martedì 10 agosto 2010

Elogio della rete, dove la leggerezza è modificabile


Da Ffwebmagazine del 10/08/10


Diceva Miroslaw Balka: «La comprensione è un’esperienza di costruzione che ricomincia sempre da capo». Ovvero non è sufficiente giungere ad un punto fermo e, con il risultato acquisito in tasca, spegnere il cervello e affidarsi alla rendita di conoscenze. Ma serve sbirciare oltre, puntare al prossimo nodo, azzerare il certo e imbarcarsi in un altro viaggio di comprensione.Da dove passa il futuro della cultura? Certamente dai libri, e certamente da menti pronte al cambiamento e a nuovi strumenti. Come la rete, fino ad oggi per la verità bistrattata dalle nostre parti: sia dagli italiani ancora pigri circa un suo uso costante, sia dalle istituzioni ancora in ritardo tecnologico, quanto a provvedimenti su banda larga e internet mobile.

Quanti non hanno ancora consultato la rete per dettagli storici, curricula di personaggi ed esponenti passati e presenti, o semplicemente per avere conferme su date o eventi? C’è chi dice che le enciclopedie online non siano propriamente attendibili, nè filologicamente corrette. Manca un controllo, lamentano i puristi, troppa libertà e semplicità di inserimento. Perché troppo facili preda di manipolazioni, di esagerazioni o imprecisioni. Sì, ma proprio per questo anche intercambiabili contenutisticamente al proprio interno, pronte a fare un passo indietro e a farsi correggere. Non cementificate nei secoli, ma rapidamente mutabili e, così, attuali ed elastiche.

Interessante, anzi, doveroso, accostarvi una metafora politica. La rete è sinonimo di cultura nuova, futura, perché aperta a resettarsi se sbaglia o se si rende conto di aver prodotto qualche imprecisione. L’enciclopedia online è modificabile, mentre un libro no. Perché rimane prigioniero di ciò che è stato scritto e dato per acquisito, e nessuno lo confuta. Tutto in rete è leggero: sì, e allora? Ma mentre la leggerezza è trasformabile, migliorabile, il libro no. Meglio quindi un riscontro personale, collettivo e continuo, all’immobilità dell’immodificabile. Di pari passo va anche il pensiero individuale: chi pensa con cultura libraia è destinato ad un’esasperazione identitaria, poco avvezza al cambiamento, alla discussione, alla critica anche aspra ma efficace, perché veritiera in quanto fa luce sui nervi scoperti. Perché lo stantìo e il definitivo altro non fanno se non bloccare le masse in movimento. Semplicemente offrono lo spunto per non fare.

Il passo che andrebbe fatto, con serietà ma senza paura, è nella direzione di un’apertura intelligente alla modernità della rete, al momento sottostimata e sottoutilizzata in Italia. Quasi che inducesse timori, che spaventasse anche alcune elite. Che invece, in virtù del proprio stato, ne potrebbero essere diffusori determinanti. Tornando alla cultura, questo non significa che si faccia il tifo per la scomparsa dei libri o della carta, ci mancherebbe. Né che si consideri inattuale la filologia, l’approfondimento di cognizioni del passato, la rilettura di opere e scritti, le ristampe di libri di ieri. Rappresentano un incredibile bagaglio, non da portare come una zavorra immobile, ma funzionalmente alla comprensione del domani. Sta tutta qui la difficoltà di armonizzare sapere e rete. Ma perché, qualcuno pensava che fosse tanto semplice la fusione tecnologica e intellettuale del vecchio con il nuovo? Certamente no, magari però ci si sarebbe aspettato un po’più di collaborazione, di apertura, di coraggio.

Ha ragione lo storico della filosofia Tullio Gregory quando dice che la rete oggi è afflitta da alcuni problemi: l’impossibilità di controllare la moltitudine di dati che si diffondono a getto continuo, la manipolazione dell’opinione pubblica. Ma non sarebbe una risposta convincente scartarla a priori come strumento moderno e funzionale. Per questo è utile un suo rafforzamento, una verifica qualitativa, che non svilisca quel sottile ma pervasivo fruscìo di libertà che la caratterizza. E, accanto ad essa, un rafforzamento delle menti. Perché per quanta rete potrà essere disponibile e fruibile a tutti, se mancheranno occhi e neuroni aperti e disposti a sfruttarla non si potrà compiere il vero progresso scientifico-mentale del secolo.

Se i liberali della prima ora prendono le distanze


Da Ffwebmagazine del 10/08/10

Il Pdl non è mai nato. Il partito vive solo di lotte di potere interne. L’espulsione dei finiani incarna un deficit di metodi e comportamenti liberali. C’è insofferenza per il dibattito interno. La rivoluzione liberale di Forza Italia è stata un’illusione. Silvio si circonda di uno sciame sudamericano…

Non sono i titoli di giornali dell’opposizione contro il regime o le riflessioni di qualche tedioso giamburrasca futurista tacciato di fare il controcanto, ma le osservazioni di tre liberali della prima ora, esponenti politici ed intellettuali che, a distanza di tre lustri, hanno tracciato un bilancio di quell’esperienza politica nata nel 1994, constatando quale mostro a sei teste sia venuto fuori oggi. Puntando un fascio di luce non su aneddoti personali o su rivendicazioni egoistiche, come accade spesso circa promesse disattese o sogni infranti. Ma scavando sotto traccia nelle motivazioni che realmente portarono una moltitudine di politici e cittadini italiani a raggrupparsi attorno al sogno di un nuovo contenitore liberale.

Raffaele Della Valle, avvocato penalista noto per la vicenda di Enzo Tortora, è stato tra i fondatori di Forza Italia, diventandone il primo capogruppo alla Camera nel 1994. Ma già 35 anni prima era stato segretario dei giovani Liberali di Monza, in seguito tra gli esponenti di spicco del Pli. Raffaele Costa, immagine e somiglianza del Partito Liberale Italiano, è stato deputato sin dal 1976 e quattro volte ministro, ricoprendo incarichi in vari governi. Nel ’94 in prima fila per la tanto famosa, quanto in questi anni tragicamente disattesa, battaglia per abbassare le tasse. Jas Gawronski, giornalista di lungo corso e contrario ai doppi mandati per sue stessa ammissione, è stato deputato al Parlamento italiano ed europeo, e dal ’94 al ’95 portavoce del premier Berlusconi. In seguito eletto al Senato, incarico che lasciò perché rieletto in Europa nel ’99.

Si tratta di tre figure che non possono essere accusate di trasformismo, o di formazione moscovita, né di senilità galoppante. Più semplicemente sono tre liberali veri, che non hanno timore di esprimere a testa alta e oggettivamente opinioni e rilievi rafforzati da cognizioni e verifiche. Non sulla base di teoremi strampalati o di variopinte ricostruzioni, buone solo per comizi in riva al Po. E non al fine di demonizzare alcuno, né per gettare fango su altri, così come su taluni versanti si fa abitualmente. Ma per avanzare quella che una volta si chiamava critica costruttiva, migliorie all’insieme, aggiustamenti per incrementare l’efficacia di un’azione politica e sociale.

Certo, può darsi che tra qualche giorno verrà schierata la consueta batteria di articoli per sminuire il loro pensiero, ma intanto un paio di cose interessanti le hanno dette. Dunque, l’ex ministro Costa dice di essere amareggiato perché manca nel centrodestra un partito vero, maturo e strutturato e le iniziative di Fini hanno messo in difficoltà un partito che, in pratica, non esiste. E quando esso manca ecco che tragicamente emergono le rivalità personali e di potere «che non hanno mai un lieto fine», ma che come si è visto concimano incomprensioni e tentativi fine a se stessi.

L’avvocato Della Valle lamenta l’assenza di un contenitore che sia aperto alla dialettica e al dissenso interno, in grado di recuperare quelle pulsioni liberali che spinsero l’exploit del 1994 e le speranze legate a quei dettati, ovvero meno tasse, più meritocrazia, più posti di lavoro (anche non arrivando necessariamente a quel milione). E l’espulsione di Fini? «Da ancien regime, o peggio da Oltrecortina», la bolla con decisione l’ex parlamentare.

Sui falsi consiglieri sempre pronti ad elogiare a priori, e a trasformare il brutto in bello e le nubi in sole, si concentra elegantemente Gawronski, epitetando questa pletora di yes man come “sciame sudamericano”. Preoccupati, aggiungiamo, solo di compiacere oltremodo il re e di annuire, così come accade in certi stucchevoli pastoni televisivi, senza concentrarsi sui provvedimenti reali, sulle mosse da realizzare, sugli errori commessi.

Anche loro saranno accusati di remare contro? Anche questi tre liberali, da sempre allergici a derive staliniste e a imprimatur da caserma, verranno alla fine espulsi, ma solo dopo passaggio formale sotto le forche caudine dei Probiviri? Magari coccolati con la stessa formula usata dal Premier lo scorso 29 luglio, cioè che hanno causato una «insanabile divaricazione, che ha creato sconcerto tra i nostri sostenitori, che ha costernato i nostri elettori e che ha creato un grave logoramento dell’immagine del Pdl».

sabato 7 agosto 2010

NAZIONALE, AL VIA LA DISCONTINUITA'METICCIATA

Da Ffwebmagazine del 07/08/10

Da adesso in poi non conteranno la fedeltà di appartenenza, il passato di questo o di quello. Né il ceppo di partenza, nemmeno gli equilibri di casta, o i debiti di riconoscenza post qualcosa o promesse pre vittorie. Qui è stata tracciata una riga da dove ricominciare ex novo, con volti freschi, con talenti allo stato puro, senza calcoli o personalismi periferici. Adesso sembra, anzi è, tutto azzerato. Si misurerà il talento e non la simpatia o gli ammiccamenti serali. E chi più ne avrà- di talento- più avanti andrà.

Speravamo fosse l’inizio di un nuovo corso politico, invece, per ora, è la nuova carta di identità della nazionale italiana di calcio targata Cesare Prandelli, all’insegna della discontinuità meticciata rispetto alla gestione precedente. Discontinuità perché sono stati convocati molti giovani, oltre ai talenti come Balotelli e Cassano, della serie la fantasia contro la gabbia da caserma degli schemi. E poi perché il commissario tecnico ha aperto le convocazioni - e le idee - ai nuovi italiani, o che forse lo sono sempre stati perché casacche e bandiere vanno poi alla fine interpretati con sentimenti e sensazioni di appartenenze ben più di timbri o nullaosta ufficiali.

L’attaccante della Juve Amauri è nato in Brasile e ha sposato una ragazza di origini italiane che ha il doppio passaporto. Da poco anche lui lo ha ottenuto, proprio come un altro juventino, il campione del mondo Camoranesi, fino a ieri nel giro azzurro. Di Balotelli si è scritto e detto di tutto, esempio di quella generazione di nuovi italiani, dal momento che al di là di domande in carta da bollo e richieste agli uffici di mezza Italia, il ragazzo parla il dialetto bresciano, non il congolese. Si sente italiano a tutti gli effetti, qui ha frequentato le scuole e quindici giorni fa si è anche preso il diploma in ragioneria. Se la legge imbriglia vite umane e storie sportive, sarà il caso che qualcuno intervenga con una doppia razione di buon senso. Quel qualcuno oggi ha dato un bel segno, e si chiama Cesare Prandelli. Si tratta di un allenatore sobrio che ha fatto la gavetta seduto su panchine di provincia, prima di arrivare in una piazza prestigiosa come Firenze. Ma ha anche giocato, e bene, a calcio. Vecchia figura di un vecchio calcio in sordina, che badava molto alla sostanza. E che oggi si scopre avere un'altra freccia al proprio arco, quella energia dirompente di ragazzi tutti da scoprire.

