità che non alle fedeltà. Produrre idee e creare dimensioni nuove del vivere: cultura e filosofia sono un modo di porre i problemi, la politica un modo di risolverli. Qui abbiamo anche la chiave di una nuova alleanza tra i saperi e la politica, ma deve essere il ritorno alla “grande” politica il nodo da sciogliere. Parlo di un re incantamento, una politica che sia in grado di parlare anche simbolicamente ai singoli ed alle collettività, in grado di suscitare passione, di spingere i cittadini a reperire nuove forme di relazione. Capace di stimolare le generazioni ad instaurare un nuovo rapporto, perché uno dei drammi del nostro paese, che è causa della perenne emergenza, è che si è interrotto il rapporto tra le fasce sociali. Da un lato vedo la nostra generazione, formatasi nella seconda metà degli anni ’60, con il fatidico 1968. Esso non è stato una rottura del filo tra generazioni, ma la conferma che un rapporto intergenerazionale, polemico, esisteva. La polemica e il conflitto sono un modo di avere rapporti e di arricchirsi. Oggi invece vige un sistema dell’indifferenza, un’incomunicabilità tra le generazioni che pone problemi molto seri.

D. Far tornare a comunicare le generazioni per…
R. Per poter uscire dall’epoca delle passioni tristi, del futuro chiuso, imparando a teorizzare una grande politica che si traduca in progetti ariosi. In Italia abbiamo avuto un deficit di progettualità innegabile. La mia generazione, a partire dalla fine degli anni ’70, ha teorizzato la critica del progetto. Ricordo battaglie che ho condotto personalmente con Massimo Cacciari ed altri amici. Tal critica era sacrosanta in quanto il progetto in questione era ideologico. La critica del progetto ideologico non significa appiattimento della politica, disincanto cinico, piuttosto rilanciare un’idea di segno nuovo. E quando riusciremo a farlo potremo dire alla politica europea, benvenuta nel ventunesimo secolo. Fino questo momento la politica europea, e non solo quella italiana, non ci è riuscita. Mi auguro di riuscire a superare questo stallo, questa miseria del nostro presente, per poter indicare all’Europa e al mondo le linee di una certa politica. D’altronde lo abbiamo fatto con successo all’epoca di Machiavelli, nell’800 con grandi pensatori, nel 1960 con la capacità di costituire un grande laboratorio politico seppur conflittuale. Dobbiamo ricominciare a fare innovazione e sperimentazione politica, e lo dobbiamo fare per il futuro. Di tutti.

sabato 26 settembre 2009

Halper: «La non violenza è l'unica risposta»

Da Ffwebmagazine del 25/09/09

Ricercare una pace giusta, definita “win win”, in cui entrambe le parti risultino vittoriose, nella consapevolezza che dove non arriva il braccio dei governi può invece arrivare la voce della gente e lo sforzo delle organizzazioni non governative. È la ricetta proposta nel libro Ostacoli alla pace di Jeff Halper, ebreo americano oggi a capo del Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi (Icahd), che non usa giri di parole per analizzare il conflitto mediorientale. Originario del Minnesota, vive in Israele da circa quarant’anni, dove ha insegnato all’università Ben Gurion del Negev. Il suo impegno, come lui stesso precisa, è sul campo e non dietro una scrivania: «Icahd ha lo scopo di denunciare e condannare le demolizioni delle abitazioni palestinesi. E lo fa perseguendo convergenze e sinergie, due termini che in questi anni di barricate credo siano molto importanti».

Urbanista e antropologo, si chiede se sia ancora possibile uno stato palestinese, dopo anni di continua espansione degli insediamenti, senza dimenticare la costruzione delle autostrade riservate e l’innalzamento di un imponente muro. «Una delle soluzioni al problema, oltre ovviamente il cambio radicale della politica israeliana, potrebbe essere una conoscenza diretta del problema case, senza un bagaglio ideologico precostituito alle spalle, che avrebbe la sola conseguenza di far smarrire una certa lucidità di analisi». Nel volume però non analizza esclusivamente la nota questione delle abitazioni e dei bulldozer israeliani impegnati nel rimuovere fisicamente i palestinesi dai territori, ma si sforza di ragionare in prospettiva, sì in termini di geopolitica, ma soprattutto legato alla vita quotidiana di migliaia di famiglie, avendo come «presupposto irrinunciabile la non violenza, l’unica risposta che veramente ha futuro».

Il principio che Halper caldeggia è che senza una casa non si può pensare ad un domani, quindi «chi intenzionalmente demolisce quella casa deve chiarire perché lo fa, se per attuare una pulizia etnica o meno». Ma la presenza sulla scena di leader politici più incisivi e meno votati ad un certo no preventivo, potrebbe innescare quel meccanismo di dialogo reale che fino ad oggi si è visto sporadicamente? «Purtroppo la leadership palestinese è molto debole - risponde - ma tali divisioni sono figlie delle scelte di Israele, che già nel 1948 ricercava nei villaggi i capi delle comunità. Quelli che oggi sono rimasti in vita si trovano in carcere ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti». E dall’altro lato? Dal versante dei bulldozer? E proprio tutto sbagliato? Halper riflette e risponde: «Non c’è al mondo un’altra situazione di occupazione come questa, con una situazione di fatto che dura da due generazioni, in violazione di diritti umani e civili».

Ottimismo fu però sparso in occasione del primo discorso di Barack Obama, quando in Egitto disse “fermiamo lo scontro di civiltà”, parole che secondo Halper, ospite a Roma della Fondazione Basso, fino ad oggi non hanno avuto un seguito concreto. «Siamo delusi verso la nuova amministrazione americana. Al momento non ci sono indicazioni di alcun tipo di ammorbidimento da parte di Israele - prosegue -. Obama se volesse risultare più incisivo, dovrebbe forzare Israele e convincerlo a fare un passo indietro, ma per farlo dovrebbe avere dalla sua parte l’intero Congresso. Ma paradossalmente credo che avrà maggiori difficoltà a persuadere Nancy Pelosi che Bibi Netanyau».

Nell’estate del 2008 Halper è stato l’unico israeliano presente in occasione della spedizione di Free Gaza Movement, che per la prima volta è riuscita ad infrangere il blocco navale imposto alla striscia da Israele. «Questo è un esempio concreto di cosa intendo quando parlo delle persone e del contributo che possono offrire. Quando i governi tardano nel riuscire a dimostrare di voler realmente tutelare popoli e genti, beh una risposta può venire proprio da chi si impegna in quella che definirei una diplomazia civile».

Il riferimento è anche ad una chirurgica campagna di boicottaggio che Halper ha avviato contro prodotti di una compagnia israeliana che esportava beni agricoli dai territori palestinesi in Europa e che pochi giorni fa a Savona lo ha visto protagonista con un gruppo di portuali: «Per noi è stata una piccola vittoria riuscire a bloccare quei beni, ma soprattutto significa che i movimenti possono fare molto. Mi riferisco anche ai portuali sudafricani, che non fanno attraccare navi israeliane, o alla Caterpillar, in procinto di vendere bulldozer a Israele, con i quali poi avrebbero raso al suolo gli insediamenti».

La lunga barba bianca fa da sfondo alle parole di questo individuo, fra l’altro cittadino onorario di Gaza, che alterna analisi fredde e inequivocabili, a sincere aperture semi diplomatiche. Certo, forse non sarà sufficiente un libro a chiudere decenni di sangue e morte, ma se da quelle pagine anziché proclami di guerra e vendetta venissero mani aperte e testimonianze di pace, magari l’incontro di queste ore tra Obamab, Abbas e Netanyau potrebbe segnare un punto di svolta.

mercoledì 23 settembre 2009

Il Pil e la felicità: basta con la religione dei numeri

Da Ffwebmagazine del 22/09/09

Andare oltre il prodotto interno lordo, comunemente detto Pil, puntando a un benessere che non sia drogato dai numeri. Eh sì, i numeri, proprio quelle cifre che se da un lato non mentono circa valori oggettivi e sintomi matematici, dall’altro rischiano di fuorviare certe valutazioni che, per forza di cose, hanno l’obbligo di essere condotte non solo con l’ausilio del pallottoliere. Due gli spunti degli ultimi giorni che fanno tornare di attualità la questione. Il primo: l’Unione Europea ha annunciato di voler inserire nel nucleo di valutazione del pil anche un indice ambientale, per accertare i progressi effettuati sulle direttrici del risparmio energetico, dell’ecosostenibilità e della riduzione di gas nocivi. Lo scopo è raggiungere la consapevolezza che il pil non è più sufficiente a misurare il progresso reale di uno stato, dal momento che il fattore ecologico influisce ormai quasi quanto quello economico. E, accanto a esso, un gruppo di altri tre fattori: l’equità sociale, la giustizia internazionale e il più ampio raggiungimento della felicità individuale.

Il secondo: il presidente francese Nicolas Sarkozy ha ammonito pochi giorni fa «basta con la religione delle cifre», presentando un rapporto redatto sulla misura delle performance economiche e del progresso sociale, curato da un gruppo di esperti con a capo Joseph Stiglitz, l’economista che riscontra apprezzamenti da più versanti politici. Ha riunito attorno a questo studio venticinque tecnici di spessore mondiale, come il Nobel Amartya Sen, il francese Jean-Paul Fitoussi e l’italiano Enrico Giovannini (presidente dell’Istat). Tutti concordano nel sostenere che al fine di valutare il benessere materiale, occorre approfondire l’analisi su redditi e consumi, piuttosto che sulla produzione. Questo non significa che il pil d’un tratto sia diventato inattendibile o palesemente fasullo: forse non sempre la sua lettura è stata utilizzata correttamente, e per questo necessita di essere integrato con valutazioni soggettive rivolte ai cittadini e ai nuclei familiari. In tale direzione, ci si dovrebbe accertare delle ineguaglianze delle singole qualità della vita, ovvero di come le une abbiano ripercussioni sulle altre. Il tutto corredato da due appendici, circa la sostenibilità del benessere e la quantificazione delle pressioni ambientali.

Il dato sul quale riflettere è che, per rimanere all’esempio di casa nostra, l’Italia è al dodicesimo posto in Europa per il pil, ma perde tre posizioni se oltre al dato economico si prendono in considerazione altri fattori, come il verde, la salute, l’istruzione, l’educazione, la partecipazione democratica. In poche parole la vivibilità dei cittadini. Lecito chiedersi, a questo punto, quale sia la reale fotografia di un paese. Quella legata esclusivamente ai numeri? O quella figlia di una visione più ariosa che contempli elementi sociali? Preferendo la seconda, appare utile rammentare che il pil è un valore appositamente pensato per attribuire un andamento all’economia di mercato, e non per segnare inequivocabilmente il raggiungimento di quell’ampio ed articolato concetto che è il benessere sociale. Innegabile che esso si intersechi con il concetto di sviluppo sostenibile, che il World Commission for Enviroment and Development definisce come lo sviluppo capace di soddisfare le esigenze dei cittadini, senza per questo sacrificare la possibilità per le generazioni successive di fare altrettanto.

