giovedì 31 ottobre 2013

Atene, pazienti ammassati in ospedale. Ue indaga sui memorandum della troika

Immagini da terzo mondo stanno facendo il giro della rete, con il più grande ospedale della Grecia, l’Evanghelismos di Atene, protagonista di una foto diffusa dell’ordine dei Medici in cui sono ritratti pazienti ammassati come sardine “in attesa di una tac, perché il prezioso strumento diagnostico era guasto”, si giustificano dal ministero. Mentre malati e parti sociali parlano di sanità pubblica ormai allo sbando, con la possibilità di curarsi affidata solo ai ricchi visto che il Servizio Sanitario Nazionale annega tra debiti milionari e tagli ai finanziamenti. La foto ha fatto scalpore sulla stampa greca a fronte del dibattito televisivo che ha avuto come protagonista il ministro della salute Adonis Georghiadis, autore nei mesi scorsi di una proposta di riforma delle strutture sanitarie che ha fatto molto discutere. Quattro i nosocomi nella capital che dovrebbero chiudere, con i conseguenti licenziamenti. Da un lato alcuni commentatori sostengono che la decisione è niente altro che la mossa disperata del governo, inchiodato dalla troika nel reperire lavoratori da licenziare entro dicembre; dall’altro il ministro si difende adducendo l’esigenza di una riforma ampia e articolata del settore.

I medici e i sindacati protestano perché quegli ospedali servono l’intera area metropolitana ateniese, al cui interno vive la metà esatta della popolazione greca. Se l’esecutivo vuol risparmiare, dicono, vada a “verificare gli accordi con le strutture private oppure pensi agli ospedali in periferia”. Georghiadis tra l’altro è uno dei politici presenti all’interno della lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che sembrano quasi scomparsi dalle cronache politiche, mentre in altri Paesi, come ad esempio l’Irlanda, il medesimo elenco è stato “messo a frutto”, con denaro recuperato e tasse imposte agli evasori. Ad oggi si sa che il ministero della Salute, tallonato dalla troika, intende mettere i sigilli ai quattro ospedali della capitale senza dire cosa si farà un attimo dopo. Qualcuno inizia a sospettare di mega accordi con le cliniche private, alcune delle quali (s)vendute a gruppi esteri anche per il tramite dei magnati presenti nella lista. 

Intanto proprio la troika torna prepotentemente di attualità, non solo perché attesa a breve ad Atene per il consueto report propedeutico ai nuovi prestiti, quanto perché a seguito di una decisione della Commissione Finanze del Parlamento europeo, verranno esaminate le azioni per l’applicazione dei memorandum nei paesi Piigs che hanno portato incessanti pressioni sui governi degli stati senza, in molti casi, i risultati attesi in Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo. Il comitato di selezione del Parlamento europeo indagherà sulle potenziali responsabilità per i danni prodotti dai memorandum.

Di questo è stato incaricato il Vice-Presidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo Otmar Karas, che assumerà la carica di relatore del cosiddetto “Troika-Control” che sarà inaugurato il prossimo 14 novembre. Si tratta di un lavoro investigativo, sottolinea, fermo restando che la “valutazione non deve necessariamente portare ad una condanna”. Ma da fonti Ue si capisce che questo focus sarà incentrato sulle possibili carenze (manageriali e politiche) della troika, un passaggio che in verità aveva già provveduto a sottolineare un anno fa il Fondo Monetario Internazionale, insoddisfatto di come il triumvirato dei creditori aveva gestito il caso greco e che tra l’altro era stata l’anticamera del metodo Cipro utilizzato nell’isola pochi mesi dopo. Quasi per certificare come controbilanciare il pericolo di un altro stato fuori controllo.

Il lavoro di indagine dovrebbe essere completato nei primi mesi del 2014, in tempo utile per l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee, al fine di non essere strumentalizzato dai populisti antieuro. Da un documento datato 22 ottobre si apprende che una prima audizione parlamentare si svolgerà il 5 novembre, così come una serie di visite esplorative alle banche centrali e ai ministeri delle finanze dei quattro paesi colpiti di crisi (Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda). L’obiettivo è inscenare una sorta di processo alle disfunzioni della troika per riequilibrare la legittimità democratica. Basterà?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 30/10/13
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lunedì 28 ottobre 2013

Georgia, vince Margvelashvili. Un paravento dell’oligarca Ivanishvili?

Un nuovo presidente, con la faccia pulita, senza esperienze in politica per gestire la transizione georgiana ma con alle spalle i rubli di chi, grazie a Vladimir Putin, è diventato miliardario con le privatizzazioni russe? E’ una delle ipotesi che immediatamente ha iniziato a circolare dopo le elezioni presidenziali in Georgia. Era visto come il beniamino dell’Occidente, il volto delle riforme che aveva rotto le catene di un ex stato satellite sovietico. Sotto la presidenza di Mikheil Saakashvili la Georgia aveva fatto passi da gigante per smarcarsi dai veti della Russia di Putin.

Eppure alle elezioni quella strategia pro Stati Uniti è stata sconfitta dalla verve di Giorgi Margvelashvili, filosofo ed ex rettore universitario poco noto al grande pubblico, che si è aggiudicato le politiche al primo turno con circa il 60% dei consensi, sconfiggendo David Bakradze, candidato del presidente uscente. Per ben due volte rettore dell’Istituto georgiano degli affari pubblici (dal 2000 al 2006 e di nuovo dal 2010 al 2012) non appartiene ufficialmente ad alcun partito politico. Ma lo scorso anno divenne membro del gabinetto di Bidzina Ivanishvili come ministro dell’Istruzione e della scienza e lo scorso febbraio vice primo ministro. Alla vigilia delle elezioni aveva annunciato che in caso di ballottaggio si sarebbe ritirato dalla competizione: così non è stato, perché premiato dal 62% dei voti contro il 21% di Bakradze, ex presidente del parlamento del presidente uscente Saakashvili e contro il 10% di Nino Burjanadze.

Nessuno degli altri 20 candidati ha ricevuto più del cinque per cento dei voti, solo quarto il populista leader del partito laburista Shalva Natelashvili, con il 2 per cento. La stragrande maggioranza degli elettori georgiani sembra però aver preso in parola l’avvertimento del primo ministro uscente, il miliardario Ivanishvili, che (come ha detto pubblicamente prima dell’apertura delle urne) avrebbe considerato alla stregua di un insulto il rendimento inferiore al 60% per Margvelashvili. E infatti su 87 seggi elettorali, solo 30 hanno accusato un rendimento inferiore al 60 per cento per il candidato del partito Sogno georgiano. Il nuovo leader politico, che giurerà il prossimo 17 novembre, “sarà solo un presidente debole con uno sfondo politico debole” ha commentato Helen Khoshtaria, un analista politico indipendente molto ascoltato in Georgia.

Il riferimento è non solo al fatto che Margvelashvili pur essendo stato un commentatore, non abbia alcuna esperienza politica diretta, quanto al fatto che la sua padronanza del russo e del francese nulla potranno contro una modifica costituzionale che riduce i poteri del presidente in favore dell’assemblea parlamentare. Margvelashvili infatti sarà capo di stato e comandante in capo delle forze armate, ma gli emendamenti costituzionali verranno controbilanciati dal parlamento: un passo destinato a fare della Georgia una democrazia parlamentare completa, come osservava lo stesso presidente nel corso della campagna elettorale. Ma che secondo alcuni commentatori sarebbe la prima causa del disimpegno ufficiale da parte del primo ministro uscente che resterebbe nell’ombra e con nel cassetto già pronte le modifiche a questa revisione costituzionale che toglie rapidità decisionale al Presidente.

Ma dove inizia il nuovo corso georgiano? Lo scorso ottobre Mikhail Saakashvili uscì sconfitto dalle elezioni che di fatto misero la parola fine alla Rivoluzione delle rose di nove anni fa. Il “Sogno georgiano” del miliardario Bidzhina Ivanishvili, accusato di essere “la mano di Mosca”, sconfisse il “Movimento nazionale unito” del presidente sia nello scrutinio proporzionale che in quello maggioritario. Ivanishvili, 185mo uomo più ricco del pianeta e primo nel suo Paese, secondo Forbes ha un patrimonio stimato di 5,5, miliardi di dollari, ed è da sempre considerato il braccio armato di Mosca a Tbilisi. Ha realizzato significativi business durante il periodo delle privatizzazioni post-sovietiche in Russia in campo bancario e metallurgico. Dopo la rivoluzione delle Rose (2003-2004), Ivanishvili ha abbandonato la Russia ed è tornato a vivere in Georgia nel suo borgo natale, Chorvila.

