mercoledì 22 maggio 2013

Addio all’Internazionale socialista, nasce la nuova casa dei progressisti


C’è chi l’ha già preventivamente salutata come “una buona notizia per Guglielmo Epifani e per noi tutti” (Pierluigi Castagnetti su Europa). Ma la chiusura di fatto dell’Internazionale socialista non contiene ancora al proprio interno le risposte (moderne) alle nuove sfide della politica europea e mondiale. Anche se potrebbe contenerle, ma a patto che si cambi copione e attori. Tra pochi giorni, il 23 maggio, muoverà i primi passi l’Alleanza dei progressisti, una sorta di Internazionale 2.0. nata dalla volontà di cinquanta partiti fra progressisti, democratici, socialdemocratici, socialisti e laburisti e su iniziativa della Spd.

Il nuovo contenitore avrà il compito di modernizzare quella “casa comune” guidata per tre lustri da Willy Brandt. A cui hanno già manifestato l’adesione i socialisti francesi e anche il Pd italiano (anche se in un silenzio incomprensibile). La sensazione è che a mollare la vecchia Internazionale sia stata direttamente la Germania, complice il centocinquantesimo anniversario della Spd che cadrà il 23 maggio. E quale occasione migliore per un restyling nei contenuti e nelle forme?Ma l’accelerazione è dovuta, non solo al fatto che i tedeschi ne sono i maggiori azionisti, bensì perché forse proprio da Berlino e dai rigurgiti anti sistema che lì stanno prendendo forma, sta progressivamente maturando la consapevolezza che non sarà inforcando lenti del novecento che si potranno offrire risposte a problemi diversi rispetto al secolo breve. Dove il capitolo, ad esempio, dei diritti è intrecciato magmaticamente a quello della libera impresa, su cui “veglia” il sistema bancario complessivo di un continente. Sul quale occorre ragionare questa volta sì con una visione globalizzata, pesando le conseguenze mondiali – e non solo dei singoli continenti – di provvedimenti e decisioni, così come l’anno appena iniziato è stato foriero (si veda la primizia del prelievo forzoso dai conti correnti a Cipro). 

Immaginare una nuova piattaforma dei progressisti che siano aperti a innovazioni e cambi di passo nel merito di decisioni utili e non comode all’ideologia o alla prossima elezione, dovrebbe essere la direttrice di marcia della nuova realtà.Anche per scacciare le ingombranti ombre di personaggi scomodi che nell’Internazionale socialista hanno gravitato nel corso degli ultimi anni, come il nicaraguense Daniel Ortega, il partito di Moubarak, o l’ivoriano Laurent Gbagbo quest’ultimo accusato niente meno che dalla Corte penale internazionale. Ma il dado, se giocato bene e in una combinazione vincente, potrebbe in un colpo solo produrre due vantaggi strategici: democratizzare politiche evidentemente sbilanciate a sinistra, tali in quanto figlie di tipicità geopolitiche; gettare le basi per un dialogo permanente con l’altra metà della “mela” politica del pianeta.Iniziando ad arare un terreno comune nel quale far germogliare un dialogo serio e ragionato sulle grandi questioni di pubblico interesse. Le stesse che in questi dodici mesi sono state inserite nel paniere dell’eurocrisi di cui la troika si è occupata con tanto zelo. Ma senza purtroppo l’ausilio costante di una visione globale dei pro e dei contro.

Fonte: Formiche del 21/5/13
twitter@FDepalo

Effetto Troika su Atene, al via investimenti cinesi con lo sconto sul costo del lavoro


Ferrovie cinesi già al lavoro per strutturare le nuove reti di trasposto locali, multinazionali interessate agli scali aeroportuali regionali in un’ottica di trasporti aerei rapidi ed economici come negli Usa, l’idea di realizzare in Grecia una nuova vetrina informatica “europea” delle dimensioni della Hewlett Packard e la presenza della cinese Cosco nei cinque nuovissimi moli container nel porto di Pireo, oltre a cento battelli di ultima generazione che Atene acquisterà da Pechino. Sono i primi risultati del viaggio di affari intrapreso in oriente dal premier ellenico Antonis Samaras. Nella settimana dedicata a Pechino e a Baku a caccia di investitori, i numeri spiegano meglio di analisi e di commenti cosa ci guadagna la Grecia da una colonizzazione cinese e quanto i cittadini. Il Die Welt, dopo la Bild, si è addirittura spinto a definire Samaras l’uomo che ha condotto la Grecia del “Grexit” dall’euro a una permanenza più tranquilla. Ma a quale prezzo?

Il primo ministro ha assicurato che la Cina investirà oltre 250 miliardi di euro in Grecia, per via di un’economia finalmente estroversa e tarata su un programma di 28 privatizzazioni. “Il nostro mondo sta cambiando – ha detto lasciando Pechino e atterrando a Baku per la seconda tappa di questo tour commerciale – la Cina esporta in tutto il mondo, la Grecia è un membro dell’Ue e può diventare la porta d’ingresso per promuovere i prodotti cinesi in Europa”. Aggiungendo che la Grecia è la prima potenza marittima del mondo, tra l’altro proprio più di 100 navi sono greche attualmente in costruzione nei cantieri navali della Cina a costi non ancora quantificati. Ma al di là delle affinità tra Socrate e Confucio (“vissero all’incirca nello stesso tempo” ha detto Samaras presentandosi al meeting di sviluppo elleno-cinese, promosso dal governo di Pechino), incoraggiano i 400 milioni di turisti cinesi nel mondo di cui il 5% è previsto che farà tappa in Grecia. Su questa consapevolezza il governo di Atene ha studiato delle misure ad hoc, come una app per gli i-pad in lingua cinese disponibile per crocieristi e per i visitatori orientali, oltre a facilitazioni per quanto concerne i visti.

Ma il piatto forte degli accordi siglati si ritrovano nel campo delle infrastrutture e dell’informatica. Pechino si inserirà con prepotenza nel sistema ferroviario e aeroportuale greco. In prima battuta parteciperà, con l’intenzione di vincere, alle gare per l’aggiudicazione della privatizzazione delle ferrovie greche, in secondo luogo, come una sorta di operazione a tenaglia, investirà sugli aeroporti. Ma non solo su quello internazionale di Atene, il cui 33% è stato appena ceduto alla multinazionale canadese Hochtief, bensì rilevando i tredici scali regionali presenti su tutto il territorio greco e utilizzandoli (almeno queste sarebbero le intenzioni secondo fondi ministeriali) come gli scali statunitensi, con costi bassi e rapidità di spostamento e in un’ottica tarata sull’attrattività turistica destagionalizzata. Il punto di domanda è quanta percentuale di questo benessere ricadrà sui cittadini, dal momento che le nuove leggi sul costo del lavoro previste dal memorandum della troika hanno abbassato salari e welfare: di fatto un incentivo solo per chi investe.

Si aggiunga che la cinese Cosco ha già in mano i cinque nuovissimi moli containers che saranno sviluppati nell’imponente porto del Pireo, utilizzandolo come l’hub cinese verso il mercato europeo. Capitolo informatica: la Huawei e la ZTE sono due delle maggiori realtà high-tech del pianeta e sono cinesi. La prima ha un giro di affari di 35 miliardi di dollari e che in tre anni lieviterà fino a 70. Entrambe punterebbero a creare in Grecia un centro logistico come la Hewlett Packard. Rilevante il margine esistente nel settore marittimo, con opportunità che si aprono al 60% nel campo petrolifero e al 50% delle importazioni cinesi gestite da navi di proprietà greca. In parallelo, ben 146 sono le navi greche costruite in questo momento nei cantieri cinesi. Sotto l’Acropoli e nelle isole Cicladi quest’anno sono attesi migliaia di cinesi, ma non saranno solo turisti in cerca di souvenirs o di spiagge mozzafiato. Molti i magnati cinesi che ormai guardano all’Egeo come piattaforma di investimenti e di logistica verso l’Europa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 21/5/13
twitter@FDepalo

mercoledì 15 maggio 2013

Grecia, la crisi migliora secondo Fitch ma crescono dubbi e “macerie” sociali


E’ come la tela di Penelope, tessuta di giorno e disfatta di notte. Mentre da un lato sulla crisi greca si registrano due tiepide aperture, Fitch rivede al rialzo il rating di Atene portandolo da ‘CCC’ (ad alto rischio) a ‘B-’ (altamente speculativo) e il Paese vede ribassato il tasso di interesse che deve pagare per ottenere dagli investitori i soldi necessari, dall’altro sul campo restano solo “macerie”: sociali e finanziarie. Come la disoccupazione giovanile che sfiora il 60%, le tasse non pagate e gli episodi, sempre in aumento, di cittadini che non pagano la spesa. Con il rischio “carcere” in agguato.

In dettaglio, l’agenzia di rating, nel giorno dell’Eurogruppo ha riscontrato “chiari progressi nell’eliminare il doppio deficit, fiscale e corrente”, mentre “la svalutazione interna ha iniziato a prendere piede”. Evita però di certificare che, fisiologicamente, la prima conseguenza è una mannaia che si abbatte sul ceto medio e medio-basso, con una sforbiciata di un quarto a pensioni, stipendi, indennità. Come dire che sono stati i cittadini a pagare per il risultato del 2013, quando da gennaio a marzo c’è stato un primo avanzo primario, la ricapitalizzazione delle banche è stata conclusa, due privatizzazioni come Opap e aeroporto di Atene sono andate in porto (tra dubbi di presunti favori e oligarghi onnipresenti) e da Bruxelles è arrivato il nulla osta alle due tranche di prestiti da 7,5 miliardi complessivi che saranno versati entro giugno. Inoltre il Paese vede ribassato il tasso di interesse che deve pagare per ottenere dagli investitori i soldi necessari. Secondo l’agenzia di gestione del debito 1,7 miliardi dollari sono i crediti ceduti a un tasso di interesse del 4,02 per cento: si tratta del tasso più basso dal mese di aprile 2011 e il secondo più basso in 28 aste equivalenti dall’inizio dell’anno.

