lunedì 23 giugno 2014

Grecia e Italia, ecco come e quanto investono gli Emirati Arabi Uniti

Emirati Arabi e Cina investono massicciamente nella Grecia post memorandum, rispettivamente con 36 e 6,5 miliardi di euro. Ecco come, dopo le puntate arabe in Italia che hanno portato al matrimonio tra Etihad e Alitalia, i denari degli Emirati Arabi fanno rotta sulla Grecia ma guardando con interesse all’intera area mediterranea.

ALI-HAD
Dopo aver quasi risolto la partita con Roma, dagli Emirati si apre un altro fronte di possibili e future convergenze. Trentasei miliardi di euro pronti dagli Emirati Arabi per essere riversati in Grecia. Primo obiettivo del Consiglio gli investimenti di Abu Dhabi, è l’Astir Palace Resort di Atene, una struttura faraonica presente nella lista delle privatizzazioni e degli immobili che lo Stato ha messo sul mercato, proprio come il vecchio aeroporto di Atene, per cui il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha annunciato un investimento da 7 miliardi di euro.

BUSINESS E LAVORO
Accanto al business che verrà creato, le stime emiratine parlano di un’opportunità di lavoro per circa 50mila occupati. Gli annunci sono giunti in occasione del Comitato ministeriale EAU-Grecia nella capitale greca, alla presenza delle autorità elleniche (come il Vice Primo Ministro greco e Ministro degli Esteri, Evangelos Venizelos) e del Ministro dell’EAU, Sultan bin Ahmed Al Jaber. I greci potrebbero a questo punto sostenere la candidatura degli Emirati all’esenzione dall’obbligo del visto Schengen oltre alla gara per diventare sede del World Expo 2020.

COLLABORAZIONE
La parte araba ha inoltre approfittato dell’occasione commerciale per stringere un’alleanza anche politica con la Grecia, a cui chiedere appoggio in vista della candidatura degli Emirati Arabi Uniti per l’adesione non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il periodo 2022-2023, oltre che per una serie di altri passaggi come la nomina per la rielezione dei membri del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il 2016-2018, la nomina per la rielezione alla International Telecommunication Union (ITU) per il 2015-2018.

CHI HA FIRMATO
Sono stati siglati accordi in una serie di ambiti come la promozione degli investimenti e cooperazione in campo militare, agroalimentare e sportiva tra società come Al Maabar International Investment, Latsis Group, Lamda Development, Energy Solutions, Abu Dhabi National Energy Company, Gek Terna Group.

CINA
Non solo gli Emirati, ma anche la Cina ha messo gli occhi sulla Grecia. Non da oggi Pechino dispone un vero e proprio “braccio meccanico” operativo al centro dell’Egeo, grazie alla privatizzazione del porto del Pireo che ha consentito dieci anni fa alla Cosco Cina (che possiede il 67% del porto) di operare in una delle aree più significative del mare nostrum, permettendo alle navi porta container in rotta verso l’Europa di evitare l’approdo a Rotterdam, risparmiando così una settimana di viaggio.

ACCORDI
Due giorni fa ecco la visita ad Atene del primo ministro Li Ketsiangk con al seguito un gruppo di industriali. Al termine della visita in Grecia, sono stati siglati 19 accordi commerciali per un valore stimato di 6,5 miliardi di dollari. Tra i principali accordi la collaborazione per promuovere gli scambi e la cooperazione degli investimenti, firmato dal ministro dello Sviluppo Nikos Dendias e il suo omologo cinese Gao Hucheng, così come un accordo sui prestiti bancari cinesi al fine di costruire nuove navi greche nei cantieri navali cinesi. La Grecia potrà esportare prodotti come olio d’oliva, vino e marmo mentre in loco i cinesi costruiranno parchi solari.

lunedì 16 giugno 2014

Tv-trash: né topa né gatta, solo cattiva educazione

“La vita – diceva Michel de Montaigne – è un movimento ineguale, irregolare, multiforme”. Non è vero che la gaffe con Sofia Loren del comico toscano che ha presentato i David di Donatello ha riportato attenzione su un “evento che non interessa più nessuno”. In questa Italia dove la sobrietà e la buona educazione vengono mortificate dalla rottamazione persino delle buone maniere, si fa strada il rischio che tutto venga giustificato sull’altare del cambiamento e della modernità.

Dare in televisione della topa o, a seconda delle regioni di provenienza, della gatta, ad una donna che ha fatto la storia del cinema italiano ha poco a che vedere con share e irriverenza: è roba da cafoni, punto. Altro, poi, ragionare serenamente e dati auditel alla mano su format che non tirano più quanto si vorrebbe o su contenitori che non stimolano il grande pubblico a sintonizzarsi su quel canale. Per un ventennio le doglianze della critica televisiva si erano concentrate sulla crisi del racconto, con interi pezzi di vita del nostro Paese sottaciuti o sotterrati a seconda delle esigenze, passando per la proliferazione dei pollai televisivi dove tutti si insultavano reciprocamente anziché spiegare nel merito ricette e proposte.

Ma c’è un pezzo d’Italia che è riuscito a fare anche peggio della politica, evidenziando non la dipendenza dal trash ma la sua omologazione come iper parametro di valutazione. È quella deriva 2.0 che lo stesso comico ha orgogliosamente spiegato ai giornalisti che lo incalzavano, citando eventi simili negli Usa dove i presentatori portano pizze in studio e coinvolgono attori e star. Non si rammenta, ad esempio, che David Letterman abbia mai epitetato in tale modo Hillary Clinton o Madonna nei propri studi. E allora il pericolo che si strutturi una vera e propria arena, con un altro circo mediatico dove tutto è concesso “perché lo spettacolo di prima era noioso in quanto ingessato” è un assunto che non va bene per nulla.

Ed ecco giunti al David, con niente altro se non l’analisi di sempre, con il lato B che sul grande schermo buca più di una lezione di filosofia. Ma non per questo deve passare il messaggio che la seconda debba sparire in favore del primo. Comici o meno.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/6/14
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Elezioni in Kosovo, vince il premier uscente Thaci: ipotesi governo di larghe intese

Hashim Thaci, premier uscente, è ancora il più votato in Kosovo ma le opposizioni rimontano rispetto alle attese. Le elezioni anticipate che hanno interessato tutto il Paese, compreso il nord e senza distinzioni di etnie, vedono in testa Thaci con il 31% e il suo Partito democratico del Kosovo (Pdk). Seconda la Lega democratica del Kosovo (Lkd), con circa il 26%. Un pezzo dell’alleanza governativa, invece, la Nuova alleanza del Kosovo (Akr) registra una battuta di arresto con solo il 4,7% raccolto. Delusione anche per il movimento nazionalista Vetevendosje (Autodeterminazione), votato dal 13,6% degli elettori, che invece sperava in percentuali “alla Farage”, mentre la sorpresa è rappresentata dal nuovo movimento “Iniziativa per il Kosovo” (fondato da due oppositori di Thaci nel Pdk) che raggiunge il 5% dei voti.

Già dalla scorsa notte Thaci ha annunciato il proprio successo, ringraziando per la fiducia nei suoi confronti e promettendo “un rinnovato impegno per riformare il Paese, migliorare l’economia e proseguire sulla strada dell’integrazione europea”. Ma proprio il leader di oggi deve convivere con un passato particolarmente scomodo: per anni ha guidato l’UCK, la milizia kosovara che combatteva contro le truppe di Belgrado. E’stato anche interessato da una serie di accuse pesanti, come traffico di droga, di esseri umani, di organi e torturatore secondo un report redatto dalla commissione di inchiesta del Consiglio d’Europa. In occasione dello spoglio non si è registrato alcun episodio legato alla legalità del voto, circostanza su cui nei giorni scorsi era intervenuta anche la Commissione Europea.

“L’Unione europea desidera vedere elezioni legislative libere, eque ed inclusive”, aveva detto alla vigilia elettorale fa il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, dal momento che queste sono “le prime elezioni dopo la conclusione dei negoziati dell’accordo di associazione” fra Ue­ e Kosovo. “Il Kosovo ­- ha aggiunto ­- ha fatto importanti progressi nelle sue relazioni con l’Ue e nella normalizzazione delle relazioni con la Serbia“. Il voto si presta ad una doppia lettura: da un lato i numeri hanno confermato in testa il partito del premier uscente, dall’altro le opposizioni insieme raggiungono quasi il 60%, quindi fiducia nel leader ma non nel suo partito e voglia di cambiamento nel Paese.