Si è guadagnato i titoli dei maggiori quotidiani occidentali per la sua passione di collezionista, aggiudicandosi il “Dora Maar au Chat” di Pablo Picasso a un’asta di Sotheby’s nel 2007 per 95 milioni di dollari. Un particolare significativo riguarda la sua partnership finanziaria con Vitaly Malkin, oligarga israelorusso con un patrimonio di un miliardo di dollari. Nel 2009 il governo canadese lo ha accusato di coinvolgimento in un presunto riciclaggio internazionale di armi e denaro. Tra l’altro all’inizio di quest’anno il blogger russo anti corruzione, Alexey Navalny, ha pubblicato sul suo blog i documenti comprovanti il fatto che Malkin ha omesso di dichiarare la proprietà di 111 condomini in Canada e che ha un passaporto israeliano. Passaggio che lo ha costretto alle dimissioni dal Consiglio della Federazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28/10/13
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martedì 22 ottobre 2013

Grecia, braccio di ferro con la Troika su necessità nuove misure di austerity

L’impressione è che questa volta non sia come le altre, quando le fibrillazioni tra governo di Atene e Troika si erano risolte con un “obbedisco” pronunciato ai desiderata di Ue, Fmi e Bce. Perché i sondaggi danno i partiti al governo, conservatori di Nea Dimokratia e socialisti del Pasok, in seconda fila rispetto alla sinistra del Siryza e ai nazisti di Alba dorata. Ma soprattutto si registra il forte malumore di cittadini e parti sociali rispetto alle considerazioni tecniche fatte dalla Troika.

Ieri ci sarebbe stato un altro scontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali e il ministro delle Finanze greco, Iannis Stournaras, dato addirittura a rischio-dimissioni, su come proseguire nel memorandum imposto alla Grecia, uno snodo su cui non poco pesano le riserve su cui il Fondo monetario internazionale nelle ultime settimane non ha fatto mancare il necessario riverbero mediatico. Tre i fronti aperti dei negoziati: l’esigenza improvvisa (ma sussurrata da almeno un anno) di prendere ulteriori misure fiscali da 2 miliardi di euro nel 2014; l’eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio; la non esecuzione della decisione di scadenza differita delle obbligazioni detenute dall’Eurozona in grado di coprire una parte del fabbisogno di finanziamento per il prossimo anno. Non proprio tre questioni di secondo piano.

Con la conseguenza di ampliare le distanze tra Washington, Berlino e Atene. Il rischio per il Paese è che vi sia il quarto taglio a stipendi e pensioni, il tfr concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione oltre a nuove tasse per rientrare da quel mancato incasso. Con i sindacati pronti a fare le barricate (possibile sciopero generale per fine ottobre) e con i disordini sociali nuovamente in agguato. Il governo di Samaras è alla disperata ricerca di una soluzione rapida in grado di migliorare sia le ipotesi economiche (al centro del vertice bilaterale della scorsa settimana a Washington tra premier e Christine Lagarde) sia i timori degli altri governi della zona euro. Questi ultimi temono che l’assistenza per la Grecia per ridurre il suo debito sia, alla fine della fiera, interpretata come la certificazione del fallimento del programma greco e in ultima analisi, essere foriera di propellente per i partiti anti-Ue.

Non è un caso che il numero uno dell’Euro working group, Thomas Vizer, sia giunto ieri ad Atene proprio 24 ore dopo l’Eurogruppo e solo pochi giorni prima del ritorno della Troika. Vizer potrebbe “colmare” le differenze tra le due parti, auspicano fonti del governo, dal momento che la task force ministeriale e la Troika sono divise da circa 3,2 miliardi di euro nel triennio 2014-2016. Scendendo nel dettaglio al fine di raggiungere l’avanzo primario mirato di 2,8 miliardi di euro alla fine del prossimo anno, così come da richiesta, i dirigenti della Troika dicono di aver bisogno di misure supplementari per un importo di 2 miliardi di euro, mentre la parte greca si “limita” a 500 milioni di euro. Come uscirne? Uno scenario al quale si affianca la consueta onda disordinata di notizie e commenti nel Paese.

Per dirne una, solo quest’anno il comune di Atene ha commissionato la prima indagine interna (condotta dal Servizio sociale del Centro di accoglienza e solidarietà Kyada) su povertà ed esclusione sociale a tre anni dall’inizio della crisi, dopo che fino ad oggi se ne erano occupati solo gli organismi internazionali. Ebbene risulta che su una popolazione complessiva di 2 milioni di cittadini nella sola capitale, che si estendono a 5 milioni nell’intera area metropolitana ateniese, 20mila sono i poveri assoluti. In particolare, 1.667 assistiti per i pasti, 480 senzatetto e 774 famiglie beneficiarie del Sos sociale. A cui vanno sommati i circa 2.500 suicidi da crisi.

E il settimanale tedesco Spiegel dà conto della grottesca vicenda della madre del ministro delle Finanze Stournaras, che secondo il figlio vivrebbe con una pensione da 500 euro mensili e a cui alcuni cittadini indignati hanno inviato un pacco-alimenti con la scritta “per la mummia Stournaras”. Perché, rivendicano, “in Grecia alcuni pensionati vivono con 300 euro al mese, proprio grazie alle misure avallate da Stournaras e dalla Troika”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/10/13
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Merkel, pressioni su Atene: rinunci ai danni di guerra

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.

Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi). 

Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum. Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione. Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. 

Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine). Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

Fonte: Il Giornale del 22/10/13
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mercoledì 16 ottobre 2013

Crisi, metodo Cipro in tutta l’area Euro? “Fmi pensa a prelievo temporaneo del 10%”

Fondo Monetario Internazionale pronto a prelevare “temporaneamente” il 10% del risparmio privato nei 15 paesi della zona euro come veicolo per affrontare i problemi di sostenibilità del debito pubblico. Lo scrive il quotidiano belga L’Echo: la proposta dell’istituto guidato da Christine Lagarde, secondo quanto riportato dal giornale, sarebbe contenuta in un paper intitolato “Proposte del FMI sulla crisi fiscale”. Con all’interno un sottocapitolo della relazione intermedia curata della Agenzia per le tendenze finanziarie (Fiscal Monitor) dal titolo “Un contributo straordinario dalla ricchezza privata?”.

Con quel punto di domanda che non solo rimanda al metodo Cipro, quando lo scorso marzo in cambio degli aiuti continentali da 10 miliardi di euro, la troika pretese una tassa straordinaria per i conti correnti con più di 100mila euro. Ma anche alla notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992 quando gli italiani scoprirono per primi la troika grazie al governo guidato da Giuliano Amato che mise mano ai c/c con il noto “prelievo forzoso” del sei per mille sulle cifre depositate, (ideato per sventare l’attacco alla lira). Ma oggi la notizia scuote cittadini e mercati perché giunge all’indomani di un punto di rottura (insanabile?) tra Fmi ed Eurozona, in contrasto circa la strada seguita per la crisi greca: una medicina che di fatto ha peggiorato lo stato di salute del malato terminale Atene. E che oggi qualcuno inizia a vedere come fumus persecutionis ma al contrario. Pur di non commettere gli stessi errori della Grecia, dice a mezza voce un banchiere, meglio picchiare subito sui correntisti. Che poi sembra essere la soluzione tanto cara al Fondo e che è alla base delle frizioni tra Washignton e Bruxelles/Berlino.

E così, secondo il Fondo, tali contributi una tantum sarebbero stati già ampiamente utilizzati in Europa dopo la prima guerra mondiale e in Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Precisa che non ci sono stati i risultati attesi e le misure imposte in questo biennio di crisi greca non hanno portato ad una riduzione effettiva del debito pubblico. Ragion per cui il Fondo concentrandosi sulla zona euro e sul necessario ritorno dei livelli di debito a condizioni pre-crisi, ammette che l’unica via di uscita sarebbe un taglio ai conti.

Si tratta di una notizia che, se fosse confermata, aumenterebbe esponenzialmente la tensione con il rischio di una corsa ai bancomat così come è accaduto in Grecia lo scorso anno e anche a Cipro prima che le banche stesse rendessero inservibili proprio gli sportelli del cash, bloccandoli per diversi giorni. Ma il Fondo non sembra essere intenzionato a fare retromarcia, come si evince dalle conclusioni di quel paper: per cui il quotidiano L’Echo osserva quasi con rassegnazione che dato il pessimo stato delle finanze pubbliche della zona euro, le idee per rafforzare i fondi pubblici non mancano, “come questa piuttosto semplicistica e senza precedenti del Fmi”. E il Washington Post, con straordinario tempismo, ci mette il carico e fa un parallelo tra la crisi americana e l’atteggiamento dei rispettivi mercati in Grecia. Nel titolo “L’America come una bolla?” tutta l’imprevedibilità di mercati senza regole e disarmonie per i cittadini.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/10/13
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giovedì 10 ottobre 2013

Alitalia, ecco i sogni falliti di Colaninno e dei compagni patrioti

Piangere sul latte versato non serve. Imparare dagli errori commessi sì. E allora sul caso Alitalia, che perde circa 700mila euro al giorno, potrebbe consumarsi il medesimo rito a cui si è assistito pochi anni fa ma con la differenza che oggi i conti sono sensibilmente peggiorati, lo spettro del default è drammaticamente vicino e quel “piano Fenice” proposto illo tempore si è rivelato fallimentare. Di qui il punto di domanda: quanto converrebbe un altro volo tra le braccia dello Stato dopo l’esperienza passata?

