da FFwebmagazine del 30/04/09
Dunque, Fiorella Mannoia, di professione cantautrice, ci ha deliziato con un verso non propriamente musicale, ma dall’alto contenuto demagogico, intervenendo a un incontro con il candidato sindaco piddì al Comune di Firenze, Matteo Renzi: «Sotto il sindaco Veltroni Roma respirava un’aria di apertura, di accoglienza – ha detto all’Ansa –. Con Alemanno, invece, si respira violenza, ostilità, e questo succede perché i cittadini tendono sempre ad assomigliare a chi li amministra».
Sarà forse la cornice da campagna elettorale, sarà la primavera che un po’ annebbia idee e concetti, ma, stando al ragionamento proposto a noi comuni mortali, la deriva comportamentale dei cittadini scaturirebbe nientemeno che dalla somiglianza con chi gestisce l’amministrazione? Abbiamo sentito bene? Il sindaco di Roma sprizza da tutti i pori violenza e ostilità?
Se dessimo credito a questa ardita tesi, per esempio, il giallo di Garlasco dipenderebbe dalla vena omicida del suo sindaco? Oppure gli scontri nelle banlieue parigine sarebbero direttamente proporzionali alla folle caratura del presidente Sarkozy? O forse l’omicidio di Meredith sarebbe imputabile alla cattiveria del governatore dell’Umbria? E la febbra suina forse colpa della tendenza virale del presidente messicano Felipe Calderon Hinijosa? Panzane, solo panzane.
E ancora: «Oggi a Roma c’è un odio che prima non c’era – ha aggiunto la Mannoia –. L’ amministrazione, che pubblicamente dice di non approvare manifestazioni razziste, sotto sotto poi le incoraggia. Quartieri periferici tornati sotto la gestione di Walter Veltroni allo splendore, con tante iniziative, oggi sono diventati posti dove si ha paura». Paura abbiamo noi quando c’è gente simile che va in giro a dire cose senza senso. I conti non tornano, nemmeno approssimandoli per eccesso.
«Vivo canto e vivo – recitava una sua canzone di qualche anno fa – mi perdo e mi ritrovo». Beh, in effetti il ragionamento demagogico della cantante pare il frutto di un perdersi senza però ritrovarsi, quasi fossimo in un labirinto dove la favella e il ragionamento lasciano il posto a note quanto mai stonate.
L’odio non è generato, come la Mannoia sconsideratamente accusa, dall’amministrazione Alemanno che incoraggia le manifestazioni razziste: eh no, non è bello professare a vanvera, sparando nel mucchio senza rendersi conto delle parole. Altro che macigni, sono proprio uscite come queste che non stemperano gli episodi di violenza che accadono in tutte le città, non soltanto nella Capitale, ma ne amplificano gli echi. Odio genera odio.
Certo, se poi le dichiarazioni della rossa già plurivincitrice del premio Tenco miravano a una sua eventuale prossima candidatura da qualche altra parte sotto ovviamente le bandiere del Pd (ma non è esclusa al momento l’Idv, più consona a certi insulti), bastava dirlo prima.
È chiaro, inoltre, che da un’affermata cantautrice, peraltro nominata Ufficiale nel 2005 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ci saremmo aspettati qualcosa di meglio che un paio di frasi buttate là con deferenza e senza il benché minimo rispetto per il destinatario di tali sciagurate considerazioni. Ma tant’è.
La chiusa spetta di diritto a un’altra canzone della Mannoia, «tutti cercano qualcosa magari per vie infinite, magari per vie difficili e misteriose. A volte con arroganza e a volte senza pudore».
Ecco, a volte almeno un pizzico di pudore non sarebbe sconveniente che venisse mescolato con sapienza e, perché no, senza parsimonia, nel pentolone delle dichiarazioni-fiume alle quali non è dato purtroppo sottrarsi.
"Potete ingannare tutti per un po', potete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre". (A. Lincoln)
giovedì 30 aprile 2009
Sì AL REFERENDUM, VERSO LA NUOVA ITALIA
da FFwebmagazine del 29/04/09
Arriva da Varsavia la conferma del premier sul voto al referendum del 21 giugno, che vorrebbe modificare in chiave riformista la seconda parte della Costituzione: Silvio Berlusconi barrerà la casella del “sì”. Il coro di supporto alla consultazione aveva già raccolto il consenso di molti esponenti del Pdl. Da sempre in prima linea sul fronte referendario anche la Fondazione Farefuturo, con il suo presidente Gianfranco Fini (firmatario della prima ora) e il segretario generale Adolfo Urso.
Come ha dichiarato Giovanni Guzzetta, che del referendum è il promotore assieme a Mario Segni, «il referendum avvantaggia chi ha più capacità di aggregare consenso: oggi l’uno, domani l’altro. È la regola della democrazia dell’alternanza: sono gli elettori a decidere. Chi corre corre per vincere, e chi vince crea un governo stabile. Chi sbaglia o non convince la volta successiva va a casa. E oggi anche l’Italia questo tipo di democrazia se la può permettere».
La scelta del presidente del Consiglio si è articolata sulla considerazione che il quesito concede il premio di maggioranza al partito più forte. Tre i quesiti che gli elettori si troveranno di fronte nella cabina elettorale. Il primo e il secondo quesito sanciscono il no alle coalizioni. Nello specifico si vorrebbe abrogare per Camera e Senato la disciplina che consente il collegamento fra liste. In caso di vittoria del sì, il premio di maggioranza si attribuirebbe solo alla singola lista che ha ottenuto il maggior numero di seggi, e non alla coalizione di liste. Il terzo quesito prevede l’impossibilità delle candidature multiple, ovvero si prevede di eliminare la possibile candidatura in più circoscrizioni, sia Camera che Senato. Un doppio risultato che, come ha più volte ribadito anche Adolfo Urso, serve a salvaguardare il bipolarismo nel nostro paese, contribuendo a una spinta innovativa e modernizzatrice che non potrà che avere benefici in Italia.
Nei giorni scorsi lo stesso Guzzetta era intervenuto pubblicamente per dissipare i dubbi di costituzionalità (bollati come «sciocchezze da bocciatura all’esame di Diritto costituzionale. Non lo dico solo io ma cinque diversi presidenti emeriti della Corte costituzionale») e, soprattutto in merito alla consultazione, sostenendo che «questo è un referendum abrogativo, noi non inventiamo nulla. Non siamo stati noi ad abrogare il maggioritario voluto e votato dagli italiani. Il premio di maggioranza c’è già nel porcellum. L’effetto maggiore del referendum sarebbe colpire il potere di ricatto dei piccoli partiti. E poi soprattutto rimediare allo scandalo del parlamento di nominati, abrogando le candidature multiple».
Questo referendum è un tema quanto mai determinante per la futura composizione delle istituzioni governative del paese. Perché, parafrasando un altro passaggio del discorso del presidente Fini alla nuova Fiera di Roma «non può esserci contraddizione, né in termini culturali, né in termini istituzionali, tra democrazia intesa come diritto del popolo di far sentire la propria voce attraverso i propri rappresentanti e una democrazia capace di governare, non soltanto di discutere, non soltanto di analizzare, ma capace di decidere». E dal referendum del 21 giugno quella stessa democrazia governante potrebbe trarre indubbio giovamento.
Arriva da Varsavia la conferma del premier sul voto al referendum del 21 giugno, che vorrebbe modificare in chiave riformista la seconda parte della Costituzione: Silvio Berlusconi barrerà la casella del “sì”. Il coro di supporto alla consultazione aveva già raccolto il consenso di molti esponenti del Pdl. Da sempre in prima linea sul fronte referendario anche la Fondazione Farefuturo, con il suo presidente Gianfranco Fini (firmatario della prima ora) e il segretario generale Adolfo Urso.
Come ha dichiarato Giovanni Guzzetta, che del referendum è il promotore assieme a Mario Segni, «il referendum avvantaggia chi ha più capacità di aggregare consenso: oggi l’uno, domani l’altro. È la regola della democrazia dell’alternanza: sono gli elettori a decidere. Chi corre corre per vincere, e chi vince crea un governo stabile. Chi sbaglia o non convince la volta successiva va a casa. E oggi anche l’Italia questo tipo di democrazia se la può permettere».
La scelta del presidente del Consiglio si è articolata sulla considerazione che il quesito concede il premio di maggioranza al partito più forte. Tre i quesiti che gli elettori si troveranno di fronte nella cabina elettorale. Il primo e il secondo quesito sanciscono il no alle coalizioni. Nello specifico si vorrebbe abrogare per Camera e Senato la disciplina che consente il collegamento fra liste. In caso di vittoria del sì, il premio di maggioranza si attribuirebbe solo alla singola lista che ha ottenuto il maggior numero di seggi, e non alla coalizione di liste. Il terzo quesito prevede l’impossibilità delle candidature multiple, ovvero si prevede di eliminare la possibile candidatura in più circoscrizioni, sia Camera che Senato. Un doppio risultato che, come ha più volte ribadito anche Adolfo Urso, serve a salvaguardare il bipolarismo nel nostro paese, contribuendo a una spinta innovativa e modernizzatrice che non potrà che avere benefici in Italia.
Nei giorni scorsi lo stesso Guzzetta era intervenuto pubblicamente per dissipare i dubbi di costituzionalità (bollati come «sciocchezze da bocciatura all’esame di Diritto costituzionale. Non lo dico solo io ma cinque diversi presidenti emeriti della Corte costituzionale») e, soprattutto in merito alla consultazione, sostenendo che «questo è un referendum abrogativo, noi non inventiamo nulla. Non siamo stati noi ad abrogare il maggioritario voluto e votato dagli italiani. Il premio di maggioranza c’è già nel porcellum. L’effetto maggiore del referendum sarebbe colpire il potere di ricatto dei piccoli partiti. E poi soprattutto rimediare allo scandalo del parlamento di nominati, abrogando le candidature multiple».
Questo referendum è un tema quanto mai determinante per la futura composizione delle istituzioni governative del paese. Perché, parafrasando un altro passaggio del discorso del presidente Fini alla nuova Fiera di Roma «non può esserci contraddizione, né in termini culturali, né in termini istituzionali, tra democrazia intesa come diritto del popolo di far sentire la propria voce attraverso i propri rappresentanti e una democrazia capace di governare, non soltanto di discutere, non soltanto di analizzare, ma capace di decidere». E dal referendum del 21 giugno quella stessa democrazia governante potrebbe trarre indubbio giovamento.
IL SULTANATO D'ITALIA?
da FFwebmagazine del 24/04/09
I dittatori di ieri abrogavano la Costituzione, «oggi si infiltrano gradualmente e senza troppo parere nelle istituzioni democratiche preesistenti e le svuotano dall’interno»: la diagnosi è del politologo Giovanni Sartori, editorialista del Corriere della Sera, professore alla Columbia University, e costituisce la prefazione al volume Il Sultanato, che ripercorre gli ultimi tre anni della vita politica italiana con una penna schietta e puntuale, senza scadere né in demagogia né in facili moralismi risolutori.
Dal Governo Prodi, tenuto in vita artificialmente dai voti dei senatori a vita, alla gestazione del Partito democratico, sino all’avvento di Veltroni e alla sua sconfitta elettorale dello scorso anno, passando dai grandi temi di interesse collettivo: riforma costituzionale, conflitto di interessi, crisi economica.
Come cambiano i sistemi politici di inizio millennio? Come mai l’Italia, nonostante la Prima e la Seconda Repubblica fatica e staccarsi dall’immagine pachidermia di uno stato che non risolve i propri problemi? Il libro, e soprattutto la prefazione, parte dalla definizione di dittatura: «regime di potere assoluto e concentrato in una sola persona nel quale il diritto è sottomesso alla forza. L’esatto contrario dei sistemi democratico-costituzionali, nei quali è la forza che è sottomessa al diritto». Il punto dal quale iniziare a ragionare è il concetto di garanzia e di buonsenso. Un sistema amministrativo e politico che mortifica le istituzioni, secondo Sartori, entra in una strategia che cassa irrimediabilmente le strutture garantistiche. Di pari passo medita sul fatto che la scomparsa del buonsenso prefigura un mondo sempre più popolato da stupidi: «Il buonsenso è tale perché incorpora saggezza». Due concetti che si ergono ad assolute colonne portanti di una società moderna e funzionale, ma che sovente in Italia vengono in quale misura delegittimate.
La rivisitazione degli ultimi trentasei mesi della politica di casa nostra porta l’autore ad individuare due scure sotto le quali il paese affonda: gli imbroglioni di turno che ispirano fiducia, e la sottomissione cronica nei confronti di tre «palle al piede per l’Italia», ovvero la mafia («il Governo non ne parla affatto»), il lassismo amministrativo («nei ministeri si lavora poco») e il diritto disatteso («sciopero endemico nei servizi pubblici»).
Molteplici gli esempi che Sartori evidenzia nelle centosettanta pagine del libro, accomunate da una maggiore esigenza di puro rispetto per le istituzioni e per le regole, ovvero per la Costituzione. Proprio sulle regole sottolinea che se esse sono malfatte non funzionano e creano un paese che non funziona. Se limitano poco e male il potere sono regole che portano all’abuso di potere. Chiaro il riferimento al bilanciamento dei poteri, in ottica di una riforma costituzionale, sulla quale l’autore nonostante abbia una posizione precisa di conservatorismo della Carta, si mostra disponibile al superamento del bicameralismo perfetto garantendo pesi e contrappesi. Ma è su chi deve lavorare per la modifica che si concentra la sua azione di rottura: nel modificare la Costituzione i parlamentari secondo Sartori sono parte in causa e quindi in conflitto di interessi, «perché difendono strenuamente il sistema elettorale che favorisce la loro parte e le strutture di potere che danno loro potere». Quindi propone che la Carta venga riformata da costituzionalisti, così come il codice penale è riformato da penalisti e quello civile da privatisti.
Punto fermo è il non-colore delle costituzioni, dal momento che esse non sono né di destra né di sinistra, «o sono ben fatte o sono malfatte», sottintendendo che verranno giudicate sulla base di criteri di funzionalità. Spazio anche ai timori che nutre, soprattutto riferiti a una «democrazia che uccide la democrazia, la democrazia che si suicida», e ai risvolti economici, «siamo una democrazia in decrescita, caduta nel vortice di uno sviluppo non sostenibile, che distribuisce più di quel che produce». Ce n’è anche per l’attuale legge elettorale, con precise stilettate al suo estensore, «Calderoli ha ragione- dice Sartori- quando definisce la sua legge una porcata, una legge che fa male al paese solo per far male a un concorrente elettorale», e per le mille peripezie del Partito democratico, con il passaggio di consegne Prodi-Veltroni.
Ma è all’interno delle valutazioni sulla tipologia delle dittature moderne che Sartori punzecchia il Governo quando afferma che Berlusconi non è ovviamente un dittatore perché non viola la Costituzione, per poi immediatamente dopo chiedersi: potrebbe diventarlo? «Sì - afferma il politologo insignito tra l’altro del Premio Principe de Asturias, il Nobel delle scienze sociali - le riforme che caldeggia mirano a depotenziare e fagocitare i contropoteri che lo incalzano». Da qui il titolo Il sultanato, riferito a un grande harem, estensore di un potere dispotico, nel quale ovviamente non mancano belle fanciulle, del quale Sartori ha paura al pari del livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato da una maggioranza dei nostri onorevoli: «Altro che bipartitismo compiuto, qui siamo al sultanato, alla peggiore delle corti».
I dittatori di ieri abrogavano la Costituzione, «oggi si infiltrano gradualmente e senza troppo parere nelle istituzioni democratiche preesistenti e le svuotano dall’interno»: la diagnosi è del politologo Giovanni Sartori, editorialista del Corriere della Sera, professore alla Columbia University, e costituisce la prefazione al volume Il Sultanato, che ripercorre gli ultimi tre anni della vita politica italiana con una penna schietta e puntuale, senza scadere né in demagogia né in facili moralismi risolutori.
Dal Governo Prodi, tenuto in vita artificialmente dai voti dei senatori a vita, alla gestazione del Partito democratico, sino all’avvento di Veltroni e alla sua sconfitta elettorale dello scorso anno, passando dai grandi temi di interesse collettivo: riforma costituzionale, conflitto di interessi, crisi economica.
Come cambiano i sistemi politici di inizio millennio? Come mai l’Italia, nonostante la Prima e la Seconda Repubblica fatica e staccarsi dall’immagine pachidermia di uno stato che non risolve i propri problemi? Il libro, e soprattutto la prefazione, parte dalla definizione di dittatura: «regime di potere assoluto e concentrato in una sola persona nel quale il diritto è sottomesso alla forza. L’esatto contrario dei sistemi democratico-costituzionali, nei quali è la forza che è sottomessa al diritto». Il punto dal quale iniziare a ragionare è il concetto di garanzia e di buonsenso. Un sistema amministrativo e politico che mortifica le istituzioni, secondo Sartori, entra in una strategia che cassa irrimediabilmente le strutture garantistiche. Di pari passo medita sul fatto che la scomparsa del buonsenso prefigura un mondo sempre più popolato da stupidi: «Il buonsenso è tale perché incorpora saggezza». Due concetti che si ergono ad assolute colonne portanti di una società moderna e funzionale, ma che sovente in Italia vengono in quale misura delegittimate.
La rivisitazione degli ultimi trentasei mesi della politica di casa nostra porta l’autore ad individuare due scure sotto le quali il paese affonda: gli imbroglioni di turno che ispirano fiducia, e la sottomissione cronica nei confronti di tre «palle al piede per l’Italia», ovvero la mafia («il Governo non ne parla affatto»), il lassismo amministrativo («nei ministeri si lavora poco») e il diritto disatteso («sciopero endemico nei servizi pubblici»).
