venerdì 30 giugno 2017

Grecia, Atene sommersa di spazzatura: netturbini in sciopero da 13 giorni contro la privatizzazione del business


Creare caos e scompiglio nell’unico settore produttivo che in Grecia fa numeri davvero positivi è un’impresa riuscita, in questi giorni di caldo torrido al centro esatto dell’Egeo. Nel bel mezzo della stagione turistica, con la presenza nel Paese di moltissimi vip e turisti normali che già affollano le isole e la capitale greca (il calciatore Francesco Totti è a Mykonos e le maggiori località di tutta la Grecia sono già sold out su Booking), ieri Atene è stata invasa da una montagna di rifiuti. Il motivo? Lo sciopero dei lavoratori della nettezza urbana giunto al tredicesimo giorno in mezzo a un’ondata di afa opprimente. Chiedono una discussione seria sui nuovi contratti di lavoro e lo stop alla mannaia prevista dal quarto memorandum, con ulteriori restrizioni a pensioni e welfare avallate dal Parlamento ellenico due settimane fa. Ma allo stesso tempo non pochi dubbi vengono sollevati sull’assegnazione a società private del business dei rifiuti. 
Ieri la temperatura ha superato i 42 gradi ad Atene e si prevede ancora più caldo in questo fine settimana. Gli spazzini protestano contro i tagli imposti dalla troika, l’aumento delle tasse anche sulle buste paga e le possibili clausole di salvaguardia imposte nel memorandum e di cui il governo non parla. Il problema è che tre settimane fa un tribunale greco ha respinto la decisione del governo di estendere i contratti a breve termine per i lavoratori pubblici della nettezza urbana. Ma la troika che ha supervisionato i tagli drastici alla spesa pubblica, ragionano i dirigenti del sindacato scesi in piazza Syntagma, non accetterà mai di confrontarsi con una sentenza che di fatto prescrive nuove assunzioni in quel settore senza prevedere sforbiciate altrove come forma di compensazione. 
Un rompicapo complicatissimo da decifrare, con nel mezzo scene riprese dai social per le strade di tutta Atene, con montagnette di rifiuti che nessuno ritira. Se n’è occupato anche il New York Times. Proprio a cavallo delle trattative con l’Eurogruppo e con i creditori della troika sui nuovi prestiti e sul possibile dibattito per la ridefinizione del debito, e proprio quando potrebbero partire nuovi affari legati alle privatizzazioni, come la Dubai dell’Egeo progettata dai qatarioti nel vecchio aeroporto Ellenikon di Atene, ecco un mega sciopero che di fatto ostacola l’unico settore di tutta la Grecia che va bene.

Il turismo l’anno scorso ha fatto registrare il record di sempredei visitatori unici (22 milioni) e quest’anno, stando al boom delle prenotazioni online e dei nuovi voli low cost praticamente da tutto il mondo, certamente il dato migliorerà. A ciò si aggiunga la nascita entro 24 mesi di un museo dedicato a Ulisse nell’isola di Itaca, con itinerari mitologici ad hoc e il progetto del magnate colombiano George Roh che realizzerà a Corfù sea-cottage per 120 milioni di euro.

domenica 30 aprile 2017

La vendetta su Londra: il divorzio dall'Europa costa 40 miliardi in più


Da Il Giornale del 30/04/17

Proteggere i negoziati dai «furbetti d'oltre Manica» che vorrebbero uscire dall'Ue senza pagare un solo poundMentre invece, alla cassa, potrebbero dover sborsare fino a 60 miliardi di euro. Il vertice straordinario di Bruxelles sulla Brexit (lampo, meno di 3 ore) si è aperto, da un lato, con l'approvazione all'unanimità delle linee guida dell'Ue, come cinguettato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, in attesa delle raccomandazioni sulla direttiva tecnica da varare mercoledì. E dall'altro, con la certezza che qualcuno a Londra si era fatto «delle illusioni», parafrasando il trio Juncker-Merkel-Hollande, a cui si era aggiunta anche la chiusa puntuale del feldminister Schaeuble: «Londra non può avere, dopo la sua uscita, vantaggi che altri Paesi non hanno. Nulla è gratis, i britannici devono saperlo».
Come dire che chi ha imboccato, oggi, una via non pretenda, da domani, di proseguire quel cammino come se nulla fosse. Che vuol dire? In prima istanza dare assicurazioni ai cittadini sui loro diritti: «È la nostra principale priorità», ha aggiunto Tusk con l'assist del premier italiano Paolo Gentiloni secondo cui senza un accordo sui 500mila cittadini che risiedono nel Regno Unito «non possono esserci accordi seri». Londra è di fatto messa con le spalle al muro: il ragionamento avanzato dalla Cancelliera Merkel, alla vigilia del vertice, poggiava sul fatto che un terzo Stato, quale sarà la Gran Bretagna, «non potrà avere gli stessi diritti di uno stato europeo». E il fatto di aver dovuto esprimere «concetti che sembrano scontati» è indicativo di come qualcuno a Londra abbia fatto i conti senza l'oste. Il riferimento è alle discussioni sulle spese del divorzio dall'Ue che dovranno essere fatte in apertura dei negoziati sulla Brexit e non work in progress, come più volte vergato tra le righe nei giorni scorsi dalla Frankfurther Allgemeine Zeitung.
Il capo negoziatore dell'Ue, Michel Barnier e il presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, sono «pronti ai negoziati» che saranno articolati in due fasi. La prima sarà dedicata ad un accordo sui futuri diritti dei cittadini europei e sugli impegni finanziari del Regno Unito verso Bruxelles. Più complessa la partita per la seconda, quando i Ventisette dovranno materialmente scrivere un futuro accordo di partenariato con i britannici.