Sogni falliti
Il miliardo e duecento milioni persi da Alitalia in poco meno di un lustro sono lì a testimoniarlo, al pari della scelta miope di una mancata strategia di lungo respiro, vista la concomitanza delle tratte coperte dall’alta velocità e le risicate rotte internazionali. L’addio a Malpensa, sommato alle conseguenze dell’accordo con Air One, hanno fatto il resto con numeri inquietanti: penetrazione su rotte nazionali passata dal 51,9% del 2009 al 49,6% di fine 2012; Ryanair e Easyjet che hanno innescato giustamente una concorrenza alla voce prezzi, producendo voli in perdita per Alitalia. Tra l’altro nonostante il taglio di numerosi voli, sul terzo segmento, quello dei voli intercontinentali, si è abbattuta la doppia mannaia della concorrenza e della crisi. Per cui il risultato non poteva che essere così poco lusinghiero. Insomma, dai sogni Cai alla realtà attuale passando per una battuta che qualcuno riconduce direttamente a Colaninno, quando si spinse a dire “Air France potremmo comprarcela noi”.

Caporetto
“Uno scenario da Caporetto” lo definisce Ettore Livini su Repubblica, anche perché è stata la stessa “variopinta compagine di soci dell’azienda” a contribuire al disastro. In prima battuta dando il benservito all’ex ad Rocco Sabelli, passando per le numerose frizioni ad esempio con le varie teste presenti nel board e che hanno rappresentato l’anticamera al passo indietro di Andrea Ragnetti, mentre il vicepresidente Salvatore Mancuso (più volte in questi giorni impegnato a dire no ai francesi) era dedito alla contesa personale contro il presidente Roberto Colaninno quando le prime avvisaglie di default già si tramutavano in certezze semiconsolidate.

Privati sino a che punto?
Lo spettro per il privato si chiama ricapitalizzazione, ma con il rischio che si tratti di una pistola scarica. L’idea manifestata dal governo sembra essere quella di tentare di rafforzare Alitalia (per quanto possibile) con presenza e linfa pubblica, e sedersi al tavolo con Air France-KLM in una posizione non già di sconfitta, anche se i numeri sono impietosi in questo senso: con il cherosene ormai a tempo, i fornitori lontanissimi dall’essere pagati e l’idea che da Parigi fanno circolare di un piano esuberi che prevede il taglio di seimila dipendenti (non proprio una sorpresa, anche se i sindacati fanno finta che lo sia).

Ritorno al futuro?
Ancora Air France, si chiedono analisti ed economisti? Al momento sembrerebbe di sì, ma nulla è escluso in questa vera e propria partita a scacchi dove ogni mossa prevede almeno tre diverse contromosse sull’asse Parigi-Abu Dhabi. Perché in gioco non c’è più l’italianità di Alitalia ma molto più semplicemente il tentativo di trovare una strada che non sia dover portare i libri in tribunale.

Fonte: Formiche del 10/10/13
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venerdì 4 ottobre 2013

Renzi e renziani sbuffano per il bis di Letta e Alfano

“Con questa operazione asfaltiamo anche Renzi”, dice sornione a tarda sera il cattolico Beppe Fioroni. Altro che smacchiare il giaguaro: all’indomani del voto di fiducia coatto del Pdl al governo Letta i nodi vengono al pettine proprio nella barricata dei vincitori. In quel Pd dove, al di là dell’hurrà pronunciato dall’allievo di Beniamino Andreatta una volta lasciato l’emiciclo del Senato, bocche semicucite e sorrisi di circostanza hanno iniziato a serpeggiare in casa dei renziani: spiazzati, forse più di tutti, dall’evoluzione della giornata di ieri con la capriola “lettiana” del Cavaliere che, da oggi, porta in sè l’embrione di scenari diversi.

Fronte renziano
Un ministro tra i più vicini al sindaco di Firenze, Graziano Delrio, lo dice apertamente dalle colonne di Repubblica. “Ci siamo liberati dei diktat di Silvio attenti però a non sognare il Grande Centro”. Ecco il punto. Perché se da un lato nell’istante stesso in cui Berlusconi ha annunciato la fiducia il governo e mezzo Paese hanno tirato un ospito di sollievo, dall’altro a Palazzo Vecchio sono iniziati i mal di pancia per un’operazione condotta dal triumvirato “LAL“ Letta-Alfano-Lupi: i 40enni di scuola Dc. Il no del ministro ad una legge elettorale alla tedesca e quindi al Grande Centro è la spia di un possibile isolamento del rottamatore, che in questo frangente potrebbe essere, dopo il Cavaliere, lo sconfitto numero due del voto di ieri. “Matteo segretario per proporre una nuova stagione” annuncia Delrio, ma non sarebbe automaticamente un traguardo foriero di potere o di ipoteche sul dopo.

Timori da neocentrismo
Non cambia niente, si affretta a precisare Matteo Renzi e ammette di sostenere apertamente il governo Letta ma “non certo per dare tempo a Cicchitto e Alfano di riorganizzarsi”. Sull’ipotesi Grande Centro poi non si nasconde e sottolinea di essere informato del fatto che qualcuno pensa ad un’operazione del genere sostenendo una legge elettorale di tipo proporzionale, ma “quando sarò segretario e avrò il mandato di milioni di elettori porrò il problema e dirò che noi siamo per il bipolarismo, non vogliamo ritorni a prime Repubbliche e non ci sono ex dc che tengano”. Sulla stessa lunghezza d’onda altri democratici. “Un delitto perfetto, e non perché abbiamo ammazzato Berlusconi – certifica a braccia conserte Pippo Civati – Siamo precipitati in un’Italia democristiana con una piccola sacca di resistenza umana”. Renzani e bersaniani, quindi, per una volta uniti nel leccarsi le ferite, con una voce che vuole un canale di comunicazione aperto anche con i vendoliani: per fare fronte comune contro la cosa bianca, su cui qualche osservatore ha registrato il plauso del Cardinale Camillo Ruini. “E a noi di tutto questo cosa ne viene?” si chiedeva ad un certo punto, infuriato, il renziano Matteo Richetti. “Sono proprio inca…to”.

Fuori le ali
Chiude Beppe Fioroni: “Berlusconi è nato sulle ceneri della Dc e ora la sua parabola politica finisce proprio per mano di ex Dc”, ha scherzato ma non troppo. E tornano alla mente le parole pronunciate più o meno un anno fa dall’allora premier tecnico Mario Monti quando iniziava a ventilare l’ipotesi di un taglio delle ali, da una parte e dall’altra: e giungere ad una cosa nuova.

Fonte: Formiche del 3/10/13
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Alba dorata, rimessi in libertà tre deputati. Lo scandalo mette a rischio il governo

Delle due l’una: o hanno ragione i pericolosi nazisti di Alba dorata a evocare un complotto contro di loro con il supporto dei servizi israeliani, oppure pm e politici greci dovrebbero ripassare la Costituzione e il codice penale. All’indomani della scarcerazione in Grecia di tre dei cinque deputati del movimento neonazista arrestati sabato scorso in pompa magna e accusati di eversione, frode fiscale e banda armata con l’obiettivo di preparare un colpo di stato, fanno specie le parole del difensore di Ilias Kasidiaris, prossimo candidato alle amministrative di Atene di maggio che dice: “A carico del mio cliente non ci sono reati penali“.

Di qui non solo la scarcerazione avvenuta ieri (libertà vigilata, ma per Kasidiaris anche 50mila euro di cauzione) davanti a cento manifestanti chrisìavghites che fuori dall’accademia militare di Evripidon sventolavano bandiere elleniche e urlavano l’inno nazionale, ma i riverberi politici dell’intera questione con le ombre di frizioni governative tra i due ministri che hanno condotto i giochi in questa delicatissima partita.

Nonostante il ministro della giustizia e quello degli interni, Athanassiou dato dimissionario in queste ore e Dendias, siano due strettissimi collaboratori del premier Samaras, sono finiti nell’occhio del ciclone di media e opinione pubblica che si interrogano ora su come sia stata gestita l’intera faccenda. E si chiedono: Alba dorata approntava effettivamente un colpo di stato? Gli appoggi temuti tra i vertici della polizia e dei servizi segreti ellenici, che hanno portato alla sostituzione dei due vicecapi della polizia e del vertice della sezione Peg che dispone tutte le intercettazioni telefoniche nel Paese, porteranno a incriminazioni o si concluderanno come con i tre deputati con un possibile nulla di fatto?

Dopo un interrogatorio durato quindici ore i due giudici istruttori incaricati del procedimento hanno incriminato quattro deputati di Alba dorata per costituzione e partecipazione ad un’organizzazione criminale, ma ne hanno disposto il rilascio di tre in libertà vigilata (Kasidiaris, Panagiotaros e Michos). Una decisione che, a detta di vari osservatori, sembra uno schiaffo al governo e alla magistratura che da giorni hanno iniziato perquisizioni a tappeto contro il gruppo filo-nazista accusato di attacchi e aggressioni ai danni di immigrati, oltre che almeno di due omicidi. Al momento in carcere restano il leader di Alba dorata Nikolaos  Mikalioliakos e il suo vice Xristos Pappas, oltre Yannis Lagos. I pm sospettano per quest’ultimo che abbia recitato un ruolo decisivo nell’omicidio del 34enne rapper Pavlos Fyssas, avvenuto ad Atene il 17 settembre scorso per mano di Georgios Roupakias.