Essendo l’uomo un soggetto economico, ecco che la finanza etica, giustamente negli ultimi tempi rammentata e celebrata, è proprio quella che riesce a immaginare la persona un momento prima del capitale, soprattutto in riferimento alla macrocrisi economica dell’ultimo anno, con intense sacche di conseguenze e ripercussioni su abitudini e stili di vita, destinati a certa modifica. Etica, istituzioni e cittadini dunque uniti sotto il comun denominatore della vivibilità, che non è direttamente proporzionale allo sviluppo industriale. È sufficiente spostare lo sguardo sulle regioni italiane maggiormente sviluppate, come Lombardia e Veneto. Senza dubbio le più ricche: si pensi che nella provincia di Vicenza c’è una delle più alte concentrazioni europee di aeroporti privati, a testimoniare una briosa attività imprenditoriale. Ma è un valore che non va di pari passo con la vivibilità, se invece Toscana e Marche dispongono magari di fatturati più bassi, ma certamente risultano più adatte ad una vita quotidiana che si definisca “piacevole”.

«Nessun sistema si rivela veramente buono se non è sorretto da uno stato etico» diceva Ezra Pound nel suo ABC dell’economia, dove il nodo da sciogliere era quello esistente tra etica dello stato e interessi finanziari. Spetta dunque allo stato, in conclusione, contribuire ad accrescere quel valore che si intende, a ragione, affiancare al pil per due motivazioni. Una di merito. Nascere, formarsi, crescere i propri figli in un luogo più “consono”, moltiplica il tasso di felicità degli individui e, a seguito di una serie di fattori oggettivi ma anche emozionali, li mette nelle condizioni di migliorare la propria situazione con ripercussioni dirette anche sull’economia. L’altra di metodo. Uno stato che investa a lunga gittata sul tenore di vita dei cittadini, e ovviamente non solo con riferimento alla busta paga, mostra una maturità inevitabilmente destinata a tutelare anche le future generazioni. Il tutto con la consapevolezza che l’ecosostenibilità di scelte e valutazioni non può che condurre ad un’eco-economia. Dove il prefisso “eco” abbraccia in termini di qualità non solo l’oggi, ma soprattutto il domani.

martedì 22 settembre 2009

CITTADINANZA E VOTO, IL FUTURO DELL'INTEGRAZIONE


Da Ffwebmagazine del 22/09/09


«La presenza degli immigrati sul territorio italiano rappresenta una straordinaria opportunità per ridare contenuti multiculturali a tutti i livelli, dalla scuola alla società». È l’analisi di Giorgio Alessandrini, presidente dell’organismo nazionale di coordinamento per le politiche di integrazione sociale del Cnel, commentando il Rapporto Ocse-Sopemi sulle prospettive delle migrazioni internazionali. Si calcola che entro il 2015 i lavoratori che andranno in pensione nei paesi Ocse saranno maggiori di quelli che entreranno nel mondo del lavoro. Il dato esige una presa di coscienza precisa e puntuale, a seguito della quale si renderà indispensabile una politica che, per dirla con le parole del presidente del Cnel, Antonio Marzano, «dovrà aprire i propri orizzonti con una prospettiva lungimirante, senza perdersi di vista su quello che accade sotto gli occhi dell’immediatezza, ma leggendo tali dati con le lenti del lungo periodo». Il rapporto affronta la crisi economica multilivello e le ripercussioni dirette sui ceti produttivi, evidenziando come gli immigrati risultino i più colpiti a causa di tre fattori: un’inferiore tutela contrattuale, una forte presenza in settori sensibili, licenziamenti sovente selettivi. Il messaggio, chiaro e forte che viene fuori da tali analisi, è che i governi non devono in questa fase retrocedere nelle politiche di integrazione, in quanto se lo facessero non ne godrebbero di benefici allorquando, si spera al più presto, la crisi cesserà di opprimere l’economia e ci saranno cenni oggettivi di ripresa.

Sarà proprio quello il frangente nel quale, secondo la valutazione di Alessandrini, solo in Italia si renderanno necessari 400mila lavoratori per farci trovare pronti quando la ripresa si manifesterà. «Cogliamo l’occasione oggi per sistemare le provvisorietà - ha aggiunto - così da investire con lungimiranza sul domani di tutti, non solo egli immigrati o delle aziende». E sì, perché la questione abbraccia l’intero comparto produttivo, che va dalla formazione alla commercializzazione del prodotto. Gli ammortizzatori possono rappresentare un veicolo di formazione anche per gli immigrati, che sino a oggi vi hanno provveduto autonomamente e che, si stima, hanno comunque una media di competenze che non è a priori concentrata verso bassi livelli, anzi. Non pochi sono i casi di lavoratori che già dispongono di una qualche infarinatura, ma che necessitano per questo di piccoli interventi mirati. Inoltre si rende imprescindibile ragionare su politiche di immigrazione che tengano conto delle reali esigenze di manodopera.

In questo modo si otterrebbe un duplice vantaggio, riducendo gli spostamenti irregolari e incentivando un’ integrazione più veritiera perché mirata. Il rapporto Ocse utilizza il termine di «sistemi di immigrazione pilotati dalla domanda». E non a caso, perché attuando specifici provvedimenti si potrebbe innescare un circolo virtuoso, a causa del quale a trarre vantaggio sarebbero tutti. Il riferimento è a tre principali direttrici: selezionare le esigenze del mercato del lavoro; programmare canali basilari di reclutamento per immigrati a bassa specializzazione; strutturare un doppio modello amministrativo, che provveda alla successiva formazione professionale e che in questo modo consenta loro una corretta integrazione.

Un altro aspetto determinante è quello relativo alle attitudini dei singoli, analizzando le competenze di base evitando che, per esempio, un idraulico o un operaio specializzato, possa vedere vanificato il proprio bagaglio. Quindi creare una corsia preferenziale verso coloro che abbiano già offerte di lavoro; recepire, prima dell’ammissione, la conoscenza linguistica; in casi specifici operare un vero e proprio giudizio di valutazione circa qualifiche e precedenti esperienze. «Stiamo ragionando senza interferenze ideologiche e partitiche, al solo scopo di capire cosa sarà dell’immigrazione domani. Viene in mente la questione scuola, dove non sarà sufficiente proporre il tetto del 30% avanzato dal ministro dell’istruzione, ma sarà bene discutere del ruolo formativo. Ovvero come restituire vitalità al rapporto istituti-famiglie - ha aggiunto Alessandrini -, o come integrare scuola e territorio, o come favorire l’apprendimento della lingua italiana». Si tratta di un fenomeno vasto, che abbraccia politiche di nuovo respiro, per questo «non dobbiamo illudere i cittadini che si risolva tutto con le motovedette e con i respingimenti: sarebbe un grave errore, fuorviante e pericoloso per le future evoluzioni della questione».

Costruire prospettive di integrazione con i quattro milioni di immigrati presenti oggi in Italia, dunque, non è un capriccio del momento o una valutazione buonista del problema, bensì il frutto di analisi approfondite. E perché le soluzioni siano quanto più possibile sagge e ponderate, occorre che un segnale forte venga dal Parlamento. La cittadinanza a chi vive sul territorio italiano, o il voto agli immigrati in occasione delle elezioni amministrative potrebbero rappresentare due decisi passi avanti verso la creazione di una rete di integrazione che, nel rispetto dei doveri di ciascuno ma anche dei diritti, favorisca la convivenza e sia di sostegno alla strutturazione sociale del prossimo decennio. Perché è lì che dobbiamo puntare il nostro sguardo

lunedì 21 settembre 2009

QUELLA SENSAZIONE DI ESSERE DI TROPPO

da Ffwegmagazine dell'11/09/09

A quasi sessant’anni il sogno di Michael si era avverato. Tornare nel paese di origine di suo padre per rivedere quei luoghi e quelle facce. Dalla sua Australia, dove si era guadagnato con studi e sacrifici la poltrona di un prestigioso ufficio pubblico, il figlio di un italiano e di una donna americana nera prese un volo per l’Italia carico di aspettative e di emozioni. Ma dopo un giro per monumenti e per favolosi scorci paesaggistici, cercò di comprendere meglio in quale posto fosse nato papà Mauro, prima di emigrare a Sidney in cerca di fortuna. Grazie alla scuola di italiano che aveva frequentato all’ambasciata italiana in Australia, masticava la lingua meglio di tanti altri residenti nel belpaese, e si diresse a un’edicola. Acquistò alcuni quotidiani e periodici e si immerse nella lettura.

Trovò subito buffo che ci si occupasse di vicende tanto intime e della sfera individuale delle persone, come altrettanto buffo trovò che le stesse persone parlassero a ruota libera delle proprie abitudini. Nella sua Australia i problemi, come nel resto del mondo, erano bel altri. Notò che era dato ampio risalto al fatto che a una donna era stato impedito di allattare il proprio neonato in un caffè del centro, al pari del fatto che un direttore di orchestra era stato licenziato solo perché nel frattempo aveva cambiato sesso. Si fermò per la pausa pranzo, acquistando un kebab, ma quando si diresse in strada per addentarlo fu guardato con circospezione dai passanti. All’ingresso del locale era appeso un cartello che indicava l’orario in cui era possibile consumare il cibo, oltre il quale non era ammesso avere fame. Proseguì nella lettura e si soffermò sulla notizia che a un bimbo di tre anni era stato impedito di iscriversi alla scuola dell’infanzia, perché figlio di genitori immigrati senza permesso di soggiorno. “Le leggi dure servono”, pensò tra sé, “ma se fosse capitato a me?”.

Sfogliò un altro quotidiano, tanto per assicurarsi una panoramica maggiormente completa e oggettiva dei fatti. Una coppia di omosessuali era stata picchiata in una grande città. La colpa di cui si era macchiata, era di camminare mano nella mano. Il kebab gli cadde dalle mani. La fame gli era passata. Una triste pioggerellina settembrina fece capolino tra Michael e il malloppo di giornali che stringeva sotto il braccio. Si sedette a un bar, ordinando un caffè. Il cameriere, notando con un certo fastidio la pelle nera e la mazzetta di quotidiani, attese qualche secondo prima di prendere l’ordinazione. L’uomo pareva addormentato, con gli occhi un tantino socchiusi. Michael non faceva uso di droghe, si sentiva affaticato a causa del jet lag e della differenza del fuso orario con l’Australia. Ma il cameriere non lo sapeva ed aveva fatto altri ragionamenti.