Se gli equilibri verranno confermati, difficilmente si potrebbe assistere ad un governo monocolore di Thaci, ma verosimilmente si andrebbe verso un governo di larghe intese per fare riforme e poi tornare al voto, come la stampa kosovara e albanese ha già fatto trapelare da questa mattina. Mero Baze dalle colonne del magazine Express osserva che il risultato è un chiaro segno di stabilità nazionale per il partito di Thaci, ma rappresenta una precisa richiesta di cambiamento della società kosovara, dal momento che gli elettori hanno eliminato dalla scena politica l’ex leader Behgjet Pacolli. Per cui, certifica, “i partiti dovrebbero rispettare quello spirito di cambiamento dando vita ad un esecutivo con un’ampia base, se l’opposizione non riuscirà a trovare un terreno comune per formare una maggioranza tutta sua”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 9/6/14
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Tutte le mosse di Putin, Lukashenko e Nazarbayev verso l’Urss 2.0

Una mossa in chiave anti Ue, voglia di espansione per arginare gli effetti della recessione economica o il ritorno ai fasti della vecchia Urss? Putin, Lukashenko e Nazarbayev hanno firmato un trattato che getta le basi per la creazione dell’Unione economica eurasiatica, inizialmente tra Russia, Bielorussia e Kazakistan. Una sorta di mega unione doganale (già esistente in altra forma fra i tre Paesi) con l’obiettivo di strutturare un maggiore coordinamento che sia anticamera allo spazio economico unico. E così mentre l’Ue non riesce ad avere una politica estera unitaria, c’è qualcuno a est che prova a strutturare quella che alcuni analisti hanno definito una Urss 2.0.

LA FIRMA
In seguito alla prevista ratifica da parte dei parlamenti dei tre Paesi, la Ceea inizierà ad essere attuata a partire dal primo gennaio 2015. Da quel momento in poi non solo l’unione doganale sarà di diverso impatto, ma cambieranno strategie e modelli della cooperazione economica con una nuova piattaforma sistematica finanziaria, che nelle intenzioni dovrà essere capace di coordinare quattro macro aree: i sistemi finanziari degli aderenti, la politica industriale, quella agricola e del mercato del lavoro.

COME FUNZIONERÀ
Saranno i principi del Wto a regolamentare questo immenso mercato che abbraccia idealmente almeno 170 milioni di cittadini, i quali, secondo Vladimir Putin, raggiungeranno un “nuovo livello di integrazione” tra Mosca, Minsk ed Astana. Sono in molti a definirlo il sogno di Putin dal momento che non si tratta esclusivamente di una pietra miliare all’interno del meccanismo di integrazione nello spazio eurasiatico, ma di fatto rappresenta una nuova massa in contrapposizione a un’Unione europea in cerca di se stessa e attraversata dalle spinte degli euroscettici appena approdati in massa nel nuovo Parlamento di Strasburgo.

LA CEEAI
I riverberi di natura geopolitica della Ceea spazieranno dal petrolio al gas (dopo l’accordo Mosca-Pechino) , dalle infrastrutture all’ambiente, dalle nuove strategie legate all’agricoltura fino all’industria vera e propria. Un dato oggettivo è dato dall’incremento che verrà registrato alla voce opportunità di business per la realizzazione di investimenti congiunti, senza dimenticare due elementi secondari ma di un rilevante peso specifico come la cooperazione e la comunicazione. All’orizzonte già si profila una road map per l’adeguamento della legislazione del Kirghizistan, ma con porte aperte all’Armenia già a giugno, come scrive il francese Liberation, secondo cui c’è già il nulla osta del presidente Serzh Sargsyan.

LE REAZIONI
Per gli esperti, queste mosse avranno sicure conseguenze, poiché l’area del pianeta che detiene un terzo del gas mondiale e il 15% del petrolio ha deciso di fare massa ed unirsi sotto la stessa bandiera. Tuttavia quando Nazarbayev dice a chiare lettere che “questa unione è economica e non pregiudica la sovranità degli Stati partecipanti” non solo sottolinea un’evidenza formalistica ma sgombra il campo da altre riflessioni circa la portata generale dell’operazione, su cui restano i dubbi di molti analisti. Ciò su cui si interrogano dall’altro versante dell’Atlantico è se questa mossa possa essere propedeutica ad altro, dal momento che lo stesso Putin nel 2005 aveva definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe geopolitica” del ventesimo secolo.

Fonte: Fomiche.net del 29/5/14
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Come discutono (e come si dividono) i Popolari di Mario Mauro

Ricostruzione della discussione post Europee all’interno del movimento Popolari per l’Italia capitanato dall’ex europarlamentare Pdl ed ex ministro della Difesa nel governo Letta, Mario Mauro. La mozione approvata dall’assemblea e quello che pensa la componente che fa riferimento alla Comunità di Sant’Egidio…Primo round del derby tutto popolare tra mauriani e santegidiani, che in occasione dell’Assemblea dei Popolari per l’Italia hanno animato uno scontro verbale a tratti animato. Con un Pd al 40% e un centrodestra ormai deflagrato quale sarà il contributo (di oggi) e il ruolo (futuro) dei Popolari? L’interrogativo è iniziato a circolare nelle ore immediatamente successive al risultato delle elezioni europee ma anche con uno sguardo rivolto alle amministrative, i cui ballottaggi si svolgeranno tra una settimana. Ecco una mappa aggiornata di umori e mire.

DERBY POPOLARE
Chi spinge sull’acceleratore perché si impedisca che l’esperienza della lista comune con Ncd e Udc subisca uno stop ha alzato la voce in occasione dell’assemblea dei Popolari per l’Italia andata in scena ieri all’Hotel Nazionale di Roma, dove si sono fronteggiate le due anime del partito. Da un lato i mauriani convinti di una prospettiva popolare che non guardi a sinistra, come i sottosegretari Angela D’Onghia e Domenico Rossi, il deputato Tito Di Maggio, l’onorevole eletto all’estero Mario Caruso e Potito Salatto (socio fondatore del Ppi). Dall’altro gli esponenti vicini alla comunità di Sant’Egidio come Mario Marazziti, il capogruppo Lorenzo Dellai, il viceministro Andrea Oliviero e il sottosegretario agli esteri Mario Giro.

ODG CONFEDERALE
E’ stato approvato all’unanimità un ordine del giorno con il quale è stata sottolineata la necessità di lavorare per una confederazione popolare che abbia come obiettivo la costituzione del Ppe in Italia, soggetto di idealità alternative e distinte dal socialismo europeo; si è riconfermato il sostegno al governo Renzi a cui sarà comunque necessario suggerire provvedimenti più adeguati per la ripresa economica e sociale del Paese; sono state rimarcate le posizioni riguardanti i gruppi in Parlamento come quella del veto alla Camera del divorzio breve in coerenza con i valori del partito. E’ stato infine dato mandato al presidente Mario Mauro di adoperarsi, in tempi rapidi, per costruire una più articolata e incisiva struttura di partito, individuando ruoli politici e organizzativi nazionali e regionali.

POST EUROPEE
Esiste il rischio che il neo-centrismo rappresentato da Ncd, Udc e Ppi possa sbandare, anche se solo per un momento, verso Palazzo Chigi anziché verso il naturale versante popolare? Il quesito ha fatto capolino quando si è iniziato ad analizzare i numeri delle europee, dove le prove generali di un Ppe italiano hanno fatto i conti con 1.199.703 voti che sono valsi il 4,38% al cartello Ncd-Udc. Un passaggio che era già stato evidenziato qualche giorno fa dal leader dell’Udc Pierferdinando Casini dalle colonne del Mattino, quando aveva aperto alla costruzione di un muro comune per fermare i populismi ma senza per questo dare adito a “matrimoni di convenienza”. E aveva osservato come “in questo contesto la prospettiva di un bipolarismo tra Matteo Renzi e Beppe Grillo delinea il rischio di una democrazia incompiuta. Per dirla in altre parole: gli elettori non possono essere obbligati a scegliere tra sinistra e M5S”. Ecco il punto, tra l’altro rimarcato dallo stesso ex ministro Mauro su Formiche.net.

PROSPETTIVA REGIONALI
Alle elezioni regionali del 2015 manca esattamente un anno, ragion per cui lo zoccolo duro del partito spinge per gruppi unici alla Camera e al Senato con Udc e Ncd. Mentre le minoranza del partito non avrebbe poi troppa fretta nel guardare al destino futuro del centrodestra, preferendo affrontare la quotidianità rappresentata dall’appoggio al governo Renzi. “Mentre Scelta Civica e qualche altro parlamentare sparso meditano come traghettarsi verso Renzi, Ncd, Udc e Popolari per l’Italia procedano, dopo la lista comune per le Europee, a unificare i gruppi alla Camera e al Senato”, attacca l’eurodeputato uscente del PPE Potito Salatto, socio fondatore dei Popolari per l’Italia. “Sarebbe questo – aggiunge – un ulteriore segnale verso un unico partito dei popolari in Italia e nel Ppe. Le elezioni regionali sono ormai alle porte. Presentarsi disarticolati sarebbe un grande errore. Distanti dalla destra e distinti dalla sinistra, noi popolari abbiamo dinanzi a noi una prateria sterminata da conquistare con ideali, valori e programmi adeguati. Alfano, Cesa e Mauro facciano un passo in avanti”.