“E’ la più grande cospirazione della storia”, si difende Kasidiaris appena uscito dall’Accademia militare e sottolinea che “la detenzione di Nikos Michaloliakos è incostituzionale perché gestita da centri esterni di potere”. Il ragionamento complottistico che da qualche ora circola con insistenza negli ambienti delle forze dell’ordine è se vi sia stato o meno un disegno per eliminare i nazisti violenti e beceri di Alba dorata perché pericolosamente vicini al 20% dei consensi nel Paese.

Ovvero, dal momento che erano facilmente incastrabili per via del loro sfrenato nazionalismo e con l’aggravante dell’omicidio di Fyssas, qualcuno potrebbe aver pensato di fermare in questo modo l’unica reale minaccia alla prosecuzione del memorandum e quindi alla troika? Al momento solo supposizioni e teorie non confermate. Quello che è certo è che potrebbe avvicinarsi un rimpasto di governo con la sostituzione dei due ministri che hanno gestito il caso mentre il premier Samaras nelle stesse ore dall’altro lato dell’oceano tranquillizzava Christine Lagarde e Joe Biden sugli impegni presi da Atene con i creditori.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 3/10/13
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lunedì 30 settembre 2013

Blitz anti-nazi in Grecia: presi i capi di Alba Dorata

Torna l'instabilità in Grecia: in manette capi di Alba Dorata, con lo spettro delle elezioni anticipate. Preparavano un colpo di Stato con l'aiuto di complici nelle forze dell'ordine e nei servizi segreti: trentotto i mandati di cattura spiccati dal procuratore generale di Atene con l'accusa di eversione e banda armata criminale, una ventina gli arresti già eseguiti. Decapitato il partito neonazista greco di Alba Dorata: arrestati il fondatore e leader Nikolaos Michaloliakos, il portavoce Ilias Kasidiaris (prossimo candidato alle amministrative di Atene) e altri tre deputati: sono già stati tradotti in tribunale ammanettati e rischiano 20 anni di carcere. I provvedimenti giungono dopo le indagini avviate all'indomani dell'assassinio del 34enne rapper Pavlos Fyssas, ucciso da un militante del partito neonazista, ma le accuse riguardano altri venti episodi di violenza perpetrati dal 1987 ad oggi, oltre che di riciclaggio di denaro sporco.
Nella Grecia che non ha raggiunto gli obiettivi preposti dalla troika (ha lasciato ieri Atene dove vi farà ritorno il 15 ottobre senza aver chiuso il pacchetto relativo al bilancio 2013), con il programma di privatizzazioni in alto mare e un rischio di nuovi tagli a stipendi e pensioni entro la fine dell'anno, ecco scoppiare una vera e propria bomba sociale con riverberi pesantissimi: è la prima volta in Grecia, dal 1974, che alcuni deputati vengono arrestati senza che decada l'immunità parlamentare. Per cui secondo la Costituzione si dovrebbe andare al più presto ad elezioni anticipate, come chiede anche la federazione delle sinistre del Syriza. Il premier conservatore Antonis Samaras invece, poco prima di partire alla volta degli Usa dove sarà ricevuto da Barack Obama, allontana questo spettro predicando stabilità e niente urne.

L'arresto del leader di Alba Dorata è l'atto conclusivo di una settimana complicatissima nel Paese, con un report dei servizi segreti ellenici e israeliani che indicava il partito pronto ad un colpo di stato supportato da alti dirigenti delle forze di polizia e militari. Tre giorni fa infatti erano stati sostituiti nella notte i due vice capi generali della Polizia, mentre ieri era saltato il più alto dirigente del controspionaggio: avrebbero offerto copertura e sostegno al partito neonazista che si è distinto in questo primo anno in Parlamento per le mense organizzate solo per poveri greci, per le ronde anti immigrati e per la battaglia condotta contro gli evasori appartenenti alla lista Lagarde. Intanto alla Camera la sede del gruppo parlamentare di Alba Dorata è stata interdetta ad addetti ai lavori e al pubblico, mentre proseguono le ricerche a tappeto in tutte le regioni greche in cerca dei latitanti. Lo scorso venerdì i deputati avevano minacciato di dimettersi, spalancando le porte a nuove elezioni: sarebbero le terze in un anno e mezzo. Circostanza che ha fatto irrigidire sia la cancelliera Angela Merkel sia il numero uno del Fmi, Christine Lagarde, preoccupate che i tre memorandum lacrime e sangue imposti al paese possano subire un freno. 

Per il premier Samaras inizia oggi un delicatissimo viaggio negli Usa, non solo sarà ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Obama ma è atteso da incontri con i vertici del Fmi. Al suo fianco ancora una volta il consigliere economico Stavros Papastavrou, nonostante il suo coinvolgimento nella lista Lagarde degli illustri evasori ellenici su cui indaga ancora l'apposita commissione parlamentare d'inchiesta. 

Fonte: Il Giornale del 29/9/13
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sabato 28 settembre 2013

Caso Alba dorata, cacciato alto dirigente del controspionaggio greco

E’ caos in Grecia sul presunto coinvolgimento del partito neonazista di Alba dorata in un colpo di Stato, che sarebbe stato orchestrato grazie all’infiltrazione di alcuni simpatizzanti fra alti dirigenti dei servizi e personale militare di primissimo piano. Ieri è stato “dimissionato” un dirigente del controspionaggio greco. E’ il terzo indizio che potrebbe formare una prova: ovvero che le indiscrezioni su un presunto colpo di Stato organizzato in maniera sotterranea sarebbe più di un semplice timore, anche se continuano ad esserci molti lati oscuri.

Dopo la decapitazione dei vertici della polizia (sostituiti i due numeri due) a seguito del vertice notturno tra il ministro della difesa Avramopulos e quello dell’interno Dendias, è la volta di Dimos Kouzilos, capo della Terza divisione Peg del controspionaggio ellenico. Si tratta della sezione dedita al controllo nazionale delle intercettazioni telefoniche che gestisce la famosa “valigia” con il “bug”, ovvero il sistema centralizzato del Big Brother ellenico. Il dirigente secondo alcuni quotidiani sarebbe parente di un deputato di Alba dorata, Nikos Kouzilos, eletto al Pireo: circostanza che la sua sezione pare ignorasse.

Le ragioni ufficiali della sostituzione non sono state rese note, ma risalta subito come la decisione della politica si inserisca nel momento di caos generalizzato seguito all’accusa condotta verso Alba dorata. Il dirigente in questione aveva la responsabilità globale per le indagini sul partito guidato da Nikolaos Mikalioliakos ed era stato promosso da Ioannis Dikopoulos, uno dei due capi sostituiti tre giorni fa. I suoi comportamenti sarebbero stati portati all’attenzione del Sostituto Procuratore della Suprema Corte, Charalambos Vourlioti. La sezione Peg è quella più delicata della sicurezza nazionale greca, in quanto gestisce tutti i dossier più sensibili come la criminalità organizzata e il terrorismo.

Secondo una fonte governativa non confermata, l’informativa dei servizi greci e israeliani faceva riferimento al 28 settembre come la data prevista per il colpo di stato che sarebbe stato ideato da Alba dorata sostenuta da un team paramilitare guidato dal comandante in pensione Sotiris Tziakos. Ragion per cui ieri c’è stata una brusca accelerazione con la sostituzione dell’alto dirigente dei servizi. Tziakos, laureato presso l’Accademia nel 1979, gestisce una pagina facebook ad hoc mentre afferma che “non è adiacente ad alcun partito politico” anche se continua a postare foto di tipo militarista. E’anche membro e di due strani “gruppi” di Facebook, il gruppo “un milione di armi greche”, il cui amministratore è un discendente della nota famiglia pro-giunta dei colonnelli, ma anche di “Costituzione Gruppo Tempo Zero”, che accoglie politici estremisti.

Il vice responsabile di questa organizzazione militarista è il colonnello Michalis Ioannides. Con una rapida ricerca sulla sua pagina su facebook, si scopre che ha molto in comune con il signor Tziakos: si dice “indignato” e vuole citare in giudizio i politici per “alto tradimento alla patria”. In serata arriva una nota ufficiale del ministro della Difesa Dimitris Avramopoulos: “Non c’è stato alcun coinvolgimento o partecipazione nella gestione attiva delle forze speciali delle forze armate da parte di membri di Alba dorata”. A questo punto delle due l’una: o il governo nasconde qualcosa a cittadini e media o l’intera vicenda del colpo di Stato è stata sin dall’inizio una montatura. In entrambi i casi sarebbe auspicabile un chiarimento definitivo.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/9/13
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martedì 24 settembre 2013

Frau Merkel sovrana ma non assoluta: tratta già coi socialisti

Il giorno dopo la storica vittoria di Angela Merkel nelle elezioni più scontate che la storia ricordi, Berlino incarna già l'operosità teutonica: dichiarazioni con poco brio, bollicine archiviate e tanta voglia di ragionare su come procedere. Perché il partito della Cancelliera uscente, quella Cdu capace di imporsi sulla scena politica mondiale come nessun altro, freme per tessere la tela delle alleanze e andare al più presto al governo. Indiziato numero uno per un bis delle larghe intese in stile 2005 è la Spd del socialdemocratico Peer Stenbrueck, con il punto interrogativo rappresentato dalle scelte economiche sull'Europa.

