mercoledì 16 marzo 2016

Atene, sui rifugiati la strategia di Tsipras sta nel dialogo con la Turchia

Ora che la rotta balcanica è definitivamente sigillata, come si muoverà il governo di Atene nella gestione dei circa 45mila profughi ancora presenti in territorio greco? Qualche risposta arriva dalle mosse diplomatiche del governo Tsipras, e sono emerse anche dopo la giornata romana del ministro ellenico per gli Affari Europei Nikos Xydakis (in foto), ricevuto la scorsa settimana a Roma dai sottosegretari Sandro Gozi ed Enzo Amendola e dal vice-ministro Filippo Bubbico.
Punto di partenza il dialogo obbligato con la Turchia. Xydakis definisce infatti Ankara "la chiave" per aprire il dossier migranti e consentire alla Grecia di non restare sola nel suo status di “inizio del corridoio balcanico”. Per cui - ed è la posizione greca ribadita da più voci - andrà fatto ogni sforzo possibile per giungere ad un accordo che impegni la Turchia a svolgere il compito che tutti si aspettano.
Le parole di Xydakis corroborano la tesi che vuole Atene bussare con insistenza alla porta del governo Davutoğlu. “L’UE ha bisogno della Turchia e la Turchia ha bisogno dell’UE – ha dichiarato il ministro - la Turchia ha le chiavi della porta, mentre la Grecia è l'inizio del corridoio. Alcuni paesi europei hanno chiuso i confini, così noi dobbiamo parlare e fidarci del nostro vicino”.
Da parte greca emerge la chiara volontà di accettare le condizioni poste da Ankara, che tanto hanno fatto storcere il naso ad altri paesi membri, perché la posta in gioco è troppo alta per poter mettere a rischio l’intera operazione. Ad alzare il prezzo è però stata Ankara, che ha chiesto sei miliardi anziché i tre concordati in prima battuta, aggiungendo poi la “postilla” annunciata dal ministro turco degli Affari Europei Volkan Bozkir, secondo cui gli accordi di riammissione non includono “i rifugiati che già si trovano sul territorio greco”. Lo stesso Bozkir ha poi previsto che “il numero di migranti che la Turchia dovrà riammettere probabilmente non si conterà in milioni” ma al massimo “in decine di migliaia”.

Rotta albanese

Sullo sfondo dei riverberi della chiusura balcanica, la prima conseguenza è l’intensificazione dei controlli alla frontiera greco-albanese dato che, come ha precisato Xydakis, “i disperati vanno dove trovano la strada”, e da più parti si preannuncia l'apertura di una nuova rotta sull'asse Grecia-Albania dopo la chiusura del confine greco-macedone. E’ la ragione che ha spinto anche Roma a riconsiderare l’aspetto della prevenzione, come dimostra la notizia di un contingente dei Carabinieri che si appresterebbe ad aiutare a presidiare proprio la frontiera greco-albanese.
La posizione del governo greco è che “i muri eretti dai Balcani sono la risposta sbagliata”, agli antipodi quindi dei tweet del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che alcuni giorni fa ha cinguettato un “grazie” ai paesi dei Balcani che hanno sigillato la “rotta balcanica” portando “alla fine del flusso irregolare di migranti”. Parole “inaccettabili", ha affermato Xydakis aggiungendo che "le azioni unilaterali sono da condannare. Noi difendiamo Schengen e i principi dell'Unione europea. Nessun leader europeo vuole tornare ai tempi della guerra fredda. Erigere muri con il filo spinato non è il nostro modo di fare le cose".
Nel frattempo un sostegno alla Grecia arriva dal Commissario UE per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi Christos Stylianides, che ad Atene ha incontrato Tsipras. Su twitter scrive che il vertice è servito a "riaffermare pienamente la partnership e la solidarietà con la Grecia".
Raddoppia la dose anche il portavoce della Commissione UE Margaritis Schinas secondo cui il bilaterale Stylianides-Tsipras ha avuto il merito di analizzare un nuovo strumento economico di assistenza umanitaria all'interno dell'UE. Si parla soprattutto di 700 milioni promessi dalla Commissione alla Grecia, per affrontare l'emergenza. Al momento il porto del Pireo è al collasso, e drammatica è la situazione nel villaggio di Idomeni, dove pochi giorni fa un bimbo - immortalato da una foto che è diventata virale sui social – è nato in una tenda ed è stato lavato con l'acqua di alcune bottiglie di plastica. L'Associazione dei Medici Infettivi greci da giorni ha lanciato l'allarme tubercolosi all'interno del campo.
Il premier ellenico ha garantito che il governo, nonostante le note difficoltà finanziarie, è riuscito ad aumentare la sua capacità di ricezione con 10mila posti in più. Tsipras ha chiesto però che il prossimo passo sia quello di un sostegno concreto di Bruxelles e degli stati membri ad Atene con riferimento alla logistica e al personale da impiegare in loco, nella consapevolezza che "la crisi umanitaria che stiamo affrontando in questo momento non è un affare greco ma una questione europea e dobbiamo affrontarla insieme".

La sponda atlantica

Anche al di là dell'Atlantico l'emergenza migranti non passa inosservata. Lo dimostra la visita a Idomeni dell'Assistente del Segretario di Stato USA, Victoria Nuland, che ha anche incontrato il ministro di Stato greco Nikos Pappas, principale collaboratore di Tsipras. La Nuland ha incontrato anche il Segretario Generale del ministero degli Esteri Paraskevopoulos e rispondendo alla domanda sul perché non abbia avuto contatti a un livello più alto, ha detto che il viaggio è stato programmato all'ultimo minuto, e che "il ministro competente aveva un altro appuntamento oggi".
Al di là del protocollo, la notizia sta nel focus puntato da Washington su Idomeni e Atene, anche perché, come ha sottolineato la Nuland, con la visita al campo di fango al confine tra Grecia e Macedonia (FYROM per Atene) si vuole "mostrare la solidarietà americana alla Grecia al fine di comprendere meglio come possiamo essere più utili".
La Nuland ha mostrato apprezzamento per la situazione a Diavata, definita un campo modello anche per altri centri di accoglienza in Grecia, e ha ribadito più volte che i greci sono sì molto generosi nell'aiutare i rifugiati, ma si dovrebbe procedere in modo più veloce, visti i numeri degli arrivi. Un altro passaggio significativo è stato poi rappresentato dall'incontro bilaterale tra Nancy Jackson, sottosegretario di Stato all'immigrazione USA, e la vice ministro della Difesa greco Demetris Vitsa. La questione migranti da molti viene interpretata infatti soprattutto in termini di sicurezza, più che di emergenza umanitaria. E in molti, sia in Grecia che in Europa, criticano Tsipras sostenendo che il suo governo non abbia fatto abbastanza per presidiare i confini nazionali nell’Egeo orientale.

lunedì 14 marzo 2016

La Turchia di Erdogan è una polveriera: autobomba fa 34 morti

Da Il Giornale del 14/3/16

Un macabro cliché che si ripete. Un attentato, tanto panico e media senza voce. Per la quarta volta in sei mesi la Turchia di nuovo a ferro e fuoco. Nel parco Guven, accanto a un grande snodo dei trasporti, un'autobomba è stata fatta esplodere - probabilmente dal Pkk o da un gruppo affiliato - vicino a una fermata del bus e della metro provocando - ha comunicato ieri sera il ministro della Salute Mehmet Muezzinoglu - 34 morti, tra cui due kamikaze, e 125 feriti (19 gravi mandati in dieci ospedali). Media nazionali zittiti, come ormai consuetudine, da un'ordinanza del governo che impedisce le riprese video, mentre i social network del paese dopo l'esplosione vanno a scartamento ridotto.Un attacco, seguito da colpi di arma da fuoco, che era nell'aria, come dimostra la nota diffusa 48 ore prima dall'ambasciata degli Stati Uniti in Turchia che allertava i propri concittadini sul pericolo di «un potenziale piano terroristico per colpire edifici governativi e abitazioni nell'area di Bahcelievler». 