Ma al di là di cifre, indicatori e gradimenti da parte dei creditori internazionali, il vero terreno di scontro è lì, dove il default sociale c’è già. Numerosissimi sono i cittadini ellenici che non hanno pagato la famigerata tassa sulla casa, i karadtzi. Per cui lo Stato ha pensato bene di inserirla nella bolletta elettrica, così che ai morosi è stata tagliata perfino la luce nel proprio appartamento. Ma non è tutto, perché un disegno di legge al vaglio del Parlamento prevede di punire con il carcere i cittadini che hanno maturato debiti con l’erario. E non ad esempio i grandi evasori della Lista Lagarde, su cui ancora troppe nubi si addensano, con uno dei presenti in quell’elenco, Stavros Papastavrou, che affianca ancora il premier Samaras (in partenza per Cina e Azerbaijan in cerca di investitori) come principale consulente economico. Ma i cittadini normali che, per un debito quantificato tra i mille e i cinquemila euro, rischiano il carcere. E per debiti superiori a 200mila euro il carcere da misura temporanea si potrebbe tramutare in provvedimento definitivo, che nemmeno la restituzione del non pagato potrebbe azzerare.

Inoltre oggi ad Atene e nelle maggiori città sedi universitarie (Salonicco, Patrasso, Iraklion, Ioannina) sarà una giornata di mobilitazione e scioperi da parte degli insegnanti, preoccupati per tagli agli stipendi, a cui però il governo, vista la concomitanza con gli esami di Stato nel Paese, ha risposto con la precettazione. Insomma, chi sciopererà ugualmente rischierà il carcere. E con il caso di un’aula dei professori dell’isola di Chios, dove alcuni agenti di polizia hanno fatto irruzione ieri proprio perché quei docenti si preparavano alla manifestazione di oggi, per cui ad Atene è prevista una forte mobilitazione da parte delle forze dell’ordine. Indignati i sindacati, secondo cui “questa negazione di diritti consente al governo di procedere alla pura repressione contro la nostra categoria”, recita una nota. E per le strade della capitale torna la rabbia della gente come nei giorni della visita del Cancelliere Angela Merkel.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/5/13
twitter@FDepalo

sabato 11 maggio 2013

La grande bufala della fine dell’austherity


“Non devi mai piegarti davanti ad una risposta – diceva il filosofo norvegese Jobtein Gaarder – una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle, solo una domanda può puntare oltre”. Per capire, scartavetrare la patina di pressapochismo che, beata, pasce in superficie e impedisce di approfondire direttrici di marcia e scelte. Un qualcosa di perverso e di anomalo sta accadendo nel triangolo Bruxelles-Berlino-XX Settembre (sede del ministero dell’Economia). Come se qualcuno avesse deciso di giocare a rimpiattino senza avere né assi nella manica né un piano B. Quando l’Ue certifica che l’Italia uscirà dalla procedura se effettuerà le riforme, dice un’ovvietà e passa la palla al neopremier Letta. Il cui discorso per la fiducia alle Camere, nonostante sia intriso di un incoraggiante kennedismo e di numerosi buoni propositi, fino ad oggi si è scontrato con un silenzio nel merito delle coperture finanziarie. I segni di ripresa per il belpaese non ci sono, anzi, come molti osservatori finalmente iniziano (solo ora?) a rilevare, la crisi “italiana” è solo all’inizio e potrebbe purtroppo avere riverberi ben più gravi di quelli visti fino ad oggi. Senza per questo essere tacciati di disfattismo o pessimismo tout court: è sufficiente scorrere i dati Istat, scambiare due chiacchiere con commercianti, lavoratori, liberi professionisti per avere un quadro esauriente. 

L’Ocse ci ha ricordato che la priorità per inseguire la ripresa è tagliare le tasse sul lavoro, ma il patto elettorale Pd-Pdl impone al primo posto del programma di Palazzo Chigi il caso Imu. Su cui, al di là delle schermaglie degli ultimi giorni con annesse minacce di far cadere l’esecutivo neonato, esiste un reale nodo rappresentato dai numeri. La svolta rappresentata da una manovra-tampone per scongiurare l’odiata imposta sugli immobili di giugno e l’aumento dell’Iva (due retaggi del governo dei tecnici che alla ripresa non hanno dedicato una sola proposta) puzza di vecchio. Quando, per ovviare a conti che non tornavano e a condutture che perdevano acqua in abbondanza, si faceva ricorso a una manovrina. Con il risultato di aggiungere tasse su tasse.
E non inganni la risposta positiva delle Borse, in quanto è una fisiologica reazione ad una burrasca, data da un paese dell’Ue senza governo da due mesi, temporaneamente interrotta. Il dato è che il macro debito pubblico italiano, come una falda che si scontra con un’altra, si sta accavallando a decenni di non riforme, alla sofferenza di imprese e lavoratori per licenziamenti, Irap e costo del lavoro e alla congiuntura internazionale che si chiama assenza di commesse. Quando due colossi italiani come Feltrinelli e Natuzzi, in due campi diversissimi, ricorrono ai contratti di solidarietà e alla cassa integrazione in quanto mancano le richieste ai rispettivi prodotti finiti, c’è poco da stare allegri. Né può essere sufficiente un decalogo generico di buoni propositi.  Il premier Letta ha iniziato il suo blitz europeo da Berlino. Anche se non è questo il momento più adatto per sollevare polemiche sul fatto che sia andato in udienza prima dalla Cancelliera Merkel e successivamente da Barroso, il dato che colpisce è la conferenza stampa congiunta dei due. Dove ancora una volta non si è entrati nel merito dei provvedimenti.

Si scorge, tra le ipotesi di copertura, un anticipo della Cassa depositi e prestiti. Ma, c’è da chiedersi, è realistico procedere nel buio più pesto ricorrendo ad un altro prestito per percorrere pochi metri? Ciò che occorre realmente è un cambio di passo, come ci si sarebbe aspettato da Letta nell’incontrare frau Angela. Battendo i pugni sulla rinegoziazione dei limiti europei, facendo “rete” con gli altri ammalati gravi Rajoy, Hollande, Cameron (sì, soffre anche il Regno della Regina che non abdica) e non tranquillizzando chi ha scelto per tutti il rigore a tutti i costi senza rendersi conto che il contagio greco è già avvenuto e che senza rischio non c’è futuro. Con buona pace della Bundesbank. In un passaggio (e purtroppo solo in uno) Letta ha scoccato una mini frecciata a Berlino, quando ha sottolineato che l’impasse riguarda tutti. Ma poi avrebbe dovuto aggiungere una postilla al piccolo sasso lanciato nello stagno della Baviera: che è proprio da quelle sabbie mobili che serve marcare le distanze per venirne fuori, dal momento che proseguendo solo su tasse per tutti, mancato accesso al credito per le imprese, visioni dal corto respiro per esodati e cassintegrati, il risultato non sarà certo un paese migliore, con prospettive incoraggianti e con cittadini soddisfatti. E già qualcuno inizia a borbottare sul fatto che al timone dei rapporti con l’Ue sia rimasto il montiano Moavero, quasi a garanzia dei provvedimenti figli dell’ultimo anno.

Le direttrice di marcia illustrata dal neo premier alle Camere “costa” dieci miliardi di euro (come minimo), tra Imu, cassa integrazione in deroga e dossier esodati. Sarebbe un peccato illudere ancora una volta gli italiani, quando invece oltre alla convergenza e alla larghe intese servirebbe una tonnellata di onestà e trasparenza. A anche un pallottoliere grande così. Per evitare che il giorno dopo il ministro delle Finanze, il banchiere d’Italia Saccomanni, sia costretto a correggere il tiro così come ha fatto. Prima ha annunciato dodici miliardi di investimenti, su cui ovviamente non si può che rallegrarsi, ma aggiungendo un elemento che suona come un allarme: su esodati e cig niente improvvisazioni. Ovvero che non c’è spazio di manovra, a fronte di una situazione che lo stesso Tesoro si affretta a definire positiva (“Finanze sane”). Mentono sapendo di mentire, dunque? Che il deficit-Pil al 3% sia un limite invalicabile per non mettersi a braccetto di Spagna, Grecia e Cipro è un dato di fatto talmente evidente che non occorre la sottolineatura di XX Settembre. Troppe medicine, ammoniva Ascleopios, avvelenano anche il miglior paziente. Il malato Italia è in buone mani?

Fonte: Gli Altri settimanale del 10/5/13
twitter@FDepalo

mercoledì 8 maggio 2013

Il Pd e l'eterno vicolo cieco della sinistra italiana


Ripartire dall'idea del Lingotto. No, meglio una segreteria di transizione, anzi, è tutto inutile perché la fusione a freddo Margherita-Ds non è riuscita. Benvenuti alla “maionese impazzita” che sta andando in scena in questi giorni al Nazareno, dove le direttrici di marcia per uscire dalle sabbie mobili del post-Bersani, tentando di far digerire alla base l'alleanza del governassimo, sono molteplici. E diversissime fra loro. Inizialmente, quando il governo Letta emetteva i primi vagiti, si era pensato che con il giovane nipote di Gianni a Palazzo Chigi, alla segreteria del Pd fosse il tempo del rinnovamento nel segno di Matteo Renzi. Troppo forte la tentazione di spazzare via la concorrenza “sinistra” del partito, escludendo dalemiani e sindacalisti vicini alla Cgil. Ma, a pochi giorni dal varo dell'esecutivo e da nuove consapevolezze che, in alternativa ai soliti schemi, stanno maturando nel Paese (e non solo nel partito), i giochi sembrano tutt'altro che fatti. Con la parola d'ordine che si chiama incertezza. 