Dopo venti minuti abbondanti arrivò il caffè, e il conto di sette euro. Michael avanzò una timida protesta, sostenendo che in un altro qualsiasi bar, non si arrivava a spendere più di un euro. Ma il titolare gli disse di pagare e di andarsene in fretta, altrimenti avrebbe avvertito le ronde. Non sapeva cosa fossero queste ronde, lui conosceva solo le rondini, quei graziosi uccelletti che annunciano l’arrivo della primavera. Michael era deluso, si aspettava di trovare un paese sorridente, con gente gioviale, briosa, come i film della dolce vita romana raccontavano, con belle donne, libertà e soprattutto con più amore.
L’Italia, la sua Italia, l’Italia di suo padre era questa? Un luogo triste, con gente diffidente, con leggi severe ma non verso problemi reali, bensì verso questioni inutili, o stupid come le definiva. Ma a chi importa veramente a che ora uno può avere fame di kebab o di pizza? La famosa pizza italiana…Beh, non tutti siamo perfetti e tutte le democrazie sono migliorabili, si disse tra sé. Ma sobbalzò quando lesse di un sindaco leghista della provincia di Bergamo, che aveva fatto togliere dall’ingresso della biblioteca comunale, una targa in memoria di Peppino Impastato, il giovane siciliano ucciso dalla mafia per via delle sue inchieste radiofoniche. Il sindaco difendeva arduamente la sua scelta, a testa alta e per nulla intimorito dalle parole che dettava al cronista. Il gesto, spiegava, era figlio non di motivazioni legate a eventi di rilevanza storica o istituzionale, ma solo per far posto a un simbolo in ricordo di un prete locale. Fu in quel preciso istante che a Michael crollò il mondo addosso, e non perché invaso da moti di retorica o di morale forzata, ma per via di un nodo in gola che gli si era formato. Gli vennero in mente le parole dell’Abbè Pierre, «cosa umilia di più un uomo? La sensazione di essere di troppo». E si disse solidale con tutti quegli italiani che, in preda alla vergogna, leggendo quell’articolo in quel momento si sentivano di troppo.

venerdì 18 settembre 2009

TERMOPILI, QUANDO IL PASSATO INSEGNA DAVVERO QUALCOSA

Da Ffwebmagazine del 18/09/09

La battaglia, le "porte di fuoco", quell'epica impresa del 480 a.c., quando un manipolo di combattenti capeggiati dal re Leonida, si frappose tra la Grecia e l'invasore Serse. In quello stesso luogo che nei secoli sarà celebrato come l'alcova del coraggio e della determinazione, è stato ricordato il sacrificio dei trecento spartani. Siamo a dieci chilometri a sud di Lamia, esattamente al centro della Grecia, a un`ora di macchina dall`oracolo di Delfi e, complice una fresca serata di fine estate, la piana che duemilaquattrocentottantanove anni fa fu scenario di gesta irripetibili, diventa una sorta di palcoscenico naturale dove si alternano voci narranti, suoni di tamburi, tedofori provenienti da Sparta, Tespides, Lamia.

«La cultura sia veicolo di progresso e di sviluppo costante della società», afferma a gran voce il presidente della Camera Dimitris Sioufas, rammentando l'importanza strategica del sacrificio dei trecento alle "porte". Quando il re persiano Serse chiese all’epico Leonida di consegnare le armi al passo delle Termopili, tre furono le parole con le quali il re dei 300 invincibili spartiati rispose, e che oggi troneggiano sul monumento a lui dedicato pochi chilometri prima della città di Lamia: «Venite a prendervele». La luna si sostituisce al sole calante nel cielo della Ftiotida, quasi a voler illuminare la scena dove trionfa l`imponente statua di Leonida che accoglie cinquemila presenti : cittadini, storici, autorità, sognatori non solo ellenici ma anche stranieri, accomunati dalla passione per un passato che deve, per forza di cose, ricordare anche il presente e rappresentare intelligentemente un punto di riferimento per il futuro.

Su questa direttrice il presidente onorario di Termopili 2009, Athanasios Giannopoulos, ha lavorato a questo evento da tre anni, riucendo nel suo intento a riunire le intellighentie elleniche (accademici, studiosi, scrittori, giornaliti, musicisti) nel luogo maggiormente significativo del Paese, affinche «le gesta di un passato glorioso siano di sprono per una nazione desiderosa di ripartire, pur tra mille difficoltà» e soprattutto senza distinzioni ideologiche. Da pochi giorni infatti il premier di centrodestra Kostas Karamanlis ha annunciato la volontà di andare a elezioni anticipate, mentre si susseguono le spinte anarchico-insurrezionaliste con due autobombe fatte esplodere ad Atene e Salonicco e sette missili anticarro sequestrati dalla Polizia nella regione della Macedonia. Sullo sfondo gli ennesimi incendi dello scorso agosto, che hanno fatto ricordare l`incubo dell`estate 2007, quando persero la vita tra le fiamme sessantasei persone.

Ed è proprio in questo contesto che, a fronte di disagi economici, recessione incalzante, aziende costrette a chiudere i battenti, indagini su maxitangenti versate da note multinazionali, scandali che hanno coinvolto alti prelati, ecco che la storia si erge a punto di riferimento di popoli smarriti, quasi a voler incarnare la bussola in un momento di tempesta in cui si è persa di vista la rotta maestra. È di tali stimoli che la società ha bisogno, è confrontandosi con spunti tanto semplici quanto imprescindibili, che l`uomo deve rinnovarsi, con l`auspicio che sia di insegnamento alle nuove generazioni, oppure a quanti quella storia ritengono che sia di troppo o non del tutto meritevole di approfondimento e di analisi. Un`occasione che, tra floghe che prendono consistenza e versi in prosa di eventi che furono, intende ricordare le origini della Grecia, omaggiando i trecento spartiati e, perché no, allargandone gli orizzonti culturali. In questo luogo si forgiò la prima forma di unione europea, originaria di questo lembo di Ellade, composta da dodici razze ognuna delle quali era dislocata in più di una città, come si evince da un pregevole volume di Eftimios Christopoulos "Amfiktiones".

Perché quindi, non ripartire proprio dai festeggiamenti delle Termopili per investire massicciamente nella cultura, che sia unitaria e patriotticamente nazionale, anzi mondiale? Perché non iniziare proprio dalla storia un percorso di crescita che riguardi l`insieme delle classi sociali di un paese, non solo le elites ma soprattutto i cittadini ? «Va’ e riferisci agli spartani, o straniero che passi, che obbedienti al loro comando noi qui giaciamo», recita l`iscrizione sotto la statua di Leonida.

ANGELA MERKEL, IL PRAGMATISMO VINCENTE

Da Ffwebmagazine del 18/09/09

È tempo di campagna elettorale in Germania, quel tempo in cui, per consuetudine che è ormai quasi legge, l’avversario politico si trasforma addirittura in nemico. E fioriscono polemiche, critiche, attacchi, malignità persino, con un rigore inimmaginabile in altre stagioni. Ma Angela Merkel no. Per lei non funziona così. Lei resta imprendibile e inattaccabile, persino per il re delle parole e delle polemiche Günter Grass, il premio nobel più “pesante” di Germania, la voce più alta, intellettualmente parlando e non solo, della campagna elettorale Spd. Lui, strenuo sostenitore del suo partito in un momento oggi di difficoltà quasi drammatica, come già quarant’anni fa, per la sua parte politica tenta di alzare i toni del confronto, pronto alle polemiche più micidiali. Ma sulla cancelliera, neppure una parola. Nessuno riesce a scalfirla.

Perché Angela Merkel ha fatto una rivoluzione: quella della dignità del moderatismo come metodo di arte politica, una rivoluzione socio-culturale che fa della sobrietà e del dialogo i propri punti cardine, lontani anni luce dal muro contro muro e da quella contrapposizione da caserma che fa male alle democrazie, spiegata in un volume dall’economista Veronica De Romanis (Il metodo Merkel, Marsilio 2009). Il metodo Merkel è tanto semplice quanto raro e consiste in una raffigurazione del leader talmente reale e spontanea, da risultare vincente e credibile: un leader che investe massicciamente in concetti ormai datati dalle nostre parti, come spirito di servizio e politica dei piccoli passi.

Quattro i pilastri alla base del metodo della cancelliera: il pragmasitmo che le è dato dall’essere nata a est; la scientificità nell’applicarsi in maniera non superficiale alle problematiche, dovuta al fatto di essere un fisico; la strategia, tipica di chi fa ricerca, anch’essa riconducibile alla sua professione; l’autenticità, fattore quanto mai determinante, in contrapposizione al presentismo esasperato e ad una cultura votata masochisticamente ai contenitori piuttosto che ai contenuti. La somma di tali peculiarità ha portato la Germania a un risultato che rimarrà impresso nei libri di storia, ovvero avere la prima cancelliera della storia, oltre che aver portato a un esperimento politico, la grande coalizione, osservato attentamente anche da altri governi europei. Senza dimenticare che in quel paese sono stati proprio i governi multicolore come quest’ultimo ad avere proposto e realizzato le riforme, senza dubbio più degli esecutivi monocolore.

Una grande mamma insomma, una figura che abbraccia idealmente il suo paese, perché saggia nell’imparare dagli errori del passato, e disinteressata a una politica comunicativa che entri prepotentemente nelle case dei suoi elettori (da qui la quasi totale assenza di messaggi televisivi e di iniziative mediatiche invasive). Ma ciò non significa che la figlia di un pastore protestante non sia caratterizzata da decisionismo. Ad esempio come non ricordare il suo articolo, scritto prima della sua elezione, per il principale quotidiano tedesco, nel quale affermava apertamente quanto l’ex cancelliere Helmut Kohl fosse inadeguato a guidare il paese. Una dimostrazione, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che le quote rosa non sono un argomento proponibile, semplicemente perché quando una donna vale riesce a farsi largo con le proprie forze, dal momento che la politica non deve essere a priori maschia o femmina, come vorrebbe intendere qualcuno, ma solo interpretata da individui capaci di mettere a disposizione la propria buona volontà.

Con uno stile rigoroso e mai fuori dai canoni del rispetto e della civiltà, Angela Merkel è riuscita a incarnare l’immagine del suo paese. Austera ma disponibile, riservata ma pragmatica, dimessa ma attenta. Piace perché si presenta come appare, senza artifici, capace di interpretare al meglio l’ambiziosa sobrietà che la rende veritiera perché simile alla gente, perché non appariscente, perché oltremodo credibile in quanto figlia di quella Germania che ha faticato nello sgretolare un muro ed erigere finalmente ponti. Ascoltatrice incallita, la cancelliera che si appresta a chiedere nuovamente il voto ai cittadini tedeschi, non decide mai all’istante, ma riflette attentamente. Cuce e non strappa, armonizza e non scompagina, facendo dell’assenza di un certo carisma costruito, quindi fasullo, il proprio elemento di forza indiscusso. Il tutto saggiamente ricamato dalla penna di un’economista, che per la prima volta si cimenta in un testo non accademico.

Veronica De Romanis infatti è stata impegnata negli ultimi due lustri nel consiglio degli esperti del ministero dell’Economia, prima di trasferirsi a Francoforte. Dalla postazione tedesca in loco, è così riuscita a tratteggiare un ritratto di non semplice definizione, ma che ha avuto il merito di svelare per primo la personalità e le attitudini di una delle donne più potenti al mondo. Sui palcoscenici internazionali la Merkel si è distinta in quanto preferisce rifare gli accordi, piuttosto che disfarli; riflettere analiticamente piuttosto che far sballare il tavolo della concertazione; approfittare della sottovalutazione generale alla quale è stata sottoposta per segnare punti a suo favore. Una figura che, alla luce di tali peculiarità, si erge come soluzione per una crisi che non è esclusivamente economica, ma soprattutto sociale: crisi del corto terminismo contro il lungo terminismo; dell’individualismo contro la collettività; dell’apparire forzato contro un’esistenza pacata e condotta in punta di piedi. Dalle parti di Berlino circola una battuta, che la Merkel potrebbe perdere le elezioni solo se fosse sorpresa a taccheggiare in un supermercato, ma al di là di previsioni e sondaggi, e indipendentemente da cosa decreteranno le urne tedesche, è utile rimarcare il valore di un modo di fare politica diverso in tutto e per tutto da quello urlato, sguaiato, rozzo e barbaro che non porta a nulla di buono, se non a selvagge crociate o a provvedimenti miopi e figli dell’improvvisazione.

domenica 13 settembre 2009

Ma per risolvere i problemi serve un po' di lungimiranza


da Ffwebmagazine del 13/09/09

Un gioco col tempo, un’illusione che fuorvia, che distrae, che toglie lo sguardo dal problema e lo sposta dolosamente lontano, verso lidi inutili. Il culto idolatrico dell’istante, per usare le parole di Barbara Spinelli sulla Stampa, si ripercuote su chi lo esercita, innescando una miccia ritorsiva pericolosa e di una dannosità talmente palese da essere quasi riconoscibile a occhio nudo. La vista corta, la scarsa lungimiranza, la non riflessione conduce all’oblio. E a nulla serve crogiolarsi dietro vetrine di fiori sgargianti, immagini di un mondo fasullo e artefatto, assemblato scrupolosamente con cartapesta che alla prima pioggia verrà spazzata via. Diceva Isaia (5,20) «guai a coloro che chiamano bene il male, e male il bene. Che cambiano l’amaro in dolce, e il dolce in amaro». Perché dunque impedire di guardare più in là? Incapacità, insussistenza, innegabile calcolo suicida?