Tutt'intorno auto in fiamme, un autobus carbonizzato, gente in cerca di riparo e una colonna di fumo visibile da un paio di chilometri di distanza. In serata il premier Ahmet Davutoglu, preoccupato da un'informativa dei servizi che parlava di un secondo possibile attentato, convoca una riunione di sicurezza. Un video mostra una forte esplosione ripresa da una telecamera sopra l'ingresso di una stazione della metropolitana, con i passanti che iniziano a correre per allontanarsi dalla zona. Il luogo dell'attacco, nel centro di Ankara, è stato il teatro delle proteste contro il governo nel 2013 ed è lo stesso dell'autobomba che tre settimane fa aveva ucciso 29 persone vicino al Parlamento turco e alla base dello Stato Maggiore dell'Esercito: al passaggio di un camion militare, un terrorista aveva fatto saltare in aria tutto ciò che era nel raggio di pochi metri. Mentre a tremare, quaranta giorni fa, era stata Istanbul, con vittime della violenza undici turisti tedeschi in piazza Sultanahmet per mano di un kamikaze siriano che si era fatto esplodere, a due passi da Santa Sofia e dalla Moschea Blu. 

Nell'ottobre scorso due attentatori suicidi avevano colpito un raduno di attivisti filo-curdi all'esterno della principale stazione ferroviaria di Ankara, uccidendo più di cento persone. E un mese fa, a Stoccolma, un attentato in un centro culturale turco, fortunatamente senza vittime o feriti.Obiettivo del governo Davutoglu, come è noto, sono i curdi, nello specifico l'organizzazione denominata «Falchi della libertà» (Tak). Infatti nella mattinata di ieri le autorità turche avevano dichiarato un nuovo coprifuoco «a tempo indeterminato» in due distretti delle province sud-orientali di Hakkari, mentre sette militanti del Pkk erano stati uccisi sabato nella città sud-orientale di Diyarbakir. Una tensione che si tocca con mano non solo nelle città strategiche del paese, ma anche al confine turco-siriano dove l'artiglieria di Ankara continua a bombardare le milizie curde in Siria. «Non c'è posto per le organizzazioni terroristiche nella nostra civiltà», è stata la reazione del presidente Erdogan che poche ore prima aveva fatto anche altre due dichiarazioni. 

Nella prima sosteneva che la scarcerazione dei giornalisti arrestati «va contro gli interessi nazionali e mette a rischio l'esistenza della Corte costituzionale» e la seconda che in Turchia ci sono ancora tre milioni di profughi pronti a partire per l'Europa.

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venerdì 11 marzo 2016

Ma Alfano «non vede evidenza di flussi enormi» via Albania

Da Il Giornale dell'11/3/16

Un corridoio ormai sigillato (quello balcanico). E uno che, a giorni, potrebbe drammaticamente aprirsi (quello albanese e quindi pugliese) anche se il ministro Alfano minimizza. La «mano euro-ottomana» sul rubinetto migranti sta decidendo in queste ore il destino non solo dei 41mila rifugiati presenti in Grecia, ma anche di altri 500mila il cui futuro è in bilico tra isole greche e Turchia, con Ankara che detta ancora le condizioni.Mentre nell'Egeo orientale si continua a morire, con cinque migranti annegati a Lesbo tra cui un neonato di sei mesi, i ministri dell'Interno Ue si riuniscono per tracciare il perimetro successivo al traballante accordo raggiunto con Erdogan, che il ministro slovacco Kalinak ha definito una «partnership commerciale».

 In vista del vertice europeo del 17 e 18 marzo gli aspetti da mettere in ordine sono parecchi, tra numeri che non tornano e quella guardia frontaliera europea che dovrebbe garantire l'impermeabilità dei confini. Lo dimostrano le parole del ministro degli Affari Europei di Ankara Bozkir: l'accordo prevede che «il numero di migranti che saranno rimandati alla Turchia non è di milioni» ma al massimo di «decine di migliaia», e Ankara inizierà a riprendere i rifugiati solo quando quelli già sul territorio europeo saranno stati ricollocati nei vari Paesi. Il tutto mentre «Vienna non farà passi indietro» annuncia l'austriaco Mikl-Leitner, anche se il problema più grosso «è che i profughi hanno ancora speranze e aspettative, che vengono continuamente alimentate». È la ragione per cui Atene invita i 12mila rifugiati presenti a Idomeni a lasciare il campo di fango ormai al collasso, ma con il rischio che vadano ad ingrossare la rotta albanese. Quella stessa strada che, nonostante gli allarmi multilivello diffusi, è derubricata dal Ministro dell'Interno Alfano. «Fino a questo momento non abbiamo evidenza di questo flusso enorme - dice -. Siamo abituati a fare le previsioni ma anche ad osservare la realtà. La logica ci suggerisce che con la chiusura della rotta balcanica si potrebbe aprire una rotta. Questo però ce lo fa dire la logica, ma oggi non i fatti». Un modo arzigogolato per non prevenire uno scenario che è invece altamente probabile, come conferma il suo omologo spagnolo Diaz, che prevede un flusso in partenza dalle coste occidentali di Algeria e Marocco o anche di Mauritania e Senegal, che toccherebbe quindi di nuovo Lampedusa. 

Contrariata la cancelliera Merkel, secondo cui la chiusura della rotta balcanica «non risolve i problemi» che però sono iniziati proprio con la sua proposta di porte aperte a tutti. Nel frattempo il «muro» dei Balcani con il lucchetto in Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia non ferma il flusso in arrivo in Grecia: ieri mattina altri 800 sono sbarcati al Pireo, aggiungendosi ai tremila già sulle banchine, provocando l'allarme del commissario all'immigrazione Avramopulos («La crisi umanitaria in Grecia rischia di tramutarsi in disastro umanitario») per cui fissa l'asticella dei ricollocamenti a seimila richiedenti asilo al mese da Grecia e Italia. 

E anche se il ministro degli esteri Gentiloni da Malta tenta di spargere camomilla («stiamo lavorando con le autorità greche e albanesi per prevenire lo sviluppo di traffici da parte di organizzazioni criminali») giusto a 25 anni dallo sbarco a Bari della nave Vlora, in Salento già si trema per i riverberi sul turismo, così come accaduto nelle isole greche del Dodecaneso con il crollo verticale delle prenotazioni.