Accanto ai nomi nuovi di Cuperlo e di Epifani circolati nelle ultime ore, ecco la lista allargarsi a Chiamparino, Chiti, e oggi anche a Finocchiaro e Speranza (il neo capogruppo bersagliano alla Camera). Perseguendo, nei fatti, la stessa direttrice di sempre, ovvero il fazionismo intestino che ha caratterizzato il Pd sin dalla sua nascita. Lo ha ben spiegato ieri dalle colonne di Formiche.net uno che di trattative analitiche se ne intende, Umberto Ranieri, presidente della Fondazione Mezzogiorno-Europa, ma soprattutto dirigente storico di Pci-Ds-Ulivo e ora del Partito democratico. Quando ammonisce che il punto di (ri)partenza non deve essere individuato né nel centrismo, né nel sinistrismo, centra in pieno l'obiettivo futuro del Pd. Ovvero delineare una ripresa di iniziativa politica nel suo complesso senza interrogarsi sulla provenienza dei compagni di viaggio o sul pedigree degli stessi. La consapevolezza che dovrebbe maturare a questo punto della vita dei democratici è che la ferita dei 101 franchi tiratori è aperta, e ancora per molto lo sarà: e su questa linea cogliere l'occasione di quelle bruciature per ridisegnare un contenitore moderno ed europeo. Ma chiarendo dall'inizio mete e percorsi.

In questo pertugio va inserita la dialettica sul modus operandi invocata a gran voce da Matteo Renzi, certi che la modernizzazione di un partito che vuol essere riformista, liberale e innovatore non può passare da elaborazioni indolore o da scelte silenziose. Ma ha l'obbligo morale di potare quei rami che, fisiologicamente, non producono fiori. Qualcuno nelle scorse settimane si è spinto a ipotizzare una scissione nel Pd: con una ridefinizione di forme e massa politica. Da un lato un contenitore democratico e liberale trainato da Renzi (e con alle spalle Passera), dall'altro una cosa di sinistra con Vendola e Barca. La sensazione, però, è che si navighi ancor a vista. Con il rischio, per chi si aspetta chiarezza dall'assemblea del prossimo 11 maggio, di restare ancora una volta deluso.

twitter@FDepalo






martedì 7 maggio 2013

La Grecia privatizza, ma all’asta si presenta solo il miliardario ceco Smejc


In porto la prima privatizzazione greca: è quella relativa al Totocalcio ellenico, l’Opap. Se lo aggiudica per 652 milioni l’unico gruppo che presenta un’offerta, il fondo Emma Delta, capitanato dal miliardario ceco Jiri Smejc e dal magnate greco George Melissanidis (fondatore e proprietario di Aegean Marine Petroleum). In modalità secondaria entrano nell’acquisizione anche la famiglia greca dei Copelouzos e una affiliata dell’italiana Lottomatica. Ma mentre il ministro dell’economia Yannis Stournaras (nella foto) parla di successo finanziario per le casse dello Stato, gli oppositori del Syriza gridano allo scandalo e accusano di svendita. L’Opap ha un fatturato annuo di circa 150 milioni di euro, su questo fanno forza i critici per osservare come il prezzo spuntato sarà ammortizzato in soli quattro anni di esercizio, quindi molto vantaggioso per l’acquirente. Si aggiunga al fatto che oltre a Delta non si è presentato nessun altro acquirente. E alcuni osservatori puntano il dito contro le influenti amicizie dei protagonisti dell’affare. 

A capo del fondo Emma Delta, istituito appositamente per comprare Opap, c’è il miliardario ceco Smejc, non nuovo ad investimenti in Grecia, visto che è presente in loco dal 2004 con l’acquisto del 34% della TV Nova Group. Nello stesso anno entra a far parte del gruppo PPF, fondato nel 1991 dal suo caro amico Petr Kellner, membro del cda di Generali (fino a poche settimane fa) e uomo più ricco della Repubblica Ceca con un patrimonio stimato da Forbes di 7 miliardi raggiunti a soli 47 anni. Smejc è anche socio della Bank of Piraeus, di cui nel 2011 ha acquisito il 5,7% pagando 1,10 euro ad azione. Ma il giorno successivo il titolo crollò a 0,165 euro ad azione, con il conseguente smottamento finanziario degli istituti bancari ellenici. Inoltre partecipa insieme al GEK Gruppo TERNA al concorso di acquisto del Hellenic Gas Transmission System oltre ad essere, secondo alcune indiscrezioni di stampa, il leader assoluto di nuovi investimenti nel campo della gestione dei rifiuti e delle fonti di energia rinnovabili: in Grecia i negoziati si fanno con lui. 

Ma a destare interesse, più che il legame solido con l’Ellade di Smejc, sono le sue frequentazioni. Petr Kellner, per i non addetti ai lavori, sembrerebbe un nome sconosciuto. Invece è l’ottantanovesimo uomo più ricco del pianeta, è ceco come Smejc e con lui ha condiviso le fortune del fondo PPF, da cui lo scorso 28 marzo Generali ha perfezionato l’acquisto del 25% al prezzo di 1,286 miliardi di euro. E Kellner, numero uno del gruppo ceco, ha formalizzato le dimissioni dal cda del Leone. Contestualmente all’operazione, Gph ha ceduto a PPF le attività assicurative in Russia. Il perfezionamento della seconda tranche dell’acquisizione, pari al restante 24% di Gph, è previsto a fine 2014 .

Con un patrimonio pari a 7,6 miliardi di dollari, ma con solo una foto pubblicata dalla stampa internazionale, Kellner è l’uomo che incide non poco sugli investimenti privati del vecchio continente. Se l’Europa centrale “respira” è anche grazie ai suoi spostamenti finanziari nei settori del credito al consumo, dei servizi bancari e delle assicurazioni, dove opera il fondo. Il Gruppo PPF gestisce fondi superiori ai 10 miliardi dollari e nasce quando nel suo paese si decide di privatizzare. Opera con i suoi sodali quali Milan Vinkler e Petr Joudal, che hanno posto materialmente le basi finanziarie del Gruppo PPF, anche se i media cechi riferiscono oggi che il vero jolly iniziale sia stato nelle relazioni d’affari con la classe politica ceca che ne avrebbe facilitato i piani aziendali. Buoni e proficui i rapporti con Mosca, dove dal 2008 ha il 29,9% nella banca Nomos, mentre il gruppo Generali, proprio grazie a PPF, starebbe preparando una collaborazione con VTB, la seconda banca in Russia. 

La sua “base” in Grecia è una villa-fortezza nell’isola di Paros (progettata dal famoso architetto Pleskott) che raggiunge a bordo del suo Gulfstream 500, di nome Kane. Alcuni analisti finanziari arrivano a spingersi sulle affinità esistenti con il magnate russo Dmitry Evgenevich Rybolovlev. Che un mese fa si è aggiudicato un affare fino ad oggi impossibile, acquistando Skorpios, l’isola di Onassis per quasi 200 milioni di euro grazie all’intermediazione di un grosso studio legale cipriota, dove i russi sarebbero “di casa”. Tra l’altro l’oligarca, proprio come Smejc, aveva perso molto denaro in una banca, in qualità di socio della “bad” Bank of Cyprus con il 10% dell’istituto oltre a consistenti risparmi depositati nell’isola quasi fallita. E come il collega ceco si è rifatto alla prima occasione utile.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4/5/13
twitter@FDepalo

martedì 30 aprile 2013

Islanda, vince il partito anti euro. I Pirati per la prima volta in un Parlamento


In Islanda vincono gli anti-euro di centrodestra che spodestano la coalizione di sinistra al potere dal 2009 sullo slogan “basta austerità e moneta unica”. Dopo soli quattro anni di opposizione, coincisi con il rigore per sanare i conti in rosso dell’isola, il Partito dell’Indipendenza conquista il 26,7% dei voti, mentre al Partito del Progresso (centristi) va il 24,3%. “Siamo pronti a guidare il governo” le prime parole del 43enne leader della destra contraria all’euro Bjarni Benediktsson (nella foto), che nonostante non sia ancora chiaro se tenterà la strada più ovvia della grande coalizione in virtù dei diciannove seggi conquistati al pari degli avversari, fa ben sperare i “colleghi” berlinesi di Alternativa per la Germania, il partito anti euro che sta scaldando i motori in vista delle elezioni tedesche di settembre.

Il risultato di Reykjavík penalizza la coalizione di sinistra, fautrice del rigore tout court che ha convinto gli elettori a votare gli anti euro, con la prima conseguenza di vedere ridotte le possibilità dell’isola di aderire alla moneta unica. Deludenti i numeri dei due partiti del governo uscente, Alleanza democratica a cui apparteneva il primo ministro Johanna Sigurdardottir, 70 anni e Verdi-sinistra (si sono visti dimezzati i parlamentari): pagano lo scotto di aver gestito il post nazionalizzazione delle banche in l’Islanda quando si tentò di uscire dal vortice finanziario del 2008. Ma nonostante pil in salita e disoccupazione in calo gli islandesi hanno segnato un solco con l’Ue. Altro dato significativo la buona performance del Partito dei Pirati, che la prima volta fa ingresso in un Parlamento nazionale.