E qui i nodi verranno facilmente al pettine, con la maggioranza dei membri Ue che, per la prima volta uniti, premono per bypassare la prima fase e arrivare più rapidamente al quantum. Il timore di un possibile vuoto giuridico nelle relazioni commerciali con il Regno Unito è la ragione delle turbolenze, anche perché Londra fa spallucce e vorrebbe invece ragionare dei vari temi in simultanea (per avere uno sconto?). Schermaglie, dicono alcune fonti di Bruxelles, certi che nascondano il vero vulnus di tutta questa vicenda: il fronte finanziario che sul conto britannico potrebbe pesare fino a 60 miliardi di euro, come confermato da Juncker, mentre Westminster avanza una «stima prudente» di soli 20 miliardi e con la coda rappresentata dall'adesione di Gibilterra alla Ue.
Il governo britannico aveva chiesto formalmente alla fine di marzo il ritiro dalla Ue, oltre alla negoziazione da realizzare nel mese di giugno dopo le elezioni generali annunciate a sorpresa giorni fa da Theresa May. Contraddizioni, le hanno definite ai piani alti della Commissione, che adesso spinge per un risultato formale (sui conti) da ottenere entro il prossimo autunno e così chiudere definitivamente la pratica entro marzo 2019. La questione è delicatissima, anche perché investe anche due riverberi logistici di non poco conto: l'Agenzia europea per i medicinali (EMA) che Milano vorrebbe scippare a Londra, ma c'è la concorrenza di Amsterdam, Copenaghern, Stoccolma e Dublino, e l'Autorità bancaria europea, sui cui è già molto forte la candidatura di Francoforte. Potere e denaro. Per una volta l'Ue marcia straordinariamente a senso unico. Ed è già una notizia.
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giovedì 13 aprile 2017

Edison e Total, chi e come cerca petrolio in Grecia


Peloponneso, Corfù e Aitoloakarnania: sono le tre aree greche dove il ministero dell’Energia ha concesso il permesso per esplorazioni petrolifere. Una di esse, nei pressi dell’isola di Corfù, è a 80 miglia dall’Italia che ha detto no alle trivelle lo scorso anno. I greci di Hellenic Petroleumuna delle maggiori compagnie petrolifere dei Balcani, avanzeranno in partnership con i francesi di Total e gli italiani di Edison. È dal 1970 che si discute sulle potenzialità energetiche in Grecia, ma mai si era passati alla fase operativa in un Paese dove si stima anche la presenza di miniere di oro e di argento nella penisola Calcidica(dove gli ambientalisti hanno cacciato gli investitori canadesi) oltre ai giacimenti di gas che continuano a sollevare gli appetiti della Turchia. Ora è atteso il via libera del Parlamento ateniese, che già ha in agenda le valutazioni sul nuovo gasdotto EastMed.
ESPLORAZIONI
Le decisioni che autorizzano le esplorazioni offshore contemplano una serie di misure per proteggere l’ambiente, come la zona cuscinetto dalla costa entro cui non devono essere sistemati gli impianti di produzione, trattamento o immagazzinaggio. Previste anche misure di salvaguardia per i siti turistici più visitati e per quelli migratori delle specie di fauna. Da un anno il governo greco ha messo sul mercato due dozzine di siti di perforazione offshore tra lo Ionio (Corfù) e Creta. Il consorzio è guidato da Total e ha già avanzato un’offerta per un blocco nello Ionio.
Risale allo scorso ottobre il vertice decisivo tra il ministro dell’Energia di Atene, Giorgios Stathakis, e il consorzio. Total ha presentato un’offerta per il blocco 10 dello Ionio (tra Corfù e Zante), mentre Hellenic Petroleum (HP) ha fatto un’offerta indipendente per altri due blocchi nella stessa regione.
La spinta decisiva nacque in occasione della conferenza ateniese dell’Associazione Americana dei Geologi (AAPG), nel 2013, alla quale parteciparono 150 dirigenti di 40 importanti società di esplorazione petrolifera. Ma pochi mesi prima della conferenza, HP e Total avevano pagato i 5 milioni di dollari per accedere ai dati sismici e agli studi geologici preliminari.
POTENZIALITÀ
Risale a un anno fa un report prodotto a Londra dal Centro Studi della HP secondo cui una riserva di petrolio significativo è presente nel golfo di Patrasso (Peloponneso occidentale), al pari di quella a Prinos al largo dell’isola di Tassos. Tale riserva è stata quantificata in 80-100 milioni di barili. I i ricavi per lo Stato greco sono stimati in 300 milioni di euro l’anno, pari a circa lo 0,2% del pil, per oltre 25 anni. Sin dal 2015 i principali operatori del mercato hanno espresso il loro interesse per l’area: su tutti Exxon Mobil, Shell, BP, Total e Repsol, ma il primo accordo ha riguardato solo i tre soggetti già citati.
Questa significativa porzione di territorio sottomarino della Grecia occidentale mostra caratteristiche geologiche simili a siti già attenzionati in Italia e in Albania, dove sono state localizzate importanti riserve. Le aree di terra di Arta-Preveza e Ioannina, concesse a Energean Oil, sono considerate le più ricche e si estendono a nord fino in Albania, dove sono state individuate già notevoli riserve di petrolio.
CHI È SPIRO LATSIS
Hellenic Petroleum è controllata dal banchiere greco Spiro Latsis55mo uomo più ricco del mondo fino a prima della crisi (oggi al 779mo posto), tramite la Paneuropean Oil. Si tratta di uno degli oligarchi greci più noti sul panorama internazionale, assieme ai Niarchos, proseguendo la tradizione ellenica di Onassis e Vardinoyannis. Vanta una personale amicizia con l’ex presidente della Commissione Europea Manuel Josè Barroso, spesso ospite del suo yacht e con la Regina d’Inghilterra. È anche il principale azionista di Eurobank, istituto che ha beneficiato del programma di salvataggio delle banche nel 2012. Possiede 47, tra società e controllate. Tra cui spiccano Efg e Paneuropean Oil in Lussemburgo, Sete Energy Saudita a Djedda, Privat Sea che gestisce imbarcazioni di lusso, Crems immobiliare in Inghilterra, Sete Aviation Holding in Svizzera, il gruppo bancario Efg in Svizzera. Vive a Montecarlo.
Tramite il consorzio Lamda, si è assicurato per la ridicola cifra di 915 milioni di euro, i 620 ettari del sito del vecchio aeroporto di Atene, Hellinikon, nella splendida marina di Glyfada (come parte di un programma di privatizzazione lanciato dallo stato greco) assieme al gruppo emiratino Al Maabar e ai cinesi di Fosun. L’obiettivo è farne la Dubai del Mediterraneo, con grattacieli e resort pentestellati.
Il gruppo Latsis ha interessi anche nell’aviazione. La compagnia aerea PrivatAir (nata come il PetrolAir) è stata da loro acquistata come parte di una transazione in un altro affare. Oggi ha 425 dipendenti e si basa su uno dei suoi mercati tradizionali, in Arabia Saudita.
MEDIO ORIENTE
Il rapporto con il Medio Oriente è stato da sempre nelle intenzioni operative di Latsis. Infatti è stato attraverso la costruzione della città petrolifera di Rabigh che nel 1970 Latsis padre ha gettato le basi della sua fortuna. Il greco capì subito l’importanza di costruire relazioni durature con i sauditi, al più alto livello. Nel 1980 nacque il suo impero a Ginevra grazie un team di ingegneri che assicurarono high performances di grandi progetti in Arabia Saudita nel settore petrolifero.
Ultima creazione, in ordine di tempo, la Fondazione Internazionale Latsis (FLI), presieduta da Denis Duboule, docente presso l’Università di Ginevra, che ogni anno grazie ai 300mila franchi donati dall’istituto elvetico, premia i migliori giovani ricercatori sotto i 40 anni.
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venerdì 24 marzo 2017