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giovedì 10 marzo 2016

Olio tunisino senza dazi, c’è il via libera dalle Ue. M5S: “Regalo a multinazionali”

C’è l’accordo tra i 28 Stati membri per l’ok all’olio tunisino senza dazi nella Ue. La plenaria di Strasburgo ha dato il via libera finale al pacchetto di aiuti d’urgenza alla Tunisia, che comprende ilRegolamento che permette l’importazione di 35mila tonnellate aggiuntive di olio d’oliva. Il voto era stato sospeso il 25 febbraio, ieri il Coreper ha recepito gli emendamenti tecnici e comunicato che avrebbe adottato il testo che sarebbe passato oggi al Parlamento europeo. Che ha approvato con 500 sì, 107 no, 42 astenuti. Un voto positivo arrivato in tempi record, con la plenaria che ha modificato, in zona Cesarini e con uno scatto da centometristi, l’ordine del giorno al Parlamento europeo. Sì quindi alle 35.000 tonnellate in più all’anno di olio d’oliva tunisino sulle tavole comunitarie e dopo l’emendamento del Movimento 5 Stelle che aveva bloccato l’iter a febbraio, puntando ad obbligare la Tunisia a esportare esclusivamente olio proveniente da olive tunisine, presentato proprio al fine di rassicurare i consumatori italiani sulla reale provenienza dell’olio.
“Temevamo questo voto favorevole – dice a ilfattoquotidiano.itil deputato dei Cinque Stelle Filippo Gallinella, membro della commissione agricoltura della Camera – decisione che abbiamo ampiamente criticato e combattuto sin dall’inizio dopo l’annuncio della Mogherini. Denunciamo anche il fatto che il Governo Renzinon ha presenziato agli incontri che avrebbero potuto porre un veto alla decisione di Bruxelles. Mi riferisco a venerdì scorso, in occasione del Comitato tecnico per la politica commerciale del Consiglio europeo, – aggiunge – con la diserzione del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e a ieri mattina, durante la discussione Coreper, con l’assenza del ministero degli esteri. Per non parlare del vero grande assenteista, ovvero il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina: nel 2015 ha disertato senza giustificazione ben 9 Consigli europei su 13″. Secondo il gruppo del M5S al Parlamento Europeo l’acquisto di olio tunisino favorisce solo le grandi multinazionali della distribuzione che miscelano l’olio tunisino con quello italiano o lo vendono con etichetta extra Ue nei supermercati. Contrario anche il movimento Azione Nazionaleche con l’ex sottosegretario all’ambiente, Roberto Menia, annuncia un presidio a tutela dell’olio extravergine made in Italynei maggiori porti italiani, a partire da quelli sulla dorsale adriatica come Trieste e Bari.
“Rimango fermamente contrario a qualsiasi aumentopermanente del contingente di olio tunisino – dice in una nota il Ministro Maurizio Martina – Come ministero delle politiche agricole abbiamo posto delle condizioni chiare sull’attuazione e sulle quote mensili dei contingenti e su questi punti non intendiamo cedere. Se non avremo garanzie continueremo a opporci all’adozione del regolamento da parte della commissione“. E aggiunge: “Nel frattempo gli organismi di controllo del ministero, a partire da capitanerie di porto, corpo forestale e ispettorato repressione frodi intensificheranno le ispezioni ai porti sul prodotto in arrivo. La filiera dell’olio italiano è tra le più controllate in assoluto e negli ultimi due anni abbiamo alzato il livello dellarisposta contro possibili frodi come mai accaduto in passato”. Solo qualche mese fa, in seguito allo scandalo dell’olio taroccato ad opera di un cartello italo-spagnolo, il ministro dellePolitiche Agricole aveva replicato al M5S che le relative informative comunicate dall’Agenzia delle Dogane al suo dicastero non erano state ignorate ma, anzi, utilizzate dai suoi ispettori in diverse operazioni. “Oggi invece – attaccano i deputati pentestellati Gallinella e Cariello – viene smentito anche dai dati raccolti dai Carabinieri dei Nas secondo cui nell’ultimo anno le frodi ai danni dell’olio extravergine d’oliva sono quadruplicate. Dov’erano e dove sono allora i controlli di cui si vantava il ministro Martina?”.
Pollice verso anche da Coldiretti secondo cui la mossa decisa dall’Ue “rischia di non aiutare gli agricoltori tunisini e di favorire solo gli imbottigliatori anche perché corrisponde appena ad un incremento del 3%, un dato decisamente insufficiente per garantire un reale impatto sulla situazione della popolazione rurale del paese africano”. Per questo ha promosso per oggi una mobilitazione per la difesa del Made in Italy a Catania, dove migliaia di agricoltori si sono dati appuntamento, simbolicamente, per difendere “il petrolio italiano”.
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lunedì 7 marzo 2016

Grecia, nasce My Human Bank: “Ci impegniamo a far uscire il Paese dalle sabbie mobili"

L’accesso al credito è una chimera? In Grecia un gruppo di volenterosi (anche un italiano) si  è inventato la Banca umana e i supermercati più equi: My Human Bank. L’idea è stata implementata da un gruppo di manager e professionisti greci, tra cui anche un architetto italiano, che stanno per mettere a regime una filiera di finanziamenti e prestiti agevolati nel settore agroalimentare, ma anche nel terziario relativo a nuove imprese, start up e informatica.  E garantiscono che non si applicherannoipoteche e altri gravami sui mutui erogati e il tasso complessivo in linea di massima per i mutui sarà stabile al 4%, netto senza alcun altro onere.
“Al momento non possiamo ancora esplicitare la provenienza del capitale iniziale – dice a ilfattoquotidiano.it uno dei soci fondatori,Angelo Saracini, 71enne romano ma che vive ad Atene dagli anni Settanta – lo faremo nelle prossime settimane per ragioni di opportunità che potete ben comprendere. Quello che ci tengo a sottolineare è che l’impegno di questo nucleo di persone è di venir fuori in qualche modo dalle sabbie, mobili e putride, in cui la Grecia è finita”. In quel 4% è compresa un’assistenza completa secondaria, come ad esempio a chi vorrebbe allestire una serra per la coltivazione e “noi gli offriamo tutto il know how, il supporto tecnico, legale e burocratico relativo alle autorizzazioni ed al regime fiscale”. L’idea è che quel tasso venga pareggiato dai guadagni provenienti dalla gestione ottenuta tramite la banca, “che sarà quindi co-partecipe delle attività finanziate”.
Non solo. Nei prossimi mesi apriranno delle agenzie nelle tredici province della Grecia in parallelo con tredici supermercati che venderanno prodotti locali, tra cui quelli dei clienti della banca stessa, messi sugli scaffali a prezzi molto più bassi rispetto alla media commerciale. “E’questo un altro elemento che ci differenzia dalla banca etica – aggiunge Saracini – ci denominiamo banca umana perché ci rivolgiamo alle persone, tramite una collaborazione pulita e asciutta tra l’ente erogatore e l’imprenditore. Ovvero in primis chi si occupa di agroalimentare e a seguire start up e idee innovative. Non saranno clienti della banca umana né persone orientate ad ottenere fondi per l’acquisto di automobili, né di immobili o in Borsa, per cui siamo una banca al servizio del lavoratore”.
Nel nucleo dei soci fondatori spiccano il 44enne Ioannis Xrisogonìdis, nato in Germania ma laureatosi in Giurisprudenza in Grecia, gli economisti corfioti Nikolaos Riganàs, laureato a Bari e Nikiforos Rapsomanìkis laureato a Bologna, sotto l’egida del professor Stèfanos Tsolakìdis, fisico e ingegnere aeronavale oltre che Doctor of Professional Studies in Aerospace and Defence Technologies Management alla Middlesex University of England.
In attesa del nulla osta da parte della Banca Centrale Greca, entro fine mese saranno operative le prime quattro sedi della banca umana, aperte a Kolonaki (il quartiere del business ateniese),Salonicco e Corfù. “Assumeremo in primo luogo portatori di handicap, ma con particolari requisiti di competenze bancarie e informatiche. Poi i disoccupati, meglio se giovani in cerca di primo impiego, e altre categorie diciamo sensibili come padri di famiglia in difficoltà – conclude Saracini -. Tutto sarà gestito nella massima trasparenza, con i profili dei candidati e poi degli assunti pubblicati sul nostro sito. Lo stipendio  sarà composto da una base come previsto dalla legge greca e da un bonus relativo agli obiettivi man mano raggiunti”. E scorrendo il portale si apprende che la Banca umana si occuperà anche di emergenza migranti, con il progettoPeople Solidarity: una realtà filantropica per contribuire all’accoglienza, l’alloggio e la ristorazione di immigrati che oggi in Grecia, per quanto riguarda i siriani e gli afghani, hanno toccato quota 31mila.
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sabato 5 marzo 2016