La nazionale neometicciata, che il 10 agosto a Londra debutterà in amichevole contro la Costa D’Avorio, si presenta come la prima versione del dopo Lippi. Non mancano reduci più maturi, come De Rossi e Montolivo, ma come non notare l’invasione di novità dei vari Bonucci, Cassani, Motta, Viviano.

È chiaro che non saranno sufficienti solo nomi giovani per stravincere tutto. Ma Balotelli, così come Amauri e perché no domani anche Thiago Motta, rappresentano il simbolo di cambiamento. Di coraggio, nel prendere coscienza delle evoluzioni sociali che si sono insediate anche nello sport, approfittando dell’indiscusso talento che contemporaneamente si guadagna. E che di questi tempi non è poco, vista la magra figura dell’Italia Under 19 agli scorsi Europei, con un secco 3-0 rifilatoci dalla Spagna. E che più in generale a livello giovanile non brilla, confermandosi lontana dalla vetta, avendo nel palmares solo un titolo e una finale di Europeo Under 19 disputata. Mentre Germania, Inghilterra e Spagna mostrano più intraprendenza quando si tratta di scommettere su volti nuovi, e i risultati sono poi confermati in occasioni delle grandi manifestazioni continentali.

I giovani vanno guidati, consigliati, formati. Né si può pretendere che non sbaglino, ma è quella loro verve incosciente che va sfruttata. E’l’entusiasmo di voler strafare che rappresenta quel qualcosa in più. Quel bagliore che squarcia grigiori, quel bagliore che Bob Dylan declinava così: «Essere giovani significa tenere aperto l’oblò della speranza anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro».

venerdì 6 agosto 2010

La strategia del dito medio...val bene una laurea


Da Ffwebmagazine del 06/08/10


Che sia un comunicatore questo non può negarlo nessuno. Annuncia, stigmatizza, ammicca, minaccia, fomenta. E poi assicura, fortifica, certifica, preleva (l’acqua del fiume), imbottiglia (la stessa acqua nell’ampolla). Insomma, una grande figura carismatica che veicola il suo pensiero agli elettori da palchi tinti di verde- il colore della speranza, oltre che dell’Onda iraniana- che elargisce consigli non richiesti agli avversari politici e che, non da ultimo, alle sollecitazioni della stampa, mostra il dito medio. Vuoi vedere che la strategia comunicativa del dito medio- quello che si fa allo stadio, o che i ragazzini mostrano a chi ruba loro il pallone, o che l’on. Santanchè esibisce orgogliosamente in piazza Montecitorio, vuoi vedere che proprio quel gesto è il colpo di genio del secolo?
Che fa guadagnare galloni solo pochi anni fa insperati, o che spalanca le porte oscure della conoscenza? Il ministro Gelmini ha proposto la laurea honoris causa ad appannaggio del ministro Bossi: “Voglio proprio vedere – ha detto l’inquilino di viale Trastevere- chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Bossi, che è parte della storia di questo Paese a ricevere una honoris causa”. Nessuno oserà fiatare, immaginiamo, anche perché il nostro la otterrà in comunicazione. Termine commerciale, magari più di casa tra chi oggi si allena ad accusare di bizantinismi. Tra l’altro il luogo del fattaccio sarà molto probabilmente l’Università dell’Insubria di Varese, insomma si gioca in casa. Pare che l’idea sarebbe nata durante un incontro gastronomico tra il rettore Renzo Dionigi e i presidi tutti della facoltà. Galeotta fu quella polenta tra le mura dell’Ateneo, verrebbe da dire.
Ma cosa avrà fatto di tanto meritorio il responsabile del Federalismo? Viene in sostegno lo statuto della Lega, senza dubbio ispirato dal ministro in questione: “Il Movimento politico denominato Lega Nord per l’Indipendenza della Padania ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Tra l’altro padri fondatori del movimento sono “coloro che, il 15 settembre 1996 dal palco di Venezia, hanno proclamato l’indipendenza della Padania dando lettura della dichiarazione d’indipendenza e sovranità”. In quell’occasione promosse una manifestazione lungo il Po, partendo dalla sorgente piemontese sino a giungere in Veneto. Lì ammainò il tricolore italiano sostituendolo con il Sole delle Alpi e leggendo una dichiarazione che rimarrà negli annali dei fumetti nostrani: “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”.
Di contro, sfogliando pagine, di carta e on line, del passato si trovano fior fiori di comunicatori. Per fare qualche esempio, Leonardo da Vinci con “L’Annunciazione” riuscì a comunicare tantissimo, in quanto ad arte, religione, emozioni. Oppure Giotto ne “La Pentecoste” offrì colori e volti a stati d’animo, sorprese, dottrina. Come non pensare poi a Klimt, altro comunicatore doc, la cui strada volle distaccare da quella accademia classica, sancendo con i suoi dipinti una secessione anche comunicativa. Per restare all’ultimo secolo impossibile non citare, tra gli altri, Salvador Dalì, padre del surrealismo, tendenza culturale, politica, artistica che comunicò l’esigenza di porsi molteplici interrogativi. “Ho un sogno- disse un altro straordinario comunicatore, Martin L. King- che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo. Riteniamo queste verità di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini solo stati creati uguali”.
E’vero che una laurea honoris causa dalle nostre parti non si nega a nessuno. Nemmeno se a proporla è un Ministro della Repubblica ad appannaggio di un altro Ministro della Repubblica.
Ma suvvia, che almeno ci sia qualcuno che indirizzi l’ambito di cotanto merito: anziché la comunicazione, forse sarebbe stata più indicata la secessione, geografica, politica, e soprattutto mentale.
Almeno ognuno verrebbe premiato per quel che è. E comunque congratulazioni vivissime.

giovedì 5 agosto 2010

Largo ai giovani sì, ma non si riducano a sudditi


Da Ffwebmagazine del 05/08/10

Scriveva Pablo Neruda raccontando Valparaìso: «Nel momento più disordinato della nostra giovinezza, salivamo all’improvviso, sempre all’alba, sempre senza aver dormito, sempre senza un centesimo in tasca, in un vagone di terza classe. Eravamo poeti o pittori di poco più, o poco meno, di vent’anni, provvisti di una forte carica di pazzia irriflessiva che voleva esprimersi, allargarsi, esplodere». Quella pazzia era il sano propellente per nuove avventure, per raggiungere mete e obiettivi, per arrampicarsi sulla scala socio-professionale. Insomma, per realizzare sogni ed ambizioni.

Accade però, che quando alcuni giovani accusano difficoltà e strozzature di spazi e di azione, siano preda prima della paura di non farcela e poi del feudatario di turno. Il quale li attira nel suo regno ammaliandoli con le bellezze, gli agi, le facilitazioni. Sirene di vacuità. Eliminando dal loro cammino crepe e deviazioni, liquidando le determinanti cadute- perché cadere è utile e fortifica- a semplici perdite di equilibrio. Per giungere dritti al compimento finale, ma di fatto sfornando sudditi che all’indomani del “regalo” avranno come per magia smarrito quella deriva di indipendenza. Sudditi inermi, tanto per non dimenticare il dettato di Louis D. Brandeis, ovvero che essi rappresentano «la più grande minaccia alla libertà» .

I sudditi sono quelli che scartano la gestazione, la maturazione, per correre subito al prodotto finito. Esprimono insofferenza verso l’attesa, giustificata dall’iperpropensione ad arrivare in fretta al risultato. Non si preoccupano del mid term, perché sottolineano la stretta connessione tra desiderio iniziale ed effettivo compimento. Ha scritto Baltasar Graciàn y Morales che «ci sono individui composti unicamente di facciata, come case non finite per mancanza di quattrini. Hanno l’ingresso degno di un grande palazzo, ma le stanze interne paragonabili a squallide capanne». Quelle case sono i nuovi sudditi della post modernità, risultato di una società catapultata solo sulla meta, che non investe nulla nel percorso necessario per raggiungerla. Che si concentra su piccole porzioni di sé, tralasciando tutto il resto.

Il rischio, sempre più serio, è che alla fine le qualità scelgano di ingrassare altrove, lasciando sul campo i sudditi. Ma possibile che non ci renda conto di come, proseguendo con tale deriva di annientamento delle menti green, si otterrà un Paese svuotato di emozioni, di nuove leve, di idee scintillanti e produttive. E’come se alla vigilia di una competizione sportiva, uno degli atleti partisse con cento chili di zavorra in più rispetto agli avversari. Diventando amara consuetudine. E’la fotografia di ciò che accade e che in pochi denunciano con forza.

Come Paolo Macchiarini, autore pochi giorni fa di una vera e propria impresa: è stato il primo medico al mondo ad aver effettuato in un nosocomio fiorentino un doppio trapianto di trachea con l’ausilio di cellule staminali. Ma anziché rappresentare, questo storico evento, un trampolino di definitiva affermazione, ha invece segnato la fuga dell’ennesimo cervello nostrano, destinazione Stoccolma. Dopo aver già vagliato personalmente, all’indomani della laurea, le realtà statunitensi, inglesi, spagnole. E che gli ha fatto dire di arrabbiarsi perché l’Italia è sì un contenitore di “divini creatori”, vanificati però da un sistema che semplicemente non funziona come dovrebbe. Anziché privilegiare i migliori li costringe alla migrazione professionale, accomunati da un triste destino anche sociale. In qualche maniera, rifiutati dalla patria di tante eccellenze.

Neruda prosegue il suo racconto su Valparaìso con la visita alla residenza di Novoa, una specie di capanna con due stanze. Mentre i suoi amici ben presto si addormentarono sul pavimento, stesi sui giornali della giornata, il giovane Pablo faticava a prendere sonno. Poi fu preda di una sensazione strana e travolgente, «una fragranza montuosa, di prateria, di vegetazioni che erano cresciute con la mia infanzia». Lo riconciliarono col sonno, nient’altro erano se non piante secche e lisce, «rami puntuti e rotondi: tutto l’arsenale salutare del nostro predicatore vegetariano».