Il pensiero del fiato corto non consente la riflessione verso quello scatto intellettivo che è alla base di decisioni e valutazioni. Se considerassimo un qualsiasi problema esclusivamente contando su giudizi rivolti all’oggi, non avremmo la benché minima percezione del domani e di cosa esso significhi e rappresenti. Si è mai visto un ristoratore che acquista al mercato cento grammi di spaghetti o due pomodori solo per un singolo pranzo? Ripetendo metodicamente e stupidamente l’acquisto, senza un minimo di considerazione globale? Un esempio forse troppo semplicistico ma volontariamente proposto, dovuto alla mancanza di comprensione da parte di certa classe dirigente di un passaggio fondamentale, che è tale per tutti gli ambiti. A maggior ragione per chi gestisce la cosa pubblica e appone la propria firma sulla futura esistenza dei cittadini.

Il voler amministrare con l’agenda dettata dalla contingenza a tutti i costi produce una miopia decisionale innegabile, che porta a un’azione sterile e improduttiva, che tampona le falle, che risolve temporaneamente le piccole grandi emergenze del momento, ma che ignora tragicamente i risvolti ben più gravosi e influenti che si dilaniano, in conseguenza di tale stoltezza. Quando si guarda al fenomeno dell’immigrazione come un semplice problema di sicurezza quotidiana dei quartieri cittadini, si ignora volontariamente quale sarà tra qualche anno, anzi no, quale è già oggi a tutti gli effetti la conformazione multiculturale del paese. E per la quale una politica seria e responsabile ha l’obbligo di trovare soluzioni e pensare a risposte valide, no a sotterfugi populistici capaci solo di assicurare qualche manciata di voti al prossimo giro alle urne. E poi? E dopo quella manciata di voti, cosa sarà effettivamente cambiato? Si registreranno dei vantaggi immediati? Delle ripercussioni sul territorio? O si sarà tragicamente imboccata la strada più agevole e meno faticosa, contribuendo così all’esplosione di un problema ignobilmente irrisolto?

Fatti che, se estremizzati e soprattutto se non compresi alla luce della ragione e della lucidità, innescano poi quelle “schegge impazzite” che partoriscono valutazioni sconclusionate e provvedimenti inutili. E che accrescono quel clima di «contrapposizioni troppo violente - per dirla come riflette Pansa sul Riformista - che considero una deriva pericolosa e il buon senso ci dice che va fermata. Prima che accada qualcosa di irreparabile». Quando la «fiducia comincia ad incrinarsi - sostiene Ralf Dahrendorf - la libertà arretra e si arriva alla guerra di tutti contro tutti».

È proprio questo lo scenario da impedire, è un simile palcoscenico che deve essere rimosso con tempismo scientifico, dal momento che le questioni da affrontare sono molteplici. Ma se chi dovrebbe impegnare energie e risorse per risolverle, preferisce invece distrarsi in un quotidiano smarrimento della bussola, e di un patetico muro contro muro, beh allora sarà proprio quello il momento in cui verranno alla luce le miscele tossiche di cui parla Oliver James, ovvero ciò che «è creato dal fare scorta di ispirazioni irrealistiche e aspettative che non possono essere soddisfatte». E che non porta certamente a nulla di buono.

venerdì 11 settembre 2009

LA CULTURA PRIMA DELLA POLITICA


Da Mondo Greco nel 10/09/09

LAMIA- Vice ministro della Sanità del governo greco sino al rimpasto dello scorso gennaio, Athanasios Giannopoulos è il deputato più suffragato della regione della Ftiotida. Eletto con trentacinque mila voti, è deputato da tre legislature nel partito di Nea Democratia. La sua azione politica è stata caratterizzata, soprattutto nell’ultimo anno, da posizioni piuttosto rigide nei confronti degli esponenti politici coinvolti negli scandali finanziari con note multinazionali. Non sono mancati spunti critici anche nei confronti dell’azione di governo.

Da quest’anno ricopre la carica di Presidente onorario di Termopili 2009, un’iniziativa finanziata dal Ministero della Cultura che intende ridare slancio e solidità culturale agli eventi della battaglia delle Termopili, per questo lo scorso 31 agosto ha organizzato nell’omonima piana un’imponente manifestazione, alla presenza dei massimi vertici nazionali, civili, politici e religiosi.


D. Termopili 2009: quale il senso di questa iniziava ?

R. Si e`trattato di un evento per far rivivere la battaglia del 480 a.c., quando i persiani volevano conquistare le citta`elleniche, e di lì l’Occidente. All`epoca vi erano citta`-nazioni. L`obiettivo di Serse era vendicarsi degli ateniesi e degli spartani, a cui imputava la rivoluzione delle citta` che erano sotto l`impero persiano. Per questo nel 490 a.c., a seguito della vittoria greca a Maratona, Serse si preparo`al meglio per due lustri e giunse alle Termopili, dove trecento spartani e settecento Tespis si spesero per la liberta`del paese. La battaglia dell`epoca fu uno scontro tra civilta` e religioni, e si consacrarono i confini tra l`Europa e l`Anatolia. Il significato attualizzato delle Termopoli e`quindi rivolto ad una societa`che debba autosostenersi, anche potendo contare sulla spinta del passato e della propria storia. Si pensi alla questione del nome della Macedonia, che non e`l`attuale Skopje per i motivi storici che tutti conoscono, o a quella con i vicini di casa turchi. Inoltre tale festa abbiamo l`intenzione che diventi un appuntamento consueto per l`intera comunita`.


D. Puo` in questo senso la cultura rappresentare la spinta che oggi manca al paese ?

R. E`un punto di partenza, come d`altro canto puo`essere inteso il luogo stesso delle Termopili, con un osservatorio aperto a tutti gli stati, un museo con annesso centro congressi. Non possiamo sottacere il fatto che si sia trattato di una battaglia di idee e principi.


D. L`intera regione potrebbe avantaggiarsi dalla cultura delle Termopili, con un percorso culturale sul tragito di Efialte, ad un centro termale in « quelle » acque ?

R. Certamente, dal momento che qui il turismo ha molteplici sfaccettature, penso a quello religioso, medico, storico.


D. Vi e`oggi un Efialte nella politica greca ?

R. Non credo, solo pensieri politici dievergenti.


D. Cosa pensa del fatto che la grande Grecia del passato, che ha dato i natali alla filosofia, alla matematica, alla democrazia oggi stenti a recuperare quello sfarzo?

R. La civilta`ellenica ha avuto inizio per lo piu`da scienze teoriche, mentre gli spunti pratici sono stati successivi. Il mondo moderno come e`noto e`basato sulla filosofia del greci. Purtroppo scontiamo la dominazione da parte dei turchi, che ha creato un vuoto oggettivo, riempito con i grandi sforzi compiuti per essere alla pari con gli altri stati europei.


D. Parliamo delle elezioni anticipate : in quali condizioni vi giunge il Governo ?

R. Nuova Democrazia si avvicina alle urne con fiducia, consapevole che saranno diverse da quelle del 2004 e del 2007. Meglio confrontarsi adesso con gli elettori, anziche`tergiversare in una lunga campagna elettorale, che avrebbe avuto come conseguenza ulteriori danni al paese. In questo modo il premier ha offerto una soluzione ad un panorama che avrebbe rischiato la paralisi.


D. Giorni fa il deputato del Pasok Milena Apostolaky, al canale Alter, ha dichiarato che se dovessero vincere, ridurrebbero subito le tasse ai ceti meno abbienti, mettendone di nuove alle fasce piu`agiate: come risponde?

R. Il Pasok annuncia populisticamente proposte ma non come le mettera`in pratica. Troppo ovvio aumentare le tasse, ma la realta`e`che i cittadini non hanno soldi. La nostra proposta consiste nel creare un nuovo modello di sviluppo, nella conspevolezza che noi potremmo approfittare di influenze americane ed europee.


D. Dalle ultime vicende di cronaca, pare che in Nea Democratia vi siano due linee : una di fermezza contro gli esponenti coinvolti negli scandali alla quale lei fa riferimento, l`altra piu`morbida.

R. I candidati saranno decisi solo dai vertici del partito, ma ovviamente vi sono anche proposte alternative come quelle da noi sostenute. Per ora non vi sono ancora condanne definitive.


D. Da alcune sue dichiarazioni e`emerso che lei rappesenterebbe l`anima critica, propositiva, all`interno del partito di centrodestra : cosa manca in concreto a ND per riaffermarsi ?

R. In ogni partito vi sono anime differenti, questo e`il bello della democrazia. E`chiaro che in seguito la maggioranza prendera`la decisione finale, ma sarebbe un peccato non tener conto di idee valide. Ho sempre esternato le mie opinioni, cosi`come da mandato dei miei elettori.


D.Il Presidente americano Obama intende estendere a tutti i cittadini la copertura sanitaria : che ne pensa ?

R. Un`azione mossa da nobili intenzioni, ma i grandi interessi industriali statunitensi avranno da obiettare qualcosa. Si tratta di un tema molto diverso da quello europeo e credo che li`verra`visto come una vera e propria rivoluzione. Mi auguro che riesca nel suo progetto.


D. Tornando alla politica interna una soluzione nuova potrebbe essere pensare a nuove frontiere ideologiche, staccate dalle vecchie distinzioni.

R. Nuove strade da percorrere potrebbero essere praticabili, ma sempre sotto l`egida della commissione europea.


D. Continuano gli sconfinamenti aerei dei militari turchi, di contro proseguono gli incontri diplomatici : a cosa serve di preciso questo ping pong decisamente sterile ?

R. In virtu`di oggettive disposizioni internazionali siamo obbligati a impedire sconfinamenti, siamo stati noi ad addestrare i piloti turchi tra l`altro. La questione verte sui confini greci, che vengono sistematicamente violati, creando notevole tensione immotivata. Se modificheranno tale atteggiamento si giungera` ad una pacifica convivenza. Non mancano differenze con le influenze delle classi militari, che in Turchia cercano forse troppa legittimazione.


D. Da piu`parti si alzano voci di nomi nuovi nella politica greca, lontani dalle due famiglie in auge ormai da mezzo secolo, i Papandreu e i Karamanlis : sarebbe un`ipotesi da considerare ?

R. Abbiamo anche avuto altri leader, come Mitsotakis e Simitis, ma non escluderei un politico solo per il nome che porta.