Grecia, flusso di migranti affossa turismo. A Lesbo prenotazioni crollate del 90%

Da Il Fatto Quotidiano del 5/3/16
Lo temevano gli isolani di Kos, quando due settimane fa avevano protestato per la costruzione di un hotspot nella gettonatissima isola del Dodecaneso, finendo colpiti dai lacrimogeni delle teste di cuoio. E oggi i primi numeri forniti dall’Associazione degli albergatori dell’Egeo nord-orientale: parlano di un “colpo mortale al turismo”, come già dimostrano gli annullamenti di prenotazioni per la prossima estate, senza dimenticare che in mancanza dell’apporto del giro di affari proprio legato alle vacanze, i prospetti della troika relativi a entrate e quindi a obiettivi da raggiungere, potrebbero dover essere rivisti.
L’isola che porta il maggiore peso dei flussi di rifugiati, Lesbo, secondo il presidente dell’associazione albergatori, Periclis Antoniou, presenta un calo delle prenotazioni del 90%. “La situazione è drammatica – analizza dai microfoni di una televisione locale – le cancellazione di gruppi vengono una dopo l’altra. L’estate scorsa abbiamo avuto 25 voli charter settimanali ma quest’anno appena nove”. Lesbo, oltre ad aver dato i natali nel IV secolo a.C. al filosofo Teofrasto e alla poetessa Saffo nel VI secolo a.C, è visitata per le sue spiagge ed anche per le grotte di Skala e per il monastero di Limonas dove vivono le rare foche monache e uccelli selvatici quasi in estinzione. Gli isolani hanno scritto una lettera a Tsipras in cui chiedono almeno che il governo conceda loro lo status speciale per la tassazione, che gli era stato revocato lo scorso ottobre.
Chios, dove si produce la mastika (per dolci e liquori) con cui in un nosocomio ateniese si sta sperimentando una cura naturale almorbo di Crohn, c’è già il 60% di prenotazioni ritirate. Dei sei voli charter settimanali ne sono stati annullati tre. Gli agenti stranieri non possono vendere pacchetti di viaggio per l’isola a causa dei rifugiati, lamentano gli albergatori, dal momento che i turisti europei non vogliono vedere gli immigrati durante le vacanze spiega il presidente degli albergatori dell’isola, Petros Fengoudakis.
Intanto nell’isola di Kastellorizo, che dista solo due miglia marine dalla costa turca di Kas, due giorni fa un incendio ha distrutto il magazzino dove erano custoditi i vestiti per i rifugiati. I residenti e volontari attraverso i social media informano che “vestiti, scarpe, coperte e tutto il resto è andato bruciato, e l’area danneggiata”. La causa dell’incendio non è ancora nota, ma le forze dell’ordine non escludono l’origine dolosa.
La Grecia è una delle maggiori destinazioni turistiche del mondo con 25 milioni di arrivi nel 2015, in crescita del 13,5% rispetto all’anno precedente. L’industria del turismo nel paese contribuisce direttamente al 20% del Pil e si è ampliata in modo significativo negli ultimi anni con 9745 alberghi, di cui il 17% a 4 o 5 stelle, mentre solo 307 strutture hanno più di 300 posti letto. Di tutte le destinazioni, solo cinque principali hanno l’84% della capacità totale di ricettività e incassano il 93% del fatturato e dei profitti. E’ la ragione per cui a pochi giorni dall’inizio della primavera e a poco più di un mese dal primo vero appuntamento turistico ellenico, la Pasqua Ortodossa, si comincia a ragionare sui dati che potrebbero venire fuori da questa situazione: se la troika dovesse rivedere le previsioni del turismo, l’unico settore dove il Paese fa numeri significativi, ci potrebbe essere il rischio di nuovi interventi.
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venerdì 4 marzo 2016

Migranti, il piano Ue è una tragica mancia. Addio Schengen e Grecia

Una tragica mancia per creare in Grecia un lazzaretto a cielo aperto, stabilendovi in modo permanente migliaia di persone che lì non vogliono restare. A primo impatto il piano dell’Ue sull’emergenza umanitaria nell’Ellade è poco più che l’ennesima partita di giro, ma con un ventaglio di conseguenze di cui forse non ci si sta preoccupando abbastanza.
Si è scelto di scaricare solo su Atene questa immensa tragedia. I potenti del vecchio continente, incapaci di adottare una soluzione una, semplicemente scelgono una scorciatoia, e senza che dall’altro lato della barricata qualcuno dica una sola parola. Hanno deciso che Atene sarà l’unico mega hotspot d’Europa. Addio alle quote, alla distribuzione, al senso comunitario di un’unione. Ma si tratta di una decisione che provocherà forti squilibri sociali e nessuno può escludere che i disordini “alla Calais” vengano replicati.
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Un contesto in cui spiccano le incredibili parole di Donald Tusk, presidente Consiglio europeo, agli irregolari: non venite in Europa, dice, non date retta ai contrabbandieri, come se dipendesse da chi dalla guerra fugge a gambe levate. Non una parola sulla folle permeabilità dei confini marittimi dell’Europa, con la Turchia che non ostacola le partenze, con il ricatto dei tre miliardi mentre Ankara continua a bombardare i curdi e ad arrestare i giornalisti, con le isole del Dodecaneso letteralmente invase da migliaia di persone senza che la Marina ellenica batta ciglio.
In gioco non c’è più l’ideologia di chi vuole accogliere e di chi no, né le tesi veriegate sull’integrazione o sull’assimilazione: il nodo è strategico e logistico. L’Europa è un colabrodo e qualcuno a Berlino e Bruxelles ha pensato, con la consueta miopia degli ultimi due decenni, di chiudere la porta della Grecia e buttare la chiave in quei 38 chilometri di filo spinato al confine con la Fyrom. Una mossa azzardata e irresponsabile, che mette fine de facto a Schengen, che smaschera le promesse di tutti quegli euro burocrati che stanno dichiarando di non voler certamente lasciare la Grecia sola al proprio destino, mentre in soldoni lo hanno già fatto. Cosa accadrà ad Atene tra due settimane, quando complice la primavera gli arrivi sfonderanno quota 100mila? Cosa accadrà a Idomeni dove i diecimila profughi di ieri diventeranno 15mila tra poche ore con il rischio tubercolosi? Cosa accadrà nei 120 siti individuati dal governo Tsipras per accogliere tutti i profughi che Germania ed Austria non vogliono più? Ma non era stata la Cancelliera Merkelad asserire che l’accoglienza doveva essere un metro di azione comunitaria? Ha cambiato idea, come in altre occasioni.
Ma la responsabilità questa volta, come tante altre, non è solo della politica che sbaglia. Dove sono le teste degli intellettuali europei? Dove si nasconde l’intellighenzia che ha scelto di non pungolare la classe dirigente continentale su questo come su altri temi? Il timore, fondato, è che scrittori, analisti, poeti e intellettuali abbiano, loro prima dei politici, imboccato la strada del medioevo 2.0, del silenzio della favella, perché tanto è più comodo accucciarsi al calduccio del cancelliere di turno. E così addio eurodibattito, addio dita alzate per eccepire o per criticare in modo costruttivo. E soprattutto addio Europa.
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mercoledì 2 marzo 2016