Molteplici gli esempi che Sartori evidenzia nelle centosettanta pagine del libro, accomunate da una maggiore esigenza di puro rispetto per le istituzioni e per le regole, ovvero per la Costituzione. Proprio sulle regole sottolinea che se esse sono malfatte non funzionano e creano un paese che non funziona. Se limitano poco e male il potere sono regole che portano all’abuso di potere. Chiaro il riferimento al bilanciamento dei poteri, in ottica di una riforma costituzionale, sulla quale l’autore nonostante abbia una posizione precisa di conservatorismo della Carta, si mostra disponibile al superamento del bicameralismo perfetto garantendo pesi e contrappesi. Ma è su chi deve lavorare per la modifica che si concentra la sua azione di rottura: nel modificare la Costituzione i parlamentari secondo Sartori sono parte in causa e quindi in conflitto di interessi, «perché difendono strenuamente il sistema elettorale che favorisce la loro parte e le strutture di potere che danno loro potere». Quindi propone che la Carta venga riformata da costituzionalisti, così come il codice penale è riformato da penalisti e quello civile da privatisti.
Punto fermo è il non-colore delle costituzioni, dal momento che esse non sono né di destra né di sinistra, «o sono ben fatte o sono malfatte», sottintendendo che verranno giudicate sulla base di criteri di funzionalità. Spazio anche ai timori che nutre, soprattutto riferiti a una «democrazia che uccide la democrazia, la democrazia che si suicida», e ai risvolti economici, «siamo una democrazia in decrescita, caduta nel vortice di uno sviluppo non sostenibile, che distribuisce più di quel che produce». Ce n’è anche per l’attuale legge elettorale, con precise stilettate al suo estensore, «Calderoli ha ragione- dice Sartori- quando definisce la sua legge una porcata, una legge che fa male al paese solo per far male a un concorrente elettorale», e per le mille peripezie del Partito democratico, con il passaggio di consegne Prodi-Veltroni.
Ma è all’interno delle valutazioni sulla tipologia delle dittature moderne che Sartori punzecchia il Governo quando afferma che Berlusconi non è ovviamente un dittatore perché non viola la Costituzione, per poi immediatamente dopo chiedersi: potrebbe diventarlo? «Sì - afferma il politologo insignito tra l’altro del Premio Principe de Asturias, il Nobel delle scienze sociali - le riforme che caldeggia mirano a depotenziare e fagocitare i contropoteri che lo incalzano». Da qui il titolo Il sultanato, riferito a un grande harem, estensore di un potere dispotico, nel quale ovviamente non mancano belle fanciulle, del quale Sartori ha paura al pari del livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato da una maggioranza dei nostri onorevoli: «Altro che bipartitismo compiuto, qui siamo al sultanato, alla peggiore delle corti».
venerdì 24 aprile 2009
ELIO QUERCIOLI E QUEL RIFORMISMO UNITARIO
Da FFwebmagazine del 24/04/09
Non solo un antifascista, ma portatore sano di una laicità vera, e anche un antigolpista, come dimostra l’inserimento del suo nome nella lista dei 700 “enucleandi” da parte dei seguaci del generale De Lorenzo. Elio Quercioli, comunista, riformista e personalità molto incline al dialogo, iniziò l’attività politica poco più che quattordicenne, quando con alcuni compagni di scuola del liceo “Manzoni” iniziò a maneggiare i primi volantini in difesa della pace. Giornalista, sposò Mimma Paulesu nipote di Antonio Gramsci, fu direttore de La Voce Comunista e de L’Unità, si caratterizzò non solo per la spiccata propensione verso i temi dell’informazione e dei media, come dimostrato dall’apporto in sede parlamentare, ma soprattutto per la fitta rete di contatti di amicizie che riuscì a tessere, dagli avversari politici fino a mondi ideologicamente ai suoi antipodi, come banchieri e borghesia milanese.
È grazie alla sua figura che nel capoluogo lombardo venne costruito un legame tra Pci e Psi, utile per governare in Giunte dove si realizzò nei fatti l’unità delle sinistre. L’ex sindaco di Milano Tognoli, del quale fu vice dal 1980 al 1985, lo definì un esponente dell’incontro tra comunisti, socialisti e socialdemocratici, fautore «di un riformismo attento al nuovo ed all’evoluzione in atto, moderno e moderato, gradito al mondo del lavoro e ai ceti medi».
Nacque a Milano il 14 settembre del ’27, in via Solari, nel quartiere operaio dell’Umanitaria, da lui stesso definito «quartiere operaio modello con 230 famiglie, asili collettivi, biblioteca, cooperativa, teatro». Nel ’43 si iscrisse al Pci e a soli 17 anni si ritrovò al comando di un distaccamento Sap della 113a Brigata Garibaldi a Milano, soffrendo anche il carcere a san Vittore per due mesi. Dopo la liberazione si dedicò in toto all’attività politica, sacrificando per questo anche gli studi in medicina. Nella sua carriera ricoprì vari incarichi dirigenziali del Pci, da segretario regionale in Lombardia, all’inizio del ‘60 e dal 1970 al 1976, a membro della Direzione nazionale fino al 1980. In seguito in diversi organismi, fino all'ultimo nella federazione milanese Ds, ovvero presidente del collegio dei garanti.
Una delle sue passioni fu la comunicazione, alla quale dedicò non poche energie, non soltanto come giornalista (fu capocronista del L’Unità a Milano tra il ’60 e il ’70) ma anche come deputato (per quattro legislature), sedendo sulla poltrona di vicepresidente della Commissione parlamentare di vigilanza del sistema radiotelevisivo, risultando promotore di una serie di iniziative a tutela della qualità dell'informazione nel servizio pubblico, e della regolamentazione dell'intero sistema informativo italiano, pubblico e privato. Fu proprio in quegli anni, occupandosi di riforma dell’editoria, che venne individuato come obiettivo dal terrorismo, assieme al compianto Walter Tobagi.
Quercioli fu definito “uomo delle istituzioni”, per questo gli furono affidati prestigiosi incarichi nel campo della cultura e dell'informazione, della presidenza del Consiglio, e come questore della Camera sotto la presidenza Iotti. Inoltre fu membro dell'Anpi, presidente dell'Istituto di storia della Liberazione, consigliere comunale di Milano dal 1960, e vicesindaco dal 1980 al 1985. Riteneva il dialogo e il rispetto nei modi di fare la stella polare dell’azione politica: è così che si spiegano numerosi rapporti di lavoro che si sono in seguito evoluti in amicizia e stima, con personaggi del calibro di Strehler, Abbado, Rizzoli, Sechi.
Nel dicembre del 2008 gli è stata intitolata una fondazione (http://www.fondazioneelioquercioli.net/), che ha l’obiettivo di ergersi a punto di riferimento delle istanze riformiste all’interno di quel grande contenitore che è la sinistra-socialista europea.
È scomparso a Milano il 4 febbraio del 2001, curiosamente nello stesso giorno in cui si è spento un altro antifascista, Iannis Xenakis, compositore, architetto, ingegnere greco naturalizzato francese, che prese parte alla Resistenza durante il secondo conflitto mondiale, prima di trasferirsi a Parigi e iniziare a collaborare con il grande Le Corbusier.
Non solo un antifascista, ma portatore sano di una laicità vera, e anche un antigolpista, come dimostra l’inserimento del suo nome nella lista dei 700 “enucleandi” da parte dei seguaci del generale De Lorenzo. Elio Quercioli, comunista, riformista e personalità molto incline al dialogo, iniziò l’attività politica poco più che quattordicenne, quando con alcuni compagni di scuola del liceo “Manzoni” iniziò a maneggiare i primi volantini in difesa della pace. Giornalista, sposò Mimma Paulesu nipote di Antonio Gramsci, fu direttore de La Voce Comunista e de L’Unità, si caratterizzò non solo per la spiccata propensione verso i temi dell’informazione e dei media, come dimostrato dall’apporto in sede parlamentare, ma soprattutto per la fitta rete di contatti di amicizie che riuscì a tessere, dagli avversari politici fino a mondi ideologicamente ai suoi antipodi, come banchieri e borghesia milanese.
È grazie alla sua figura che nel capoluogo lombardo venne costruito un legame tra Pci e Psi, utile per governare in Giunte dove si realizzò nei fatti l’unità delle sinistre. L’ex sindaco di Milano Tognoli, del quale fu vice dal 1980 al 1985, lo definì un esponente dell’incontro tra comunisti, socialisti e socialdemocratici, fautore «di un riformismo attento al nuovo ed all’evoluzione in atto, moderno e moderato, gradito al mondo del lavoro e ai ceti medi».
Nacque a Milano il 14 settembre del ’27, in via Solari, nel quartiere operaio dell’Umanitaria, da lui stesso definito «quartiere operaio modello con 230 famiglie, asili collettivi, biblioteca, cooperativa, teatro». Nel ’43 si iscrisse al Pci e a soli 17 anni si ritrovò al comando di un distaccamento Sap della 113a Brigata Garibaldi a Milano, soffrendo anche il carcere a san Vittore per due mesi. Dopo la liberazione si dedicò in toto all’attività politica, sacrificando per questo anche gli studi in medicina. Nella sua carriera ricoprì vari incarichi dirigenziali del Pci, da segretario regionale in Lombardia, all’inizio del ‘60 e dal 1970 al 1976, a membro della Direzione nazionale fino al 1980. In seguito in diversi organismi, fino all'ultimo nella federazione milanese Ds, ovvero presidente del collegio dei garanti.
Una delle sue passioni fu la comunicazione, alla quale dedicò non poche energie, non soltanto come giornalista (fu capocronista del L’Unità a Milano tra il ’60 e il ’70) ma anche come deputato (per quattro legislature), sedendo sulla poltrona di vicepresidente della Commissione parlamentare di vigilanza del sistema radiotelevisivo, risultando promotore di una serie di iniziative a tutela della qualità dell'informazione nel servizio pubblico, e della regolamentazione dell'intero sistema informativo italiano, pubblico e privato. Fu proprio in quegli anni, occupandosi di riforma dell’editoria, che venne individuato come obiettivo dal terrorismo, assieme al compianto Walter Tobagi.
Quercioli fu definito “uomo delle istituzioni”, per questo gli furono affidati prestigiosi incarichi nel campo della cultura e dell'informazione, della presidenza del Consiglio, e come questore della Camera sotto la presidenza Iotti. Inoltre fu membro dell'Anpi, presidente dell'Istituto di storia della Liberazione, consigliere comunale di Milano dal 1960, e vicesindaco dal 1980 al 1985. Riteneva il dialogo e il rispetto nei modi di fare la stella polare dell’azione politica: è così che si spiegano numerosi rapporti di lavoro che si sono in seguito evoluti in amicizia e stima, con personaggi del calibro di Strehler, Abbado, Rizzoli, Sechi.
Nel dicembre del 2008 gli è stata intitolata una fondazione (http://www.fondazioneelioquercioli.net/), che ha l’obiettivo di ergersi a punto di riferimento delle istanze riformiste all’interno di quel grande contenitore che è la sinistra-socialista europea.
È scomparso a Milano il 4 febbraio del 2001, curiosamente nello stesso giorno in cui si è spento un altro antifascista, Iannis Xenakis, compositore, architetto, ingegnere greco naturalizzato francese, che prese parte alla Resistenza durante il secondo conflitto mondiale, prima di trasferirsi a Parigi e iniziare a collaborare con il grande Le Corbusier.
giovedì 23 aprile 2009
SE IL KEBAB E LA PIADINA DISTURBANO LA QUIETE NOTTURNA

da FFwebmagazine del 23/04/09
Ha un senso oggi perseguire l’ordine delle caserme, imposto contro la libertà dei singoli? O forse sarebbe meglio ragionare su un ordine diverso, più intimo, quello racchiuso nell’anima di una società coesa? I principi vanno imposti o fatti valutare e in seguito liberamente acquisire?
Tre giorni fa il consiglio regionale lombardo su input della Lega ha approvato una legge che impone ai locali take-away (kebaberie, pizzerie, gelateria e piadinerie) di chiudere un’ora dopo la mezzanotte, punendo con una multa chi consumerà suddetti cibi sui marciapiedi all’esterno. Il provvedimento, nelle intenzioni, vorrebbe tutelare la quiete pubblica e il rispetto dell’intera cittadinanza. Un’altra legge, nel paese delle infinite leggi, per ricordarci che è nostro dovere non fare baccano di notte stringendo un kebab in mano? La questione è quantomeno singolare: già l’art. 659 del codice penale punisce “il disturbo del riposo e della occupazione delle persone”, con riferimento a rumori provocati nell’espletamento della propria attività. Beh, forse questo articolo del codice penale sarà sembrato a qualcuno incompleto, o meritevole di un ulteriore provvedimento così restrittivo contro una seria minaccia alla quiete pubblica delle città lombarde: la fame notturna.
Lungi da noi voler filosofeggiare su kebab e affini, ma fa sorridere vedere un’assise regionale di queste proporzioni, tra mille problemi legati alla crisi economica, ai provvedimenti sugli ammortizzatori sociali tanto per citare due esempi, impegnata in una questione di gusti e di libertà alimentari. A chi non è mai capitato di avvertire un languorino a tarda sera, magari dopo un bel film al cinema o dopo uno spettacolo teatrale? A chi questi luoghi e questi sapori, tanto semplici quanto speziati, non rammentano piacevoli e indimenticate vacanze mediterranee? Niente di tutto questo, pare dire la nuova legge regionale: ai cittadini lombardi toccherà consumare determinati cibi entro determinati orari, come si faceva durante il servizio di leva. E che nessuno provi a fiatare.
È un brutto sogno? O ci stiamo trasformando in uno di quei paesi a basso quoziente democratico dove i cittadini sono rappresentati come birilli perfettamente in ordine e vestiti tutti allo stesso modo, pronti a recitare “signorsì”? Viene in mente una canzone di Edoardo Bennato: «In fila per tre, marciate tutti con me e ricordatevi i libri di storia, noi siamo i buoni e perciò abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria», dove sprovveduti bambini “bravi e che non piangono mai” sono issati a esempio civile per altri che forse manifestano piccole perplessità. Ma che bel modo di educare i cittadini. Che edificante spirito di gruppo proprio da paese civile e moderno, come amiamo definirci in occasione dei grandi appuntamenti pubblici.
Parafrasando don Chisciotte della Mancia verrebbe da dire che «la libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini», mentre Bettino Craxi più recentemente disse: «La mia libertà equivale alla mia vita». Ma non sarebbe il caso di scomodare illustri nomi se non si avvertisse nell’aria una sorta di richiamo all’ordine, concretizzato in un fischietto o in un corno da caccia che vuol chiamare a raccolta la gente per dare direttive e impartire comandi. Curioso che la legge in questione sia stata promulgata a pochi giorni dalla festa della Liberazione del 25 aprile, ma forse tanto curioso non è, se si riflette sulla mano che l’ha scritta e firmata. Ma tant’è.
Insomma, gente lombarda, adolescenti, universitari, impiegati, semplici cittadini: se per caso a fine serata foste colti da un raptus improvviso di fame notturna (pericolosa patologia, al momento all’esame di un pool di ricercatori padani) e decideste di lasciarvi andare a una delle consumazioni di quelle citate sopra, rammentate che “quei” deliziosi cibi potrebbero costarvi caro, magari quanto un tartufo bianco da un chilo.
