lunedì 24 marzo 2014

«Erdogan e la miss in un video» Il gossip fa tremare il premier

Due ex alleati (e amici) politici. La lunga corsa per non perdere il potere e finire nel dimenticatoio. Gli scandali legati a «cerchi magici» sul Bosforo conditi da un video hard che ritrarrebbe il premier con la bella ex miss Turchia Defne Samyeli. Ce n'è abbastanza nel mortaio turco per «pestare» e ragionare su uno scontro ormai aperto. Il giorno dopo la crociata di Erdogan contro Twitter, ecco che i riverberi personali fanno a sportellate con strategie future ed elezioni alle porte, con sullo sfondo l'immancabile pista sessuale.

Il primo ministro turco Erdogan e il presidente Gül sono stati a lungo sodali politici. Ma le proteste di piazza Taksim del giugno scorso hanno segnato un solco, che in aggiunta allo scandalo tangenti, alle notizie sul video hard e alla battaglia ideologica di Erdogan contro il web (ora vuol chiudere Youtube), potrebbe non solo definitivamente chiudere i rapporti tra i due, ma segnare la fine del partito Akp. Più di recente, però, i due hanno avuto difficoltà a nascondere la discordia. Secondo un dispaccio diplomatico del Dipartimento di Stato Usa pubblicato da Wikileaks nel 2010, Gül coglie ogni occasione per mettere Erdogan in cattiva luce. Addirittura si spinge anche a parlar male di Erdogan di fronte agli ospiti stranieri, soprattutto quando il primo ministro è in viaggio all'estero. E c'è chi dice che Gül così si starebbe assicurando il futuro, visto che se gli scandali dovessero continuare, Erdogan vedrebbe chiusa per sempre la porta della politica nazionale, senza dimenticare l'ombra di una crisi economica che, sotterranea, potrebbe allungarsi su Ankara, con la moneta che perde pezzi e progetti faraonici come il terzo aeroporto di Istanbul sempre a caccia di finanziatori.

I due provengono da storie diverse, ma in comune hanno sempre avuto non solo la fede in Allah bensì la brama di potere. Hanno collaborato fattivamente sin dal 1990 e la loro alleanza ha sostenuto l'Islam politico a raggiungere una posizione di vertice, anche dal punto di vita economico, così come tutti gli indici turchi dimostrano. Ma da qualche anno tra loro si sarebbe creata una frattura, certificata nelle condanne di Gul contro la repressione delle proteste giovanili di Gezi Park.
Erdogan ha lavorato duro per arrivare dove è oggi, partendo dall'esperienza come venditore ambulante di sesamo nel porto di Istanbul a Kasmpasa. Gül, invece, si presenta come diplomatico e moderato. A differenza di Erdogan, parla inglese. I genitori di Gül lo hanno fatto studiare a Londra economia, prima di iniziare a lavorare come manager per una banca islamica.

In un'intervista sul britannico Guardian, pochi mesi fa Gül lasciò intendere (e non per la prima volta) che sarebbe pronto a sfidare l'autoritario primo ministro del paese nelle elezioni presidenziali della prossima estate. Certamente non sottovaluta il fatto che durante i tre mandati di Erdogan l'economia turca sia stata letteralmente stravolta, consentendole, dopo una serie di riforme nei primi anni 2000, di crescere di oltre il 5% annuo. Il reddito pro capite è più che quadruplicato per tutto questo periodo, passando a 11 mila dollari l'anno (da 2500). Ma ecco l'imprevisto della politica a condizionare fatti e storie personali. 
Nel prossimo agosto Erdogan cesserà il suo terzo mandato e non potrà ricandidarsi alla premiership, per cui vorrebbe prendere il posto di Gül in una sorta di staffetta sul modello Putin-Medveedev. Ma la rivalità tra i due ha preso il sopravvento. E c'è chi dice che Erdogan ormai è storia passata.

Crisi Grecia, Atene torna al baratto. Il biglietto del teatro si paga con pasta e pane

Mentre la grande stampa internazionale e il governo locale lodano il memorandum imposto dalla troika alla Grecia, il Paese reale convive con la situazione kafkiana di un avanzo primario da un miliardo e mezzo di euro a cui fa da contraltare la povertà galoppante e diritti che svaniscono. Altro indizio di un disagio sociale è il ritorno ad una sorta di baratto: venerdì 14 marzo in occasione di un musical organizzato da alcuni studenti di una scuola di Atene, anziché pagare il prezzo del biglietto al teatro si accederà “pagando in cibo“.

L’iniziativa è della scuola Atene community school (ACS) in Halandri: il ricavato andrà alla Social grocery halandriou per sostenere i cittadini dell’omonimo quartiere ateniese, colpito come altri da un aumento vertiginoso delle sacche di povertà, con il famoso dato Ocse dei bimbi ellenici sottopeso che un anno fa fece scattare l’intervento di ong come Medici senza frontiere. Ogni spettatore dovrà portare con sé una borsa con prodotti come olio, zucchero, pasta e articoli da toeletta, alimenti per l’infanzia, pane tostato, marmellate, composte, e più ampiamente generi alimentari: l’obiettivo è di ottenere almeno 500 pacchi­ famiglia da destinare ai più bisognosi, tanti sono i posti a sedere della struttura. Si tratta di iniziative che rafforzano lo spirito di collegialità nella comunità scolastica, fanno sapere dall’istituto.

Particolarmente significativo che partano proprio dalle scuole, ovvero un altro di quei settori messi nel mirino dalla troika. Mercoledì scorso sono scesi in piazza in svariate città del Paese gli insegnanti che rischiano il licenziamento per effetto del provvedimento varato dal governo per tagliare 15mila dipendenti pubblici. Alcune docenti si sono incatenate dinanzi alla sede del Parlamento in piazza Syntagma ad Atene, per dire “no” al taglio indiscriminato di diritti e di settori nevralgici come l’istruzione mentre il sistema partitico che ha prodotto la voragine finanziaria greca non ha subìto alcuno stop.

Il riferimento è all’impegno assunto dal premier in persona di tagliare costi superflui che si sta rivelando solo un annuncio: come riferiscono oggi alcuni giornali greci, ammonta a 10mila euro per il 2013 il costo di caffè e acqua offerti dal Parlamento ellenico, quindi dai cittadini, ai componenti delle 44 riunioni delle Commissioni della Camera, come risulta dalle fatture pubblicate. Che si sommano ai 17mila euro in biscotti che i 300 deputati greci hanno consumato fino allo scorso dicembre.

La conferma del disagio sociale in cui si trova il Paese arriva dai dati dell’agenzia statistica nazionale greca. Proprio mentre il Parlamento europeo boccia la troika accusandola di avere aumentato povertà e disoccupazione, infatti, il tasso di disoccupazione in Grecia è aumentato al 27,5% nel quarto trimestre del 2013. In luglio-settembre il tasso si era attestato al 27, mentre nel quarto trimestre del 2012 la disoccupazione era stata pari al 26 per cento. In Grecia, che conta una popolazione di circa 10 milioni di persone, ci sono attualmente 1,36 milioni di persone senza lavoro e in cerca. I giovani restano i più colpiti, con un tasso di disoccupazione per gli under 25 al 57 per cento.

Il tutto mentre la troika, ad Atene sino a domenica, cerca un accordo con il governo greco per dare il via libera all’ulteriore tranche di prestiti da 15 miliardi, su cui spicca la preoccupazione e le riserve da parte del capo della missione del Fondo monetario internazionale, Pooul Thomsen. Secondo fonti comunitarie nella riunione di mercoledì, propedeutica a quella decisiva, il danese avrebbe messo sul tavolo nuove richieste da parte dei creditori internazionali, compresa la soppressione per tre anni, a partire dal 2017, di alcuni diritti dei lavoratori nell’ambito del nuovo contratto collettivo. Ma dimenticando, forse, che già da un anno e mezzo i nuovi lavoratori grazie al memorandum possono essere assunti con uno stipendio di 350 euro mensili. Con le multinazionali (tedesche) che ringraziano.

Libia, il dossier dimenticato

Il Paese dove centinaia di piccoli focolai si sono trasformati in insidiosi incendi torna alla ribalta dell’agenda nazionale non solo per le note criticità, come la fuga del primo ministro, quanto anche per il rapimento di un cittadino italiano a Tobruk, in Cirenaica, nella parte orientale della Libia. Si tratta di un tecnico del settore dell’edilizia che soffre di diabete e non ha con sé il suo kit di insulina. E’ il terzo episodio in tre mesi che ha coinvolto italiani, dopo che lo scorso gennaio erano stati rapiti a Motouba, sulla strada tra Derna e Tobruk, altri due italiani, gli operai edili Francesco Scalise e Luciano Gallo. Entrambi sono stati liberati lo scorso 7 febbraio.