Sbarchi, emergenza senza fine Il 2016 è già l'anno dei record


I sassi e le mele. Sono le due icone di Calais e del confine greco-macedone dove ieri si è registrata un'altra giornata di forte tensione con la protesta da parte dei migranti, mentre i numeri di Frontex sugli arrivi in questo scorcio di 2016, ben trenta volte maggiori rispetto a un anno fa, fanno sempre più paura.In Francia, sulla sponda opposta a Dover, ecco riprendere le operazioni di sgombero della «giungla». Fango, trattori e ruspe a cui i migranti replicano con il lancio di sassi. Tanti, tutti orientati contro il presunto nemico. Le tende erano diventate ormai tutt'uno con il terreno, reso impraticabile dalle piogge degli ultimi giorni. Alcuni attivisti «no borders» hanno tentato di impedire le operazioni salendo su un tetto e armati di un coltello, minacciando di tagliarsi le vene se gli agenti si fossero avvicinati. 

Dopo alcuni minuti di tensione, la polizia è riuscita a bloccarli mentre durante la notte aveva fatto ricorso ancora all'uso di lacrimogeni. «L'attivismo di una manciata di militanti - dice il ministro dell'Interno francese Cazeneuve - non cambierà niente». Duemilacinquecento chilometri più a sud, al confine tra Grecia e Fyrom, sono le mele a colpire l'attenzione. Le hanno lanciate un gruppo di migranti, dopo aver fatto una fila di quattro ore per ottenerle assieme ad un panino. Sono novemila, la metà minori, e premono sulle recinzioni, che restano sbarrate. Un pugno di persone riesce a passare assieme a quattro treni merci, la Macedonia con settecento agenti schierati vorrebbe rimandarli in Grecia ma Atene replica che essendo la frontiera ufficialmente chiusa non se ne fa nulla. Una donna tenta di darsi fuoco, ma viene fermata in tempo. 

I campi di accoglienza a Idomeni non possono più contenerli. I bambini, numerosi, iniziano ad ammalarsi, il cibo scarseggia, come le condizioni igieniche. Si dorme nel fango e c'è il rischio tubercolosi, osserva la società greca di malattie infettive mentre prende quota l'ipotesi della rotta albanese e a Vienna il cancelliere austriaco Faymann manda un pizzino a frau Angela: «L'Austria non è la sala d'attesa per la Germania».Una situazione dunque esplosiva come confermano anche i dati dell'Unhcr secondo cui sono 131.724 i migranti e rifugiati giunti sulle coste europee attraverso il Mediterraneo nei primi due mesi dell'anno. E rispetto allo stesso periodo del 2015, osserva Frontex, il numero è aumentato di 30 volte. E con il rischio che la primavera ormai alle porte faccia sbarcare in Grecia sino a 120 mila profughi entro poche settimane. È la ragione per cui Atene chiede 480 milioni in fondi di emergenza. «Non possiamo sopportare l'onere, deve esserci une soluzione permanente», ha detto il portavoce del governo Olga Gerovassili.

Ed ecco la direttrice di marcia in cui si muove l'Ue, con la doppia idea per uscire dall'impasse: creare postazioni permanenti dove farli impiantare o dare loro buoni per affittare appartamenti e acquistare cibo. In entrambi i casi il rischio, altissimo, di un'altra partita di giro con la possibilità elevata al cubo che prosegua il caos e il malcontento fra chi in Grecia non vuol restare. L'Ue ha finora utilizzato due strade in caso di crisi umanitarie. Il primo progetto è quello che viene applicato in un certo numero di paesi africani, ma anche in Giordania e Libano. Per questo medita la creazione di tende, fornite di cibo, acqua e servizi igienico-sanitari. Il primo aspetto negativo di questo progetto è che scarica di fatto su una sola specifica area il peso di una nuova popolazione di rifugiati. 

E nel caso della Grecia, o domani anche dell'Italia, si prevede di generare reazioni forti da parte dei residenti nelle zone in cui verrà decisa la creazione di questi campi. In alternativa l'idea di dare ai rifugiati buoni o voucher con cui affittare appartamenti o camere in alberghi e acquistare alimenti nei supermercati. Questo progetto è stato implementato in passato dalla Commissione europea per i rifugiati siriani in Libano e per quelli ceceni in Azerbaijan. E mentre Ankara mobilita cinquemila militari al confine con l'Egeo, anche ieri in Grecia numeri drammatici: a Lesbos in quattromila attendono di imbarcarsi.

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martedì 23 febbraio 2016

Grecia in default, anche nello sport: si cambia passaporto per le Olimpiadi

Lo hanno già ribattezzato il grande esodo degli atleti greci, che se ne stanno andando per preparare altrove le Olimpiadi di Rio de Janeiro
Dai fasti delle Olimpiadi 2004 al default, anche nello sport. Dopo la fuga di cervelli, tocca alla fuga dei muscoli. Dalla Grecia non scappano solo professionisti e imprese ma anche gli sportivi: a pochi mesi dalle Olimpiadi ecco uno squadrone di atleti fare le valige verso Cipro, Balcani e Sud Africa dove allenarsi è più semplice. Con alcuni che hanno addirittura preso un'altra cittadinanza pur di non perdere l'occasione dei Giochi.

Dove fuggono

Lo hanno già ribattezzato il grande esodo degli atleti greci. Perché di esodo si tratta. Il motivo? Nessuno sponsor presente in Grecia, impossibilità - come accadeva in passato - di accedere alla carriera militare o nello stato, quindi nessuna speranza che un'eventuale vittoria possa avere un qualche seguito, anche economico e professionale. E soprattutto l'impossibilità di programmare con continuità un ciclo di allenamenti e di poter usufruire di attrezzature adeguate. Meta più gettonata è la vicina Cipro.
Il 29enne lanciatore di giavellotto John-George Smalios è ora assoldato dalla Svezia mentre dal 2009 l'ostacolista Minas Alozidis ha preso la cittadinanza cipriota. Stessa decisione per il discobolista Kostas Stathelakos che ha partecipato con i colori ciprioti alle Olimpiadi di Londra nel 2012 nel lancio del martello (vanta un record personale di 75 metri e 32). Stathelakos è nato in Fthiotida, nella Grecia centrale, ma è sposato con un'atleta cipriota. Anche il campione di sollevamento pesi Antonis Martasidis è emigrato nell'isola di Afrodite pur essendo attualmente il numero uno in Grecia.