Croazia, il ministero delle Finanze annuncia una legge per cancellare i debiti ai più poveri

Da Il Fatto Quotidiano del 24/03/17

La Croazia vuole cancellare i debiti dei poveri, con una legge dello Stato e non con un provvedimento una tantum. Il ministro delle Finanze, Zdravko Maric, ha annunciato una legge che permetterà il condono dei debiti inferiori al salario medio, per quei cittadini che hanno i conti correnti bloccati. La media nel 2016 è stata di 5.685 kune (1 kuna o uguale a 0,13 euro). La legge, di fatto, è un precedente rivoluzionario (si pensi al caso greco) e riguarda i debiti accumulati nei confronti dello Stato centrale, delle città, dei comuni e delle aziende pubbliche. Maric spera che anche altri creditori si accodino, come gli operatori di telecomunicazioni e gli istituti di credito.

“Il testo di legge, che nasce sotto il cappello del Ministero delle Finanze, è ancora nella fase preparatoria – spiega al fattoquotidiano.it il vice ambasciatore croato in Italia, Ilija Zelalic – e verrà ora esaminato dal Parlamento secondo il consueto iter. Dovrà anche essere valutato in un secondo momento dal governo prima dell’approvazione, e investirà circa 91mila cittadini croati”.

L’Associazione Bancaria Croata non ha sollevato obiezioni, commentando che è pronta al dialogo e che accoglie con favore gli sforzi del ministro in preparazione di norme che regolino la cancellazione del debito per i 91mila cittadini i cui conti sono bloccati. Si tratta del secondo tentativo in due anni, ma con una differenza sostanziale. Nel 2015 il governo del socialdemocratico Zoran Milanovic aveva varato un programma per l’azzeramento di quanto dovuto per bollette e servizi pubblici dalle famiglie in maggiori difficoltà economiche. Ma erano misure una tantum avviate dal Ministero della Previdenza Sociale che poi non ebbero un seguito perché quell’esecutivo, dopo pochissimi mesi (nel novembre 2015), fu battuto alle urne dalla coalizione di centristi e conservatori, che oggi sostengono il governo dell’attuale premier Andrej Plenković, il primo nella storia della Croazia indipendente con una maggioranza ampia, grazie all’appoggio del partito degli agricoltori e di quello dei pensionati.

Il problema dei conti correnti bloccati fa il paio con la riforma fiscale che in Croazia ha aperto la possibilità di massicce svalutazioni di crediti in sofferenza con gli istituti del Paese, da tempo in attesa di nuove indicazioni sull’amministrazione fiscale. Una delle questioni più significative investe la tassazione, ovvero quanto pagare sull’imposta sul reddito e sulla sovrimposta, in base al nuovo calcolo post sanatoria. E’ la ragione per cui i banchieri attendono adesso istruzioni precise che seguano le buone intenzioni per aiutare i cittadini indebitati. E si potranno evincere dalle discussioni parlamentari sulla legge proposta dal ministro Maric.

Secondo l’attuale legge croata, le banche possono cancellare solo i debiti classificati al 31 dicembre 2015 come crediti in sofferenza. Questi comprendono i prestiti che i mutuatari non sono riusciti ad onorare regolarmente per tre o più mesi. La Croazia però nel 2016 può vantare numeri positivi: non solo il debito pubblico si è ridotto dell’1,6% del pil ma ha anche un surplus primario di 8 miliardi di kune.