La soluzione? Bennato nella coda della sua canzone dice: «E se proprio non trovi niente da fare, non fare la vittima se ti devi sacrificare, perché in nome del progresso della nazione, in fondo in fondo puoi sempre emigrare». Siete pronti a varcare i confini regionali per dare sollievo ai vostri stomaci?
giovedì 16 aprile 2009
PER AIUTARE I TERREMOTATI NIENTE TAGLI AL VOLONTARIATO
Da FFwebmagazine del 15/04/09
Si discute ancora sulla destinazione del cinque per mille delle associazioni di volontariato a sostegno delle vittime del terremoto in Abruzzo. Mentre il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dichiara che «non si toglie nulla al volontariato» ma «si dà in più, una causale in più e soldi in più: quindi non soldi in meno al volontariato, ma soldi in più per il terremoto» e sottolinea che quel contributo non è un «fatto quantitativo ma simbolico», perché questo non è lo «strumento per aiutare a ricostruire», il mondo politico intanto si è mobilitato esprimendo un dissenso bipartisan sulle voci di un possibile utilizzo del cinque per mille per la ricostruzione in Abruzzo. Da destra a sinistra è arrivata, infatti, una nota congiunta di Maurizio Lupi, Ugo Sposetti, Vannino Chiti e Maurizio Gasparri, primi quattro firmatari della proposta di legge sul 5 per mille alla Camera e al Senato. E il dissenso, naturalmente, arriva dai diretti interessati, gli operatori dell’associazionismo, una realtà che non sempre ha vita facile dal punto di vista dei fondi. Il cinque per mille, infatti, aiuta le organizzazioni di volontariato e le onlus a sopravvivere e a sostenere le proprie attività. Privarle di quei soldi sarebbe come fare una guerra tra poveri. Per il Coordinamento dei Centri di volontariato non si può far pagare la ricostruzione ai poveri, e lo stesso Andrea Olivero, portavoce del Forum del Terzo Settore, in questo modo si eliminerebbe anche il principio di sussidiarietà in base al quale spetta al cittadino, e solo a questi, stabilire quale organizzazione della società civile sostenere. D’altronde, le associazioni del Terzo Settore, dalle quali si vorrebbe decurtare il cinque per mille a loro riservato ad appannaggio dei terremotati d’Abruzzo, sono le stesse che in questi dieci giorni di emergenza umanitaria hanno prestato efficacemente la propria opera in quelle zone: in base a quale criterio creare un corto circuito di queste dimensioni, anziché prevedere soluzioni alternative? Con quale utilità innescare un inutile meccanismo, non tanto di risentimento quanto di sorpresa, per dare vita a un provvedimento che potrebbe non contribuire alla soluzione del problema ma, se possibile, determinarne un altro?Forse non saranno molti quei 360 milioni di euro, del fondo globale del cinque per mille iscritto a bilancio, a fronte dei dodici miliardi paventati dal Viminale per la ricostruzione, ma si tratta pur sempre di risorse con le quali le numerosissime associazioni di volontariato garantiscono un sostegno vero a una serie sterminata di realtà del territorio che necessitano costantemente di aiuto.Al momento le istanze di aiuto vertono sul contributo in danaro della Cei, sulle uova di Pasqua papali, sui viveri della Caritas, sulle collette nelle parrocchie, sulle migliaia di donazioni effettuate via sms o tramite i conti correnti predisposti da diversi soggetti, come squadre di calcio e singoli individui. Tutte lodevoli, ma ovviamente tutte migliorabili dal punto di vista sostanziale, certo non attingendo da chi proprio non è in condizione di fare di più.Per non parlare dei dubbi sull’efficacia del provvedimento, se si pensa che il terzo settore attende ancora oggi i contributi relativi al 2007. Procedere al prelievo del cinque per mille per il terremoto sarebbe significato, secondo Olivero, che le risorse destinate in queste ore sarebbero giunte nelle zone del terremoto dopo due anni, portando con sé l’interrogativo su quale senso potrebbe avere un simile modus operandi in chiave di politiche ricostruttive.
Più consona, in termini di logica attuativa e di benefici reali, l’iniziativa del presidente del Senato Schifani, grazie alla quale ogni senatore devolverà mille euro, attingendoli direttamente dalle singole indennità: un modus operandi che, perché no, si potrebbe applicare da subito anche ad altre figure, come ai sindaci dei grandi comuni d’Italia coinvolgendo l’Anci, ai consiglieri e governatori regionali, agli alti magistrati e presidenti di corte dei Conti, di Cassazione, Csm.
Un esempio certamente edificante e di notevole spessore istituzionale e umanitario, in virtù del fatto che sono proprio le alte rappresentanze di un paese che hanno l’obbligo morale di scendere in prima linea, per offrirsi come “scudo dinanzi al fuoco nemico”, per usare un eufemismo vecchio nel tempo, sostenendo in questo modo, grazie al proprio status di privilegiati, chi versa in difficoltà e non richiedere un ulteriore sacrificio a chi, già ogni giorno, quella prima linea l’ha fatta propria, senza soste pasquali, natalizie, o estive.
Si discute ancora sulla destinazione del cinque per mille delle associazioni di volontariato a sostegno delle vittime del terremoto in Abruzzo. Mentre il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dichiara che «non si toglie nulla al volontariato» ma «si dà in più, una causale in più e soldi in più: quindi non soldi in meno al volontariato, ma soldi in più per il terremoto» e sottolinea che quel contributo non è un «fatto quantitativo ma simbolico», perché questo non è lo «strumento per aiutare a ricostruire», il mondo politico intanto si è mobilitato esprimendo un dissenso bipartisan sulle voci di un possibile utilizzo del cinque per mille per la ricostruzione in Abruzzo. Da destra a sinistra è arrivata, infatti, una nota congiunta di Maurizio Lupi, Ugo Sposetti, Vannino Chiti e Maurizio Gasparri, primi quattro firmatari della proposta di legge sul 5 per mille alla Camera e al Senato. E il dissenso, naturalmente, arriva dai diretti interessati, gli operatori dell’associazionismo, una realtà che non sempre ha vita facile dal punto di vista dei fondi. Il cinque per mille, infatti, aiuta le organizzazioni di volontariato e le onlus a sopravvivere e a sostenere le proprie attività. Privarle di quei soldi sarebbe come fare una guerra tra poveri. Per il Coordinamento dei Centri di volontariato non si può far pagare la ricostruzione ai poveri, e lo stesso Andrea Olivero, portavoce del Forum del Terzo Settore, in questo modo si eliminerebbe anche il principio di sussidiarietà in base al quale spetta al cittadino, e solo a questi, stabilire quale organizzazione della società civile sostenere. D’altronde, le associazioni del Terzo Settore, dalle quali si vorrebbe decurtare il cinque per mille a loro riservato ad appannaggio dei terremotati d’Abruzzo, sono le stesse che in questi dieci giorni di emergenza umanitaria hanno prestato efficacemente la propria opera in quelle zone: in base a quale criterio creare un corto circuito di queste dimensioni, anziché prevedere soluzioni alternative? Con quale utilità innescare un inutile meccanismo, non tanto di risentimento quanto di sorpresa, per dare vita a un provvedimento che potrebbe non contribuire alla soluzione del problema ma, se possibile, determinarne un altro?Forse non saranno molti quei 360 milioni di euro, del fondo globale del cinque per mille iscritto a bilancio, a fronte dei dodici miliardi paventati dal Viminale per la ricostruzione, ma si tratta pur sempre di risorse con le quali le numerosissime associazioni di volontariato garantiscono un sostegno vero a una serie sterminata di realtà del territorio che necessitano costantemente di aiuto.Al momento le istanze di aiuto vertono sul contributo in danaro della Cei, sulle uova di Pasqua papali, sui viveri della Caritas, sulle collette nelle parrocchie, sulle migliaia di donazioni effettuate via sms o tramite i conti correnti predisposti da diversi soggetti, come squadre di calcio e singoli individui. Tutte lodevoli, ma ovviamente tutte migliorabili dal punto di vista sostanziale, certo non attingendo da chi proprio non è in condizione di fare di più.Per non parlare dei dubbi sull’efficacia del provvedimento, se si pensa che il terzo settore attende ancora oggi i contributi relativi al 2007. Procedere al prelievo del cinque per mille per il terremoto sarebbe significato, secondo Olivero, che le risorse destinate in queste ore sarebbero giunte nelle zone del terremoto dopo due anni, portando con sé l’interrogativo su quale senso potrebbe avere un simile modus operandi in chiave di politiche ricostruttive.
Più consona, in termini di logica attuativa e di benefici reali, l’iniziativa del presidente del Senato Schifani, grazie alla quale ogni senatore devolverà mille euro, attingendoli direttamente dalle singole indennità: un modus operandi che, perché no, si potrebbe applicare da subito anche ad altre figure, come ai sindaci dei grandi comuni d’Italia coinvolgendo l’Anci, ai consiglieri e governatori regionali, agli alti magistrati e presidenti di corte dei Conti, di Cassazione, Csm.
Un esempio certamente edificante e di notevole spessore istituzionale e umanitario, in virtù del fatto che sono proprio le alte rappresentanze di un paese che hanno l’obbligo morale di scendere in prima linea, per offrirsi come “scudo dinanzi al fuoco nemico”, per usare un eufemismo vecchio nel tempo, sostenendo in questo modo, grazie al proprio status di privilegiati, chi versa in difficoltà e non richiedere un ulteriore sacrificio a chi, già ogni giorno, quella prima linea l’ha fatta propria, senza soste pasquali, natalizie, o estive.
Oriente e Occidente, un dialogo sulle onde del Mediterraneo
Da FFwebmagazine del 14/04/09
Un’impresa vecchia 922 anni, quando un manipolo di marinai attraversò il mar Ionio e l’Egeo, fino ad arrivare in Turchia, a Myra, e trafugò le reliquie di un Santo, divenuto poi patrono della città. Il viaggio dei sessantadue marinai baresi, (prima tappa l’isola di Zante fino a Myra) per 1700 miglia, viene riproposto oggi con una goletta, e non si tratta di una semplice scampagnata. Non solo rivisitazione storica del “passaggio” di San Nicola nel capoluogo pugliese, non solo una traversata che durerà un mese con risvolti religiosi e istituzionali, ma un’occasione interessante per riflettere a mente lucida sul Mediterraneo e sull’integrazione culturale dei paesi che si affacciano sulle coste del mare nostrum, condividendone aspirazioni, peculiarità, paure e, perché no, sogni.
Se oggi l’attualità impone un focus sull’apertura del presidente Obama all’ingresso della Turchia nell’Ue, al dibattito non potranno certamente nuocere considerazioni e iniziative figlie di una volontà ferma di integrazione e condivisione. Il rapporto dell’Italia, e in modo particolare delle regioni meridionali, con l’Oriente è lontano nel tempo: greci, saraceni e turchi hanno toccato i nostri porti in più occasioni (spesso anche costruendone di nuovi, a volte distruggendoli), producendo nei secoli una miscellanea di suoni, sapori, pagine di libri, colori.
Quella Puglia, porta ad Oriente, incrocio di culture, ha in questo senso rappresentato una frontiera non soltanto geografica, ma anche artistica, sociale, religiosa. La presenza contemporanea nel capoluogo pugliese di un luogo di culto unico nel suo genere che al suo interno racchiude e unisce in preghiera cristiani e ortodossi, la Basilica di San Nicola, non può che essere letto come indice di armonizzazione fra credi e società differenti. A ciò si aggiunga il dato che poco più di un mese fa il Governo italiano ha inteso restituire a quello di Mosca la Chiesa Russa di Bari, gioiello di fede ortodossa, realizzando in questo modo un evento di portata storica.
È alla luce di iniziative come quella della rivisitazione dell’impresa dei marinai baresi che acquista ancor più rilevanza una spinta modernizzatrice della democrazia turca, passaggio fondamentale ai fini dell’ingresso nella famiglia europea, che l’esecutivo ha l’obbligo, a questo punto morale, di attuare concretamente e in tempi rapidi.
L’apertura del presidente Obama, non condivisa tra gli altri da Sarkozy e Merkel, è un gesto significativo che dovrà necessariamente essere seguito da precise prese di coscienza da parte di Ankara, pena l’annullamento dei crediti fin qui elargiti. Il riferimento è a rispetto delle minoranze religiose, alla ferma condanna per l'uccisione di don Santoro, a maggiori controlli civili sui militari, al maggior rispetto della libertà d'espressione, passando poi alle note dolenti, ovvero gli impegni circa la smilitarizzazione di Cipro, l’ammissione di fronte alla comunità internazionale dei genocidi curdi ed armeni, elementi ribaditi dal Parlamento europeo nella risoluzione dell’ottobre 2007, con la quale elargiva al Governo di Abdullah Gul “consigli” utili, ma fino a oggi purtroppo inascoltati.
Che l’integrazione, prima ancora che sulla carta, sia nelle menti e di conseguenza nelle iniziative: questo deve essere il filo conduttore di una politica ampia e matura. Urgono confronti, anche intensi, ma senza dubbio produttivi e risolutivi; e poi dibattiti, forum, incroci di idee ed esperienze. Una nuova frontiera della condivisione euromediterranea, ma nel solco del rispetto imprescindibile per il diritto e per la storia.
Un’impresa vecchia 922 anni, quando un manipolo di marinai attraversò il mar Ionio e l’Egeo, fino ad arrivare in Turchia, a Myra, e trafugò le reliquie di un Santo, divenuto poi patrono della città. Il viaggio dei sessantadue marinai baresi, (prima tappa l’isola di Zante fino a Myra) per 1700 miglia, viene riproposto oggi con una goletta, e non si tratta di una semplice scampagnata. Non solo rivisitazione storica del “passaggio” di San Nicola nel capoluogo pugliese, non solo una traversata che durerà un mese con risvolti religiosi e istituzionali, ma un’occasione interessante per riflettere a mente lucida sul Mediterraneo e sull’integrazione culturale dei paesi che si affacciano sulle coste del mare nostrum, condividendone aspirazioni, peculiarità, paure e, perché no, sogni.
Se oggi l’attualità impone un focus sull’apertura del presidente Obama all’ingresso della Turchia nell’Ue, al dibattito non potranno certamente nuocere considerazioni e iniziative figlie di una volontà ferma di integrazione e condivisione. Il rapporto dell’Italia, e in modo particolare delle regioni meridionali, con l’Oriente è lontano nel tempo: greci, saraceni e turchi hanno toccato i nostri porti in più occasioni (spesso anche costruendone di nuovi, a volte distruggendoli), producendo nei secoli una miscellanea di suoni, sapori, pagine di libri, colori.
Quella Puglia, porta ad Oriente, incrocio di culture, ha in questo senso rappresentato una frontiera non soltanto geografica, ma anche artistica, sociale, religiosa. La presenza contemporanea nel capoluogo pugliese di un luogo di culto unico nel suo genere che al suo interno racchiude e unisce in preghiera cristiani e ortodossi, la Basilica di San Nicola, non può che essere letto come indice di armonizzazione fra credi e società differenti. A ciò si aggiunga il dato che poco più di un mese fa il Governo italiano ha inteso restituire a quello di Mosca la Chiesa Russa di Bari, gioiello di fede ortodossa, realizzando in questo modo un evento di portata storica.
È alla luce di iniziative come quella della rivisitazione dell’impresa dei marinai baresi che acquista ancor più rilevanza una spinta modernizzatrice della democrazia turca, passaggio fondamentale ai fini dell’ingresso nella famiglia europea, che l’esecutivo ha l’obbligo, a questo punto morale, di attuare concretamente e in tempi rapidi.
L’apertura del presidente Obama, non condivisa tra gli altri da Sarkozy e Merkel, è un gesto significativo che dovrà necessariamente essere seguito da precise prese di coscienza da parte di Ankara, pena l’annullamento dei crediti fin qui elargiti. Il riferimento è a rispetto delle minoranze religiose, alla ferma condanna per l'uccisione di don Santoro, a maggiori controlli civili sui militari, al maggior rispetto della libertà d'espressione, passando poi alle note dolenti, ovvero gli impegni circa la smilitarizzazione di Cipro, l’ammissione di fronte alla comunità internazionale dei genocidi curdi ed armeni, elementi ribaditi dal Parlamento europeo nella risoluzione dell’ottobre 2007, con la quale elargiva al Governo di Abdullah Gul “consigli” utili, ma fino a oggi purtroppo inascoltati.
Che l’integrazione, prima ancora che sulla carta, sia nelle menti e di conseguenza nelle iniziative: questo deve essere il filo conduttore di una politica ampia e matura. Urgono confronti, anche intensi, ma senza dubbio produttivi e risolutivi; e poi dibattiti, forum, incroci di idee ed esperienze. Una nuova frontiera della condivisione euromediterranea, ma nel solco del rispetto imprescindibile per il diritto e per la storia.
NON CI SONO PIU'ATTENUANTI. DI NESSUN GENERE
Da FFwebmagazine del 10/04/09
No, questa volta non sarà sufficiente condividere semplicemente le parole del Capo dello Stato, farle proprie, inserirle nell’elenco delle cose da tenere a mente. Eh sì, perché dopo il lutto, dopo la tragedia, dopo la commozione nazionale, il passo successivo non può che essere la presa d’atto che qualcosa vada cambiato. E alla svelta.
La responsabilità civile e politica che si è creata attorno al dramma, con toni pacati, ragionevoli e quasi surreali per la politica di casa nostra, è meritevole certamente di attenzione e di apprezzamento. Abbiamo visto leader che, su fronti opposti, mantenevano toni sommessi, cordiali, funzionali alla risoluzione del problema, sforzandosi, ognuno per la sua parte, di dare un contributo oggettivamente valido.
Ma da domani questo modus operandi sia la strada da seguire, la cartina di tornasole nella quale identificarsi, e non un evento comportamentale sporadico ed estemporaneo. Il perché è presto detto.
Le parole di Giorgio Napolitano, «nessuno è senza colpa. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano», dovranno essere scolpite a caratteri cubitali nelle agende degli esponenti politici italiani, anche in considerazione del fatto che, oggi, per mille ragioni, non vi sono più scusanti. Le regole, quelle che ci sono, andranno rispettate e fatte rispettare. Quelle che non ci sono, andranno scritte.
La Prima Repubblica è il passato che non ritornerà, al pari delle circostanze di estrema ingovernabilità che l’Italia ha patito negli ultimi quarant’anni. Grazie a una maggioranza evidente, il rischio di instabilità parlamentare è scongiurato una volta per tutte. Tale rischio è quello che non ha consentito risposte concrete, soluzioni alle richieste di un paese stanco e acciaccato, proposte alternative, spinte dettate dall’entusiasmo e dalla voglia di migliorare. Per tutte queste ragioni, chi non vorrà proseguire sulla strada del dialogo, del reperimento di soluzioni non partitiche ma spartanamente utili, del confronto solidale su problemi veri (e non su polemiche sterili buone esclusivamente per i salotti televisivi), sarà cerchiato di rosso e messo alla berlina. Perché non è più il tempo della battaglie ideologiche, del muro contro muro, delle contrapposizioni infinite delle quali i cittadini hanno piene le scatole. Il Paese chiede altro e gioisce quando avverte che le istituzioni lavorano fianco e fianco per dare risposte e sanare problemi.
