mercoledì 16 aprile 2014

Cipro: le europee come ramoscello di ulivo?

Creazione di due Stati per formalizzare la riunificazione di Cipro in "quadro europeo" e la possibilità per i turco-ciprioti di votare già alle prossime elezioni europee di maggio: sono i due elementi in base ai quali potrebbe finalmente partire una nuova era sul problema cipriota, irrisolto sin da quando nel 1974 in risposta a un tentativo di colpo di Stato ellenico, 50mila militari turchi invasero il 47% dell'isola. Rimanendovi fino a oggi.

Il Gruppo di crisi internazionale (International Crisis Group) propone una soluzione tecnica: l'idea è di creare due Stati ma con precisi rilievi nella parte greco-cipriota circa le proprietà che dal '74 sono state occupate dai turchi, senza dimenticare la delicatissima questione delle risorse naturali, presenti nel sottosuolo e già oggetto di un accordo tra Nicosia e Tel Aviv osteggiato platealmente da Ankara.
Secondo la bozza dell 'International Crisis Group (ICG) ogni accordo dovrà essere consensuale e supportato volontariamente da greco-ciprioti. Per ottenere l'accordo dei greco-ciprioti in uno Stato turco-cipriota indipendente, sia la Turchia sia i turco-ciprioti dovrebbero accettare di ritirare del tutto o quasi le truppe turche e abbandonare quindi il Trattato di Garanzia siglato nel 1960, per compensare i greco-ciprioti di oltre 2/3 della tenuta del Nord di loro appartenenza. Ciò si intreccia inevitabilmente con la strategica partita degli idrocarburi e tutto fa credere che alla base di una nuova forma di accordo ci potrebbe essere una sorta di do ut des, in base al quale mentre da un lato i greco-ciprioti ereditano la loro parte di costa sfruttabile (sottrattagli dai militari turchi nel 1974), dall'altro in cambio sosterranno l'ingresso dello Stato turco-cipriota nell'Ue.

Si tratta di un passaggio, quest'ultimo, sul quale non solo andranno approfondite le questioni burocratiche secondo i dettami di Bruxelles, ma sul quale si concentrano anche le maggior critiche alla bozza, dal momento che l'ingresso nella famiglia europea dello Stato turco-cipriota potrebbe essere visto come l'anticamera per quello della Turchia (anche se la stessa Ankara ha raffreddato la pista Ue), che ancora non sarebbe pronta a diventare europea, così come hanno dimostrato le recenti prese di posizione del premier Erdogan, tra l'uso della forza con cui ha reagito alle proteste di Gezi Park e la sua crociata contro i social network.
Intenzione primaria della bozza dell'ICG è quella di evitare un fallimento così come avvenne nel 2004 in occasione del Piano Annan, quando l'allora numero uno delle Nazioni Unite approntò una forma di accordo che venne poi bocciata dai greco-ciprioti con un referendum, in quanto palesemente favorevole alla parte turca, senza dimenticare l'ombra di un coinvolgimento personale del figlio di Annan, su cui ci furono dei sospetti diffusi da alcuni media circa la disponibilità di un'intera isola al largo della Turchia. Ragion per cui, al fine di evitare un altro stop and go, la comunità internazionale dovrebbe ripartire da alcune certezze.

Innanzitutto quella che secondo alcuni critici ha nella separazione dei due popoli, che di fatto hanno diversità in lingua, infrastrutture e parametri economici, un deterrente: in molti temono che una nuova amministrazione unificata possa essere una minaccia al tranquillo status quo. La parte invasa è di fatto sottosviluppata e può contare solo su nuovi resort che stanno sorgendo sulla costa settentrionale (la più bella morfologicamente). Secondo l'ICG un nuovo approccio realistico potrebbe essere il modo migliore per approfittare di nuova volontà politica delle due parti a una soluzione condivisa.
Ma la maggioranza greco-cipriota rimane del tutto contraria a una partizione formale, dal momento che nel 1974 è andata in scena una vera e propria invasione, con i 50mila militari turchi (ancora presenti in loco) che in questi quarant'anni hanno provveduto alla distruzione colposa di tutti i simboli che non appartenessero alla religione islamica, con perfino un cimitero maronita devastato dai carri armati così come dimostrato dal volume di Haralambos Chotzakoglou, docente di Byzantine Art and Archaeology all’Hellenic Open University di Atene e al Museum of Kykkos Monastery di Cipro, Monumenti religiosi nella parte di Cipro occupata dalla Turchia – Fatti e testimonianze di una continua distruzione, tradotto anche in italiano.

Al momento, secondo fonti dei funzionari coinvolti nel tour di colloqui su una possibile riunificazione andati in scena il mese scorso, emerge una volontà comune di immaginare una federazione, anche se non mancano i punti di domanda come quelli relativi ai tempi e alla reale volontà delle parti, dal momento che solo i colloqui circa la dichiarazione di apertura dei negoziati si è trascinata per cinque mesi. Lo scetticismo è alto anche in riferimento allo sfruttamento degli idrocarburi, su cui Nicosia ha da tempo trovato un accordo di collaborazione comune con Tel Aviv che non è stato digerito da Ankara.
Il tutto mentre la Camera dei rappresentanti di Cipro ha deciso che alle prossime elezioni per il Parlamento europeo potranno partecipare i turco-ciprioti iscritti nell’anagrafe della Repubblica. In tutto 95mila cittadini di lingua turca e religione musulmana con diritto di voto. Se il buongiorno si vede dal mattino, potremmo essere vicini a una nuova era dopo i fatti del 1974.

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Fonte: Rivista Il Mulino del 3/4/14

martedì 15 aprile 2014

Come arriva il generale Sisi all’appuntamento elettorale in Egitto

Firme, liste, programmi e fuori programmi. Non sarà semplice per il generale al Sisi accostarsi ad un appuntamento elettorale ufficialmente con il vento in poppa, ma minato da una serie di variabili che di fatto potranno condizionare la vita politica egiziana. Quel che è certo è che sino al prossimo 26 maggio l’ex capo delle forze armate avrà da risolvere una serie di nodi che ancora lo frappongono dalla carica più ambita del Paese.

CANDIDATI
Da pochi giorni è stata sciolta anche l’ultima riserva di natura burocratica. Il generale Sisi è candidato ufficialmente alle elezioni egiziane, avendo espletato la formalità relativa alla presentazione delle firme necessarie. La legge ne prevede 25mila, Sisi ne ha portate 200mila. Il generale che ha detronizzato Mohammed Morsi dopo che nel 2012 aveva vinto regolari elezioni all’indomani della caduta di Hosni Mubarak, risulta ad oggi l’unico candidato alle presidenziali ma due sono i nomi dei potenziali competitor: il primo è stato già in corsa nel 2012 raggiungendo il 20% dei consensi, si chiama Hamdeen Sabahi, ed è espressione delle istanze avanzate dal mondo del movimentismo giovanile. Il 59enne leader della Corrente Popolare Egiziana, è giornalista e poeta, e guida anche il Fronte di Salvezza Nazionale. Si tratta di un vero e proprio attivista che ha nel suo curriculum il primato di 17 carcerazioni subite con l’accusa di dissidenza politica. Dopo aver sostenuto i moti di piazza Tahir, nel 2012 ha conquistato il 21,5% dei voti. Terzo nome quello di Mortada Mansour, presidente della squadra di calcio del Zamalek Sporting Club, a cui due anni fa non era riuscita la candidatura. Classe 1952, Mortada Mansour è un avvocato e alla guida del suo club ha ottenuto molti successi sportivi, come il premio trofeo di Africa, il campionato CAF Champions nel 2003, anno in cui si è aggiudicato anche il campionato di Premier egiziano. Particolare che potrebbe valergli il voto dei numerosissimi tifosi sportivi.

URNE
Per la sesta volta in tre anni il Paese è chiamato nuovamente alle urne, ed ecco che il nome di Sisi nelle ultime settimane è accreditato di un consenso crescente, dal momento che in molti strati sociali della popolazione aumenta la voglia di stabilità e di ritorno all’ordine. Dopo gli slanci rivoluzionari delle manifestazioni di piazza Tahir infatti poco o nulla è cambiato nel Paese, se non una persistente voglia di rinnovamento che però si è scontrata con l’abbattimento dell’unico leader democraticamente eletto nel post Mubarak: Mohammed Morsi. Ma cosa è cambiato rispetto a quando un plebiscito aveva sostenuto la cacciata di Mubarak? Dopo la deposizione di Morsi ecco che in Egitto è riaffiorata lentamente una nuova consapevolezza, quella relativa alla repressione contro i Fratelli Musulmani che non è più limitata alla semplice dialettica politica, piuttosto si assiste al bavaglio verso le manifestazioni, a leggi contro le proteste non organizzate preventivamente, senza dimenticare le oltre 500 condanne a morte, e la propaganda contro quelle tv considerate nemiche come al Jazeera.

STRATEGIA
Come riportato da Markus Bickel sulla Frankfurther Allgemeigne Zeitung la tensione giudiziaria è alle stelle nel Paese. E’ iniziato il processo ai giornalisti qatarioti di Al Jazeera al Cairo, accusati di aver manomesso alcune prove circa la cooperazione con i Fratelli Musulmani. I giornalisti sono stati arrestati lo scorso dicembre in un albergo al Cairo. Al Jazeera respinge le accuse, e rimanda il tutto ad una serie di organizzazioni per i diritti umani e all’Unione europea.