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domenica 19 marzo 2017

Protezionismo e ambiente: il G20 si inchina a Trump

Da Il Giornale del 19/03/2017

Doppio effetto Trump sul G20. Ciò che spicca, nel comunicato finale del vertice di Baden Baden, è l'assenza di impegni e direttrici di marcia contro il protezionismo, aprendo la strada ad una retromarcia rispetto alla consuetudine diplomatica economica che negli ultimi cinque lustri è stata vista come una Bibbia. Ovvero quel coordinamento forzoso, spesso passivo e dal pensiero unico che, dalla vittoria di The Donald in poi, sta mutando pelle e forma, prima che contenuti. In secondo luogo spariscono anche le promesse sottoscritte con l'accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Insomma, mentre dall'altro lato dell'oceano la Cancelliera Merkel è impegnata a Washington per il primo incontro ufficiale alla Casa Bianca, nel vecchio continente sembra che più di qualcosa stia cambiando.
Al G20 teutonico il protagonista è Steven Mnuchin, l'ex manager di Goldman Sachs voluto da Trump al Tesoro. Non solo per un discorso da grande giocatore di scacchi, ma anche per via dell'incontro bilaterale avuto 24 ore prima con il padrone di casa Wolfgang Schäuble, a cui il feldministro non è riuscito a tenere testa. Ma andiamo con ordine. Il commercio è stata la pietanza principale del vertice. Lo ha detto sin dall'inizio il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria: «stiamo promuovendo il commercio come elemento di crescita, un fattore di crescita che può anche dirottare flussi di investimento molto importanti per la crescita di domani». Ma in che modo? Mnuchin esordisce, nel Paese noto per l'anomalo surplus di bilancio, con un assunto preciso: gli Usa favoriscono il commercio, ma se giusto ed equilibrato. Quindi la strategia è correggere gli eccessi, con in filigrana una sconfitta per la nazione ospitante che da sempre si batte per mantenere il G20 ancorato ideologicamente agli impegni assunti in passato. «Quello che è stato in passato non è necessariamente rilevante dal mio punto di vista», ha aggiunto Mnuchin: altro riferimento al Nafta, (North American Free Trade Agreement, l'accordo nordamericano per il libero scambio) che dovrà essere rivisto, come alcune norme di Basilea III per meglio regolare il rapporto fra creditori.
Lo stesso Mnuchin due giorni fa ha voluto incontrare il suo omologo tedesco, Wolfgang Schäuble, prima del G20 di cui la Germania ha la presidenza di turno, mettendo in chiaro una serie di passaggi significativi. Come quello relativo al fatto che «non abbiamo alcuna intenzione di ingaggiare una guerra commerciale» anche se Berlino, ha fatto poi trapelare il suo staff, dovrebbe impegnarsi a correggere il proprio surplus di bilancio. Inoltre circa l'accusa che l'euro sia una valuta manipolata, ha detto che la moneta unica «è una valuta usata da molti Paesi e non è possibile confrontarla con il dollaro». Mentre sull'ipotesi di introdurre tassi doganali di ingresso negli Usa ha commentato «è una delle tante ipotesi al vaglio». Tesi a cui Schäuble ha replicato con poco mordente, come sull'annosa questione del surplus, definendo le raccomandazioni di maggiori investimenti da parte della Germania «una soluzione poco efficace», anche perché Berlino non fa la politica monetaria dell'euro che invece viene fatta dalla Bce. Che avesse intuito, in anticipo, la piega del G20?

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martedì 7 febbraio 2017

Atene, dall’alba in coda sotto la pioggia per un sussidio. Ma il sistema va in tilt ed è caos


In coda sotto la pioggia dalle prime luci dell’alba per ottenere un sussidio. Ad Atene non c’è solo il ritorno del dibattito sulla Grexit con possibili elezioni anticipate a primavera, ma scene di ordinaria crisi sociale. Questa mattina una lunga coda nel quartiere di Agios Kostantinos è stata immortalata dai tg.
“E’ la peggiore umiliazione che possa capitare ad un uomo per 200 euro“, ha detto un cittadino, in fila tutti i giorni dalle 5 del mattino e che ha “abbandonato” ogni speranza perché la sua pratica non può essere evasa. Il sistema elettronico non funziona, e anche se l’operatore deve informare i cittadini di passare un altro giorno, decine di persone sono ancora lì in attesa, tra spintoni e disperazione. Proprio non ci stanno a mollare forse l’unico diritto rimasto tale nel paese, anche se così svilito.
Il sito internet del ministero in cui dovevano essere inserite le richieste ha ricevuto due milioni di visite nel giorno di apertura, andando in tilt, per cui lo scorso 1 febbraio solo 53.000 domande sono state depositate sulle 700.000 complessive previste. Tra l’altro non esiste alcun sistema di priorità per anziani, donne in gravidanza e disabili in coda, così alcuni cittadini dopo il disappunto dei primi giorni hanno stampato arbitrariamente numeretti per tentare di dare un ordine alla fila sotto la pioggia. Chi non ha un lavoro in Grecia è anche automaticamente senza previdenza, ad oggi circa un quarto della popolazione totale.
Si giustifica il vice ministro per la Solidarietà sociale Theano Fozio: troppi accessi (circa settemila al minuto) hanno causato il blocco del portale e annuncia un miglioramento della capacità del gestionale. Ma la gente in coda è in preda ad una crisi di nervi, e si chiede come mai, nonostante il governo fosse a conoscenza dell’alto numero di richiedenti, nessuno abbia previsto una maxi affluenza di questo tipo con un potenziamento del server e servizi paralleli, come un servizio di assistenza per disabili o malati.
Intanto l’Athens Medical Association denuncia che l’ente Eopyy dedicato al servizio sanitario nazionale avrebbe in programma di chiedere l’indicazione del tempo di aspettativa di sopravvivenza del paziente per completare la prescrizione di alcuni farmaci nel sistema di prescrizione elettronica. Un’indiscrezione che ha provocato la forte protesta dei medici che definiscono la direttiva “umanamente inaccettabile” e ne chiedono il ritiro immediato al ministro della Salute.
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Quanto c’è di vero in un nuovo rischio Grexit