Forse sarebbe interessante rivalutare l’arsenale culturale della formazione, investire non solo nella cultura scolastica e universitaria, ma soprattutto lavorare sul concetto di indipendenza. Sul passaggio determinante che produce personalità staccate dai desiderata dei feudatari. Per tornare a fare spazio ai giovani, alle eccellenze, alle menti. Ma che il “largo ai giovani” non si tramuti in “largo ai sudditi”, evitando di produrre mediocrità industriali.

lunedì 2 agosto 2010

Storia di due città: Roma, Detroit e la vera "politica del fare"


Da Ffwebmagazine del 02/08/10

Roma e Detroit, non sono solo due città lontane ottomilaottocentotrentanove chilometri, ma hanno molto di diverso. Una è la prima metropoli dell’umanità, patria di quella cultura antica alla base del diritto, della letteratura, dell’arte e dell’architettura. Con la più alta concentrazione al mondo di beni architettonici; l’unica ad ospitare al suo interno uno Stato straniero, la Città del Vaticano. Attraversata nei secoli da straordinarie vicissitudini storiche, note a tutti (tranne a qualche leghista integralista). Con svariati simboli di rilevanza mondiale, come la lupa capitolina nel gesto di allattare Romolo e Remo, come il Colosseo, una delle sette meraviglie al mondo. È anche la quarta città per decorazioni con medaglie d’oro come “benemerita” del Risorgimento nazionale italiano. Ha siti archeologici, luoghi di interesse mondiale e, perché no, cibo ricercato ed apprezzato a tutte le latitudini del globo. Giusto per sintetizzare.
Detroit, invece, fu fondata nel 1701 da cacciatori di pellicce francesi, considerata la capitale dell’industria automobilistica e città di produzione musicale come blues, jazz e rock. Ha poco meno di un milione di abitanti, che diventano più di quattro se si considera l’area metropolitana. Dotata di tre casinò, nel 1940 vide la costruzione della prima autostrada al mondo e registrò un fortissimo incremento demografico (pare non vi fosse nemmeno un posto letto libero) durante il secondo conflitto mondiale, con migliaia di lavoratori che si riversarono nelle industrie belliche. Ha dato i natali alla pop star Madonna e al rapper Eminem e presenta cinque squadre che primeggiano ai massimi livelli in altrettante specialità sportive: basket femminile e maschile, baseball, football americano e hockey su ghiaccio.
Ma soprattutto negli ultimi giorni le due città si sono caratterizzate per dinamiche agli antipodi: mentre nella capitale d’Italia ci si trascinava stancamente a colpi di epurazioni, populismi e miopìe decisionali, lì il presidente Obama ringraziava Sergio Marchionne per aver impedito il fallimento della Chrysler; per aver assunto altri mille dipendenti nello stabilimento di Detroit quando vi era il serio rischio di chiusura; per aver attuato il raddoppio della produzione: «Un grazie a Marchionne per il lavoro svolto». Non è piaggeria quella del presidente “abbronzato” , né chiacchiere da bar in riva al mare, o promesse populiste da buontemponi. Ma la vera politica del fare, quella che impedisce, nei fatti, la smobilitazione e dà luce a prospettive e a orizzonti fino a ieri insperati.
Nessuno sa come si evolverà la questione Fiat, tra Pomigliano, Mirafiori, sindacati, governo ancora senza ministro dello Sviluppo economico e tavoli di contrattazione. Se ci sarà- come ci si auspica- una nuova primavera occupazionale o se sarà il caso di prepararsi ad un rigido inverno. Quel che è certo è ciò che resta di quella foto, tutta coraggio e azione, che ritrae Barack Obama in visita allo stabilimento Chrysler di Detroit in compagnia di Sergio Marchionne che ha detto: «Arrivare sin qui non è stato facile, è stato necessario ripartire da zero e strutturare. I sindacati hanno capito, cooperato e il governo ha giocato un ruolo importante in questa ripartenza».
Ecco, sarebbe saggio che tutti comprendessero a pieno la strategicità del concetto di ripartenza. L’intrinseco significato di una fase nuova. Perché più si tarderà, testardamente, a comprenderne i risvolti, più si tarderà a far germogliare quei semi che Pablo Neruda invogliava a spargere nel proprio orto. «Dappertutto saltano i semi, tutte le idee sono esotiche, aspettiamo ogni giorno cambiamenti immensi».

martedì 27 luglio 2010

Ma perchè i blog fanno così paura?


Da Ffwebmagazine del 27/07/10

Jorn Barger, commerciante americano appassionato di caccia, decise un bel giorno di dicembre di mettere on line i propri pensieri e le proprie attitudini. Si trattava di una pagina personale allestita per veicolare informazioni e proposte con altre persone che condividessero con lui la passione venatoria. Era il 1997 e quello fu in assoluto il primo blog a vedere la luce. Quattro anni più tardi venne imitato anche in Italia. Ma adesso non si vuole fare una ricostruzione storico-enciclopedica della socio-rete, bensì ragionare sul fatto che se dovesse essere approvata la norma contenuta nel comma 29 del decreto Alfano, quella, per intenderci, che obbliga i blog alla rettifica entro 48 ore, si realizzerebbe qualcosa di profondamente diverso dallo spirito di quel 23 dicembre 1997. Decisamente contrario al principio di una libertà da coniugare orizzontalmente, senza pregiudizi e senza briglie.
In pratica, si vorrebbero mettere sullo stesso piano la stampa professionale, fatta da quotidiani, siti specializzati, testate registrate, e un mondo che si trova esattamente ai suoi antipodi. Il mondo dei blog, di una rete libera e personale di opinioni, percezioni, sensazioni, sentimenti e idee che viene dal basso. Dalla base, dalla strada, dalle case, dalle persone, dal mondo. Quella roba, per intenderci, che Barack Obama ha capito bene come valorizzare e ascoltare. E da cui trarre spunti. Ma che dalle nostre parti si pensa invece a stanare, quasi fosse un pericoloso nemico di vecchi Politburo del passato. E per giunta con una legge dello Stato. Continuando a ingrassare così quella deriva che fa della paura del nuovo il proprio vessillo inconfutabile.
Questo non vuol dire che i blogger dovrebbero pretendere di avere una sorta di “licenza di offendere”, ci mancherebbe. Ma il comma in questione non entra per niente nel merito del problema (se di problema di può parlare), piuttosto lo elimina direttamente.
L’attentato alla libertà dei blog altro non fa se non confermare l’assoluta arretratezza cultural-legislativa del nostro paese, uni dei pochi ancora a non aver metabolizzato gli effetti e le straordinarie opportunità della rete. Ma perché internet fa così paura? Cosa provoca cotanto tremolìo nelle gambe dei nostri governanti? Forse la condivisione, la trasversalità delle opinioni, il confronto, i paragoni, le divergenze, le convergenze? O le domande?
Fa specie che tali preoccupazioni facciano capolino sui media proprio nei giorni in cui viene alla luce il Diario della guerra in Afghanistan, diffuso dal sito americano Wikileaks, con dettagli e notizie sul conflitto ancora in corso. C’è un qualcosa di macabro in tale contemporaneità: è come se il destino si divertisse a mettere a confronto le deficienze strutturali italiane, culturali, politiche, burocratiche, con l’imprevedibilità delle libertà di altri paesi. Buffo come nessun esecutivo democratico si sia sognato di proporre una legge così antidemocratica, almeno escludendo luoghi ancora off limits per la libertà, come Cina, Iran, o Corea.
Scriveva Pablo Neruda in Confesso che ho vissuto, uno che di libertà e di fughe per la libertà se ne intende, che i contadini e i pescatori del suo paese avevano dimenticato da tempo i nomi delle piccole piante, dei piccoli fiori che «adesso non hanno un nome. L’hanno dimenticato a poco a poco e lentamente i fiori han perso il loro orgoglio. Contadini e pescatori, minatori e contrabbandieri - continuava il poeta cileno, Nobel per la letteratura nel 1971 - hanno continuano a dedicarsi alla propria asprezza, alla continua morte e resurrezione dei loro doveri, delle loro sconfitte». Dimenticando di chiamare le piante con i loro nomi. Dimenticando che «accanto al fiore che muore, ecco un altro fiore titanico che nasce».
Ecco, sembra che a volte anche nella democratica Italia, quella per intenderci dove trionfano le emergenze perenni, i bunker per i grandi tavoli di concertazione e le tragiche psicosi, ecco proprio in quel paese sembra che ci si dimentichi di chiamare le piante con il proprio nome.
C’è una pianta, coloratissima, rigogliosa e dal profumo inebriante, che si chiama libertà. Beh, vale la pena di ricordare a chi scrive le leggi, che ogni tanto va innaffiata. Con acqua fresca, pura. E non relegata in una soffitta ad appassire mestamente.

Chi teme una società insofferente a dogmi precostituiti?


Da Ffwebmagazine del 27/07/10

E se fosse la lussuria, non solo semplicisticamente un vizio, ma vera forza dirompente della natura, a farci ritrovare una primavera culturale? E se fosse la lussuria, intesa come intimo desiderio di esplorazione e di apprendimento, quella combinazione ancora ignota per scardinare le casseforti dell’apatia e dell’abulia sociale che caratterizzano il primo decennio del secolo? E poi, può essere attuale la rappresentazione plastica di una figura come il Don Giovanni? Il teorema, tutt’altro che azzardato, è trattato nel volume Lussuria. La passione della conoscenza da Giulio Giorello, docente di Filosofia della Scienza all’università degli Studi di Milano, direttore della collana “Scienze ed idee” ed elzevirista per il Corriere della sera, ma anche sostenitore di un principio tanto elementare quanto poco applicato: quello del coraggio di contrattaccare, anziché solo di ripiegare. Di pensare liberamente, anziché di controllare la direzione del vento. Di preservare le idee, perché spesso hanno più forza delle cose.

Il libro percorre un doppio sentiero: il desiderio di giungere alla conoscenza, al sapere. Ed il raggiungimento interiore di quel traguardo, che poi è base indispensabile per forgiare una comunità aperta. Un viaggio all’indietro nel tempo e in personaggi assolutamente irripetibili, da dove spicca la profondità della lussuria, come emerge dai due punti di vista iniziali, quello della futurista Valentine de Saint-Point, e dell’esponente del primo femminismo liberale Harriet Taylor. Ovvero lussuria che non trascina nella strada del peccato, come apparso in scritti passati e in ragionamenti tragicamente religiocentrici. Bensì lume nella ricerca della ragione, spinta centrifuga che si affaccia sull’essenza delle cose e delle anime, molla che rende libere menti appannate dalla consuetudine.

Giorello cita figure inaspettate in questa sua cavalcata storico-letteraria, come i protagonisti delle epopee di un tempo: dai Sumeri agli Egizi, dai Greci ad Agostino d’Ippona (annoverato fra i padri della Chiesa). E poi Dante, Giordano Bruno, il rigorista Calvino che ha coniato lo stereotipo del libertino; tutti diventano compagni di viaggio di Giorello, accomunati da una vivacità elettrizzante, assieme ad una folta schiera di pittori, disegnatori di fumetti, scultori. L’autore, nel suo ventisettesimo libro, insinua il dubbio che forse il vero Don Giovanni potrebbe essere una donna. Perché ha un’energia unica, perché sprigiona molecole di vita. Noi lo conosciamo soprattutto attraverso la commedia di Molière e l’opera di Mozart, ma si tratta di un personaggio tutt’ora attuale, diventando oggi anche «oggetto di polemica politica». Come riflette l’autore, «egli ha la capacità di coniugare insieme sesso e potenza. È colui che non si stanca mai e viene schiacciato solo dal potere che vuole fermarlo». Don Giovanni è «un grande mito del mondo moderno, nato nella Spagna della post riforma e diventato universale». Un’icona multicolore nel grigiore della post modernità.