MOBILITAZIONE
Ecco che a turbare i sonni di Sisi ci pensa l’Alleanza nazionale per il sostegno della Legittimità pro-Morsi che ha lanciato sulla sua pagina Facebook un appello a partecipare mercoledì 16 aprile ad una grande mobilitazione. L’occasione è il terzo anniversario dello scioglimento del partito dell’ex presidente Hosni Mubarak. In rete viene epitetata come una “giornata rivoluzionaria e di rivolta contro la minoranza golpista criminale che tortura gli egiziani”. In questo senso va anche letta la bomba esplosa a Giza. Sisi è avvisato. 

Fonte: Formiche del 15/4/14
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Johnson, il Renzi britannico che vuole rottamare Cameron

Chi è il Renzi del Regno Unito che fa le scarpe al premier inglese? L’eclettico sindaco di Londra, Boris Johnson, scalda i motori in vista delle elezioni del 2015 quando vorrà sostituire alla testa del partito e soprattutto al numero 10 di Downing Street, un sempre più incerto David Cameron, oggi sorpassato nei sondaggi anche dagli euroscettici dell’Ukip.

ROTTAMAZIONE BRITISH
In comune con Matteo Renzi (che due settimane fa li ha incontrati entrambi) ha la bicicletta, l’esperienza da primo cittadino, il fatto di non essere deputato e una voglia di bruciare le tappe in un mondo un po’ troppo conservatore. Il sindaco Johnson non è solo noto per uno stile tutto suo (che in un’era socio geologica di immagine ha il suo appeal), per il chiodo fisso della green economy (ha promesso di trasformare il centro di Londra in un’immensa pista ciclabile), quanto per l’intenzione di dare una sterzata, politica e personale, ad una nave che sta imbarcando acqua da più fronti. Suo padre Stanley ha dichiarato al Telegraph che Boris “dovrebbe diventare presto leader del partito conservatore, anche se non è stato eletto deputato”. Le attuali regole in vigore nel partito, però, non glielo consentirebbero, un po’come è accaduto nel Pd quando si voleva distinguere la figura del segretario da quella di candidato premier. Ma il signor Stanley ha raddoppiato la dose, aggiungendo che quelle regole sarebbero da cambiare, anche in ragione di un precedente del 1963, quello riguardante Alex Douglas.

PARABOLA
Ma da dove nasce il disagio di Cameron? Il trend iniziale non aveva indotto segnali di preoccupazione. Quando Cameron aveva scalato rapidamente posizioni nel suo partito fino a giungere all’ambita poltrona di primo ministro, in pochi avrebbero scommesso che avrebbe pagato fio in modo così evidente, non solo per la crisi economica in sé (che, per dirne una, ha azzoppato definitivamente in Francia il socialista François Hollande) quanto per la gestione del rapporto con l’Europa e con le macro questioni geopolitiche che riguardano l’isola più famosa del vecchio continente. Certo, il suo governo ha riportato la crescita britannica su valori migliori rispetto al 2012, sfilandosi dall’unione bancaria, anche se il Pil è rimasto almeno 3 punti sotto quello del 2008. La spending review ha prodotto un deficit calato a 96 miliardi nei prossimi tre anni da 156. Ma forse tutto ciò non sarà sufficiente.

SONDAGGI
L’ultimo in ordine di tempo rivela che gli “anti euro” sono in testa in Gran Bretagna dove l’Ukip di Nigel Farage è nelle intenzioni il primo partito con il 30% dei consensi, seguito dai Laburisti al 28%, mentre crolla Cameron al 21%. Il primo ministro paga lo scotto di una politica non all’altezza, ma il suo vantaggio cinque mesi fa era ancora significativo, piazzandosi davanti a Ed Miliband (Labour) e Nick Clegg (Lib dem), anche se il suo trend di gradimento ha iniziato un calo costante sin dall’inizio del 2013. Due gli elementi maggiormente significativi: in primis tutti i leader dei partiti maggiori per la prima volta risultano in affanno. La causa è da riscontrare in un tessuto sociale sempre meno schierato ideologicamente e più sensibile alle ricette che nel merito gli interlocutori propongono loro. A ciò si aggiunge che il competitor di Cameron, Ed Miliband, non è sufficientemente carismatico.

TAGLI E RIGORE
Primo capo di accusa nei confronti di Cameron è la politica lacrime e sangue adottata dal suo cancelliere dello Scacchiere George Osborne. Non solo misure di emergenza per affrontare la congiuntura difficile, ma addirittura l’anticamera di una lunga scia di tagli che durerà ben sette anni, così come lo stesso Primo ministro ricordò ai sudditi di Sua Maestà lo scorso ottobre a Manchester in occasione del congresso conservatore. Certamente non va dimenticato che il deficit inglese al momento è uno dei più alti del mondo, ma la sua minaccia/analisi (“se volete sapere quello che accade se non affrontate la crisi del debito chiedetelo ai greci”) non sembra aver riscosso particolare entusiasmo tra i cittadini vessati da nuovi balzelli. Così Johnson è pronto a passare all’incasso.

Fonte: Formiche del 15/4/14
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Ecco la Grecia che troverà la cancelliera Merkel

Ecco la Grecia che troverà la cancelliera Merkel

La Grecia tornai sui mercati e ad attenderla ecco l’insurrezione sociale, con una bomba fatta esplodere nel centro di Atene a due passi dalla sede della Banca di Grecia, dove solitamente si riunisce la troika. Ecco come la capitale ellenica si prepara alla visita della cancelliera tedesca Angela Merkel in un clima surreale di sospetti e con una maggioranza di governo ridotta ormai all’osso.

BOND
Dopo quattro anni di apnea assoluta, la Grecia fa il suo rientro sui mercati dei titoli di Stato con oltre venti miliardi di euro in bond. Sono stati infatti collocati tre miliardi di titoli a cinque anni ad un tasso del 4,95%. Al momento il rating della Grecia è “B-”, particolare che fa inserire i suoi titoli sovrani all’interno di quelli ad alto rischio ma un passo prima del cosiddetto “non investment grade” comunemente definiti “titoli spazzatura”. Se la grande stampa nazionale giudica positivamente questo passaggio, frutto dell’avanzo primario da un miliardo e mezzo di euro, non pochi sono quelli che considerano la mossa come disperata ed extrema ratio per rastrellare un po’di denaro contante utile al paese per ripagare i suoi debiti.

STRATEGIA
La collocazione dei bond dovrebbe nelle intenzioni essere il primo step per permettere alle casse dello Stato di incamerare almeno cinque miliardi entro il prossimo mese di dicembre con l’obiettivo di correre ai ripari per i mancati incassi per l’erario che dovrebbero ammontare a diverse centinaia di milioni di euro. La decisione del governo greco giunge a pochi giorni dal via libera della troica all’ulteriore tranche di prestiti da 8,5 miliardi di euro e a poche ore dalla visita ad Atene della cancelliera Angela Merkel.

ACCUSE
L’opposizione del Syriza definisce la mossa come puro marketing e maquillage per distrarre i media dai problemi reali del Paese, visto che le tasse non pagate sono elevatissime per via della povertà galoppante, del ceto medio scivolato verso il basso come testimoniano anche le statistiche dell’Ocse e dell’Unicef con il numero dei senzatetto in costante aumento. Ma a picconare il minimo di stabilità che il ritorno del Paese sui mercati aveva stimolato, ecco l’autobomba fatta esplodere nel centro di Atene a pochi passi dalla Banca Centrale, nello stabile dove di solito si riuniscono i rappresentanti dei creditori internazionali quando sono in missione ad Atene.

TENSIONE
Un’auto con 75 chili di esplosivo è stata fatta saltare in aria alle prime ore dell’alba, provocando un rumore paragonato dai testimoni ad un sisma. Nessuna vittima, ma danni al circondario e tanta paura tra chi pensava che ormai il peggio e la destabilizzazione fossero ormai alle spalle. Gli investigatori puntano il dito contro gruppi di anarchici riconducibili alle brigate del “17 novembre” ma anche altre sono le piste battute. Frequenti nel passato sono stati i depistaggi sprattutto nei momenti di maggiore tensione politica. A ciò si aggiunga lo scandalo che ha interessato il governo nell’ultima settimana, con il rapporto diretto e imbarazzante tra il segretario generale dell’esecutivo Takis Baltakos e Ilias Kasidiaris, intercettato al telefono mentre confidava al portavoce del partito xenofobo di Alba Dorata (candidato alle amministrative di Atene) che gli arresti dei vertici del partito erano stati favoriti dal premier Samaras per motivi di consenso interno. Baltakos è stato fatto dimettere, mentre ad oggi la maggioranza di conservatori e socialisti che guidano il governo delle larghe intese può contare su un solo voto in più rispetto all’opposizione, in quanto il premier in persona ha dieci giorni fa espulso due sottosegretari conservatori che avevano votato contro la lenzuolata di liberalizzazioni e riforme imposte dalla troika.

Fonte: Formiche del 10/4/14
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Dopo la Crimea, Donetsk: effetto contagio ucraino?

Cosa sta accadendo in queste ore nelle piazze ucraine di Donetsk dove la situazione precipita, con manifestanti pro Russia che, scesi in strada, hanno proclamato l’indipendenza da Kiev. E’iniziato l’effetto contagio-Crimea? La Repubblica popolare di Donetsk può essere dunque il primo effetto contagio dopo l’annessione alla Russia proclamata dalla Crimea con il referendum? 