D. In caso di pareggio alle urne, sarebbe proponibile un governo di large intese per fare le riforme e traghettare il paese fuori dalla crisi ?

R. In politica tutto e`possibile ma in caso di grande coalizione qui si parlera`di tragedia nazionale. Se poi le cose dovessero precipitare pericolosamente solo allora potrebbe essere ipotizzabile. Un governo di unione nazionale ha vissuto nel 1989 per soli tre mesi, prima di lasciare il campo a Mitsotakis.


D. Quali le priorita`per modernizzare definitivamente il paese ? Un po`come ha sapientemente fatto il Portogallo, che in pochi anni ha risalito molte posizioni.

R. Un importante risutato si e`avuto grazie ai fondi per l`organizzazione dei Giochi Olimpici. E`chiaro che per colmare l`ulteriore gap, servono altri investimenti, soprattutto infrastrutturali. Il tutto con l`ausilio di un modello politico piu`equilibrato.


D. Il Presidente del Laos, Giorgios Karazaferis, ha dichiarato ironicamente che se il governo uscente ha fatto piangere, “mi auguro che il nuovo non faccia ridere”. Cosa ne pensa?

R. Karazaferris usa sempre queste metafore e punta ad incrementare i consensi, ma nemmeno lui gradirebbe un governo fallimentare. Per questo promette molto.


D. Lo chiedo a lei che e`medico. L`attuale ministro della sanita`, Avramopoulos, non e`un medico : ritiene che si dovrebbero valorizare maggiormente certe professionalita` ?
R. Si tratta di scelte che hanno sia pregi che difetti : in alcuni governi del Pasok, anche in assenza di medici, il dicastero della sanita`ha funzionato bene. Quello che conta e`avere uno staff qualificato.


D. Cosa resta delle spinte anarchico insurrezionaliste dello scorso dicembre, quando misero a ferro e fuoco Atene ?

R. La tragica morte di Alexis Grigoropoulos e`stata il frutto di scelte sbagliate. Di contro tra i manifestanti vi erano anche molti stranieri senza permesso di soggiorno. Mi auguro che non accada piu`nulla che possa offuscare l`immagine della Grecia.


D. Nuova Democrazia nel 2004 ha vinto le elezioni dopo un ventennio quasi initerrotto di potere del Pasok : cosa e`cmbiato in appena cinque anni ?

R. Per poter apportare dei cambiamenti significativi occorre che anche il popolo rispetti le leggi e talune indicazioni europeistiche. E non e`cosa facile. La crisi economica inoltre porta nuove regole, che andranno rispettate.


D. In Italia molti quotidiani danno gia`per scontata la vittoria del Pasok : giornalisti di sinistra, o propensione alle scommesse facili ?

R. Dalle urne possono arrivare anche molte sorprese, non saranno i sondaggi a decidere ma gli elettori.


D. Manuel Barroso si appresta ad essere confermato presidente della Commissione Europea : e`una buona o una cattiva notizia per la Grecia ?

R. Non saprei, quello che importa e`smetterla con l`ellinocentrismo. Dovremmo fare piu`autocritica, senza pretendre troppo dall`Ue, e certi fenomeni credo siano solo frutto dei nostri errori.


Traduzione di Francesca Christopulos

giovedì 10 settembre 2009

OBAMA, SOGNO E COLORE CONTRO LO STATUS QUO

da FFwebmagazine del 10|09|09

People are strange when you’re a stranger, cantava Jim Morrison con i suoi Doors quarant’anni fa. Ma chi è davvero strano, o diverso, o differente e quanto importa che lo sia realmente? Perché non pensare che l’omologazione è monotona, noiosa, piatta, di contro alla briosa, accattivante e spumeggiante multiformità? Se domandassimo a un bambino cosa preferirebbe, tra un lenzuolo monocolore e uno variopinto che gli ricordi le sfumature dell’arcobaleno, senza dubbio (con certezza del 200%) nessuno opterebbe per il primo. Ed è facile comprendere il perché. Quanti uomini nella propria vita hanno indossato abito, cravatta, camicia, calze e scarpe del medesimo colore? Nemmeno Tony Renis o Julio Iglesias in qualche simpatica esibizione, perché non ne risalterebbe le peculiarità, non si innescherebbe quel meccanismo ottico e visivo che offre piacere e bellezza.

Faces look ugly when you’re alone, continua Morrison, ovvero la solitudine rende diffidenti e circospetti. Induce a immaginare gli scenari peggiori appartenenti a chi ci sta di fronte, senza scavare nelle anime e nelle intenzioni. Una persona timorosa e accigliata ha meno probabilità di una sorridente e ben disposta, nel valutare fatti e circostanze, o semplicemente nell’aprire la porta di casa al postino o al vicino che chiede un po’di zucchero. E magari invitarlo a cena perché si è appena trasferito e nella zona non conosce nessuno.

E ancora, When you’re strange, faces come out of the rain, When you’re strange, No one remembers your name, visi che spuntano dalla pioggia e di cui nessuno conosce il nome. Ecco, dovremmo iniziare a tagliare quella pioggia con fendenti ben assestati, per andare dritti al nocciolo. Superare i banchi di nebbia, scavalcare gli steccati come una vecchia pubblicità di un olio consigliava. E non per dirigerci masochisticamente verso un oblio indefinito, ma magari per raggiungere obiettivi comuni con alcuni compagni di viaggio. Unire le forze, come la nazionale italiana di calcio ha fatto ieri sera per ottenere la qualificazione mondiale. Non c’è uno solo che vada boriosamente per la sua strada così sicuro di vincere in solitario (tranne il nostro Giovanni Soldini), perché come diceva Platone: «Siamo tutti intorno al mare come ranocchie attorno a uno stagno», e a nulla servirebbe impedire agli altri di godere di quelle acque. A volte le note musicali dicono più di tanti programmi e di tanti pamphlet, per usare un termine di uso diffuso negli ultimi tempi.

Al di là dell’oceano, c’è un simpatico ragazzo (perché è ancora e per fortuna un simpatico ragazzo), dalla pelle diversa, che sorride, che è ben disposto con amici e nemici, che gioca scanzonatamente a basket, che è venuto fuori dalla pioggia senza paura di bagnarsi. Barack Obama ieri nel suo messaggio alle Camere ha lanciato tre inviti: « È il momento di unire le idee migliori dei due partiti»; «Se venite con proposte serie, la mia porta rimarrà aperta»; «Non accetterò lo status quo come soluzione». Non servirebbe altro per scrivere il manifesto della rivoluzione politica del secolo.

Gli Stati Uniti come è noto sono a un bivio. Uno dei punti nodali del programma dell’attuale inquilino della Casa Bianca è estendere la copertura sanitaria ai circa quarantacinque milioni di cittadini americani che al momento non ce l’hanno. Diverse le opzioni possibili, si va dalla polizza sanitaria amministrata direttamente dal governo o a una che sia gestita da altri soggetti, come cooperative no profit. Ecco, proprio sui dettagli del piano, Obama ha detto di non considerarsi arroccato sulle proprie posizioni. Insomma, “parliamone”, ma a patto che si vada avanti contro lo status quo delle cose.

C’è un problema, grave, che si chiama salute. Non è, per dirla tutta, riconducibile ai pur rispettabili indici del Pil, o delle esportazioni, o delle minacce nucleari dello squilibrato di turno. No, qui si tratta della pietra filosofale della vita delle persone comuni, quelle che lavorano dalla mattina alla sera, quelle stesse che tirano avanti per garantire ai propri figli un’istruzione possibilmente superiore alla loro, quelle che si sforzano di migliorare e non hanno tali disponibilità finanziarie da potersi permettere un’assicurazione privata. È forse una colpa negli Usa tanto progrediti e liberali non essere ricchi?

Ed ecco che un bel giorno l’abbronzato più illustre del pianeta, che parlando alle scolaresche ha detto «Cari ragazzi, studiate e non fatevi infinocchiare dalle carriere facili propinatevi dalla tv», questo figlio di un keniota, quindi un immigrato che dalle nostre parti sarebbe stato magari accusato di disturbo alla quiete pubblica e a cui sarebbe stata chiusa la kebabberia, si mette in testa di sfondare, contando sul proprio bagaglio culturale e sul sogno di cambiare: quello stesso sogno che dalle nostre parti , fino a oggi, non sembra essere in programma.

venerdì 4 settembre 2009

IL RISPETTO CHE SI DEVE

Da Mondogreco del 31/08/09

Ha ragione il romanziere Petros Markaris, quando dice che i piromani non hanno rispetto nemmeno per la storia e per il significato socio/culturale della Grecia. Questa volta il limite e`stato abbondantemente superato. E a nulla serviranno le condanne, le analisi postume su quello che si poteva e si doveva fare, le immancabili polemiche del post, le stucchevoli e sterili diatribe tra governi e opposizioni.
Qui hanno perso tutti. Ha perso la politica, incapace di difendere il proprio territorio. Ha perso la storia greca, che per poco non ha visto andare in fumo millenni di simboli e di testimonianze. Hanno perso i piromani, per i quali non possiamo che provare pena, gente senza patria, senza leggi, senza anima, talmente miopi da non comprendere che continuando con questo stillicidio, di quella culla della civilta` che e`l`Ellade, gia`orfana di menti e di welfare, non rimarra`che polvere. Ha perso la societa`, composta da quelle famiglie che non hanno piu`una casa, o da quelle stesse che nel 2007 hanno immolato i propri cari in nome della difesa di un gruppo, di un nome, in poche parole, di una nazione.
Ma cio`che potrebbe essere ancora piu`grave, e`che proseguendo su questa direttrice, tra argini fatti di limitatezza e di inconcludenza, a perdere la partita potremmo essere in molti. Qui non c`e` piu`in gioco solo il benessere del singolo, del furbo di turno che gioca in proprio, che ha come meta principale l`egoistico raggiungimento di obiettivi e risultati. Quello che pian piano sta andando in fumo, non e`solo un pezzo di bosco o di citta`, ma l`intera Ellade intesa come societa`che si autodistrugge.
Osservando l`evolversi degli eventi da una prospettiva piu`ampia, si ha la sensazione (e fa molto male dirlo), di un Paese alla deriva, che non programma con lungimiranza scelte e decisioni, che naviga a vista, in un mare sconosciuto e per di piu`senza mappe aggiornate. Dove si fa gara a chi stacca un pezzo di Stato, minandolo nelle sue fondamenta gia`deficitarie. Non un sentire comune, non un rammentare le grandi gesta del passato come le Termopili, non un riflettere sul domani appassionati dall`essere ellenici. Spesso di ha come l`impressione di una cittadinanza svuotata, dove gli eventi accadono per inerzia e si sviluppano senza che a qualcuno importi realmente. Quasi che le vite dei cittadini scorrano in parallelo agli eventi della nazione, ma senza mai sfiorarsi realmente, se non per celebrare vittorie sportive.
Il fuoco dell`estate 2009, assieme a quello del 2007, dovrebbe invece rappresentare un`occasione di riflessione sul senso di cittadinanza dei Greci, nella consapevolezza che “un Paese senza memoria- come recitava Leonardo Sciascia- e`un Paese senza futuro”.
Immaginare quello che si intende fare per il futuro di questo Paese che ha dato i natali al mondo ed alla civilta`, senza pero`rifugiarsi nell`autocommiserazione o nel piagnisteo della crisi economica. Quest`ultima ha colpito tutto il mondo ma non e`la causa principale della debacle greca, che ha radici datate trent`anni fa. E non sarebbe affatto saggio nacondere la testa sotto terra ed appigliarsi alla congiuntura economica, semplicemente perche`si continuerebbe a viaggiare a velocita`ridotta, per usare un eufemismo, senza una meta ben precisa, senza scegliere accuratamente i compagni di viaggio, e fermandosi alle diagnosi apparenti.
Urge approfondire il malessere che serpeggia, lento e implacabile, nei sotterranei della societa`, in quelle fasce sociali disagiate che non trovano le risposte che cercano, oppure in un tessuto intellettuale che non riesce a tradurre in voce univoca e determinata le proposte che sforna. Passando per le riforme strutturali, che innegabilmente hanno ritardato lo sviluppo generale del Paese. Utile rammentare che, solo per fare un esempio, e`stato grazie alle Olimpiadi del 2004 che la principale arteria stradale greca, l`autostrada Atene- Salonicco, e`stata ammodernata. Ma non basta. Non e`sufficiente provvedere con piccoli interventi di « ordinaria manutenzione », semplicemente perche`la Grecia oggi necessita di una rivisitazione complessiva del proprio modo di essere uno stato europeo.
E per farlo, la prima condizione e`che tutti i Greci non mettano da parte le proprie origini, anzi, le espongano orgogliosamente ricordando a tutto il mondo che qui, nel Mediterraneo e`stata plasmata la storia, la filosofia, la scienza matematica, la democrazia, ovvero quell`incredibile scoperta che prende il nome di civilta`, certamente con i suoi numerosi difetti che mai nessuno storico sara` cosi` maldestro da celare, ma che di contro non potra` far altro che inebriare nei secoli le menti e gli animi di sognatori o di quei semplici cittadini che, interrogatisi sull`alfa del mondo e degli stati, troveranno la loro risposta all`ombra di un meraviglioso tempio, che prende il nome di Partenone.