Da Formiche del 7/2/17
Quanto c’è di vero in un nuovo rischio Grexit dopo sette anni di dibattiti e analisi sul caso ellenico? Il debito pubblico della Grecia è “chiaramente insostenibile”: lo dice il Fmi in un rapporto pubblicato ieri, mentre il ministro delle Finanze greco Euclid Tsakalotos sottolinea che è stato completato appena un terzo del memorandum da parte di Atene. A questo punto il governo Tsipras (che ha solo 2 deputati in più del minimo) può cadere senza troppi rischi di tenuta, dal momento che i conservatori-liberali ellenici di Nea Dimokratia (in testa nei sondaggi) hanno già preparato una bozza-programma da sottoporre alla cancelliera Merkel il prossimo 13 febbraio.
FMI
Nel rapporto il Fmi scrive che il debito pubblico ellenico è estremamente insostenibile e propone una serie di misure integrative, come l’allungamento al 2070. Sostiene, in linea di principio, che la Grecia dovrebbe applicare una correzione di politica fiscale, aggiungendo che non sono necessarie ulteriori “regolazioni al di là di ciò che è già in corso”. Come dire, nessun’altra concessione, anzi, altri compiti a casa per trovare la quadratura del cerchio e garantire la prosecuzione del rapporto tra Fmi e gli altri due componenti della troika, Bce e Ue.
Il report definisce improcrastinabili alcune “riforme fiscali”, come la riduzione della soglia no tax (al fine di ampliare la base imponibile) e la definitiva risoluzione dell’evasione fiscale, che in Grecia ancora nel 2016 ha prodotto un mancato gettito per l’erario di un miliardo di euro al mese. Circa il settore finanziario, il Fondo monetario internazionale attira l’attenzione su come il governo Tsipras dovrebbe ridurre drasticamente i prestiti definiti “rossi”. La strada indicata passa da un rafforzamento delle regole relative al governo amministrativo delle banche, e rimuovendo le restrizioni che si applicano alla circolazione dei capitali il più presto possibile. Infine, da Washington si chiedono “riforme” più ambiziose nel mercato del lavoro, già attenzionato dalla riforma firmata dal ministro Katrugalosfortemente criticata da agricoltori protagonisti dei blocchi stradali e dipendenti pubblici, accanto a misure che stimolino i consumi e la ripresa economica in un momento in cui l’intero circuito commerciale in Grecia è fermo.
L’agenda di Bruxelles e Atene, oggi, contempla una serie di vertici che si svolgeranno nei prossimi dieci giorni alla presenza del delegato del Fmi ad Atene, Delia Velculescu, circa la stabilizzazione dell’economia, da realizzare “ad ogni costo”. Contemporaneamente, un’ulteriore fase di negoziati per la valutazione impedirà l’attuazione del QE di Mario Draghi, e non permetterà quindi la normalizzazione della situazione nel paese. In realtà il Fmi sostiene che se un accordo non verrà trovato sulla base di obiettivi raggiunti e dati di avanzo primario, difficilmente la Grecia centrerà il 2% di crescita contenuto nel memorandum. Per cui scatteranno nuove pressioni politiche e uno stop a quegli investimenti che, nelle intenzioni, dovrebbero trainare il paese fuori dalle secche.
CRISI DI GOVERNO
Uno scenario che si intreccia con il versante politico. Il governo Tsipras continua a calare nei sondaggi (al momento Syriza è seconda, a meno 13 punti dall’opposizione di Nea Dimokratia) e conserva due soli deputati in più della soglia minima richiesta. Nel paese è tornato con insistenza il dibattito su una possibile uscita dalla moneta unica, passaggio che i conservatori-liberali guidati dal 47enne Kiriakos Mytsotakis stanno cavalcando al contrario: hanno stilato una bozza-programma per riequilibrare il memorandum che il leader sottoporrà ad Angela Merkel il prossimo 13 febbraio a Berlino con il titolo: “vi diremo la verità” in riferimento alle promesse fatte da Tsipras in questi due anni.
In cima al programma, lo sviluppo “cinese” del Pireo per l’economia e per gli investimenti dell’intera area asiatica-mediterranea, anche con un interesse italiano visto che Ferrovie dello Stato hanno privatizzato Treinose, le ferrovie elleniche. Maggiore aggressività per zone di taxfree, l’unico modo per inviare un messaggio alla comunità degli investitori internazionali.
Incentivi fiscali solo ai virtuosi così come fanno i paesi del nord Europa; lotta all’evasione fiscale con più circolazione di pagamenti elettronici; preventiva valutazione di un comitato ad hoc per ogni prestito concesso agli enti pubblici (ad oggi sono moltissimi quelli insolventi con buchi strutturali milionari). E ancora: nuove norme per il settore agricolo con denari non a fondo perduto così come fatto fino ad oggi, ma solo in presenza di investimenti nel tempo; fondo per sviluppo di innovazione e Ict;
riattivazione del programma risparmio – famiglie; accelerazione della soluzione del caso rifiuti, che costa alla Grecia milioni di euro all’anno per infrazioni Ue che nessuno ha mai sanato; per cui costruzione di termovalorizzatori; valutazione costante e continua dei dipendenti pubblici; modello industriale applicato per il Museo dell’Acropoli, nel 2016 vincitore del Mondial Prix museale, per tutti gli altri presenti nel paese (multimedial platforms, prenotazioni online e visite in 3d).

PROSPETTIVE
Come in un macabro gioco dell’oca, quindi, tutti i giocatori seduti al tavolo della partita tornano al punto di partenza. Il Fmi a guida Trump non ha intenzione di mettere altro denaro in un pozzo senza fondo, ovvero nel buco greco che è strutturale e macroscopico. Di contro Berlino per uscire dal dissolvimento della troika (Fmi, Ue e Bce) propone una Ue a due velocità e auspica, come osservato qualche giorno fa dal ministro delle finanze Schaeuble, che lo stesso Fmi resti a far parte della troika, contrariamente “sarebbe la fine del programma corrente”. E il numero 1 della Bce, Mario Draghi rimarca che “l’euro ci tiene uniti in tempi di chiusure nazionali”. Nel mezzo possibili elezioni anticipate in Grecia nella prossima primavera quando anche in Francia si andrà alle urne.
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lunedì 19 dicembre 2016