Lo sfidante di frau Angela, incapace durante il confronto televisivo di rivolgere una critica una alla donna più influente del globo, nonostante da sempre si sia professato favorevole al mantenimento delle misure di risanamento di bilancio in Grecia, è un convinto sostenitore di un nuovo «Piano Marshall» di aiuti allo sviluppo. Come dire che la patata bollente rappresentata da un Paese già fallito da tempo ma che in primis la Cancelliera ha inteso salvare, potrebbe essere un ostacolo alla nuova ma vecchia coalizione tra conservatori e socialisti. La Grecia, titolano molti quotidiani tedeschi, sarà il fulcro delle trattative per formare una coalizione di governo a Berlino, passaggio che lo stesso Steinbrueck ha fatto suo con insistenza, come per tracciare una linea Maginot per future alleanze. Merkel si è affrettata a chiarire che continuerà a spingere la Grecia sul terreno delle riforme, ma l'impressione è che difficilmente la Spd potrà avere la forza di impuntarsi.

«Noi come conservatori - ha precisato la donna capace di fare meglio di Adenaue e Kohl - abbiamo un chiaro mandato per formare un governo e la Germania ne ha bisogno». Un primo contatto tra Cdu e Spd c'è già stato ieri con una telefonata della Merkel al presidente del partito Zigkmar Gabriel partita di buon mattino, un altro (più significativo) è in programma per il prossimo venerdì. La vulgata nel quartier generale di frau Angela è che le elezioni siano state un forte messaggio di unità per l'Unione europea, «che deve persistere nel processo di riforme per rafforzare la propria competitività». Il punto di vista dei socialdemocratici si ritrova nelle parole del presidente Gabriel che frena gli entusiasmi: «Non vi è alcun meccanismo automatico per una grande coalizione e nulla è stato deciso. Ci sarà un dibattito aperto». Sulla stessa linea Steinbrueck secondo cui «non entreremo nell'imbuto dall'altra estremità». Aria di redde rationem tra i Verdi, i cui vertici al completo si sono dimessi: pagano lo scotto dell'8,4% contro il 10,7% di quattro anni fa. Identico stato d'animo tra i liberali, fuori dal Bundestag nonostante siano reduci da quattro anni al governo, mentre la delusione per gli anti euro di Alternativa per la Germania, per un soffio incapaci di guadagnare la soglia minima, è già voglia di rimboccarsi le maniche per le europee del prossimo anno.

Pollice alzato dall'Italia, con il Presidente Giorgio Napolitano che considera il risultato del voto tedesco un elemento che «rafforza decisamente la causa dell'Europa e della sua unità». «Tifoso» della Grosse Koalition è il premier Enrico Letta che evidenzia il significato del voto da cui emerge «un modello di cooperazione simile al nostro, forse in Italia si capirà che quando i nostri elettori ci obbligano ad una grande coalizione bisogna farsene una ragione».

Fonte: Il Giornale del 24/9/13
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La crisi siriana nel triangolo “maledetto” Mosca-Pechino-Tel Aviv

François Hollande ne ha copiato il motto: “Il conflitto in Siria? Avrebbe conseguenze catastrofiche su scala mondiale”. Ma la prima voce a mettere in guardia dai rischi di un ennesimo giro di Risiko sullo scacchiere medio orientale era stata quella di Vladimir Putin che, assieme a Pechino e Tel Aviv, condivide in modo differente e con diverse sfumature legate alla geopolitica, i timori sui riverberi planetari del caso siriano. Si prenda la Russia che, come lo stesso presidente siriano Bashar Assad intervistato dal quotidiano di Mosca Izvestia ha ammesso, "difende i propri interessi nella regione, ed è suo diritto". E quali sono questi interessi? Non solo limitati al porto di Tartus, per esempio, ma ben più profondi e radicati alla voce import-export. Per questo Assad ci ha tenuto a sottolineare in quella conversazione con Alexander Potapov e Yuri Matsarsky incontrati a Damasco che "gli attacchi terroristici contro la Siria minacciano la stabilità di tutto il Medio Oriente. La destabilizzazione qui si rifletterà sulla Russia". Come dire che la nuova grande guerra fredda che Obama e Putin stanno già da tempo combattendo non verrà archiviata con una gita sul Mar Nero nella dacia dello zar Vlad, né con una passeggiata nel giardino delle Rose. Su twitter poi sono detonate, come due missili Tomahawk, le parole del vicepremier russo Dmitri Rogozin: “L’Occidente sta giocando con il mondo islamico come una scimmia con una granata”. 

A ciò si aggiunga un'altra preoccupazione che al Cremlino sta pesando non poco in queste valutazioni. Stando ai dati sciorinati recentemente dalla Cnn, Mosca starebbe ancora scontando le perdite provocate dalle sanzioni internazionali in Iran, ben 13mila milioni di dollari. Senza dimenticare la cancellazione di contratti in Libia per 4mila e 500 milioni di dollari. Ragion per cui Mosca non può, per nulla al mondo, permettersi di subìre perdite in Siria, anche perché quella regione consente alla Russia di poter mantenere una base navale strategica sulle sue coste, mentre Damasco “in cambio” non cessa di acquistare armi sovietiche. In ultimo, ma non per peso specifico dell'analisi, la Russia teme un effetto Libia: ovvero che si possa replicare lo scenario andato in onda sugli schermi di Tripoli, dove il principio di intervento da parte di paesi stranieri è stato da solo in grado di sovvertire il regime sgradevole all'occidente. Mentre il ministro degli Esteri russo ha parlato di "una sfida alle disposizioni della Carta dell’Onu e ad altre norme di diritto internazionale". Prima di spedire nel Mediterraneo una nave anti sommergibile della flotta del Nord e l’incrociatore lanciamissile Moskva della flotta del Mar Nero. Capitolo Cina: Pechino in verità non ha grossi numeri in Siria rispetto ad altri suoi partner commerciali, per cui teoricamente non avrebbe particolari motivazioni per affiancare il regime di Assad in questi giorni di crisi. Ma il nodo è non lasciare soli i vicini di casa russi in questa partita, soprattutto dopo che, specialmente negli ultimi due lustri putiniani, Mosca ha accuratamente lavorato per impedire ogni tentativo di isolamento internazionale verso Pechino.

E'chiaro che il terzo anello di questa catena fatta di armi e di dollari non può che riguardare l'eterno binomio mediorientale rappresentato da Iran e Israele: in quanto un intervento militare in Siria potrebbe, oltre che minare i già citati delicati rapporti con la Russia, alleato storico di Assad, “attivare” Teheran. Per cui anche l'Iran ha minacciato minaccia ritorsioni: “Israele brucerà”, ha detto il vice capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Masoud Jazayeri.  Dal canto suo Israele, mai come questa volta, ha compreso che in Siria potrebbe andare in scena il secondo round di quella grande partita avviata in Libano sette anni fa. Da molto tempo gli aderenti alle milizie di Hezbollah combattono in Siria o provvedono ad addestrare i lealisti. Tel Aviv, di contro, non sembra però fidarsi troppo di chi dovrebbe prendere il posto del cosiddetto "al clan alauita degli Assad". Nessuno dimentichi che nell'intera area ormai ogni stato vive accerchiato da potenziali nemici tutti intenti a guardarsi in cagnesco, a maggior ragione in un anno di veri e propri terremoti politici: l'Egitto con la Fratellanza musulmana alle prese con la deposizione del presidente Morsi e con la scarcerazione di Mubarak; la Tunisia con la nuova classe dirigente post Ben Alì, dove si uccidono leader dell'opposizione e si insegue una nuova Costituzione; l'Arabia Saudita tallonata sulla strada della competitività dall'onnipresente Qatar; la Turchia che, più che con gli avversari esterni, deve fare i conti con le smisurate mire espansionistiche del suo leader Erdogan. Tutti attori di un unico copione: sfruttare il caos siriano per approvvigionarsi nel necessario. Con tanti saluti agli stucchevoli propositi di pace, e in attesa dei due veri latitanti di questa ennesima partita mondiale: Onu e Unione Europea. 

Fonte: Gli Altri settimanale del 13/9/13
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lunedì 23 settembre 2013

Una leader grigia ma vincente come Adenauer

Sfiorata la maggioranza assoluta, quasi Grosse Koalition, puniti i liberali, bene gli anti euro ma alla fine della fiera comanda sempre lei. Il primo leader europeo a guadagnarsi la conferma degli elettori dopo l'inizio della crisi economica: Angela Merkel si avvicina al mito di Adenauer e di Kohl guadagnando almeno 302 seggi su 606 (secondo le proiezioni), con Cdu-Csu al 42,3% (+8,5% sul 2009) che le valgono un voucher di governo in quasi solitudine.