Natura, idee, strumenti: la libertà passa anche dagli spunti tecnologici. Quest’anno tra l’altro, ricorre l’anniversario dell’osservazione lunare fatta con il cannocchiale da Galileo. Giorello sostiene che le idee nella scienza sanno incarnarsi in congegni materiali, e diventano ancor più imprescindibili quando l’uomo, così come accade oggi, per comodità cede il proprio cervello ad altri che pensano al posto suo. E cede anche alla mistificazione delle realtà, dal momento che non ne comprende i contorni veritieri. E’ingannato, depistato, fuorviato. Per questo, definito da Giorello un “animale abitudinario”, l’uomo dovrà essere costretto gioco forza a ricominciare a pensare, anche per non farsi ammaliare dalla retorica scientista. Per capire, e perché no, per sopravvivere.

Chi teme la lussuria e la passione di sapere, dunque, teme una società aperta, libertaria, insofferente a dogmi precostituiti? Sì, se capace di discernere tra i mille prodotti preconfezionati che le vengono propinati, tra il tutto pronto e subito che appare nella vita quotidiana come uno spot pubblicitario martellante. Perché difficilmente influenzabile e controllabile, dotata di antenne indipendenti che ragionino con logica e buon senso sui mille scenari che si insinuano come fiumiciattoli carsici nelle esistenze di ognuno. Chi ha paura della libertà e di una conoscenza più diffusa e incoraggiata teme nient’altro che la continuazione di una specie umana diversa da quella animale, perché meno incline all’istinto della bava alla bocca e più vicina a esempi che hanno fatto grande il passato. Perché, come scriveva Pablo Neruda, «la vita è più forte e più testarda dei precetti».

E A BOLOGNA IL BASKET SI GIOCA TRA I LIBRI


Da Ffwebmagazine del 26/07/10

Nascondere, criptare, coprire. Quante volte nella storia passata governi e società passive hanno fatto di tutto per impedire conoscenza e idee? Sperando che la gente comune, quella che si incontra per strada, quella che è migliore di quanto si possa credere, non avesse abbastanza voglia di sapere. Di approfondire, di toccare con mano, di paragonare, di scoperchiare vecchi teloni e vedere cosa c’è sotto. E così da rimanere standardizzata e controllabile. Mansueta.

Scriveva Pablo Neruda nelle sue memorie che quando la stampa francese dette notizia della sua presenza a Parigi, il governo cileno si affrettò a bollare la notizia come falsa, si trattava semplicemente di un sosia. Allora Neruda ricordò che in una discussione se Shakespeare avesse scritto o meno le sue opere, Mark Twain aveva ironicamente notato: «Veramente non è stato Shakespeare a scrivere quelle opere ma un altro inglese, nato lo stesso giorno e la stessa ora, morto per giunta alla stessa data e che, per colmo di coincidenze, si chiamava anche lui William Shakespeare».

Lontani, per fortuna, i tempi in cui bisognava guardarsi negli occhi e dire: è un sosia. Lontani dalle nostre parti, perché purtroppo in molte zone del globo permangono ancora sacche di repressione culturale, di paura della rete, e dei giovani, come l’Onda iraniana testimonia. Ma il punto è un altro: davvero conviene continuare a ignorare come la risposta possibile alla domanda di una nuova primavera stia tutta in una cultura nuova? Che sia multilivello, multiforme, che parta dal basso, ma pur sempre cultura? E poi: chi l’ha detto, per scendere nella concretezza del quotidiano, che essa non possa essere predicata orizzontalmente?
Un esempio di come questa esigenza sia avvertita intimamente in più ambiti, viene dalle cronache sportive degli ultimi giorni. Il presidente della squadra di basket Virtus Bologna, Claudio Sabatini, ha deciso di inserire nei contratti dei suoi giocatori la cosiddetta clausola università: saranno preferiti giocatori sì forti, ma che scelgano di non interrompere gli studi, visto che a Bologna l'università è una delle migliori d'Italia. «Chi gioca in Virtus - ha detto - è obbligato a studiare anche perché io preferisco parlare con giovani acculturati». E ancora: «La nostra politica è questa, cominciammo qualche anno fa a premiare con la prima squadra chi andava bene a scuola». La risposta del nuovo acquisto Nicolò Martinoni non si è fatta attendere: «A Varese studiavo economia, ma ho lasciato. Qui a Bologna, dove c'è una storia quasi millenaria e un ateneo di primo livello e con tante possibilità, riprenderò. Ma non ho ancora deciso in quale facoltà. Credo che un giocatore possa giocare fino a 30-35 anni: dopo c'è bisogno di saper fare qualcos'altro».

Alla faccia dello stereotipo che accosta sport a non-conoscenza. Il seme è stato gettato, c’è chi si è precipitato a innaffiarlo. Significa che una volta aperto il pertugio, non tarderanno a spalancarsi altri buchi. Che squarceranno varchi, che vorranno dire la loro. Tutto sta a iniziare, poi il seguito verrà da solo. In questi giorni, per passare al calcio, il difensore della Juve e della Nazionale Giorgio Chiellini si è laureato in Economia. Due volte bravo, perché non è facile studiare e praticare professionalmente uno sport ad altissimi livelli. Ma il suo merito non è stato solo quello di essersi conquistato un titolo accademico, ma di aver compreso come la conoscenza non può essere aprioristicamente preclusa. E non mancano, negli ultimi due lustri, altri sportivi impegnati sui libri. Andrebbero solo stimolati a fare meglio, incoraggiati a non tirarsi indietro e non solo a fare canestro o a segnare gol importanti. Così come fatto dal presidente della Virtus Bologna.

Perché la cultura non è fine a se stessa, non serve solo a forgiare professionisti o ad arricchire curricula e percorsi formativi. Essa aiuta a comprendere, armonizza cittadini e cittadine, sostiene il progresso di una comunità, contribuisce allo sviluppo di interi Paesi. E poi apre le menti, plasma personalità, rafforza idee e prospettive. Insinua dubbi, provoca domande e curiosità. Come non ricordare le parole del filosofo norvegese Jobtein Gaarder: «Non devi mai piegarti davanti ad una risposta - ammoniva -. Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre». Fare domande, e ancora altre, senza fermarsi. Anche a questo serve una cultura trasversale, senza lucchetti che la rendano irraggiungibile. Ma a patto di volerla veramente.

mercoledì 21 luglio 2010

Qualcuno ascolti Polanyi senza paura per il nuovo


Da Ffwebmagazine del 21/07/10

In Europa c’è un Paese che ha paura: non solo del terrorismo, della crisi economica, della scarsa natalità infantile, della diversità e delle minoranze. Ma anche del progresso e dei vantaggi derivanti dalle tecnologie. Il passaggio al digitale nel resto del mondo è visto come una straordinaria opportunità di sviluppo e di guadagni, ma in Italia no, perché si rischia addirittura di ottenere un mancato incasso per lo Stato di circa quattro miliardi di euro. Il cosiddetto “switchover” consentirà di liberare spazi nelle frequenze, in virtù del passaggio dall’analogico al digitale. Le porzioni di frequenze che si renderanno disponibili, quindi, verranno messe all’asta, per arricchire l’offerta e per migliorare l’intero sistema delle telecomunicazioni.

Gli Usa si sono mossi per tempo. Già da due anni hanno messo all’asta frequenze pari a venti miliardi di dollari. Pochi mesi fa è stata la volta della Germania, che ha offerto agli operatori telefonici alcune frequenze in precedenza occupate dalle tv, con un incasso complessivo di quattro miliardi e mezzo di euro per le casse dello Stato. Dunque il mercato si è improvvisamente aperto, sta all’intelligenza dei singoli Paesi non farsi sfuggire occasioni irripetibili come questa. Pare che in Italia le aste sulle frequenze non si vogliano fare. Ma come, verrebbe da chiedersi? Nell’anno della recessione e della rigida manovra economica, dove moltissime categorie produttive assistono a sforbiciate orizzontali, proprio in tale frangente l’erario si disinteressa di un guadagno così ingente? Sulla materia si va avanti a colpi di delibere emesse dall’Agcom.

Le reti nazionali ammontano complessivamente a 25, ottenute dalla tecnologia digitale. Di queste, 20 sono state assegnate di diritto a chi già possedeva le frequenze analogiche. Quindi 5 a Rai e Mediaset, 3 a Telecom Italia, e poi Europa7, ReteA e Telecapri. Le restanti 5, che rappresentano il “dividendo digitale interno”, sarebbero da assegnare a operatori televisivi alternativi, così come esplicitamente prescritto dall’Ue. E qui si riscontra l’anomalia tutta italiana, perché esse non verranno messe all’asta, bensì, come dichiarato da Corrado Calabrò, a capo dell’Agcom, saranno soggette a una procedura comparativa.
Una giuria, composta da membri del Governo, sceglierà in base a parametri “autonomamente definiti”.

Sembra che alla fine di questo procedimento, a decidere sarà il ministro per lo sviluppo economico, a oggi - dopo il caso Scajola - ancora nelle mani del presidente del Consiglio, che è praticamente proprietario di uno dei due maggiori poli televisivi nazionali. L’anomalia nostrana sta nel fatto che la procedura in questione non sarà allestita solo per nuovi operatori, ma estesa anche a Rai e Mediaset, che in questo modo potranno arricchire il proprio bagaglio con altre due di quelle cinque reti, ciascuna con la possibilità di diffondere sino a sei canali. E mantenendo così lo status quo antecedente all’ingresso sul mercato delle nuove tecnologie legate al digitale, dal momento che si rafforzerebbe inevitabilmente il vecchio duopolio. Escludendo di fatto nuovi soggetti. Il digitale, anziché essere un volano di novità, si potrebbe tramutare in un’occasione sprecata da tutti, Stato che non incassa e nuovi operatori che non vengono investiti di nuove opportunità. Continuando a ingrassare il ritardo tutto italiano nel cogliere le sfide della modernità, in questo caso tecnologica.

Ma non è tutto: perché sembra che da questa situazione siano stati esclusi gli operatori di telefonia, che avrebbero invece potuto utilizzare la porzione di banda larga resasi disponibile dal digitale, per portare internet mobile veloce lì dove in Italia ancora non c’è. Con lo scenario descritto, quelle regioni non potranno nemmeno migliorare il proprio strumento tecnologico, perché la banda che si è liberata verrà occupata dalle tv. È stato stimato che se in Italia, al netto di commi e di procedure delle varie autorità, si decidesse finalmente di mettere all’asta per gli operatori telefonici alcune porzioni di quel grande agglomerato di frequenze che si è liberato, lo Stato potrebbe incassare circa quattro miliardi di euro.
Ma a oggi sembra che questa prospettiva non entusiasmi i cassieri dello Stato, che in qualsiasi altro Paese del mondo farebbero l’impossibile per non farsi sfuggire una cifra del genere e un’occasione di sviluppo tecnologico simile. Diceva Michael Polanyi, «l’uomo è innovatore ed esploratore per natura»: ma chi lo ascolta da queste parti?

giovedì 17 giugno 2010

Meglio il rumore del silenzio. E allora, forza vuvuzelas!