venerdì 31 luglio 2009

Iran: serve determinazione per fermare l'odio

da Ffwebmagazine del 31-07-09

Farzin, Mehrdad, Mohammad: sono i nomi di altre tre vittime di una violenza cieca, sventolata a vanvera contro esseri umani e giovani dissidenti. La notizia è stata divulgata dal Comitato internazionale di giuristi per la difesa delle vittime della repressione in Iran. Ancora sangue in Medio Oriente, questa volta ad Ashraf, in occasione di un raid iracheno contro il campo abitato da residenti disarmati, i quali godono dello status di rifugiati sancito dall’articolo 4 della convenzione di Ginevra. Si tratta di una palese violazione del Diritto internazionale, ha sottolineato il giurista Mario Lana, mentre Maryam Rajavi, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza Iraniano, ha inviato un video messaggio nel quale esprime la «totale incapacità di Khamenei di domane la ribellione».

La polizia antisommossa in pieno assetto di guerra ha sferrato l’attacco contro gli inermi residenti, provocando la reazione indignata di numerosi organismi internazionali, come il Comitato parlamentare britannico per la libertà dell’Iran, il Comitato in search of justice e il Comitato Friends of a free Iran nel Parlamento europeo. «Chiedo al governo americano e a quelli dell’Unione europea – ha proseguito Rajavi – di condannare fortemente i complotti del regime», mentre l’onorevole Elisabetta Zamparutti, coopresidente del comitato parlamentare per l’Iran libero auspica che si predisponga quanto prima la visita ad Ashraf di una delegazione di deputati italiani.

Ma il dato rilevante e confortante riguarda la mobilitazione anche di tipo giuridico contro il regime iraniano, dal momento che questa sorta di para-resistenza, non avrà come scenario esclusivamente le strade e le piazze così come eroicamente fatto dagli studenti sino a oggi, ma anche i tribunali internazionali. Annuncia una denuncia da presentare direttamente a Baghdad l’avvocato Paolo Sodani, secondo il quale non sarà sufficiente testimoniare la propria condanna solo sui media, ma occorrerà «cessare con questa politica dell’accondiscendenza da parte dei governi europei, magari riflettendo anche sul principio di territorialità».
Secondo Maryam Rajavi ci troviamo a un punto di non ritorno, per tre ragioni distinte. Innanzitutto a causa di divergenze che all’interno del regime hanno toccato punte elevatissime tra Khamenei e Rafsanjani. Pare infatti che nessuna delle due anime del regime riesca a desistere dalle proprie posizioni iniziali.

Inoltre, la presenza ingombrante della popolazione per le strade, assieme all’accrescimento delle iniziative di protesta, hanno di fatto svilito le tesi di stabilità e invulnerabilità del regime all’interno della società, ovvero la cosiddetta velayat e faghih. Infine, si rafforza il vuoto ideologico e sociale tra la moltitudine di giovani e le istituzioni antidemocratiche. Tutti segnali, secondo Rajavi, che «di fatto concorrono all’avvio del processo di rovesciamento del regime iraniano» e che potrebbero in futuro rappresentare il fulcro di elezioni libere in un paese libero, ma a patto che il resto del mondo «non faccia finta di indignarsi» e prenda posizioni nette e incontrovertibili. Si pensi per esempio alla tecnologia europea che consente al regime iraniano di oscurare facilmente i siti internet di informazione. Per questo l’auspicio del Consiglio nazionale della Resistenza iraniano è che i paesi dell’Unione interrompano «il dialogo con il regime del Mullah, richiamando i propri ambasciatori da Teheran e, soprattutto, sospendendo collaborazioni commerciali.
Inoltre la stessa Rajavi ha suggerito al consiglio dei Guardiani del regime, di esonerare Khamenei dal proprio incarico e in seguito di provvedere allo scioglimento dello stesso istituto.

La divulgazione della notizia dell’attacco alla comunità di Ashraf ha di fatto preceduto di poche ore un’altra triste notizia, quella di una serie di cariche della polizia in Iran. In occasione della manifestazione in ricordo di Neda, la giovane uccisa lo scorso 20 giugno, le forze dell’ordine hanno attaccato i manifestanti riuniti al cimitero di Behesht-e Zahra, nel sud di Teheran, picchiandoli con bastoni e manganelli. Tra gli arrestati ci sarebbero anche i registi Mahnaz Mohammadi e Jaafar Panahi.

Ma l’ennesimo episodio di repressione armata da parte del regime iraniano non è riuscito a impedire che sulla tomba di Neda venissero comunque depositate corone di fiori e candele accese, fiammelle di speranza, in un paese strangolato dall’odio e dalla violenza, dove la stampa è bandita, dove le istituzioni fanno a gara per oscurare le voci e placare le proteste degli studenti. Un paese che chiede solo un piccolo aiuto alla comunità internazionale, auspicando che essa non sia troppo impegnata in calcoli di import-export e che finalmente si renda consapevole della gravità assoluta di questi tristi giorni.

mercoledì 29 luglio 2009

Un premio all'impegno contro la pena di morte

Da ffwebmagazine del 29-07-09

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse stesse medesime e per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Così il presidente della Camera Gianfranco Fini, citando Cesare Beccaria, nel suo messaggio all’associazione Nessuno Tocchi Caino, in occasione della presentazione del rapporto 2009 e del premio L’abolizionista dell’anno, consegnato ex aequo da Emma Bonino alla parlamentare Gail Chasey e al governatore Bill Richardson (quest’ultimo assente), che si sono distinti particolarmente per il loro impegno contro la pena capitale. «L’Italia resta in prima linea per l’abolizione – recita il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano –. È un dovere continuare a battersi per l’inviolabilità della vita e contro la cultura della morte».

Un appuntamento ormai tradizionale quello in difesa della vita e contro la pena di morte, una conferma di impegno, l’ha definito Emma Bonino, uno slancio di iniziativa. Come quella tenace e costante della parlamentare dello Stato del New Messico Gail Chasey, capace di avanzare la proposta di moratoria sin dal 1999 e in seguito in ogni legislatura successiva, sino ad arrivare al traguardo storico del 13 marzo di quest’anno, quando il governatore Bill Richardson ha controfirmato la legge senza avanzare il proprio veto, così come molti chiedevano. Nel 2005 e nel 2007 la Chasey era riuscita nell’intento di farla approvare dalla Camera, ma in entrambe le circostanze la proposta non aveva superato lo scoglio della commissione Giustizia del Senato.

Così, dopo il New Jersey, il New Mexico è il secondo stato degli Usa in quarant’anni a dire no alla pena capitale, a professare il proprio no a una pratica assurda, ancora purtroppo presente in 46 Stati, a fronte dei 49 del 2007, dei 51 del 2006, dei 54 del 2005. Dei quarantasei Stati che mantengono la pena di morte, la maggior parte dei quali si trova in Asia, il 90% è governato da regimi dittatoriali e illiberali. Si pensi che la sola Cina ha ordinato almeno cinquemila esecuzioni, circa l’87% del totale mondiale, ma fonti non ufficiali ne denuncerebbero quasi seimila.

Sono i dati del rapporto 2009 snocciolati dalla curatrice Elisabetta Zamparutti e da Sergio D’Elia, rispettivamente tesoriere e segretario di Nessuno Tocchi Caino. A quasi due anni dalla moratoria contro la pena di morte da parte dell’Onu, (era il dicembre 2007) i numeri sono estremamente incoraggianti, («quella del palazzo di vetro – ha detto Emma Bonino – è stata una nuova partenza, non un punto di arrivo»), così come quelli frutto del lavoro di Nessuno Tocchi Caino, che quest’anno festeggia il primo quindicennio di attività. Il Vietnam ha abolito la pena capitale lo scorso anno, la Cina ha ridotto le esecuzioni del 30%.

Purtroppo permangono ancora sacche di “resistenza”, come le esecuzioni effettuate nei confronti di minori, rientranti nei cosiddetti record dell’Iran, al secondo posto nel mondo per numero di esecuzioni, (precede l’Arabia Saudita) 346 lo scorso anno e nei primi sei mesi del 2009 già a quota duecento, di cui più di venti impiccagioni nella prima settimana di gennaio. Numeri da brivido, non solo a svantaggio di avversari politici ma anche contro esponenti appartenenti a minoranze religiose, quali azeri, baluci e ahwazi, colpevoli soltanto di non essere allineati nel culto. E poi le percentuali saudite, con il più alto numero in termini assoluti rapportato alla popolazione, ben 102, ma per fortuna ben lontani dal record del 1995, con quasi duecento esecuzioni, per lo più decapitazioni effettuate all’aperto, nei cortili fuori dalle moschee.
Certo, vi è ancora un solido nesso tra mancanza di informazione e intenzioni di condanne, ma ciò lo si deve alla peculiarità antidemocratica dei regimi dove è ancora praticata la pena di morte.

Qualcuno, come il governatore della California Schwarzenegger, sta aprendo concretamente alla moratoria, anche in considerazione di valutazioni di tipo economico, dal momento che il braccio della morte pare abbia costi reali che si aggirano intorno al miliardo di dollari. I detenuti condannati a morte, infatti, hanno diritto ai migliori consulenti legali e scientifici, oltre ad analisi accuratissime circa la propria capacità mentale, con parcelle conseguentemente molto elevate.