DOSSIER LIBICO
Ma ecco che i riflettori accesi sull’italiano rapito “ricordano” alla comunità internazionale che il dossier Libia è tutt’altro che risolto, stretto nella morsa di una instabilità cronica che ha portato lo scorso 3 marzo all’assalto del Parlamento, in cui sono rimasti feriti due deputati mentre cercavano di abbandonare in auto la sede di Tripoli. Una situazione ad altissima tensione che è sfociata ieri in un violento scontro tra gruppi di uomini armati che bloccano i maggiori terminal petroliferi libici e forze di sicurezza nella città orientale di Ajdabiya. Solo l’intervento dei leader tribali ha interrotto le ostilità. Il gruppo di ex rivoluzionari ha attaccato le forze di sicurezza libiche impegnate a liberare tre scali marittimi bloccati dalla fine di luglio del 2013. Uno stop che è condotto dall’Ufficio Politico della Cirenaica, guidato dall’ex rivoluzionario Ibrahim Jadran, che ha dichiarato l’autonomia della regione orientale. Dopo i fatti del 2011 si è messo alla testa delle guardie di sicurezza di alcuni impianti petroliferi.

STRATEGIE
Che il caso libico fosse al contempo strategico per il Mediterraneo (quindi per l’Italia) e delicatissimo da un punto di vista strettamente geopolitico era cosa nota sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Gheddafi, motivo per cui la Conferenza Internazionale sulla Libia era stata prevista in Italia, a Roma, ma anziché nel mese di dicembre 2013 è slittata a pochi giorni fa. Con l’inconveniente rappresentato dalla crisi in Ucraina, che ha monopolizzato l’attenzione dell’evento, quando invece avrebbe potuto rappresentare l’occasione per far emergere il ruolo italiano nella vicenda, su cui la comunità internazionale scommette non poco. Proprio in questa fase l’Italia è chiamata ad una partecipazione più attiva nella risoluzione del caso libico, particolare che sarà anche al centro del vertice tra Barack Obama e il premier italiano Matteo Renzi.

NAVY SEALS
Una criticità generalizzata che ha avuto il suo picco con la questione della petroliera ribelle circondata dalle navi delle milizie filo-governative, su cui pochi giorni fa il gruppo americano dei Navy Seal è intervenuto con un blitz notturno. Hanno così preso il controllo della petroliera nordcoreana Morning Glory che trasportava greggio acquistato illegalmente dai ribelli della Cirenaica, sfidando il governo centrale. L’operazione è avvenuta al largo delle coste di Cipro, ma al momento non è ancora noto a chi fosse destinato il carico.

FUTURO
Quello che è certo, al netto di scontri ormai quotidiani e sequestri di armi, (come il carico di un aereo russo destinato a militari libici, e rubato mentre era fermo per rifornimento all’aeroporto internazionale di Tripoli), è che il governo libico, presieduto dall’ex ministro della difesa Abdulah al-Thani, ha deciso per un cambio di passo e si è affidato in toto a Washington. E al contempo ha annunciato un’offensiva contro i secessionisti dell’Est. Un altro passaggio non secondario è dato dal fatto che proprio il caos sulle forniture di armi ha allarmato ulteriormente Usa e Ue, con la presenza significativa del segretario di Stato americano John Kerry alla conferenza di Roma nella direzione di sostenere il governo nell’approvvigionamento di armi per rimettere insieme le forze di polizia. Ma a Tripoli le autorità sono ancora molto divise su come trattare con le milizie. Una parte le guarda come ultima speranza per garantire la sicurezza, altri sostengono il loro disarmo come anticamera ad una più diffusa stabilità.

Fonte: Formiche del 23/3/14

La sveglia di Obama a Renzi su Libia e difesa

Esteri e difesa. E’ su questo doppio binario che dovrebbe muoversi, secondo una serie di anticipazioni diplomatiche, il prossimo vertice tra il presidente americano Barack Obama e il premier italiano Matteo Renzi. L’intersecazione dei due ambiti con altrettanti fronti di crisi come Ucraina e Libia non possono far trovare l’Italia impreparata e sprovvista di una strategia di lungo respiro che sia in qualche modo risolutrice, sottolineano alcuni addetti ai lavori.Un appuntamento delicatissimo, non fosse altro perché è la prima vera occasione per Renzi nei rapporti con la Casa Bianca.

VERTICE
Al di là delle intenzioni dell’amministrazione americana di approfondire gli annunci di matrice economica che Renzi ha fatto nei giorni scorsi e che ha portato al vaglio dell’Europa nella settimana appena chiusa, è certo che Obama mostri un sincero interesse per come Renzi intenderà approcciarsi su due piani di azione estremamente significativi, come appunto gli esteri e la difesa. In primo luogo è verosimile che si assisterà ad un ragionamento complesso e articolato sul caso ucraino, che ha visto gli Usa dirigersi con decisione sulla via delle sanzioni. Facile immaginare come al premier italiano verrà posta la questione di un allineamento verso la posizione di Washington dopo l’annessione della Crimea alla Russia, al fine di comporre un quadro euroamericano d’insieme per scoraggiare Vladimir Putin dal tentare una seconda volta avventure militari come quella andata in scena in Ucraina.

PROSPETTIVE E CONTINUITA’
In secondo luogo un interesse spiccato da parte americana prende il nome di continuità. Come riporta La Stampa di oggi, le parole della portavoce della Casa Bianca Caitlin Hayden rimandano al concetto di continuità. Continuità sui dossier strettamente legati alla collaborazione nella difesa e nella sicurezza (quindi anche sugli F-35), nel presidio dell’Afghanistan e dei fronti caldi situati nel nord Africa, come Libia ed Egitto. Un passaggio quello relativo alla condivisione delle risorse e delle strategie a livello comunitario, su cui il governo è chiamato ad un’accelerata. Se fino ad oggi sono stati compiuti progressi di carattere organizzativo all’interno del trasporto aereo e della sicurezza marittima, – così come ha spiegato il ministro della Difesa Roberta Pinotti in occasione del convegno presso l’Ufficio del Parlamento europeo di Roma dai parlamentari dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici, intitolato “Il futuro della difesa europea: dal Consiglio Ue di dicembre al semestre di presidenza italiano” – , da oggi occorre un passo in più: ovvero nell’opera di persuasione di una cittadinanza propensa a ricercare nel comparto militare le risorse per le politiche economico-sociali.

LIBRO BIANCO
Per questi motivi il governo è pronto a pubblicare una sorta di “Libro Bianco” sui dossier relativi ai nuovi scenari internazionali. Facile immaginare come all’interno di quell’elenco troveranno spazio i dibattiti sugli stanziamenti per le strutture e per i programmi militari, su cui le intenzioni di mister spending review Carlo Cottarelli sono apparse determinate nella direzione dei tagli. Un passaggio che, prima di essere completato analiticamente, necessita di quelle valutazioni post vertice Obama-Renzi che saranno decisive non solo nel breve periodo dell’attuale esecutivo, ma soprattutto nel medio-lungo periodo circa il ruolo dell’Italia in un Mediterraneo ancora senza un’euro visione politica unitaria.

Fonte: Formiche del 23/3/14

Perché la Turchia in crisi mostra i muscoli alla Siria

Tensione in ascesa ad Ankara, visti i venti di guerra tra Siria e Turchia, con il caccia di Damasco abbattuto da Ankara e l’instabilità – pericolosa per l’intero Medio Oriente – dettata delle mosse di Recep Tayyip Erdogan, come la censura ad alcuni social network. Dopo Libia e Egitto, un altro fronte caldo si apre nel Mediterraneo con l’economia turca in crisi, dopo che il progressivo aumento del Pil dal 2000 ad oggi sta registrando un preoccupante stop.

IL FRONTE SIRIANO
Ultimo in ordine di tempo il già citato incidente di due giorni fa, quando un caccia aereo militare siriano è stato abbattuto dalla difesa antiaerea turca mentre bombardava un gruppo di ribelli che cercava di prendere il controllo di un valico di frontiera nel nord est del Paese. Il premier Erdogan, azzoppato da alcuni scandali e da uno scontro tutto intestino con l‘amico-rivale Gul, ha subito sottolineato che “la nostra risposta sarà forte se si viola il nostro spazio aereo”, oltre ad elogiare senza mezzi termini l’armata turca per aver abbattuto l’aereo siriano. Ma Damasco sostiene che Ankara si è resa protagonista di un’aggressione militare “ingiustificata e senza precedenti”.

VENTI DI GUERRA?
Ma cosa sta accadendo nell’area di Kassab, nel nord della provincia di Latakia, vicino al confine con la Turchia? I ribelli jihadisti hanno lanciato un’offensiva contro le forze lealiste. Passaggio sul quale si registra anche la presa di posizione della Comunità Armena di Roma, secondo la quale con il pretesto della guerra civile in Siria “il governo turco prosegue, ora come cento anni fa, la politica di aggressione contro le locali comunità armene”. Gruppi paramilitari turchi avrebbero attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti di quegli armeni che sfuggirono al genocidio del 1915.
Un sacerdote armeno, parroco in Kessab, attraverso la sua pagina Facebook ha postato la notizia che due giorni fa, alle 6 del mattino, la città sarebbe stata bombardata da parte di gruppi paramilitari turchi e la popolazione del paese (1500 anime) sarebbe fuggita verso Latakia (a circa 60 km da Kessab). E Kessab sarebbe finita così nelle mani delle milizie turche.