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Fonte: Formiche del 30/5/14

Tra Leopolda e nuovo Tsipras? Meglio le idee euromediterranee

Ha scritto Virgilio che “l’incidente è il tempo stesso che passa, un tempo sempre più veloce, sempre più incalzante: il tempo è l’incidente degli incidenti”. E in politica, come è noto, il tempo è strategico per scelte e rotte da seguire. Il centrodestra italiano ha imboccato l’ultimo curvone prima del finish e non sarà imitando adunate toscane o cercando un Tsipras alla destra di Renzi che si darà un competitor a quel Pd che si appresta a governare per un paio di lustri.Per coloro che si riconoscono in un liberalconservatorismo 2.0, attento a rimodellare quella casa del Ppe in cerca di conferme, punto di partenza dovrebbe essere una concezione europeista di base: precisa, dai contorni definititi e senza sbavature localistiche. Immaginare un’Ue che vada dall’Atlantico agli Urali è stato il filo conduttore di un progetto pro Unione e anti separatismi che ha caratterizzato il percorso non socialista degli ultimi quarant’anni. Chi oggi sotto (o sopra) elezioni urla a squarciagola l’uscita del nostro Paese dall’Ue non solo non conosce il valore simbolico e legale dei trattati europei, ma fa mostra di ignorare un macro elemento assoluto: in un momento in cui il resto del pianeta allaccia alleanze strategiche, come quella russocinese, oltre al proliferare di veri e propri giganti economici come i paesi dell’area asiatica, che ruolo potrebbe giocare l’Italia in solitario?

Demagogia, quindi, rincorrere umori di piazza e proposte di pancia, ma altrettanto inutile sarebbe immaginare di lasciare lo status quo così come appare oggi. Alzare il dito e tentare di migliorare l’Europa, però, non significa essere antieuropeisti: tutt’altro.

Ben più difficile restaurare il vecchio continente e quella burocrazia che si evidenzia nella doppia sede e in lacci e lacciuoli deleteri, piuttosto che buttare il bambino con l’acqua sporca, puntando sulla disperazione di elettori imbestialiti e provati dalla crisi: ecco un primo punto di partenza per i conservatori-repubblicani 2.0. Restare in Europa, provare a migliorarla dall’interno e anzi allargarne il raggio di azione ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, così come ad esempio ha fatto Vladimir Putin con l’alleanza euroasiatica pochi giorni fa. Una visione, quindi, che fino ad oggi non c’è stata.In secondo luogo le lezioni del passato dovrebbero servire a chi rischia di commettere i medesimi errori. Il centrodestra in Italia ha goduto del suo massimo splendore politico (e quindi con ruoli di governo) quando è riuscito a rompere la monotonia dell’avversario, offrendo un quadro compatto e d’insieme, in virtù di un’alleanza programmatica e partitica. E puntando su uno slogan rivoluzionario. L’esatto contrario di ciò che si oggettivizza, per mille motivi, oggi.

Di contro il Pd renziano, non solo ha rottamato la classe dirigente del passato, ma è riuscito a ridare speranza al proprio elettorato e contagiando i delusi degli altri schieramenti: puntando forte sul senso di rinascita di un “partito della nazione”, su una lenzuolata di riforme, sulla consapevolezza che non esiste una terza via, per cui o si fa rinascere l’Italia o si affonda tutti. E al di là delle case di appartenenza dei singoli come dimostra il 40% ottenuto alle elezioni europee, secondo record della storia repubblicana italiana dopo il 42% ottenuto dalla Dc nel 1958.Significa che sigle e casacche poco contano in un tessuto sociale allo sbando, con una nuova emigrazione che costringe i 40enni italiani a tentare la fortuna oltre oceano, con marchi italiani colonizzati da società straniere, con i cento miliardi spesi nell’ultimo lustro per la cassa integrazione con cui quantomeno si sarebbe potuto stimolare il mercato invece che pagare i cittadini per non far nulla.

Per cui, più che una Leopolda o un Tsipras di centrodestra, sarà il caso che i conservatori-repubblicani italiani azzerino tutto: slogan, metodi di selezione, vecchi vizi del passato, parentele e affinità. E puntino su una rottura netta, su competenze vere e non presunte, su un nuovo europeismo e non su farfugliamenti dell’ultimo minuto, su un euro più giusto e non così forte sul dollaro, su quell’energia che chi ha fatto l’Italia nel dopoguerra ha messo in campo in proprio. E attendere che i semi, se buoni, diano i loro frutti.

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Fonte: Formiche del 30/5/14

mercoledì 11 giugno 2014

Gossip a orologeria sugli euroscettici

Dal Giornale dell'11/6/14

Gli euroscettici? Razzisti, fascisti, traditori e irriverenti. Non passa giorno che i media europei non mettano in atto la strategia che negli Usa è stata ribattezzata «character assassination».
Nigel Farage descritto come un Hilter
Ovvero quel lavorìo, sotterraneo e in Rete, che punta a distruggere gli euroscettici, definendoli deleteri e folli proprio ora che hanno avuto un successo elettorale alle europee. Ma non funziona più di fatto, in quanto i casi folkloristici alla Borghezio, per intenderci, sono al minimo e quel voto va in qualche modo rispettato.
L'attacco personale dunque, come strumento di delegittimazione politica. Ne sa qualcosa, più di tutti, il numero uno del Front National Marine Le Pen: il bacio al suo compagno Louis Aliot, postato su Twitter per smentire voci di crisi interne alla coppia, è stato ritoccato dalla Rete con cambio di partner da François Hollande e, tra gli altri, Ryan Gosling, un maiale e anche Francesco Totti. La foto era stata pubblicata dal settimanale Closer, che non metteva l'accento sull'exploit elettorale ma la ritraeva con Aliot, il vicepresidente del partito al quale è legata da cinque anni, il tutto corredato da un titolo per nulla ambiguo: «La coppia scoppia».
Amori e partner fanno rima con Nigel Farage, l'incubo inglese del nuovo Parlamento europeo. Ultima in ordine di tempo l'accusa di essere un consumatore di donne, tra cui la sua ex addetta stampa, la 32enne Annabelle Fuller, indicata come destinataria delle attenzioni particolari del leader dell'Ukip, e che ha tentato il suicidio dopo i festeggiamenti del partito per celebrare il trionfo europeo. Ma non è tutto, perché dall'essere un dongiovanni british Farage è passato alla vicinanza con il Führer, bersagliato a colpi di vignette e foto che lo ritraggono con i baffi alla Hitler.
E poi c'è la Rete: su Facebook lo insultano in quanto razzista, ma il suo programma dice semplicemente: «Dal primo gennaio la Gran Bretagna ha aperto le sue porte a Bulgaria e Romania. Immigrazione fuori controllo. Una porta aperta al crimine». E ancora: «28 mila romeni sono agli arresti per crimini a Londra. I romeni sono il secondo gruppo straniero nella lista degli arresti per seri crimini. Questi includono 142 stupri, 10 omicidi, 66 crimini sessuali, 303 rapine, 1370 furti , 2902 atti di violenza». E propone l'espulsione per i clandestini così come avviene in altri continenti. Solo dati di cronaca, quindi, su cui chi amministra ha il dovere di riflettere. È come se i vigili del fuoco chiamati a spegnere un incendio, per il solo fatto di dare l'allarme, venissero etichettati come piromani. In precedenza si era parlato anche di una notte brava di Farage a Malta, dove era stato immortalato mano nella mano con una donna mentre tornava al suo hotel.
Ma la caccia all'euroscettico non conosce tregua e su Farage nessuno dice, ad esempio, che nel suo programma propone di rottamare il 50 per cento dei giovani che vanno all'università. Ovvero consentire alle università di scegliere in base al merito accademico e riformare competenze e collegi professionali, sostituendo i prestiti agli studenti (ad alto rischio) con borse di studio. Né si fa cenno ad alcuni punti come la riforma del Parlamento britannico con poteri agli amministratori locali e alla sue istanze, investimenti in nuove strade, tangenziali e allargamento delle strade principali; introduzione della «Britdisc», dovuta da camion stranieri che utilizzano strade britanniche.
Insomma, ai contenuti degli euroscettici poco spazio, mentre al presunto gossip e alla delegittimazione personale vere e proprie autostrade. Che gli elettori, lo scorso 25 maggio, hanno scelto di ignorare.
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lunedì 26 maggio 2014

Un greco su tre vota Tsipras La Sinistra non aveva mai vinto

Dal Giornale del 26/5/14

l vento anti troika davanti a tutti. Le elezioni europee in Grecia parlano una lingua diversa dal tedesco mandato a memoria dal premier Antonis Samaras, con la sinistra radicale di Alexis Tsipras primo partito nel Paese con almeno quattro punti in più rispetto ai conservatori al governo. Troppo forte la delusione popolare per chi ha accettato senza fiatare un memorandum che stringe un cappio al collo dei greci sino al 2055. E così il Syriza si spinge fino al 27%, con Nea Dimokratia al 23. Prosegue l'exploit dei neonazisti di Alba dorata, stabilmente al terzo posto con circa il 10%. Scompaiono i socialisti, dati intorno al 6% con l'esperimento di Elià, una sorta di Ulivo che avrebbe voluto federale ciò che resta del centrosinistra guidato da Evangelos Venizelos, ma che di fatto ha avantaggiato chi, come il giornalista Stavros Teodorakis, in un mese ha messo su il partito del Potami (il fiume) dato al 6%, così come i comunisti del Kke. 