Che belle le immagini dei ragazzi della Protezione civile e dei Vigili del fuoco intenti a compiere il proprio dovere, o del premier presente in Abruzzo tutti i giorni, o del presidente della Camera quando consumerà lì il pranzo pasquale. Ecco la risposta di uno Stato vero, ecco perché da domani sulle istituzioni deve calare un clima nuovo, responsabile e maturo. Insomma, una ventata di civiltà politica, semplicemente perché adesso non vi sono più attenuanti. Di nessun genere.
No, questa volta non sarà sufficiente condividere semplicemente le parole del Capo dello Stato, farle proprie, inserirle nell’elenco delle cose da tenere a mente. Eh sì, perché dopo il lutto, dopo la tragedia, dopo la commozione nazionale, il passo successivo non può che essere la presa d’atto che qualcosa vada cambiato. E alla svelta.
La responsabilità civile e politica che si è creata attorno al dramma, con toni pacati, ragionevoli e quasi surreali per la politica di casa nostra, è meritevole certamente di attenzione e di apprezzamento. Abbiamo visto leader che, su fronti opposti, mantenevano toni sommessi, cordiali, funzionali alla risoluzione del problema, sforzandosi, ognuno per la sua parte, di dare un contributo oggettivamente valido.
Ma da domani questo modus operandi sia la strada da seguire, la cartina di tornasole nella quale identificarsi, e non un evento comportamentale sporadico ed estemporaneo. Il perché è presto detto.
Le parole di Giorgio Napolitano, «nessuno è senza colpa. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evitare che questi fatti si ripetano», dovranno essere scolpite a caratteri cubitali nelle agende degli esponenti politici italiani, anche in considerazione del fatto che, oggi, per mille ragioni, non vi sono più scusanti. Le regole, quelle che ci sono, andranno rispettate e fatte rispettare. Quelle che non ci sono, andranno scritte.
La Prima Repubblica è il passato che non ritornerà, al pari delle circostanze di estrema ingovernabilità che l’Italia ha patito negli ultimi quarant’anni. Grazie a una maggioranza evidente, il rischio di instabilità parlamentare è scongiurato una volta per tutte. Tale rischio è quello che non ha consentito risposte concrete, soluzioni alle richieste di un paese stanco e acciaccato, proposte alternative, spinte dettate dall’entusiasmo e dalla voglia di migliorare. Per tutte queste ragioni, chi non vorrà proseguire sulla strada del dialogo, del reperimento di soluzioni non partitiche ma spartanamente utili, del confronto solidale su problemi veri (e non su polemiche sterili buone esclusivamente per i salotti televisivi), sarà cerchiato di rosso e messo alla berlina. Perché non è più il tempo della battaglie ideologiche, del muro contro muro, delle contrapposizioni infinite delle quali i cittadini hanno piene le scatole. Il Paese chiede altro e gioisce quando avverte che le istituzioni lavorano fianco e fianco per dare risposte e sanare problemi.
Che belle le immagini dei ragazzi della Protezione civile e dei Vigili del fuoco intenti a compiere il proprio dovere, o del premier presente in Abruzzo tutti i giorni, o del presidente della Camera quando consumerà lì il pranzo pasquale. Ecco la risposta di uno Stato vero, ecco perché da domani sulle istituzioni deve calare un clima nuovo, responsabile e maturo. Insomma, una ventata di civiltà politica, semplicemente perché adesso non vi sono più attenuanti. Di nessun genere.
martedì 7 aprile 2009
Sicurezza, se lo Stato si delegittima da solo

Da FFwebmagazine del 08/04/2009
Quale sicurezza è lecito attendersi da uno Stato moderno? Chi provvede all’incolumità dei cittadini? Uno stato di diritto è quello che prevede la preminenza del concetto di diritto: ovvero, l’azione dello Stato è sempre attuata sulla base delle leggi vigenti. Lo Stato garantisce incolumità e sicurezza attraverso le forze dell’ordine. Ma affidare ad altri soggetti la sicurezza dei cittadini, riducendo ad esempio i fondi alla Polizia di Stato, non provocherebbe una situazione antistatale? Non si compierebbe in questo modo una delegittimazione dello Stato, incitando ad una sorta di rispetto fai da te?
Interrogativi legittimi, resi ancor più tali dal fatto che in questi giorni alla Camera è in discussione il ddl 2180 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, approvato lo scorso 5 febbraio dal Senato, con il tanto contestato provvedimento circa le ronde. «Ogni politica riduttiva è da considerare incompatibile con le esigenze del paese- afferma Cristiano Leggeri, segretario generale Ugl Polizia di Stato- così si crea paura tra i cittadini. Attendiamo di conoscere se il Governo intenda aumentare le risorse destinate alla sicurezza, sia essa pubblica o urbana: certamente non lo si fa diminuendo gli stanziamenti ad appannaggio delle forze dell’ordine. Al di là di comprendere se vi siano o meno i tagli, presumibili o reali, noi diciamo che comunque in prospettiva non si vedono investimenti per il futuro».
Per il momento la legge 133/2008 prevede tagli consistenti alla polizia. La riduzione netta, gli fa eco Giuseppe Tiani del Siap, è di 250 milioni per il 2009, 270 milioni per il 2010 e 480 milioni per il 2011. Se da un lato quest’anno si avranno 7,7 miliardi di euro di dotazione finanziaria, lo scorso anno ne avevano 7,1. Sembrerebbe che ci sia un aumento di 600 milioni, invece questi ultimi sono gli oneri stipendiali derivanti dal nuovo contratto firmato dal governo Prodi nel 2007. Sul versante dell’accoglienza degli immigrati la situazione non è certo migliore: meno 44 milioni nel 2009, meno 51 milioni nel 2010, meno 88 milioni nel 2011. In tutto meno 170 milioni in tre anni solo per la lotta all’immigrazione clandestina ed accoglienza di immigrati.
Il ragionamento verte sul dato che in un momento di profonda crisi economica, caratterizzato già da tagli orizzontali in molteplici ambiti, tra i quali la sicurezza, aggravarne gli echi attraverso un fondo apposito per le ronde, non pare la soluzione migliore per due ragioni, una di merito e una di metodo. Innanzitutto il concetto stesso dell’affiancamento di un privato cittadino a personale delle forze dell’ordine, formato e preparato di professione, appare come una deminutio, dal momento che si pone in antitesi con il ruolo di Stato-Istituzione. Destinare risorse finanziarie a enti e associazioni che garantiscano la sicurezza, distraendole da capitoli di spesa come le missioni, le trasferte, gli straordinari, gli armamenti (solo per citare alcuni casi) delle forze di Polizia, non è la soluzione migliore né quella che rispetta tutte le parti in causa. Si tratta di una scelta che mortifica aspirazioni da un lato, e soprattutto non incentiva, dall’altro, la strutturazione di quel senso delle istituzioni che avrebbe bisogno di un supporto maggiore. Quando si fa presente agli agenti che devono risparmiare sul riscaldamento o sulla pulizia degli uffici, non si tiene in debita considerazione che vi sono tematiche per le quali l’esigenza principale non è il risparmio di fondi, ma il raggiungimento di ben altri obiettivi, in questo caso legati alla prevenzione del crimine ed alla sicurezza della collettività.
Cosa dovremo aspettarci da domani? Volanti che per risparmiare carburante eviteranno di fare un giro di ispezione in più? Pattuglie che per terminare il proprio turno senza un aggravio di costi di straordinario, concluderanno in anticipo un appostamento? Preservare e garantire (dal punto di vista dei servizi e degli strumenti) invece la regolare iniziativa di Polizia e Carabinieri significherebbe legittimare lo Stato nelle sue funzioni naturali, e non procedere al contrario, in una visione a ritroso del problema, cercando soluzioni alternative che alternative non sono, ma deleterie e controproducenti.
Prima le esigenze, poi le emergenze, sloganeggiano dall’Ugl: e come dar loro torto?
Nitti e De Gasperi: quando si pensava al bene comune
Da FFwebmagazine del 07/04/2009
«La competenza vale più della tessera di un partito». Sta in questa massima di Alcide De Gasperi il senso dell’interpretazione sui mali della politica di oggi, secondo Sergio Zoppi che, presentando all’istituto Sturzo il suo ultimo volume Una nuova classe dirigente, non manca di attualizzare la questione in chiave meritocratica.
Punto di partenza è quella spinta propulsiva meridionalista di due pensatori del Novecento, appunto De Gasperi e Francesco Saverio Nitti, autori di una serie di valutazioni sulle difficoltà del Meridione di affrontare evoluzioni e prospettive. Come quando Nitti evidenzia che «la questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale», dove per morale si intende una profonda coscienza. Ecco il primo spunto: una coscienza che sia critica propositiva ma soprattutto onesta e non preda di interessi particolari.
Ancora Nitti, in uno dei numerosi passaggi custoditi nel volume, sostiene che «una nazione civile è quella che ha scuole le quali mentre istruiscono, fortificano la intelligenza individuale, moltiplicano l’intelligenza nazionale, formano il carattere, danno la disciplina morale e civile, migliorano tutto l’uomo». Quindi un’istruzione oggettiva che si fonde intimamente con la strutturazione dell’uomo oltre che del professionista, concedendo spazi alla componente caratteriale, imprescindibile per coniugare due elementi.
Il volume comprende anche commenti e proposte di Giuseppe De Rita, Gianfranco Dioguardi, monsignor Domenico Graziani e Giulio Sapelli. Il professor Dioguardi fa risalire le sventure del meridione a una sostanziale carenza nei processi educativi, che avrebbero invece l’obiettivo di allontanarli «dall’anarchia più degradante, dai comportamenti illeciti, dalla più malintesa furbizia». Maggiormente critica la posizione di De Rita: sostiene che l’opera di Nitti dimostra che una volta chi faceva il meridionalista sapeva guardarsi intorno a 180 gradi, «cosa che non siamo riusciti a fare noi continuatori». Una tacita ammissione di responsabilità?Quale soluzione allora prendere in considerazione? Il professor Dioguardi punta sulla formazione, «riconducendo all’umiltà dell’organizzazione pratica le persone illuminate, le iniziative culturali, in modo da coinvolgerle più che mai in una rete virtuosa che sappia suscitare sinergie sufficienti a provocare un’inversione di tendenza», partendo da una riforma della scuola inferiore parallelamente al sistema delle imprese e della pubblica amministrazione.
L’analisi di due personalità eccezionali come De Gasperi e Nitti, che occupano gran parte del libro, sono utili per tratteggiare un quadro storico del nostro paese, al fine di misurare le vicende attuali, calibrando le scelte che si dovranno affrontare oggi. Un libro che parla del passato pensando al presente, nella consapevolezza che la capacità di creare usando la ricerca applicata rappresenta una chiara visione della competenza tecnica più pura. Merito, competenza e professionalità sono- secondo l’editorialista del Sole 24 Ore Stefano Folli, intervenuto assieme al senatore Rutelli, al professor Tullio Gregory e a Gianfranco Dioguardi - termini che appaiono purtroppo sempre di meno nella società di oggi.
Ma è dal rapporto degli amministratori di un secolo fa con lo Stato che si desume l’essenza di queste pagine: un rapporto quasi materno, dove il politico di turno nutriva rispetto e dedizione nei confronti di un altro concetto, il bene comune, che più volte è stato proprio negli ultimi giorni ripreso come punto di riferimento assoluto. Il fatto che Nitti abbia stimolato una generazione di cervelli – definizione di Folli- è ancor più determinante perché impreziosito da una visione osmotica di virtù civiche da un lato, e classe dirigente dall’altro.
Non è sconveniente riflettere sul fatto che all’inizio del Novecento, complici le scommesse industriali di inizio secolo ed una concezione più umana della res publica, la condotta pubblica viaggiava su binari diversi. Lecito chiedersi: perché l’eredità meridionalista di Nitti e De Gasperi si è smarrita? Perché in questo secolo più volte il senso dello Stato è stato calpestato? Perché l’integrità morale stenta a rientrare nella questione meridionale?
Forse l’ottimismo del professor Dioguardi può rappresentare un elemento di incoraggiamento, quando sostiene che la strada che ha portato il Sud ad essere oggi una presenza concreta nell’area mediterranea e balcanica è da leggere come un fattore positivo: «è stata lunga, ma la meta, la nostra Itaca, sembra vicina».
Franceso De Palo
«La competenza vale più della tessera di un partito». Sta in questa massima di Alcide De Gasperi il senso dell’interpretazione sui mali della politica di oggi, secondo Sergio Zoppi che, presentando all’istituto Sturzo il suo ultimo volume Una nuova classe dirigente, non manca di attualizzare la questione in chiave meritocratica.
Punto di partenza è quella spinta propulsiva meridionalista di due pensatori del Novecento, appunto De Gasperi e Francesco Saverio Nitti, autori di una serie di valutazioni sulle difficoltà del Meridione di affrontare evoluzioni e prospettive. Come quando Nitti evidenzia che «la questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale», dove per morale si intende una profonda coscienza. Ecco il primo spunto: una coscienza che sia critica propositiva ma soprattutto onesta e non preda di interessi particolari.
Ancora Nitti, in uno dei numerosi passaggi custoditi nel volume, sostiene che «una nazione civile è quella che ha scuole le quali mentre istruiscono, fortificano la intelligenza individuale, moltiplicano l’intelligenza nazionale, formano il carattere, danno la disciplina morale e civile, migliorano tutto l’uomo». Quindi un’istruzione oggettiva che si fonde intimamente con la strutturazione dell’uomo oltre che del professionista, concedendo spazi alla componente caratteriale, imprescindibile per coniugare due elementi.
Il volume comprende anche commenti e proposte di Giuseppe De Rita, Gianfranco Dioguardi, monsignor Domenico Graziani e Giulio Sapelli. Il professor Dioguardi fa risalire le sventure del meridione a una sostanziale carenza nei processi educativi, che avrebbero invece l’obiettivo di allontanarli «dall’anarchia più degradante, dai comportamenti illeciti, dalla più malintesa furbizia». Maggiormente critica la posizione di De Rita: sostiene che l’opera di Nitti dimostra che una volta chi faceva il meridionalista sapeva guardarsi intorno a 180 gradi, «cosa che non siamo riusciti a fare noi continuatori». Una tacita ammissione di responsabilità?Quale soluzione allora prendere in considerazione? Il professor Dioguardi punta sulla formazione, «riconducendo all’umiltà dell’organizzazione pratica le persone illuminate, le iniziative culturali, in modo da coinvolgerle più che mai in una rete virtuosa che sappia suscitare sinergie sufficienti a provocare un’inversione di tendenza», partendo da una riforma della scuola inferiore parallelamente al sistema delle imprese e della pubblica amministrazione.
L’analisi di due personalità eccezionali come De Gasperi e Nitti, che occupano gran parte del libro, sono utili per tratteggiare un quadro storico del nostro paese, al fine di misurare le vicende attuali, calibrando le scelte che si dovranno affrontare oggi. Un libro che parla del passato pensando al presente, nella consapevolezza che la capacità di creare usando la ricerca applicata rappresenta una chiara visione della competenza tecnica più pura. Merito, competenza e professionalità sono- secondo l’editorialista del Sole 24 Ore Stefano Folli, intervenuto assieme al senatore Rutelli, al professor Tullio Gregory e a Gianfranco Dioguardi - termini che appaiono purtroppo sempre di meno nella società di oggi.
Ma è dal rapporto degli amministratori di un secolo fa con lo Stato che si desume l’essenza di queste pagine: un rapporto quasi materno, dove il politico di turno nutriva rispetto e dedizione nei confronti di un altro concetto, il bene comune, che più volte è stato proprio negli ultimi giorni ripreso come punto di riferimento assoluto. Il fatto che Nitti abbia stimolato una generazione di cervelli – definizione di Folli- è ancor più determinante perché impreziosito da una visione osmotica di virtù civiche da un lato, e classe dirigente dall’altro.
Non è sconveniente riflettere sul fatto che all’inizio del Novecento, complici le scommesse industriali di inizio secolo ed una concezione più umana della res publica, la condotta pubblica viaggiava su binari diversi. Lecito chiedersi: perché l’eredità meridionalista di Nitti e De Gasperi si è smarrita? Perché in questo secolo più volte il senso dello Stato è stato calpestato? Perché l’integrità morale stenta a rientrare nella questione meridionale?
Forse l’ottimismo del professor Dioguardi può rappresentare un elemento di incoraggiamento, quando sostiene che la strada che ha portato il Sud ad essere oggi una presenza concreta nell’area mediterranea e balcanica è da leggere come un fattore positivo: «è stata lunga, ma la meta, la nostra Itaca, sembra vicina».
Franceso De Palo
giovedì 2 aprile 2009
SPERIAMO CHE NON SIA COSI'
Da FFwebmagazine del 01/04/09
Un parto con denuncia? Strana la vita per una clandestina 25enne originaria della Costa d’Avorio, il suo momento di massima gioia di mamma si è trasformato in un giorno di dolore.
I fatti: lo scorso 5 febbraio la donna si presenta all’ospedale “Fatebenefratelli” di Napoli. Sta per dare alla luce un bimbo, ma nello stesso istante dal nosocomio campano qualcuno informa il commissariato di Polizia di Posillipo. Scatta la denuncia, nonostante il decreto sicurezza, che prevedeva inizialmente l’obbligo per i medici di denunciate gli immigrati irregolari, non sia ancora legge. I medici del presidio sanitario però fanno sapere di non aver denunciato nessuno, solo di aver chiesto alla Polizia l’identificazione nel momento della dichiarazione di nascita, dato che la donna non era in possesso di documenti regolari.