La Cancelliera sbaraglia la tiepida concorrenza dei socialisti e vince anche su se stessa. Parla subito di un risultato eccellente: «Cari amici oggi siamo davvero entusiasti di questo grande risultato, vorrei ringraziare elettori e elettrici che ci hanno dato una fiducia così grande. Faremo tutto il possibile nei prossimi 4 anni per il successo della Germania». Ma il miglior risultato dalla Riunificazione tedesca per la Cdu, (circa 8,5 punti percentuali in più rispetto alle elezioni 2009), porta in dote la debacle dei liberali alleati. La Fdp del ministro degli Esteri uscente Guido Westerwelle è fuori dal Parlamento per la prima volta dal dopoguerra, con appena il 4,5% e accusa una perdita netta del 10%. Difficile mandar giù come un partito di governo abbia potuto subire questa sorte: finora aveva avuto un destino simile solo l'ex partito di blocco di guerra Bhe nel 1957 nella giovane Repubblica Federale. Frustrato il leader Rainer Brüderle: «È chiaro che è il risultato peggiore che abbiamo mai realizzato, una tomba per noi». E aggiunge: «Mi assumo la piena responsabilità, ma questa non è la fine del partito». Non la pensa così il presidente Philipp Roesler che annuncia «conseguenze politiche». 
Comunque vada, gli anti-euro dell'Afd, appena sotto alla soglia di sbarramento del 5% (sono al 4,9%), hanno vinto la loro partita dal momento che si presentavano alle urne per la prima volta ed erano dati attorno al 2%. Bernd Lucke ammette: «Oggi abbiamo arricchito la democrazia in Germania». E a Brandeburgo il candidato degli antieuro Alexander Gauland annuncia: «Siamo noi gli eredi della Fdp».

Sconfitti in partenza, i socialisti della Spd hanno raggiunto il 26,3% dei voti, segnando un più 3% circa rispetto alla performance del 2009 (fu il loro peggior risultato di sempre). Amaro Peer Steinbrueck: «Non abbiamo ottenuto il risultato che volevamo, anche se è chiaramente migliore di quello del 2009. Ora la palla è nel campo di Angela Merkel». Pagano dazio per una campagna elettorale condotta senza mordente, con la ciliegina sulla torta del dibattito televisivo Merkel- Steinbrueck in cui il candidato socialista non accennò né ad un attacco alla cancelliera uscente né ad una critica neanche sul tema scottante dell'eurocrisi o degli aiuti alla Grecia. Verdi e sinistra radicale (Linke) al terzo posto con l'8%, in calo rispetto al 2009 (erano rispettivamente 10,7% e all'11,9%). Katrin Göring-Eckardt, numero uno dei Verdi, ringrazia gli attivisti, ma ammette: «Oggi si deve dire con chiarezza che non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Abbiamo bisogno di un'analisi onesta e chiara». Niente da fare per il Partito Pirata, che non è riuscito a superare l'ostacolo della soglia minima. Il più rapido a congratularsi con frau Angela è stato il presidente francese, François Hollande, che ha invitato la collega non appena le sarà possibile a «proseguire la stretta collaborazione» franco-tedesca, «per affrontare le nuove sfide per la costruzione europea».

Fonte: Il Giornale del 23/9/13
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Germania al voto. Il "partito pro Merkel". Quanti leader tifano per lei

Al di là degli elettori della Cdu, c'è più di qualche colletto bianco che domani, a spoglio ultimato, stapperà una bottiglia d'annata e saluterà con un brindisi la probabile vittoria di Angela Merkel. Si tratta del «partito internazionale di frau Angela» a cui aderiscono molte cancellerie continentali, e non solo, a metà strada tra appoggio convinto e convenienza geopolitica.

Indiziata numero uno l'Inghilterra, dove sia per contrastare la freddezza di Hollande, sia per ritorni interni che vede in Farage un avversario ostico, Downingn Street ha scelto di schierarsi pro Angela e contro l'euroscetticismo. Un passo falso della cancelliera darebbe fiato al partito antieuropeo e anti austerità che in Inghilterra ha nell'Ukip una novità insidiosa per i destini di Cameron. Altro tifoso sviscerato di frau Angela è l'olandese Mark Rutte: pur avendo fatto passare in parlamento i «bailout» di Grecia e Portogallo, è contrario, sulla linea della cancelliera, ad altri aiuti ai Paesi inadempienti.

Sponsor di peso è Manuel Barroso: mentre i Piigs affrontavano la crisi economica e le politiche di austerità per superare le criticità di bilancio, la Germania viveva invece una stagione di crescita. Il Presidente della Commissione europea e il suo essere morbido con i Paesi in difficoltà non è stato particolarmente gradito dalla Merkel. Ma lui si è «difeso» sulla stampa tedesca con parole al miele: ha smarcato la Merkel dall'ultrarigore che ha contraddistinto la recente direzione politica dell'Ue, sostenendo pubblicamente che i problemi economici di Francia e Portogallo non sono ascrivibili alla Cancelliera. Battezzandola invece come il leader che meglio di tutti «ha compreso le cause della crisi dell'euro».

Un «oui», seppure a denti stretti, potrebbe essere pronunciato dall'inquilino dell'Eliseo, quel François Hollande che fino a qualche mese fa componeva la «coppia d'Europa» con Angela, anche se qualche dubbio rimane sia perché non è detta l'ultima parola sulla composizione della Grosse Kalition (non è esclusa alleanza CDU-SPD se il centro da solo non dovesse farcela con liberali FDP), sia perché Hollande è in difficoltà per via delle politiche attuate e che gli starebbero suggerendo di tifare SPD in ottica futura. Parigi spinge per bilanci comuni, ma da Berlino resta per il no. Tra i Paesi del vecchio continente la Francia è quella che sta meglio, ma non è immune dall'onda della crisi, tutt'altro. Quindi non vede di buon occhio il rigore merkeliano e oggi potrebbe anche fare il tifo (a bassa voce) per Steinbruck.

Con Barack Obama il rapporto è tutt'ora fragile e, per certi versi, di convenienza. Oggi alleati forzati, pesa non poco la parabola discendente di Obama sullo scacchiere mondiale. Non ancora scemata l'onda polemica del Datagate, con le rivelazioni di Snowden sulle intercettazioni Usa. La Cancelliera ad agosto chiese ufficialmente rispetto tra Stati sovrani. Ma dal canto suo Obama attende tatticamente l'esito delle elezioni tedesche sperando di veder emergere a Berlino un governo in grado di affiancare gli Usa nella crescita, proprio nel triennio presidenziale che resta. Obama infatti mira ad uscire dalla Casa Bianca, nel 2017, lasciando in dote al successore una fase di crescita economica paragonabile a quella dell'ultimo periodo di Clinton. Ragion per cui ha bisogno di alleati come Berlino. Anche se la Merkel aveva più in comune, ideologicamente parlando, con il presidente George W. Bush, lesto a puntare sul suo rifiuto del comunismo.

E in Italia? Patto consolidato con Napolitano per evitare una crisi italiana prima del voto tedesco. Tra i due si sussurrò anche di una telefonata, nell'ottobre del 2011, per caldeggiare il governo tecnico di Monti. Anche il Professore della Bocconi è un suo elettore, così come l'attuale premier Letta. Ultimo arrivato nella scuderia di Angela è Matteo Renzi, che volò a Berlino per incontrarla lo scorso giugno.

Fonte: Il Giornale del 22/9/13
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Grecia, agente interrogato per tre colpi di pistola nelle manifestazioni di Atene

Come trent’anni fa nelle notti del Politecnico: destra contro sinistra per le strade di Atene, scontri tra cittadini dello stesso Paese e timori per i disordini futuri con l’ombra delle infiltrazioni durante le manifestazioni pubbliche. Non bastava la crisi economica a devastare la Grecia e ciò che resta delle impalcature politiche e sociali: nella settimana caratterizzata dall’assurdo gesto di violenza che ha visto morire ad Atene un rapper 34enne per mano di un aderente ad Alba dorata, la Grecia si interroga sui riverberi nevrotici di una crisi che ormai ha contagiato tutta la popolazione. Durante un presidio antifascista nel quartiere ateniese di Daphne nella sera del 20 settembre, sono stati esplosi tre colpi di pistola da un ufficiale appartenente alla Direzione di Polizia dell’Attica: l’ufficiale è stato identificato dai manifestanti mentre, in abiti civili, si nascondeva in un negozio per sfuggire al linciaggio. 

La posizione ufficiale delle forze dell’ordine parla di un agente fuori servizio che ha sparato in aria come forma di intimidazione, ma convince poco visto poi che lo stesso agente non si è qualificato e ha cercato riparo in un supermercato nelle vicinanze. L’episodio ha inizio, sempre secondo le informazioni della polizia, quando un gruppo di circa trenta persone distaccate dalla piazza dove si svolgeva la manifestazione, ha attaccato la guardia speciale danneggiando la sua moto di servizio. Ma con il passare delle ore la versione è stata più volte modificata con altri particolari che oggi sulla stampa greca fanno sollevare qualche sopracciglio ad alcuni commentatori, inclini a vedere il coinvolgimento dei servizi o comunque di alcuni infiltrati all’interno della marcia di protesta.