Da Ffwebmagazine del 17/06/10

Chi ha paura delle vuvuzelas? Troppo rumore, dicono i suoi detrattori. E distraggono dalle preziose indicazioni degli allenatori, aggiungono gli addetti ai lavori dai campi di calcio dei Mondiali. Addirittura si registrano appelli in prima pagina postati da illustri critici televisivi, che magari potrebbero concentrarsi su altre emergenze (vere), come i prossimi palinsesti Rai che, si dice, verranno “alleggeriti” di mille ore di news. Ma questa è un’altra storia.

Forse non tutti sanno, per tornare al tema, che le vuvuzelas non sono solo «le fastidiosissime trombette, noiose come uno sciame di zanzare inferocite, che non appartengono al repertorio zulu». Ma rappresentano qualcosa di più: il suono che secondo la tradizione locale incarna il soffio di Dio. E poi vennero utilizzate in occasione delle manifestazioni contro l’apartheid. Era esattamente il pomeriggio di 34 anni fa, il 16 giugno del 1976, quando un gruppo di ragazzi, per lo più adolescenti, manifestò nella piazza di Soweto per reclamare un diritto tanto semplice quanto raro da quelle parti. Gridavano il loro no alla segregazione razziale, mica protestavano contro la kebabberia appena aperta sotto casa. Erano diecimila, e la loro marcia venne scandita dal suono delle vuvuzelas. Ne morirono centocinquantadue, negli scontri con le forze dell’ordine; l’anno successivo altri settecento fecero la stessa fine. E così il governo fu costretto ad annullare l’assurdo insegnamento dell’afrikaans nelle scuole frequentate solo da neri.

Quel giorno, con quei sacrifici, quelle urla e, perché no, con quelle vuvuzelas, segnò una tappa decisiva nella lotta anti-apartheid. Per questo, quando qualcuno scrive che «se il Sudafrica di Mandela si fa conoscere in tutto il mondo per il ronzio stordente delle vuvuzelas significa che qualcosa non ha funzionato», non fa solo un torto ai sudafricani, ma anche al resto del mondo che invece proprio con quel suono, vuol manifestare il proprio dissenso. Vuole alzare un dito e dire la propria, esprimendo contrarietà, azzannando l’apatia, rompendo la monotonia dei pensieri. Quella struggente patologia che sembra infilarsi negli interstizi dei pensieri va contrastata con uno strumento facilmente reperibile, per nulla costoso e che non necessita di un particolare requisito: esiste già in natura e si chiama rumore.

Il rumore incarna il dissenso, dà corpo alla vivacità. Esprime in tutta la sua forza dirompente la non-assuefazione, è segno di materia grigia che reagisce e che non si abbandona supinamente allo status quo, o a quello che passa il convento, o al vento che in un preciso momento soffia in una determinata direzione. Ma fa qualcosa di più, e di meglio. Si sforza di virare, di influenzare, di corroborare o di criticare, apertamente e senza timore. Nella consapevolezza che il silenzio, invece, racchiude dentro di sé elementi di negatività: l’abbandono delle idee, il vuoto omertoso, la chiusura a riccio, il mutismo delle menti. E allora viva le vuvuzelas, perché sono vive, perché veicolano un messaggio multicolore, di rottura. Perché come diceva Luigi Einaudi, «l’idea nasce dal contrasto».

mercoledì 16 giugno 2010

Un anno fa, l'Onda iraniana. Adesso non lasciamoli soli


Da Ffwebmagazine del 16/06/10

A un anno dalla rivoluzione verde sbocciata nelle strade di Teheran e a un anno dal sacrificio di Neda, il mondo si interroga. E si interroga su cosa abbia rappresentato quell’esperienza, su come foraggiarla e su quali basi far muovere l’azione della comunità internazionale. Forse non a tutti sono chiari i contorni di questo movimento e più in generale le caratteristiche di una stratificazione socio-culturale vogliosa di emergere. Il 60% degli studenti iraniani è di sesso femminile; donne sono anche il 50% degli scrittori del paese. Si registra una vitalità femminile che andrebbe incoraggiata e promossa, anche dall’Europa.

La questione iraniana ha di fatto cambiato gli assetti geopolitici, l’etica, il linguaggio della narrazione di giovani vite scese in piazza per manifestare. E per riaffermare la propria libertà. Dodici mesi dopo ci sono due rischi: che sbagliando diagnosi, si sbaglino strategie, analisi e provvedimenti. E che ci si faccia distrarre dalle questioni finanziarie legate alle risorse di quella porzione di mondo, senza curarsi delle speranze di un popolo di studenti spruzzati di verde.

Difficile che le sanzioni approvate dall’Onu qualche giorno fa potranno realizzare quello che l’Onda non ha completato. Lecito porsi quesiti, ma con la consapevolezza che il problema della libertà degli iraniani non vada affrontato per “compartimenti stagni”, per dirla con le parole di Benedetto Della Vedova, ma si interfacci con una molteplicità di eventi e considerazioni. Il pensiero va alla nave dei pacifisti (?) attaccata da Israele, al dossier Libia che “andrebbe maneggiato con più delicatezza” e al mancato ruolo dell’Unione europea. Difficile pensare che un paese dove si impiccano gli omosessuali e i dissidenti spariscono nel nulla possa temere sanzioni che, nei fatti, non sembrano poi così dure. Per giunta stemperate da una posizione di traverso della Turchia (era nel rischio delle cose) e del Brasile, vera sorpresa degli ultimi giorni. Rileggendo le ultime note di cronaca, il compromesso raggiunto prevede che l’Iran potrà far arricchire all’estero una piccola porzione di uranio, 1200 chili, e dal territorio turco riceverà uranio già raffinato.

Sul contesto generale hanno influito non poco i fatti di sangue della Freedom Flotilla dello scorso 31 maggio, con nove vittime, a seguito dei quali molte iniziative sono state annunciate: il primo ministro turco Erdogan ha minacciato di ridisegnare i rapporti commerciali e militari con Tel Aviv; Ahmadinejad da Istanbul ha chiesto una prova di fedeltà alla Russia, sventolando un countdown «della distruzione contro il falso regime sionista di Israele». In questo contesto l’Onu ha deciso di intraprendere la strada delle sanzioni, ma non si sa fino a quando si potrà parlare di sanzioni, perché in realtà non si tratta di obblighi ma di consigli. L’unica imposizione riguarda il non poter acquistare armi pesanti come missili ed elicotteri. Sul fronte commerciale il “consiglio” delle Nazioni Unite è quello di prevedere ispezioni a bordo di navi e aerei iraniani. Si dice che a Teheran potrebbero facilmente ovviare a questo provvedimento, cambiando nomi e bandiere ai cargo.

Altro consiglio, quello di sospendere temporaneamente le transazioni già in atto con le banche. Nessuna notizia, invece, sull’importazione di benzina. Dettaglio che apre più di un’ipotesi, sul fatto che il pacchetto di sanzioni dell’Onu siano poca cosa. Tra l’altro il portavoce del ministro degli esteri iraniano, Ramin Mehman Parast, ha detto che le sanzioni non giungeranno ad alcun obiettivo, sostenendo che l’Occidente non può pretendere che un «membro del Trattato di non proliferazione nucleare rinunci ai suoi diritti», sviluppando un pacifico programma nucleare.

Altra nota dolens, il ruolo dell’Europa. Catherine Ashton, alto rappresentante della politica estera dell’Unione, a 24 ore dall’approvazione delle sanzioni si è lasciata andare un: «Se l’Iran volesse ancora venire a parlare con noi…». Manifestando quantomeno una stravaganza diplomatica non solo personale, ma più in generale dell’intera Ue. Non sarà con tale timidezza che si bloccheranno le bombe e le repressioni del regime iraniano. Non è con azioni generiche ed ispirate dalla logica dell’emergenza che si offriranno sponde efficaci al movimento dell’Onda.

Come impedire, dunque, che quell’esperienza non venga ridimensionata? Nessuno potrà escludere a priori fasi carsiche, con interruzioni fisiologiche e con un successivo moto di ripresa. Ma, ad esempio, pochi avrebbero scommesso che il regime degli Ayatollah avrebbero potuto contare oggi su di un alleato inaspettato, il Brasile. L’Onda, allora, va ingrossata, coccolata, diffusa. Perché rimane l’unica via iraniana per la democrazia e l’Ue ha l’obbligo morale e politico di sostenerla, difendendola dai tentativi di delegittimazione. Lo scorso 12 giugno i giovani iraniani all’estero hanno manifestato in tutte le principali capitali del pianeta: per dare un segno, per far sventolare un colore, il verde della speranza, il verde dell’Onda. Non lasciamoli soli.

martedì 15 giugno 2010

La parità non può essere solo nei doveri


Da Ffwebmagazine del 15/06/10

Donne e innalzamento dell’età pensionabile: il problema non è solo nel merito, quanto nel metodo e nel contesto in cui è attuato. Per dirla con le parole di Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia e parlamentare del Pdl, a fronte di un adeguamento a livelli pensionistici europei, ci siano anche livelli di vita e parità di condizione europei. La proposta di parificare con quella degli uomini la pensionabilità delle donne italiane nel pubblico impiego apre l’ennesimo ragionamento sulla contingenza. Perché, al momento, ci si trova dinanzi una condizione economica difficile, per cui urgono interventi radicali e rapidi. Ma se sulla questione si fosse iniziato a confrontarsi in tempi utili, ci sarebbe stata l’opportunità di una maggiore gradualità.

Al di là del fatto se sia condivisibile o meno far lavorare tutti di più - e oggi forse è una strada obbligatoria - sono mancati i cuscinetti che armonizzassero decisioni drastiche. Le donne italiane non vivono come quelle europee, questo è un dato di fatto. Non godono degli stessi servizi, delle medesime infrastrutture, per non parlare dell’immagine sociale e della cultura di approccio, non solo nelle relazioni umane ma anche e soprattutto professionali. Come la possibilità di accedere ai posti di comando della pubblica amministrazione, o dei cda di aziende quotate, o nei cosiddetti posti di potere, dove la percentuale italiana è ancora troppo bassa.

Si pensi che in questi giorni il governo di Angela Merkel sta discutendo se includere gli asili nido all’interno dei diritti delle donne. Lontana l’Europa. E, allora, visto che le donne sono il terminale della cultura nazionale italiana (in quanto mogli, mamme, lavoratrici), che si preveda una sorta di riequilibrio. Il pensiero corre a interventi sull’Irpef, a sgravi fiscali, a enti locali che provvedano con asili municipali alle esigenze delle famiglie. Ovvero misure che armonizzino il sistema complessivo, scrostando quel velo di iniquità che esiste. Sì a detrazioni agevolate, iniziative fiscali e sociali, ma che non si continui solo a chiedere alle donne, senza proporre misure che ridefiniscano diritti e doveri. È altrettanto chiaro, però, che una razionalizzazione del mercato del lavoro e delle finestre pensionabili, sia a questo punto indispensabile. Perché allora non utilizzare quei soldi che con l’innalzamento si risparmieranno, per politiche a vantaggio delle donne? Sarebbe la risposta migliore, di una politica che giustamente si trova costretta a guardarsi attorno, attivandosi in tutti i settori. Ma che al momento dovrebbe fare un passo in più, affiancando al rigore anche un minimo di iniziativa.