Più a sud brindano al risultato islandese anche gli euroscettici tedeschi di “Alternativa per la Germania”, il movimento in contrasto con la moneta unica chiamato il prossimo primo maggio al congresso nazionale che si terrà all’Università di Lüneburg. Il suo leader, Bernd Lucke, docente di economia ad Amburgo, punta a convincere banchieri ed opinione pubblica che la soluzione alla crisi non è nel salvataggio sic et simpliciter dell’euro, bensì in un’altra strada che sia l’ideazione di una moneta che non aumenti gli squilibri dell’euro. Aprendo anche ad un conio in cui un gruppo di paesi in difficoltà trovi il proprio punto di equilibrio, quindi con palese riferimento ad un euro di serie A ed uno di serie B, di cui già si discuteva all’inizio della crisi greca. E lo ha spiegato ieri al grande pubblico tedesco in un acceso dibattito televisivo. In cui ha gettato sul tavolo le due ipotesi praticabili per evitare un fallimento continentale: il ritiro volontario degli Stati del sud dalla moneta unica (il suo “obiettivo primario”) e la possibilità di una o più unioni monetarie più piccole (il “target secondario”) che impedisca gli attuali squilibri economico-finanziari.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 30/4/13
twitter@FDepalo

venerdì 26 aprile 2013

Grecia, braccianti del Bangladesh chiedono lo stipendio: presi a fucilate


Nella Grecia devastata da memorandum e corruzione, accade che una trentina di braccianti agricoli extracomunitari dediti alla raccolta di fragole si rivolga al capo per chiedere lo stipendio (non un aumento). Sei mesi di arretrati non sono poca roba. E in cambio ricevano fucilate. Il bilancio è di ventinove feriti, con il proprietario del campo di fragole in manette e con il video dei corpi straziati sul terreno e di quelli al pronto soccorso che ha fatto il giro del mondo, con un tam tam in rete grazie all’hastag di Twitter #bloodstrawberries. Ma i giorni da quel 17 aprile sono trascorsi con l’angoscia dei feriti e con la straordinaria solidarietà dei cittadini greci. Uniti in un vero e proprio anelito di comunità, che non hanno più toccato nei mercati rionali quelle fragole che, seppur preziose in virtù di una zona molto fertile come è quella del Peloponneso, sono scese da tre euro a 75 centesimi. E che quindi visti i tempi di magra potevano essere commercialmente appetibili. E invece no, quella frutta è rimasta sui banchi invenduta perché, come ripetono moltissimi cittadini nelle migliaia di mail di protesta che hanno scritto in questi giorni ai quotidiani del paese, sono fragole da cui scorre del sangue. Lo scontro è avvenuto nei campi di fragole di Vouprasia, detta Nea Manolada, alla periferia di Patrasso. I tre assalitori prima hanno sparato in aria per intimidire i braccianti, ma in seguito hanno colpito indiscriminatamente il gruppo di lavoratori, come dimostrano le immagini strazianti con pozze di sangue nel terreno. I feriti sono stati trasportati al pronto soccorso dell’Ospedale Universitario di Rio. Secondo alcuni dei feriti l’importo totale dovuto dai proprietari aveva superato i 150mila euro e riguardava gli stipendi di sei mesi di lavoro. 

Qualcuno ha inizialmente puntato il dito contro i neonazisti di Alba dorata. Ma Ilias Kassiriadis, il focoso deputato portavoce del movimento xenofobo, smentisce un coinvolgimento in episodi simili, anzi accusa apertamente chi ha aperto il fuoco contro quegli immigrati del Bangladesh di appartenere ai socialisti del Pasok. I “crisìavghites” in campagna non vanno, preferiscono l’azione in città come dimostra l’incredibile occupazione di un’ora che ieri hanno inscenato, con tanto di caschi e manganelli, nel General Hospital di Nikea ad Atene, tra lo stupore di medici e degenti che sono stati letteralmente circondati. Il motivo? Chiedere con insistenza a tutti coloro che si trovavano nel nosocomio, medicine, cibo, lenzuola e abiti da distribuire ai cittadini (greci) indigenti. Quando la polizia è arrivata sul posto i commandos di Alba dorata si erano già dileguati. Con un ricco bottino.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 25/4/13
twitter@FDepalo

Anniversari, nel giorno della memoria del golpe greci nostalgici dei colonnelli


Si stava meglio quando si stava peggio? L’assioma torna, prepotente, nei momenti di massima crisi. Secondo un sondaggio “Metron barometro” effettuato per il quotidiano Eleftherotypia effettuato nel giorno del quarantaseiesimo anniversario del golpe militare dei colonnelli, in Grecia, una vistosa percentuale degli intervistati pensa che “la dittatura è cosa migliore di quello che sono oggi i partiti in Grecia”. I risultati indicano che la scossa economica al Paese, ha i suoi principali responsabili nei partiti che hanno provocato una crisi non solo economica ma anche democratica. Per questo il giorno della pubblicazione il quotidiano ha titolato a carattere cubitali in prima pagina “Skatà” (che significa merda), con il conseguente caos polemico nel Paese e la maggior parte dei giornalisti che ha chiesto di cambiarlo. Per il 59% degli intervistati la situazione della Grecia sotto la giunta dei colonnelli era migliore di quella di oggi, il 46% pensa che c’era una qualità della vita più dignitosa e il 24% ritiene che il Paese aveva anche una migliore immagine internazionale.

Il sondaggio mostra una significativa percentuale dei votanti che hanno risposto positivamente a questa domanda: “Oggi 21 aprile è l’anniversario del Golpe militare dei colonnelli, la dittatura era migliore dello stato attuale?”. La valanga di “sì” per quanto scioccante è figlia della situazione di assoluto caos che regna nel Paese, stremato da tre memorandum, con tasse e tagli in ogni settore e con il ministro dell’economia Stournaras che non esclude altre mannaie nei prossimi mesi, al pari della “tela di Penelope” dei 25mila dipendenti pubblici che la troika vorrebbe licenziare in tronco. Mentre nelle stesse ore in cui il quotidiano era distribuito nei periptera del Paese, ad Atene andava in scena il processo all’ex ministro dell’Interno Akis Tzogatzopulos, in carcere da dieci mesi e vero deus ex machina della politica greca degli ultimi trent’anni che promette di chiamare a testimoniare nomi illustri della politica ellenica, come gli ex primi ministri Simitis e Papandreou. Con l’assurdo della mancanza di sedie per imputati e legali in un’aula gremita di taccuini e telecamere.

Ma la Grecia che fa i conti con il quasi default, con fotografie di ragazzini che rovistano nei cassonetti della spazzatura, è anche questo, con sacche di isterismo e schizofrenia sociale a livelli di guardia. In questo senso va letto quel sondaggio, ovvero il culmine di un lungo viaggio durante il quale il sistema politico è stato immerso nella corruzione, che ha screditato le istituzioni statali, a scapito del merito. Dove gli intrecci di economia e politica sono stati il dogma che ha condotto all’oggi. Con una povertà galoppante, con i suicidi da crisi, con episodi di razzismo da un lato e di insurrezionalismi rivoluzionari dall’altro, si veda l’ennesimo allarme bomba alla sede della Consulta di Atene. L’indagine conferma inoltre una tempistica fatale del quotidiano Eleftherotypia, forse dipendente dalle mire del nuovo editore, l’avvocato Haris Economopoulos che ora vorrebbe cambiare management e direzione in un settore, quello dell’editoria, dove la crisi ha falciato 15mila giornalisti, con un crollo delle vendite nelle edicole del 70 per cento.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 25/4/13
twitter@FDepalo

Pronto soccorso Mosca dopo la cilecca con Cipro si attiva con la Serbia


Mosca in soccorso delle economie europee in apnea? Dopo il “no, grazie” pronunciato dall’Eurotower ai rubli di Putin per chiudere la voragine delle banche di Nicosia, un altro fronte caldo potrebbe presto aprirsi sempre sulla direttrice Mosca-Bruxelles. Con la capitale russa pronta a spedire una vagonata di soldi in Serbia: non solo per coprire le esigenze economiche di Belgrado, ma anche per finanziarne lo sviluppo infrastrutturale. E’ attesa in questi giorni, durante la visita del primo ministro serbo Ivica Dacic a Mosca, la firma dell’accordo sulla concessione del prestito russo di 500 milioni di dollari per sostenere il bilancio della Serbia.

Lo ha annunciato nei giorni scorsi il ministro delle Risorse naturali, miniere e progettazione della Serbia, Basevits. Quest’ultimo, che è copresidente della commissione di cooperazione serborussa per i problemi economici e il commercio, ha incontrato a Mosca  il ministro russo dell’Energia Alexander Novak, come recita l’annuncio del governo serbo. Inoltre è stato previsto un altro accordo di approvazione russa per il prestito di 800 milioni di dollari, destinati alla modernizzazione delle Ferrovie della Serbia.

Ma come nasce questa collaborazione finanziaria con Mosca proprio quando l’Ue è indaffarata con l’adesione della Serbia al club europeo? Già da qualche mese premier serbo Ivica Dačić si era più volte proclamato non entusiasta all’idea di stringere rapporti con Bruxelles, preferendo la sponda orientale di Mosca come interlocutore privilegiato. Come ha ribadito in occasione della visita dell’inviato europeo Jelko Kacin, che ha commentato con parole che non lasciano spazio ad interpretazioni: “Sono allergico al fatto che ci sia sempre qualcuno che viene a Belgrado a tenere lezioni”.

Ma gli scogli “europei” in Serbia non sono solo di carattere politico o di rapporti personali, bensì sono stati individuati in due criticità specifiche: il Kosovo e la corruzione. Sul fronte “Pristina vs Belgrado”, Maja Kocijancic, portavoce dell’alto rappresentante per la politica estera Ue Catherine Ashton, sprizza ottimismo dopo le iniziali difficoltà. All’indomani della maratona di quasi dodici ore a Bruxelles con le delegazione guidata dal primo ministro serbo Ivica Dacic e da quello kosovaro Hashim Thaci, la Kocijancic si è lasciata andare: “E’ chiaro che c’è stato un dialogo intenso negli ultimi sei mesi – ha detto in una nota ufficiale – sono state discusse per lunghe ore una serie di problemi e gli elementi per le possibili soluzioni ci sono. Le due parti ora si consulteranno nelle loro capitali e poi comunicheranno le loro decisioni”. Ma la scadenza del 16 aprile (quando sarà ultimato il report dei progressi compiuti da Serbia e Kosovo) si avvicina, come anche il Consiglio esteri Ue del 23 aprile. Due passaggi determinanti per far sì che il Bundestag tedesco decida sull’apertura dei negoziati di adesione della Serbia.