PIAZZA
Manifestanti filo-russi nella città ucraina orientale di Donetsk hanno proclamato una “nuova repubblica da popolo sovrano” per rendere la città indipendente dal governo centrale di Kiev. Si tratta di una decisione presa dagli attivisti che hanno occupato l’edificio principale dell’amministrazione cittadina, così come ha confermato alla Reuters un portavoce. A seguito della caduta del presidente ucraino Viktor Yanukovich alla fine di febbraio, nella parte orientale del Paese si sono moltiplicate le proteste dei filo-russi. L’ultima in ordine di tempo si è svolta domenica scorsa, quando i manifestanti hanno preso d’assalto gli edifici amministrativi a Donetsk, Kharkov e Lugansk issandovi le bandiere russe.

DONETSK
Circa 2.000 persone hanno preso parte ad una dimostrazione pro-russa prendendo d’assalto un edificio governativo, sfondando la barriera della polizia, fracassando finestre. In risposta, le forze di sicurezza hanno utilizzato gli idranti contro i fautori della secessione di Kiev. Medesimo scenario anche nella città di Lugansk vicino al confine con la Russia con un bilancio di due persone rimaste ferite. Il governo di Kiev teme a questo punto che Mosca possa utilizzare un approccio simile con il pretesto di proteggere i cittadini di origine russa, anche in Ucraina orientale, dopo la Crimea.

YOU TUBE
Dopo l’Assemblea degli attivisti di Donetsk, è stato pubblicato anche un video su YouTube per quei giornalisti a cui era stato negato l’accesso alla sala. Nel video è ritratto un attivista che in piedi e su un podio viene osannato in lingua russa. La Repubblica popolare di Donetsk può essere dunque il primo effetto contagio dopo l’annessione alla Russia proclamata dalla Crimea con il referendum?

QUI KIEV
Il primo ministro ucraino transitorio Arseniy Yatsenyuk ha accusato la Russia di essere dietro i disordini. Questi erano parte di un disegno destabilizzatore per consentire ad un esercito straniero di attraversare il confine e invadere il territorio ucraino, ha detto Yatsenyuk in una riunione di gabinetto. “La sceneggiatura è scritta da parte della Federazione russa, e l’unico obiettivo è lo smembramento dell’Ucraina”. Anche in Crimea la situazione resta tesa con un soldato russo che sarebbe stato ucciso nella tarda notte di domenica.

REAZIONI
Il rappresentante degli Stati Uniti presso l’OSCE, Daniel Baer, ​​ha detto alla Reuters che la Russia ha messo insieme decine di migliaia di soldati nei pressi del confine con l’Ucraina. Ragion per cui ha invitato Mosca a disinnescare la situazione. Da Berlino invece per ora c’è prudenza. L’annuncio del presidente russo Vladimir Putin di ritirare le truppe dal confine ucraino “non era ancora rilevabile”, ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert. “Ciò può anche essere una delusione”, ha osservato dalle colonne dello Spiegel. Lo scorso martedì la cancelliera Angela Merkel aveva sottolineato di non aver alcun motivo per dubitare delle misure annunciate dalla Russia circa il ritiro parziale delle truppe al confine con l’Ucraina. Inoltre il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha proseguito sulla medesima linea di prudenza, definendo i disordini nell’Ucraina orientale come un fatto che non equivale “ancora ad un cambiamento completo della situazione”. Anche se durante lo scorso fine settimana, secondo i resoconti dei media, aveva inizialmente avuto l’impressione che si trattasse di una provocazione o anche di tentativi di destabilizzazione.

LAVROV
Intanto il dispiegamento di decine di migliaia di soldati russi al di là del confine orientale potrebbe far immaginare nuovi scenari di tensione. Venerdì scorso il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva chiesto dal paese di mettere la propria indipendenza dall’Occidente alla prova.

Fonte: Formiche del 7/4/14
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lunedì 24 marzo 2014

«Erdogan e la miss in un video» Il gossip fa tremare il premier

Due ex alleati (e amici) politici. La lunga corsa per non perdere il potere e finire nel dimenticatoio. Gli scandali legati a «cerchi magici» sul Bosforo conditi da un video hard che ritrarrebbe il premier con la bella ex miss Turchia Defne Samyeli. Ce n'è abbastanza nel mortaio turco per «pestare» e ragionare su uno scontro ormai aperto. Il giorno dopo la crociata di Erdogan contro Twitter, ecco che i riverberi personali fanno a sportellate con strategie future ed elezioni alle porte, con sullo sfondo l'immancabile pista sessuale.

Il primo ministro turco Erdogan e il presidente Gül sono stati a lungo sodali politici. Ma le proteste di piazza Taksim del giugno scorso hanno segnato un solco, che in aggiunta allo scandalo tangenti, alle notizie sul video hard e alla battaglia ideologica di Erdogan contro il web (ora vuol chiudere Youtube), potrebbe non solo definitivamente chiudere i rapporti tra i due, ma segnare la fine del partito Akp. Più di recente, però, i due hanno avuto difficoltà a nascondere la discordia. Secondo un dispaccio diplomatico del Dipartimento di Stato Usa pubblicato da Wikileaks nel 2010, Gül coglie ogni occasione per mettere Erdogan in cattiva luce. Addirittura si spinge anche a parlar male di Erdogan di fronte agli ospiti stranieri, soprattutto quando il primo ministro è in viaggio all'estero. E c'è chi dice che Gül così si starebbe assicurando il futuro, visto che se gli scandali dovessero continuare, Erdogan vedrebbe chiusa per sempre la porta della politica nazionale, senza dimenticare l'ombra di una crisi economica che, sotterranea, potrebbe allungarsi su Ankara, con la moneta che perde pezzi e progetti faraonici come il terzo aeroporto di Istanbul sempre a caccia di finanziatori.

I due provengono da storie diverse, ma in comune hanno sempre avuto non solo la fede in Allah bensì la brama di potere. Hanno collaborato fattivamente sin dal 1990 e la loro alleanza ha sostenuto l'Islam politico a raggiungere una posizione di vertice, anche dal punto di vita economico, così come tutti gli indici turchi dimostrano. Ma da qualche anno tra loro si sarebbe creata una frattura, certificata nelle condanne di Gul contro la repressione delle proteste giovanili di Gezi Park.
Erdogan ha lavorato duro per arrivare dove è oggi, partendo dall'esperienza come venditore ambulante di sesamo nel porto di Istanbul a Kasmpasa. Gül, invece, si presenta come diplomatico e moderato. A differenza di Erdogan, parla inglese. I genitori di Gül lo hanno fatto studiare a Londra economia, prima di iniziare a lavorare come manager per una banca islamica.

In un'intervista sul britannico Guardian, pochi mesi fa Gül lasciò intendere (e non per la prima volta) che sarebbe pronto a sfidare l'autoritario primo ministro del paese nelle elezioni presidenziali della prossima estate. Certamente non sottovaluta il fatto che durante i tre mandati di Erdogan l'economia turca sia stata letteralmente stravolta, consentendole, dopo una serie di riforme nei primi anni 2000, di crescere di oltre il 5% annuo. Il reddito pro capite è più che quadruplicato per tutto questo periodo, passando a 11 mila dollari l'anno (da 2500). Ma ecco l'imprevisto della politica a condizionare fatti e storie personali. 
Nel prossimo agosto Erdogan cesserà il suo terzo mandato e non potrà ricandidarsi alla premiership, per cui vorrebbe prendere il posto di Gül in una sorta di staffetta sul modello Putin-Medveedev. Ma la rivalità tra i due ha preso il sopravvento. E c'è chi dice che Erdogan ormai è storia passata.

Crisi Grecia, Atene torna al baratto. Il biglietto del teatro si paga con pasta e pane

Mentre la grande stampa internazionale e il governo locale lodano il memorandum imposto dalla troika alla Grecia, il Paese reale convive con la situazione kafkiana di un avanzo primario da un miliardo e mezzo di euro a cui fa da contraltare la povertà galoppante e diritti che svaniscono. Altro indizio di un disagio sociale è il ritorno ad una sorta di baratto: venerdì 14 marzo in occasione di un musical organizzato da alcuni studenti di una scuola di Atene, anziché pagare il prezzo del biglietto al teatro si accederà “pagando in cibo“.

L’iniziativa è della scuola Atene community school (ACS) in Halandri: il ricavato andrà alla Social grocery halandriou per sostenere i cittadini dell’omonimo quartiere ateniese, colpito come altri da un aumento vertiginoso delle sacche di povertà, con il famoso dato Ocse dei bimbi ellenici sottopeso che un anno fa fece scattare l’intervento di ong come Medici senza frontiere. Ogni spettatore dovrà portare con sé una borsa con prodotti come olio, zucchero, pasta e articoli da toeletta, alimenti per l’infanzia, pane tostato, marmellate, composte, e più ampiamente generi alimentari: l’obiettivo è di ottenere almeno 500 pacchi­ famiglia da destinare ai più bisognosi, tanti sono i posti a sedere della struttura. Si tratta di iniziative che rafforzano lo spirito di collegialità nella comunità scolastica, fanno sapere dall’istituto.

Particolarmente significativo che partano proprio dalle scuole, ovvero un altro di quei settori messi nel mirino dalla troika. Mercoledì scorso sono scesi in piazza in svariate città del Paese gli insegnanti che rischiano il licenziamento per effetto del provvedimento varato dal governo per tagliare 15mila dipendenti pubblici. Alcune docenti si sono incatenate dinanzi alla sede del Parlamento in piazza Syntagma ad Atene, per dire “no” al taglio indiscriminato di diritti e di settori nevralgici come l’istruzione mentre il sistema partitico che ha prodotto la voragine finanziaria greca non ha subìto alcuno stop.