APPELLO ALL’ONU
Come ha scritto il Kessab Educational Association di Los Angeles in una nota ufficiale rivolta al numero uno dell’Onu, Ban Ki-Moon, si chiede l’intervento immediato delle Nazioni Unite in Siria per proteggere la vita dei cristiani di minoranza armena a Kessab. Al momento impazza una battaglia nel nord-ovest della Siria al confine con la Turchia. L’antica città cristiana armena di Kessab e le sue frazioni (con una popolazione di 3.500 abitanti) sarebbero state attaccate venerdì 21 marzo da cecchini e bombe. Gruppi paramilitari turchi avrebbero attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti degli armeni sfuggiti al genocidio del 1915.

STRATEGIE E PROSPETTIVE
Ciò potrebbe rendere la zona un altro fronte caldo in quella porzione di territorio a cavallo fra Europa e Asia. Un’eventualità da scongiurare secondo la comunità internazionale, compresa l’Italia, già chiamata a dirimere la questione libica ed egiziana, in primis per le oggettive difficoltà che l’intera area registra anche in relazione all’epicentro vero di un possibile “sisma”: l’economia turca.

CRISI IN TURCHIA?
Se dal 2000 ad oggi si è avuta una crescita costante del 5% del Pil, è altrettanto vero che i numeri di Ankara offrono un’analisi diversa. Le proteste di Gezi Park dello scorso giugno prendevano spunto dal “no” alla costruzione di un nuovo centro commerciale da parte del governo. L’edificazione del terzo aeroporto di Istanbul è in stand-by per via di una serie di analisi che non consentono al Paese ulteriori esposizioni con le banche, visto e considerato, così come si sussurra in molteplici ambienti finanziari, che gli istituti mediorientali, fino ad oggi prodighi di crediti con Ankara, avrebbero deciso per uno stop. In più la crisi personale e politica che sta investendo Erdogan è un evidente deterrente. A questo si sommano un video compromettente che starebbe per essere diffuso con il premier in compagnia dell’ex miss Turchia e gli scandali mai sopiti del circuito legato a politica e interessi edilizi che hanno coinvolto Erdogan e anche suo figlio tramite una ong. Su tutto ciò aleggiano le elezioni amministrative alle porte, accanto allo scontro ormai aperto con il presidente della Repubblica Abdullah Gul, deciso a staccare la spina al vecchio compagno di partito. Elementi che potrebbero segnare la fine politica del tre volte premier.

Fonte: Formiche del 24/3/14
twitter@FDepalo

Il medioevo della troika e un nuovo 25 marzo

Che 25 marzo sarà questo per la Grecia? Una festa nazionale non è solo l’occasione per organizzare parate e far prendere un po’di aria a belle casacche e abiti d’epoca. La Grecia del 2014, quella che il governo presenta come fuori dalla crisi, è un paese sventrato, dove i diritti sono diventati secondari, dove i ricchi sono diventati sempre più ricchi -nonostante la troika- e i poveri sempre più poveri, dove la classe media sta sparendo e dove nessuno dei responsabili del crac ha pagato fio. Dove l’industria non esiste più, al suo posto una colonizzazione di chi, forte di una legge che si chiama memorandum, è legittimato ad assumere lavoratori a 400 euro al mese.Era questa la grande aspettativa di chi scelse sic et simpliciter un’alimentazione e idratazione forzata da parte dei creditori internazionali? 

Era questa l’infrastruttura valoriale comunitaria che gli strateghi di Bruxelles hanno costruito dimenticando di finire quel ponte che oggi conduce solo all’Ade? Ma se Bruxelles piange, Atene non ride. L’insipienza e l’incapacità di una classe dirigente che per trent’anni ha essa stessa fatto razzia di tutto e di tutti, oggi appare come un vessillo di salvezza, ma solo agli occhi di certa stampa embedded.La realtà dice che quasi il 20% dei greci è in povertà, con il 60% che dichiara di fare economia sul carrello della spesa e con i ristoratori che lasciano un po’di cibo invenduto fuori dalla saracinesca, una volta chiusa, dopo una giornata di lavoro. Ecco la fotografia dell’avanzo primario sbandierato con orgoglio dal governo. 

Ma dimenticando che quel miliardo e mezzo di euro che Atene rispedisce a Bruxelles come nuovo bigliettino da visita di rigore e austerità, è stato pagato da diritti svaniti e dalle sofferenze degli ultimi.Buon 25 marzo a tutti greci nel mondo, non a chi ha apposto la firma su un Medioevo che fatica a farsi Rinascimento.

300 assurdità: perché svilire la storia al cinema?

Rispetto, racconto, stile: la storia non è un prodotto commerciale che va (s)venduto al supermercato o, peggio, al discount. Piuttosto un’icona da maneggiare con cura, indossando guanti gialli e di velluto, meglio se in cachemere. Senza svarioni o sbavature, portando il rispetto che si deve, senza ingessarlo di un certo conservatorismo stantìo. Ma neanche svilirlo con fiotte di sangue che neanche dall’Etna si sono mai viste, o con forzature degne più di un videogioco cripto-nipponico che di una rivisitazione cinematografica di una pietra miliare della storia antica.“300, l’alba di un nuovo impero“, tratto dall’ultimo romanzo a fumetti di Frank Miller, è la storia parallela all’epica battaglia delle Termopili, dove il sacrificio dei 300 spartiti impedì a Re Serse di sfondare le porte di fuoco e di invadere l’Occidente. 

Ma questa volta di eroismi e figure da inserire di forza nel Pantheon valoriale ce ne sono poche, dal momento che la battaglia di Capo Artemisio viene raccontata puntando su carica erotica, su una donna muscolosa e rigurgitante, ma senza il fascino e soprattutto lo stile che si deve ad uno dei curvoni più significativi della storia. Facendo invece solo del wrestling.Altro spessore era stato “300“, ottima ricostruzione di Leonida, seppure con dettagli storici da rivedere, ma puntando le fiches sull’eroismo allo stato puro, su un valore condiviso di comunità, dove il sacrificio di uno vale un bonus di sopravvivenza alle generazioni future. Insomma, il germe comunitario tanto caro alla polis di ieri, che dovrebbe essere ripreso come pungolo per gli stati-membri che, oggi, faticano tremendamente a tenere unita la tela di un’Europa sempre più in bilico tra un Serse chiamato euro e un Leonida che purtroppo ancora non c’è.

Premio Leibniz del 2013? L’ha vinto un greco. Ecco come metterlo a frutto per il suo Paese

A 44 anni, Larisaios Vasilis Ntziachristos, Professore presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera, ha vinto il Premio Leibniz del 2013, il “German Nobel” e grazie a un nuovo metodo di coltivazione delle cellule tumorali in un laboratorio innovativo. Un risultato che colloca lo scienziato di diritto nell’elites scientifica internazionale, per via di innovativi fasci di luce e di ottiche iper tecnologiche con cui è riuscito nella sua impresa.

Ma al di là della preziosa coccarda che gli è stata assegnata nella rigorosa e diffidente Germania, ecco un altro elemento che intreccia la ricerca universitaria al mercato per lo sviluppo economico. La nuova “chiave” è il termine Uni-impresa (la sintesi di due termini come università e impresa), creato su spunto dell’agenzia DAAD, la più grande organizzazione tedesca che promuove la cooperazione accademica internazionale. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con il Technische Universität di München e le università greche Aristotele e Creta. Ma che cos’è l’Uni-impresa? Descrive la sintesi raggiunta dalle università sullo sfruttamento delle conoscenze prodotte: si tratta dell’occasione più importante di sviluppo che ha il paese. In una prima fase è essenzialmente l’inizio di un dibattito sulla creazione di regole e incentivi che permettono all’università greca di non essere uno spettatore passivo nei confronti dei problemi economici del paese, facendola invece diventare il suo principale attore.

Quasi un lustro dopo l’inizio della spirale economica che ha condotto l’Ellade a un passo dal default, inizia finalmente a circolare il termine sviluppo tra chi proprio non ha voglia di abbattersi o di mollare tutto e fuggire lontano dall’Egeo. Alcuni imprenditori, in collaborazione con le maggiori università, hanno avviato tavoli analitici e dibattiti su come stimolare nuove idee e quindi una seppur minima ripresa, nella consapevolezza che non si può vivere di soli prestiti della troika. Ed ecco che una buona scoperta scientifica, come appunto quella del vincitore del Nobel teutonico sulle cellule tumorali, può essere sviluppata armonicamente ma solo se si riuscirà a strutturare una rete, tra idea, atenei e imprese. Un po’ quello che, con successo, è stato fatto in Corea e Israele, che in due decenni da Paesi a forte sviluppo agricolo si sono trasformati in centri di produzione di nuove tecnologie applicate a svariati ambiti.

Una prima sarà quindi nella direzione di creare reti di impresa fra le Pmi, individuando aree di ricerca specifiche che rispondono alle potenzialità e all’importanza strategica della Grecia come ad esempio le nuove tecniche per l’energia solare, dal momento che il sole è presente (e forte) in loco praticamente tutto l’anno. E da quel bagaglio avviare la costruzione “industriale” di quell’idea. Perché l’esempio di Ntziachristos non resti un caso isolato.