Il secondo scoglio invece fa rima con lo scandalo dell’Agrobanka, che risale allo sorso agosto, ma i cui riverberi non cesseranno tanto rapidamente. In quell’occasione vennero arrestati diversi funzionari dell’istituto bancario serbo, a seguito di indagini approfondite che abbracciano l’intero sistema economico e politico del paese. Il buco di 300 milioni di euro di Agrobanka pare essere solo la punta dell’iceberg, dal momento che l’istituto sosteneva con iniezioni di liquidità alcune aziende praticamente fallite. E senza chiedere l’ombra di una garanzia che fosse una, ma potendo contare sull’input che qualche alto papavero forniva alla banca. A carico del premier inoltre vi sono precise accuse di contiguità con la criminalità, che ha sempre respinto. Nonostante egli stesso abbia ammesso pubblicamente di aver avuto più di una frequentazione con tale Rodoljub Radulović, soprannominato Miša Banana: stretto collaboratore di Darko Sarić a capo della più temibile organizzazione di narcotrafficanti serba. Con l’ombra di elezioni anticipate a Belgrado a togliere il sonno al premier.

Fonte: Il Fatto Quotidiano dell'11/4/13 
twitter @FDepalo

mercoledì 24 aprile 2013

Pensatoi, centri studi, associazioni. Nomi e curiosità del club Letta


“Se la politica tende a frantumarsi, non c’è altra risposta che dimostrare che essa possiede ancora in sé la dedizione, la volontà d’impegno, le risorse per concentrasi sui doveri che si hanno verso il Paese di cui si è figli”. Queste parole di Nino Andreatta campeggiano, come un mantra, sul network TrecentoSessanta, ideato da Enrico Letta per dare continuità all’esperienza di “mobilitazione delle prime primarie del Pd”. Un contenitore che, assieme al think thank veDrò, rappresenta braccia e gambe della concezione lettiana della politica. Lontana da trasversalismi tout court e fine a se stessi, ma espressione del più articolato concetto del riformismo applicato alle macro aree di criticità, come dicono i lettiani.

Chi sono i lettiani di stretta osservanza
E’ la ragione per cui TrecentoSessanta, dal 2007, si è ramificata in tutto il Paese con presenze diversificate su territori, ma coordinate da uno zoccolo duro di stretta matrice lettiana. Marco Meloni, neo deputato, dal 2001 all’Arel (l’Agenzia di Ricerche e Legislazione, fondata nel 1976 da Nino Andreatta assieme a un gruppo di personalità di primo piano del mondo dell’università e dell’industria) e tra i fondatori di veDrò; Alessia Mosca, un passato nell’Aspen Junior Fellow e nella stessa Arel, rieletta per la seconda volta alla Camera; Francesco Russo, transitato dall’Area Science Park e segretario del Pd triestino, e Guglielmo Vaccaro, cresciuto nella Margherita e rieletto alla Camera nel Pd.

Che cos’è veDrò
Ma l’azione di 360 si fonde e/o affianca a quella di un’altra intuizione lettiana, ovvero un contenitore ampio e vasto dove mettere a frutto le declinazioni dell’Italia di domani, delineando, perché no, anche scenari provocatori ma realistici. In questa direzione di marcia nasce veDrò, una vera e propria rete per scambiare know how, competenze e idee composta da quattromila fra docenti universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo.

Il board
Non solo il board composto da Benedetta Rizzo, Lucio Palazzo, Ernesto Carbone, Angelo Argento, Barbara Carfagna, Alberto Castelvecchi, Nunzia De Girolamo, ma una serie di personalità che gravitano attorno ad essa.Giornalisti come Abbate, Calabresi, Feltri, Giannino, Paragone, Polito.Esponenti della politica, come tra gli altri, Alfano, Boccia, Bongiorno, Lupi, Ravetto, Renzi, Tosi.Manager quali Arcuri, Campo dall’Orto, Dal Fabbro, Katia Da Ros, De Siervo, Del Piano, Delzio, Moretti. Imprenditori: Artoni, Cellini, Del Rio, Josi, Lo Bello, Merloni, Preve, Procacci, Rana, Todini. Accademici come Andreatta, Bini Smaghi, Giulio Napolitano, Quattrone, Sacco.Magistrati come Bianco, Raffaele Cantone, Dambruoso.Rappresentanti del mondo della cultura, delle arti, e dello sport come Bertolino, Calopresti, Curreri, Degli Esposti, Ghini, Lo Verso, Scurati, Terzani, Paparesta. E anche uno chef, Filippo La Mantia.

Si definiscono vedroidi, e hanno il minimo comun denominatore in un apprendimento costante, che li porta a scartavetrare tematiche e soluzioni senza freni ideologici. Che entrino nel merito delle questioni, lontano da fazioni e provenienze. Come richiamava lo stesso Andreatta nel ’93, quando chiedeva, vista la situazione che l’Italia si trova a vivere, “una capacità di concentrazione, questo senso di responsabilità, questa volontà di servizio”. Ieri come oggi.

Fonte: Formiche del 24/4/13
twitter@FDepalo

martedì 23 aprile 2013

Grecia, in cella chi ha debiti con lo stato


Mille euro di cartella esattoriale non pagata allo Stato e si va dritti in carcere. Il disegno di legge, appendice dei tre memorandum della troika per concedere alla Grecia il maxiprestito miliardario, arriva nel Parlamento di Atene e minaccia di sollevare un polverone. Il governo, al fine di introdurre restrizioni e rigore tout court a un Paese sempre più in ginocchio, decide di spostare i termini della questione sulla libertà personale e propone la pena detentiva per chi non ha pagato le tasse.

Sarà sufficiente un debito con l'erario anche di soli mille euro per essere arrestati e condotti nelle caserme militari che il sottosegretario alla Giustizia Kostas Karagounis ha individuato come nuove prigioni ad hoc. Si chiameranno centri di detenzione debitori e ospiteranno solo i morosi. Ed è per questo che, nel corso di un'audizione in commissione Giustizia della Camera sulla congestione delle carceri greche, ha osservato che il governo è alla ricerca di aree alternative per i condannati di reati economici e che il Dipartimento della Giustizia si è già attivato, in quanto «i luoghi cercati sono quelli rurali e fino al completamento delle nuove strutture si cercheranno soluzioni temporanee». Un passaggio su cui si era espresso una settimana fa anche il ministro della Giustizia Antonis Roupakiotis, segnalando che le nuove aree saranno adibite a reati di minori intensità, di natura finanziaria.

A chi gli ha fatto notare che si tratterebbe di veri e propri «campi di concentramento per evasori», il ministro ha risposto che ciò rientra nella strategia di decongestionamento delle carceri, spostando chi ha commesso reati finanziari in aree esclusive. Ma il provvedimento rischia di amplificare la protesta sociale nel Paese, dove a fronte di mancate entrate per l'erario di due miliardi da nuove tasse, si registra un impoverimento di massa, con lo sgretolamento del tessuto imprenditoriale e di conseguenza anche di lavoratori e famiglie. Si prenda il settore dell'editoria, con un crollo verticale delle vendite del 70% che ha significato quindicimila giornalisti licenziati, dieci testate chiuse, oltre a poligrafici e lavoratori dello stesso indotto. Inoltre dall'inizio del biennio maledetto della crisi, in Grecia si sono tolte la vita circa duemila persone, il caso più eclatante è quello di un farmacista che si è sparato con una doppietta nei giardini di piazza Syntagma, proprio dinanzi al Parlamento dove si stava votando sì al piano lacrime sangue imposto dalla Merkel. Mentre la troika continua a chiedere la testa di 20mila dipendenti pubblici.

Il decreto giunge nelle stesse ore in cui ad Atene si sta celebrando il processo più importante della storia recente del Paese, con alla sbarra degli imputati il potentissimo ex ministro dell'Interno Akis Tzogatzopoulos, 73enne braccio destro del padre padrone socialista Andreas Papandreou, accusato di evasione fiscale e tangenti milionarie per la fornitura di armi. «Siamo vittime di violenza di stato, sia io che mia moglie e mia figlia», ha detto l'ex ministro al termine di un'udienza surreale, in un'aula dove mancavano addirittura le sedie per i legali. Ma secondo l'accusa avrebbe costruito una serie di società off-shore per riciclare ameno 160 milioni di euro frutto di commissioni illegali e fondi neri quando, da titolare della Difesa, avallò l'acquisto di sommergibili tedeschi e sistemi missilistici russi. E ha minacciato di chiamare come testimoni gli ex premier socialisti Simitis e Papandreou.

Fonte: Il Giornale del 23/4/13
twitter@FDepalo

venerdì 19 aprile 2013

Prodi, Moro e quella seduta spiritica sul covo delle Br


C’è una data nella vita italiana e di Romano Prodi che non può passare inosservata: il 3 aprile di trentacinque anni fa, quello che da lì a poco sarebbe salito sul ponte di comando della corazzata Iri, prende parte a una seduta spiritica. Sono giorni complessi per il Paese, stretto nella morsa della guerra fredda e dei ricatti. Le Brigate Rosse annunciano che il loro processo ad Aldo Moro si è concluso con la condanna a morte dell’imputato, papa Paolo VI si rivolge alle Br chiedendo loro la liberazione dello statista. Mentre Ezio Riondato, docente di filosofia a Padova e a capo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, viene gambizzato.
Prodi annuncia che un’entità, che da verbale ufficiale pare si riferisse a La Pira e Don Sturzo, indica Gradoli come luogo di prigionia dello statista pugliese rapito dalle Br. Ma mentre la moglie di Moro suggerisce subito che dovrebbe logicamente trattarsi della romana via Gradoli, gli investigatori “virano” sull’omonimo paesino nella Tuscia. Ma la segnalazione Prodi la trasmette solo due giorni dopo a Umberto Cavina, portavoce di Benigno Zaccagnini. Confusione, e tanta. Ma Gradoli non spunta per la prima volta nell’inchiesta Moro, un mese prima del contatto spirituale di Prodi con i maestri democristiani, una soffiata ai servizi indica via Gradoli a Roma (al civico numero 96) come possibile rifugio dei terroristi. Si procede ad una perquisizione, ma all’interno 11 nessuna risposta. Apre la porta invece tale Lucia Mokbel, la vicina, che dichiara di aver percepito strani rumori simili a quelli prodotti dall’alfabeto Morse. 