Il riferimento è all’impegno assunto dal premier in persona di tagliare costi superflui che si sta rivelando solo un annuncio: come riferiscono oggi alcuni giornali greci, ammonta a 10mila euro per il 2013 il costo di caffè e acqua offerti dal Parlamento ellenico, quindi dai cittadini, ai componenti delle 44 riunioni delle Commissioni della Camera, come risulta dalle fatture pubblicate. Che si sommano ai 17mila euro in biscotti che i 300 deputati greci hanno consumato fino allo scorso dicembre.

La conferma del disagio sociale in cui si trova il Paese arriva dai dati dell’agenzia statistica nazionale greca. Proprio mentre il Parlamento europeo boccia la troika accusandola di avere aumentato povertà e disoccupazione, infatti, il tasso di disoccupazione in Grecia è aumentato al 27,5% nel quarto trimestre del 2013. In luglio-settembre il tasso si era attestato al 27, mentre nel quarto trimestre del 2012 la disoccupazione era stata pari al 26 per cento. In Grecia, che conta una popolazione di circa 10 milioni di persone, ci sono attualmente 1,36 milioni di persone senza lavoro e in cerca. I giovani restano i più colpiti, con un tasso di disoccupazione per gli under 25 al 57 per cento.

Il tutto mentre la troika, ad Atene sino a domenica, cerca un accordo con il governo greco per dare il via libera all’ulteriore tranche di prestiti da 15 miliardi, su cui spicca la preoccupazione e le riserve da parte del capo della missione del Fondo monetario internazionale, Pooul Thomsen. Secondo fonti comunitarie nella riunione di mercoledì, propedeutica a quella decisiva, il danese avrebbe messo sul tavolo nuove richieste da parte dei creditori internazionali, compresa la soppressione per tre anni, a partire dal 2017, di alcuni diritti dei lavoratori nell’ambito del nuovo contratto collettivo. Ma dimenticando, forse, che già da un anno e mezzo i nuovi lavoratori grazie al memorandum possono essere assunti con uno stipendio di 350 euro mensili. Con le multinazionali (tedesche) che ringraziano.

Libia, il dossier dimenticato

Il Paese dove centinaia di piccoli focolai si sono trasformati in insidiosi incendi torna alla ribalta dell’agenda nazionale non solo per le note criticità, come la fuga del primo ministro, quanto anche per il rapimento di un cittadino italiano a Tobruk, in Cirenaica, nella parte orientale della Libia. Si tratta di un tecnico del settore dell’edilizia che soffre di diabete e non ha con sé il suo kit di insulina. E’ il terzo episodio in tre mesi che ha coinvolto italiani, dopo che lo scorso gennaio erano stati rapiti a Motouba, sulla strada tra Derna e Tobruk, altri due italiani, gli operai edili Francesco Scalise e Luciano Gallo. Entrambi sono stati liberati lo scorso 7 febbraio.

DOSSIER LIBICO
Ma ecco che i riflettori accesi sull’italiano rapito “ricordano” alla comunità internazionale che il dossier Libia è tutt’altro che risolto, stretto nella morsa di una instabilità cronica che ha portato lo scorso 3 marzo all’assalto del Parlamento, in cui sono rimasti feriti due deputati mentre cercavano di abbandonare in auto la sede di Tripoli. Una situazione ad altissima tensione che è sfociata ieri in un violento scontro tra gruppi di uomini armati che bloccano i maggiori terminal petroliferi libici e forze di sicurezza nella città orientale di Ajdabiya. Solo l’intervento dei leader tribali ha interrotto le ostilità. Il gruppo di ex rivoluzionari ha attaccato le forze di sicurezza libiche impegnate a liberare tre scali marittimi bloccati dalla fine di luglio del 2013. Uno stop che è condotto dall’Ufficio Politico della Cirenaica, guidato dall’ex rivoluzionario Ibrahim Jadran, che ha dichiarato l’autonomia della regione orientale. Dopo i fatti del 2011 si è messo alla testa delle guardie di sicurezza di alcuni impianti petroliferi.

STRATEGIE
Che il caso libico fosse al contempo strategico per il Mediterraneo (quindi per l’Italia) e delicatissimo da un punto di vista strettamente geopolitico era cosa nota sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Gheddafi, motivo per cui la Conferenza Internazionale sulla Libia era stata prevista in Italia, a Roma, ma anziché nel mese di dicembre 2013 è slittata a pochi giorni fa. Con l’inconveniente rappresentato dalla crisi in Ucraina, che ha monopolizzato l’attenzione dell’evento, quando invece avrebbe potuto rappresentare l’occasione per far emergere il ruolo italiano nella vicenda, su cui la comunità internazionale scommette non poco. Proprio in questa fase l’Italia è chiamata ad una partecipazione più attiva nella risoluzione del caso libico, particolare che sarà anche al centro del vertice tra Barack Obama e il premier italiano Matteo Renzi.

NAVY SEALS
Una criticità generalizzata che ha avuto il suo picco con la questione della petroliera ribelle circondata dalle navi delle milizie filo-governative, su cui pochi giorni fa il gruppo americano dei Navy Seal è intervenuto con un blitz notturno. Hanno così preso il controllo della petroliera nordcoreana Morning Glory che trasportava greggio acquistato illegalmente dai ribelli della Cirenaica, sfidando il governo centrale. L’operazione è avvenuta al largo delle coste di Cipro, ma al momento non è ancora noto a chi fosse destinato il carico.

FUTURO
Quello che è certo, al netto di scontri ormai quotidiani e sequestri di armi, (come il carico di un aereo russo destinato a militari libici, e rubato mentre era fermo per rifornimento all’aeroporto internazionale di Tripoli), è che il governo libico, presieduto dall’ex ministro della difesa Abdulah al-Thani, ha deciso per un cambio di passo e si è affidato in toto a Washington. E al contempo ha annunciato un’offensiva contro i secessionisti dell’Est. Un altro passaggio non secondario è dato dal fatto che proprio il caos sulle forniture di armi ha allarmato ulteriormente Usa e Ue, con la presenza significativa del segretario di Stato americano John Kerry alla conferenza di Roma nella direzione di sostenere il governo nell’approvvigionamento di armi per rimettere insieme le forze di polizia. Ma a Tripoli le autorità sono ancora molto divise su come trattare con le milizie. Una parte le guarda come ultima speranza per garantire la sicurezza, altri sostengono il loro disarmo come anticamera ad una più diffusa stabilità.

Fonte: Formiche del 23/3/14

La sveglia di Obama a Renzi su Libia e difesa

Esteri e difesa. E’ su questo doppio binario che dovrebbe muoversi, secondo una serie di anticipazioni diplomatiche, il prossimo vertice tra il presidente americano Barack Obama e il premier italiano Matteo Renzi. L’intersecazione dei due ambiti con altrettanti fronti di crisi come Ucraina e Libia non possono far trovare l’Italia impreparata e sprovvista di una strategia di lungo respiro che sia in qualche modo risolutrice, sottolineano alcuni addetti ai lavori.Un appuntamento delicatissimo, non fosse altro perché è la prima vera occasione per Renzi nei rapporti con la Casa Bianca.

VERTICE
Al di là delle intenzioni dell’amministrazione americana di approfondire gli annunci di matrice economica che Renzi ha fatto nei giorni scorsi e che ha portato al vaglio dell’Europa nella settimana appena chiusa, è certo che Obama mostri un sincero interesse per come Renzi intenderà approcciarsi su due piani di azione estremamente significativi, come appunto gli esteri e la difesa. In primo luogo è verosimile che si assisterà ad un ragionamento complesso e articolato sul caso ucraino, che ha visto gli Usa dirigersi con decisione sulla via delle sanzioni. Facile immaginare come al premier italiano verrà posta la questione di un allineamento verso la posizione di Washington dopo l’annessione della Crimea alla Russia, al fine di comporre un quadro euroamericano d’insieme per scoraggiare Vladimir Putin dal tentare una seconda volta avventure militari come quella andata in scena in Ucraina.

PROSPETTIVE E CONTINUITA’
In secondo luogo un interesse spiccato da parte americana prende il nome di continuità. Come riporta La Stampa di oggi, le parole della portavoce della Casa Bianca Caitlin Hayden rimandano al concetto di continuità. Continuità sui dossier strettamente legati alla collaborazione nella difesa e nella sicurezza (quindi anche sugli F-35), nel presidio dell’Afghanistan e dei fronti caldi situati nel nord Africa, come Libia ed Egitto. Un passaggio quello relativo alla condivisione delle risorse e delle strategie a livello comunitario, su cui il governo è chiamato ad un’accelerata. Se fino ad oggi sono stati compiuti progressi di carattere organizzativo all’interno del trasporto aereo e della sicurezza marittima, – così come ha spiegato il ministro della Difesa Roberta Pinotti in occasione del convegno presso l’Ufficio del Parlamento europeo di Roma dai parlamentari dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici, intitolato “Il futuro della difesa europea: dal Consiglio Ue di dicembre al semestre di presidenza italiano” – , da oggi occorre un passo in più: ovvero nell’opera di persuasione di una cittadinanza propensa a ricercare nel comparto militare le risorse per le politiche economico-sociali.

LIBRO BIANCO
Per questi motivi il governo è pronto a pubblicare una sorta di “Libro Bianco” sui dossier relativi ai nuovi scenari internazionali. Facile immaginare come all’interno di quell’elenco troveranno spazio i dibattiti sugli stanziamenti per le strutture e per i programmi militari, su cui le intenzioni di mister spending review Carlo Cottarelli sono apparse determinate nella direzione dei tagli. Un passaggio che, prima di essere completato analiticamente, necessita di quelle valutazioni post vertice Obama-Renzi che saranno decisive non solo nel breve periodo dell’attuale esecutivo, ma soprattutto nel medio-lungo periodo circa il ruolo dell’Italia in un Mediterraneo ancora senza un’euro visione politica unitaria.