Twitter@FDepalo

giovedì 6 marzo 2014

Europa: verso una guerra civile?

Ha scritto Zygmunt Bauman che “l’Europa non è un tesoro che va scoperto ma una statua che deve essere scolpita”. La consapevolezza che gli spunti dei padri fondatori, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Altiero Spinelli siano stati ampiamente disattesi si è tramutata, nell’ultimo triennio, in drammatica contingenza, dal momento che l’infrastruttura continentale, così com’è, non solo non funziona ma poco investe sulla propria futura sopravvivenza. Facile immaginare come, prima diretta conseguenza, sia lo scollamento da parte dell’elettorato che non si riconosce e non crede più nell’idea di Unione. Con il probabilissimo exploit il prossimo maggio di formazioni politiche euroscettiche e contrarie alla moneta unica. Ma dire “no” allo status quo non può essere sufficiente, nel rispetto di idee e spunti: occorre un passo in più. Accendere la luce, anziché maledire il buio.

Quando il premier italiano dice che i “conti vanno messi a posto non per l’Ue ma per i nostri figli”, dimentica forse di aggiungere che senza un serio e disciplinato regime di controlli sui provvedimenti attuati dai ministri dell’economia dei paesi membri, i casi ellenici potranno solo moltiplicarsi. Il default greco è figlio di trent’anni di politiche miopi, economiche e industriali, e della cura totalmente sbagliata che la troika ha scelto di propinare al malato di Atene, oggi alimentato e idratato forzatamente da Berlino e Bruxelles. Per cui ancora una volta chi ha sbagliato non è stato chiamato a rispondere delle proprie condotte, che sia governo centrale comunitario o periferico membro. Mentre oggi l’amara cicuta è propinata ai cittadini ellenici, e chissà, domani, a quelli degli altri Paesi Piigs, già privati di un pezzo della sovranità nazionale.

Per cui due sono gli elementi che la prossima Commissione Europea è invitata a tenere in debita considerazione e a issare come pungolo per il futuro mandato: una seria e credibile rivisitazione dei parametri economici che, accanto ad un moderato rigore non sviliscano le politiche di ripresa, nella consapevolezza che senza un consumo interno non vi è possibilità di stimolare l’occupazione; una rivoluzione galileiana circa il concetto di uomo come primo esponente e componente della famiglia continentale.

Il rischio Weimar, oggettivamente già presente in Grecia, è un batterio che progressivamente, in assenza di modifiche radicali alla governance europea, non potrà che espandersi pericolosamente trovando terreno fertile lì dove le disuguaglianze sociali sono più evidenti. E per sfatare un tabù, è utile ricordare che in Grecia un terzo delle Pmi si trova oggi nello sgradevole e impensabile status di nuovi poveri: essendosi fermato il circuito produttivo nazionale, anche le aziende hanno seguito il destino di operai e manovali. Restando senza occupazione.

Un elemento su cui investire risorse ed energie mentali si direziona in un doppio ruolo: un ministro per l’Euromediterraneo che ci si augura il governo Renzi vorrà introdurre e un Commissario europeo che non si limiti a prendere atto di tragedie Mediterranee come l’immigrazione lasciata sulle spalle di Lampedusa o la cattiva gestione della globalizzazione, con i prodotti del made in Italy sviliti sull’altare di accordi palesemente controproducenti per il nostro Paese. Ma che, nel rispetto di leggi, regolamenti e direttive, si sforzi di creare realmente una base di convivenza dove non ci siano asini ma neanche primi della classe che schiacciano tutti gli altri.

Immaginare una business community del Mesogheios, supportata dalla banca Euromediterranea, potrebbe essere una prima concreta azione su cui far convergere posizioni e azioni. L’Italia ha la possibilità di far valere quella presenza in “trincea” dal momento che condivide le medesime sofferenze con gli altri paesi che lì si affacciano, essendo un molo naturale naturalmente piazzato in quel grande lago salato che è il Mediterraneo.

Se l’eurocrisi sarà l’occasione per immaginare nuovi scenari lo scopriremo già in occasione del semestre di presidenza europeo. Ma solo uscendo mentalmente dal binomio muscolare germanocentrismo-austerity sarà possibile rimodulare non ideologicamente memorandum e trattati dell’euro, nella consapevolezza che la moneta troppo forte così come è ora, accanto a un debito pubblico monstre e a un vecchiume amministrativo, ci porta sui binari greci. E al rischio di una guerra civile europea di cui in troppi, oggi, sottovalutano portata e imprevedibilità.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 5/3/14

Governo Renzi, manca un ministro dell’Euromediterraneo

Renziani e non renziani devono fare il tifo per questo esecutivo, l’alternativa sarebbe l’oblio, ha detto qualche giorno fa Massimo Cacciari. In parte può essere un assunto condivisibile, per una serie di ragioni. Perché la politica ha terminato i bonus con l’elettorato ormai sempre più ridotto a mero spettatore; perché le imprese chiudono come funghi e delocalizzano alla faccia del made in Italy; perché i cassintegrati aumentano e le commesse diminuiscono; perché i “patti” sull’asse Bruxelles-Berlino stanno già condizionando il neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan tentato dalla patrimoniale che potrebbe, per questo, avere poco spazio di manovra; perché mentre la sponda pacifica del pianeta corre il vecchio continente, fatta eccezione per Berlino, arranca e si avvicina pericolosamente ai trend greci; perché è tempo di cambiare, e dopo il Medioevo 2.0 non può che esserci un eurorinascimento mediterraneo.

Ma proprio per tutte queste ragioni due “buchi neri” nella lista dei ministri sono incomprensibili: il Mezzogiorno e l’Europa, ovvero i due fronti di guerra dove si decideranno i destini del Paese. Un grande meridionalista come Francesco Saverio Nitti anni fa osservava che “il problema della libertà e l’avvenire dell’unità, sono ora nella soluzione del problema meridionale”. Una constatazione che, in tempi di rottamazione e rivoluzioni, non può che essere il faro per una impostazione amministrativa veramente innovativa. Che parta, magari, dal buco nero delle municipalizzate, che privatizzi lì dove la mano pubblica ha lasciato solo debiti, che liberalizzi con cognizione e non con foga, per evitare quell’ircocervo di conflitti di competenze tra stato centrale e Regioni che la ventilata riforma del Titolo V potrebbe stanare.

Ma l’assenza di uno spunto verso quel meridione che dovrebbe essere l’epicentro del cambiamento non è un segnale incoraggiante, al pari dei silenzi sulle mafie di cui non è stato fatto cenno, né dal ministro della Giustizia né da quello dell’Interno. 
Altro nodo l’Europa. In molti temono un’escalation delle formazioni anti-moneta unica il prossimo maggio in occasione delle elezioni europee, le più euroscettiche che il vecchio continente ricordi, ma la politica che si dice alta, democratica ed europeista cosa sta facendo per far tornare i cittadini a sentirci parte della casa comune immaginata da Spinelli, Adenauer e De Gasperi?

Auspicare un ministro dell’Euromediterraneo non sarebbe solo uno slogan buono, forse, solo per qualche tweet. Ma un fatto concreto e maledettamente utile.

sabato 22 febbraio 2014

Perché l’eroe d’Europa è greco

Eroe d’Europa o errore d’Europa? Il simpatico teatrino semantico ha accompagnato un ragionamento ad ampio raggio tra il crac di Lehman nel 2008 e il primo riverbero nel vecchio continente con il quasi default ellenico, che in uno scenario altamente indicativo come il Centro Studi Americani di Roma è stato affrontato da vari “punti cardinali”. La visione nord europea, con la difficoltà di quei cittadini di serie A nel comprendere perché prestare denaro a chi non è e non sarà in grado di restituirlo; la versione mediterranea, con la massiccia consapevolezza che proprio per non avere più né somari né primi della classe che schiacciano gli altri, occorre un nuovo euro-rinascimento che parta dalle intellighenzie; e la visione di chi immagina un punto di rottura nelle prossime elezioni europee di maggio, quando i partiti anti euro e anti Ue potrebbero ottenere un risultato clamoroso, costringendo l’intero sistema ad evolversi.

Greco-eroe d’Europa (Albeggi edizioni) non è solo il titolo del mio libro che è stato presentato ieri nel prestigioso istituto americano a Roma, ma è un auspicio, con tanto di prove date dalla storia, recente e lontana. Ha scritto Zygmunt Bauman che «L’Europa non è un tesoro che va scoperto ma una statua che deve essere scolpita». I greci sono un popolo assolutamente peculiare. Non amano essere comandati, non possono subire inquadramenti rigidi, non hanno un ordine mentale prestabilito. Vivono di impulsi, di slanci, di attriti, di faide, di campanilismi, così come la storia ci ricorda. Guardare ai fatti di ieri per decifrare quelli di oggi può risultare un esercizio utile per snocciolare cosa si nasconde effettivamente nell’animo greco.