Speriamo che non sia così: speriamo che nessun medico si sia lasciato tentare dall’appannare il giuramento di Ippocrate, eludendo l’obbligo di riservatezza del proprio paziente. Speriamo che non sia questo il primo caso, di cui un gruppo di parlamentari qualche tempo fa paventava il rischio. Speriamo che nessun immigrato in futuro debba avere timore nel richiedere cure, e soprattutto nel dare alla luce una nuova vita in questo Paese.
Prima le associazioni sindacali dei medici, poi l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere, in seguito un gruppo di deputati del Pdl, circa un terzo dell’intera assise: nei giorni scorsi tutti con il dito alzato, avevano chiesto al Governo di fermarsi e riflettere con serenità su quel decreto che concerne non solo la sicurezza, ma anche la dignità degli immigrati stessi. I medici sanano malattie e curano persone, non si occupano di operazioni di spionaggio e segnalazioni. Alterare questo stato di cose non aiuta né la convivenza né la sicurezza stessa di immigrati e cittadini.
Il dato sul quale riflettere è che nel nostro Paese, da questo momento in poi, saranno sempre più numerosi i nuclei familiari composti da cittadini di colore, figli e fratelli di quell’integrazione che è parte integrante non solo della storia delle civiltà, ma soprattutto della nostra storia di italiani emigranti, come ha ricordato il Presidente della Camera nel suo discorso alla Fiera di Roma.
Alla luce di ciò dunque sarebbe saggio concentrarsi su norme che sollecitino la convivenza, non che la impediscano o, fatto ancor meno utile, la rendano pericolosa e spiacevole.
Chissà cosa penserà tra qualche anno il bimbo nato in quell’ospedale campano, l’auspicio è che non debba ricordare con vergogna i suoi primi giorni di vita.
Un parto con denuncia? Strana la vita per una clandestina 25enne originaria della Costa d’Avorio, il suo momento di massima gioia di mamma si è trasformato in un giorno di dolore.
I fatti: lo scorso 5 febbraio la donna si presenta all’ospedale “Fatebenefratelli” di Napoli. Sta per dare alla luce un bimbo, ma nello stesso istante dal nosocomio campano qualcuno informa il commissariato di Polizia di Posillipo. Scatta la denuncia, nonostante il decreto sicurezza, che prevedeva inizialmente l’obbligo per i medici di denunciate gli immigrati irregolari, non sia ancora legge. I medici del presidio sanitario però fanno sapere di non aver denunciato nessuno, solo di aver chiesto alla Polizia l’identificazione nel momento della dichiarazione di nascita, dato che la donna non era in possesso di documenti regolari.
Speriamo che non sia così: speriamo che nessun medico si sia lasciato tentare dall’appannare il giuramento di Ippocrate, eludendo l’obbligo di riservatezza del proprio paziente. Speriamo che non sia questo il primo caso, di cui un gruppo di parlamentari qualche tempo fa paventava il rischio. Speriamo che nessun immigrato in futuro debba avere timore nel richiedere cure, e soprattutto nel dare alla luce una nuova vita in questo Paese.
Prima le associazioni sindacali dei medici, poi l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere, in seguito un gruppo di deputati del Pdl, circa un terzo dell’intera assise: nei giorni scorsi tutti con il dito alzato, avevano chiesto al Governo di fermarsi e riflettere con serenità su quel decreto che concerne non solo la sicurezza, ma anche la dignità degli immigrati stessi. I medici sanano malattie e curano persone, non si occupano di operazioni di spionaggio e segnalazioni. Alterare questo stato di cose non aiuta né la convivenza né la sicurezza stessa di immigrati e cittadini.
Il dato sul quale riflettere è che nel nostro Paese, da questo momento in poi, saranno sempre più numerosi i nuclei familiari composti da cittadini di colore, figli e fratelli di quell’integrazione che è parte integrante non solo della storia delle civiltà, ma soprattutto della nostra storia di italiani emigranti, come ha ricordato il Presidente della Camera nel suo discorso alla Fiera di Roma.
Alla luce di ciò dunque sarebbe saggio concentrarsi su norme che sollecitino la convivenza, non che la impediscano o, fatto ancor meno utile, la rendano pericolosa e spiacevole.
Chissà cosa penserà tra qualche anno il bimbo nato in quell’ospedale campano, l’auspicio è che non debba ricordare con vergogna i suoi primi giorni di vita.
mercoledì 25 marzo 2009
LA CARICA DEI 101
Dunque vediamo: prima le associazioni sindacali dei medici, poi l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere, ora anche un gruppo di deputati del Pdl, circa un terzo dell’intera assise. Tutti con il dito alzato, chiedono al Governo di fermarsi e riflettere con serenità su quel decreto che riguarda non solo la sicurezza, ma anche la dignità degli immigrati stessi. Se attorno a questo tema si è sviluppata una dinamica così intensa, significa che, oltre a non esserci condivisione con le norme in questione, vi è l’esigenza di parlarne, in poche parole c’è voglia di dialettica, come ha dichiarato Fiamma Nirenstein, “perché un partito forte su questi temi deve discutere”.
La lettera con la quale 101 deputati chiedono al premier di non porre la fiducia sul ddl sicurezza, all’interno del quale figurano le due note dolenti (la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati irregolari, e il rischio di non poter iscrivere i figli degli immigrati all’anagrafe), rappresenta l’esigenza forte di dialogo su questioni che investono anche la maturazione di un partito che aspira a rappresentare la maggioranza del Paese. Il fatto che qualcuno consideri quella lettera “figlia di manovre interne in vista del congresso del Pdl” evidenzia una mancata consapevolezza delle aspettative di una classe dirigente che punta non alla delegittimazione o alla confusione normativa dettata da questa o quell’altra esigenza, ma alla condivisione dei percorsi attraverso i quali si giunge ad un risultato. Non si tratta tanto di ammorbidire il testo o di fare passi indietro, il punto è di riflettere attentamente sulle reali portate di quel provvedimento, tenendo conto dei malumori fino ad oggi provocati e prevedendo le conseguenze sociali e politiche di una sua eventuale approvazione anche alla Camera.
Certo, un Governo è chiamato a votare e a fare leggi, ma senza perdere di vista la contingenza quotidiana, senza farsi avvolgere da retroscena assurdi, senza necessariamente vederci chissà quale disegno dietro la semplice volontà di analizzare il terreno prima e legiferare, con lungimiranza ed efficacia, poi. Sarebbe il caso di valutare che lo strumento legislativo, originariamente strutturato per definire una mappatura dell’immigrazione clandestina, al contrario rischia di perdere di vista gli obiettivi prefigurati. I medici curano, non segnalano. E voler invertire l’ordine delle cose, beh non promuove certo la crescita del senso delle istituzioni che ogni cittadino ( ed anche ogni suo rappresentante in Parlamento) dovrebbe avere. Analizzare con cognizione di causa il problema dell’immigrazione clandestina prevede che lo si faccia con attenzione ed intelligenza, snocciolando scrupolosamente cause ed effetti, producendo norme che impongano sì il rispetto della legge ma anche della persona e della dignità umana. Non rendendosi promotori di azioni che hanno il rischio concreto di innescare caotiche reazioni e quindi ulteriori danni alla collettività.
Deve essere chiaro che i medici curano, non segnalano. E voler invertire l’ordine delle cose non promuove certo la crescita del senso delle istituzioni che ogni cittadino, oltre che ogni suo rappresentante in Parlamento, dovrebbe avere e custodire gelosamente.
La lettera con la quale 101 deputati chiedono al premier di non porre la fiducia sul ddl sicurezza, all’interno del quale figurano le due note dolenti (la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati irregolari, e il rischio di non poter iscrivere i figli degli immigrati all’anagrafe), rappresenta l’esigenza forte di dialogo su questioni che investono anche la maturazione di un partito che aspira a rappresentare la maggioranza del Paese. Il fatto che qualcuno consideri quella lettera “figlia di manovre interne in vista del congresso del Pdl” evidenzia una mancata consapevolezza delle aspettative di una classe dirigente che punta non alla delegittimazione o alla confusione normativa dettata da questa o quell’altra esigenza, ma alla condivisione dei percorsi attraverso i quali si giunge ad un risultato. Non si tratta tanto di ammorbidire il testo o di fare passi indietro, il punto è di riflettere attentamente sulle reali portate di quel provvedimento, tenendo conto dei malumori fino ad oggi provocati e prevedendo le conseguenze sociali e politiche di una sua eventuale approvazione anche alla Camera.
Certo, un Governo è chiamato a votare e a fare leggi, ma senza perdere di vista la contingenza quotidiana, senza farsi avvolgere da retroscena assurdi, senza necessariamente vederci chissà quale disegno dietro la semplice volontà di analizzare il terreno prima e legiferare, con lungimiranza ed efficacia, poi. Sarebbe il caso di valutare che lo strumento legislativo, originariamente strutturato per definire una mappatura dell’immigrazione clandestina, al contrario rischia di perdere di vista gli obiettivi prefigurati. I medici curano, non segnalano. E voler invertire l’ordine delle cose, beh non promuove certo la crescita del senso delle istituzioni che ogni cittadino ( ed anche ogni suo rappresentante in Parlamento) dovrebbe avere. Analizzare con cognizione di causa il problema dell’immigrazione clandestina prevede che lo si faccia con attenzione ed intelligenza, snocciolando scrupolosamente cause ed effetti, producendo norme che impongano sì il rispetto della legge ma anche della persona e della dignità umana. Non rendendosi promotori di azioni che hanno il rischio concreto di innescare caotiche reazioni e quindi ulteriori danni alla collettività.
Deve essere chiaro che i medici curano, non segnalano. E voler invertire l’ordine delle cose non promuove certo la crescita del senso delle istituzioni che ogni cittadino, oltre che ogni suo rappresentante in Parlamento, dovrebbe avere e custodire gelosamente.
martedì 24 marzo 2009
La salute degli immigrati, interesse collettivo
da FFwebmagazine del 24/03/09
Aveva timore di essere segnalata alle forze dell’ordine? Il passo successivo sarebbe stata l’espulsione dal territorio italiano. Joy Johnson, 24enne prostituta nigeriana, è morta a Bari per tubercolosi. Il suo arrivo nel Cara (Centro di accoglienza richiedenti asilo) di Palese, da Lampedusa, risale al novembre scorso: era risultata positiva durante un controllo poche settimane prima del decesso, ma la sua fuga ha impedito di approfondire la diagnosi e quindi di procedere alle cure. Il medico legale ha parlato di morte per tubercolosi bilaterale cavernosa, una forma molto avanzata della malattia con altissime percentuali di contagio.
È questa al momento la maggiore preoccupazione: nello specifico, il caso barese porta con sé strascichi non indifferenti, dal momento che una funzionaria della Prefettura di Bari che in passato era entrata in contatto con la prostituta, sarebbe risultata positiva ai primi test di tbc. Da un vertice in Prefettura sono emersi alcuni numeri: in città vi sono 144 immigrati che “sfuggono” ai test per la tbc, in quanto di giorno si muovono liberamente per le strade del capoluogo pugliese, di sera fanno rientro nel Cara. Al suo interno vi sono quasi mille immigrati, circa l’80% è stato monitorato e la metà è risultato non negativo all’esame “mantoux”. Per loro si profila un approfondimento di analisi ma già due sarebbero stati ricoverati e posti in quarantena. Lecito chiedersi: e quelli sfuggiti? Quali rischi corrono gli operatori sanitari e le forze dell’ordine?
Le perplessità sono state espresse anche dal segretario provinciale del Siulp di Bari, Innocente Carbone, in una missiva indirizzata all’Osservatorio nazionale per la sicurezza dei luoghi di lavoro, oltre che al ministro dell’Interno Maroni, nella quale si chiede quali misure igieniche siano state approntate per prevenire e ridurre l’eventuale propagazione dell’agente biologico, e quali direttive di sicurezza siano state impartite a quei lavoratori impegnati in aree a rischio contagio. Dai medici è stato inoltre lanciato un appello ai clienti della giovane nigeriana: chi fosse entrato in contatto direttamente o indirettamente con lei dovrebbe rivolgersi ad un presidio sanitario e sottoporsi al test.
«Tutelare la salute degli immigrati significa tutelare anche quella della collettività, dei cittadini e delle forze dell’ordine, - riflette l’esponente del Siulp- senza dimenticare un altro fattore di rischio. All’interno del centro polifunzionale di Bari-San Paolo vi è un presidio della commissione che rilascia i visti, adibito all’interno di un locale dove stazionano immigrati dei quali non si conosce ancora nulla, che utilizzano i medesimi servizi igienici. Forse sarebbe il caso di evitare la moltiplicazione del rischio di contagio». E ancora, le prostitute che, una volta accompagnate in Questura per le verifiche del caso, stazionano negli stessi ambienti (stanze e toilette) degli agenti possono essere fonte di contagio? Un’altra soluzione potrebbe essere quella di prevedere uno screening medico prima di un qualsiasi contatto degli immigrati con altre realtà fuori dal centro accoglienza.
Ristrutturare ragionevolmente e a mente lucida la tematica dell’immigrazione clandestina deve essere una priorità, con l’auspicio che la si affronti oltre che con responsabilità ed efficacia, anche alla luce dei numeri: secondo l’Istat (dati del gennaio 2008) i cittadini stranieri residenti nel nostro paese sono quasi tre milioni e mezzo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente, un risultato mai registrato in Italia.
«Posso anche iniziare a pensare – aggiunge Carbone- che la nigeriana morta a Bari avesse sentore che il ddl sicurezza, all’interno del quale un emendamento prevedeva la possibilità per i medici di segnalare gli immigrati clandestini, fosse già legge. Se così fosse, i casi come quello della giovane nigeriana potrebbero ripetersi, se non si pensasse ad una campagna informativa che tranquillizzi gli immigrati».
Ma indipendentemente dalle vicende burocratiche c’è un fatto che va riportato: gli immigrati hanno paura. Paura di una deriva xenofoba, paura di curarsi, paura di convivere con leggi che innescano caos ed una situazione di oggettiva confusione.
Come ha ricordato il presidente Fini nel suo discorso alla Fiera di Roma, il Pdl deve essere un partito che mette in cima alle sue priorità la dignità della persona: ne consegue che anche la cura degli immigrati deve essere un compito dello Stato. E lo Stato lo deve fare con politiche mirate alla salvaguardia del diritto e della sicurezza di tutti i cittadini. Proprio tutti.
Aveva timore di essere segnalata alle forze dell’ordine? Il passo successivo sarebbe stata l’espulsione dal territorio italiano. Joy Johnson, 24enne prostituta nigeriana, è morta a Bari per tubercolosi. Il suo arrivo nel Cara (Centro di accoglienza richiedenti asilo) di Palese, da Lampedusa, risale al novembre scorso: era risultata positiva durante un controllo poche settimane prima del decesso, ma la sua fuga ha impedito di approfondire la diagnosi e quindi di procedere alle cure. Il medico legale ha parlato di morte per tubercolosi bilaterale cavernosa, una forma molto avanzata della malattia con altissime percentuali di contagio.
È questa al momento la maggiore preoccupazione: nello specifico, il caso barese porta con sé strascichi non indifferenti, dal momento che una funzionaria della Prefettura di Bari che in passato era entrata in contatto con la prostituta, sarebbe risultata positiva ai primi test di tbc. Da un vertice in Prefettura sono emersi alcuni numeri: in città vi sono 144 immigrati che “sfuggono” ai test per la tbc, in quanto di giorno si muovono liberamente per le strade del capoluogo pugliese, di sera fanno rientro nel Cara. Al suo interno vi sono quasi mille immigrati, circa l’80% è stato monitorato e la metà è risultato non negativo all’esame “mantoux”. Per loro si profila un approfondimento di analisi ma già due sarebbero stati ricoverati e posti in quarantena. Lecito chiedersi: e quelli sfuggiti? Quali rischi corrono gli operatori sanitari e le forze dell’ordine?
Le perplessità sono state espresse anche dal segretario provinciale del Siulp di Bari, Innocente Carbone, in una missiva indirizzata all’Osservatorio nazionale per la sicurezza dei luoghi di lavoro, oltre che al ministro dell’Interno Maroni, nella quale si chiede quali misure igieniche siano state approntate per prevenire e ridurre l’eventuale propagazione dell’agente biologico, e quali direttive di sicurezza siano state impartite a quei lavoratori impegnati in aree a rischio contagio. Dai medici è stato inoltre lanciato un appello ai clienti della giovane nigeriana: chi fosse entrato in contatto direttamente o indirettamente con lei dovrebbe rivolgersi ad un presidio sanitario e sottoporsi al test.
«Tutelare la salute degli immigrati significa tutelare anche quella della collettività, dei cittadini e delle forze dell’ordine, - riflette l’esponente del Siulp- senza dimenticare un altro fattore di rischio. All’interno del centro polifunzionale di Bari-San Paolo vi è un presidio della commissione che rilascia i visti, adibito all’interno di un locale dove stazionano immigrati dei quali non si conosce ancora nulla, che utilizzano i medesimi servizi igienici. Forse sarebbe il caso di evitare la moltiplicazione del rischio di contagio». E ancora, le prostitute che, una volta accompagnate in Questura per le verifiche del caso, stazionano negli stessi ambienti (stanze e toilette) degli agenti possono essere fonte di contagio? Un’altra soluzione potrebbe essere quella di prevedere uno screening medico prima di un qualsiasi contatto degli immigrati con altre realtà fuori dal centro accoglienza.