Fonte: Formiche del 23/3/14

Perché la Turchia in crisi mostra i muscoli alla Siria

Tensione in ascesa ad Ankara, visti i venti di guerra tra Siria e Turchia, con il caccia di Damasco abbattuto da Ankara e l’instabilità – pericolosa per l’intero Medio Oriente – dettata delle mosse di Recep Tayyip Erdogan, come la censura ad alcuni social network. Dopo Libia e Egitto, un altro fronte caldo si apre nel Mediterraneo con l’economia turca in crisi, dopo che il progressivo aumento del Pil dal 2000 ad oggi sta registrando un preoccupante stop.

IL FRONTE SIRIANO
Ultimo in ordine di tempo il già citato incidente di due giorni fa, quando un caccia aereo militare siriano è stato abbattuto dalla difesa antiaerea turca mentre bombardava un gruppo di ribelli che cercava di prendere il controllo di un valico di frontiera nel nord est del Paese. Il premier Erdogan, azzoppato da alcuni scandali e da uno scontro tutto intestino con l‘amico-rivale Gul, ha subito sottolineato che “la nostra risposta sarà forte se si viola il nostro spazio aereo”, oltre ad elogiare senza mezzi termini l’armata turca per aver abbattuto l’aereo siriano. Ma Damasco sostiene che Ankara si è resa protagonista di un’aggressione militare “ingiustificata e senza precedenti”.

VENTI DI GUERRA?
Ma cosa sta accadendo nell’area di Kassab, nel nord della provincia di Latakia, vicino al confine con la Turchia? I ribelli jihadisti hanno lanciato un’offensiva contro le forze lealiste. Passaggio sul quale si registra anche la presa di posizione della Comunità Armena di Roma, secondo la quale con il pretesto della guerra civile in Siria “il governo turco prosegue, ora come cento anni fa, la politica di aggressione contro le locali comunità armene”. Gruppi paramilitari turchi avrebbero attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti di quegli armeni che sfuggirono al genocidio del 1915.
Un sacerdote armeno, parroco in Kessab, attraverso la sua pagina Facebook ha postato la notizia che due giorni fa, alle 6 del mattino, la città sarebbe stata bombardata da parte di gruppi paramilitari turchi e la popolazione del paese (1500 anime) sarebbe fuggita verso Latakia (a circa 60 km da Kessab). E Kessab sarebbe finita così nelle mani delle milizie turche.

APPELLO ALL’ONU
Come ha scritto il Kessab Educational Association di Los Angeles in una nota ufficiale rivolta al numero uno dell’Onu, Ban Ki-Moon, si chiede l’intervento immediato delle Nazioni Unite in Siria per proteggere la vita dei cristiani di minoranza armena a Kessab. Al momento impazza una battaglia nel nord-ovest della Siria al confine con la Turchia. L’antica città cristiana armena di Kessab e le sue frazioni (con una popolazione di 3.500 abitanti) sarebbero state attaccate venerdì 21 marzo da cecchini e bombe. Gruppi paramilitari turchi avrebbero attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti degli armeni sfuggiti al genocidio del 1915.

STRATEGIE E PROSPETTIVE
Ciò potrebbe rendere la zona un altro fronte caldo in quella porzione di territorio a cavallo fra Europa e Asia. Un’eventualità da scongiurare secondo la comunità internazionale, compresa l’Italia, già chiamata a dirimere la questione libica ed egiziana, in primis per le oggettive difficoltà che l’intera area registra anche in relazione all’epicentro vero di un possibile “sisma”: l’economia turca.

CRISI IN TURCHIA?
Se dal 2000 ad oggi si è avuta una crescita costante del 5% del Pil, è altrettanto vero che i numeri di Ankara offrono un’analisi diversa. Le proteste di Gezi Park dello scorso giugno prendevano spunto dal “no” alla costruzione di un nuovo centro commerciale da parte del governo. L’edificazione del terzo aeroporto di Istanbul è in stand-by per via di una serie di analisi che non consentono al Paese ulteriori esposizioni con le banche, visto e considerato, così come si sussurra in molteplici ambienti finanziari, che gli istituti mediorientali, fino ad oggi prodighi di crediti con Ankara, avrebbero deciso per uno stop. In più la crisi personale e politica che sta investendo Erdogan è un evidente deterrente. A questo si sommano un video compromettente che starebbe per essere diffuso con il premier in compagnia dell’ex miss Turchia e gli scandali mai sopiti del circuito legato a politica e interessi edilizi che hanno coinvolto Erdogan e anche suo figlio tramite una ong. Su tutto ciò aleggiano le elezioni amministrative alle porte, accanto allo scontro ormai aperto con il presidente della Repubblica Abdullah Gul, deciso a staccare la spina al vecchio compagno di partito. Elementi che potrebbero segnare la fine politica del tre volte premier.

Fonte: Formiche del 24/3/14
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Il medioevo della troika e un nuovo 25 marzo

Che 25 marzo sarà questo per la Grecia? Una festa nazionale non è solo l’occasione per organizzare parate e far prendere un po’di aria a belle casacche e abiti d’epoca. La Grecia del 2014, quella che il governo presenta come fuori dalla crisi, è un paese sventrato, dove i diritti sono diventati secondari, dove i ricchi sono diventati sempre più ricchi -nonostante la troika- e i poveri sempre più poveri, dove la classe media sta sparendo e dove nessuno dei responsabili del crac ha pagato fio. Dove l’industria non esiste più, al suo posto una colonizzazione di chi, forte di una legge che si chiama memorandum, è legittimato ad assumere lavoratori a 400 euro al mese.Era questa la grande aspettativa di chi scelse sic et simpliciter un’alimentazione e idratazione forzata da parte dei creditori internazionali? 

Era questa l’infrastruttura valoriale comunitaria che gli strateghi di Bruxelles hanno costruito dimenticando di finire quel ponte che oggi conduce solo all’Ade? Ma se Bruxelles piange, Atene non ride. L’insipienza e l’incapacità di una classe dirigente che per trent’anni ha essa stessa fatto razzia di tutto e di tutti, oggi appare come un vessillo di salvezza, ma solo agli occhi di certa stampa embedded.La realtà dice che quasi il 20% dei greci è in povertà, con il 60% che dichiara di fare economia sul carrello della spesa e con i ristoratori che lasciano un po’di cibo invenduto fuori dalla saracinesca, una volta chiusa, dopo una giornata di lavoro. Ecco la fotografia dell’avanzo primario sbandierato con orgoglio dal governo. 

Ma dimenticando che quel miliardo e mezzo di euro che Atene rispedisce a Bruxelles come nuovo bigliettino da visita di rigore e austerità, è stato pagato da diritti svaniti e dalle sofferenze degli ultimi.Buon 25 marzo a tutti greci nel mondo, non a chi ha apposto la firma su un Medioevo che fatica a farsi Rinascimento.

300 assurdità: perché svilire la storia al cinema?

Rispetto, racconto, stile: la storia non è un prodotto commerciale che va (s)venduto al supermercato o, peggio, al discount. Piuttosto un’icona da maneggiare con cura, indossando guanti gialli e di velluto, meglio se in cachemere. Senza svarioni o sbavature, portando il rispetto che si deve, senza ingessarlo di un certo conservatorismo stantìo. Ma neanche svilirlo con fiotte di sangue che neanche dall’Etna si sono mai viste, o con forzature degne più di un videogioco cripto-nipponico che di una rivisitazione cinematografica di una pietra miliare della storia antica.“300, l’alba di un nuovo impero“, tratto dall’ultimo romanzo a fumetti di Frank Miller, è la storia parallela all’epica battaglia delle Termopili, dove il sacrificio dei 300 spartiti impedì a Re Serse di sfondare le porte di fuoco e di invadere l’Occidente. 

Ma questa volta di eroismi e figure da inserire di forza nel Pantheon valoriale ce ne sono poche, dal momento che la battaglia di Capo Artemisio viene raccontata puntando su carica erotica, su una donna muscolosa e rigurgitante, ma senza il fascino e soprattutto lo stile che si deve ad uno dei curvoni più significativi della storia. Facendo invece solo del wrestling.Altro spessore era stato “300“, ottima ricostruzione di Leonida, seppure con dettagli storici da rivedere, ma puntando le fiches sull’eroismo allo stato puro, su un valore condiviso di comunità, dove il sacrificio di uno vale un bonus di sopravvivenza alle generazioni future. Insomma, il germe comunitario tanto caro alla polis di ieri, che dovrebbe essere ripreso come pungolo per gli stati-membri che, oggi, faticano tremendamente a tenere unita la tela di un’Europa sempre più in bilico tra un Serse chiamato euro e un Leonida che purtroppo ancora non c’è.

Premio Leibniz del 2013? L’ha vinto un greco. Ecco come metterlo a frutto per il suo Paese

A 44 anni, Larisaios Vasilis Ntziachristos, Professore presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera, ha vinto il Premio Leibniz del 2013, il “German Nobel” e grazie a un nuovo metodo di coltivazione delle cellule tumorali in un laboratorio innovativo. Un risultato che colloca lo scienziato di diritto nell’elites scientifica internazionale, per via di innovativi fasci di luce e di ottiche iper tecnologiche con cui è riuscito nella sua impresa.