Lì dove per un momento sembra che regni solo il caos di problematiche o la confusione di soluzioni si possono scorgere invece i contorni della chiave per aprire il libro delle risposte. Gli esempi di eroismi, del passato lontano e più recente, servono per radiografare la mentalità ellenica che fin qui nessuno ha analizzato, fermandosi solo a trattare Pil, spread o quantificazioni dei debiti. Invece non è solo con dati alfanumerici o previsioni di bilancio che si può spiegare questa grande crisi che non è meramente ellenica. Sbagliato e controproducente non capire come dall’Egeo sia partito il segnale di allarme per un’intera visione che semplicemente oggi non si sposa più con i parametri di questo mondo. Giorgio La Pira, politico italiano, sindaco di Firenze, terziario domenicano, ebbe a dire: «Nel destino del Mediterraneo, la tenda della pace» quasi a voler intendere che la risposta è nel mare nostrum, non per una volontà romantica o per un tentativo meridionalistico di risolvere i nodi, bensì perché fisiologicamente non può che essere quello il baricentro di un continente che per la smania di dati e trend ha perso la meta più preziosa: una visione.

E allora quali le nuove lenti da inforcare per “leggere” le pagine che fin qui in moltissimi hanno scelto di ignorare? Le storie di coraggio degli eroi ellenici, da Leonida a Glenzos, da Vaxevanis a Markaris, possono essere un’occasione per scardinare silenzi e cecità, per mettere un po’ di sale lì dove la ferita brucia di più: per prendere coscienza di come siano gli uomini, e non i numeri, a contenere al proprio interno la meta agognata che nessuno ha ancora raggiunto.

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lunedì 17 febbraio 2014

Alexis Tsipras: fate largo allo scompaginatore euromediterraneo

Quando nella primavera del 2012 seguivo alla radio greca ERT (quella che la troika ha chiuso) gli exit poll per le elezioni che si erano tenute in quelle ore drammatiche, per la Grecia e l’intera eurozona, nell’aria c’era un forte profumo di gelsomino. Mi trovavo nella Piana delle Termopili e una ventata di aria fresca spirava ogni qual volta un ragazzo pallido, ma con la faccia comune e pulita, teneva i suoi comizi: dal Peloponneso alla Calcidica, passando dalle infuocate piazze di Atene, che di lì a pochi mesi avrebbero visto persino il grande compositore Mikis Teodorakis impegnato nel lancio di yogurt contro il Parlamento piegato alla troika.

Alexis Tsipras, che l’Italia ha favorevolmente scoperto da qualche mese, la sua rivoluzione già l’ha fatta due anni fa, patendo dal 3% di consensi e arrivando a far tremare lo storico partito socialista del Pasok, giunto oggi al minimo di tutti i tempi: 6%. Chissà cosa direbbe il vecchio Andreas Papandreou senior, padre-padrone della Grecia per quattro lustri, equilibrista al di qua e di là degli oceani, e compagno di partito di Kostas Simitis, il professore che ha traghettato la Grecia dalla dracma all’euro, con i risultati che sappiamo. E contando, in quel pool di super esperti, anche sulla preziosa collaborazione dell’allora giovanissimo Ioannis Stournaras, nel frattempo diventato ministro dell’Economia sotto la troika che governa oggi Atene e in procinto di occupare la poltrona più alta della Banca di Grecia.

I detrattori dell’operazione Tsipras asseriscono che comunque in quel caos che è oggi l’Ellade qualsiasi agitatore di piazza avrebbe avuto il proprio palco, ben illuminato di luci e di flash. Errore. Perché anche altri, con mezzi differenti e poco democratici, hanno tentato la strada del populismo pubblicitario, con un epilogo differente. Nessuno sa al momento quante reali chanches ha Tsipras di vincere la sua corsa “euro mediterranea” di maggio, né si può scommettere una dracma (sì, in questo caso meglio il vecchio conio del classico cents. di euro) su come finirà la nuova battaglia delle Termopili 2.0 che la Grecia tutta sta combattendo: da sola, senza armi e scudi, fronteggiando il nuovo esercito di Serse che prende il nome di troika. Una cosa però è acclarata: i cittadini europei, anche quelli di serie A che risiedono sopra le Alpi, stanno iniziando a preoccuparsi e a riflettere in quale diavolo di girone infernale siano finiti. Anche chi presta denaro è dubbioso sulla capacità di averlo indietro. Era questa la casa comune continentale immaginata da Spinelli, Adenauer, De Gasperi? No, tutt’altra.

Come ha scritto Jean Starobinski, critici sono quei giorni in cui una patologia evolve verso la guarigione o la degenerazione. La Grecia è idratata e alimentata forzatamente da Bruxelles e Berlino, nonostante sia un vegetale, condannata a pagare in eterno un debito che tutti sanno non sarà in grado di onorare. E’come se, tornando al 480 aC, Serse non solo avesse vinto facilmente contro Leonida, ma poi fosse passato indenne a Salamina e Platea, condannando Ellade ed Europa ad un giogo millenario. Alla fine della fiera forse non ci avrebbe poi guadagnato granché.

La luce in fondo al tunnel? Al netto di nomi e sigle, un concetto: urge un rinascimento euro mediterraneo che parta dalle intellighenzie, che si sviluppi attraversi i canali civici e culturali, e prenda il bastone di comando strappandolo con vigore a chi sta affossando carni e volti. Anziché maledire il buio, recita un detto cinese, accendere una candela. La prima fiammella l’ha piazzata un ragazzo nato ad Atene il 28 luglio di un caldissimo 1974. Il tempo dirà se resisterà alle folate di vento teutonico.

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domenica 16 febbraio 2014

Quando Atene comprava carri armati inutili con le tangenti tedesche

Da un lato Berlino impone alla Grecia memorandum lacrime e sangue e tagli praticamente a tutti i settori, dall'altro «caldeggia» l'acquisto miliardario di tank e sommergibili.
È quanto emerge dalle ricostruzioni che l'ex direttore della Difesa ellenica, Antonis Kantas, sta fornendo ai magistrati che indagano su un vorticoso giro di tangenti sull'asse Berlino-Atene, che gli avrebbero fruttato svariate mazzette per l'acquisto di carri armati tedeschi nel 2001.
Nel «Pentagono ellenico» un funzionario come Kantas avrebbe accumulato circa 19 milioni di dollari in un lustro, secondo quanto riportato dal New York Times. Ecco che dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre in Grecia con sullo sfondo anche 170 carri armati Leopard, per i quali Kantas avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco ma di cui poi il Paese non avrebbe neanche acquistato i proiettili, in un trionfo di corruzione improduttiva di proporzioni macroscopiche. Il tutto emerge nelle stesse ore in cui i dati dell'Ue si soffermano sui 60 miliardi della corruzione italiana senza che quei numeri siano però confermati dalla Corte dei Conti e non menzionando incredibilmente il sistema ellenico che Kantas sta svelando agli inquirenti.
Il funzionario dovrà rispondere di riciclaggio di denaro, condotta fraudolenta ai danni dello stato greco, corruzione e falso ideologico. È la prima volta che, dall'interno del sistema, un ingranaggio decide di collaborare, a quasi due anni dall'arresto di Akis Tzogatzopulos, ex ministro della Difesa e braccio destro di Andreas Papandreou, padre padrone socialista della Grecia per vent'anni. Dal maggio 2012 è agli arresti accusato di tangenti per la fornitura di armi, che avrebbe riversato in società off-shore per almeno 100 milioni di euro. E contribuendo ad allargare a macchia d'olio il buco strutturale nelle finanze elleniche che ha causato l'intervento della troika.
Ma è il racconto di quelle tangenti a colpire per esosità di risorse e facilità con cui i funzionari greci dicevano sì ai commercianti tedeschi. Come quando Kantas ha ammesso dinanzi ai magistrati di aver incassato talmente tante tangenti da non ricordarne più dettagli e importi precisi. O come quando, in occasione di quei tank, di fronte alle iniziali perplessità di Kantas, il suo interlocutore gli avrebbe lasciato sul divano dello studio una borsa con 600mila euro in contanti, su un acquisto complessivo di 2,3 miliardi.
Dalle deposizioni emerge, oltre al reato in sé, l'oltraggio con cui i corruttori esercitavano pressioni per corrompere il funzionario di un Paese che acquistava armi contraendo prestiti che in seguito, così come si è visto, non sarebbe stato in grado di onorare. Svariati erano gli emissari che bussavano alla sua porta: tedeschi, francesi, svedesi, olandesi che negli ultimi dieci anni hanno venduto alla Grecia armi per la folle cifra di 68 miliardi dollari. Vi sarebbero anche caccia bombardieri senza sistema di guida elettronico e pagati più di 4 miliardi di euro, oltre a sottomarini rumorosi che non sono ancora ultimati e riposano nei cantieri Skaramangas fuori dal Pireo, il porto ateniese. Senza dimenticare un altro sommergibile con un gravissimo difetto al timone (pendeva a destra) che il governo ordinò da Berlino. Inoltre al culmine della crisi, quando non era chiaro se la Grecia sarebbe uscita dall'eurozona, il Parlamento approvò irresponsabilmente il pagamento di 407 milioni di dollari per i sommergibili tedeschi.
Ma come si è giunti a Kantas? Punto di partenza è la Lista Lagarde, l'elenco di illustri evasori ellenici da cui venne fuori che due impiegati di una grande banca tedesca e altrettanti di una francese avevano il compito di «ricevere» fondi neri dalla Grecia, che giungevano in loco in enormi valige zeppe di denaro contante. Da quella lista, dove ci sono svariati ministri, politici, imprenditori e giornalisti, vanno depennati quattro nomi: l'ex ministro Leonidas Tzanis, trovato nella sua casa di Volos impiccato nell'ottobre del 2012; l'ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato e sotto processo; il mercante d'armi e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d'albergo lo scorso anno; e l'ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. Due in manette e due passati a miglior vita. Almeno per ora.