Capitolo a parte meriterebbe l’immagine femminile nel suo complesso, che accusa ancora una posizione di svantaggio in Italia. Basta dare un’occhiata ad una pubblicità che reclamizza cibo per cani, i cui manifesti affissi sul lungotevere romano ritraggono una donna nuda. Che poco o nulla di attinente ha con il prodotto in questione. Il gap quindi con l’Europa è soprattutto culturale, dove le intersezioni sociali al di sotto delle Alpi appaiono ben ancorate a un certo stereotipo della donna. Per questo, la parificazione con l’Ue andrebbe fatta non solo sull’età pensionabile, ma anche nel campo dei servizi e della considerazione mentale. Non c’è dubbio inoltre che la condizione femminile sia cambiata radicalmente negli ultimi cinque lustri, a causa dell’allungamento dell’età, dei lenti progressi di carriera, dove fra l’altro si sconta ancora un ritardo atavico rispetto alle opportunità che gli uomini hanno. Certo, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, può essere utile in prospettiva di un reinserimento ma, è la critica che hanno trasversalmente mosso Emma Bonino, Flavia Perina, Linda Lanzillotta, Fiorella Kostoris, Maria Ida Germontani e Pina Nuzzo, sarebbe servita maggiore gradualità.

Palese poi, come oggi, dinanzi a una crisi di questa portata e a un’emergenza impellente come gli indici dei debiti pubblici e la mancata crescita dimostrano, la risposta dello Stato non può che essere immediata e tarata sulla contingenza. Accade che la politica - sbagliando - proceda spesso per compartimenti stagni, senza preoccuparsi di dialogare con tutte le componenti, avviando un’iniziativa globale. Quasi smarrendo l’esigenza di interconnettere le proprie azioni, ed evitando in questo modo disomogeneità e squilibri. Ma allora quando verrà il tempo di una politica che non si faccia prendere in controtempo dagli eventi, e che ragioni ad ampio respiro, anziché farsi risucchiare da dinamiche non sufficientemente previste?

sabato 12 giugno 2010

Quando destra e sinistra non significheranno più nulla


Da Ffwebmagazine del 12/06/10

Se e quando l’originaria architrave della politica, in sospeso tra artificio e natura, sarà consumata; se la politica saprà intrecciarsi attorno ad altre ellissi sociali, solo allora destra e sinistra non significheranno più nulla. Termina così Carlo Galli, docente di storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, il suo pamphlet Perchè ancora destra e sinistra, un’indagine genealogica attuata con gli strumenti e le categorie di una filosofia che si spinge, a ritroso, in un viaggio fino alla radice delle due entità. Sostiene che le due categorie oggi sopravvivono non per la permanenza dello spazio politico moderno assieme al quale si sono formate, ma perché al loro interno ci sono ancora una forza ed un problema «che è qualcosa di più che non l’eco di un Big Bang originario».

Entrambe interpretano, secondo Galli, elementi originari e ineludibili della modernità: così non si potrà dire che una è falsa politica, l’altra vera, «perché l’indeterminatezza della politica e la sua contingenza costitutiva, non lo permettono»”. In questa analisi complessa fa riferimento a varie destre, diverse, alcune che si sono rispecchiate con la modernità, altre accartocciate al loro interno; alcune economiche, altre politiche. Incubando così i germi di quelle che sarebbero diventate le destre successive. Non solo passatiste, conservatrici o reazionarie, ma anche avanguardiste, futuriste, anarcoidi, liberiste. Testimoniando un’estrema vivacità nel diciannovesimo e ventesimo secolo, spesso in contrasto fra loro. E prosegue i suoi rilievi raffrontando tali destre ad elementi diversificati come popolo, religione, economia, individuo. Analoga analisi, poi, per le sinistre degli ultimi duecento anni.

Galli definisce destra e sinistra come due forme di pensiero moderne, in quanto molto divergenti. Aperte, ma diversamente, alla contingenza. Tentate dall’effetto necessità. Non condivisibile appare però quando l’autore sostiene che «se anche si può pensare in teoria, oltre la destra e la sinistra, la pratica lo impedisce, ed è proprio la presenza o l’assenza della centralità della politica del soggetto e della sua uguale dignità a fare la differenza».

Si dice inoltre certo che la democrazia senza aggettivi «non può non essere l’obiettivo di forze variamente orientate a sinistra». La democrazia delle destre sarebbe invece sempre caratterizzata da protesi di complemento: di mercato, nazionale, protetta, cristiana, autoritaria. Ma chi l’ha detto che la destra italiana non può epitetarsi come democratica e basta, e dovrebbe necessariamente essere corroborata da un sostantivo che la identifichi? Quando nel libro si accenna che la destra è per la sicurezza nel senso poliziesco dell’ordine pubblico circa l’immigrazione, non si tiene conto di altre posizioni dialettiche che, ad esempio, non condividono la repressione - come dimostra il fallimento delle ronde - ma spingono per un’integrazione armonizzata. O quando si accenna al fatto che la destra è per il rischio nell’economia, non si considera che non tutti a destra credono ad una pura anarchia incontrollata del capitalismo, che mortifichi ad esempio le fasce più deboli della popolazione.

Inoltre non convince quella netta definizione di competenze e modalità di azione che si scorge nelle conclusioni. Dal momento che il panorama interno ed esterno al paese si è evoluto, circa esigenze e comportamenti. E allora, pur certificando il certosino impegno storico, ciclicamente letterario-filosofico che si evidenzia nella ricostruzione, forse si potrebbe accennare ad uno spunto di proposta, nell’aggiungere al titolo originario un punto interrogativo finale, Perché ancora destra e sinistra?. Non più, quindi, solo per declinare correttamente modalità e percorsi del cleavage destra/sinistra, quanto piuttosto per guardare oltre gli steccati che delimita(va)no i due ambiti. E che oggi, a partire da moltissimi temi di rilevanza trasversale, non hanno motivo di esistere. Chi può dire con certezza che oggi l’ambiente sia un argomento caro alla sinistra? O che la sicurezza sia ad esclusivo appannaggio della destra? E se sì, di quale destra e di quale sinistra? E soprattutto quale sicurezza?

Ecco che la conclusione del volume posticipata da Galli in un futuro lontano, si sta invece avvicinando sempre più alla stretta attualità, in modo pragmaticamente oggettivo. Perché, nella società che si trasforma rapidamente, con la globalizzazione, con i social forum, con tecnologie che irrompono nel quotidiano, con battiti di ali di farfalle che riecheggiano dall’altro lato del pianeta, vi sono battaglie da portare avanti senza un’etichetta identificativa. Si pensi alla legalità, alla green economy, alla salvaguardia delle fasce più deboli: su quali principi stabilire cosa appartiene a chi nella politica di oggi? Semplicemente destra e sinistra non conserveranno le forme attuali, stanno già cambiando, si sono già, seppure solo in parte evolute. E non sarebbe saggio tornare indietro.

Warsan Shire: «Diamo voce a chi non ne ha»


Da Ffwebmagazine del 12/06/10

Le sue poesie non sono ancora tradotte in italiano, qualche assaggio della sua penna lo si deve alla rivista Lo Straniero. Ma il popolo, non solo somalo, della rete conosce Warsan Shire per la sua costanza. Quando insiste nel parlare di Africa, di guerra, di dolori, di sconfitte, di cose reali. E non per un velo di pessimismo forzato, ma per «dare voce a chi non ha voce», per raccontare quello che accade in zone lontane, di cui si odono bisbigli che invece sono grida. Nata in Kenya da genitori somali in fuga dalla guerra civile, Warsan vive a Londra da quando aveva sei mesi. Oggi, ventidue anni dopo quella fuga, dà spazio a storie di diseredati e incompresi.

Pur vivendo a Londra da piccolissima, ha un forte legame con la sua Africa. Come lo coltiva?
Se osservo le mie radici, non mi sento una cittadina britannica ma africana ed è quella la mia identità. Prima di tutto sono somala e mi sforzo di coltivare questo status con il legame familiare, con il cibo, con le tradizioni e le usanze. Rivendico il mio essere africana, è una cosa che non passa inosservata e cerco di portarla innanzi con orgoglio.

In alcuni dei suoi versi, parla di asilo e di confini: cosa rappresentano questi due concetti?
I miei genitori sono stati prima migranti, mio padre è un esiliato politico da molto tempo. Io stessa sento di appartenere a una casa in cui non sono mai stata. Quindi, anche se non ho fatto alcuna esperienza diretta in quei luoghi, come i campi profughi, comprendo perfettamente il significato di quelle due parole.

Sul suo blog ha scritto «non ho mai trovato bella la bellezza, mi piace cercarla». Perché non le piace? Perché può essere fonte di dolore, o perché pensa sia fuorviante?
Forse la gente si aspetta sempre che i poeti parlino solo di cose belle, di fiori o di elementi soavi e pieni di grazia. Invece penso che, per il luogo dove sono nata, io debba parlare da una piattaforma differente. Dove io possa dare voce a chi non ha voce, parlando magari di cose brutte, inaccettabili ma reali, di cui la gente o si è scordata o non riesce più a parlare.

Molte sue storie affrescano il dolore delle donne che, dice, nonostante tutto continuano ad amare. Chi dà loro questa forza?
Personalmente, ma non solo io, percepisco le donne africane come eroiche. In questo contesto, tra l’altro, si è sedimentato il mito di “mamma Africa”, ovvero una donna che nonostante angherie e prevaricazioni, riesce non solo provvedere al benessere della famiglia, ma anche a farsi carico di tutti gli altri problemi. Tengo molto a dire che le donne citate nei miei pensieri, devono sì continuare ad amare ma soprattutto ad essere amate.

Italia per voi somali vuol dire dominio coloniale ieri, ma tante storie di speranza oggi: come vede il nostro paese?
È la prima volta che lo visito e non conosco nemmeno l’esperienza dei somali che arrivano per via dei flussi migratori. Ma posso dire che già dalla lingua si vede se c’è la vicinanza, che prima era coloniale e oggi dovrebbe essere un qualcosa di diverso e visibile. Non c’è abbastanza consapevolezza da entrambe le parti, forse ancor di meno da parte degli italiani. Mi auguro che vi sia più dialogo, sia sulla storia che ci ha interessati, sia sulle connessioni che abbiamo, dal momento che siamo due popoli legati l’uno all’altro. Ricordo che mia madre, quando da bambini ci rimproverava, lo faceva in lingua italiana. E la lingua credo sia qualcosa di fondamentale per una cultura.