Ai ballottaggi per le amministrative in grande spolvero i candidati indipendenti, come Ioannis Moralis al comune di Pireo, molto vicino al club calcistico dell'Olympiacos, segno che i greci poco si fidano ormai della politica 2.0 ma preferiscono dare fiducia ad imprenditori e volti nuovi. Un risultato che, se confermato, sarebbe storico per la Grecia dove mai un partito di sinistra è risultato primo assoluto ad un'elezione. 

Si fa sempre più rischioso il gabinetto guidato da Samaras in tandem col socialista Venizelos, che già possono contare su di un solo voto in più in Parlamento.


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giovedì 15 maggio 2014

Strage in miniera, assalto a Erdogan

Se anche solo piovesse a Istanbul, le piazze si rivolterebbero contro Erdogan. È ormai un trend incontrovertibile quello del disagio sociale nei riguardi del premier turco.
Persino un fatto dolorosissimo come l'esplosione nella miniera di Soma, il peggior disastro che la storia del Bosforo ricordi, si trasforma in occasione di protesta contro un regime inviso. La Turchia tutta si è fermata. Troppo grande l'angoscia per le 240 e più vittime, per i 120 minatori ancora intrappolati e per gli 80 feriti a seguito dello scoppio nell'impianto carbonifero situato nella parte occidentale del Paese, accaduto a cavallo tra un cambio di turno, con il monossido di carbonio che si è diffuso rapidamente. Poche in verità le speranze di trovare minatori ancora in vita, mentre si continua a scavare anche a mani nude e dopo che per tutta la notte di martedì i soccorritori hanno pompato ossigeno nella miniera. Anche Papa Francesco ha lanciato un appello in occasione dell'udienza generale del mercoledì: «Vi invito a pregare per i minatori morti nella miniera di Soma, in Turchia e per quanti si trovano ancora intrappolati nelle gallerie». 
Ma è la rabbia a soffiare adesso sul fuoco delle polemiche, con gli oppositori di Erdogan che accusano il governo di aver ignorato i ripetuti avvertimenti sulla sicurezza delle miniere. Una regione, quella situata a 300 km a ovest di Istanbul, che negli ultimi dieci anni ha fatto registrare un'impennata alla voce sviluppo/pil e che oggi si interroga su come sia possibile morire per un salario bassissimo. Proprio la società proprietaria dell'impianto è messa nel mirino dal partito di opposizione Chp: avrebbe impiegato alcuni minorenni, facendoli lavorare ben al di là dell'orario stabilito, e con l'ombra rappresentata dai dati dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che posiziona la Turchia come il terzo peggior Paese al mondo per le morti sul lavoro.
La protesta è sfociata ad Ankara, dove gli attivisti anti-Erdogan hanno invitato i cittadini a sdraiarsi per terra nelle stazioni della metropolitana, in ricordo delle vittime. Le forze dell'ordine non hanno gradito la manifestazione e, per il solo fatto che non era stata preventivamente autorizzata, hanno lanciato lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i presenti, presso la Middle East Technical University. Violenti scontri anche a Istanbul. «Noi, una nazione di 77 milioni di abitanti, stiamo vivendo un grande dolore», ha detto Erdogan in una conferenza stampa improvvisata dopo aver visitato la miniera. All'uscita il premier è stato costretto a rifugiarsi in un supermercato fuori dal quale lo attendeva una folla inferocita, che ha poi preso a calci la sua auto al grido di «Ladro e assassino». Le sue parole non sono bastate a chi vede proprio nelle politiche governative l'epicentro dei problemi. A chi gli chiedeva conto delle misure di sicurezza, Erdogan ha reagito con stizza, replicando che esplosioni come queste possono accadere in ogni momento. I tre giorni di lutto nazionale e l'aver annullato la visita ufficiale in Albania non saranno certo un vaucher per chi, nonostante la vittoria alle amministrative di un mese fa, vorrebbe il prossimo agosto sedere sulla poltrona più alta del Paese, mostrando totale disinteresse per chi scende in piazza. Ovvero quei cittadini che sulla parete del pronto soccorso di Soma hanno inciso con una chiave parole dure come il marmo: «Per coloro che danno la vita in cambio di una manciata di carbone».

lunedì 12 maggio 2014

La crisi greca e i 300 alle ‘Termopili dell’Europa’

Ha scritto Jemolo che il pregio del Mondo di Pannunzio era quello di vedere gli avversari, di destra e di sinistra, “per quel che fossero, e non costruire un manichino di comodo, troppo facile a colpire”.
È quello che ho tentato di spiegare ieri sera, in un’Atene dolcemente tiepida e profumata all’inverosimile di gelsomini, ai trecento cittadini greci (sì, trecento, proprio come alle Termopili) che hanno voluto dedicare un’ora alla presentazione del mio libro “Greco-eroe d’Europa” presso la Segreteria Generale dei Media ellenici. Ma come, potrebbe chiedere qualcuno, non è più colpa dei tedeschi, della Merkel, del rigore, della troika, degli sprechi? Certamente sì, ma il caos ellenico ha molti padri.

Abbiamo impiegato gli ultimi due anni a certificare un’evidenza: il medico della troika ha sbagliato la cura per la Grecia? La risposta è sì, ma non perché lo asserisce qualche analista o qualche commentatore che ha toccato con mano i numerosissimi controsensi di un memorandum che chiude la macro falla del debito con altri debiti fino al 2055. Bensì perché lo ha ammesso il Parlamento Europeo, non proprio l’ultimo organo elettivo del continente. Accanto a questa contingenza la consapevolezza che la politica che si dice democratica, quella che oggi sta issando la bandiera del rigore tout court, delle riforme che ancora non si vedono, delle migliaia di conflitti di interessi che in Grecia sono macroscopici e imbarazzanti, è la principale responsabile dell’eurodisastro. E invece si tira fuori dalle sabbie mobili, come se negli ultimi due decenni sia stata in vacanza su Marte.

Cosa c’entra tutto ciò con i greci? Molto. Perché adesso, quando ormai la diagnosi è nota in tutto il mondo, occorre un passo in più: prendere coscienza e agire, alzando la testa con una visione, senza trastullarsi cercando responsabili che purtroppo non saranno puniti e interrogandosi su quelle deficienze che attengono l’antropos. Un esempio del passato potrebbe essere d’aiuto. Un gabinetto di crisi per ri-trovare l’Unione perduta, che nascerà lì dove la storia ha lasciato segni indelebili e dove oggi l’uomo sta mortificando quel senso intimo e unico di condivisione.

Alle Termopili nel 1500 a.C. vi fu il primo tentativo di unire le varie anime elleniche e nell’agosto del 480 a.C. lì una pagina di eroismo venne scritta da Leonida e dai suoi spartiati. Nell’antica Grecia le Amfiktiones, organizzazioni sovranazionali originariamente fatte nascere nel centro esatto del paese dove si svolse la battaglia delle Termopili, (nell’attuale comune di Lamia) erano un specie di prove generali dell’Unione europea. Un gran consiglio a cui facevano riferimento le città- stato per trovare soluzioni ai conflitti e dove l’ultima opzione era rappresentata dalla guerra, in quanto si perseguiva in primis la pace e la convivenza fra diversi.

In quel luogo si forgiò la prima forma di unione continentale, in quello stesso luogo oggi ho esortato i fratelli greci e rimboccarsi le maniche e iniziare ad immaginare un euro rinascimento mediterraneo che scacci gli incubi del medioevo 2.0 in cui siamo finiti: travolti da spread e numeri, da sondaggi e urla di piazza, da burattinai e imbonitori. E con la speranza di tanti nuovi 300 che con orgoglio rivendichino un euro patriottismo Mediterraneo.

Italiani all’estero: attenzione alla demagogia

Ambasciatori del made in Italy, o espressione di chi ha scelto (o dovuto scegliere) l’emigrazione, o ancora zavorra da eliminare? Si sprecano, in tempi di spending review, gli epiteti per gli italiani all’estero con un’escalation di commenti anche spiacevoli e analisi su vari blog dedicati appositamente a quegli italiani che risiedono ormai da anni lontano dal nostro Paese e che grazie alla legge Tremaglia dal 2006 possono esprimere il proprio voto. Il rischio che si corre, in verità, è di buttare il bambino con l’acqua sporca, dimenticando che tutto è perfettibile, a patto che si imbocchi la strada più corretta e senza populismi di pancia che non risolvono i problemi ma ne enfatizzano le criticità.

Migliorare la legge che attribuisce agli italiani all’estero il potere di votare i propri rappresentanti in Parlamento dovrebbe presupporre un giudizio di merito e non ideologico. Fin dalla sua costituzione nel 1968, il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM) si è sempre distinto per il suo impegno a favore degli Italiani che vivono fuori dai confini della madrepatria. L’esercizio del voto è il frutto di battaglia condotta in Parlamento da Mirko Tremaglia, al pari del censimento degli Italiani nel mondo e l’istituzione dell’Anagrafe degli Italiani all’Estero (AIRE). Il nodo potrebbe essere risolto non con l’eliminazione di quel diritto, così come l’ex ministro degli esteri Emma Bonino aveva lasciato intendere qualche settimana prima di essere sostituita alla Farnesina da Federica Mogherini, ma ad esempio con l’introduzione di un consenso esplicito ad esercitare quel diritto al fine di evitare gli spiacevoli disguidi legati alla ricezione dei plichi contenenti le schede elettorali, che in molteplici occasioni passate o non sono mai giunti agli elettori o addirittura due volte.