Ma al di là della preziosa coccarda che gli è stata assegnata nella rigorosa e diffidente Germania, ecco un altro elemento che intreccia la ricerca universitaria al mercato per lo sviluppo economico. La nuova “chiave” è il termine Uni-impresa (la sintesi di due termini come università e impresa), creato su spunto dell’agenzia DAAD, la più grande organizzazione tedesca che promuove la cooperazione accademica internazionale. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con il Technische Universität di München e le università greche Aristotele e Creta. Ma che cos’è l’Uni-impresa? Descrive la sintesi raggiunta dalle università sullo sfruttamento delle conoscenze prodotte: si tratta dell’occasione più importante di sviluppo che ha il paese. In una prima fase è essenzialmente l’inizio di un dibattito sulla creazione di regole e incentivi che permettono all’università greca di non essere uno spettatore passivo nei confronti dei problemi economici del paese, facendola invece diventare il suo principale attore.

Quasi un lustro dopo l’inizio della spirale economica che ha condotto l’Ellade a un passo dal default, inizia finalmente a circolare il termine sviluppo tra chi proprio non ha voglia di abbattersi o di mollare tutto e fuggire lontano dall’Egeo. Alcuni imprenditori, in collaborazione con le maggiori università, hanno avviato tavoli analitici e dibattiti su come stimolare nuove idee e quindi una seppur minima ripresa, nella consapevolezza che non si può vivere di soli prestiti della troika. Ed ecco che una buona scoperta scientifica, come appunto quella del vincitore del Nobel teutonico sulle cellule tumorali, può essere sviluppata armonicamente ma solo se si riuscirà a strutturare una rete, tra idea, atenei e imprese. Un po’ quello che, con successo, è stato fatto in Corea e Israele, che in due decenni da Paesi a forte sviluppo agricolo si sono trasformati in centri di produzione di nuove tecnologie applicate a svariati ambiti.

Una prima sarà quindi nella direzione di creare reti di impresa fra le Pmi, individuando aree di ricerca specifiche che rispondono alle potenzialità e all’importanza strategica della Grecia come ad esempio le nuove tecniche per l’energia solare, dal momento che il sole è presente (e forte) in loco praticamente tutto l’anno. E da quel bagaglio avviare la costruzione “industriale” di quell’idea. Perché l’esempio di Ntziachristos non resti un caso isolato.

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giovedì 6 marzo 2014

Europa: verso una guerra civile?

Ha scritto Zygmunt Bauman che “l’Europa non è un tesoro che va scoperto ma una statua che deve essere scolpita”. La consapevolezza che gli spunti dei padri fondatori, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Altiero Spinelli siano stati ampiamente disattesi si è tramutata, nell’ultimo triennio, in drammatica contingenza, dal momento che l’infrastruttura continentale, così com’è, non solo non funziona ma poco investe sulla propria futura sopravvivenza. Facile immaginare come, prima diretta conseguenza, sia lo scollamento da parte dell’elettorato che non si riconosce e non crede più nell’idea di Unione. Con il probabilissimo exploit il prossimo maggio di formazioni politiche euroscettiche e contrarie alla moneta unica. Ma dire “no” allo status quo non può essere sufficiente, nel rispetto di idee e spunti: occorre un passo in più. Accendere la luce, anziché maledire il buio.

Quando il premier italiano dice che i “conti vanno messi a posto non per l’Ue ma per i nostri figli”, dimentica forse di aggiungere che senza un serio e disciplinato regime di controlli sui provvedimenti attuati dai ministri dell’economia dei paesi membri, i casi ellenici potranno solo moltiplicarsi. Il default greco è figlio di trent’anni di politiche miopi, economiche e industriali, e della cura totalmente sbagliata che la troika ha scelto di propinare al malato di Atene, oggi alimentato e idratato forzatamente da Berlino e Bruxelles. Per cui ancora una volta chi ha sbagliato non è stato chiamato a rispondere delle proprie condotte, che sia governo centrale comunitario o periferico membro. Mentre oggi l’amara cicuta è propinata ai cittadini ellenici, e chissà, domani, a quelli degli altri Paesi Piigs, già privati di un pezzo della sovranità nazionale.

Per cui due sono gli elementi che la prossima Commissione Europea è invitata a tenere in debita considerazione e a issare come pungolo per il futuro mandato: una seria e credibile rivisitazione dei parametri economici che, accanto ad un moderato rigore non sviliscano le politiche di ripresa, nella consapevolezza che senza un consumo interno non vi è possibilità di stimolare l’occupazione; una rivoluzione galileiana circa il concetto di uomo come primo esponente e componente della famiglia continentale.

Il rischio Weimar, oggettivamente già presente in Grecia, è un batterio che progressivamente, in assenza di modifiche radicali alla governance europea, non potrà che espandersi pericolosamente trovando terreno fertile lì dove le disuguaglianze sociali sono più evidenti. E per sfatare un tabù, è utile ricordare che in Grecia un terzo delle Pmi si trova oggi nello sgradevole e impensabile status di nuovi poveri: essendosi fermato il circuito produttivo nazionale, anche le aziende hanno seguito il destino di operai e manovali. Restando senza occupazione.

Un elemento su cui investire risorse ed energie mentali si direziona in un doppio ruolo: un ministro per l’Euromediterraneo che ci si augura il governo Renzi vorrà introdurre e un Commissario europeo che non si limiti a prendere atto di tragedie Mediterranee come l’immigrazione lasciata sulle spalle di Lampedusa o la cattiva gestione della globalizzazione, con i prodotti del made in Italy sviliti sull’altare di accordi palesemente controproducenti per il nostro Paese. Ma che, nel rispetto di leggi, regolamenti e direttive, si sforzi di creare realmente una base di convivenza dove non ci siano asini ma neanche primi della classe che schiacciano tutti gli altri.

Immaginare una business community del Mesogheios, supportata dalla banca Euromediterranea, potrebbe essere una prima concreta azione su cui far convergere posizioni e azioni. L’Italia ha la possibilità di far valere quella presenza in “trincea” dal momento che condivide le medesime sofferenze con gli altri paesi che lì si affacciano, essendo un molo naturale naturalmente piazzato in quel grande lago salato che è il Mediterraneo.

Se l’eurocrisi sarà l’occasione per immaginare nuovi scenari lo scopriremo già in occasione del semestre di presidenza europeo. Ma solo uscendo mentalmente dal binomio muscolare germanocentrismo-austerity sarà possibile rimodulare non ideologicamente memorandum e trattati dell’euro, nella consapevolezza che la moneta troppo forte così come è ora, accanto a un debito pubblico monstre e a un vecchiume amministrativo, ci porta sui binari greci. E al rischio di una guerra civile europea di cui in troppi, oggi, sottovalutano portata e imprevedibilità.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 5/3/14

Governo Renzi, manca un ministro dell’Euromediterraneo

Renziani e non renziani devono fare il tifo per questo esecutivo, l’alternativa sarebbe l’oblio, ha detto qualche giorno fa Massimo Cacciari. In parte può essere un assunto condivisibile, per una serie di ragioni. Perché la politica ha terminato i bonus con l’elettorato ormai sempre più ridotto a mero spettatore; perché le imprese chiudono come funghi e delocalizzano alla faccia del made in Italy; perché i cassintegrati aumentano e le commesse diminuiscono; perché i “patti” sull’asse Bruxelles-Berlino stanno già condizionando il neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan tentato dalla patrimoniale che potrebbe, per questo, avere poco spazio di manovra; perché mentre la sponda pacifica del pianeta corre il vecchio continente, fatta eccezione per Berlino, arranca e si avvicina pericolosamente ai trend greci; perché è tempo di cambiare, e dopo il Medioevo 2.0 non può che esserci un eurorinascimento mediterraneo.

Ma proprio per tutte queste ragioni due “buchi neri” nella lista dei ministri sono incomprensibili: il Mezzogiorno e l’Europa, ovvero i due fronti di guerra dove si decideranno i destini del Paese. Un grande meridionalista come Francesco Saverio Nitti anni fa osservava che “il problema della libertà e l’avvenire dell’unità, sono ora nella soluzione del problema meridionale”. Una constatazione che, in tempi di rottamazione e rivoluzioni, non può che essere il faro per una impostazione amministrativa veramente innovativa. Che parta, magari, dal buco nero delle municipalizzate, che privatizzi lì dove la mano pubblica ha lasciato solo debiti, che liberalizzi con cognizione e non con foga, per evitare quell’ircocervo di conflitti di competenze tra stato centrale e Regioni che la ventilata riforma del Titolo V potrebbe stanare.

Ma l’assenza di uno spunto verso quel meridione che dovrebbe essere l’epicentro del cambiamento non è un segnale incoraggiante, al pari dei silenzi sulle mafie di cui non è stato fatto cenno, né dal ministro della Giustizia né da quello dell’Interno. 
Altro nodo l’Europa. In molti temono un’escalation delle formazioni anti-moneta unica il prossimo maggio in occasione delle elezioni europee, le più euroscettiche che il vecchio continente ricordi, ma la politica che si dice alta, democratica ed europeista cosa sta facendo per far tornare i cittadini a sentirci parte della casa comune immaginata da Spinelli, Adenauer e De Gasperi?