La legge imporrebbe agli agenti di approfondire, quantomeno di segnalare la cosa e suonare una seconda volta a quel famigerato interno 11, per una serie di ragioni. Perché l’Italia è in guerra, per il clima di terrore che c’è nel paese, perché è stato rapito Aldo Moro. Gli agenti invece si allontanano. Poi Prodi incrocia i suoi destini con la commissione parlamentare di inchiesta che indaga sul rapimento Moro nel giugno del 1981 e nel 1998 quando il caso viene riaperto. In questa occasione non si dice disponibile ad essere ascoltato. Non altrettanto fanno Mario Baldassarri, poi viceministro dell’Economia del governo Berlusconi, e Alberto Clò, ministro dell’Industria nel governo Dini, tutti e due presenti a quella seduta spiritica.
Ma c’è un’altra data che resta scolpita sul caso Moro e nella storia dell’ex presidente della Commissione Europea. Nel 2004 (sempre ad aprile) è sentito come testimone dalla Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin, in cui il presidente Paolo Guzzanti sostiene che Prodi non ha avuto “il coraggio di pronunciare le parole seduta spiritica, piattino o tazzina”.  

Ma c’è di più. Agli atti della seduta è messo un articolo pubblicato sul settimanale Avvenimenti, in cui Giuliana Conforto, figlia di Giorgio, agente del Kgb, avrebbe dato riparo ai brigatisti Morucci e Faranda. Un’amica della Conforto avrebbe affittato il noto appartamento di via Gradoli al commando delle Br. La tesi sostenuta in quell’audizione era che fu il Kgb a rendere noto il covo di via Gradoli, mentre il “teatro” della seduta spiritica sarebbe stato inscenato per coprire la vera fonte. Ma Prodi, a quell’ipotesi, scelse di non replicare.

Fonte: Formiche del 19/4/13
twitter@FDepalo

Cipro tenta la carta della vendita delle riserve d’oro: sul mercato 400 milioni


La Banca Centrale di Cipro smentisce, ma la notizia diffusa dalla Reuters sta pian piano trovando conferme nei corridoi dei ministero di Nicosia e tra gli addetti ai lavori lontano dall’isola. L’Isola starebbe progettando di vendere le proprie riserve d’oro, stimate nel valore di oltre 400 milioni di euro, per finanziare una parte dei prestiti e salvare l’economia, all’interno del progetto di valutazione delle esigenze di finanziamento istituito dalla Commissione Europea. Il memorandum della troika prevede che, se da un lato Bruxelles si impegna a pompare nell’isola liquidità per 10 miliardi di euro, dall’altro chiede a Nicosia di reperirne per 13. Di qui la decisione dell’haircut sui conti correnti superiori a centomila euro che ha provocato il terremoto continentale, seguito dalla proposta (prima fatta e poi ritrattata) del numero uno dell’Eurogruppo, Jereon Dijsselboem, sul prelievo forzoso nei conti correnti di privati cittadini come modello applicabile anche altrove.

Ma ecco entrare nella partita le riserve auree. Il portavoce della Banca centrale di Cipro, Aliki Stylianou, ha affermato che tale decisione spetterebbe (eventualmente) esclusivamente al Consiglio di Amministrazione della Banca. Una possibilità, ha aggiunto, che non è stata discussa e dibattuta in questo momento, pur sottolineando che non vi sono problema in materia di finanza-credito, nonostante i riverberi delle misure siano già visibili tra i settecentomila residenti. Con immobili di proprietà ipotecati che prendono la via delle banche, con investitori preoccupati per imprese e liquidità andate in fumo. Nella scorsa settimana il prezzo dell’oro ha registrato il calo più sensibile dal mese di novembre. Secondo Bloomberg, lo stato del metallo sarebbe pesantemente influenzato dalle notizie che vogliono Cipro pronta a vendere il suo oro per rastrellare il più possibile denaro contante.

Intanto uno dei primi effetti del memorandum è il crollo delle abitazioni di proprietà, che ben presto potrebbero passare alle banche o agli istituti di credito. Numerose sono le famiglie che hanno ipotecato la casa per ottenere un finanziamento, personale o alla propria impresa, e che oggi rischiano di dover trascorrere la notte all’addiaccio. Secondo i dati forniti dall’Agenzia del credito, la percentuale di rate in ritardo è pari al 16,35%. Inoltre il ritardo di oltre sei mesi sulle rate è dell’11,99%. 

Un’altra stoccata a Bruxelles è stata scoccata dal Capo della Chiesa di Cipro, l’Archipiscopos Makarios III, che intervenendo al IV Meeting economico cipriorusso ha sottolineato che “gli errori interni e le principali decisioni dei nostri partner dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale hanno gravemente ferito il modello economico di Cipro”, evidenziando come la decisione dell’Eurogruppo è stata completamente sbagliata e potrebbe potenzialmente influenzare l’intera struttura della zona euro. Una mossa definita “senza precedenti e ingiusta” ma, aggiunge, “più grande è la difficoltà, maggiore dovrebbe essere la testardaggine e la nostra convinzione nel riavviare il sistema. Nulla è impossibile, tutto può essere invertito e corretto”.

Al momento, di possibile e corretto, c’è solo l’ottavo decreto del governo approvato dal Ministero delle Finanze di Nicosia, che regola i movimenti commerciali, con il limite di 300 euro al giorno per privati cittadini a rappresentare una linea Maginot oggettiva. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19/4/13
twitter@FDepalo

mercoledì 17 aprile 2013

A Berlino nasce l’Alternativa del partito anti euro. Uomini e programmi


Qualcosa in più di semplici “grillini ai crauti”, non fosse altro che per il board: economisti, docenti universitari, industriali, giornalisti. Appena un mese fa la notizia del nuovo movimento politico “Alternativa per la Germania” (AFD), oggi la fondazione ufficiale che preclude a un impegno diretto alle elezioni del prossimo settembre. Tra i fondatori non conosciuti della politica ma l’economista Bernd Lucke, il giornalista ed ex redattore FAZ Konrad Adam e Alexander Gauland, già capo della Cancelleria dello Stato dell’Assia. E ancora, conservatori, liberali ma anche liberi professionisti privi di un “curriculum” strettamente politico come Stefan Homburg e Charles Blankart, professori di finanza pubblica ad Hannover e Berlino. Oltre a Joachim Starbatty, Wilhelm Hankel, Karl Albrecht Schachtschneider, Dieter Spethmann, e l’ex presidente della Federazione delle industrie tedesche, Hans-Olaf Henkel.

Chi è il capo partito
Guidati dal 33enne Bernd Lucke, professore di macroeconomia ad Amburgo e dimessosi dalla CDU proprio a causa della politica di salvataggio dell’euro. Anche se, come annunciato da tempo, l’uscita dalla moneta unica è il principale obiettivo del partito, lo scorso fine settimana è servito per veicolare al grande pubblico i tratti salienti della proposta alternativa.

L’euro come un errore storico
E’ il loro mantra. L’introduzione dell’euro, sostengono, è stato un errore storico che deve essere corretto con la reintroduzione delle monete nazionali, o creando unioni monetarie più piccole e più stabili. La nuova moneta faciliterebbe la regolazione dei prezzi, con vecchi contratti, beni e proprietà che rimarrebbero denominati in euro, ma solo per un breve periodo di transizione. Ciò consentirebbe un nuovo inizio, dal momento che oggi i Paesi membri appaiono “intrappolati in una spirale di recessione e di programmi di tagli”. E chiedono alla Germania di imporre il diritto di recedere dall’euro, bloccando gli aiuti contenuti nel meccanismo salvastati.

Il manifesto alternativo
All’interno del loro vademecum gli alternativi chiedono che il costo della cosiddetta politica di salvataggio non sia sostenuto dai contribuenti in quanto banche, hedge fund e grandi investitori privati sono i beneficiari di questa politica. Innanzitutto è necessario “stare in piedi”, poi per i Paesi maggiormente indebitati prevedere un haircut, dove le banche sostengano le proprie perdite o vengano stabilizzate a spese dei principali creditori privati. Prevedendo inoltre un divieto per la Bce di acquistare titoli spazzatura.L’Europa degli Stati sovraniL’AFD si difende contro l’accusa di essere antieuropea, sottolineando di perseguire un’Europa di Stati sovrani con un mercato interno comune. “Vogliamo vivere insieme in amicizia e in buon vicinato”, tuttavia sono contrari alla crescente centralizzazione in quanto “il diritto illimitato dei parlamenti nazionali deve essere rispettato”.

La linea di Lucke
Come ha ribadito pubblicamente lo stesso leader, esiste un piano per la Germania e per l’euro alternativo. In primis porre fine a politiche che mascherano il rischio fiscale, graziando le banche dai rischi a scapito dei contribuenti. Ciò in ragione del fatto che nel resto d’Europa, in cui la Germania rimane dominante, l’euro si sta complessivamente dissolvendo. Sostiene che la divisione economica tra nord e sud creata dall’euro è certamente la causa di un sentimento non positivo dei paesi dell’Europa meridionale. Per queste ragioni Alternative für Deutschland teme che le tensioni possano compromettere i principi di un mercato comune che rendono l’Unione europea così appetibile per il commercio tedesco. Lucke suggerisce, ad esempio, che le nazioni periferiche impongano dazi doganali se non riuscissero a trovare altri modi per diventare competitivi.“Usiamo gli incentivi sbagliati per i paesi in crisi” dice Lucke. “Noi non li stiamo aiutando a risolvere i loro problemi, ma accumuliamo più debito per loro e li costringiamo in una fase di recessione, il che rende la situazione semplicemente insostenibile”.Quindi, è la linea del partito, si tratta di sacrificare l’euro per salvare il progetto europeo.