Ristrutturare ragionevolmente e a mente lucida la tematica dell’immigrazione clandestina deve essere una priorità, con l’auspicio che la si affronti oltre che con responsabilità ed efficacia, anche alla luce dei numeri: secondo l’Istat (dati del gennaio 2008) i cittadini stranieri residenti nel nostro paese sono quasi tre milioni e mezzo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente, un risultato mai registrato in Italia.
«Posso anche iniziare a pensare – aggiunge Carbone- che la nigeriana morta a Bari avesse sentore che il ddl sicurezza, all’interno del quale un emendamento prevedeva la possibilità per i medici di segnalare gli immigrati clandestini, fosse già legge. Se così fosse, i casi come quello della giovane nigeriana potrebbero ripetersi, se non si pensasse ad una campagna informativa che tranquillizzi gli immigrati».
Ma indipendentemente dalle vicende burocratiche c’è un fatto che va riportato: gli immigrati hanno paura. Paura di una deriva xenofoba, paura di curarsi, paura di convivere con leggi che innescano caos ed una situazione di oggettiva confusione.
Come ha ricordato il presidente Fini nel suo discorso alla Fiera di Roma, il Pdl deve essere un partito che mette in cima alle sue priorità la dignità della persona: ne consegue che anche la cura degli immigrati deve essere un compito dello Stato. E lo Stato lo deve fare con politiche mirate alla salvaguardia del diritto e della sicurezza di tutti i cittadini. Proprio tutti.
mercoledì 18 marzo 2009
MEDICI E SICUREZZA: ASCOLTIAMONE LE RAGIONI
Da Ffwebmagazine dell'11/03/09
Si dicono pronti a ricorrere alla Corte di giustizia europea, nella consapevolezza che il ddl in questione è contrario alle più elementari forme di diritto e tradisce il giuramento di Ippocrate. Loro sono alcune delle sigle sindacali dei medici italiani (Anaoo Assomed, Cimo Asmd, Aaroi, Fp Cgil medici, Fvm, Federazione Cisl medici, Fassid, Fesmed e Federazione medici Uil Fpl) e il vulnus riguarda la norma che prevede la possibilità per un medico di denunciare un malato immigrato clandestino. Possiamo permetterci il lusso di non ascoltare queste argomentazioni? Può il Parlamento procedere su una materia specifica tralasciando le istanze di coloro che con quel tema si confrontano quotidianamente?
Il ddl sulla sicurezza, e per la precisione un emendamento avanzato dalla Lega Nord, cassa l’art. 5 del decreto 25 luglio 1998 secondo cui «l'accesso alle strutture sanitarie da parte di uno straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità», introducendo la possibilità di denuncia alle autorità di pubblica sicurezza. È utile ricordare che il suddetto decreto, nella versione antecedente alla proposta di riforma, aveva consentito a molti immigrati affetti da varie patologie di potersi avvicinare con fiducia ai medici, ottenendo cure e benefici secondo i principi contenuti nel codice deontologico. Senza contare le reali azioni di controllo sul territorio di numerose patologie infettive, attraverso un’azione di prevenzione.
Tutto questo potrebbe essere messo in forse da una norma che avrebbe, come conseguenza immediata, il blocco psicologico dei pazienti immigrati, che per timore di essere denunciati non si rivolgerebbero più alle strutture sanitarie, con grande danno alla propria salute e anche a quella della comunità, con un alto rischio di contagio. Inoltre, i singoli medici non sarebbero più solo incaricati a fare diagnosi, ma si trasformerebbero in vere e proprie spie al servizio delle autorità di pubblica sicurezza perché interpreti di un’attività non prevista né dal contratto di lavoro con il Ssn, né da norme contenute nel codice deontologico.
Il decreto, approvato dal Senato, è ora in attesa di essere vagliato dalla Camera dove i medici contano di far sentire le proprie ragioni. Ascoltare le posizioni specifiche e in seguito concertare una soluzione, potrebbe essere una forma di intelligente convivenza tra istanze concrete e pericolosi scenari che potrebbero aprirsi (anzi, che si sono già semi aperti) se il ddl vedesse la luce anche a Montecitorio.
Si dicono pronti a ricorrere alla Corte di giustizia europea, nella consapevolezza che il ddl in questione è contrario alle più elementari forme di diritto e tradisce il giuramento di Ippocrate. Loro sono alcune delle sigle sindacali dei medici italiani (Anaoo Assomed, Cimo Asmd, Aaroi, Fp Cgil medici, Fvm, Federazione Cisl medici, Fassid, Fesmed e Federazione medici Uil Fpl) e il vulnus riguarda la norma che prevede la possibilità per un medico di denunciare un malato immigrato clandestino. Possiamo permetterci il lusso di non ascoltare queste argomentazioni? Può il Parlamento procedere su una materia specifica tralasciando le istanze di coloro che con quel tema si confrontano quotidianamente?
Il ddl sulla sicurezza, e per la precisione un emendamento avanzato dalla Lega Nord, cassa l’art. 5 del decreto 25 luglio 1998 secondo cui «l'accesso alle strutture sanitarie da parte di uno straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità», introducendo la possibilità di denuncia alle autorità di pubblica sicurezza. È utile ricordare che il suddetto decreto, nella versione antecedente alla proposta di riforma, aveva consentito a molti immigrati affetti da varie patologie di potersi avvicinare con fiducia ai medici, ottenendo cure e benefici secondo i principi contenuti nel codice deontologico. Senza contare le reali azioni di controllo sul territorio di numerose patologie infettive, attraverso un’azione di prevenzione.
Tutto questo potrebbe essere messo in forse da una norma che avrebbe, come conseguenza immediata, il blocco psicologico dei pazienti immigrati, che per timore di essere denunciati non si rivolgerebbero più alle strutture sanitarie, con grande danno alla propria salute e anche a quella della comunità, con un alto rischio di contagio. Inoltre, i singoli medici non sarebbero più solo incaricati a fare diagnosi, ma si trasformerebbero in vere e proprie spie al servizio delle autorità di pubblica sicurezza perché interpreti di un’attività non prevista né dal contratto di lavoro con il Ssn, né da norme contenute nel codice deontologico.
Il decreto, approvato dal Senato, è ora in attesa di essere vagliato dalla Camera dove i medici contano di far sentire le proprie ragioni. Ascoltare le posizioni specifiche e in seguito concertare una soluzione, potrebbe essere una forma di intelligente convivenza tra istanze concrete e pericolosi scenari che potrebbero aprirsi (anzi, che si sono già semi aperti) se il ddl vedesse la luce anche a Montecitorio.
QUEL CIMITERO PUO’AIUTARE L’INTEGRAZIONE
Da FFwebmagazine del 16/o3/09
Un cimitero islamico in territorio italiano, edificato da un sindaco di An, per dare un segno preciso alla comunità (locale e nazionale): piccoli grandi interventi che hanno l’effetto di allietare rapporti e interscambi, semplicemente favorendo la vita comune, in tutti i sensi.
In provincia di Bari, a Gioia del Colle, il sindaco di An Piero Longo ha da pochi mesi fatto realizzare un cimitero islamico, rispettando i dettami della religione musulmana, con la proiezione della testa del defunto verso sud-est, guardando idealmente verso la Mecca. Un gesto di distensione, che si somma a due altri provvedimenti del Comune: la creazione di uno sportello informativo destinato all’alfabetizzazione e al rinforzo scolastico per immigrati e l’istituzione di una mensa scolastica che tenga conto dei differenti credi religiosi.
“Quando l’imam Jakil mi invitò alla cerimonia di inizio del Ramadan- racconta il sindaco Piero Longo- gli proposi subito di riservare un’area del cimitero cristiano cittadino ad ospitare questa iniziativa, dal momento che integrarsi è più facile di quanto si possa immaginare. In quell’occasione si è attivata un’intensa fase progettuale con la collaborazione dell’assessorato regionale al Mediterraneo, con visite guidate alla moschea ed al cimitero da parte di scolaresche provenienti anche da altre regioni d’Italia”.
Basta poco per strappare un sorriso e un “grazie di cuore” ad una comunità che già da venti anni dispone qui di una moschea, è sufficiente un’azione ragionata e spontanea per dimostrare all’imam di Gioia del Colle, Sacini Abdel Jakil, che la volontà di armonizzare esigenze e attitudini rappresenta la reale intenzione di porre le basi affinché diverse anime trovino un punto di incontro.
“Dal momento che li accogliamo da vivi, non vedo perché non dovremmo farlo una volta passati a miglior vita- scandisce don Nicola Bux, teologo, liturgista e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede- si tratta di un’occasione, per chi se ne fa promotore, di pensare ad un multiculturalismo che finalmente non sia fine a se stesso, ma figlio di una logica di tolleranza e di rispetto. Se oltre al cimitero per i musulmani iniziassimo anche a prevedere per loro alcune abitazioni, faremmo un altro grande passo in avanti”.
Dare la possibilità ad altri credi religiosi di poter seppellire i defunti secondo i propri canoni è quindi un atto di rispetto verso il prossimo e di intelligenza verso un dato oggettivo: in Italia il numero dei musulmani è in costante crescita, quindi parallelamente sono in aumento anche le rispettive esigenze specifiche. E a nulla serve trincerarsi dietro presunte valutazioni ideologiche strumentali, che non servono ad altro se non ad alimentare polemiche sterili e inutili dietrologie.
“Credo rappresenti una vera innovazione- aggiunge l’eurodeputato pugliese Salvatore Tatarella- perché risolve il problema reale di una comunità, e a farlo è proprio il Comune che deve amministrare per l’intera popolazione”.
La vita in condivisione e le differenti percezioni possono paradossalmente diventare un veicolo di comunione, al pari della cultura, altra occasione per apprendere tradizioni lontane nel tempo, ma nelle quali ritrovare gesti ed origini familiari.
Si pensi al Festival del cous cous di San Vito Lo Capo (Trapani), o a quello interetnico musicale Soul Makossa di Bari, a base di suoni africani (rumba congolese, ziglibiti ivoriano, bikoutsi camerunese, canti betè e canti pigmei), passando per il Festival interculturale di Legnago (Vr) e per quello di musica etnica di Monte Porzio Catone.
Nella Puglia terra di frontiera, in quel molo naturale messo lì nel Mediterraneo, la parola integrazione è parte della storia. Greci, romani, saraceni, svevi, aragonesi, turchi sono transitati da queste coste e su queste terre, lasciando pezzi di culture, integrate fra loro per arrivare ai giorni nostri. Come la tour Eiffel nel 1889 divenne il simbolo del positivismo e del progresso di un Paese, così questo cimitero vuole essere l’inizio di una nuova frontiera nei rapporti con i flussi migratori.
Una goccia in un mare nel quale la navigazione in comune è possibile.
Un cimitero islamico in territorio italiano, edificato da un sindaco di An, per dare un segno preciso alla comunità (locale e nazionale): piccoli grandi interventi che hanno l’effetto di allietare rapporti e interscambi, semplicemente favorendo la vita comune, in tutti i sensi.
In provincia di Bari, a Gioia del Colle, il sindaco di An Piero Longo ha da pochi mesi fatto realizzare un cimitero islamico, rispettando i dettami della religione musulmana, con la proiezione della testa del defunto verso sud-est, guardando idealmente verso la Mecca. Un gesto di distensione, che si somma a due altri provvedimenti del Comune: la creazione di uno sportello informativo destinato all’alfabetizzazione e al rinforzo scolastico per immigrati e l’istituzione di una mensa scolastica che tenga conto dei differenti credi religiosi.
“Quando l’imam Jakil mi invitò alla cerimonia di inizio del Ramadan- racconta il sindaco Piero Longo- gli proposi subito di riservare un’area del cimitero cristiano cittadino ad ospitare questa iniziativa, dal momento che integrarsi è più facile di quanto si possa immaginare. In quell’occasione si è attivata un’intensa fase progettuale con la collaborazione dell’assessorato regionale al Mediterraneo, con visite guidate alla moschea ed al cimitero da parte di scolaresche provenienti anche da altre regioni d’Italia”.
Basta poco per strappare un sorriso e un “grazie di cuore” ad una comunità che già da venti anni dispone qui di una moschea, è sufficiente un’azione ragionata e spontanea per dimostrare all’imam di Gioia del Colle, Sacini Abdel Jakil, che la volontà di armonizzare esigenze e attitudini rappresenta la reale intenzione di porre le basi affinché diverse anime trovino un punto di incontro.
“Dal momento che li accogliamo da vivi, non vedo perché non dovremmo farlo una volta passati a miglior vita- scandisce don Nicola Bux, teologo, liturgista e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede- si tratta di un’occasione, per chi se ne fa promotore, di pensare ad un multiculturalismo che finalmente non sia fine a se stesso, ma figlio di una logica di tolleranza e di rispetto. Se oltre al cimitero per i musulmani iniziassimo anche a prevedere per loro alcune abitazioni, faremmo un altro grande passo in avanti”.
Dare la possibilità ad altri credi religiosi di poter seppellire i defunti secondo i propri canoni è quindi un atto di rispetto verso il prossimo e di intelligenza verso un dato oggettivo: in Italia il numero dei musulmani è in costante crescita, quindi parallelamente sono in aumento anche le rispettive esigenze specifiche. E a nulla serve trincerarsi dietro presunte valutazioni ideologiche strumentali, che non servono ad altro se non ad alimentare polemiche sterili e inutili dietrologie.
“Credo rappresenti una vera innovazione- aggiunge l’eurodeputato pugliese Salvatore Tatarella- perché risolve il problema reale di una comunità, e a farlo è proprio il Comune che deve amministrare per l’intera popolazione”.
La vita in condivisione e le differenti percezioni possono paradossalmente diventare un veicolo di comunione, al pari della cultura, altra occasione per apprendere tradizioni lontane nel tempo, ma nelle quali ritrovare gesti ed origini familiari.
Si pensi al Festival del cous cous di San Vito Lo Capo (Trapani), o a quello interetnico musicale Soul Makossa di Bari, a base di suoni africani (rumba congolese, ziglibiti ivoriano, bikoutsi camerunese, canti betè e canti pigmei), passando per il Festival interculturale di Legnago (Vr) e per quello di musica etnica di Monte Porzio Catone.
Nella Puglia terra di frontiera, in quel molo naturale messo lì nel Mediterraneo, la parola integrazione è parte della storia. Greci, romani, saraceni, svevi, aragonesi, turchi sono transitati da queste coste e su queste terre, lasciando pezzi di culture, integrate fra loro per arrivare ai giorni nostri. Come la tour Eiffel nel 1889 divenne il simbolo del positivismo e del progresso di un Paese, così questo cimitero vuole essere l’inizio di una nuova frontiera nei rapporti con i flussi migratori.
Una goccia in un mare nel quale la navigazione in comune è possibile.
lunedì 2 marzo 2009
Il bipolarismo che non c'è
Da FF Web Magazine del 02/03/2009
Manca meno di un mese alla nascita ufficiale del Pdl, dove tutto sembra pronto tra statuti e mozioni di scioglimento. Dall’altro versante il Pd, tra mille peripezie, ha già sede e gruppi unici, ma il dato nazionale che vede il bipolarismo come funzionale e innovativa strada politica da percorrere, fa fatica ad essere metabolizzato in alcune realtà locali, dove addirittura vi sono gruppi con partiti che non esistono più e dove la galassia di partiti del centrosinistra risulta ancor più frammentata.
Nel Consiglio Regionale della Puglia accade questo e altro, con Ds e Margherita ancora vivi e vegeti, con ben venti gruppi consiliari all’attivo, ma che potrebbero diventare ventuno se il governatore Niki Vendola decidesse di fondare il gruppo del movimento che ha da poco creato. Alla faccia della modernizzazione e dello snellimento partitico. Ma non finisce qui, perché andando a spulciare tra i dati ufficiali non mancano gli spunti veramente originali. Nonostante tra dodici mesi si svolgeranno le elezioni regionali, i cambi di capogruppo e i rimpastini sono all’ordine del giorno.
Per dirne una, Alberto Tedesco, ex assessore democratico alla Sanità pugliese dimessosi da poco perché iscritto nel registro degli indagati, è diventato capogruppo dei Socialisti autonomisti, anche se proprio il Pd non compare ufficialmente all'interno del portale internet del Consiglio e non è una boutade. Al momento nel centrosinistra permangono i gruppi che esistevano al tempo delle elezioni, con Ds e Margherita su tutti. L’attuale capogruppo dei Ds è candidato dall’Udc alla Provincia di Lecce; Rifondazione ha tre consiglieri ma uno forse è in procinto di passare con il Movimento per la sinistra di Vendola; l’Adc di Pionati non ha un solo rappresentante ed è già in cerca di apparentamenti, ma è il partito dei singoli consiglieri a destare interesse o scalpore. E sì, perché vi sono ben sette gruppi composti da un solo membro (Verdi, Nuovo Psi, Psdi, Idv, Gruppo per le autonomie, Indipendenti Mpa e Sinistra democratica) e cinque gruppi composti da due consiglieri (Udc, Udeur, Socialisti autonomisti, Comunisti italiani, Primavera pugliese). Senza dimenticare i tre componenti di Gruppo misto e Sdi Unità Socialisti Puglia.
Insomma non ci si fa mancare proprio nulla ed il riferimento, come è ovvio, non può essere soltanto a uffici, pc, autisti e quant’altro del genere verrebbe in mente ad un qualsiasi cittadino ma anche, a questo punto, al valzer di alleanze e strategie che di volta in volta si presentano in occasione di leggi, iniziative, delibere.