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giovedì 13 febbraio 2014

Quando Atene comprava carri armati inutili con le tangenti tedesche

Da un lato Berlino impone alla Grecia memorandum lacrime e sangue e tagli praticamente a tutti i settori, dall'altro «caldeggia» l'acquisto miliardario di tank e sommergibili. È quanto emerge dalle ricostruzioni che l'ex direttore della Difesa ellenica, Antonis Kantas, sta fornendo ai magistrati che indagano su un vorticoso giro di tangenti sull'asse Berlino-Atene, che gli avrebbero fruttato svariate mazzette per l'acquisto di carri armati tedeschi nel 2001.
Nel «Pentagono ellenico» un funzionario come Kantas avrebbe accumulato circa 19 milioni di dollari in un lustro, secondo quanto riportato dal New York Times. Ecco che dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre in Grecia con sullo sfondo anche 170 carri armati Leopard, per i quali Kantas avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco ma di cui poi il Paese non avrebbe neanche acquistato i proiettili, in un trionfo di corruzione improduttiva di proporzioni macroscopiche. Il tutto emerge nelle stesse ore in cui i dati dell'Ue si soffermano sui 60 miliardi della corruzione italiana senza che quei numeri siano però confermati dalla Corte dei Conti e non menzionando incredibilmente il sistema ellenico che Kantas sta svelando agli inquirenti.

Il funzionario dovrà rispondere di riciclaggio di denaro, condotta fraudolenta ai danni dello stato greco, corruzione e falso ideologico. È la prima volta che, dall'interno del sistema, un ingranaggio decide di collaborare, a quasi due anni dall'arresto di Akis Tzogatzopulos, ex ministro della Difesa e braccio destro di Andreas Papandreou, padre padrone socialista della Grecia per vent'anni. Dal maggio 2012 è agli arresti accusato di tangenti per la fornitura di armi, che avrebbe riversato in società off-shore per almeno 100 milioni di euro. E contribuendo ad allargare a macchia d'olio il buco strutturale nelle finanze elleniche che ha causato l'intervento della troika.
Ma è il racconto di quelle tangenti a colpire per esosità di risorse e facilità con cui i funzionari greci dicevano sì ai commercianti tedeschi. Come quando Kantas ha ammesso dinanzi ai magistrati di aver incassato talmente tante tangenti da non ricordarne più dettagli e importi precisi. O come quando, in occasione di quei tank, di fronte alle iniziali perplessità di Kantas, il suo interlocutore gli avrebbe lasciato sul divano dello studio una borsa con 600mila euro in contanti, su un acquisto complessivo di 2,3 miliardi.

Dalle deposizioni emerge, oltre al reato in sé, l'oltraggio con cui i corruttori esercitavano pressioni per corrompere il funzionario di un Paese che acquistava armi contraendo prestiti che in seguito, così come si è visto, non sarebbe stato in grado di onorare. Svariati erano gli emissari che bussavano alla sua porta: tedeschi, francesi, svedesi, olandesi che negli ultimi dieci anni hanno venduto alla Grecia armi per la folle cifra di 68 miliardi dollari. Vi sarebbero anche caccia bombardieri senza sistema di guida elettronico e pagati più di 4 miliardi di euro, oltre a sottomarini rumorosi che non sono ancora ultimati e riposano nei cantieri Skaramangas fuori dal Pireo, il porto ateniese. Senza dimenticare un altro sommergibile con un gravissimo difetto al timone (pendeva a destra) che il governo ordinò da Berlino. Inoltre al culmine della crisi, quando non era chiaro se la Grecia sarebbe uscita dall'eurozona, il Parlamento approvò irresponsabilmente il pagamento di 407 milioni di dollari per i sommergibili tedeschi.

Ma come si è giunti a Kantas? Punto di partenza è la Lista Lagarde, l'elenco di illustri evasori ellenici da cui venne fuori che due impiegati di una grande banca tedesca e altrettanti di una francese avevano il compito di «ricevere» fondi neri dalla Grecia, che giungevano in loco in enormi valige zeppe di denaro contante. Da quella lista, dove ci sono svariati ministri, politici, imprenditori e giornalisti, vanno depennati quattro nomi: l'ex ministro Leonidas Tzanis, trovato nella sua casa di Volos impiccato nell'ottobre del 2012; l'ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato e sotto processo; il mercante d'armi e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d'albergo lo scorso anno; e l'ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. Due in manette e due passati a miglior vita. Almeno per ora.

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Crisi greca, la mossa disperata di Atene: una tassa sui chilometri percorsi in auto

Mentre il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble chiude definitivamente ad un possibile taglio del debito greco, così come era stato ventilato all’inizio dell’anno, il governo di Atene, d’intesa con la troika, s’inventa un altro assurdo balzello: la tassa sui chilometri. A partire dal 2015 uno speciale gps montato su ogni autovettura, quindi con un costo in più tra installazione e manutenzione, rileverà quanti chilometri percorrerà ogni cittadino nell’arco dei dodici mesi, così da corrispondere all’erario il dovuto.

Un’ulteriore partita di giro non risolutiva che si abbatte su cittadini e imprese, con riverberi precisi soprattutto tra i commercianti e tra chi utilizza il trasporto su gomma come attività lavorativa. Ma l’esecutivo di Antonis Samaras ha deciso di non prestare ascolto alle proteste delle categorie produttive e di cittadini stremati da tre memorandum, e prosegue per la sua strada, imitando l’Olanda: per cui da un lato potrà essere ridotta la tassa di circolazione del 30%, ma dall’altro sarà introdotto un nuovo sistema di tassazione che si baserà su un dispositivo di localizzazione satellitare installato su ogni veicolo greco. La tassazione sarà applicata alla circolazione su tutti i tipi di strade, dalle urbane alle autostrade, con un costo chilometrico per l’automobilista che varierà a seconda del tipo, del peso e del livello di emissioni del veicolo.

Di base, secondo le anticipazioni fornite dal ministero dei trasporti greco, la tassa fissa per ogni chilometro percorso da un’auto berlina sarà tre centesimi di euro. Il tutto mentre nel Paese lunedì sono andate in scena le proteste dei forconi ellenici, che hanno bloccato una serie di arterie stradali da Nord a Sud, (Serres, Pella, Egnatia, Atene) per lamentare il nuovo regime fiscale a carico di agricoltori e coltivatori ormai sul lastrico. Trentotto i posti di blocco nel Nord del Paese a Serres dove è stata anche occupata simbolicamente la sede della Bank of Piraeus e il raccordo anulare alle porte di Atene, con disagi al traffico. I forconi dell’Acropoli chiedono l’eliminazione dell’obbligo di contabilità per importi inferiori ai 40mila euro e lo sconto per quegli agricoltori che sono in mora con lo Stato perché non possono pagare tasse in quanto falliti o con debiti superiori agli incassi.

La riforma caldeggiata dalla troika impone invece altri balzelli e non intende fare sconti sul prezzo delle materie prime (come carburante per trattori). La protesta è partita a sole 48 ore da un altro fronte caldo, quello dei medici e dei sanitari statali che hanno incrociato le braccia contro il disegno di legge riguardante la riforma dell’ente nazionale per la Prestazione di servizi sanitari presentato dal ministro della Sanità Adonis Georgiadis. Sciopero di 24 ore con medici e lavoratori degli ospedali pubblici in piazza per una manifestazione convocata davanti al ministero della Sanità. Ma con il rischio che dal governo arrivi un altro muro di gomma, mentre nelle prossime settimane si annunciano nuove rivelazioni sugli scandali legati alle tangenti per la fornitura di armi con il coinvolgimento di esponenti di primissimo piano dell’esecutivo.

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giovedì 30 gennaio 2014

Il dramma dell'immigrazione in Grecia: quando la politica Ue fa default

Concorso di colpa greca nel naufragio? L'accusa è di quelle che lasciano senza fiato: la Guardia Costiera greca avrebbe, secondo alcuni testimoni, lasciato annegare alcuni migranti vicino l’isola di Famakonisi, così come risulta dalla ricostruzione dell'Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati. Un dramma nel dramma, che pochi giorni fa ha portato al naufragio di un barcone con una trentina di clandestini a bordo, con la polemica sui soccorsi che sta deflagrando in un Paese dilaniato dalla crisi e dai riverberi di un memorandum che, se da un lato lo ha condotto per il primo anno fuori dalla recessione, dall'altro ne ha sfiancato cittadini e diritti.