«Che non si parli però di moratoria per ottenere un mero risparmio di dollari – ha aggiunto giustamente Marco Pannella – in quanto è ben altro lo spirito ispiratore di cui c’è bisogno. Ma in Messico per nostra fortuna la voce di Martin Luter King vince su quella del Ku Klux Klan». «È stato nei fatti dimostrato – ha proseguito Gail Chasey – come le esecuzioni non abbiano potere deterrente, perché non contribuiscono alla diminuzione del numero di omicidi. Certo, un segnale importante in questa direzione è venuto dall’elezione di un uomo di colore alla Casa Bianca.

Per questo sono orgogliosa del premio che mi hanno attribuito e dico a tutti coloro che soffrono, non temete, perché la marea è cambiata». Quindi, prima di ricevere dalle mani di Emma Bonino l’opera in bronzo creata per l’occasione dall’artista Massimo Liberti raffigurante una terra a forma di palloncino sul quale sono accovacciati dei bambini al fine di volare più alto, ha salutato e ringraziato con una citazione dell’antropologa Margaret Mead: «Bisogna notare l’abilità di un piccolo gruppo di persone nel cambiare le sorti del mondo».

lunedì 27 luglio 2009

Letteratura in terra d'Africa. Un continente nel continente

Da Ffwebmagazine del 27-07-09

Una grande tradizione orale, uno sterminato numero di poemi e romanzi con sullo sfondo la guerra civile del Biafra e le discriminazioni razziali e umane. E poi il petrolio, lo sfruttamento dei pozzi, l’inquinamento delle coltivazioni agricole, gli assassini politici. L’Africa è un continente complesso, un continente nel continente, dal quale sono fuoriusciti come zampilli di greggio immense produzioni letterarie, veri e propri fiumi di poemi e composizioni, storie di vita vera, vissuta, di drammi e contrapposizioni, di richieste di aiuto, molte rimaste senza risposta, altre ascoltate, sotto il comun denominatore del toddy, il vino di palma, la tradizionale bevanda africana della quale ogni autore vorrebbe essere innaffiato copiosamente e che è stata al centro dell’opera del nigeriano Amos Tutuola, ll bevitore di vino di palma, titolo originale The Palm-Wind Drinkard.

Il bevitore incarna l’alfa della produzione letteraria novecentesca, che trae origini da forme orali tramandate nel tempo dal popolo di Tutuola, gli Yoruba. Un uomo insegue uno spillatore di vino di palma sino alla cosiddetta città dei morti, giungendo in una realtà popolata di magia, demoni e creature sopranaturali. Chiaro il riferimento al consumismo occidentale, a quel vento di distruzione che ha danneggiato il continente africano, depredandolo senza scrupoli. E poi “Il crollo” di Cinu Acebe: è il terzo romanzo più letto al mondo, ma paradossalmente in Italia non è molto conosciuto, se non da una sporadica pattuglia di africanisti incalliti, come quelli che hanno sfidato una calda domenica estiva per trastullarsi sull’isola Tiberina con piacevoli pagine di letteratura nigeriana, ospiti della libreria Griot.

Cinu Acebe, in quelle pagine, non si concentra sul presente, ma ritorna indietro alla generazione di suo nonno per focalizzare l’arrivo dei colonizzatori. I bianchi, sostiene, possono far crollare la società nigeriana dal momento che essa è già minata dalla sua stessa storia. Intende cioè insegnare ai suoi concittadini che le civiltà africane non sono espressione di barbari insediamenti umani dai quali «i bianchi sono venuti a liberarci», ma punta a rappresentare una voce, una testimonianza, una luce nel buio tunnel della sopraffazione. «Ha ragione Salman Rushdie – sostiene l’africanista Maria Antonietta Saracino, docente di anglistica alla Sapienza – , quando sostiene che la letteratura dice la verità nel momento in cui non la dicono né i giornalisti, né i politici, né i cittadini, né alcun altro esponente della società».

Un altro elemento di riflessione viene dai numeri. Proprio da quelli della Nigeria, un paese grande tre volte più dell’Italia, con una speranza di vita che si ferma a circa quarant’anni, con uno tsunami socio-economico che si chiama guerra civile, in corso dal 1960 quando ebbe inizio l’accaparramento del petrolio, con all’attivo tre milioni di morti. Sono gli anni del postcolonialismo, gli scrittori che fanno menzione dei fatti politici vengono messi al bando, i più fortunati imprigionati, gli altri miseramente ammazzati in nome di una non meglio precisata sete di ordine, quello stesso spirito da caserma che cassa le libertà, strozzando le menti e imbrigliando i cervelli. Come Wole Soyinka, classe 1934, che incarcerato duramente in occasione della guerra civile Nigeria-Biafra a cui si era opposto, nella sua cella scrisse The man died, diario documento. Durante la sua prigionia, non avendo diritto nemmeno a un pezzo di carta, riuscì comunque a ultimare il suo libro, scrivendo tra le righe dell’unico volume che gli era consentito consultare, la Bibbia, e arrivando a vincere il Nobel nel 1986.

E come dimenticare Ken Saro Wiva, poeta, attivista e letterato impegnato sul fronte dei diritti civili ucciso nel 1995, solo perché intendeva difendere il popolo Ogoni, colpevole di possedere coltivazioni agricole proprio in prossimità dei pozzi petroliferi che, trivellati senza alcuna precauzione e protezione, vomitavano quel liquido nero, sì utile per far muovere città intere, ma anche capace di avvelenare flora e fauna del popolo Ogoni. Il delta del Niger, dove per anni hanno operato multinazionali in totale spregio delle popolazioni che da secoli vi abitavano, conducendole ancora di più alla fame e all’indigenza e reprimendo qualsiasi forma vocale di dissenso, è lo scenario naturale dei romanzi con al centro i bambini -soldato, piccoli e indifesi esseri viventi la cui unica voce è quella dell’arma che impugnano, ignorandone anche le motivazioni, ma innescando una reazione affrescata di odio e incomprensione.

E poi Cris Abani, Cimamanda Ngozi, e Helon Habila: quest’ultimo, in carcere perché contro il regime, scrive poesie talmente belle da far suscitare l’interesse del direttore del penitenziario, che gli promette un trattamento migliore se lui comporrà poemi, che l’aguzzino donerà alla sua donna. Africa, Nigeria, cieli e terre che si mescolano, spiriti di bambini che vorrebbero elevarsi ma che non riescono a farlo perché qualcuno spezza barbaramente le loro ali. Luoghi naturali di drammi e tragedie, ma che vengono ribaltati in alcova di speranza e redenzione. La letteratura che ridona fiducia e dipinge il sorriso, su visi nati sereni perché circondati da una natura unica, cresciuti affranti a causa della guerra, e rinati felici per la gloria di quelle pagine.

martedì 14 luglio 2009

Libertà religiosa e virtù civili: un progresso reciproco

Da Ffwebmagazine del 14/07/09

La centralità della coscienza come caposaldo, perché è fattore distintivo e unico dell’uomo. E poi l’apporto del concetto di individualità, la persona singola in opposizione alla collettività che tende a mischiare l’individuo. Sono alcune delle definizioni di Alexandre Vinet, fondatore della Chiesa Libera in Svizzera, autore nel 1826 di una memoria in difesa della libertà dei culti. Un libro che anticipò di un secolo e mezzo il dibattito relativo alla convivenza di culti diversi, citando ebrei e musulmani e chiedendosi esplicitamente «la libertà che va assicurata ai cristiani, deve necessariamente essere garantita agli esponenti delle atre confessioni?».

Libere Chiese in libero Stato è stato scritto nel 1826 dal teologo e pastore protestante Alexandre Vinet, considerato il più influente pensatore protestante di lingua francese dell’Ottocento. Solo lo scorso anno è stato stampato in lingua italiana, (con oltre un secolo e mezzo di ritardo su quel dibattito e su quelle scene) curato da Stefano Molino e con una postfazione di Mario Miegge.

La peculiarità dell`autore sta tutta nella posizione limitrofa che assume fra scienza e dottrina a causa di quattro fattori determinanti: egli si muove in categorie tradizionali; si apre a quelle del mondo risvegliato (connesse al fenomeno del risveglio svizzero); ne arriva ad assimilare taluni tratti, reinterpretandoli e problematizzandoli; ma mai riesce a farsi classificare sotto l’egida di una precisa etichetta. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che ha permesso alla critica di individuare in Vinet un riformatore puro, dalle movenze chiare ed essenziali, intenzionato a scompaginare schemi preesistenti non per il semplice gusto di farlo, ma al preciso scopo di riformarli.

Ma per assimilare al meglio ciò che trasuda dalle pagine del volume è utile storicizzarne i risvolti, innanzitutto partendo da quel risveglio svizzero che è l’ambiente in cui opera l’autore. In quegli anni, lo stato neutrale per eccellenza era attraversato da un doppio panorama storico: da un lato i residui fermenti rivoluzionari che in virtù dell’espansionismo napoleonico avevano contaminato buona parte d’Europa, dall’altro le pressioni della Restaurazione improntate a una retrocessione storica. Rivoluzioni liberali e spinte restauratrici, quindi, sono i due filoni della Svizzera di metà Ottocento. Il risveglio sta proprio a significare la rottura. Si pone sotto le sembianze di una spinta transatlantica che ha nel proprio dna la critica alla condizione spirituale delle chiese tradizionali e il ritorno ai grandi temi biblici. «Voglio il Vangelo - scrive Vinet - e senza dubbio è nelle mie mani. Ma non appena lo voglio leggere, mille interpretazioni si frappongono fra me ed esso».

Secondo Philippe Bridel, Vinet presenta tre peculiarità che rappresentano il suo indubbio punto di efficacia: l’attitudine a dubitare; la fiducia nella potenza naturale della verità, ovvero nella ragione; la sete di umiltà.
L’autore si mostra vicino alle posizioni di Kant e Hegel quando avanza un concetto relativo a «quel luogo che è riduzione della dualità», dove quel luogo è rappresentato dal Vangelo. In un secondo momento però egli diventa assolutamente originale allorquando avanza la soluzione all’antitesi: mentre i suoi contemporanei guardavano alle idee come fornitrici di risposte, Vinet le cerca nel «fatto della croce», che viene proposto al credente al fine di essere accettato per fede.

L’opera si articola in due distinte parti, la prima denominata “Prove” (con una serie di definizioni e di dati ad appannaggio della necessità di una libertà di culto), la seconda “Sistema” (con la proposta di una nuova piattaforma, da cui non potrebbe prescindere la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Chiesa). Punto di partenza secondo Vinet è la libertà di coscienza, dal momento che «nessuna interpretazione può rivendicare il diritto di imporsi sulle altre con strumenti che non siano il dibattito e il ragionamento per convincere le parti avverse». Lo Stato non dovrebbe quindi occuparsi della morale religiosa, ma solo di quella sociale. «Essa non trova fondamento nella religione ma nella società stessa».

Quindi lo Stato, mentre da un lato avrà il dovere di intervenire nelle società religiose qualora esse dovessero violare norme della morale sociale, dall’altro ha il dovere di professare la propria «non competenza dinanzi alle problematiche inerenti la sfera religiosa». Il ragionamento di Vinet, ricordiamo datato inizio Ottocento, poggia sul fatto che l’intervento dello Stato nella sfera delle idee che comprendono la morale sociale, non solo è sbagliato ma per giunta anche controproducente, per due motivi: in primis perché la costrizione fa nascere un senso di rivolta; in secundis perché le idee al loro interno contengono comunque una forza propria che appare indipendente rispetto ai tentativi esterni di condizionamento. Quindi, sostiene Vinet, se allo Stato interessa realmente la verità religiosa, dovrebbe favorire il libero esame e la concorrenza tra le differenti opinioni, le quali all’interno della diversità producono una verità maggiormente certa.