Certo, non bisogna dimenticare che ad oggi il governatore pugliese è espressione di un partito che non lo ha voluto, nel senso che Rifondazione è guidata da Ferrero il quale ha sottratto la segreteria proprio a Vendola, e quest’ultimo qualche settimana fa ha dato vita al Movimento per la sinistra, altra formazione all’interno di quei partiti che non hanno un seggio in Parlamento.
Ma peggio della Puglia hanno fatto, udite udite il Veneto, con dieci gruppi formati da un solo consigliere regionale, la Lombardia, la Basilicata ed il Molise con otto. Anche in quest’ultima regione permangono Ds e Margherita, nonostante il discorso del Lingotto, le elezioni del 2008 ed il cambio della guardia Veltroni- Franceschini. Una situazione un tantino anacronistica. La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta, con nessun gruppo composto da un solo consigliere, al pari di Campania, Sardegna e Sicilia. Ma purtroppo la terra di Sciascia rappresenta un caso a sé, con l’Ars (Assemblea regionale siciliana) che in pratica, per spese ed organizzazione, assomiglia più ad un’assise internazionale che ad altro con sedi a Roma, Bruxelles e Catania. Il quadro d’insieme risulta un po’ complesso agli occhi degli osservatori stranieri che sovente ci guardano con sarcasmo e anche con sdegno. Passi la rappresentanza delle identità, ma allorquando la sintesi diventa un trend nazionale all’avanguardia, in seguito nelle periferie locali i meccanismi organizzativi dovrebbero essere maggiormente sincronizzati.
E qui entrano in gioco i regolamenti che a questo punto meriterebbero di essere più restrittivi, al fine di dotare le assemblee regionali di funzionamenti più snelli ed efficienti, con un cospicuo risparmio di danari pubblici. Insomma, le lancette dell’orologio politico sembrano essersi fermate in alcune realtà locali dove capita, soprattutto a sinistra, che la sovraesposizione sia un vero deterrente alla modernizzazione della partitocrazia in senso bipolare.
Manca meno di un mese alla nascita ufficiale del Pdl, dove tutto sembra pronto tra statuti e mozioni di scioglimento. Dall’altro versante il Pd, tra mille peripezie, ha già sede e gruppi unici, ma il dato nazionale che vede il bipolarismo come funzionale e innovativa strada politica da percorrere, fa fatica ad essere metabolizzato in alcune realtà locali, dove addirittura vi sono gruppi con partiti che non esistono più e dove la galassia di partiti del centrosinistra risulta ancor più frammentata.
Nel Consiglio Regionale della Puglia accade questo e altro, con Ds e Margherita ancora vivi e vegeti, con ben venti gruppi consiliari all’attivo, ma che potrebbero diventare ventuno se il governatore Niki Vendola decidesse di fondare il gruppo del movimento che ha da poco creato. Alla faccia della modernizzazione e dello snellimento partitico. Ma non finisce qui, perché andando a spulciare tra i dati ufficiali non mancano gli spunti veramente originali. Nonostante tra dodici mesi si svolgeranno le elezioni regionali, i cambi di capogruppo e i rimpastini sono all’ordine del giorno.
Per dirne una, Alberto Tedesco, ex assessore democratico alla Sanità pugliese dimessosi da poco perché iscritto nel registro degli indagati, è diventato capogruppo dei Socialisti autonomisti, anche se proprio il Pd non compare ufficialmente all'interno del portale internet del Consiglio e non è una boutade. Al momento nel centrosinistra permangono i gruppi che esistevano al tempo delle elezioni, con Ds e Margherita su tutti. L’attuale capogruppo dei Ds è candidato dall’Udc alla Provincia di Lecce; Rifondazione ha tre consiglieri ma uno forse è in procinto di passare con il Movimento per la sinistra di Vendola; l’Adc di Pionati non ha un solo rappresentante ed è già in cerca di apparentamenti, ma è il partito dei singoli consiglieri a destare interesse o scalpore. E sì, perché vi sono ben sette gruppi composti da un solo membro (Verdi, Nuovo Psi, Psdi, Idv, Gruppo per le autonomie, Indipendenti Mpa e Sinistra democratica) e cinque gruppi composti da due consiglieri (Udc, Udeur, Socialisti autonomisti, Comunisti italiani, Primavera pugliese). Senza dimenticare i tre componenti di Gruppo misto e Sdi Unità Socialisti Puglia.
Insomma non ci si fa mancare proprio nulla ed il riferimento, come è ovvio, non può essere soltanto a uffici, pc, autisti e quant’altro del genere verrebbe in mente ad un qualsiasi cittadino ma anche, a questo punto, al valzer di alleanze e strategie che di volta in volta si presentano in occasione di leggi, iniziative, delibere.
Certo, non bisogna dimenticare che ad oggi il governatore pugliese è espressione di un partito che non lo ha voluto, nel senso che Rifondazione è guidata da Ferrero il quale ha sottratto la segreteria proprio a Vendola, e quest’ultimo qualche settimana fa ha dato vita al Movimento per la sinistra, altra formazione all’interno di quei partiti che non hanno un seggio in Parlamento.
Ma peggio della Puglia hanno fatto, udite udite il Veneto, con dieci gruppi formati da un solo consigliere regionale, la Lombardia, la Basilicata ed il Molise con otto. Anche in quest’ultima regione permangono Ds e Margherita, nonostante il discorso del Lingotto, le elezioni del 2008 ed il cambio della guardia Veltroni- Franceschini. Una situazione un tantino anacronistica. La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta, con nessun gruppo composto da un solo consigliere, al pari di Campania, Sardegna e Sicilia. Ma purtroppo la terra di Sciascia rappresenta un caso a sé, con l’Ars (Assemblea regionale siciliana) che in pratica, per spese ed organizzazione, assomiglia più ad un’assise internazionale che ad altro con sedi a Roma, Bruxelles e Catania. Il quadro d’insieme risulta un po’ complesso agli occhi degli osservatori stranieri che sovente ci guardano con sarcasmo e anche con sdegno. Passi la rappresentanza delle identità, ma allorquando la sintesi diventa un trend nazionale all’avanguardia, in seguito nelle periferie locali i meccanismi organizzativi dovrebbero essere maggiormente sincronizzati.
E qui entrano in gioco i regolamenti che a questo punto meriterebbero di essere più restrittivi, al fine di dotare le assemblee regionali di funzionamenti più snelli ed efficienti, con un cospicuo risparmio di danari pubblici. Insomma, le lancette dell’orologio politico sembrano essersi fermate in alcune realtà locali dove capita, soprattutto a sinistra, che la sovraesposizione sia un vero deterrente alla modernizzazione della partitocrazia in senso bipolare.
lunedì 23 febbraio 2009
MA NOI RISPETTEREMO IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE
Da FF web magazine del 23/02/09
Medici spie? No, grazie. Alla base di Alleanza Nazionale non convince l’emendamento proposto dalla Lega al decreto sicurezza approvato dal Senato lo scorso 5 febbraio, ed in attesa di essere calendarizzato dalla Camera. Sopprimendo il comma 5 dell’art. 35 del decreto legislativo 25/07/1998 n.286, l’emendamento in questione prevede la possibilità per un medico di denunciare l’immigrato irregolare presentatosi per essere curato, contravvenendo in questo modo al giuramento di Ippocrate e rischiando di diffondere un allarmismo del quale, di questi tempi, una politica sull’immigrazione lungimirante e ragionata farebbe volentieri a meno.
Abbiamo presentato il quesito ad alcuni medici di An di varie regioni italiane che ricoprono anche ruoli attivi all’interno delle amministrazioni locali, e le sorprese non sono mancate. Non solo alcuni degli intervistati hanno manifestato perplessità circa il merito e il metodo del decreto, ma hanno avanzato anche interessanti correttivi che potrebbero in futuro concorrere a migliorare il provvedimento.
“Perché non segnalare solo quei casi che possano derivare dal compimento di un reato? Penso a ferite da taglio o da arma da fuoco che farebbero pensare ad un tentato omicidio”. Lo propone la dott.ssa Teresa Baione, responsabile sanità della Federazione provinciale di Salerno, secondo la quale “si consentirebbe in questo modo alle forze dell’ordine di contare su un valido contributo. Senza dimenticare che il decreto in questione demanda all’atto medico non considerando il rispetto del giuramento di Ippocrate. Il rischio vero è che sulle politiche socio-sanitarie si smarrisca il vero obiettivo, ovvero lo screening di una serie di patologie nuove o più forti rispetto agli standard italiani, mi riferisco alla tubercolosi che nei casi di provenienza extraeuropea manifestano alcuni ceppi maggiormente resistenti alle cure classiche. Circa la prevenzione, che spesso al sud manca, credo vada fatta all’interno delle strutture territoriali come gli ambulatori che potrebbero addirittura ospitare gli extracomunitari senza intaccare gli ospedali già oberati di lavoro”.
Dal punto di vista deontologico l’emendamento della Lega è una “bestialità”, sostiene il dott. Antonio Angelo Liori, cardiologo e consigliere regionale della Sardegna, in quanto “avrei preferito che lo Stato avesse deciso di non curare affatto gli immigrati clandestini e non che prevedesse questa opzione che produrrà solo confusione. Quanti non si sottoporranno a cure per il timore di essere denunciati? Bisogna chiederselo, dal momento che vi sono già malattie che hanno l’obbligo di denuncia, obbligo che però non investe la persona”.
Sull’inopportunità del decreto non ha dubbi il prof. Fernando Aiuti, immunologo e presidente della commissione sanità del Comune di Roma, quando sostiene di condividere “in toto la tesi del Presidente della Camera Gianfranco Fini circa il rischio di spaventare i clandestini inducendoli a non curarsi. Penso che il Governo non ne beneficerà dal punto di vista dell’immagine, dal momento che scientificamente il decreto è sbagliato, in quanto comporterebbe una vera e propria fuga dagli ospedali di immigrati che potrebbero diffondere gravi patologie. Piuttosto, oltre a provvedere alla cancellazione dell’emendamento in questione dal decreto sicurezza, proporrei di rafforzare il monitoraggio da parte delle forze dell’ordine non negli ospedali, ma all’interno dei campi rom e in altri ambiti dove l’illegalità è diffusa”. Inoltre, come ha avuto modo di scrivere in una mozione firmata trasversalmente anche da altri consiglieri comunali, il prof. Aiuti sostiene che “i medici assumerebbero il ruolo non di persone che devono fare diagnosi e curare gli ammalati ma di spie al servizio delle autorità di Pubblica Sicurezza facendosi carico di una attività non prevista dal loro contratto di lavoro con il SSN, né da norme contenute nel codice deontologico degli ordini professionali, né da alcuna normativa internazionale vigente nei Paesi democratici configurandosi quindi il provvedimento contro la deontologia medica e l’interesse della collettività.”
Andrea Paolo Floris, sindaco di Cagliari e medico di base, da 5 anni fa parte della commissione speciale della Asl territoriale: “In questo lustro non mi sono ancora imbattuto in un solo caso di immigrato irregolare che si fosse presentato in una struttura pubblica”. Come dire che il decreto non risolverà il problema, anzi.
Si richiama invece alle regole esistenti il dott. Luigi Fera, medico di base e consigliere provinciale a Bari quando rileva che “siamo già tenuti a denunciare all’ufficio di igiene tutto ciò che di straordinario accade, come le malattie infettive. A maggior ragione se vi è una qualche forma di illegalità, ma è chiaro che qui in coscienza il medico può scegliere di tutelare la privacy del paziente, come impone il giuramento di Ippocrate, e mi riferisco in special modo al medico che ricopre un ruolo pubblico e che per questo ha una massiccia dose di responsabilità sulle proprie spalle”.
Perplesso il dott. Antonio Dambrosio, consigliere regionale del Piemonte, medico di base specializzato in odontostomatologia, che “non se la sentirebbe” di denunciare l’immigrato clandestino bisognoso di cure, e che predica prudenza nel legiferare quando le tematiche risultano così delicate, come il caso Englaro insegna.
Medici spie? No, grazie. Alla base di Alleanza Nazionale non convince l’emendamento proposto dalla Lega al decreto sicurezza approvato dal Senato lo scorso 5 febbraio, ed in attesa di essere calendarizzato dalla Camera. Sopprimendo il comma 5 dell’art. 35 del decreto legislativo 25/07/1998 n.286, l’emendamento in questione prevede la possibilità per un medico di denunciare l’immigrato irregolare presentatosi per essere curato, contravvenendo in questo modo al giuramento di Ippocrate e rischiando di diffondere un allarmismo del quale, di questi tempi, una politica sull’immigrazione lungimirante e ragionata farebbe volentieri a meno.
Abbiamo presentato il quesito ad alcuni medici di An di varie regioni italiane che ricoprono anche ruoli attivi all’interno delle amministrazioni locali, e le sorprese non sono mancate. Non solo alcuni degli intervistati hanno manifestato perplessità circa il merito e il metodo del decreto, ma hanno avanzato anche interessanti correttivi che potrebbero in futuro concorrere a migliorare il provvedimento.
“Perché non segnalare solo quei casi che possano derivare dal compimento di un reato? Penso a ferite da taglio o da arma da fuoco che farebbero pensare ad un tentato omicidio”. Lo propone la dott.ssa Teresa Baione, responsabile sanità della Federazione provinciale di Salerno, secondo la quale “si consentirebbe in questo modo alle forze dell’ordine di contare su un valido contributo. Senza dimenticare che il decreto in questione demanda all’atto medico non considerando il rispetto del giuramento di Ippocrate. Il rischio vero è che sulle politiche socio-sanitarie si smarrisca il vero obiettivo, ovvero lo screening di una serie di patologie nuove o più forti rispetto agli standard italiani, mi riferisco alla tubercolosi che nei casi di provenienza extraeuropea manifestano alcuni ceppi maggiormente resistenti alle cure classiche. Circa la prevenzione, che spesso al sud manca, credo vada fatta all’interno delle strutture territoriali come gli ambulatori che potrebbero addirittura ospitare gli extracomunitari senza intaccare gli ospedali già oberati di lavoro”.
Dal punto di vista deontologico l’emendamento della Lega è una “bestialità”, sostiene il dott. Antonio Angelo Liori, cardiologo e consigliere regionale della Sardegna, in quanto “avrei preferito che lo Stato avesse deciso di non curare affatto gli immigrati clandestini e non che prevedesse questa opzione che produrrà solo confusione. Quanti non si sottoporranno a cure per il timore di essere denunciati? Bisogna chiederselo, dal momento che vi sono già malattie che hanno l’obbligo di denuncia, obbligo che però non investe la persona”.
Sull’inopportunità del decreto non ha dubbi il prof. Fernando Aiuti, immunologo e presidente della commissione sanità del Comune di Roma, quando sostiene di condividere “in toto la tesi del Presidente della Camera Gianfranco Fini circa il rischio di spaventare i clandestini inducendoli a non curarsi. Penso che il Governo non ne beneficerà dal punto di vista dell’immagine, dal momento che scientificamente il decreto è sbagliato, in quanto comporterebbe una vera e propria fuga dagli ospedali di immigrati che potrebbero diffondere gravi patologie. Piuttosto, oltre a provvedere alla cancellazione dell’emendamento in questione dal decreto sicurezza, proporrei di rafforzare il monitoraggio da parte delle forze dell’ordine non negli ospedali, ma all’interno dei campi rom e in altri ambiti dove l’illegalità è diffusa”. Inoltre, come ha avuto modo di scrivere in una mozione firmata trasversalmente anche da altri consiglieri comunali, il prof. Aiuti sostiene che “i medici assumerebbero il ruolo non di persone che devono fare diagnosi e curare gli ammalati ma di spie al servizio delle autorità di Pubblica Sicurezza facendosi carico di una attività non prevista dal loro contratto di lavoro con il SSN, né da norme contenute nel codice deontologico degli ordini professionali, né da alcuna normativa internazionale vigente nei Paesi democratici configurandosi quindi il provvedimento contro la deontologia medica e l’interesse della collettività.”
Andrea Paolo Floris, sindaco di Cagliari e medico di base, da 5 anni fa parte della commissione speciale della Asl territoriale: “In questo lustro non mi sono ancora imbattuto in un solo caso di immigrato irregolare che si fosse presentato in una struttura pubblica”. Come dire che il decreto non risolverà il problema, anzi.
Si richiama invece alle regole esistenti il dott. Luigi Fera, medico di base e consigliere provinciale a Bari quando rileva che “siamo già tenuti a denunciare all’ufficio di igiene tutto ciò che di straordinario accade, come le malattie infettive. A maggior ragione se vi è una qualche forma di illegalità, ma è chiaro che qui in coscienza il medico può scegliere di tutelare la privacy del paziente, come impone il giuramento di Ippocrate, e mi riferisco in special modo al medico che ricopre un ruolo pubblico e che per questo ha una massiccia dose di responsabilità sulle proprie spalle”.
Perplesso il dott. Antonio Dambrosio, consigliere regionale del Piemonte, medico di base specializzato in odontostomatologia, che “non se la sentirebbe” di denunciare l’immigrato clandestino bisognoso di cure, e che predica prudenza nel legiferare quando le tematiche risultano così delicate, come il caso Englaro insegna.
giovedì 19 febbraio 2009
TURCHIA IN EUROPA, LE REGOLE DA RISPETTARE
Da Fare Futuro web magazine del 19/02/2009
Il dibattito sollevato in merito all’ingresso della Turchia in Europa, merita approfondimenti e precisazioni. La concezione dell’allargamento ideologico e sociale dell’Unione Europea è un’iniziativa intelligente e proficua, che gioverà al complesso della comunità sotto molti aspetti. La preoccupazione italiana di elaborare una politica di inclusione anche nei confronti di Ankara è giustificata dai progressi che il Paese ha compiuto in questi anni, come le numerose collaborazioni ed iniziative di partenariato testimoniano. Detto questo è imprescindibile comprendere come una qualsiasi teoria abbia esigenza di un riscontro vivo nella pratica, in questo caso il diritto.