Fonte: Formiche del 16/4/13
twitter@FDepalo

Svendesi Grecia post-memorandum: ecco chi compra


Si apre un mese cruciale per le maxi privatizzazioni in Grecia, conseguenti al memorandum lacrime e sangue imposto dalla troika che, oltre ad aver coperto la montagna di debiti con altri debiti, ha imposto una privatizzazione di massa per fare cassa. E non senza difficoltà, dal momento che l’azienda di stato (la Taiped) incaricata di vendere “i gioielli di famiglia” ellenici ha già cambiato tre presidenti in un anno. Oltre ai colossi tedeschi e francesi, in fila ci sono cinesi, russi e gli italiani con Terna. Vediamo dunque chi è pronto a prendersi interi pezzi di Ellade, con la prospettiva di fare buoni affari.

I gruppi in vendita
All’interno del pacchetto di offerte che dovranno essere presentate entro il prossimo 17 maggio al Fondo di privatizzazione, vi sono le aziende di stato che controllano il totocalcio, il gas, venti aeroporti regionali e anche il monopolio sulle scommesse ippiche. Se non si riuscirà a raggiungere l’obiettivo di 2,6 miliardi di entrate nel 2013, il governo dovrebbe introdurre automaticamente nuove misure e altri tagli. In gara non solo il gotha dell’imprenditoria ellenica, (Latsis, Melissanidis, Kokkalis, Bobola), ma anche gruppi russi come Gazprom e Sintez; cinesi come Fosun Internazionale e Avic; turchi come Koc e Dogus; e giganti europei come le francese Vinci, Suez, Pmu. I bocconi più grossi sono Opap e Depa, ovvero le scommesse e il gas: a cui sono connesse, ad esempio, anche altre piccole aree ma dall’alto significato imprenditoriale. É il caso di cinque appezzamenti situati vicino Odos che potrebbero rivelarsi interessanti, ad esempio, per i cinesi di Avic International, che vorrebbero secondo alcuni rumors, trasformarli in centri di logistica, in quanto sono situati nelle vicinanze della principale arteria autostradale del Paese.

Gli aeroporti regionali
Intensa è l’attività crescente intorno ai candidati per gli aeroporti regionali, con particolare attenzione al gruppo francese Vinci, ai gruppi edili Ellaktor, GEK Terna, J & P Avax, alla tedesca Fraport, e ai fortissimi gruppi cinesi come Shenzen Airport, che gestisce il quinto aeroporto più grande in Cina e che si è guadagnato il ruolo di favorito dai bookmakers.Il doppio affare madreLe due grandi battaglie, tuttavia, fanno capo ai due monopoli: quello del gioco d’azzardo (OPAP) e del gas (DEPA / DESFA), per un serie di ragioni che esulano dall’affare in sé, ma che coinvolgono i circuiti che gravitano attorno al candidato che se le aggiudicherà. Una contrattazione che, allo stato delle cose, proprio per la sensibilità del caso, è complessa e articolata. Anche perché potrebbe legarsi a doppia mandata ai giacimenti di oro presenti nel nord del Paese, con il mercato interessato a strizzare l’occhio ai gruppi che sostengono la filiera aurifera. È sicuramente considerata in prima fila Emma Delta (interessi del greco George Melissanidis e del ceco Jiri Smejc), seguita dalla cinese Fosun internazionale, mentre un’azione di disturbo è stata fatta dalla Intralot di Socratis Kokkalis, già presidente della squadra di calcio dell’Olympiacos Pireo e armatore plurimilionario.

L’Opap
In gioco restano, con meno chanches, le imprese di investimento BC Partners (UK) e Terzo Point (USA). Alcuni ritengono che il loro ruolo potrebbe essere limitato per via di uno stallo possibile soprattutto sull’Opap. D’altra parte coloro che seguono da vicino la competizione, sostengono che gli investitori non hanno alcun motivo di affrettarsi, dato che il valore di Opap è basso: il suo volume di affari era stimato in 150 milioni di euro annui e più o meno a tanto corrisponderà il prezzo di vendita di questo vero e proprio affare o regalo di stato, a seconda di come la si voglia inquadrare.

Il settore del gas
Gas fa rima con Russia e gli oligarchi non potevano certo mancare: su Depa e Desfa la Gazprom dovrebbe avere il sopravvento. Ma la Sintez Leonid Lebedev, attraverso la sua controllata Negusneft, aveva offerto per entrambe 1,9 miliardi anche se il prezzo potrebbe essere ridotto per i debiti di Depa. Non è noto se intende arrivare alla fine, o se presenterà offerta finanziaria vincolante il 29 aprile, la Socar dall’Azerbaijan, il consorzio di gruppi di Vardinogiannis (altra dinastia di armatori e presidente della squadra di calcio del Pananthinaikos) e il consorzio di GEK Terna con il fondo ceco PPF.

Fonte: Formiche del 15/4/13
twitter@FDepalo

lunedì 15 aprile 2013

La vendetta greca contro Berlino


“I greci si occupino delle riforme, non delle favole sui risarcimenti” ha tuonato da Berlino il potente ministro delle finanze tedesco Schaeuble. Ma il dado ormai è tratto. Perché Atene tenta di prendersi la rivincita con la Germania, mettendo insieme il caso Siemens e quello dei danni di guerra. Due dossier non proprio di secondo piano, che potrebbero ribaltare il tavolo della trattativa con la vera regia della troika e della Cancelliera: il rude Schaeuble.
Siemens in Grecia fa rima con scandali. In occasione delle Olimpiadi del 2004 e del caso OTE (il gestore telefonico nazionale ellenico) ci sono stati anomali e ingenti flussi di denaro per assicurarsi commesse e appalti. La stessa azienda tedesca ha alla fine ammesso pagamenti in nero per un miliardo e trecentomila euro, con la conseguente rivoluzione all’interno del proprio management. Alcuni dei top manager più prestigiosi furono infatti costretti a dimettersi dalle cariche rivestite, come il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegato Klaus Kleinfeld. Ma senza approfondire su chi in Grecia quel fiume denaro abbia poi effettivamente ricevuto. Otto anni dopo l'inizio delle ricerche sull'aspetto greco del mega scandalo internazionale legato alle tangenti del colosso Siemens, in Grecia sono stati ufficialmente accusati tredici top manager del gruppo, chiamati per gli interrogatori ad Atene dal prossimo 1 luglio. Tra loro il potente capo della società, per dodici anni chief executive, von Pirer, politicamente influentissimo, ex consigliere e per di più caro amico della cancelliera Angela Merkel. Mai accusato della giustizia tedesca, fu rimosso dalla società dopo lo scoppio dello scandalo nel 2007, e ha pagato una multa di diversi milioni di euro. In Grecia, tuttavia, sia lui, sia gli altri coimputati dovranno adesso affrontare le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro in merito agli appalti per le Olimpiadi del 2004, e per le tangenti OTE per cui ballano 160 miliardi e altri 40 finiti in Svizzera. Accusati anche il numero due della multinazionale e il numero tre, Zikaktsek Reinhardt e Michael Koutsenroiter.

In secondo luogo è terminato da pochissimi giorni ad Atene il lavoro di un pool di esperti tra cui dirigenti del ministero delle finanze e dell’archivio generale di Stato. Che hanno scansionato più di centonovantamila pagine e settecento volumi di materiale riguardante i danni provocati alla Grecia durante il nazismo dalla Germania, ritrovati nei sottoscala dei ministeri in vari quartieri ateniesi. E che, con l'ausilio di richieste degli eredi dei trecentomila greci uccisi e delle perizie dei danni ad aziende e città, ammonterebbero a 160 miliardi di euro, circa il 70% del debito ellenico nei confronti di Bce, Ue e Fmi. Ma da Berlino sempre Schaeuble alza “un muro”, a cui il ministro degli esteri greco, Dimitris Avramopoulos, replica con un “abbiamo diritto ad avanzare pretese, vedremo in seguito come e quando”. Un dato certo è che il premier Samaras non vede di buon occhio il dossier sui risarcimenti, perché non vorrebbe compromettere il rapporto personale creato con la Cancelliera. Ma in Grecia il limite di sopportazione del memorandum è stato abbondantemente superato, con all'ordine del giorno i suicidi da crisi sottaciuti dai media e famiglie intere che restano senza luce, dal momento che lo stato ha pensato bene di inserire il pagamento dell'Imu (che si chiama karatzi) direttamente in bolletta. E ai morosi i comuni hanno semplicemente tagliato la fornitura, lasciandoli al buio.
I numeri del maxi risarcimento sono stati pubblicati dal quotidiano ellenico To Vima e ripresi dallo Spiegel. Ed è la prima volta in assoluto che il dossier, non solo vede la luce, ma varca i confini nazionali, dal momento che è giunto a Berlino. Come l'avrà presa frau Angela?

Fonte: Il Giornale del 15/4/13
twitter@FDepalo

venerdì 12 aprile 2013

Ecco chi è l’oligarca russo che ha comprato Skorpios


Russo, miliardario, filantropo, possessore di un squadra di calcio. E da oggi anche di Skorpios, che non è solo l’isola di Aristotele Onassis nelle incantevoli acque dello Jonio, ma per i greci è un vero e proprio santuario. Dopo una trattativa lampo condotta in parallelo in due studi legali, uno di Ginevra e l’altro di Atene, Dmitry Evgenevich Rybolovlev classificato da Forbes nella lista degli 80 uomini più ricchi del pianeta, succede a Onassis nell’isola che dagli anni Sessanta in poi ha visto soggiornare il gotha dell’economia e il jet set mondiale. Da Winston Churchill a Jacqueline Kennedy, che proprio sull’isola celebrò le sue nozze con l’armatore greco.