Un altro fattore su cui insiste il teologo scomparso ventuno anni dopo questa pubblicazione, è che la costrizione in campo religioso danneggia anche la sottile linea esistente tra discipline filosofiche e religiose. La prima parte relativa alle Prove, dunque, si chiude con una finestra sulla situazione religiosa negli Stati Uniti, dove l’assenza di costrizione, assieme alla libera associazione di Chiese, non comporta certo un numero di miscredenti maggiori che in Europa.

Il Sistema, invece, offre la soluzione al cambiamento. Società religiosa (nata da un sentimento morale) e società civile (scaturita dalla necessità) possono comunicare fra loro solo attraverso un’influenza morale della prima sulla seconda, e con un’azione correttiva dello Stato se le religioni dovessero depotenziare la morale civile. Da questo principio scaturiscono una serie di elementi: è necessario tutelare i diritti di tutti i cittadini, senza distorsioni di fede religiosa; la società religiosa non può adottare una costrizione fisica al suo interno; Chiesa e Stato non devono porsi in concorrenza, né nelle istituzioni né negli atti; il culto deve essere pubblico, così da poter verificare che non si manifestino eventi contrari alla morale civile.

All’interno di questo quadro, Vinet fa trasparire la possibilità concreta che lo Stato, lasciando proliferare confessioni diverse e perseguendo la massima libertà religiosa, riesca a educare i cittadini «che anelano sinceramente alla verità». Un modus operandi che, solo se posto in questi termini e circondato da tali precise assunzioni di responsabilità, si erge a paladino del bene comune. Perché, riflette Vinet, se la libertà religiosa comporta il progresso dello spirito religioso, esso a sua volta favorisce la crescita di virtù private. Più esse si cementano, più di pari passo migliorano le virtù pubbliche, in quanto il buon credente è anche un buon cittadino.


Alexandre Vinet
Libere Chiese in libero Stato. Memoria in favore della libertà dei culti (1826)
Edizioni GBU
pp 353, euro 20

sabato 11 luglio 2009

Più ricerca scientifica per sconfiggere la crisi



da FFwebmagazine dell'11/07/09

«Cultura, imprese e sindacati stringano una grande alleanza per svegliare la politica italiana dal torpore nel quale si è cacciata, sempre e solo intenta a occuparsi di tornate elettorali». No, non è la solita lamentela del giornalista straniero di turno, che si imbatte negli affari di casa nostra. O dell’imprenditore cinese spaventato dalla mole di burocrazia che caratterizza il nostro paese. Il richiamo è firmato da Claudio Cavazza, fondatore del colosso farmaceutico Sigma-Tau, a margine di un seminario sui biosistemi. E non lascia spazio a interpretazioni o precisazioni. Il messaggio è diretto e viene esattamente un mese dopo quello lanciato dal vertice di Confindustria, nel quale Emma Marcegaglia aveva ammonito «tutti di nuovo in aula, la ricreazione è finita». La politica, nella sua globalità, a volte non soddisfa: non è un’opinione, né una polemica, né tantomeno una forzatura. È un malessere con il quale purtroppo è necessario fare i conti, e contro il quale possibilmente pensare soluzioni valide ed efficaci.

«In Italia stiamo buttando via una ricchezza, che è rappresentata dai cervelli nostrani - ha aggiunto il project manager del progetto di innovazione industriale per le nuove tecnologie per la vita, a cui tra l’altro la Contea del Maryland ha intitolato nel 1995 il premio “Claudio Cavazza Science Award” -. Se i politici non lo capiranno, beh noi inizieremo a strillare». Detto da un imprenditore che non si definisce illuminato ma semplicemente avveduto, assume un certo valore e non solo in virtù di un curriculum di tutto rispetto.
Significa che i tessuti produttivi del paese, a vari livelli, avvertono l’esigenza di efficacia, che non è né di sinistra, né di destra. È un’esigenza reale di tutti, a sostegno della quale bisogna rispondere in tempi brevi attraverso lo strumento delle alleanze.

Da noi si considera la ricerca come un lusso, per via della crisi economica che taglia fondi su fondi, non comprendendo invece come essa non solo rappresenti un’occasione di sviluppo e benessere futuro (economico e sociale), ma quanto essa sia il vero elemento di ricchezza culturale, prima, e produttiva, poi.
Come aveva ribadito il presidente della Camera Gianfranco Fini in occasione di un convegno sulla cittadinanza, «in Italia stenta ad affermarsi una mentalità da democrazia matura. È debole la percezione dei valori e degli interessi che uniscono gli italiani». È quindi su queste direttrici che la classe politica dovrebbe investire forse qualcosa in più, soprattutto in termini qualitativi.

Se ad esempio la fuga dei cervelli, così come è stato accertato da anni, è un problema che ha anche ricadute economiche e sociali negative per il territorio, che si predisponga un piano pluriennale per far rientrare in Italia i migliori scienziati, mettendoli al servizio del paese. Se, come ha rammentato lo stesso Cavazza, è necessario un anno e mezzo di tempo per esplicare gli adempimenti burocratici in seguito alla registrazione di un nuovo farmaco e se, come ormai è evidente, quel lasso di tempo ha irrimediabilmente messo fuori mercato il prodotto che tanto lavoro ha comportato e che tante vite umane potrebbe salvare, bisogna provvedere a una semplificazione di tempi e modi. Insomma, urge darsi da fare di più e meglio.
Né bisogna ritenere che riflessioni come quella del fondatore di un colosso farmaceutico, o del presidente degli industriali italiani, o di chiunque altro, debbano per forza di cose essere ricondotte a un certo pessimismo, o a un vezzo di critica fuori luogo, semplicemente perché non è così.

Chi alza un dito per esternare la propria opinione, anche in considerazione dei modi e dei tempi in cui si esprime, deve rappresentare un accrescimento, contrapposto alla calma piatta di mari e laghi passivi, che non fanno bene a nessuno. A tutti piacerebbe navigare in acque tranquille, ma tutti sanno che non è possibile, non è purtroppo nella quotidianità. Per una serie di ragioni. Anche la stampa e la critica hanno i propri doveri in questo senso, perché, come diceva Pierre Lazareff «il giornalismo è vedere, sapere, saper fare e far sapere». Che sia quindi la parola al centro, che si moltiplichino i dibattiti, le voci, anche se possono apparire stonate, ma è essenziale che ci si confronti, dal momento che il silenzio non aiuta, al pari del nascondere problemi o del sotterrare aspirazioni o, perché no, consigli e suggerimenti, come non di rado accade

lunedì 6 luglio 2009

«Adesso le riforme sono imprescindibili»


da Ffwebmagazine del 06/07/09

Costruire è più complesso che distruggere in un colpo solo quanto realizzato, per questo il ruolo della persona deve essere rivalutato, concentrando attenzioni e provvedimenti dello Stato verso l’individuo, nella consapevolezza che, accanto a rivisitazioni sociali, è imprescindibile programmare e realizzare una seria e ragionata azione riformatrice. È l’opinione del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che riflette sul significato di un progetto - quello di mettere al centro la persona - che prima di essere politico deve essere per forza di cose culturale.

D. Rimettere la persona e la sua dignità al centro dell’azione politica: lo ha sottolineato il presidente della Camera Fini pochi giorni fa in visita in Spagna, e lo ha ribadito Maurizio Sacconi (con la citazione “people first”) in occasione del G8 dei ministri del Lavoro. Come attualizzare questo proposito in chiave di welfare?
R. Innanzituto lasciando da parte il vecchio e datato concetto assistenzialistico, che in questi quarant’anni non ha prodotto quello che ci si aspettava. Credo si debba tornare a ragionare su concetti come la sussidiarietà, investendo appunto sulla persona, cercando di comprendere i nuovi bisogni di un tessuto sociale che è radicalmente mutato, anche in virtù di un diverso approccio al lavoro. Direi dunque attraverso un’osservazione attenta della realtà che è profondamente cambiata.

D. Osservare i cambiamenti, quindi, e progettare con lungimiranza dei correttivi: ma anche avviare una stagione delle riforme che prenda finalmente il via, senza intoppi e vincoli demotivanti?
R. Il momento giusto per le riforme credo sia sempre. Nel 1978 Bettino Craxi intravedeva l’assoluta necessità di una grande riforma, che investisse il paese in ogni suo settore, mi riferisco alla vita sociale, a quella politica e civile. Purtroppo quelle riforme non sono mai state realizzate. Per questo ritengo che se vorremo investire sulla modernità del nostro Stato, sulla sua capacità e rapidità di offrire risposte concrete ai bisogni veri, quelli di tutti i giorni, in un mondo sempre più globalizzato, allora le riforme saranno necessarie e imprescindibili.

D. Marc Lazar, dalle colonne di Repubblica, giorni fa ha accusato le sinistre europee di guardare l’attuale crisi con gli occhiali del passato: condivide l’analisi, anche pensando al conseguente scatto di reni che il centrodestra dovrebbe avere?
R. È evidente come la sinistra italiana, e anche quella europea, sia rimasta incrostata a un passato che non c’è più e che non ritornerà. Penso al welfare State, che ha dato tutto quello che poteva dare. Quegli stessi interpreti però, in questo lasso di tempo, non si sono accorti che la realtà attorno a loro si è profondamente trasformata. Personalmente, se avessi vissuto in Francia, non avrei votato certo per Segolène Royale ma per Sarkozy, il quale dice oggi delle cose che ho sentito professare venti anni fa dal Psi di mio padre.

D. A proposito di Sarkozy, cosa ne pensa del suo “sguardo” gauchista per porre un freno all’estremista Le Pen?
R. La sinistra francese è molto diversa da quella italiana. All’interno del panorama partitico d’Oltralpe sussistono certamente maggiori punti di contatto tra conservatori e riformisti, di quanti ce ne siano al momento tra liberali nostrani e vecchie logiche diessine.

D. Antonio Ghirelli, già portavoce di Sandro Pertini, utilizzando recentemente una metafora calcistica ha detto che al Partito democratico manca un numero dieci.
R. Purtroppo al Pd oggi non manca solo il fantasista, ma addirittura la squadra e più propriamente un obiettivo. Per questo non posso che consigliare loro di fare i conti con il passato e di chiuderlo.

D. Dialogo e confronto, aperto e costruttivo: quale puo`essere in questo senso il ruolo delle fondazioni, come la Fondazione Craxi, Italianaieuropei, Farefuturo, Italiadecide, Medidea, all’interno del dibattito politico e culturale italiano?
R. Considero strategico il ruolo delle fondazioni, per una serie di ragioni. Se considerassimo l’ipotesi di avvicinarci a un sistema come quello americano, ci renderemmo conto che avremmo molti più vantaggi. Negli Usa, le fondazioni e i media rappresentano il luogo di produzione di idee, dove convergono diverse posizioni, dove ci si scambia riferimenti e proposte circa la visione attuale e futura del paese. In un momento caratterizzato dal fatto che in Italia partiti tradizionali non ci sono più, e in virtù della scarsità di luoghi di dibattito, credo che il ruolo delle fondazioni possa risultare determinante.