Emigranti

Uno dei talenti più puri dell'atletica ellenica è il già citato Smalios: un metro e 92 di altezza, medaglia d'oro agli europei junior del 2005 a Kaunas, in Lituania, è riuscito ad emigrare in Svezia, in quanto sua madre ha la nazionalità svedese. È stato avvantaggiato dal fatto di essere nato a Stoccolma nel 1987, anche se nel 2008 aveva preso parte con i colori greci alle Olimpiadi di Pechino. Ma nel frattempo la Federazione Ellenica di Atletica Leggera ha rifiutato di dare il nulla osta alla perdita di un così grande talento. E al contempo Smalios non ci stava a restare prigioniero di quel regolamento e per questo è stato fuori dalle gare per due anni. Nel 2013 però è riuscito a prendere la cittadinanza svedese e, dopo un grave infortunio, è tornato alle gare. E a Rio gareggerà con la pettorina svedese.
Il 25enne Chris Chatziangelidis inizia a correre i cento metri con i colori della società sportiva GA Glyfada, nella splendida zona costiera della capitale greca. Lo scorso anno però con la maglia cipriota ha vinto la medaglia d'argento nei 100 metri ai giochi dei piccoli stati di Reykjavik. Un altro nome di peso ad essersene andato è Dimitris Chondrokoukis. Campione del mondo al coperto di salto in alto nel 2012, è stato trovato positivo al controllo anti-doping ed estromesso dalle Olimpiadi di Londra. Ha accusato la Federazione greca di atletica di non averlo supportato in questa disavventura e ha lasciato per questo la Grecia. L'ultimo ad aver scelto la strada dell'emigrazione sportiva è il campione di sollevamento pesi Antonis Martasidis, nato a Kavala: campione europeo Junior con i colori greci, negli anni scorsi è stato il miglior sollevatore di pesi della Grecia. Ma a 24 anni ha deciso di giocare come gli altri colleghi la carta di Cipro.

Strategia

La Federazione greca di atletica, a partire dall'inizio della stagione 2015/16, ha avuto tra le sue fila allenatori che non hanno lesinato sforzi in questo senso: tutti avrebbero voluto evitare il travaso di atleti. Ma l'altra faccia della medaglia si chiama logistica. Degli impianti costruiti in occasione delle Olimpiadi del 2004 resta poca cosa: la maggior parte di quelli ad Atene sono finiti in malora, per via dell'alto costo della manutenzione e della crisi economica che, nel frattempo, ha falcidiato in primis proprio gli stanziamenti governativi allo sport. Di sponsor privati neanche l’ombra, per un trend negativo che sta interessando tutti gli sport, calcio incluso, con molti club di serie A e di serie B impossibilitati finanche ad iscriversi ai campionati.
La spesa per le infrastrutture e l'organizzazione delle Olimpiadi greche del 2004 è stata di 8,5 miliardi di euro, ma il governo dell'epoca sostenne la tesi che gran parte dei lavori avrebbe avuto ricadute nel medio-lungo periodo nel paese, con benefici duraturi anche in altri settori nevralgici come il turismo. Ma a differenza di Sydney, che prevedeva già in sede di costruzione di destinare a eventi futuri il grande Villaggio Olimpico, in Grecia non c'è stata alcuna strategia condivisa e programmata. Oggi le piscine, gli stadi e le infrastrutture adibite a specialità come il canottaggio sono veri e propri monumenti fatiscenti e invasi da rifiuti.
Come osservato da Mark Stewart, docente di Economia, Finanza e Marketing dell'University of Warwick dalle colonne di News.com, le Olimpiadi elleniche non hanno portato benefici turistici nazionali per la Grecia in quanto in quel periodo aumentò il turismo in Italia, a causa di persone in cerca di sole e tranquillità. E che nel 2004 evitarono la Grecia proprio per la concomitanza dei Giochi.

Logistica

Oltre ai pochi centri sportivi rimasti operativi ad Atene e Salonicco, altro non c'è nel paese. Per cui moltissimi atleti, pur di non correre il rischio di sbagliare tempi e modi della preparazione in vista delle Olimpiadi brasiliane, hanno deciso di allenarsi a Cipro, o in alcuni paesi balcanici o addirittura in Africa. Lo scorso autunno il campione di corsa ad ostacoli Kostas Douvalidis ha scelto Novi Sad, in Serbia con l'allenatore Babis Sdrola.
La Bulgaria e precisamente la città di Sliven è stata invece la meta per gli atleti Antonis Mastora (salto in alto), Voula Papachristou (salto triplo) e Lili Alexoulis (salto in lungo). Il gruppo è partito lo scorso fine novembre per un ciclo di preparazione intensiva che è durato un paio di settimane. Un altro pezzo da novanta dell’atletica ellenica, Licurgo Tsakonas, ha scelto il centro di formazione di Pretoria come anche Maria Belimpasaki con il suo allenatore Michael Goniotaki e la podista Despina Zapounidou. Sono andati a Tenerife invece Panagiotis Andreadis e Panagiotis Trivizas (100 metri), mentre a Nicosia un altro gruppo è già stato ad allenarsi prima delle festività natalizie, anche sfruttando le buone condizioni climatiche. Sull'isola di Afrodite hanno già effettuato una serie di allenamenti intensivi nei primi venti giorni di gennaio il campione di lancio del disco Chrisoula Anagnostopoulos, oltre a Elena Filandros e Costas Nakopoulos (mezzofondo), Anastasia Marinakou (800 metri) e Efi Theodorou (400 metri).

domenica 21 febbraio 2016

Così hanno invaso lisola di "Mediterraneo": 300 abitanti e 900 rifugiati

Da Il Giornale del 21/2/16

Giugno 1941, febbraio 2016. Ieri teatro di Mediterraneo, capolavoro valso nel 1992 a Gabriele Salvatores il premio Oscar per il miglior film straniero. Oggi approdo di popoli in fuga che la invadono. L'isola di Kastellorizo, in Grecia, ha una popolazione che non arriva a 300 persone, che da alcuni giorni convivono con 900 rifugiati, un terzo donne. Numero finanche spropositato rispetto ai pochissimi poliziotti e addetti comunali. La polizia è allocata nella Caserma dei carabinieri costruita dagli italiani nel 1928, e che fu sede della stazione radio. Chiamata nell'antichità Megisti, nel 1921 fu annessa all'Italia, con ottimi rapporti con gli autoctoni non solo perché gli italiani assicuravano un ombrello di protezione dalla Turchia, ma perché non crearono imposizioni. 

Kastellorizo è anche la protagonista di «On an Island» il terzo album solista di David Gilmour, voce e chitarra dei Pink Floyd a dimostrazione di un luogo fortemente simbolico.Un Mediterraneo fatto di profumi, sapori, viaggi e oggi anche di tragedie. Settantacinque anni di distanza ideale, attraversati da una pellicola che di fatto ha reso nota al grande pubblico l'isola che si trova a sole due miglia dalla cittadina turca Kas, da dove si imbarcano indisturbati i migranti. Ieri gli isolani guardavano quei soldati italiani, interpretati da Diego Abatantuono & Co. E ne coglievano le profonde diversità rispetto ai duri e crudi tedeschi: umani, disposti ad emozioni ed anche ai piaceri. 