Scuola tedesca di Istanbul, vietati i canti di Natale



Mentre in Germania il Bundesrat propone di insegnare l'arabo nelle scuole come materia fissa, dall'altro lato dell'Europa a Istanbul in una scuola tedesca si fa divieto di cantare e diffondere la tradizione del Natale.
Il tragico corto circuito tra politica e libertà individuali sul Bosforo si arricchisce dell'ennesima puntata, ma questa volta in casa d'altri. Per la prima volta in assoluto le autorità turche hanno vietato di insegnare le tradizioni natalizie non in una moschea o in un istituto locale, bensì in una scuola tedesca a Istanbul. La prescrizione è contenuta in una e-mail indirizzata al capo del Dipartimento tedesco del Liceo.
La partecipazione del coro della scuola presso il tradizionale concerto di Natale che si tiene nel Consolato Generale tedesco è stata bloccata dalla direzione della scuola. Attualmente ci sono 80 insegnanti di tedesco nei licei di Istanbul e sono pagati con le tasse nazionali, il che equivale a un sostegno finanziario annuo pari a milioni di euro da parte della Repubblica Federale. La scuola in questione, tradizionalmente di elite, è frequentata esclusivamente da studenti turchi, ed è una scuola tedesca riconosciuta all'estero. Vietare i canti di Natale in istituti come questo è un altro passo che il governo targato Recep Tayyip Erdogan sta compiendo per imporre, tout court, una linea conservatrice islamica anche nelle scuole d'elite della Turchia, dove si forma la futura classe dirigente che invece Erdogan ha paura che possa essere «contaminata».
Troppo forte la tentazione del Presidente di investire nell'ultra proselitismo anche a scuola, ma questa volta c'è stata una palese violazione degli accordi bilaterali culturali, nei quali è espressamente previsto che la Germania fornisca insegnanti tedeschi per le proprie scuole d'élite in Turchia. La promozione della cultura tedesca (Natale incluso), quindi, è la parte più significativa dell'accordo. Ma pare che sorprendentemente a Berlino nessuno intenda dolersene, perché ora la scuola dal proprio sito web con un comunicato nega che il consiglio d'istituto turco abbia prescritto un divieto e sostiene che gli insegnanti tedeschi avrebbero «trattato il Natale e il cristianesimo in un modo che non rientra nel programma di studi concordati». La solita marcia indietro di Merkel spaventata dai ricatti di Erdogan?
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martedì 29 novembre 2016

Si prepara l'invasione turca Scafisti a caccia di barconi


Prima le minacce, mai velate. Poi le prime avvisaglie e adesso le azioni immortalate dai droni dei servizi. 

Secondo un report dell'intelligence greca, in Turchia i trafficanti di migranti stanno facendo incetta di barche, gommoni e motori fuori bordo. Verranno verosimilmente utilizzati, nelle prossime settimane, per far transitare i tre milioni di migranti che Erdogan ha già annunciato di voler rispedire in occidente. Il rischio è che ciò possa avvenire al ritmo di tremila persone al giorno, con conseguenze drammatiche per quei paesi che sul Mediterraneo si affacciano, ovvero Grecia e Italia.
La notizia ha messo in allarme il ministero della Difesa di Atene, già alle prese con i quotidiani sconfinamenti aerei degli F16 di Ankara, anche perché non si tratterebbe di un gesto isolato dei trafficanti che, proprio sulle coste occidentali turche, hanno la base logistica da cui gestiscono le partenze, bensì della «naturale» evoluzione delle intenzioni di Erdogan. I natanti in queste ultime due settimane sarebbero stati allineati sulle coste e pronti a essere attrezzati per i ricchi viaggi.
Giovedì scorso, dopo la risoluzione del Parlamento europeo sul congelamento dei negoziati di adesione della Turchia, era stato il primo ministro Binali Yildirim ad avvertire i 28 che «siamo uno dei fattori che proteggono l'Europa e se i rifugiati attraversano i nostri confini, allora invaderanno l'Europa». Ora il rischio di una «tempesta perfetta» con rubinetti di migranti aperti dalla Turchia verso le isole dell'Egeo orientale, e con la moltiplicazione di altre Idomeni, ha tolto il sonno al governo di Atene, già alle prese con il nodo debito, che ha interpellato addirittura il Pentagono per decifrare i possibili rischi nel breve periodo. 
Le minacce di Erdogan questa volta non si sono limitate ai diritti in patria o ai reiterati annunci di voler trasformare Santa Sofia in moschea, ma hanno toccato anche capisaldi legislativi come il Trattato di Losanna sulla definizione dei confini nel mar Egeo che il presidente turco contesta, suscitando il panico tra gli isolani ellenici, al pari delle aziende legate al gas che speravano in una riunificazione di Cipro, su cui Ankara con pretese assurde ha di fatto messo il veto. La Grecia, è il messaggio che Atene ha inviato a Washington, corre seriamente il rischio di rimanere intrappolata, sia perché il costone balcanico è chiuso già a doppia mandata da Albania e Macedonia, sia perché il governo fatica a gestire i 50mila immigranti presenti oggi, figurarsi un'eventuale ulteriore ondata anomala. E l'Italia sarebbe coinvolta direttamente da questa mossa.
Chi non resta con le mani in mano sono i componenti del consiglio comunale dell'isola di Chios. Per una volta maggioranza e opposizione si sono compattati perché la strategia dell'esecutivo ha già azzoppato l'unica entrata dell'isola, ovvero il turismo. Il governo Tsipras avrebbe voluto creare un hotspot più grande, ma ancora senza interpellare gli amministratori locali. E non si placa la tensione nel paese, con un altro incendio scoppiato all'interno del centro di accoglienza migranti di Nea Kavala, nel comune di Kilkis: nessun ferito ma la consapevolezza che la situazione è davvero ingestibile anche per chi, come Tsipras, sconta dure critiche da chi lo ha rivotato un anno fa. Le elezioni anticipate a febbraio 2017 sono più che un'opzione: non solo i conservatori di Nea Dimokratia dati in testa, ma Alba dorata che sfonda quota 10% e insidia Syriza al secondo posto, crollata al 13%.
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Evasione fiscale, le banche greche propongono una tassa sui prelievi bancomat per disincentivare il contante