INTERESSI ANCHE A CIPRO?
Ma il nuovo proprietario, prima di sborsare una cifra oscillante fra i 100 e i 200 milioni di euro, lo scorso mese è stato affaccendato in una questione delicata come l’haircut della Troika dei depositi presenti a Cipro, dove il magnate – come tanti russi – custodiva alcuni conti. Il 47enne oligarca russo pare possedesse il 10% della Banca di Cipro e, logicamente, una parte consistente dei suoi risparmi erano custoditi sull’isola.Ma chi è Dmitry Evgenevich Rybolovlev? Proprietario dell’industria di fertilizzanti Uralkali e della squadra di calcio del Principato di Monaco. Per lui il denaro non è un problema, come dimostra il recente divorzio record costatogli cinque miliardi di dollari e il fatto che sua figlia 24enne Giekatrina ha da poco acquistato un appartamento a Manhattan per oltre 88 milioni dollari, in cui precedentemente aveva soggiornato l’ex presidente di Citigroup, Sanford Weill.

GLI AFFARI DELL’OLIGARCA
Nel 2005, secondo la Reuters, le società Uralkali e Belaruskali hanno combinato la loro flussi commerciali tramite un unico operatore, la Belarusian Potash Company (BPC), di cui Rybolovlev divenne amministratore delegato. Nel corso dei successivi tre anni i prezzi del cloruro di potassio aumentarono di oltre cinque volte: il tutto con un impatto trasformativo sulla Uralkali. Passata in pochi anni da piccola società con una capitalizzazione di mercato di meno di cento milioni di dollari a (dati del 2008) a società internazionale quotata alla Borsa di Londra con una capitalizzazione di mercato di circa 35 miliardi di dollari. Nel dicembre 2010 l’Uralkali ha annunciato l’intenzione di acquistare un altro produttore di potassio, Silvinit, formando così uno dei maggiori produttori di cloruro di potassio a livello mondiale. Lo scorso anno è stato il più grande produttore mondiale di sali di potassio e uno dei leader di imprese industriali globali della Russia. Nel settembre 2010 Rybolovlev divenne un importante azionista della più grande banca di Cipro dopo l’acquisto di una quota del 9,7%. Un investimento che ha seguito un lungo lavoro e di associazione personale con il paese, che ha incluso anche la sua decisione di sostenere la costruzione della St. Nicholas Russian Orthodox Church a Limassol.

LE RIPERCUSSIONI SOCIETARIE
I primi segni della vendita di Skorpios, dunque, risiedono nei cambiamenti all’interno dei consigli di amministrazione delle società “Aristotele” e “Aristide” che controllano “Micene” e “Agamennone“, alle quali sono riconducibili la gestione dell’isola. Il tutto è stato curato dal noto studio legale ateniese George Kostakopoulos and Associates assieme allo studio di Andreas Neocleous, ai quali si sarebbe affiancato un noto consulente legale cipriota. Pare che Nocleous sia un avvocato che di recente ha fatto parlare di sé accusando gli olandesi per il collasso dell’economia. Ha anche una sede a Bruxelles nello stesso edificio con Kostakopoulos.

Fonte: Formiche del 12/4/13
twitter@FDepalo

Seconda guerra mondiale, Atene chiede i danni a Berlino: 162 miliardi di euro


Centosessantadue miliardi di euro. A tanto ammonterebbe, secondo un rapporto confidenziale giunto sulla scrivania del premier greco Antonis Samaras, il risarcimento che Berlino dovrebbe corrispondere ad Atene per i danni della Seconda guerra mondiale. I numeri vengono pubblicati dal quotidiano ellenico To Vima e si riferiscono a un lungo lavoro di analisi e classificazione di quasi 750 volumi effettuato da parte di un pool di esperti tra cui dirigenti del ministero e dell’archivio generale di Stato. Che hanno scansionato più di 190mila pagine di materiale ritrovato nei sottoscala di ministeri e in camere seminterrate: erano stati messi nei sacchi per l’immondizia, mai catalogati. Il report è arrivato anche in Germania: una nota è stata infatti ripresa dallo Spiegel.

Solo la Banca Centrale della Grecia, però, conosce il totale dei pagamenti ai vincitori durante il periodo di occupazione. Ma la prima valutazione subito dopo la guerra, da parte della Banca della Grecia, dimostra che l’importo da restituire ad Atene corrisponderebbe a 4,5 milioni di libbre d’oro. E secondo indiscrezioni del ministero delle Finanze l’importo sarebbe di 162 miliardi di euro. É la prima volta non solo che la notizia viene diffusa con numeri specifici, ma che viene pubblicata anche in Germania. Quindi, secondo il report, mai la Grecia ha in passato ricevuto un risarcimento, né il prestito occupazione, né l’ammontare dei disagi subiti durante l’occupazione nazista.

La relazione del team greco si basa su volumi di materiale d’archivio, compresi gli accordi, la legislazione e le precedenti decisioni giudiziarie. Come affermato dal capo del comitato, Panaghiotis Karakousis, sono state scandagliate 190mila pagine rinvenute in vari archivi, molti dei quali sono stati trovati nei sotterranei di edifici pubblici. L’importo complessivo di 162 miliardi di euro corrisponde all’80 per cento del Pil corrente e se questo fosse pagato coprirebbe la maggior parte del debito del Paese con la Troika. Il governo tedesco ritiene che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione e considera la materia estremamente sensibile, temendo che possa danneggiare i rapporti con il creditore più importante d’Europa.

Secondo la ricostruzione di Karakousis questo materiale storico è stato disperso nel corso degli anni, gettato in sacchi polverosi e mai attenzionato. Molti fascicoli sono stati ritrovati in alcuni sottoscala di vari quartieri ateniesi: “Il nostro primo lavoro è stato quello di recuperare tutte le cartelle con i documenti e salvarli. Una volta riunificati nella sede del Tesoro, abbiamo chiesto l’aiuto di specialisti dell’Archivio Generale dello Stato per la manutenzione e la classificazione condotta con metodologia specifica”.

Il contenuto di ciascuna cartella, con circa 240-300 pagine di dati e documenti, continua il responsabile della task force, “dovrebbe essere messo a disposizione di ricercatori e storici”. Il prossimo passo, conclude, sarà la digitalizzazione dell’intero archivio. Delle 761 cartelle si sa che il 14 per cento risalgono al primo conflitto mondiale, e il restante al secondo. Su 109 file della Prima guerra mondiale il 93 per cento riguarda il risarcimento dei danni causati durante il periodo di neutralità (legge 496/76), mentre relativamente alla Seconda guerra mondiale, il 91 per cento dei casi riguarda proprio le compensazioni (DL 4178/61). Circa il 90 per cento dei documenti si riferisce a casi di individui, come richieste di compensazione da parte degli eredi dei defunti per infortuni o malattie, o per danni a proprietà, immobili, aziende.

I danni perpetrati al Paese dopo l’invasione di Hitler datata aprile 1941 dovrebbero tenere conto di 300mila cittadini greci morti di fame, come risulta da un rapporto ufficiale redatto per l’occasione dalla Croce rossa internazionale. In seguito Germania e Italia non solo pretesero cifre elevatissime per le spese militari, ma ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d’occupazione di 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso Fuhrer in quella circostanza ne certificò il valore legale e dispose il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 alla Grecia vennero riconosciuti solo 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, anziché i 14 richiesti. Quindi l’Italia restituì come doveva la propria parte del prestito, mentre la Germania no. Un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla sostiene che Berlino dovrebbe alla Grecia ben 575 miliardi.

Del tema, oltre allo Spiegel, si è occupato anche il giornale tedesco Tassespiegel. E secondo il sito web di Deutsche Welle, nessun altro come la Germania ha distrutto tanto in Grecia: 130.000 civili morti, donne e bambini giustiziati per rappresaglia; 70.000 ebrei ammassati in campi di concentramento, 300.000 subirono congelamenti e morirono di fame perché i tedeschi confiscarono loro cibo; distrutto il 50% delle infrastrutture del paese e il 75% del settore industriale di allora”.  Ma nello stesso articolo si descrive il dilemma del primo ministro greco Samaras. ” Se il governo greco rinuncia alle pretese, poi in Grecia ci sarebbero ondate di indignazione. D’altra parte, Antonis Samaras non vuole gravare il suo rapporto con la Merkel, che tanto faticosamente ha restaurato di recente, chiedendo miliardi”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 12/4/13
twitter @FDepalo

martedì 9 aprile 2013

Leaderini o statisti?


Allo stallo indegno della politica italiana, in cui l'intera classe dirigente non dirige né decide mentre imprese e cittadini sono allo stremo, ha risposto il capo dello Stato Giorgio Napolitano invocando lo spirito del 1976. Quando il paese subiva l'onda della crisi petrolifera di tre anni prima, con inflazione e recessione veri e propri spauracchi nazionali. Emergenze interne erano il terrorismo, la lotta armata, con la guerra fredda nel pieno della sua deflagrazione, i blocchi contrapposti, la cortina di ferro che si intravedeva a est. Insomma un caos, lento e farraginoso con all'orizzonte niente altro che lo stallo. In quel contesto, dunque, con Dc e Pci inchiodate ad una sostanziale parità, Aldo Moro propose la terza fase. A cui le Br replicarono come sappiamo, proprio nel giorno in cui il nuovo governo targato Andreotti veniva presentato alle Camere.

Oggi come allora regnano incertezza e apatia decisionale, rischi geopolitici e sterzate del singolo leader. Per questo il nodo sulle parole giunte dal Colle sta tutto lì: se si riferiva al medesimo procedimento politico di trentasette anni fa o se alla stazza di quei leader, capaci di ergersi a statisti lasciando cadere il bozzo di meri segretari di partito. Semplice, no?

twitter@FDepalo