L'allarme è stato lanciato lo scorso 21 gennaio al largo dell'isola di Farmakonisi, da dove era stata individuata un'imbarcazione con un numero imprecisato di clandestini. Nel tentativo di condurre in porto la carretta del mare due immigrati sono caduti in acqua mentre gli altri, per vedere cosa stesse succedendo sulla barca, con il loro movimento hanno causato il ribaltamento del natante. Il personale del porto è riuscito a condurre in salvo 16 persone, mentre ne avrebbero ignorati 12. Ma al momento, nonostante ampie indagini, non sono stati individuati i clandestini mancanti. I 14 sopravvissuti sono stati trasportati in barca fino al porto di Farmakonisi e poi nella più grande isola di Leros, dove sono stati ospitati. Secondo quanto sostenuto dall’Unhcr, i testimoni sopravvissuti asseriscono che mentre la nave della Guardia Costiera tentava di trainare la barca a grande velocità verso le coste della Turchia, è accaduto il tragico incidente con il mare in tempesta. Con i migranti che imploravano aiuto, visto che nella barca c’erano molti bambini.

Le organizzazioni internazionali hanno condannato diverse volte negli ultimi quattro anni la pratica delle autorità greche per obbligare i migranti a tornare in Turchia, anche se proprio dalla frontiera turca lasciata “incustodita” sono transitate migliaia di braccia e volti riversate in Grecia. Sul punto le stesse chiedono che si faccia al più presto luce sulla dinamica dell'incidente, con la grande stampa europea che vorrebbe un'indagine indipendente sulle circostanze del naufragio e sulle paventate deportazioni degli immigrati clandestini in Turchia, di cui sarebbe accusata la guardia costiera ellenica. Già in passato alcuni residenti delle isole periferiche avevano riferito che i migranti in procinto di essere trasferiti nei centri di accoglienza dei porti non erano mai arrivati. Sulla barca da pesca erano presenti in 28, 25 afghani e 3 siriani, inclusi molte donne e bambini, di cui 16 migranti salvati dalle acque agitate dell'Egeo, mentre una donna e un bambino di 5 anni sono stati trovati morti vicino la costa turca, e altre 10 persone (2 donne e 8 neonati e bambini) dispersi. Ragion per cui dall’Unhcr ecco l'appello alle autorità greche di investigare sulle circostanze nelle quali si è verificato l’incidente e “su come è stato possibile perdere delle vite umane su una barca che veniva trainata”, così come si è chiesto Laurens Jolles, rappresentante per il sud Europa dell’Alto Commissariato.
Ma il naufragio di Farmakonisi rappresenta niente altro che la tragica spia di un macrodisagio sociale, quello dell'immigrazione nell'intera area euromediterranea di cui l'Unione europea per troppi anni si è disinteressata, con la Grecia lasciata sola a gestire, o meglio a non-gestire l'intera questione. La situazione al momento vede due milioni di extracomunitari presenti nel Paese, stando alle cifre ufficiali, ma che sarebbero molti di più per via di mancati controlli soprattutto nella frontiera settentrionale, quella che il partito xenofobo di Alba dorata vorrebbe chiudere piazzandovi mine antiuomo.

Ma come fare fronte comune per non mortificare la sfera dei diritti ed evitare tragedie come quelle andate in scena nell'Egeo? Una strada da percorrere potrebbe essere quella di coinvolgere i "vicini di casa" come Italia e Malta. Proprio alla Valletta in occasione di una visita ufficiale lo scorso ottobre, il premier ellenico Antonis Samaras aveva messo l'accento assieme al suo omologo Joseph Muscat, sul fatto che immigrazione e asilo fossero due temi da inserire prepotentemente nell'agenda del Consiglio europeo, in considerazione della massiccia ondata migratoria che dall'Anatolia si riversa costantemente in Grecia. E lo dimostra il fatto che pochi giorni dopo il dramma di Farmakonisi, la Guardia Costiera ha salvato altri 47 migranti a bordo di un barcone in avaria al largo dell'isola di Samos, nell'Egeo orientale. Segno che l'emergenza immigrazione in Grecia è all'ordine del giorno, mentre l'ente continentale preposto, il Frontex, è di stanza a Varsavia: lontano anni luce dall'epicentro del sisma umano.

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venerdì 17 gennaio 2014

Fmi, la delusione di Lagarde per la riforma che non c’è

Ecco perché Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, si è detta “delusa” dalla legge finanziaria statunitense approvata nella notte: non fornisce i finanziamenti necessari per la riforma della governance dell’istituzione auspicata da quattro anni.

STOP
La storica riforma del Fondo Monetario Internazionale, nelle intenzioni, avrebbe dovuto raddoppiare il peso dei Paesi emergenti oltre che le risorse oggettive. Ma il Congresso Usa non ha raggiunto il consenso sulle misure di rifinanziamento: esse sarebbero state propedeutiche alla ratifica della riforma del 2010 che ridisegna le quote e la governance dell’istituzione di Bretton Woods.

DELUSIONE
I negoziatori del Congresso hanno reso pubblico nella notte un testo monumentale, composto da ben 1.582 pagine, che dovrebbe evitare lo spettro di una nuova paralisi in seno all’esecutivo. Ma all’interno non vi è traccia della preziosa e auspicata erogazione di fondi che avrebbero permesso agli Stati Uniti di ratificare la riforma delle quote (di allocazione del capitale) del FMI. E, di conseguenza, la nuova governance. Un passaggio sul quale l’ex ministra del governo Sarkozy ha riversato un duro commento: “Sono delusa dal fatto che non sono state prese le misure necessarie per attuare questa importante riforma della governance“. E ancora: “Il mondo sta cambiando e noi siamo totalmente impegnati ad aiutare i nostri membri a finalizzare quanto concordato nel 2010 per garantire che il Fondo tenga il passo con i cambiamenti globali e affrontare le nuove sfide”.

IL POST DSK
Sotto la guida del suo CEO, all’indomani dell’uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn, il Fmi immaginò di adottare quella che sarebbe dovuta essere nelle intenzioni la più ambiziosa mossa riformatrice del Fondo sin dalla sua creazione negli anni del dopoguerra. Fissando anche un termine di attuazione che però è scaduto alla fine del 2012. Alcuni analisti si spingono a far coincidere questo ritardo con l’eurocrisi scoppiata in Grecia dal 2010, che ha visto proprio nel Fmi uno dei principali attori per la proposizione e l’attuazione del memorandum, seguito anche da Spagna e Portogallo, con nel mezzo il nuovo intervento della troika su Cipro del marzo scorso.

USA
Intanto negli Stati Uniti l’anno è iniziato con il pollice in su per via dei numeri sulla crescita. Sul tema pochi giorni fa si è detta ottimista la stessa Christine Lagarde al termine della sua visita in Kenya. Per cui il Fondo si appresta a rivedere al rialzo le previsioni di crescita economica globale. Nulla si sa sulle origini di tale decisione, inaspettata per via della contingenza generale del Fondo e dell’economia mondiale, ma più d’uno si spinge a sostenere che a seguito di numerosi bollettini al ribasso, è ragionevole che si avvicini la ripresa dei Paesi avanzati: un oggettivo e possibile controbilanciamento alla frenata delle economie sviluppate.

Fonte: Formiche del 14/1/14
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Financial Times contro la Troika: “Trio di burocrati non eletti amministra zona euro”

Dal fallimento delle élite industriali e politiche a quello del memorandum per Grecia e Paesi Piigs. Il Financial Times, in un fondo che ripercorre la storia del Vecchio Continente a un secolo esatto dalla prima guerra mondiale, certifica l’insuccesso della troika. Definita “un trio di burocrati non eletti che amministra la zona euro portando ad un aumento dell’estrema destra”. E sottolinea i tre “buchi neri” del mondo moderno. In primis la mancata comprensione delle conseguenze della liberalizzazione finanziaria. Rassicurati da fantasie fasulle, i mercati finanziari non solo hanno autorizzato ma anche incoraggiato la grande scommessa sul prolungamento del debito. Le élite che guida la politica non è riuscita ad apprezzare i rischi di un fallimento sistemico, osserva il quotidiano economico. Per cui le economie sono crollate, la disoccupazione è aumentata, il debito è esploso. In secondo luogo l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica che favorisce la plutocrazia: ovvero l’emersione di un’economia globalizzata e di una nuova élite economica i cui membri sono diventati sempre più distanti dai Paesi che li hanno prodotti. Durante questo processo, il collante che lega ogni democrazia, cioè la nozione di cittadinanza, scrive il Ft, si è indebolito. Con la conseguenza che l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica ha migliorato solo le tasche dei più ricchi, con ormai prossimo l’inizio di un deterioramento a lungo termine. Infine il terzo neo delle élite: il funzionamento dell’euro e i problemi connessi creati.

Le difficoltà delle economie colpite dalla crisi è evidente: grande recessione, disoccupazione altissima, migrazioni di massa e accumulo di debito pesante. Tuttavia è il disordine costituzionale della zona euro a essere poco conosciuto. Ed ecco l’attacco alla troika: all’interno della zona euro, scrive il quotidiano finanziario, la potenza è concentrata nelle mani dei governi dei Paesi creditori, in particolare la Germania, con un trio di burocrati non eletti, la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. I popoli dei Paesi colpiti non hanno alcuna influenza su di loro. I politici che sono responsabili non sono perseguibili e “questo divorzio tra responsabilità di qualsiasi nozione e governance democratica” produce una crisi non solo economica ma “costituzionale”.