Le banche greche chiedono al governo Tsipras di tassare ogni prelievo bancomat con la motivazione di voler così ridurre l’evasione fiscale ancora altissima nel Paese. Nell’auspicio dei proponenti, la misura dovrebbe scoraggiare le compravendite in contanti, che sarebbero direttamente proporzionali all’economia sommersa. Inoltre gli istituti di credito chiedono al governo Syriza-Anel, impegnato in queste ore nei colloqui con il commissario europeo alle Finanze, Pierre Moscovici in visita ad Atene, che introduca l’obbligo di utilizzo di carta di credito per quelle libere professioni finite nell’occhio del ciclone per l’alto tasso di evasione. Sino allo scorso anno le mancate entrate per l’erario ellenico ammontavano a circa un miliardo di euro al mese, motivo che ha fatto traballare più volte l’accordo con i creditori internazionali, su cui ad esempio l’ex ministro Yanis Varoufakis aveva proposto che casalinghe e studenti si trasformassero in agenti in borghese dell’agenzie delle entrate.
Inoltre c’è sul tavolo la proposta dei rappresentanti delle banche che, non solo le carte di credito o di debito, ma anche altri vettori di pagamento telematici, vengano utilizzati di routine per piccoli pagamenti. Si tratta di una strategia messa in piedi dagli istituti finanziari ellenici per colpire il macrodato dal sommerso, che secondo le ultime valutazioni ammonta a circa 40 miliardi di euro all’anno, che per un Paese di poco più di 10 milioni di abitanti è moltissimo, anche perché incide sulle perdite sui proventi da tassazione per 15 miliardi di euro all’anno: un dato che non si è affievolito in questi anni di crisi, mentre invece altri indicatori hanno subito un calo, come il numero delle imprese fallite, nel 2015 diminuito del 40% rispetto ai dodici mesi precedenti. Nello specifico in Grecia si è passati da 330 fallimenti del 2014 ai 189 dell’anno scorso: un passaggio significativo se si considera che nel triennio maledetto (2011-2014) i numeri erano ben altri (445, 415, 392). Si tratta di dati aziendali forniti dalla Federazione dell’attività Information Services con la partecipazione ICAP, che non contemplano i fallimenti di persone fisiche. Secondo Fani Drakopoulou, Direttore di Information Business & rating di ICAP Group SA, anche se in Grecia c’è stato un calo significativo del numero di fallimenti formali (-42,7%), questo non è dovuto ad alcun miglioramento del clima economico ma al fatto che molte aziende non pagano i loro debitori a causa delle lunghe procedure, della burocrazia e dei costi elevati connessi al quadro giuridico esistente in Grecia. Senza contare che un gran numero di piccole imprese e liberi professionisti a causa della crisi economica hanno portato la propria azienda alla cessazione del lavoro, senza fallimento.
Tornando alle banche greche, secondo fonti interne sarebbero state stimolate dalla troika, per attuare una precondizione affinché l’Eurogruppo del prossimo 5 dicembre sia davvero disponibile ad un accordo sul debito greco. La visita di Moscovici lunedì ad Atene sarebbe da leggere proprio in questo contesto, anche se restano importanti divergenze nella stessa troika: come il pacchetto di misure di attuazione immediata (il cosiddetto breve termine) che ha generato un deterioramento del debito a valori correnti del 20%, ragione che sta spingendo il Fondo Monetario a pensare realisticamente ad un allungamento extra del debito a oltre 50 anni. In assenza di un accordo sul si fanno insistenti le voci che vogliono elezioni anticipate nei primi mesi del 2017.

giovedì 3 novembre 2016

Grecia, 10mila in piazza contro i tagli delle pensioni: fondi decurtati del 50%


Pensionati che bruciano le lettere con cui il governo annuncia nuovi tagli, uno sciopero generale proclamato per il prossimo 8 dicembre e la sensazione che questa volta una pensione da 34 euro sia davvero troppo poco per chi da sei anni combatte con nuove tasse e prestiti infiniti.
Mentre a giorni sono attesi gli emissari della troika per ridisegnare strategie e analisi sui (mancati?) progressi ellenici, i pensionati greci scendono di nuovo in piazza Syntagma, per protestare contro la riforma Katrugalos che ridefinisce in toto il sistema ellenico del welfare e, quindi, anche l’entità degli assegni mensili. Diecimila pensionati si sono ritrovati nel centro della capitale greca in quella piazza simbolo di crisi e di scioperiper bruciare le lettere con cui il ministro del lavoro Katrugalos, padre della riforma sponsorizzata dalla troika, annuncia il taglio dei contributi previdenziali in busta.

Circa 250mila persone sono toccate da questo nuovo taglio, dopo aver subito altre tre sforbiciate dall’inizio della crisi ad oggi, e con migliaia di pensionati che dopo due anni dalla cessazionedell’attività lavorativa non hanno ancora ricevuto la liquidazione, che presumibilmente sarà come minimo decurtata del 30%. Alla testa dei manifestanti c’è il combattivo presidente della Federazione dei pensionati, Koubouris, incredulo davanti all’ipotesi che un governo di sinistra possa tagliare le pensioni.
Prima di incitare la folla a bruciare le lettere dice al megafono che le pensioni integrative sono diminuite già dell’ 82%, mentre quelle principali del 45%, senza contare che tredicesime e quattordicesime sono ormai abolite. Di contro aumentano senza sosta le spese dei cittadini per servizi essenziali come spesa sociale, salute, prodotti farmaceutici, esami specialistici. Per 250mila beneficiari le riduzioni contenute nella riforma Katrugalos (che pare però non siano ancora sufficienti alla troika) sono in vigore dal giugno scorso.
Tagli che in alcuni fondi hanno raggiunto e superato il 50%. L’assurdo è che ad esempio riguardo all’Eteam, un fondo complementare, dopo il ricalcolo alcuni pensionatipercepiscono un assegno di 144,68 euro anziché 511,20. Ma quei 144 euro a causa dei prelievi una tantum o di conteggi su arretrati e conguagli, scendono ulteriormente a 71,50 euro. E non è tutto, perché sui media ellenici troneggia il caso di un pensionato che prende solo 34,75 euro.
La marcia di protesta, seppur pacifica, si è conclusa con il falòsimbolico delle lettere fin sotto la sede del ministero del lavoro, con la richiesta avanzata al gabinetto del ministro di un incontro chiarificatore anche di pochi minuti, che però è stato negato dall’esponente di Syriza. Tra l’altro nello stesso dicastero, delicatissimo perché destinatario del 90% delle riforme, al massimo entro la prossima settimana i creditori internazionali torneranno per verificare se i requisiti richiesti ad Atene siano stati rispettati dal governo, che deve subire anche l’attacco delle opposizioni, che invocano a gran voce nuove elezioni per l’inizio del 2017.
Uno scenario su cui si abbatte l’ambigua previsione della Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) relativa al tasso di crescita dell’economia greca nella seconda metà del 2016: sarà probabilmente positivo. Per il 2017 il report della Bers prevede che il ritmo del Pil greco raggiungerà il 2%. Un segnale incoraggiante di quest’anno è il positivo contributo degli investimenti fissi alla crescita, osserva la Banca, mentre gli altri componenti dei conti nazionali come i consumi privati, quelli pubblici e le esportazioni nette, fanno segnare nuovamente un picco verso il basso.
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sabato 15 ottobre 2016