Quanto l’ha influenzata la figura di suo nonno, il poeta Cabdulqaadir Xirsi Siyaad “Yamyam”?
Mia madre mi parlava sempre di mio nonno, un uomo gentile, dalla pelle molto scura, che faceva il veterinario. Ma ciò di cui più mi raccontava, perché era molto attaccata ai suoi genitori, era il forte legame esistente tra i nonni. Una storia d’amore infinita, sfociata in ventidue figli che lei gli ha dato. E lui non ha mai sposato un’altra donna, all’infuori di mia nonna. Più che un’influenza diretta di mio nonno, io ho vissuto la loro storia d’amore come un esempio. Nella mia testa è l’uomo nero perfetto.

Come si è inserita in quel patchwork che è la multiculturalità londinese?
È vero che la multiculturalità londinese esiste, e me ne rendo conto quando vado altrove. Però è anche un po’ stereotipata. Ho notato che all’interno dell’industria culturale, loro tendono a impacchettare prodotti multiculturali, per cui mi sono spesso trovata in contesti specifici per il solo fatto di essere somala. Non dico che non sia una realtà, ma dal momento che non tutti i somali fanno poesia, quegli artisti che ci sono rientrano in quell’ambito solo perché hanno radici somale. Direi che Londra confeziona la multiculturalità, facendone un oggetto che si vende.

Ha detto di recente: «Scrivo perché la condizione umana non è semplice e a volte neppure bella». Possono la cultura, la musica, la rete e i blog sostenere un rinascimento dell’Africa?
Ho iniziato a usare la rete come modo per mantenere i legami e per condividere film, musica libri. A un certo punto ho provato a scrivere pensieri, poi le prime poesie e così si è composto il tutto. Internet è stato fondamentale, è la chiave del futuro, senza di esso dubito che sarei riuscita a pubblicare qualcosa.

mercoledì 9 giugno 2010

Quando lo Stato veniva prima di tutto


Da ffwebmagazine del 08/06/10

Una patria, se non è per tutti, non può essere di tutti. Ne Gli scritti politici Giuseppe Mazzini faceva così riferimento all’inclusione dei cittadini nel mondo produttivo. Valorizzando un aspetto, il lavoro, che è principio fondativo della carta Costituzionale e che si riallaccia ai dettati democratici e repubblicani presenti nel movimento risorgimentale. Quest’ultimo va ricordato ed approfondito alla luce di quella grande stagione su cui si basa il nostro essere Stato e nazione, il nostro stare insieme. E non, come ha osservato il presidente della Camera Gianfranco Fini, fatto oggetto di revisionismi fuorvianti e antirisorgimentali.

Ma come impostare oggi un’analisi serena e produttiva su Stato e nazione, alla vigilia di una celebrazione storica e culturale per il paese? Magari partendo da due figure strategiche della politica italiana. Che in frangenti differenti, ma con il medesimo senso delle istituzioni e totalmente rapiti dal rispetto per il bene comune, hanno contribuito ad un’impresa memorabile. Ricasoli e De Gasperi hanno rappresentato, nel merito delle singole azioni, due momenti di altissima politica, dove il concetto unitario di Stato era posto sopra tutto il resto. Dove era espressa una certa idea dell’Italia che rifugiava particolarismi ed isterismi, ma si concentrava sull’unità nazionale. Lontano da logiche municipali, quasi impostando l’amministrazione della cosa pubblica come se fosse il proprio podere e ,di conseguenza, profondendo energie e programmando scrupolosamente ogni mossa. Due direttrici che devono rappresentare un insegnamento per la politica di oggi.

Valori fecondi di Ricasoli erano quel binomio tra unità nazionale e libertà civile, tra progresso e rigore morale, tra identità culturale e laicità dello Stato. Egli partiva dal presupposto che la nazione c’è e su di essa va edificato lo Stato unitario. In una lettera al giurista Pasquale Stanislao Mancini, scriveva che l’Italia deve lasciare libertà alle province, ovvero alle diverse esigenze dei territorio, ma in un’ottica unitaria e non meramente centralistica. Predicava che scopo continuo di un governo è quello di garantire la massima felicità dello Stato. Dove il termine felicità si insinua dentro quel grande passo avanti che è stato il progresso civile della società alla fine dell’ottocento, senza forzare la dinamica dei tempi. Intese sviluppare la ferrovia, anche ad appannaggio di quei cittadini periferici che non si sentivano italiani. E fu la chiave di volta del suo impegno: unificare le province con infrastrutture e commerci. Una figura d’altri tempi, estranea alle manovre clientelari, non consumato ai sotterfugi della lotta politica, così come lo ha definito Francesco Paolo Casavola.

L’Italia dell’Assemblea Costituente, invece, è un paese diverso rispetto a quello del 1861. Vi era una guerra alle spalle, un tessuto socio-produttivo lacerato e da ricomporre. Ma in quella fase la nuova classe dirigente intese “riannodare i fili con l’Italia del Risorgimento”. De Gasperi disse che questo secondo Risorgimento della patria poteva riallacciarsi a quello nazionale. Nel suo interiore moto di passione, ritrovò le premesse per la nascita di una patria locale, con tradizioni espresse da un popolo libero, e che valeva come un arricchimento al contesto unitario. Affermava che si rendeva imprescindibile restaurare la libertà politica in un nuovo contesto sociale. Ma quelle convinzioni circa lo Stato andavano rafforzate nelle anime dei cittadini, senza però partire dalla divisione di classe. E non solo cancellando la linea di confine tra il pessimismo dei borghesi e l’ottimismo rivolto al proletariato. La nuova casa degli italiani doveva essere eretta su valori condivisi, nella convinzione che la coscienza morale della nazione poteva essere corroborata da quella religiosa, solo grazie al principio della laicità dello Stato.

Ponendo come punti cardinali la giustizia sociale e la pace futura, strumenti di stabilità temporale e garanzia in una visione europeista. Al pari della fase risorgimentale, quella degasperiana post conflitto bellico, fu caratterizzata dal tema della libertà e dall’esigenza estrema di unità. Definitosi “fanatico della democrazia”, lo statista trentino più volte invitò il popolo italiano a sforzarsi di camminare con le proprie gambe per instaurare un regime democratico e plurale. E l’ingresso delle masse popolari negli ingranaggi dello Stato presupponeva una formazione democratica adeguata: con i partiti, quindi, si promosse una statualità progettuale, garantendo la sicurezza della libertà come pregiudiziale. Ripeteva che per salvare la democrazia non vi fosse altra strada se non la libertà ed il rispetto delle regole di libertà.

Ricasoli e De Gasperi incarnano due grandi epoche della storia italiana e oggi conviene metabolizzarne lo spirito e non dimenticarne il valore socio-politico, per riuscire a disegnare gli scenari futuri. Quella classe dirigente, modello di onestà intellettuale e di esempio concreto per la cittadinanza, deve essere osservata con rispetto e riconoscenza. Senza utilizzare la storia per revisioni strumentali, o per anteporre logiche partitiche all’interesse nazionale. Solo in questo modo sarà possibile rendere omaggio a quelle menti e a quelle azioni, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Rafforzando il concetto di patria, modernizzando certe interpretazioni anacronistiche e aprioristicamente retrograde, strutturando il paese di modo che sia culturalmente e socialmente pronto ad accogliere le sfide, non del domani, ma di quelle contingenze che bussano già alle porte dello Stato e che spesso non vengono sufficientemente ascoltate.

lunedì 7 giugno 2010

Intellettualoni? No, uomini che pensano senza padroni


Da Ffwebmagazine del 07/06/10

Sacrilegio! Qualcuno prende il coraggio a due mani e dà la sveglia alla gente le cui menti continuano a incancrenirsi grazie a modelli fasulli e fuorvianti. Ma chi avrà mai osato tanto contro le analisi scontate dei vecchi parrucconi dell’intellighenzia italiana? Quale penna superba e dai contenuti astrusi si sarà resa protagonista di una rivoluzione copernicana letteraria, che non guarda in faccia a nessuno e che procede come un cane sciolto? Quella penna, apprezzata da un discreto numero di lettori, che gli sono valsi un Campiello e una finale allo Strega nel 2009, è però vista come misera e insignificante da un duro articolo de Il Foglio di un paio di giorni fa, dove ad Antonio Scurati viene imputato non di diffondere tesi sconvenienti, o di fomentare l’odio razziale, o di far stampare libri noiosi. Ma di scrivere con parole difficili, scordandosi così le cose semplici. Producendo in questo modo un filone modesto, senza il fedele sostegno di un correttore di bozze che intervenga per redimere e tagliare “ortografie fantasiose”.

E andiamo a vedere allora dove stanno le parole difficili che fanno dimenticare le cose semplici, così come viene epitetato da un fogliante. Dunque, Scurati ha più volte detto, in un impeto di supponenza degna di quei rompiscatole di intellettualoni che circolano in Italia negli ultimi anni, che il dramma dei giorni nostri è quello di sostituire al tragico l’osceno. A opera dei mezzi di informazione, che pompano adrenalina nell’inumano che è dentro ciascuno di noi, rendendoci di fatto sordi al dolore degli altri.

Oggi gli spettatori incarnano la singolare figura di moderni gladiatori, che relegano la ragione in un lato torbido e polveroso, issando gli istinti a metro di comportamento e di valutazione. Scurati- ma come si è permesso?- parla di un mare di violenza e disinibizione che “ingrossa ad ogni sigla di Tg”. In questo fiume carsico di immagine cinematografica in dieci D, la finzione viene pericolosamente venduta come realtà, producendo nelle menti e nei successivi gesti innegabili cortocircuiti. Esempio lampante -dice sempre quel pericoloso e tedioso intellettuale che parla difficile e non capisce le cose semplici- è dato dal magma invadente dei reality, riconosciuti come “la” casa o l’isola di tutti, anziché come una casa o un’isola che tali non sono, per via della presenza di telecamere h24, di storie da costruire o costruite, di un mondo che è qualcos’altro. Ma non ciò che sembra. Imitare la vita altrui, sostiene Scurati, non equivale a capire a fondo la nostra. E ciò in riferimento a quella dieta, o a quel ritocco estetico, a quel preciso capo di abbigliamento, anche se tutti lo indossano come tanti militari in fila che obbediscono ad un solo padrone, in una caserma linda e splendente di cera.

Nei suoi libri e nelle sue pericolose elucubrazioni, il nostro predica inoltre un ritorno all’umano e agli uomini, esortandoli a convivere all’interno di una società capace sì di utilizzare la tecnologia per favorire gli incontri, ma solo se poi essi si svolgano dal vivo, e non solo su di uno schermo al plasma. Una società che metta a frutto il proprio disincanto non per intestardirsi sull’episodio di cronaca rosa, ma per attingere il senso più intimo del non inginocchiarsi dinanzi ai potenti. «Ecco a che serve l’intellettuale», conclude Scurati in quell’intervista, «ecco in che modo la letteratura anche marginalizzata, anche dichiaratamente sconfitta, può aiutarci a rientrare in possesso di noi stessi e del mondo, virtuale e non, che abitiamo».

