giovedì 23 settembre 2010

Caro Veneziani, se il premier fosse gay, che cosa scriveresti?

Da Ffwebmagazine del 22/09/10


Ha scritto il filosofo americano William James, che «molte persone credono di riflettere mentre stanno solo riordinando i loro pregiudizi». Slanci pachidermici e di facciata, che recenti autori sono però subito pronti a trasformare in altro, semplicemente quando muta il soggetto in questione. L'esatto contrario di ciò che predicava il fondatore de Il Giornale, quell'Indro Montanelli che nella prefazione de L'Italia degli anni di fango, realizzato a quattro mani con Mario Cervi, scrisse: «Può darsi che di un fatto o di una situazione, quello che noi raccontiamo non sia tutta la verità. Ma è sicuramente la verità, quale sinora si è potuto appurarla», ovvero una sorta di certificato di autenticazione che il maestro del giornalismo italiano intese offrire ai suoi lettori e ai giornalisti che, su quella testata, spesso oggi ne disattendono contenuti e modalità.Tra i numerosi esempi dell'ultimo anno, ne spicca uno che vorrebbe fare la morale, quanto a sfera privata e tendenze intime, ma segnando invece un clamoroso autogol. Marcello Veneziani, in un arduo ragionamento su sesso, politica e orecchiette, riflette che la scelta sessuale di Nichi Vendola (che non è né un merito né un demerito) dovrebbe rimanere confinata nella sua intima sfera. Coperta da «buon gusto e sobria distinzione fra sfera pubblica e privata».
Uno dei commentatori medievali del giornale di famiglia del premier, allude così al fatto che «viviamo in un paradosso: l'omosessualità, che attiene alla sfera privata, diventa oggetto del dibattito pubblico». Come se l'eterosessualità fosse invece più pubblica, migliore, più giusta, da sbandierare come un trofeo issato sul pennone di Palazzo Chigi. E l'altra sbagliata, cassabile, emarginabile. Fa specie la palese distinzione di giudizi, se questi attengono o meno il datore di lavoro. Ma perché lo stesso ragionamento non vale per Silvio Berlusconi? Che, addirittura, in occasioni internazionali ammiccava a premier stranieri, («Ho usato le mie doti di playboy - disse - per convincere la presidente della Finlandia»), alludendo alle sue capacità sessuali. Vantandosi di non aver mai pagato donne, come nella famosa conferenza stampa del settembre di un anno fa, con un Zapatero attonito e rimasto senza parole per le antidiplomatiche dichiarazioni. Senza contare l'imbarazzo della stampa internazionale, che gli chiedeva lumi sul giro di prostituzione e sulle veline che avrebbero frequentato le sue feste.
Tralasciando la nota di colore, questa sì di cattivo gusto, per cui Veneziani arriva a dire di preferire «le orecchiette agli orecchini» vendoliani, ecco fare capolino un'altra dose di peloso perbenismo, quando scrive che «Vendola vuol dimostrare che dal Cialis all'orecchino c'è progresso sociale e morale». Ecco il trionfo dell'inchiostro macchiato di pregiudizio, inondato di bieco salvataggio di un'immagine. Come si può confinare un'oggettiva tendenza sessuale all'interno di un contenitore appositamente costruito per l'occasione? Che invece andrebbe definita rispettosamente con il proprio nome. Dov'è finita l'emancipazione, la libera scelta del singolo? Per caso siamo tornati alla caccia alle streghe, ai roghi, o alle pratiche iraniane dove si impiccano individui a causa delle proprie scelte che attengono alla libertà più intima?Verrebbe a questo punto da chiedersi: chissà che titoli farebbe il giornale di via Negri se, per puro caso, il proprietario-editore-premier, fosse omossessuale.
Non sarebbe azzardato prevedere fiumi di aperture libertarie, tonnellate di accuse omofobe riversate sugli avversari politici, strumentalizzazioni quotidiane ad appannaggio non dell'oggettiva condizione, ma della convenienza contingente.Non si comprende perché, mentre da un lato certi commentatori medievali sostengano giustamente una propria personale posizione su un tema, legittima anche se non considivisibile, dall'altro la applichino solo ai concorrenti. Trascurando dolosamente di estenderla al proprio datore di lavoro, atteggiandosi come se i lettori fossero stupidi o colti da improvvisa miopia. In una ridicola deriva pseudo-informativa, che produce poi i vari falsi d'autore, le iperboli mentali che passano scanzonatamente da un versante all'altro senza la minima logica. Mescolando fatti a supposizioni, indagini a giochi di guerra, in un unico calderone, dove produrre semplicemente disinformazione. La nuova frontiera massmediatica tanto cara ai regimi antidemocratici, e che in questi dodici mesi ha caratterizzato le istituzioni italiane.
Ecco i veri nemici di oggi: giganteschi doppiopesismi, condanne preventive, ipotesi plastificate, censure, limitazioni della libertà imposte dalle carte bollate, suggestioni di taluni media di fronte ai poteri forti e alle direttive dei proprietari. E ancora, influenze dettate dai macroscopici conflitti di interessi, certa sudditanza diversificata. Per cui ci si rende ridicoli, pur di sostenere arzigogolatamente le ragioni del sultano.

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