Un secondo intervento dovrebbe riguardare la questione delle sedi. Sin dall’insediamento di “mister spending review” Carlo Cottarelli, si è paventato (e in qualche caso si è già purtroppo verificato come a Salonicco in Grecia) la chiusura degli Istituti di Cultura all’estero, di alcune sedi diplomatiche: due presidi significativi dell’italianità nel mondo che certamente meritano attenzione al fine di evitare sprechi e disservizi, ma che non possono essere cassati con un semplice tratto di penna. Una soluzione potrebbe essere, in quei territori dove già la scure si è abbattuta, di concentrare in un singolo ufficio il consolato italiano e l’istituto di cultura in modo da ottenere un doppio vantaggio: accorpare sedi e uffici per un risparmio effettivo e non mortificare quei cittadini italiani che chiedono solo di non essere dimenticati in quanto fisicamente distanti dall’Italia.

Per dirne una, l’Istituto Italiano di Cultura di Salonicco è stato chiuso dopo 51 anni lo scorso febbraio. Era un capitolo di storia non solo della città ellenica, ma soprattutto della presenza culturale italiana nel mondo. La tradizione delle scuole italiane a Salonicco risale alla fine del 19esimo secolo, con un enorme contributo che ha consentito di veicolare e intrecciare le culture dei due Paesi, che corrispondono alla cultura del mondo intero. Un patrimonio che oggi viene sacrificato dalla crisi e da anni di mancata programmazione.

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mercoledì 16 aprile 2014

Cipro: le europee come ramoscello di ulivo?

Creazione di due Stati per formalizzare la riunificazione di Cipro in "quadro europeo" e la possibilità per i turco-ciprioti di votare già alle prossime elezioni europee di maggio: sono i due elementi in base ai quali potrebbe finalmente partire una nuova era sul problema cipriota, irrisolto sin da quando nel 1974 in risposta a un tentativo di colpo di Stato ellenico, 50mila militari turchi invasero il 47% dell'isola. Rimanendovi fino a oggi.

Il Gruppo di crisi internazionale (International Crisis Group) propone una soluzione tecnica: l'idea è di creare due Stati ma con precisi rilievi nella parte greco-cipriota circa le proprietà che dal '74 sono state occupate dai turchi, senza dimenticare la delicatissima questione delle risorse naturali, presenti nel sottosuolo e già oggetto di un accordo tra Nicosia e Tel Aviv osteggiato platealmente da Ankara.
Secondo la bozza dell 'International Crisis Group (ICG) ogni accordo dovrà essere consensuale e supportato volontariamente da greco-ciprioti. Per ottenere l'accordo dei greco-ciprioti in uno Stato turco-cipriota indipendente, sia la Turchia sia i turco-ciprioti dovrebbero accettare di ritirare del tutto o quasi le truppe turche e abbandonare quindi il Trattato di Garanzia siglato nel 1960, per compensare i greco-ciprioti di oltre 2/3 della tenuta del Nord di loro appartenenza. Ciò si intreccia inevitabilmente con la strategica partita degli idrocarburi e tutto fa credere che alla base di una nuova forma di accordo ci potrebbe essere una sorta di do ut des, in base al quale mentre da un lato i greco-ciprioti ereditano la loro parte di costa sfruttabile (sottrattagli dai militari turchi nel 1974), dall'altro in cambio sosterranno l'ingresso dello Stato turco-cipriota nell'Ue.

Si tratta di un passaggio, quest'ultimo, sul quale non solo andranno approfondite le questioni burocratiche secondo i dettami di Bruxelles, ma sul quale si concentrano anche le maggior critiche alla bozza, dal momento che l'ingresso nella famiglia europea dello Stato turco-cipriota potrebbe essere visto come l'anticamera per quello della Turchia (anche se la stessa Ankara ha raffreddato la pista Ue), che ancora non sarebbe pronta a diventare europea, così come hanno dimostrato le recenti prese di posizione del premier Erdogan, tra l'uso della forza con cui ha reagito alle proteste di Gezi Park e la sua crociata contro i social network.
Intenzione primaria della bozza dell'ICG è quella di evitare un fallimento così come avvenne nel 2004 in occasione del Piano Annan, quando l'allora numero uno delle Nazioni Unite approntò una forma di accordo che venne poi bocciata dai greco-ciprioti con un referendum, in quanto palesemente favorevole alla parte turca, senza dimenticare l'ombra di un coinvolgimento personale del figlio di Annan, su cui ci furono dei sospetti diffusi da alcuni media circa la disponibilità di un'intera isola al largo della Turchia. Ragion per cui, al fine di evitare un altro stop and go, la comunità internazionale dovrebbe ripartire da alcune certezze.

Innanzitutto quella che secondo alcuni critici ha nella separazione dei due popoli, che di fatto hanno diversità in lingua, infrastrutture e parametri economici, un deterrente: in molti temono che una nuova amministrazione unificata possa essere una minaccia al tranquillo status quo. La parte invasa è di fatto sottosviluppata e può contare solo su nuovi resort che stanno sorgendo sulla costa settentrionale (la più bella morfologicamente). Secondo l'ICG un nuovo approccio realistico potrebbe essere il modo migliore per approfittare di nuova volontà politica delle due parti a una soluzione condivisa.
Ma la maggioranza greco-cipriota rimane del tutto contraria a una partizione formale, dal momento che nel 1974 è andata in scena una vera e propria invasione, con i 50mila militari turchi (ancora presenti in loco) che in questi quarant'anni hanno provveduto alla distruzione colposa di tutti i simboli che non appartenessero alla religione islamica, con perfino un cimitero maronita devastato dai carri armati così come dimostrato dal volume di Haralambos Chotzakoglou, docente di Byzantine Art and Archaeology all’Hellenic Open University di Atene e al Museum of Kykkos Monastery di Cipro, Monumenti religiosi nella parte di Cipro occupata dalla Turchia – Fatti e testimonianze di una continua distruzione, tradotto anche in italiano.

Al momento, secondo fonti dei funzionari coinvolti nel tour di colloqui su una possibile riunificazione andati in scena il mese scorso, emerge una volontà comune di immaginare una federazione, anche se non mancano i punti di domanda come quelli relativi ai tempi e alla reale volontà delle parti, dal momento che solo i colloqui circa la dichiarazione di apertura dei negoziati si è trascinata per cinque mesi. Lo scetticismo è alto anche in riferimento allo sfruttamento degli idrocarburi, su cui Nicosia ha da tempo trovato un accordo di collaborazione comune con Tel Aviv che non è stato digerito da Ankara.
Il tutto mentre la Camera dei rappresentanti di Cipro ha deciso che alle prossime elezioni per il Parlamento europeo potranno partecipare i turco-ciprioti iscritti nell’anagrafe della Repubblica. In tutto 95mila cittadini di lingua turca e religione musulmana con diritto di voto. Se il buongiorno si vede dal mattino, potremmo essere vicini a una nuova era dopo i fatti del 1974.

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Fonte: Rivista Il Mulino del 3/4/14

martedì 15 aprile 2014

Come arriva il generale Sisi all’appuntamento elettorale in Egitto

Firme, liste, programmi e fuori programmi. Non sarà semplice per il generale al Sisi accostarsi ad un appuntamento elettorale ufficialmente con il vento in poppa, ma minato da una serie di variabili che di fatto potranno condizionare la vita politica egiziana. Quel che è certo è che sino al prossimo 26 maggio l’ex capo delle forze armate avrà da risolvere una serie di nodi che ancora lo frappongono dalla carica più ambita del Paese.

CANDIDATI
Da pochi giorni è stata sciolta anche l’ultima riserva di natura burocratica. Il generale Sisi è candidato ufficialmente alle elezioni egiziane, avendo espletato la formalità relativa alla presentazione delle firme necessarie. La legge ne prevede 25mila, Sisi ne ha portate 200mila. Il generale che ha detronizzato Mohammed Morsi dopo che nel 2012 aveva vinto regolari elezioni all’indomani della caduta di Hosni Mubarak, risulta ad oggi l’unico candidato alle presidenziali ma due sono i nomi dei potenziali competitor: il primo è stato già in corsa nel 2012 raggiungendo il 20% dei consensi, si chiama Hamdeen Sabahi, ed è espressione delle istanze avanzate dal mondo del movimentismo giovanile. Il 59enne leader della Corrente Popolare Egiziana, è giornalista e poeta, e guida anche il Fronte di Salvezza Nazionale. Si tratta di un vero e proprio attivista che ha nel suo curriculum il primato di 17 carcerazioni subite con l’accusa di dissidenza politica. Dopo aver sostenuto i moti di piazza Tahir, nel 2012 ha conquistato il 21,5% dei voti. Terzo nome quello di Mortada Mansour, presidente della squadra di calcio del Zamalek Sporting Club, a cui due anni fa non era riuscita la candidatura. Classe 1952, Mortada Mansour è un avvocato e alla guida del suo club ha ottenuto molti successi sportivi, come il premio trofeo di Africa, il campionato CAF Champions nel 2003, anno in cui si è aggiudicato anche il campionato di Premier egiziano. Particolare che potrebbe valergli il voto dei numerosissimi tifosi sportivi.