Certo, forse a tratti approssimativi e con mandolino e pallone nello zaino, ma in fondo brava gente. E comprendendo come per loro, la prostituta Vassilissa, il papàs ortodosso e le mogli dei pescatori, non vi fosse alcun pericolo. Oggi gli isolani di Castellorosso, al pari degli abitanti di Chios, Leros, Lesbo e Kos hanno paura. Ma non del diverso ma di perdere il turismo, l'unica fonte di sopravvivenza, se gli hotspots verranno realizzati lì così come Bruxelles e Berlino hanno deciso. Per restare agli ultimi tre giorni, solo a Mytilini ne sono sbarcati ben 11mila, con l'isola che diede i natali alla poetessa Saffo nel VII secolo a.C. praticamente al collasso. Non ci sono neanche servizi igienici a sufficienza, denunciano sulla stampa greca cittadini affranti, con appena due ambulanze a fare la spola dal porto al nosocomio. «Lo Stato e l'Europa ci hanno abbandonato», dicono con amarezza. E Kastellorizo si scopre disarmata.

giovedì 18 febbraio 2016

Autobomba contro i militari 28 morti e 60 feriti ad Ankara

Da Il Giornale del 18/2/16

Una colonna di fumo a trecento metri dal Parlamento turco e dalla base dell'esercito, mentre era in corso un vertice di alto livello nel Palazzo presidenziale con il presidente Recep Tayyip Erdogan. Ankara scossa nella serata di ieri da una forte esplosione, con almeno 28 morti e 60 feriti. Un'autobomba è stata fatta saltare in aria al passaggio di un camion militare che trasportava truppe nella zona centrale di Kizilay. Sul posto un gran numero di ambulanze e vigili del fuoco.Su Twitter il ministro della giustizia Bekir Bozdag ha cinguettato che l'attacco è stato un atto di terrorismo e, pochi minuti dopo, il premier Ahmet Davutoglu ha annullato il viaggio a Bruxelles dove oggi avrebbe dovuto partecipare al Consiglio d'Europa e al trilaterale con Merkel e Tsipras per il dossier migranti. 

Subito dopo l'attacco il Consiglio Supremo della Turchia per la Comunicazione (RTÜK) ha annunciato un divieto di copertura mediatica dell'incidente, così come accaduto trentacinque giorni fa per il kamikaze di Sultanahmet. Nel Parlamento in quei frangenti era in corso una seduta, con il vicepresidente Akif Hamzah che non ha accettato di sospenderla: «Non si può fermare il lavoro dell'Assemblea a causa di attacchi terroristici» ha detto, mentre molti erano i deputati favorevoli allo sgombero. Nei concitati minuti post esplosione anche un giallo: prima il ministero della Salute turco ha diffuso un alert per richiedere dosi massicce di sangue, salvo fare marcia indietro mezz'ora dopo.Appena un mese fa vittime della violenza erano stati i turisti in piazza Sultanahmet a Istanbul, con un kamikaze siriano che si era fatto esplodere, a pochi passi da Santa Sofia e dalla Moschea Blu. 

E l'attentato di ieri giunge a tre mesi dal folle gesto di due attentatori suicidi, che avevano colpito un raduno di attivisti filo-curdi all'esterno della principale stazione ferroviaria della capitale, uccidendo più di cento persone. Il rapporto tra il pugno di ferro di Erdogan e i militanti curdi negli ultimi anni ha prodotto solo strappi. Da tempo l'epicentro dei disordini nel paese si ritrova nella strategia del presidente che dopo essere succeduto al più democratico Gul, ha deciso per il muro contro muro con il Partito dei lavoratori del Kurdistan fuorilegge (PKK), che ha risposto con la clava gli attacchi contro obiettivi militari, nella maggior parte concentrati nel fazzoletto a sud-est a maggioranza curda. 

A cui Erdogan ha controreplicato, oltre che con la forza, anche invocando un complotto ad opera del suo ex sodale Gulen. Senza dimenticare la posizione inizialmente ambigua che lo stesso Erdogan ha tenuto contro l'Isis prima della crociata della Nato pro Ankara, con video che mostravano il passaggio di adepti del Califfato su suolo turco. La partita è ampia e articolata su più fronti. Da un lato è chiaro che ad Ankara non vedono di buon occhio il massiccio acquisto di armi che l'Egitto ha fatto dalla Russia. Il generale Al-Sisi e Vladimir Putin sono uniti da un profondo sentimento di anti-islamismo, passaggio propedeutico alla nuova cooperazione tra un Egitto orfano degli Usa e la Russia, che ha recentemente fornito una centrale nucleare al Cairo. 
Dall'altro la tensione resta altissima anche perché la Turchia continua a considerare le forze curdo-siriane del Pyd «terroristi» legati al Pkk, mentre Mosca mette l'accento sul fatto che è la Turchia a fornire armi all'Isis. Per questo motivo Ankara non vorrebbe che la città siriana di Azaz fosse occupata dalle forze curde. Il motivo? Si trova sul sentiero usato (pare) dai turchi per rifornire i miliziani dell'Isis

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domenica 7 febbraio 2016

A Kos è rivolta contro il centro rifugiati

Da Il Giornale del 7/2/16

Guerriglia sull'isola di Kos, tra residenti e polizia antisommossa: molotov, lancio di pietre e lacrimogeni. La miccia è la decisione del governo di costruire lì uno degli hotspot per l'accoglienza dei migranti a pochi mesi dall'inizio della stagione turistica. Per questo un centinaio di residenti del villaggio di Pyli ha circondato ieri mattina l'area dove gli operai sono al lavoro per realizzare il centro gemello di quello già operativo nell'isola di Lesbo. 

Hanno prima acceso dei focolai di protesta, incendiando gomme e pezzi di legno. E quando all'ingresso del cantiere è giunta l'auto del funzionario di polizia che sovrintende ai lavori, gli hanno sbarrato il passaggio: fischi, contestazioni e anche rocce posizionate per strada. All'arrivo degli altri operai poi c'è stato un incontro con i residenti, al termine del quale è spuntato un trattore che ha spostato i massi dall'ingresso del cantiere. Ma i manifestanti non l'hanno presa bene e intorno a mezzogiorno si sono scontrati con la polizia antisommossa. La tensione è salita quando si sono avvicinati al cancello laterale del campo per lanciare sassi e molotov. Gli agenti hanno risposto con lacrimogeni: tre manifestanti feriti e un imprenditore arrestato, poi rilasciato in giornata.Il sindaco Kos George Kyritsis si appella al governo greco: che prenda in considerazione altre soluzioni, chiede, «qui fra due mesi arriveranno i primi turisti, l'unica nostra fonte di sopravvivenza e se ci saranno gli hotspot la stagione subirà un crollo». Accusa Tsipras (già accerchiato dalle proteste dei forconi di Grecia e da una maggioranza risicatissima) di aver messo in atto un'operazione militare vera e propria. 

A causa della minaccia di Bruxelles di chiudere di Schengen, pochi giorni fa è giunto in gran segreto sull'isola il ministro della Difesa Panos Kammenos. Una perlustrazione in elicottero e la scelta dell'area per gli hotspot. Nelle ultime 24 ore sarebbero accaduti episodi spiacevoli in quella che è una meta gettonatissima di turisti da tutto il mondo: dopo il volo del ministro alcuni residenti sarebbero stati minacciati e un giornalista che curiosava nell'area bloccato dagli agenti che gli avrebbero sequestrato telefono cellulare e telecamerina.L' obiettivo della protesta, è la tesi del sindaco, è proteggere la vita sociale ed economica di Kos. «Le nostre proposte non sono state ascoltate, non siamo contrari all'accoglienza in sé ma alla creazione di residenze permanenti». 