In tarda serata giunge la notizia dell’arresto della guardia speciale con l’ordine partito dal ministero dell’interno alla polizia di appurare quanto prima l’origine dell’episodio aprendo un’inchiesta. Secondo quanto riferito da un testimone interrogato in nottata, l’ufficiale di polizia sarebbe stato ferito alla testa e condotto in ospedale per i primi soccorsi. Ma sui quotidiani greci campeggiano alcuni interrogativi: l’agente era casualmente presente alla manifestazione? Come mai era armato visto che era fuori servizio e in abiti civili? E ancora: c’è qualcuno che, come più volte nel recente passato, sta soffiando sul fuoco delle proteste per un ritorno politico? Il rischio che il nervosismo ideologico degeneri in violenza è ben lontano da essere solo un’ipotesi.

A Patrasso un 18enne è stato aggredito da tre anarchici: la sua colpa era di aver postato su Facebook una foto che lo ritraeva con la bandiera greca, quindi un potenziale nazionalista, anche se nulla aveva a che fare con il partito nazista di Chrisì Avghì. Il giovane era seduto su una panchina in piazza della Resistenza quando i tre lo hanno individuato e picchiato. In precedenza si erano verificati altri due scontri in Piazza Olgas tra due appartenenti allo spazio antiautoritario e militanti di Alba dorata. Il bilancio è di tre feriti condotti in ospedale e numerose squadre di poliziotti in tenuta antisommossa a presidiare il centro cittadino.

Il nodo è il potenziale consenso attorno al partito di Alba dorata: un trend che molti sondaggi vedono in continua ascesa, dal momento che il partito che lo scorso anno ha fatto ingresso in Parlamento per la prima volta dopo 40 anni con il 7% è dato oggi vicino al 20% dei consensi, in quanto capace di pescare voti nei quartieri operai rubandoli alle classiche formazioni di sinistra, abbattendo il luogo comune del Partito Comunista unico difensore del lavoro. Il quotidiano Ta Nea oggi apre con un titolo indicativo: “Si rompono le uova di serpente”, con in evidenza a tutta pagina un uovo giallo con il simbolo di Alba dorata da cui fuoriesce sangue a fiotti.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 21/9/13
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Germania, le falle del gigante che vota per non cambiare

Brillante, con un Pil da fare invidia a mezzo mondo, con un numero sempre maggiore di emigranti che lì si recano perché c'è lavoro, dotato di distretti industriali che fanno numeri imponenti. La domanda da porsi alla vigilia delle elezioni in Germania è quanto il modello tedesco, oggi vincente su tutti i tavoli, lo sarà anche domani e dopodomani. Perché se è vero come è vero che nel Paese si voterà sostanzialmente per non cambiare, con i tedeschi consapevoli di come questa impalcatura rappresenti la polizza sulla vita per il loro futuro, qualche domanda sarà utile porla a chi governa e a chi sarà governato dalla, probabile, Grosse Koalition. Ovvero, quali sono i punti deboli del gigante tedesco? E quali potrebbero esserlo considerando che attorno a Berlino gli altri stati membri rischiano di cadere sotto i colpi della crisi e dello spread? E ancora, quali conseguenze patirebbe in caso di default della Grecia o se, così come appare probabile, il partito antieuro di Alternativa per la Germania dovesse raggiungere il 5% e fare ingresso nel Bundestag con propositi rivoluzionari?

«Stiamo vivendo sulle riserve di ieri», ha ammesso a denti stretti un alto dirigente della Federazione delle industrie tedesche, Dieter Schweer, tradizionalmente molto legato alla Cdu. Come a voler destare dal torpore quanti si accontentano del pur invidiabile status quo di un paese prospero e che fino a oggi è passato indenne sotto le forche caudine dell'eurocrisi. Non è tutto oro quello che luccica al di là delle Alpi, con la stragrande maggioranza dei cittadini sì rassicurata, secondo tutti i sondaggi, da una politica stabile che non mette a rischio il benessere consolidato, ma con una fetta consistente di un elettorato quantomai trasversale foriera di dubbi sul presente di nome euro e sul futuro alla voce sviluppo interno. Si prenda il comparto energetico, dove nonostante fortissime pressioni legate al gasdotto North Stream e al recente Tap, i contribuenti tedeschi continuano a pagare circa il 30% in più per un kilowatt ora di energia elettrica rispetto alla media della zona euro. Un pugno nell'occhio per frau Angela, oltremodo equilibrata e sempre attenta a non prendere posizioni in politica estera e a rimandare scelte decisive a data da destinarsi, si veda alla voce terzo memorandum greco. Oppure si prendano le dinamiche industriali «germanocentriche» che da un lato hanno rappresentato quella coccarda che la Cancelliera si appunta sul petto, ma che dall'altro hanno concorso alle difficoltà strutturali dell'intera eurozona incapace di rialzarsi, anche perché schiacciata da qualcuno che corre più di tutti gli altri.

Il pericolo di una Germania che «sta cavalcando un'onda di euforia» è stato sventolato poche settimane fa dall'Istituto tedesco per la ricerca economica, non certo da qualche tabloid di opposizione, sollecitando più investimenti in mezzi di trasporto, scuole e rete elettrica. Impressionante è la posizione finanziaria, si legge, ma proprio per questo potrebbe essere anche «ingannevole». La lignite, ad esempio, che in Germania si raccoglie per circa 100mila tonnellate al dì, consente di compensare il calo della produzione di energia nucleare e rinnovabile. La Germania in questo appare come «drogata», dal momento che detiene il secondo primato mondiale, dopo la Russia, in Lusazia ma la politica energetica della signora Merkel è in qualche modo in cima alla lista delle minacce per l'economia, in quanto dopo il disastro di Fukushima, ha spento immediatamente le centrali nucleari: mossa politicamente popolare, ma nel merito non risolutiva. Perché non ha previsto alternative rapide e praticabili. E ancora, il mercato del lavoro con una possibile ondata di pensionati e di lavoratori in là con gli anni a cui occorrono come l'aria sostituti in tempi brevi a cui Merkel non pensa, sfoggiando il consueto immobilismo che tanta fortuna le ha portato fino ad oggi.
Insomma, il mosaico della «Merkelnomics» che però, proprio perché costruito all'interno di una vera e propria gabbia dorata, non è immune da un appagamento continuato: bello da vedere ma pericoloso in prospettiva.

Fonte: Il Giornale del 21/9/13
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venerdì 20 settembre 2013

Così gli euroscettici conquistano l'Europa

Fate largo agli euroscettici. A quarantott'ore dalle elezioni in Germania ma soprattutto a pochi mesi dalle urne per il nuovo Parlamento europeo, ecco che la novità potrebbe essere rappresentata proprio dal proliferare in tutto il continente di formazioni anti moneta unica. In grande spolvero, proprio perché gli unici a movimentare la noiosa attesa berlinese, gli antieuro tedeschi di «Alternative fuer Deutschland» guidati dall'economista Bernd Lucke, che per la prima volta si affacciano ad una competizione elettorale e che due sere fa in televisione si sono presentati avvolti da una bandiera greca con un grosso buco al centro. Ma se fino a qualche mese fa erano visti come una primizia acerba e incapace di entrare nel Bundestag, ecco che il sondaggio condotto dall'istituto Insa per conto del quotidiano popolare Bild li accredita del 5% dei consensi, quindi in grado di sedere nel nuovo parlamento. E andando ad ingrossare la pattuglia di formazioni con le stesse prerogative che si sono diffuse negli stati membri.
Si prenda l'epicentro della crisi, la Grecia, dove i partiti euroscettici sono addirittura due. I neonazisti di Alba Dorata forti di un consenso che dal 7% dello scorso giugno li vedrebbe al 20: chiedono con forza la nazionalizzazione delle banche che hanno ricevuto iniezioni di capitale sotto la garanzia del debito pubblico greco e la cancellazione del debito delle famiglie greche con criteri sociali. Ma anche i grillini penstellati, guidati da Theodoros Katsanevas, fondatore del movimento ellenico Dracmh che richiama punti programmatici del Movimento cinque stelle nostrano con un forte accento sulla creazione di una moneta unica utilizzabile in una sorta di zona unificata che comprenda Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Cipro.

In Olanda c'è il «Partij voor de Vrijheid», che il 21 aprile dello scorso anno ha ritirato il sostegno al governo di Mark Rutte, portando il paese ad elezioni anticipate. È nato nel 2004 quando Geert Wilders abbandonò i liberali del Partito popolare per la libertà e la democrazia, e diede vita ad un proprio gruppo parlamentare perché non condivideva la posizione filoeuropeista del Vvd, impegnandosi anche per il no al referendum confermativo della Costituzione europea, conquistando alle elezioni del 2006 il 5,9% dei voti.  In evidenza in Inghilterra l'Ukip, che alle elezioni amministrative del 2013 ha ottenuto un risultato mai raggiunto prima, il 23% dei consensi contro il 25% dei Conservatori e il 29% del Labour: nati da una costola di scissionisti del Partito conservatore, inneggiano al ritiro del Regno Unito dall'Unione europea. È rappresentato da tredici deputati al Parlamento europeo e due Lord alla Camera dei Lord.
In Belgio spicca il partito Ldd attivo dal 2007, quando guadagnò cinque seggi alla Camera dei rappresentanti e un seggio al Senato, mentre nelle scorse europee ottenne un seggio. Senza dimenticare quelli più destrosi come l'English Defense League in Inghilterra, il partito ungherese Jobbik, o il Freddy Party olandese, passando per i belgi del Vlaams Belang e per l´estrema destra svedese degli Sverigedemokraterna.