URNE
Per la sesta volta in tre anni il Paese è chiamato nuovamente alle urne, ed ecco che il nome di Sisi nelle ultime settimane è accreditato di un consenso crescente, dal momento che in molti strati sociali della popolazione aumenta la voglia di stabilità e di ritorno all’ordine. Dopo gli slanci rivoluzionari delle manifestazioni di piazza Tahir infatti poco o nulla è cambiato nel Paese, se non una persistente voglia di rinnovamento che però si è scontrata con l’abbattimento dell’unico leader democraticamente eletto nel post Mubarak: Mohammed Morsi. Ma cosa è cambiato rispetto a quando un plebiscito aveva sostenuto la cacciata di Mubarak? Dopo la deposizione di Morsi ecco che in Egitto è riaffiorata lentamente una nuova consapevolezza, quella relativa alla repressione contro i Fratelli Musulmani che non è più limitata alla semplice dialettica politica, piuttosto si assiste al bavaglio verso le manifestazioni, a leggi contro le proteste non organizzate preventivamente, senza dimenticare le oltre 500 condanne a morte, e la propaganda contro quelle tv considerate nemiche come al Jazeera.

STRATEGIA
Come riportato da Markus Bickel sulla Frankfurther Allgemeigne Zeitung la tensione giudiziaria è alle stelle nel Paese. E’ iniziato il processo ai giornalisti qatarioti di Al Jazeera al Cairo, accusati di aver manomesso alcune prove circa la cooperazione con i Fratelli Musulmani. I giornalisti sono stati arrestati lo scorso dicembre in un albergo al Cairo. Al Jazeera respinge le accuse, e rimanda il tutto ad una serie di organizzazioni per i diritti umani e all’Unione europea.

MOBILITAZIONE
Ecco che a turbare i sonni di Sisi ci pensa l’Alleanza nazionale per il sostegno della Legittimità pro-Morsi che ha lanciato sulla sua pagina Facebook un appello a partecipare mercoledì 16 aprile ad una grande mobilitazione. L’occasione è il terzo anniversario dello scioglimento del partito dell’ex presidente Hosni Mubarak. In rete viene epitetata come una “giornata rivoluzionaria e di rivolta contro la minoranza golpista criminale che tortura gli egiziani”. In questo senso va anche letta la bomba esplosa a Giza. Sisi è avvisato. 

Fonte: Formiche del 15/4/14
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Johnson, il Renzi britannico che vuole rottamare Cameron

Chi è il Renzi del Regno Unito che fa le scarpe al premier inglese? L’eclettico sindaco di Londra, Boris Johnson, scalda i motori in vista delle elezioni del 2015 quando vorrà sostituire alla testa del partito e soprattutto al numero 10 di Downing Street, un sempre più incerto David Cameron, oggi sorpassato nei sondaggi anche dagli euroscettici dell’Ukip.

ROTTAMAZIONE BRITISH
In comune con Matteo Renzi (che due settimane fa li ha incontrati entrambi) ha la bicicletta, l’esperienza da primo cittadino, il fatto di non essere deputato e una voglia di bruciare le tappe in un mondo un po’ troppo conservatore. Il sindaco Johnson non è solo noto per uno stile tutto suo (che in un’era socio geologica di immagine ha il suo appeal), per il chiodo fisso della green economy (ha promesso di trasformare il centro di Londra in un’immensa pista ciclabile), quanto per l’intenzione di dare una sterzata, politica e personale, ad una nave che sta imbarcando acqua da più fronti. Suo padre Stanley ha dichiarato al Telegraph che Boris “dovrebbe diventare presto leader del partito conservatore, anche se non è stato eletto deputato”. Le attuali regole in vigore nel partito, però, non glielo consentirebbero, un po’come è accaduto nel Pd quando si voleva distinguere la figura del segretario da quella di candidato premier. Ma il signor Stanley ha raddoppiato la dose, aggiungendo che quelle regole sarebbero da cambiare, anche in ragione di un precedente del 1963, quello riguardante Alex Douglas.

PARABOLA
Ma da dove nasce il disagio di Cameron? Il trend iniziale non aveva indotto segnali di preoccupazione. Quando Cameron aveva scalato rapidamente posizioni nel suo partito fino a giungere all’ambita poltrona di primo ministro, in pochi avrebbero scommesso che avrebbe pagato fio in modo così evidente, non solo per la crisi economica in sé (che, per dirne una, ha azzoppato definitivamente in Francia il socialista François Hollande) quanto per la gestione del rapporto con l’Europa e con le macro questioni geopolitiche che riguardano l’isola più famosa del vecchio continente. Certo, il suo governo ha riportato la crescita britannica su valori migliori rispetto al 2012, sfilandosi dall’unione bancaria, anche se il Pil è rimasto almeno 3 punti sotto quello del 2008. La spending review ha prodotto un deficit calato a 96 miliardi nei prossimi tre anni da 156. Ma forse tutto ciò non sarà sufficiente.

SONDAGGI
L’ultimo in ordine di tempo rivela che gli “anti euro” sono in testa in Gran Bretagna dove l’Ukip di Nigel Farage è nelle intenzioni il primo partito con il 30% dei consensi, seguito dai Laburisti al 28%, mentre crolla Cameron al 21%. Il primo ministro paga lo scotto di una politica non all’altezza, ma il suo vantaggio cinque mesi fa era ancora significativo, piazzandosi davanti a Ed Miliband (Labour) e Nick Clegg (Lib dem), anche se il suo trend di gradimento ha iniziato un calo costante sin dall’inizio del 2013. Due gli elementi maggiormente significativi: in primis tutti i leader dei partiti maggiori per la prima volta risultano in affanno. La causa è da riscontrare in un tessuto sociale sempre meno schierato ideologicamente e più sensibile alle ricette che nel merito gli interlocutori propongono loro. A ciò si aggiunge che il competitor di Cameron, Ed Miliband, non è sufficientemente carismatico.

TAGLI E RIGORE
Primo capo di accusa nei confronti di Cameron è la politica lacrime e sangue adottata dal suo cancelliere dello Scacchiere George Osborne. Non solo misure di emergenza per affrontare la congiuntura difficile, ma addirittura l’anticamera di una lunga scia di tagli che durerà ben sette anni, così come lo stesso Primo ministro ricordò ai sudditi di Sua Maestà lo scorso ottobre a Manchester in occasione del congresso conservatore. Certamente non va dimenticato che il deficit inglese al momento è uno dei più alti del mondo, ma la sua minaccia/analisi (“se volete sapere quello che accade se non affrontate la crisi del debito chiedetelo ai greci”) non sembra aver riscosso particolare entusiasmo tra i cittadini vessati da nuovi balzelli. Così Johnson è pronto a passare all’incasso.

Fonte: Formiche del 15/4/14
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Ecco la Grecia che troverà la cancelliera Merkel

Ecco la Grecia che troverà la cancelliera Merkel

La Grecia tornai sui mercati e ad attenderla ecco l’insurrezione sociale, con una bomba fatta esplodere nel centro di Atene a due passi dalla sede della Banca di Grecia, dove solitamente si riunisce la troika. Ecco come la capitale ellenica si prepara alla visita della cancelliera tedesca Angela Merkel in un clima surreale di sospetti e con una maggioranza di governo ridotta ormai all’osso.

BOND
Dopo quattro anni di apnea assoluta, la Grecia fa il suo rientro sui mercati dei titoli di Stato con oltre venti miliardi di euro in bond. Sono stati infatti collocati tre miliardi di titoli a cinque anni ad un tasso del 4,95%. Al momento il rating della Grecia è “B-”, particolare che fa inserire i suoi titoli sovrani all’interno di quelli ad alto rischio ma un passo prima del cosiddetto “non investment grade” comunemente definiti “titoli spazzatura”. Se la grande stampa nazionale giudica positivamente questo passaggio, frutto dell’avanzo primario da un miliardo e mezzo di euro, non pochi sono quelli che considerano la mossa come disperata ed extrema ratio per rastrellare un po’di denaro contante utile al paese per ripagare i suoi debiti.

STRATEGIA
La collocazione dei bond dovrebbe nelle intenzioni essere il primo step per permettere alle casse dello Stato di incamerare almeno cinque miliardi entro il prossimo mese di dicembre con l’obiettivo di correre ai ripari per i mancati incassi per l’erario che dovrebbero ammontare a diverse centinaia di milioni di euro. La decisione del governo greco giunge a pochi giorni dal via libera della troica all’ulteriore tranche di prestiti da 8,5 miliardi di euro e a poche ore dalla visita ad Atene della cancelliera Angela Merkel.

ACCUSE
L’opposizione del Syriza definisce la mossa come puro marketing e maquillage per distrarre i media dai problemi reali del Paese, visto che le tasse non pagate sono elevatissime per via della povertà galoppante, del ceto medio scivolato verso il basso come testimoniano anche le statistiche dell’Ocse e dell’Unicef con il numero dei senzatetto in costante aumento. Ma a picconare il minimo di stabilità che il ritorno del Paese sui mercati aveva stimolato, ecco l’autobomba fatta esplodere nel centro di Atene a pochi passi dalla Banca Centrale, nello stabile dove di solito si riuniscono i rappresentanti dei creditori internazionali quando sono in missione ad Atene.