E conclude che questi tre fallimenti sono sufficienti a sollevare dubbi circa le élite, che portano con queste scelte al crescente populismo e soprattutto al sentimento di xenofobia. Intanto in Grecia sulla lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che hanno portato in Svizzera circa 50 miliardi di euro, si registra una seduta del capo della criminalità finanziaria, Stelios Stassinopoulos, dinanzi alla commissione Istituzioni e trasparenza della Camera. In cui ha riferito che su 1700 file ne sono stati analizzati solo 266. L’ammontare totale di evasione è di 54 miliardi di euro, c’è perfino un cieco totale che ha portato via 10 milioni di euro. Quattro sono parenti dell’ex ministro delle finanze Georgios Papaconstantinou (che nei giorni scorsi ha detto “non sarò il solo a pagare”) con transazioni per totali sei milioni e trecento milioni.), oltre ad altri 3,7 milioni relativi a due nuovi volti. Ma Stassinopoulos, citando il segreto bancario, non ha dato prova di questi nuovi nomi. In attesa di giudizio anche Kostas Vaxevanis, il giornalista che per primo pubblicò la lista in Grecia nell’ottobre del 2012 e che per questo fu arrestato e processato per direttissima.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/1/14
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martedì 7 gennaio 2014

Non bastano le primarie per la visione della Bari 2.0

Il presente è ormai diventato egemonico, ha osservato il sociologo Marc Augé nel suo pregevole pamphlet “Che fine ha fatto il futuro”. Quasi per certificare come, l'assenza di una programmazione a lunga scadenza, rappresenti il vero nodo non solo sociale (per un popolo affetto da globalizzazione schizofrenica), ma anche politico. Dove si assiste all'infinito dibattito su nomi e sigle, alleanze e presunti accordi, sgambetti e veti incrociati, evitando accuratamente di accostare a quei volti e a quelle braccia un minimo di visione progettuale ariosa. La partita per le prossime elezioni comunali nel capoluogo pugliese ancora una volta si sta consumando su nomi e aggregazioni di sigle, non su programmi, idee e soprattutto su visioni lungimiranti. Un ulteriore campanello di allarme, drammatico, che suona ormai inascoltato, sommerso dalle grida delle polemiche da bassa cucina, con i consueti do ut des che molto spesso sono i protagonisti delle dinamiche locali, quando invece ci sarebbe da rimboccarsi le maniche per decidere, una volta per tutte, cosa si intende fare per la città. E farlo con una prospettiva decennale, non legata al numero legale del primo consiglio comunale futuro.

Se “sprovincializzarla” culturalmente armonizzando risorse in loco con le dinamiche commerciali continentali; se sfruttare una volta per tutte i dodici chilometri di lungomare così come si fa regolarmente in Spagna, Grecia, Croazia o se restare mesti titolari “passivi” di qualche metro cubo di acqua; se prevedere di costruire nuovi edifici pubblici e privati già energeticamente indipendenti, con materiali green e che siano punto di contatto “vivo” per i cittadini; se decidere in maniera commercialmente armonica che fare dello stadio San Nicola, se sfruttarlo con alla base una seria e credibile politica industriale o se proseguire nelle diatribe spicciole che non sfociano in fatti; se “fare rete” tra le crociere in arrivo in città da maggio a novembre e i nuovi turisti che, dal bacino araboasiatico del pianeta stanno per essere riversati in Italia, se il piano su Alitalia della compagnia Etihad dovesse andare in porto; se fare del tratto di strada da San Girolamo a San Giorgio una grande pista ciclabile a bordo acqua, così come per il centro londinese ha previsto l'eclettico sindaco Boris Johnson; se un Casinò nel teatro Margherita, con uno sviluppo commerciale a trecentosessanta gradi (acqua-attività connesse) ma nel rispetto dell'ambiente, sia possibile con l'intervento di partner stranieri; se i commercianti cittadini siano destinati ad essere semplici ricettori di decisioni politiche che li riguardano (come chiusure al traffico, regolamenti per le attività e quant'altro) o se dovranno essere coinvolti fattivamente.

Sono solo una serie di piccoli spunti e idee su cui le intellighenzie cittadine hanno l'obbligo di confrontarsi e, se necessario, scontarsi dialetticamente in una sorta di Agorà permanente, come poche volte in verità si è fatto. Ma soprattutto dimostrazione pratica che non saranno sufficienti le pur volenterose e democratiche primarie per delineare il perimetro di un'azione politica che disegni la Bari 2.0. Quell'assise popolare, positiva, sarà eventualmente solo il punto di partenza. Ma per affrontare un viaggio così lungo e laborioso, ai concorrenti presenti sul nastro di partenza occorrerà un altro elemento imprescindibile: disporre di una visione. Ariosa e lungimirante. In caso contrario il nuovismo di volti e nomi, seppur dignitosi e presentabili, non condurrà ad una rivoluzione della polis, ma solo a mediocri restyling.             

Fonte: Corriere del Mezzogiorno del 7/1/14

Grecia 2014, fine della sovranità

Come nasce e si sviluppa la fenomenologia di Alba Dorata in Grecia? Ogni crisi che si rispetti porta con sé riverberi e disordini sociali, come quelli che si sono sviluppati al centro dell'Egeo dal 2010 ad oggi. Lecito chiedersi: solo colpa di estremisti e anarchici, o dietro la nuova spirale di violenza si nasconde anche disinformazione o un preciso conflitto tra poteri ormai in decadenza? Prima dell'omicidio del rapper Pavlos Fyssas freddato lo scorso settembre da un militante di Alba dorata e della replica 50 giorni dopo con i due chrisìavghites uccisi dinanzi alla sede ateniese del partito da un sicario in moto, già nelle prime settimane del 2013 si erano verificati episodi preoccupanti. Ragionare analiticamente sul fenomeno Alba Dorata in Grecia, e farlo alla luce degli ultimi fatti di sangue, impone un quesito: tornano gli anni di piombo, una guerra di estremi o una strategia della tensione per celare i fallimenti della politica?

La storia greca insegna che nulla è come appare, e che quel Paese è stato in svariate occasioni crocevia di interessi e dinamiche legate alla geopolitica. Oggi si può unire il disagio sociale incarnato da violenti partiti anti sistema, come appunto Alba Dorata, all'incubo degli anni di piombo che è tornato a circolare nella capitale greca? Alcuni analisti si spingono a ragionare sul fatto che il cambiamento delle circostanze, ovvero l'eliminazione delle principali minacce alla moneta unica rappresentate dal rischio default greco e il salvataggio de facto da parte della troika, possa essere stato controbilanciato dalla Lista Lagarde, la lista degli illustri evasori ellenici (politici, imprenditori, giornalisti) deflagrata contro l'intera classe dirigente, vero elemento di disordine interno al pari della svendita totale di un Paese che ha nel proprio sottosuolo idrocarburi, miniere di oro e argento fino ad oggi mai sfruttati.

Ma come si intersecano le vicende legate alla xenofobia, al razzismo e al populismo applicato alla politica da Alba Dorata con la contingenza di un Paese in fiamme, dove il ceto medio è scivolato verso la soglia di povertà, dove a pagare dazio sono solo i soliti noti? In quell'interstizio di ingiustizia si è annidata la proposta di Alba Dorata, il cui elettorato non è stato composto esclusivamente da pericolosi nazisti, perché molti voti sono giunti anche dal popolo degli astenuti, da cittadini di centro, di sinistra e di destra che semplicemente hanno scelto il voto di protesta perché delusi dalla politica che si dice democratica e che ha prodotto l'attuale voragine finanziaria greca. Scelta sbagliata?

Oggi la politica con la P maiuscola, quella che annuncia ai cittadini di perseguire il bene comune su «consiglio» della troika, quella che ad Atene esclude altri sacrifici ma nei fatti li ha già avallati un anno fa firmando il memorandum, è fra le concause di Alba Dorata. Perché ha amministrato male un Paese per trent'anni, perché ha permesso che le sperequazioni sociali fossero legge, perché ha immolato la libera iniziativa imprenditoriale sull'altare dei sussidi, perché ha preso finanziamenti europei senza i necessari controlli, perché non ha contrastato un sistema clientelare che oggi ha fatto crollare non solo la Grecia ma l'Europa stessa: certificando che la sovranità nazionale, dopo il caso greco e quello cipriota scomparso dai radar della comunicazione europea, non è più un elemento fondante degli Stati membri.

Alba Dorata altro non è che la logica conseguenza di chi pensava di essere più furbo degli altri e che oggi si trova in casa la troika, ospitandola con tutti gli onori. Ma anziché essere chiamata sul banco degli imputati per decenni di bugie, malagestione, clientelismi, assenza di politica industriale che ha fatto importare alla Grecia di tutto, perfino olio e cotone, la politica greca - democratica e non violenta - oggi si erge a difensore del popolo e dei diritti, dei deboli e degli affranti. Quando invece è l'imputato numero uno. Che però alla sbarra non andrà mai.

twitter@FDepalo