E ancora: «Continueremo la nostra lotta fino a quando dal governo ascolteranno le nostre richieste», dice a fine giornata Minas Hadjimichael, portavoce degli albergatori dell'isola. Tra due mesi cadrà la Pasqua Ortodossa e con essa i primi turisti. Sono attesi rispetto allo scorso anno anche numerosi russi, che dopo la crisi tra Mosca e Ankara, hanno scelto la Grecia come meta per le vacanze. Dopo il memorandum questo è un altro pasticcio europeo, ammette ad una tv locale un commerciante dell'isola.

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lunedì 1 febbraio 2016

Mediterraneo orientale, la partita del gas

La recente scoperta di ingenti riserve di gas nel Mediterraneo orientale crea nuove opportunità di collaborazione, ma anche di scontro, sull'asse Grecia, Cipro, Turchia e Israele
A Nicosia il 28 gennaio scorso si è svolto il trilaterale Grecia-Cipro-Israele: un momento importante nel dibattito in corso sul gas nel Mediterraneo, un incontro in grado di dare forma alle future alleanze nella grande e sensibile partita dei gasdotti. A causa della crescente importanza della politica di sicurezza nazionale, tutti gli Stati della macro-regione del gas hanno infatti l'occasione di strutturare un'azione congiunta per sfruttare la zona marina del sud-est del Mediterraneo.
Il gas naturale è diventato il tema principale dei colloqui bilaterali. Oltre all'accordo israelo-cipriota sullo sfruttamento del gas naturale nel loro spazio comune, Cipro può essere usata anche come un trampolino di lancio fondamentale per le infrastrutture di trasporto del gas nel bacino del Mediterraneo orientale, a causa della sua posizione strategica. Con l’Italia che potrà recitare un ruolo importante in questa sorta di “rete euro-caucasico-mediterranea” del gas.

Priorità

All’orizzonte del nuovo "triumvirato energetico del Mare Nostrum" si profila una cooperazione energetica che nasce con l'obiettivo di non restare schiacciati dagli attori già attivi nell'area: la Turchia a est e gli Stati Uniti ad ovest, in un momento in cui Tel Aviv vive rapporti complicati con Washington dopo gli screzi seguiti all'accordo sul nucleare iraniano.
Allo scacchiere si somma l'Egitto, che dopo il raddoppio del Canale di Suez assume un ruolo cardine, come dimostra la volontà di Grecia e Cipro di saldare ulteriormente i rapporti col Cairo.
Il vertice di Nicosia si è tenuto all'ombra dei recenti segnali di riavvicinamento tra Israele e la Turchia. Fonti ufficiose dicono però che Tel Aviv ha dato assicurazione ad Atene e Nicosia che i passi diplomatici verso Ankara non avranno conseguenze negative sui dossier comuni. Una politica di equilibrio indispensabile per non irritare nessuno degli attori protagonisti.

Strategie

A Cipro gli occhi sono puntati sul giacimento “Afrodite” - scoperto nelle acque del Mediterraneo orientale a circa 200 chilometri a sud di Limassol e stimato in 129 miliardi di metri cubi di gas – che si estende fino a toccarsi con il “Leviatano”, che giace in acque israeliane. Nicosia insiste affinché tutti gli attori presenti sul campo rinuncino a velleità localistiche per fare squadra nel valorizzare le risorse esistenti nell'area. Anche perché il peso specifico del gas presente in acque transnazionali potrebbe aprire a nuovi scenari e cooperazioni.
In questo quadro, e soprattutto se la Turchia rinuncerà a porre ulteriori veti su Cipro - di cui occupa di fatto da quarant'anni la parte settentrionale con 50mila militari - il governo di Nicosia potrà finalmente strutturare uno sfruttamento armonico di “Afrodite”, che consenta alle pipeline cipriote di interconnettersi anche a quelle russe.
Una sorta di “rete euro-caucasico-mediterranea”, come detto, che supera le schermaglie (geo)politiche e offre un nuovo panorama energetico. Tra l'altro la situazione economica a Cipro, a quasi tre anni dal prelievo forzoso sui conti superiori ai centomila euro che nel marzo del 2013 mise l'isola al centro dell'agenda economica europea, è sensibilmente migliorata.
Oggi il paese ha eseguito i dettami derivanti dal memorandum con Fmi, Ue e Bce superando l'impasse, e con in bella vista un altro scenario positivo che si somma alla migliorata situazione finanziaria: proprio lo sfruttamento della zona economica esclusiva (ZEE) con i giacimenti sottomarini di gas.

Il nodo

Il nodo, al momento, resta legato alle posizioni di Ankara che, avendo ricevuto da Bruxelles e Washington una linea di credito da tre miliardi di euro nella lotta all'Isis e nella gestione della crisi rifugiati, non pare intenzionata a mutare atteggiamento verso Cipro, nonostante il presidente della Repubblica Nikos Anastasiadīs abbia più volte espresso posizioni concilianti, anche in vista di un accordo territoriale.
Nel luglio del 2013 sulla stampa greca rimbalzò notizia di un missile turco lanciato contro una nave italiana che stava piazzando cavi sottomarini proprio nella ZEE cipriota. La notizia non fu confermata dalle autorità, ma è chiaro che è stata la spia di una fortissima tensione nell’intera zona. Senza dimenticare che Ankara rifiuta di applicare le norme previste nel trattato di Montego Bay del 1982sul cosiddetto mare territoriale.
Dal 2013 si sono poi verificati numerosi sconfinamenti della nave oceanografica turca “Barbaras” nella zona esclusiva di Cipro, nel silenzio delle istituzioni europee. Nonostante dal 2013 Nicosia abbia raggiunto un accordo con Tel Aviv per lo sfruttamento congiunto del gas, la Turchia continua ad avanzare pretese su quel fazzoletto di acque. E' la ragione per cui dodici mesi fa si è rischiato anche lo scontro fisico, con la presenza contemporanea a largo di Cipro di una fregata russa, di un cacciatorpediniere greco, di un sommergibile greco e di sei F-16 israeliani.
Per cui prima di parlare di gas sarà indispensabile far intervenire la diplomazia, anche con il supporto di soggetti terzi. Ecco perché in questi giorni a margine del World Economic Forum, il presidente cipriota ha incontrato il vice presidente degli Stati Uniti, John Biden, oltre che il leader dell'autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, Mustafa Akinci, assieme al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. In precedenza Anastasiadīs aveva partecipato ad una cena su invito del fondatore e presidente del World Economic Forum Klaus Schwab, proprio per porre le basi di un riavvicinamento con la parte turca.

Qui Italia

Il ruolo italiano stavolta potrà essere diverso rispetto al passato: il numero uno di Eni Descalzi è già volato in Israele prima di Natale per parlare di super-hub del gas. In sostanza l’Eni promuove nel Mediterraneo orientale un’intesa che coinvolga anche Egitto e Cipro.
Il gigante energetico italiano mostra interesse per un suo ulteriore coinvolgimento nella ZEE di Cipro. Nikos Anastasiadīs ha per questo incontrato a Davos i vertici dell'Eni per ragionare sugli sviluppi nel campo della ricerca e dello sfruttamento degli idrocarburi. Durante l'incontro è emersa una posizione italiana molto attenta al significato strategico della ZEE cipriota.
Tra l'altro, è stato sottolineato come la scoperta del giacimento “Zor”, nella ZEE egiziana, crei nuove prospettive per l'intera regione. Per cui, indipendentemente dall'attuale trend globale di riduzione del prezzo del gas, Eni punterà forte sulla cooperazione con Nicosia.