TENSIONE
Un’auto con 75 chili di esplosivo è stata fatta saltare in aria alle prime ore dell’alba, provocando un rumore paragonato dai testimoni ad un sisma. Nessuna vittima, ma danni al circondario e tanta paura tra chi pensava che ormai il peggio e la destabilizzazione fossero ormai alle spalle. Gli investigatori puntano il dito contro gruppi di anarchici riconducibili alle brigate del “17 novembre” ma anche altre sono le piste battute. Frequenti nel passato sono stati i depistaggi sprattutto nei momenti di maggiore tensione politica. A ciò si aggiunga lo scandalo che ha interessato il governo nell’ultima settimana, con il rapporto diretto e imbarazzante tra il segretario generale dell’esecutivo Takis Baltakos e Ilias Kasidiaris, intercettato al telefono mentre confidava al portavoce del partito xenofobo di Alba Dorata (candidato alle amministrative di Atene) che gli arresti dei vertici del partito erano stati favoriti dal premier Samaras per motivi di consenso interno. Baltakos è stato fatto dimettere, mentre ad oggi la maggioranza di conservatori e socialisti che guidano il governo delle larghe intese può contare su un solo voto in più rispetto all’opposizione, in quanto il premier in persona ha dieci giorni fa espulso due sottosegretari conservatori che avevano votato contro la lenzuolata di liberalizzazioni e riforme imposte dalla troika.

Fonte: Formiche del 10/4/14
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Dopo la Crimea, Donetsk: effetto contagio ucraino?

Cosa sta accadendo in queste ore nelle piazze ucraine di Donetsk dove la situazione precipita, con manifestanti pro Russia che, scesi in strada, hanno proclamato l’indipendenza da Kiev. E’iniziato l’effetto contagio-Crimea? La Repubblica popolare di Donetsk può essere dunque il primo effetto contagio dopo l’annessione alla Russia proclamata dalla Crimea con il referendum? 

PIAZZA
Manifestanti filo-russi nella città ucraina orientale di Donetsk hanno proclamato una “nuova repubblica da popolo sovrano” per rendere la città indipendente dal governo centrale di Kiev. Si tratta di una decisione presa dagli attivisti che hanno occupato l’edificio principale dell’amministrazione cittadina, così come ha confermato alla Reuters un portavoce. A seguito della caduta del presidente ucraino Viktor Yanukovich alla fine di febbraio, nella parte orientale del Paese si sono moltiplicate le proteste dei filo-russi. L’ultima in ordine di tempo si è svolta domenica scorsa, quando i manifestanti hanno preso d’assalto gli edifici amministrativi a Donetsk, Kharkov e Lugansk issandovi le bandiere russe.

DONETSK
Circa 2.000 persone hanno preso parte ad una dimostrazione pro-russa prendendo d’assalto un edificio governativo, sfondando la barriera della polizia, fracassando finestre. In risposta, le forze di sicurezza hanno utilizzato gli idranti contro i fautori della secessione di Kiev. Medesimo scenario anche nella città di Lugansk vicino al confine con la Russia con un bilancio di due persone rimaste ferite. Il governo di Kiev teme a questo punto che Mosca possa utilizzare un approccio simile con il pretesto di proteggere i cittadini di origine russa, anche in Ucraina orientale, dopo la Crimea.

YOU TUBE
Dopo l’Assemblea degli attivisti di Donetsk, è stato pubblicato anche un video su YouTube per quei giornalisti a cui era stato negato l’accesso alla sala. Nel video è ritratto un attivista che in piedi e su un podio viene osannato in lingua russa. La Repubblica popolare di Donetsk può essere dunque il primo effetto contagio dopo l’annessione alla Russia proclamata dalla Crimea con il referendum?

QUI KIEV
Il primo ministro ucraino transitorio Arseniy Yatsenyuk ha accusato la Russia di essere dietro i disordini. Questi erano parte di un disegno destabilizzatore per consentire ad un esercito straniero di attraversare il confine e invadere il territorio ucraino, ha detto Yatsenyuk in una riunione di gabinetto. “La sceneggiatura è scritta da parte della Federazione russa, e l’unico obiettivo è lo smembramento dell’Ucraina”. Anche in Crimea la situazione resta tesa con un soldato russo che sarebbe stato ucciso nella tarda notte di domenica.

REAZIONI
Il rappresentante degli Stati Uniti presso l’OSCE, Daniel Baer, ​​ha detto alla Reuters che la Russia ha messo insieme decine di migliaia di soldati nei pressi del confine con l’Ucraina. Ragion per cui ha invitato Mosca a disinnescare la situazione. Da Berlino invece per ora c’è prudenza. L’annuncio del presidente russo Vladimir Putin di ritirare le truppe dal confine ucraino “non era ancora rilevabile”, ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert. “Ciò può anche essere una delusione”, ha osservato dalle colonne dello Spiegel. Lo scorso martedì la cancelliera Angela Merkel aveva sottolineato di non aver alcun motivo per dubitare delle misure annunciate dalla Russia circa il ritiro parziale delle truppe al confine con l’Ucraina. Inoltre il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha proseguito sulla medesima linea di prudenza, definendo i disordini nell’Ucraina orientale come un fatto che non equivale “ancora ad un cambiamento completo della situazione”. Anche se durante lo scorso fine settimana, secondo i resoconti dei media, aveva inizialmente avuto l’impressione che si trattasse di una provocazione o anche di tentativi di destabilizzazione.

LAVROV
Intanto il dispiegamento di decine di migliaia di soldati russi al di là del confine orientale potrebbe far immaginare nuovi scenari di tensione. Venerdì scorso il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva chiesto dal paese di mettere la propria indipendenza dall’Occidente alla prova.

Fonte: Formiche del 7/4/14
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lunedì 24 marzo 2014

«Erdogan e la miss in un video» Il gossip fa tremare il premier

Due ex alleati (e amici) politici. La lunga corsa per non perdere il potere e finire nel dimenticatoio. Gli scandali legati a «cerchi magici» sul Bosforo conditi da un video hard che ritrarrebbe il premier con la bella ex miss Turchia Defne Samyeli. Ce n'è abbastanza nel mortaio turco per «pestare» e ragionare su uno scontro ormai aperto. Il giorno dopo la crociata di Erdogan contro Twitter, ecco che i riverberi personali fanno a sportellate con strategie future ed elezioni alle porte, con sullo sfondo l'immancabile pista sessuale.

Il primo ministro turco Erdogan e il presidente Gül sono stati a lungo sodali politici. Ma le proteste di piazza Taksim del giugno scorso hanno segnato un solco, che in aggiunta allo scandalo tangenti, alle notizie sul video hard e alla battaglia ideologica di Erdogan contro il web (ora vuol chiudere Youtube), potrebbe non solo definitivamente chiudere i rapporti tra i due, ma segnare la fine del partito Akp. Più di recente, però, i due hanno avuto difficoltà a nascondere la discordia. Secondo un dispaccio diplomatico del Dipartimento di Stato Usa pubblicato da Wikileaks nel 2010, Gül coglie ogni occasione per mettere Erdogan in cattiva luce. Addirittura si spinge anche a parlar male di Erdogan di fronte agli ospiti stranieri, soprattutto quando il primo ministro è in viaggio all'estero. E c'è chi dice che Gül così si starebbe assicurando il futuro, visto che se gli scandali dovessero continuare, Erdogan vedrebbe chiusa per sempre la porta della politica nazionale, senza dimenticare l'ombra di una crisi economica che, sotterranea, potrebbe allungarsi su Ankara, con la moneta che perde pezzi e progetti faraonici come il terzo aeroporto di Istanbul sempre a caccia di finanziatori.

I due provengono da storie diverse, ma in comune hanno sempre avuto non solo la fede in Allah bensì la brama di potere. Hanno collaborato fattivamente sin dal 1990 e la loro alleanza ha sostenuto l'Islam politico a raggiungere una posizione di vertice, anche dal punto di vita economico, così come tutti gli indici turchi dimostrano. Ma da qualche anno tra loro si sarebbe creata una frattura, certificata nelle condanne di Gul contro la repressione delle proteste giovanili di Gezi Park.
Erdogan ha lavorato duro per arrivare dove è oggi, partendo dall'esperienza come venditore ambulante di sesamo nel porto di Istanbul a Kasmpasa. Gül, invece, si presenta come diplomatico e moderato. A differenza di Erdogan, parla inglese. I genitori di Gül lo hanno fatto studiare a Londra economia, prima di iniziare a lavorare come manager per una banca islamica.