Fonte: Il Giornale del 20/9/13
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Grecia, scontri per l’omicidio del rapper di 34 anni. Perquisite sedi di Alba Dorata

Non si placa la tensione in Grecia a due giorni dall’omicidio ad Atene del rapper greco Pavlos Fyssas da parte di un militante di Alba dorata. L’episodio sta destabilizzando ulteriormente un Paese ormai da tre anni ininterrottamente sull’orlo del baratro, economico e sociale. Nel giorno in cui si sono celebrati i funerali del 34enne accoltellato durante una partita di Champion’s League, arriva la notizia di trentuno feriti (uno ha perso un occhio) giunti la notte scorsa nel nosocomio ateniese del Tzanio: erano stati colpiti dal lancio di pietre e pezzi di plastica mentre manifestavano contro il partito nazista di Chrisì Avghì per le strade della capitale ateniese, sotto gli occhi impassibili delle forze dell’ordine come dimostra il video girato dalla BBC. Nella sequenza si vede un gruppo di agenti in borghese insultare e gettare pietre contro gli antifascisti durante la manifestazione per l’omicidio del musicista di 34 anni.

Il rischio Weimar in Grecia, più volte invocato nell’ultimo anno da commentatori, analisti e negli ultimi due mesi anche dalla grande stampa internazionale, si è nei fatti già verificato. Il voto di protesta del 7% che si sta pericolosamente trasformando in altro, per via delle ronde anti immigrati che Alba dorata organizza, per le mense dedicate solo a poveri greci muniti di carta di identità, per i presìdi che il partito guidato fino a ieri da Nikolaos Mikalioliakos (imminente pare un cambio al vertice, con quasi certamente nuovo leader Ilias Kassiriadis) ha allestito non solo nelle grandi città come Atene, Salonicco e Patrasso ma che sta trovando fiato anche in provincia. É di pochi giorni fa un sondaggio che attribuiva nella sola Atene, chiamata a maggio al rinnovo del sindaco, ben il 20% di gradimento dei cittadini al candidato di Alba dorata.

La politica intanto tenta di correre ai ripari: sede di Alba dorata perquisita dalla polizia, possibile estromissione dalle prossime elezioni per il partito nel giorno in cui scioperano per 48 ore i dipendenti pubblici per i quali il licenziamento è stato già deciso per legge. Il ministro degli interni Nikos Dedias ha scritto una lettera al Procuratore della Corte Suprema Euterpi Koutzomani, per chiedere di sospendere l’immunità parlamentare per i deputati di Alba dorata, definendoli membri di un’organizzazione criminale. I due maggiori partiti, i conservatori di Nea Dimokratia e la sinistra del Syriza che fanno polemica in un momento in cui forse servirebbe solo il silenzio. Da Bruxelles dove ha incontrato Jörg Asmussen, il secondo uomo tedesco nel consiglio della Bce, Alexis Tsipras torna a parlare di debito greco insostenibile chiedendone il taglio. La replica è di Hrisanthos Lazaridis, consigliere del premier Samaras ma con un passato comunista tra gli eroi del Politecnico, che definisce Syriza un partito “fuori dall’arco costituzionale ellenico che ha creato questo clima di tensione sfruttato da Alba dorata”. La stampa ellenica si interroga su un attacco gratuito all’unico politico ellenico, appunto Tsipras, che non dice sì alla troika e che in questi giorni è atteso a Mosca da Vladimir Putin.

Lutto e la rabbia prevalgono al funerale del 34enne Paul Fyssas con un nutrito gruppo di cittadini che si sono stretti attorno alla famiglia nella chiesa di Agios Gerasimos: presenti alcuni deputati del Syriza e agenti in borghese pronti ad intervenire in caso di disordini. “Sangue che scorre, chiede vendetta” gridano i suoi compagni prima di seppellirlo nel cimitero di Schistos. Un saluto che promette altra tensione in un Paese sempre più allo sbando.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19/9/13
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lunedì 16 settembre 2013

Dopo il salvataggio Cipro “accende” il gas della zona economica esclusiva

Grecia e Cipro, da secoli legate da vicende storiche, sociali e culturali oggi hanno in comune non solo le conseguenze dell’eurocrisi ma anche un altro fattore determinante come i risvolti legati alla geopolitica, che a quelle latitudini fa rima con giacimenti sottomarini. Ma se Cipro già da tempo si è attrezzata per lo sfruttamento siglando un accordo con Israele che venerdì ha prodotto la prima fiammella del gas nelle acque cipriote, Atene è ancora ferma per gli atavici ritardi dell’ente nazionale per le privatizzazioni, il Taiped, e per la concomitanza di interessi legati al nuovo gasdotto Tap che di fatto frena la presenza di Gazprom nell’intera area euromediterranea.

Nel giorno in cui da Bruxelles è arrivato il via libera dell’Eurogruppo alla nuova tranche di aiuti per Cipro (1,5 miliardi di euro che saranno erogati entro fine settembre, dopo l’approvazione formale da parte del board dell’Esm) e in attesa che il Fondo monetario internazionale dica l’ultima parola sulla sua tranche da 86 milioni il 16 settembre, il dipartimento dell’Energia dell’isola ha diffuso le prime immagini dell’inizio del test di produzione: si “accende” il gas prodotto dal giacimento Afrodite situato all’interno del Blocco 12 della ZEE.

Le riserve probabili di sei zone con licenza nella cipriota ZEE sono pari a 1,1 trilioni di metri cubi. Lo scopo è stato di quello di verificare la qualità del gas nella zona economica esclusiva di Cipro. Il gas naturale è venuto a galla senza problemi e sono state attivate correttamente le valvole. Il test di produzione durerà circa cinque giorni e poi l’impianto inizierà a valutare la tenuta del lavoro. In un articolo apparso sul Forum Oxford Energy, una pubblicazione trimestrale dell’Istituto for Energy Studies, il presidente della Kretyk, l’azienda di Stato cipriota deputata allo sfruttamento del gas, Haralambos Ellina, facendo riferimento alle prospettive dei mercati del gas naturale in tutto il mondo, ha osservato che il bacino cipriota potrebbe coprire un terzo del combustibile utilizzato per la produzione di energia elettrica entro il 2040, quando il carbone cesserà di essere un’opzione competitiva. “A quel punto – ha scritto – la domanda di gas naturale crescerà più velocemente di qualsiasi altra fonte di energia, che consentirà di aumentare la produzione del 65% entro il 2040″.

Ma la preoccupazione del governo cipriota a questo punto risiede nella reazione turca all’accensione della prima fiammella di gas. Già lo scorso autunno, in concomitanza con le prime firme sugli accordi Tel Aviv- Nicosia, il governo di Erdogan aveva avuto di che ridire. Una nota ufficiale del governo turco aveva minacciato di sospendere i progetti avviati con l’Eni a causa della partecipazione del gruppo petrolifero italiano al programma di esplorazione dei giacimenti di gas al largo delle coste di Cipro, che Ankara contesta in una disputa sulle acque territoriali. Il ministro dell’Energia Taner Yildiz accusava il governo di Nicosia di non poter gestire autonomamente le risorse energetiche al largo dell’isola. Per questo fin dallo scorso ottobre Ankara ha minacciato più volte di sospendere ogni collaborazione con i gruppi petroliferi internazionali che concludano accordi con il governo cipriota. Anche se, in virtù del diritto internazionale e del fatto che la fantomatica Repubblica turco-cipriota del nord non sia riconosciuta dall’Onu, non avrebbe di cosa pretendere da quello spazio marino, in quanto lo ha occupato abusivamente dal luglio del 1974, con ancora oggi 50mila militari turchi in loco e un filo spinato che divide l’isola da ovest a est. Si aggiunga che lo scorso 31 luglio, la stampa greca diffuse la notizia che un missile turco era stato lanciato contro una nave italiana che lavorava per conto di Cipro. L’imbarcazione stava piazzando cavi sottomarini. La notizia non fu confermata dalle autorità, e neanche la rappresentanza consolare italiana a Nicosia intese commentarla, ma comunque fu il segnale di una situazione di potenziale tensione nell’intera zona.

Zona che, per la sponda greca, è stata interessata da un’altra grande opera come il Tap, il gasdotto che porterà in Europa il gas azero proveniente dall’importante giacimento di Shah Deniz II, le cui dimensioni lo rendono molto significativo in quanto bypassa la dipendenza energetica dalla Russia. Ma taglia fuori i giacimenti presenti in Grecia che, a causa degli atavici ritardi e degli scandali di presunta corruzione del Taiped, l’ente nazionale per la privatizzazione, non ha ancora progettato lo sfruttamento dei giacimenti minerari in Calcidica e a Creta e del gas presente nell’Egeo “greco”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 14/9/13
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