Auspicare un ministro dell’Euromediterraneo non sarebbe solo uno slogan buono, forse, solo per qualche tweet. Ma un fatto concreto e maledettamente utile.

sabato 22 febbraio 2014

Perché l’eroe d’Europa è greco

Eroe d’Europa o errore d’Europa? Il simpatico teatrino semantico ha accompagnato un ragionamento ad ampio raggio tra il crac di Lehman nel 2008 e il primo riverbero nel vecchio continente con il quasi default ellenico, che in uno scenario altamente indicativo come il Centro Studi Americani di Roma è stato affrontato da vari “punti cardinali”. La visione nord europea, con la difficoltà di quei cittadini di serie A nel comprendere perché prestare denaro a chi non è e non sarà in grado di restituirlo; la versione mediterranea, con la massiccia consapevolezza che proprio per non avere più né somari né primi della classe che schiacciano gli altri, occorre un nuovo euro-rinascimento che parta dalle intellighenzie; e la visione di chi immagina un punto di rottura nelle prossime elezioni europee di maggio, quando i partiti anti euro e anti Ue potrebbero ottenere un risultato clamoroso, costringendo l’intero sistema ad evolversi.

Greco-eroe d’Europa (Albeggi edizioni) non è solo il titolo del mio libro che è stato presentato ieri nel prestigioso istituto americano a Roma, ma è un auspicio, con tanto di prove date dalla storia, recente e lontana. Ha scritto Zygmunt Bauman che «L’Europa non è un tesoro che va scoperto ma una statua che deve essere scolpita». I greci sono un popolo assolutamente peculiare. Non amano essere comandati, non possono subire inquadramenti rigidi, non hanno un ordine mentale prestabilito. Vivono di impulsi, di slanci, di attriti, di faide, di campanilismi, così come la storia ci ricorda. Guardare ai fatti di ieri per decifrare quelli di oggi può risultare un esercizio utile per snocciolare cosa si nasconde effettivamente nell’animo greco.

Lì dove per un momento sembra che regni solo il caos di problematiche o la confusione di soluzioni si possono scorgere invece i contorni della chiave per aprire il libro delle risposte. Gli esempi di eroismi, del passato lontano e più recente, servono per radiografare la mentalità ellenica che fin qui nessuno ha analizzato, fermandosi solo a trattare Pil, spread o quantificazioni dei debiti. Invece non è solo con dati alfanumerici o previsioni di bilancio che si può spiegare questa grande crisi che non è meramente ellenica. Sbagliato e controproducente non capire come dall’Egeo sia partito il segnale di allarme per un’intera visione che semplicemente oggi non si sposa più con i parametri di questo mondo. Giorgio La Pira, politico italiano, sindaco di Firenze, terziario domenicano, ebbe a dire: «Nel destino del Mediterraneo, la tenda della pace» quasi a voler intendere che la risposta è nel mare nostrum, non per una volontà romantica o per un tentativo meridionalistico di risolvere i nodi, bensì perché fisiologicamente non può che essere quello il baricentro di un continente che per la smania di dati e trend ha perso la meta più preziosa: una visione.

E allora quali le nuove lenti da inforcare per “leggere” le pagine che fin qui in moltissimi hanno scelto di ignorare? Le storie di coraggio degli eroi ellenici, da Leonida a Glenzos, da Vaxevanis a Markaris, possono essere un’occasione per scardinare silenzi e cecità, per mettere un po’ di sale lì dove la ferita brucia di più: per prendere coscienza di come siano gli uomini, e non i numeri, a contenere al proprio interno la meta agognata che nessuno ha ancora raggiunto.

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lunedì 17 febbraio 2014

Alexis Tsipras: fate largo allo scompaginatore euromediterraneo

Quando nella primavera del 2012 seguivo alla radio greca ERT (quella che la troika ha chiuso) gli exit poll per le elezioni che si erano tenute in quelle ore drammatiche, per la Grecia e l’intera eurozona, nell’aria c’era un forte profumo di gelsomino. Mi trovavo nella Piana delle Termopili e una ventata di aria fresca spirava ogni qual volta un ragazzo pallido, ma con la faccia comune e pulita, teneva i suoi comizi: dal Peloponneso alla Calcidica, passando dalle infuocate piazze di Atene, che di lì a pochi mesi avrebbero visto persino il grande compositore Mikis Teodorakis impegnato nel lancio di yogurt contro il Parlamento piegato alla troika.

Alexis Tsipras, che l’Italia ha favorevolmente scoperto da qualche mese, la sua rivoluzione già l’ha fatta due anni fa, patendo dal 3% di consensi e arrivando a far tremare lo storico partito socialista del Pasok, giunto oggi al minimo di tutti i tempi: 6%. Chissà cosa direbbe il vecchio Andreas Papandreou senior, padre-padrone della Grecia per quattro lustri, equilibrista al di qua e di là degli oceani, e compagno di partito di Kostas Simitis, il professore che ha traghettato la Grecia dalla dracma all’euro, con i risultati che sappiamo. E contando, in quel pool di super esperti, anche sulla preziosa collaborazione dell’allora giovanissimo Ioannis Stournaras, nel frattempo diventato ministro dell’Economia sotto la troika che governa oggi Atene e in procinto di occupare la poltrona più alta della Banca di Grecia.

I detrattori dell’operazione Tsipras asseriscono che comunque in quel caos che è oggi l’Ellade qualsiasi agitatore di piazza avrebbe avuto il proprio palco, ben illuminato di luci e di flash. Errore. Perché anche altri, con mezzi differenti e poco democratici, hanno tentato la strada del populismo pubblicitario, con un epilogo differente. Nessuno sa al momento quante reali chanches ha Tsipras di vincere la sua corsa “euro mediterranea” di maggio, né si può scommettere una dracma (sì, in questo caso meglio il vecchio conio del classico cents. di euro) su come finirà la nuova battaglia delle Termopili 2.0 che la Grecia tutta sta combattendo: da sola, senza armi e scudi, fronteggiando il nuovo esercito di Serse che prende il nome di troika. Una cosa però è acclarata: i cittadini europei, anche quelli di serie A che risiedono sopra le Alpi, stanno iniziando a preoccuparsi e a riflettere in quale diavolo di girone infernale siano finiti. Anche chi presta denaro è dubbioso sulla capacità di averlo indietro. Era questa la casa comune continentale immaginata da Spinelli, Adenauer, De Gasperi? No, tutt’altra.

Come ha scritto Jean Starobinski, critici sono quei giorni in cui una patologia evolve verso la guarigione o la degenerazione. La Grecia è idratata e alimentata forzatamente da Bruxelles e Berlino, nonostante sia un vegetale, condannata a pagare in eterno un debito che tutti sanno non sarà in grado di onorare. E’come se, tornando al 480 aC, Serse non solo avesse vinto facilmente contro Leonida, ma poi fosse passato indenne a Salamina e Platea, condannando Ellade ed Europa ad un giogo millenario. Alla fine della fiera forse non ci avrebbe poi guadagnato granché.

La luce in fondo al tunnel? Al netto di nomi e sigle, un concetto: urge un rinascimento euro mediterraneo che parta dalle intellighenzie, che si sviluppi attraversi i canali civici e culturali, e prenda il bastone di comando strappandolo con vigore a chi sta affossando carni e volti. Anziché maledire il buio, recita un detto cinese, accendere una candela. La prima fiammella l’ha piazzata un ragazzo nato ad Atene il 28 luglio di un caldissimo 1974. Il tempo dirà se resisterà alle folate di vento teutonico.

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domenica 16 febbraio 2014

Quando Atene comprava carri armati inutili con le tangenti tedesche

Da un lato Berlino impone alla Grecia memorandum lacrime e sangue e tagli praticamente a tutti i settori, dall'altro «caldeggia» l'acquisto miliardario di tank e sommergibili.
È quanto emerge dalle ricostruzioni che l'ex direttore della Difesa ellenica, Antonis Kantas, sta fornendo ai magistrati che indagano su un vorticoso giro di tangenti sull'asse Berlino-Atene, che gli avrebbero fruttato svariate mazzette per l'acquisto di carri armati tedeschi nel 2001.
Nel «Pentagono ellenico» un funzionario come Kantas avrebbe accumulato circa 19 milioni di dollari in un lustro, secondo quanto riportato dal New York Times. Ecco che dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre in Grecia con sullo sfondo anche 170 carri armati Leopard, per i quali Kantas avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco ma di cui poi il Paese non avrebbe neanche acquistato i proiettili, in un trionfo di corruzione improduttiva di proporzioni macroscopiche. Il tutto emerge nelle stesse ore in cui i dati dell'Ue si soffermano sui 60 miliardi della corruzione italiana senza che quei numeri siano però confermati dalla Corte dei Conti e non menzionando incredibilmente il sistema ellenico che Kantas sta svelando agli inquirenti.
Il funzionario dovrà rispondere di riciclaggio di denaro, condotta fraudolenta ai danni dello stato greco, corruzione e falso ideologico. È la prima volta che, dall'interno del sistema, un ingranaggio decide di collaborare, a quasi due anni dall'arresto di Akis Tzogatzopulos, ex ministro della Difesa e braccio destro di Andreas Papandreou, padre padrone socialista della Grecia per vent'anni. Dal maggio 2012 è agli arresti accusato di tangenti per la fornitura di armi, che avrebbe riversato in società off-shore per almeno 100 milioni di euro. E contribuendo ad allargare a macchia d'olio il buco strutturale nelle finanze elleniche che ha causato l'intervento della troika.
Ma è il racconto di quelle tangenti a colpire per esosità di risorse e facilità con cui i funzionari greci dicevano sì ai commercianti tedeschi. Come quando Kantas ha ammesso dinanzi ai magistrati di aver incassato talmente tante tangenti da non ricordarne più dettagli e importi precisi. O come quando, in occasione di quei tank, di fronte alle iniziali perplessità di Kantas, il suo interlocutore gli avrebbe lasciato sul divano dello studio una borsa con 600mila euro in contanti, su un acquisto complessivo di 2,3 miliardi.
Dalle deposizioni emerge, oltre al reato in sé, l'oltraggio con cui i corruttori esercitavano pressioni per corrompere il funzionario di un Paese che acquistava armi contraendo prestiti che in seguito, così come si è visto, non sarebbe stato in grado di onorare. Svariati erano gli emissari che bussavano alla sua porta: tedeschi, francesi, svedesi, olandesi che negli ultimi dieci anni hanno venduto alla Grecia armi per la folle cifra di 68 miliardi dollari. Vi sarebbero anche caccia bombardieri senza sistema di guida elettronico e pagati più di 4 miliardi di euro, oltre a sottomarini rumorosi che non sono ancora ultimati e riposano nei cantieri Skaramangas fuori dal Pireo, il porto ateniese. Senza dimenticare un altro sommergibile con un gravissimo difetto al timone (pendeva a destra) che il governo ordinò da Berlino. Inoltre al culmine della crisi, quando non era chiaro se la Grecia sarebbe uscita dall'eurozona, il Parlamento approvò irresponsabilmente il pagamento di 407 milioni di dollari per i sommergibili tedeschi.
Ma come si è giunti a Kantas? Punto di partenza è la Lista Lagarde, l'elenco di illustri evasori ellenici da cui venne fuori che due impiegati di una grande banca tedesca e altrettanti di una francese avevano il compito di «ricevere» fondi neri dalla Grecia, che giungevano in loco in enormi valige zeppe di denaro contante. Da quella lista, dove ci sono svariati ministri, politici, imprenditori e giornalisti, vanno depennati quattro nomi: l'ex ministro Leonidas Tzanis, trovato nella sua casa di Volos impiccato nell'ottobre del 2012; l'ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato e sotto processo; il mercante d'armi e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d'albergo lo scorso anno; e l'ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. Due in manette e due passati a miglior vita. Almeno per ora.