In un'intervista sul britannico Guardian, pochi mesi fa Gül lasciò intendere (e non per la prima volta) che sarebbe pronto a sfidare l'autoritario primo ministro del paese nelle elezioni presidenziali della prossima estate. Certamente non sottovaluta il fatto che durante i tre mandati di Erdogan l'economia turca sia stata letteralmente stravolta, consentendole, dopo una serie di riforme nei primi anni 2000, di crescere di oltre il 5% annuo. Il reddito pro capite è più che quadruplicato per tutto questo periodo, passando a 11 mila dollari l'anno (da 2500). Ma ecco l'imprevisto della politica a condizionare fatti e storie personali. 
Nel prossimo agosto Erdogan cesserà il suo terzo mandato e non potrà ricandidarsi alla premiership, per cui vorrebbe prendere il posto di Gül in una sorta di staffetta sul modello Putin-Medveedev. Ma la rivalità tra i due ha preso il sopravvento. E c'è chi dice che Erdogan ormai è storia passata.

Crisi Grecia, Atene torna al baratto. Il biglietto del teatro si paga con pasta e pane

Mentre la grande stampa internazionale e il governo locale lodano il memorandum imposto dalla troika alla Grecia, il Paese reale convive con la situazione kafkiana di un avanzo primario da un miliardo e mezzo di euro a cui fa da contraltare la povertà galoppante e diritti che svaniscono. Altro indizio di un disagio sociale è il ritorno ad una sorta di baratto: venerdì 14 marzo in occasione di un musical organizzato da alcuni studenti di una scuola di Atene, anziché pagare il prezzo del biglietto al teatro si accederà “pagando in cibo“.

L’iniziativa è della scuola Atene community school (ACS) in Halandri: il ricavato andrà alla Social grocery halandriou per sostenere i cittadini dell’omonimo quartiere ateniese, colpito come altri da un aumento vertiginoso delle sacche di povertà, con il famoso dato Ocse dei bimbi ellenici sottopeso che un anno fa fece scattare l’intervento di ong come Medici senza frontiere. Ogni spettatore dovrà portare con sé una borsa con prodotti come olio, zucchero, pasta e articoli da toeletta, alimenti per l’infanzia, pane tostato, marmellate, composte, e più ampiamente generi alimentari: l’obiettivo è di ottenere almeno 500 pacchi­ famiglia da destinare ai più bisognosi, tanti sono i posti a sedere della struttura. Si tratta di iniziative che rafforzano lo spirito di collegialità nella comunità scolastica, fanno sapere dall’istituto.

Particolarmente significativo che partano proprio dalle scuole, ovvero un altro di quei settori messi nel mirino dalla troika. Mercoledì scorso sono scesi in piazza in svariate città del Paese gli insegnanti che rischiano il licenziamento per effetto del provvedimento varato dal governo per tagliare 15mila dipendenti pubblici. Alcune docenti si sono incatenate dinanzi alla sede del Parlamento in piazza Syntagma ad Atene, per dire “no” al taglio indiscriminato di diritti e di settori nevralgici come l’istruzione mentre il sistema partitico che ha prodotto la voragine finanziaria greca non ha subìto alcuno stop.

Il riferimento è all’impegno assunto dal premier in persona di tagliare costi superflui che si sta rivelando solo un annuncio: come riferiscono oggi alcuni giornali greci, ammonta a 10mila euro per il 2013 il costo di caffè e acqua offerti dal Parlamento ellenico, quindi dai cittadini, ai componenti delle 44 riunioni delle Commissioni della Camera, come risulta dalle fatture pubblicate. Che si sommano ai 17mila euro in biscotti che i 300 deputati greci hanno consumato fino allo scorso dicembre.

La conferma del disagio sociale in cui si trova il Paese arriva dai dati dell’agenzia statistica nazionale greca. Proprio mentre il Parlamento europeo boccia la troika accusandola di avere aumentato povertà e disoccupazione, infatti, il tasso di disoccupazione in Grecia è aumentato al 27,5% nel quarto trimestre del 2013. In luglio-settembre il tasso si era attestato al 27, mentre nel quarto trimestre del 2012 la disoccupazione era stata pari al 26 per cento. In Grecia, che conta una popolazione di circa 10 milioni di persone, ci sono attualmente 1,36 milioni di persone senza lavoro e in cerca. I giovani restano i più colpiti, con un tasso di disoccupazione per gli under 25 al 57 per cento.

Il tutto mentre la troika, ad Atene sino a domenica, cerca un accordo con il governo greco per dare il via libera all’ulteriore tranche di prestiti da 15 miliardi, su cui spicca la preoccupazione e le riserve da parte del capo della missione del Fondo monetario internazionale, Pooul Thomsen. Secondo fonti comunitarie nella riunione di mercoledì, propedeutica a quella decisiva, il danese avrebbe messo sul tavolo nuove richieste da parte dei creditori internazionali, compresa la soppressione per tre anni, a partire dal 2017, di alcuni diritti dei lavoratori nell’ambito del nuovo contratto collettivo. Ma dimenticando, forse, che già da un anno e mezzo i nuovi lavoratori grazie al memorandum possono essere assunti con uno stipendio di 350 euro mensili. Con le multinazionali (tedesche) che ringraziano.

Libia, il dossier dimenticato

Il Paese dove centinaia di piccoli focolai si sono trasformati in insidiosi incendi torna alla ribalta dell’agenda nazionale non solo per le note criticità, come la fuga del primo ministro, quanto anche per il rapimento di un cittadino italiano a Tobruk, in Cirenaica, nella parte orientale della Libia. Si tratta di un tecnico del settore dell’edilizia che soffre di diabete e non ha con sé il suo kit di insulina. E’ il terzo episodio in tre mesi che ha coinvolto italiani, dopo che lo scorso gennaio erano stati rapiti a Motouba, sulla strada tra Derna e Tobruk, altri due italiani, gli operai edili Francesco Scalise e Luciano Gallo. Entrambi sono stati liberati lo scorso 7 febbraio.

DOSSIER LIBICO
Ma ecco che i riflettori accesi sull’italiano rapito “ricordano” alla comunità internazionale che il dossier Libia è tutt’altro che risolto, stretto nella morsa di una instabilità cronica che ha portato lo scorso 3 marzo all’assalto del Parlamento, in cui sono rimasti feriti due deputati mentre cercavano di abbandonare in auto la sede di Tripoli. Una situazione ad altissima tensione che è sfociata ieri in un violento scontro tra gruppi di uomini armati che bloccano i maggiori terminal petroliferi libici e forze di sicurezza nella città orientale di Ajdabiya. Solo l’intervento dei leader tribali ha interrotto le ostilità. Il gruppo di ex rivoluzionari ha attaccato le forze di sicurezza libiche impegnate a liberare tre scali marittimi bloccati dalla fine di luglio del 2013. Uno stop che è condotto dall’Ufficio Politico della Cirenaica, guidato dall’ex rivoluzionario Ibrahim Jadran, che ha dichiarato l’autonomia della regione orientale. Dopo i fatti del 2011 si è messo alla testa delle guardie di sicurezza di alcuni impianti petroliferi.

STRATEGIE
Che il caso libico fosse al contempo strategico per il Mediterraneo (quindi per l’Italia) e delicatissimo da un punto di vista strettamente geopolitico era cosa nota sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Gheddafi, motivo per cui la Conferenza Internazionale sulla Libia era stata prevista in Italia, a Roma, ma anziché nel mese di dicembre 2013 è slittata a pochi giorni fa. Con l’inconveniente rappresentato dalla crisi in Ucraina, che ha monopolizzato l’attenzione dell’evento, quando invece avrebbe potuto rappresentare l’occasione per far emergere il ruolo italiano nella vicenda, su cui la comunità internazionale scommette non poco. Proprio in questa fase l’Italia è chiamata ad una partecipazione più attiva nella risoluzione del caso libico, particolare che sarà anche al centro del vertice tra Barack Obama e il premier italiano Matteo Renzi.

NAVY SEALS
Una criticità generalizzata che ha avuto il suo picco con la questione della petroliera ribelle circondata dalle navi delle milizie filo-governative, su cui pochi giorni fa il gruppo americano dei Navy Seal è intervenuto con un blitz notturno. Hanno così preso il controllo della petroliera nordcoreana Morning Glory che trasportava greggio acquistato illegalmente dai ribelli della Cirenaica, sfidando il governo centrale. L’operazione è avvenuta al largo delle coste di Cipro, ma al momento non è ancora noto a chi fosse destinato il carico.

FUTURO
Quello che è certo, al netto di scontri ormai quotidiani e sequestri di armi, (come il carico di un aereo russo destinato a militari libici, e rubato mentre era fermo per rifornimento all’aeroporto internazionale di Tripoli), è che il governo libico, presieduto dall’ex ministro della difesa Abdulah al-Thani, ha deciso per un cambio di passo e si è affidato in toto a Washington. E al contempo ha annunciato un’offensiva contro i secessionisti dell’Est. Un altro passaggio non secondario è dato dal fatto che proprio il caos sulle forniture di armi ha allarmato ulteriormente Usa e Ue, con la presenza significativa del segretario di Stato americano John Kerry alla conferenza di Roma nella direzione di sostenere il governo nell’approvvigionamento di armi per rimettere insieme le forze di polizia. Ma a Tripoli le autorità sono ancora molto divise su come trattare con le milizie. Una parte le guarda come ultima speranza per garantire la sicurezza, altri sostengono il loro disarmo come anticamera ad una più diffusa stabilità.

Fonte: Formiche del 23/3/14