Grecia, lo Stato vende 4 licenze tv per 250 milioni. Agli stessi oligarchi che il premier Tsipras prometteva di combattere


Dopo 27 anni di assegnazione discrezionale e clientelare da parte del Parlamento a pochi oligarchi, la Grecia si è dotata di una legge che stabilisce con un’asta chi acquista le frequenze televisive private. Ma se da un lato lo Stato incassa poco meno di 250 milioni di euro, una goccia nel mare di debiti ellenici, dall’altro il governo Tsipras, di fatto come un gioco dell’oca, fa tornare in partita gli stessi oligarchi che hanno fatto per quarant’anni il bello e il cattivo tempo in Grecia. La differenza sta nel fatto che fino a ieri decidevano i partiti nel chiuso del Parlamento a chi dare le frequenze e quanto corrispondere allo Stato (in alcuni casi anche un canone annuo irrisorio da 16mila euro). Ora c’è stata un’asta formale, ma i vincitori come sono praticamente gli stessi.
Per 246 milioni di euro lo Stato greco ha ceduto un totale di quattro licenze televisive, aggiudicate in un primo momento da Skai, Antenna, Yiannis Kalogritsas (subito escluso) e Vangelis Marinakis. Un prezzo inaspettatamente elevato, hanno detto dal governo, che ha superato tutte le aspettative e migliorato i ricavi per le esangui casse dello Stato, a completo digiuno di concorrenza e libero mercato. Nel dettaglio Skai ha pagato 43,6 milioni di euro; Ant1 75,9; Marinakis 73,9 milioni e Kalogritsas 52,6.

Quest’ultimo però è stato escluso pur essendo vicinissimo al premier greco, perché le autorità fiscali hanno messo sotto il microscopio il suo impero e hanno scoperto che la Attika Bankgli ha corrisposto nei due anni della grande crisi economica ellenica ben 127 milioni a tassi di interesse super agevolati. Tanto che l’attuale governatore della Banca di Grecia, Iannis Stournaras, ha dichiarato ieri sulla stampa greca che Kalogritsas “era trattato come il signor Microsoft” per dipingere il quadro clientelare a suo favore praticato dall’istituto. Ora le frequenze che si era accaparrato sono sotto la lente d’ingrandimento della Consulta, che deciderà se lasciarle vacanti o meno. E l’incasso dello Stato si assottiglia a 193,4 milioni.
E così mentre Tsipras in occasione della sua vittoria elettorale aveva annunciato una crociata contro armatori ed editori, colpevoli di aver zavorrato la Grecia, oggi all’indomani della riforma tv assiste alla vittoria dei soliti colossi. Skai rientra nel gruppo appartenente a Aristides Alafouzos, armatore e vero principe del paese da sessant’anni. E’stato il primo ad usare il business degli olii combustibili per diversificare i guadagni. Ha sei compagnie di navigazione (sotto l’egida della società Argonautis che opera con le controllate Shell Sea, Sea Pearl Enterprises, Zenith Maritime, Corporation Bigael, Kyklades Marittime) una grande flotta mercantile, una società di costruzioni.
Il primo affare diverso dal petrolio lo fa appunto inglobando l’emittente televisiva Skai, che ha in pancia un canale all news, una radio, una casa editrice, oltre a quotidiani e periodici. Di Alafouzos è anche il quotidiano Kathimerinì, il primo in Grecia a dotarsi di una versione online in lingua inglese, oltre ad una piattaforma radiofonica con le stazioni Melody e RED 96,3. Nel 2009 ha ottenuto un’onorificenza molto rara per un cittadino occidentale: l’imperatore del Giappone Akihito lo ha insignito della Medaglia dell’Ordine del Sol Levante. Ma nel suo curriculum ecco la discutibile partnership con l’imprenditore Vangelis Marinakis, proprietario della squadra di calcio dell’Olympiacos Pireo, per via del business delle scommesse sportive Bwin.
L’altro vincitore delle frequenze è appunto la nuova società di trasmissione Alter Ego, che altro non è che il vestito nuovo del magnate e armatore Marinakis. E’ stato il principale sponsor di Tsipras nella regione dell’Attica, dove ha fatto eleggere sindaco al Pireo il vicepresidente dell’Olympiakos, Vaghelis Moralis, e fatto vincere la governatrice Rena Dourou, fedelissima del premier. Tra l’altro Marinakis è pluriaccusato di contrabbandodi carburante e lo scorso anno in Grecia all’interno di una delle sue petroliere è stato rinvenuto il più grande quantitativo di eroina mai sequestrato nel Paese. Il processo però non può proseguire: capitano della nave ed equipaggio, principali testimoni, sono stati trovati morti.
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