mercoledì 4 febbraio 2009

CIPRO UNA FERITA ANCORA APERTA

Da Fare Futuro Web Magazine del 03/02/2009

Nella settimana che ci conduce alla commemorazione del dramma delle foibe, una rivelazione sconvolge l’Europa. L’attore turco Attila Olgac ha confessato di aver freddato dieci greco-ciprioti nel 1974, almeno uno dei quali era prigioniero di guerra. L’ammissione, poi smentita con la giustificazione di voler solo sondare le reazioni, si inserisce in un momento molto delicato per le sorti dell’isola all’estremo lembo orientale del Mediterraneo.

Da trentacinque anni è occupata militarmente dalla Turchia, che nel 1974 ne invase il 2% all’indomani di un tentativo di annessione da parte dei Colonnelli greci, salvo poi “ampliarsi” con la presenza in loco di 50mila militari su ben il 38% della superficie dell’isola. Mentre la parte greca di Cipro è a tutti gli effetti uno Stato membro dell’Unione europea, la zona turca si è autoproclamata Repubblica turco-cipriota del nord ma non è riconosciuta né dall’Onu né dall’Ue, solo da Ankara.
La scia di sangue iniziata con l’occupazione militare turca è stata lunga e dolorosa. Ben 200 mila greco-ciprioti di fede cristiana sono stati costretti ad emigrare verso sud, mentre la zona settentrionale dell'isola è stata sottoposta ad un vero e proprio trattamento di islamizzazione forzata. Il riferimento non è solo ad uno sconvolgimento culturale e religioso ma anche morale e materiale: tutto ciò che non era musulmano è stato degradato o raso al suolo (come il cimitero di Termìa); al contrario, è stato dato ampio risalto all’anima nazionalista dei discendenti dell'Impero ottomano, che hanno provveduto anche a scolpire mezzelune sul paesaggio naturale, precisamente sul fianco dei monti Pentadattilos.

Il Parlamento europeo faceva il punto sui danni subiti dall’isola all’estremo est del Mediterraneo in questi termini: «Sconsacrate oltre 133 chiese, cappelle e monasteri situati nella parte settentrionale di Cipro, finita sotto il controllo dell'esercito turco dal 1974; convertite in moschee 78 chiese; 28 sono usate come depositi militari e ospedali e 13 sono usate come magazzini, mentre rimane sconosciuto il luogo in cui sono conservati oggi i rispettivi oggetti religiosi, incluse oltre 15.000 icone, che sono state trafugate». Tra i monumenti distrutti dai turchi figurano non solo chiese cristiane cattoliche ed ortodosse, ma anche protestanti, maronite, armene e un cimitero ebraico. La loro unica colpa era di essere di fede diversa da quella musulmana.

Tra razzìe e ogni sorta di dequalificazione civile e morale, vale la pena di citare qualche esempio concreto, che tra l’altro è stato al centro del libro del professor Charalampos G. Chotzakoglu, docente di storia bizantina all’Open Hellenic University di Atene, dal titolo “Religious monuments in Turkish- Occupied Cyprus”, con la prefazione di Nikephoros, Metropolita Arcivescovo di Kykkos e Tillyria. Il volume consiste in una sorta di viaggio itinerante attraverso luoghi che in passato erano destinati al culto e che oggi, tra macerie e animali al pascolo, sono stati degradati quasi fossero contaminati da chissà quale piaga. L’opera è legata a doppia mandata ad una mostra itinerante organizzata dal professor Charalambos Chotzazoglou con quaranta pannelli raffiguranti le chiese come erano in origine e come appaiono oggi e che ha fatto tappa in Italia nell’agosto del 2008 in occasione del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.
L’Onu aveva proposto come extrema ratio una soluzione al problema di Cipro con il cosiddetto “piano Annan”, bocciato in seguito con un referendum dai greco-ciprioti perché manifestamente a vantaggio dei turchi.

Come ho avuto modo riferire in qualità di modesto relatore alla platea di Nicosia in occasione del Quarto Congresso Internazionale di Studi Cipriologici nell’aprile 2008, il piano Annan risulta privo della sintonia istituzionale con leggi comunitarie, convenzioni europee, Diritti umani e risoluzioni Onu perchè esso fonda la sua base attuativa sull’articolo 49 del Trattato di Amsterdam, circa la libera circolazione dei popoli in Europa, salvo poi, nella veste pratica, escluderne la concreta applicazione, dal momento che i greco-ciprioti non possono far ritorno nelle proprie abitazioni situate nella zona occupata, la Katekomena.
È utile rammentare che ad oggi la Turchia, che non riconosce nemmeno Cipro come Stato membro dell’Ue, mantiene anche l'embargo contro le imbarcazioni battenti bandiera cipriota e quelle provenienti da porti situati nella Repubblica di Cipro, negando loro l'accesso ai porti turchi, nonchè contro gli aerei ciprioti, negando loro la possibilità di sorvolare gli aeroporti turchi o di atterrarvi. Inoltre negli ultimi mesi, complice il rapporto di amicizia esistente tra il presidente della Repubblica di Cipro Christiofas e quello dello Stato turco-cipriota autoproclamato, Talat, si sono intensificati i negoziati e gli incontri bilaterali, visti con ottimismo e speranza dalla comunità internazionale.

La soluzione finale alla problematica cipriota, che in molti considerano lunga e difficile, ma che altri invece ritengono praticabile, potrebbe rappresentare il vessillo di una pace da estendere all’intero Medio Oriente: come sarebbe utile e saggia una vera e propria bandiera di pace e di convivenza civile e fraterna, sventolata proprio in direzione di quei territori distanti poche centinaia di chilometri che purtroppo in questi anni hanno visto solo sangue e morte.
Nessuno dice che sia facile dare seguito a queste speranzose righe, ma il dovere di tutti è di provarci.

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