twitter@FDepalo

giovedì 13 febbraio 2014

Quando Atene comprava carri armati inutili con le tangenti tedesche

Da un lato Berlino impone alla Grecia memorandum lacrime e sangue e tagli praticamente a tutti i settori, dall'altro «caldeggia» l'acquisto miliardario di tank e sommergibili. È quanto emerge dalle ricostruzioni che l'ex direttore della Difesa ellenica, Antonis Kantas, sta fornendo ai magistrati che indagano su un vorticoso giro di tangenti sull'asse Berlino-Atene, che gli avrebbero fruttato svariate mazzette per l'acquisto di carri armati tedeschi nel 2001.
Nel «Pentagono ellenico» un funzionario come Kantas avrebbe accumulato circa 19 milioni di dollari in un lustro, secondo quanto riportato dal New York Times. Ecco che dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre in Grecia con sullo sfondo anche 170 carri armati Leopard, per i quali Kantas avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco ma di cui poi il Paese non avrebbe neanche acquistato i proiettili, in un trionfo di corruzione improduttiva di proporzioni macroscopiche. Il tutto emerge nelle stesse ore in cui i dati dell'Ue si soffermano sui 60 miliardi della corruzione italiana senza che quei numeri siano però confermati dalla Corte dei Conti e non menzionando incredibilmente il sistema ellenico che Kantas sta svelando agli inquirenti.

Il funzionario dovrà rispondere di riciclaggio di denaro, condotta fraudolenta ai danni dello stato greco, corruzione e falso ideologico. È la prima volta che, dall'interno del sistema, un ingranaggio decide di collaborare, a quasi due anni dall'arresto di Akis Tzogatzopulos, ex ministro della Difesa e braccio destro di Andreas Papandreou, padre padrone socialista della Grecia per vent'anni. Dal maggio 2012 è agli arresti accusato di tangenti per la fornitura di armi, che avrebbe riversato in società off-shore per almeno 100 milioni di euro. E contribuendo ad allargare a macchia d'olio il buco strutturale nelle finanze elleniche che ha causato l'intervento della troika.
Ma è il racconto di quelle tangenti a colpire per esosità di risorse e facilità con cui i funzionari greci dicevano sì ai commercianti tedeschi. Come quando Kantas ha ammesso dinanzi ai magistrati di aver incassato talmente tante tangenti da non ricordarne più dettagli e importi precisi. O come quando, in occasione di quei tank, di fronte alle iniziali perplessità di Kantas, il suo interlocutore gli avrebbe lasciato sul divano dello studio una borsa con 600mila euro in contanti, su un acquisto complessivo di 2,3 miliardi.

Dalle deposizioni emerge, oltre al reato in sé, l'oltraggio con cui i corruttori esercitavano pressioni per corrompere il funzionario di un Paese che acquistava armi contraendo prestiti che in seguito, così come si è visto, non sarebbe stato in grado di onorare. Svariati erano gli emissari che bussavano alla sua porta: tedeschi, francesi, svedesi, olandesi che negli ultimi dieci anni hanno venduto alla Grecia armi per la folle cifra di 68 miliardi dollari. Vi sarebbero anche caccia bombardieri senza sistema di guida elettronico e pagati più di 4 miliardi di euro, oltre a sottomarini rumorosi che non sono ancora ultimati e riposano nei cantieri Skaramangas fuori dal Pireo, il porto ateniese. Senza dimenticare un altro sommergibile con un gravissimo difetto al timone (pendeva a destra) che il governo ordinò da Berlino. Inoltre al culmine della crisi, quando non era chiaro se la Grecia sarebbe uscita dall'eurozona, il Parlamento approvò irresponsabilmente il pagamento di 407 milioni di dollari per i sommergibili tedeschi.

Ma come si è giunti a Kantas? Punto di partenza è la Lista Lagarde, l'elenco di illustri evasori ellenici da cui venne fuori che due impiegati di una grande banca tedesca e altrettanti di una francese avevano il compito di «ricevere» fondi neri dalla Grecia, che giungevano in loco in enormi valige zeppe di denaro contante. Da quella lista, dove ci sono svariati ministri, politici, imprenditori e giornalisti, vanno depennati quattro nomi: l'ex ministro Leonidas Tzanis, trovato nella sua casa di Volos impiccato nell'ottobre del 2012; l'ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato e sotto processo; il mercante d'armi e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d'albergo lo scorso anno; e l'ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. Due in manette e due passati a miglior vita. Almeno per ora.

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Crisi greca, la mossa disperata di Atene: una tassa sui chilometri percorsi in auto

Mentre il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble chiude definitivamente ad un possibile taglio del debito greco, così come era stato ventilato all’inizio dell’anno, il governo di Atene, d’intesa con la troika, s’inventa un altro assurdo balzello: la tassa sui chilometri. A partire dal 2015 uno speciale gps montato su ogni autovettura, quindi con un costo in più tra installazione e manutenzione, rileverà quanti chilometri percorrerà ogni cittadino nell’arco dei dodici mesi, così da corrispondere all’erario il dovuto.

Un’ulteriore partita di giro non risolutiva che si abbatte su cittadini e imprese, con riverberi precisi soprattutto tra i commercianti e tra chi utilizza il trasporto su gomma come attività lavorativa. Ma l’esecutivo di Antonis Samaras ha deciso di non prestare ascolto alle proteste delle categorie produttive e di cittadini stremati da tre memorandum, e prosegue per la sua strada, imitando l’Olanda: per cui da un lato potrà essere ridotta la tassa di circolazione del 30%, ma dall’altro sarà introdotto un nuovo sistema di tassazione che si baserà su un dispositivo di localizzazione satellitare installato su ogni veicolo greco. La tassazione sarà applicata alla circolazione su tutti i tipi di strade, dalle urbane alle autostrade, con un costo chilometrico per l’automobilista che varierà a seconda del tipo, del peso e del livello di emissioni del veicolo.

Di base, secondo le anticipazioni fornite dal ministero dei trasporti greco, la tassa fissa per ogni chilometro percorso da un’auto berlina sarà tre centesimi di euro. Il tutto mentre nel Paese lunedì sono andate in scena le proteste dei forconi ellenici, che hanno bloccato una serie di arterie stradali da Nord a Sud, (Serres, Pella, Egnatia, Atene) per lamentare il nuovo regime fiscale a carico di agricoltori e coltivatori ormai sul lastrico. Trentotto i posti di blocco nel Nord del Paese a Serres dove è stata anche occupata simbolicamente la sede della Bank of Piraeus e il raccordo anulare alle porte di Atene, con disagi al traffico. I forconi dell’Acropoli chiedono l’eliminazione dell’obbligo di contabilità per importi inferiori ai 40mila euro e lo sconto per quegli agricoltori che sono in mora con lo Stato perché non possono pagare tasse in quanto falliti o con debiti superiori agli incassi.

La riforma caldeggiata dalla troika impone invece altri balzelli e non intende fare sconti sul prezzo delle materie prime (come carburante per trattori). La protesta è partita a sole 48 ore da un altro fronte caldo, quello dei medici e dei sanitari statali che hanno incrociato le braccia contro il disegno di legge riguardante la riforma dell’ente nazionale per la Prestazione di servizi sanitari presentato dal ministro della Sanità Adonis Georgiadis. Sciopero di 24 ore con medici e lavoratori degli ospedali pubblici in piazza per una manifestazione convocata davanti al ministero della Sanità. Ma con il rischio che dal governo arrivi un altro muro di gomma, mentre nelle prossime settimane si annunciano nuove rivelazioni sugli scandali legati alle tangenti per la fornitura di armi con il coinvolgimento di esponenti di primissimo piano dell’esecutivo.

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