Sono queste le tesi che dimezzano la fiducia negli “intellettualoni italiani”? Sono queste le posizioni figlie di “una strategia promozionale”, e di uno che “non ha il talento del grande romanziere che vorrebbe essere”?
Questa, invece, sembra proprio essere la voce capace di elevarsi più in alto del frastuono televisivo, perché invita a non costruire le proprie riflessioni sul rifiuto di tutto e di tutti. Perché non si arrampica strumentalmente per consolidare posizioni assurde, magari lontane anni luce dal quotidiano. Perché non decide di isolarsi dal contesto per non sporcarsi le mani, così come altri intellettuali o pseudo tali fanno, quelli per intenderci che non invogliano propriamente nuovi lettori, e che non vendono poi molte copie. Scurati decide di entrare nel merito e una volta lì, poi si differenzia soggettivamente. Perché non si rinchiude nel suo ego sconfinato, ma lo intreccia con gli eventi, raccontandoli semplicemente e ovviamente interpretandoli secondo la propria personale visione: che può anche non piacere, che può essere oggetto di critiche, rilievi, commenti, scontri dialettici. Ma che a noi e a migliaia di lettori, però, piace.

domenica 6 giugno 2010

Così il dolore non è più un tabù


Da Ffwebmagazine del 05/06/10

È possibile che il varo bipartisan della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore (la n.38 del 15 marzo 2010) possa incarnare finalmente una politica che si unisce quando in gioco c’è il bene comune? È praticabile anche per altre grandi tematiche quella convergenza che tutti i partiti, all’infuori di tre misteriosi astenuti – ma l’avranno letta la legge? - hanno dimostrato per dare conforto a chi soffre cronicamente? Magari anche per equiparare l’Italia agli standard di altre realtà, dove il dolore non è più un tabù.

Motivi per essere ottimisti non mancano. In primis per il risultato legislativo raggiunto: un provvedimento breve e conciso, di undici articoli, con pochi tecnicismi, per tutelare il diritto del cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore. Per alleviare sofferenze sopportate a lungo dagli individui, erroneamente convinti che il dolore vada accettato perchè parte integrante della vita. A volte non sufficientemente supportati dai medici, con poco tempo a disposizione per ascoltare le istanze di questi malati, invece assistiti adeguatamente dai centri specializzati, ma ancora poco conosciuti. Dinamiche emerse dall’indagine “Non siamo nati per soffrire. Dolore cronico e percorsi assistenziali” promossa da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, che testimonia quanto gap mediatico culturale ci sia nei fatti.

Il dolore cronico di natura non oncologica è al centro non solo del provvedimento legislativo che ha visto la luce due mesi fa, ma anche di un’ampia analisi curata da numerosi soggetti (Associazione diabetici, Associazione per la lotta contro le cefalee, Associazione malattia reumatiche, Associazione diabetici, Federazione medici generici, Unione lotta alle distrofie muscolari e Pfizer) per comprendere come i pazienti in cura presso i centri specializzati, circa duecentomila, giudicano il loro stato. E soprattutto per predisporre interventi mirati e risolutivi. Poco si è insegnato circa l’autogestione del dolore, ammonisce il senatore Tomassini, presidente della Commissione Igiene e sanità al Senato, che potrebbe essere rafforzata da una migliore tempistica sull’utilizzo dei farmaci. Come pochi sono al momento i centri antidolore sul territorio nazionale, spesso anche avversati o non sostenuti.

Ma la chiave per capire il sottile filo che lega il paziente affetto da dolore cronico alla nuova opportunità palliativa, sta tutta nell’approccio psicologico. Più della metà dei pazienti interrogati nell’indagine ha dichiarato di non sentirsi adeguatamente ascoltato, data la mancanza di tempo del medico generico e soprattutto a causa del fatto che è costretto a consultare almeno due, ma anche cinque medici, prima di essere indirizzato verso un centro specializzato. Ulteriore disparità si registra per la prescrizione di farmaci oppiacei, alta la percentuale al nord, media al centro, bassa al sud. Negativa la percezione sull’informazione, dal momento che l’80% dei medici non segnala al cittadino l’esistenza di tali strutture che permangono ancora in una sfera di non conoscenza per il 70% dei pazienti. I quali però, una volta sperimentatene le cure, si dichiara entusiasta all’86%.

Nota dolens il giudizio sull’apporto psicologico, se è vero come è vero che solo il 23% degli intervistati ne usufruisce. Significa che urge un salto generazionale e culturale molto preciso in questo senso. Innanzitutto per superare la paura del dolore, coinvolgendo anche i medici di famiglia e compiendo un’operazione sociale prima che farmacologica.

La stessa carta dei diritti del malato prevede espressamente il diritto dello stesso a non soffrire, ma prima di questa legge tale esposto non era oggettivamente integrato da interventi tangibili. Altro elemento sul quale riflettere è quello relativo alle conseguenze dirette sul paziente che il dolore cronico causa. Dolore e vita quotidiana si intersecano drammaticamente, in quanto fecondano paure e insicurezze, abbassando il rendimento professionale del malato, alterandone l’umore e di conseguenza i rapporti diretti con la famiglia di appartenenza. Con l’intera sfera delle percezioni sociali che vengono inevitabilmente svuotate dell’originaria modulazione. L’aspetto umano, prima che quello medico-sanitario, deve essere il primo obiettivo da preservare. Anche in considerazione di un altro dato emerso dal rapporto: il 2,2% degli intervistati ha ammesso che il dolore cronico porterebbe in sé il germe del suicidio. Percentuale bassa, si dirà, ma pur sempre significativa e da valutare con estrema attenzione.

Ecco allora che le buone pratiche dimostrate in concreto dalla politica con il varo di questa legge, debbono essere di stimolo per altri momenti alti come questo, consapevoli che dinanzi a esigenze impellenti e generali non vi può essere divisione o prepotenza di parte, magari rammentando quello che gli antichi greci solevano dire sulla missione della politica, chiamata a “tracciare rotte nel mare”.

mercoledì 2 giugno 2010

Italiani e romeni, la conoscenza può vincere il pregiudizio


Da Ffwebmagazine del 02/06/10

Proviamo a pensare cosa accadrebbe se l’Italia fallisse l’integrazione della comunità romena, ovvero di quel popolo che per attitudini e affinità è il più simile a noi. Vorrebbe dire che, a quel punto, sarebbe ancor più complicato favorire l’integrazione di altre etnie maggiormente distanti per mores, costumi e abitudini. Significherebbe che ancora una volta l’Italia rifiuta la modernizzazione sociale. Di contro l’approccio all’immigrazione è oggi una delle occasioni per dimostrare la capacità di accettare il diverso, di integrare l’altro, di ascoltare chi viene da lontano o da vicino, e di saper affrontare così le sfide vere della globalità.

Con le quali, piaccia o no, si è chiamati a fare i conti perché, come diceva Platone, «siamo tutti intorno al mare, come ranocchie attorno a uno stagno». E a nulla servirà ritardare la metabolizzazione di tali concetti, dal momento che si tratta di fenomeni già presenti, come fermenti vivi, in tutti i paesi: accelerare dunque interventi di accoglienza politica e culturale avrebbe riflessi positivi non solo per chi desidera integrarsi, ma anche per chi grazie a quell’integrazione, vedrebbe maturare il proprio tessuto sociale. La politica è lì per governare i conflitti sociali che inevitabilmente ogni convivenza produce, ma che possono essere stemperati e messi a frutto.

E una politica che agisce senza conoscere è destinata inevitabilmente a mancare l’obiettivo. Per questo vale la pena di sfogliare le quasi duecento pagine di un interessante saggio, Romeni. La minoranza decisiva per l’Italia di domani, scritto a quattro mani da Guido Melis e da Alina Harja per i tipi della Rubbettino, dove, usando le parole pronunciate dal presidente della Camera Gianfranco Fini, si rafforza la consapevolezza che la conoscenza può vincere il pregiudizio. Sì, il conoscere, l’approfondire, imprescindibili per deliberare, come predicava Luigi Einaudi, possono rappresentare la chiave per capire. Per avanzare dubbi, legittimi, per fare domande. Ma, poi, per ascoltare risposte e delucidazioni. E costruirsi un’idea quanto più possibile vicina alla realtà. Per comprendere come quel paradigma forzato che all’indomani dell’omicidio Reggiani enunciava una quasi naturale e diretta proporzionalità tra romeni e il reato di stupro, fosse nient’altro che figlia del pregiudizio causato dalla non conoscenza. Per informarsi, ad esempio, che il numero di romeni in carcere è pari allo 0,3%: una percentuale risibile.

Tabù e posizioni concettuali precostituite che, come ha osservato il presidente Fini, non tengono conto dello straordinario apporto dato alla cultura da intellettuali romeni del calibro di Ionesco o Eliade. Senza dimenticare l’esiliato Vintila Hòria, presenza costante negli anni settanta e ottanta alle iniziative della fondazione “Gioacchino Volpe” e collaboratore del Secolo d’Italia. Un suo pregevole lavoro si intitolava proprio “Dio è nato in esilio”, traendo ispirazione dalla figura di Ovidio, quello stesso sentimento che oggi è avvertito dirompente dai romeni che vivono in Italia.

Molti ancora ignorano che i romeni in Italia non sono solo impegnati in lavori umili, ma fondamentali per l’intero sistema economico-sociale del paese, come colf, badanti, bracciati agricoli - senza dei quali, è utile ricordarlo, migliaia di anziani non avrebbero più assistenza, o migliaia di ettari di campagne non produrrebbero più quei prodotti agroalimentari che tutto il mondo ci invidia. Ma hanno fatto il famoso passo in più, come testimoniano le ventisettemila aziende romene presenti sul nostro territorio. A significare un attivismo non da poco e niente affatto da sottovalutare, se rapportato al punto di partenza. Chi ha messo in piedi quelle imprese certamente non partiva da una posizione privilegiata, né poteva contare su un sostegno forte, almeno nelle fasi iniziali.

Esempi che nel libro abbondano, così come le testimonianze di studenti, giornalisti di Bucarest corrispondenti da Roma, del vescovo greco-ortodosso, di musicisti, di muratori e di operai. Ci sono tutti, per farsi conoscere e scoprire, per dire a chi ancora proprio non riesce a ragionare sull’immigrazione con cognizione di causa perché accecato da pregiudizi e da tornaconti elettorali, che una diversa nazionalità non comporta certo la scoperta di un alieno. E se anche fosse un alieno, con due teste o con abitudini strampalate, beh proprio non ci sarebbe nulla di strano nell’accoglierlo in una comunità che si preoccupa troppo spesso di conservare lo status quo anche nel sociale, mortificando sempre di più iniziative e slanci non allineati.

E proprio quella diversità potrebbe rappresentare fonte di ricchezza e di apertura per un paese smemorato, che sembra quasi voler cancellare decenni di dura emigrazione, prima verso il nuovo continente, poi verso le fabbriche del nord Europa, e nel secondo dopoguerra - e sino ai giorni nostri - verso l’Italia settentrionale. A questo paese gioverebbero forse le parole di Cesare Pavese, quando diceva «finché ci sarà qualcuno odiato, sconosciuto, ignorato, nella vita ci sarà qualcosa da fare: avvicinare costui».