Sbaglia chi ritiene che esista una divisione a priori tra pro Turchi e oppositori al loro ingresso nell’Ue, semmai esistono delle leggi che vanno rispettate da chi ha piacere ad entrare nella grande famiglia europea. Un esempio ci aiuterà in una serena valutazione nel merito. Se l’Italia da domani decidesse di non riconoscere la Francia come stato membro, cosa succederebbe? Se il nostro Paese negasse lo spazio aereo a velivoli francesi o vieterebbe il transito di navi transalpine nei nostri mari, che conseguenze susciterebbe? Legittimo chiederselo dal momento che queste eventualità sopra citate accadono realmente nei rapporti tra la Turchia e la Repubblica di Cipro, stato membro dell’Ue a tutti gli effetti. Il punto è questo e verte sul semplice e niente affatto polemico rispetto delle leggi.
Il Trattato di Amsterdam, all’articolo 49, prevede la libera circolazione dei popoli all’interno dell’Ue. E’una disposizione ufficiale, non una presa di posizione soggettiva suscettibile di interpretazioni o sconvolgimenti.
Il 24 giugno del 2008 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso due sentenze storiche, ritenendo la Turchia colpevole di aver violato fondamentali diritti dell’uomo. La prima riguarda i delitti Solomou e Isaak: Solomos Solomou, greco-cipriota di Famagosta, ha perso la vita nel 1996 freddato dal fuoco di cecchini turchi. La sua unica colpa è stata quella di essersi arrampicato su un palo per rimuovere una bandiera turca. Pochi giorni prima suo cugino Tassos Isaac era stato ucciso dai Lupi Grigi mentre partecipava ad una manifestazione contro l’uccisione di due suoi amici. Per l’omicidio, ripreso in diretta da alcune televisioni, vennero fermati Kenan Akin e Erdal Baciali Emanet, quest’ultimo capo delle forze speciali turche, inchiodati da prove fotografiche. Akin nell’ottobre del 2004 ha ammesso di aver fatto fuoco, ma ha accusato l’ex comandante militare turco Halil Sadrazam di averglielo ordinato. Quest’ultimo ovviamente ha negato l’accusa. In seguito Akin, scarcerato, è stato arrestato ad Istanbul non per l’omicidio di Solomou ma per contrabbando. Pur essendo ricercato dall’Interpol è stato a sua volta rilasciato dalle autorità turche suscitando una crisi diplomatica, oltre che l’orrore dell’opinione pubblica. Il video dell’uccisione di Solomou si trova su You Tube.
La Corte ha ritenuto la Turchia responsabile per aver violato l’art.2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per non aver rispettato la vita dei due cittadini ciprioti e per non aver dato seguito a inchieste credibili sugli assassini. La Turchia è stata in questo caso chiamata in causa dal momento che le “autorità dello stato fantoccio istituito dalla Turchia stessa nella parte occupata dell’isola, sono ritenute dalla Corte amministrazione subalterna al governo turco”.
La seconda sentenza ha ritenuto la Turchia colpevole di aver violato l’art.10 che salvaguarda la libertà di espressione. L’insegnante Eleni Fokà nel gennaio 1995, mentre rientrava a scuola nel villaggio occupato di Agia Triada, venne arrestata e maltrattata da ufficiali turchi che le sequestrarono libri ed appunti. Secondo il tribunale di Strasburgo le autorità di Ankara dovranno risarcire la donna per le violazioni subite.
Il Parlamento europeo nella risoluzione sulle relazioni UE- Turchia del 24 ottobre 2007, rammentava al Governo di Abdullah Gul il decalogo da rispettare, ovvero: sì alle annunciate riforme in Turchia, purchè vengano concentrate nei settori in cui vi è estrema esigenza di ulteriori progressi, considerati vitali dal punto di vista democratico.
Irrinunciabile il rispetto per le minoranze religiose, ferma condanna per l'uccisione di don Santoro, più controlli civili sui militari e maggior autonomia per la libertà d'espressione, senza dimenticare gli impegni su Cipro, curdi e armeni. In quell’occasione il Parlamento europeo rammentò che “l'inadempimento da parte della Turchia degli impegni assunti nel quadro del partenariato per l'adesione continuerà ad influenzare negativamente il processo negoziale. Rammaricandosi che non vi sia stato alcun progresso sostanziale verso una soluzione globale della questione di Cipro, esorta ambedue le parti affinché adottino un atteggiamento costruttivo per trovare, nel quadro dell'ONU, una soluzione globale basata sui principi su cui è fondata l'UE. In proposito, ricorda che il ritiro delle forze turche agevolerebbe la negoziazione di un accordo”.
La presa di posizione oggettiva e non faziosa del Parlamento europeo presta il fianco a due considerazioni: in primis concede una chiara apertura e invita il governo turco ad una riflessione responsabile manifestando piena disponibilità al processo di adesione, dall’altro fa chiaramente capire di non essere affatto pronta a sconti o a concessioni incongruenti, come qualcuno auspicava, vedi quei deputati radicali che nel settembre 2007 avevano accolto a Roma come un eroe il presidente della repubblica turco-cipriota autoproclamata e riconosciuta solo da Ankara (e né dall’Ue né dall’Onu), addirittura con scorta ufficiale dei Carabinieri, senza che alcuna penna ‘nazionale’ versasse inchiostro in proposito.
Il dibattito sollevato in merito all’ingresso della Turchia in Europa, merita approfondimenti e precisazioni. La concezione dell’allargamento ideologico e sociale dell’Unione Europea è un’iniziativa intelligente e proficua, che gioverà al complesso della comunità sotto molti aspetti. La preoccupazione italiana di elaborare una politica di inclusione anche nei confronti di Ankara è giustificata dai progressi che il Paese ha compiuto in questi anni, come le numerose collaborazioni ed iniziative di partenariato testimoniano. Detto questo è imprescindibile comprendere come una qualsiasi teoria abbia esigenza di un riscontro vivo nella pratica, in questo caso il diritto.
Sbaglia chi ritiene che esista una divisione a priori tra pro Turchi e oppositori al loro ingresso nell’Ue, semmai esistono delle leggi che vanno rispettate da chi ha piacere ad entrare nella grande famiglia europea. Un esempio ci aiuterà in una serena valutazione nel merito. Se l’Italia da domani decidesse di non riconoscere la Francia come stato membro, cosa succederebbe? Se il nostro Paese negasse lo spazio aereo a velivoli francesi o vieterebbe il transito di navi transalpine nei nostri mari, che conseguenze susciterebbe? Legittimo chiederselo dal momento che queste eventualità sopra citate accadono realmente nei rapporti tra la Turchia e la Repubblica di Cipro, stato membro dell’Ue a tutti gli effetti. Il punto è questo e verte sul semplice e niente affatto polemico rispetto delle leggi.
Il Trattato di Amsterdam, all’articolo 49, prevede la libera circolazione dei popoli all’interno dell’Ue. E’una disposizione ufficiale, non una presa di posizione soggettiva suscettibile di interpretazioni o sconvolgimenti.
Il 24 giugno del 2008 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso due sentenze storiche, ritenendo la Turchia colpevole di aver violato fondamentali diritti dell’uomo. La prima riguarda i delitti Solomou e Isaak: Solomos Solomou, greco-cipriota di Famagosta, ha perso la vita nel 1996 freddato dal fuoco di cecchini turchi. La sua unica colpa è stata quella di essersi arrampicato su un palo per rimuovere una bandiera turca. Pochi giorni prima suo cugino Tassos Isaac era stato ucciso dai Lupi Grigi mentre partecipava ad una manifestazione contro l’uccisione di due suoi amici. Per l’omicidio, ripreso in diretta da alcune televisioni, vennero fermati Kenan Akin e Erdal Baciali Emanet, quest’ultimo capo delle forze speciali turche, inchiodati da prove fotografiche. Akin nell’ottobre del 2004 ha ammesso di aver fatto fuoco, ma ha accusato l’ex comandante militare turco Halil Sadrazam di averglielo ordinato. Quest’ultimo ovviamente ha negato l’accusa. In seguito Akin, scarcerato, è stato arrestato ad Istanbul non per l’omicidio di Solomou ma per contrabbando. Pur essendo ricercato dall’Interpol è stato a sua volta rilasciato dalle autorità turche suscitando una crisi diplomatica, oltre che l’orrore dell’opinione pubblica. Il video dell’uccisione di Solomou si trova su You Tube.
La Corte ha ritenuto la Turchia responsabile per aver violato l’art.2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per non aver rispettato la vita dei due cittadini ciprioti e per non aver dato seguito a inchieste credibili sugli assassini. La Turchia è stata in questo caso chiamata in causa dal momento che le “autorità dello stato fantoccio istituito dalla Turchia stessa nella parte occupata dell’isola, sono ritenute dalla Corte amministrazione subalterna al governo turco”.
La seconda sentenza ha ritenuto la Turchia colpevole di aver violato l’art.10 che salvaguarda la libertà di espressione. L’insegnante Eleni Fokà nel gennaio 1995, mentre rientrava a scuola nel villaggio occupato di Agia Triada, venne arrestata e maltrattata da ufficiali turchi che le sequestrarono libri ed appunti. Secondo il tribunale di Strasburgo le autorità di Ankara dovranno risarcire la donna per le violazioni subite.
Il Parlamento europeo nella risoluzione sulle relazioni UE- Turchia del 24 ottobre 2007, rammentava al Governo di Abdullah Gul il decalogo da rispettare, ovvero: sì alle annunciate riforme in Turchia, purchè vengano concentrate nei settori in cui vi è estrema esigenza di ulteriori progressi, considerati vitali dal punto di vista democratico.
Irrinunciabile il rispetto per le minoranze religiose, ferma condanna per l'uccisione di don Santoro, più controlli civili sui militari e maggior autonomia per la libertà d'espressione, senza dimenticare gli impegni su Cipro, curdi e armeni. In quell’occasione il Parlamento europeo rammentò che “l'inadempimento da parte della Turchia degli impegni assunti nel quadro del partenariato per l'adesione continuerà ad influenzare negativamente il processo negoziale. Rammaricandosi che non vi sia stato alcun progresso sostanziale verso una soluzione globale della questione di Cipro, esorta ambedue le parti affinché adottino un atteggiamento costruttivo per trovare, nel quadro dell'ONU, una soluzione globale basata sui principi su cui è fondata l'UE. In proposito, ricorda che il ritiro delle forze turche agevolerebbe la negoziazione di un accordo”.
La presa di posizione oggettiva e non faziosa del Parlamento europeo presta il fianco a due considerazioni: in primis concede una chiara apertura e invita il governo turco ad una riflessione responsabile manifestando piena disponibilità al processo di adesione, dall’altro fa chiaramente capire di non essere affatto pronta a sconti o a concessioni incongruenti, come qualcuno auspicava, vedi quei deputati radicali che nel settembre 2007 avevano accolto a Roma come un eroe il presidente della repubblica turco-cipriota autoproclamata e riconosciuta solo da Ankara (e né dall’Ue né dall’Onu), addirittura con scorta ufficiale dei Carabinieri, senza che alcuna penna ‘nazionale’ versasse inchiostro in proposito.
sabato 7 febbraio 2009
GRECIA, TUTTE LE SFIDE DEL GOVERNO

da "Fare Futuro web magazine" del 06/02/09
Da patria della filosofia a potenziale laboratorio economico e culturale, passando per alleanze strategiche e nuovi slanci strutturali: la Grecia si specchia con i venti di crisi ad un mese dagli scontri anarchici di Atene e nel pieno delle proteste degli agricoltori, a seguito dei quali tenta di ripartire con un nuovo esecutivo, nella consapevolezza che non è sufficiente un batter di ciglia per rimediare a strumentalizzazioni pretestuose e a problemi reali, ma potendo contare su una nuova fase progettuale.
Il premier di centrodestra Kostas Karamanlis, esponente di punta del partito Nea Demokratia, ha rivoluzionato la sua squadra, confermando tre ministri, tra i quali spicca la tenace Dora Bakoyannis agli Esteri e sostituendone otto, tra cui quello economico, fuori Alogoskoufis per Papathanassiou.
La crisi economica ha colpito l’Ellade in maniera diretta e profonda e le ripercussioni appaiono oggi ancor più insormontabili anche a causa di un tenore di vita che i Greci hanno negli anni conquistato e che oggi difficilmente riescono a modificare. Ma in fondo al tunnel si intravede più di un barlume di luce, dal momento che una serie di fattori potrebbero essere determinanti in positivo.
In primis il gasdotto Edison Italia-Grecia, per il quale la Commissione Europea ha stanziato cento milioni di euro, per consentire al gas turcmeno di giungere nel nostro Paese, anche attraverso una sinergia logistica proprio tra la Grecia e la Turchia. Numerosi sono stati negli ultimi anni i passi in avanti compiuti dai due Paesi che, a seguito di controversie storiche, tentano di riavviare il dialogo attraverso iniziative e progetti. Uno di essi porterà alla costruzione di un’autostrada che collegherà Salonicco a Istanbul.
Dal primo gennaio di quest’anno, inoltre, la Grecia è presidente di turno dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la quale ha già avanzato due interessanti proposte: la prima rivolta ad una strategia ad hoc per la regione del Caucaso all’indomani della crisi del gas in Georgia, dove costruire un nuovo sistema di sicurezza geopolitica anche in funzione europea, l’altra giuridica intendendo regolare proprio il quadro legale dell’Osce, nato nel 1994 ma ad oggi ancora privo di personalità giuridica, ovvero dotandolo di un bilancio maggiormente consistente per conferirgli tutti gli strumenti (logistici ed economici) necessari per operare con efficienza nelle aree più a rischio.
Infine la volontà di ripercorrere i passi dell’antica agorà, dove il ragionamento ed il confronto erano punti cardine di una società culturalmente avanzatissima, grazie allo sforzo della fondazione “Istituto di democrazia K. Karamanlis” che, nell’undicesimo anniversario della sua nascita (era il gennaio 1998), intende dare un segnale preciso alla società internazionale, ritenendo che l’appartenenza alla comune famiglia europea non debba tradursi esclusivamente in un semplicistico rispetto di paradigmi e indici di comportamento, ma debba necessariamente connotarsi come una visione elastica e risolutiva verso le problematiche attuali, avendo come bussola il bipolarismo e la strutturazione di uno Stato liberale.
Ma al fine di comprendere analiticamente il quadro dello stato greco è utile fare un passo indietro e ripercorrere i fatti di quaranta giorni fa. Gli indicatori economici concordano nel sostenere che la Grecia oggi sia vicina al collasso, e gli episodi di terrore conseguenti alla morte del giovanissimo studente Alexis Grigoropoulos e al ferimento di un agente di polizia pochi giorni dopo (il 21enne Diamantis Mantzounis), sono solo la punta, sbagliata e cruenta, di un iceberg sul quale è urgente confrontarsi e capire. Senza contare lo stato di agitazione di questi giorni degli agricoltori, in modo particolare di quelli cretesi, i quali giudicano non adeguato il pacchetto di aiuti da 500 milioni di euro approntato dal ministero dell’Agricoltura, e che sono addirittura giunti ad uno scontro fisico con le forze dell’ordine nel porto di Pireo.
I sentori di crisi in Grecia non risalgono solo agli ultimi anni, perché sarebbe il caso, (e qui bisognerebbe chiamare in causa economisti e dirigenti) di fare un salto a ritroso di dieci anni, quando tutto ebbe inizio con un vero e proprio fulmine a ciel sereno: il crollo della Borsa. E’a quel meccanismo illusorio e non protetto adeguatamente che bisogna far risalire l’inizio della fine, è da quegli errori che bisogna ripartire.
Il popolo ha sì diritto a manifestare il proprio disappunto verso decisioni che investono la collettività, ma non ha diritto di generare tale vandalismo come è accaduto in occasione delle distruzioni perpetrate dai gruppi di anarchici, che sono ammontate a duecento milioni di dollari di danni. Si dice che nelle università ateniesi per la modica cifra di tre euro era in vendita una pietra appuntita, utile allo scontro con le forze dell’ordine. Semplicemente assurdo.
Le conseguenze sono ancor più gravi e i dati dell’Associazione degli albergatori dell’Attica parlano di un drastico calo di presenze turistiche nel periodo natalizio, meno 26%, con forti timori per le prenotazioni pasquali e primaverili.
Ma il Governo Karamanlis ha dimostrato di tenere, investendo ancor di più in alleanze internazionali (è di queste ore l’annuncio dell’apertura di un ufficio per gli affari economico/commerciali in Iraq), impegnandosi a far fronte alla crisi con politiche mirate nei confronti delle fasce sociali maggiormente deboli e con riforme strutturali, risultando più forte di pretestuose strumentalizzazioni e prese di posizione indifendibili.
mercoledì 4 febbraio 2009
CIPRO UNA FERITA ANCORA APERTA
Da Fare Futuro Web Magazine del 03/02/2009
Nella settimana che ci conduce alla commemorazione del dramma delle foibe, una rivelazione sconvolge l’Europa. L’attore turco Attila Olgac ha confessato di aver freddato dieci greco-ciprioti nel 1974, almeno uno dei quali era prigioniero di guerra. L’ammissione, poi smentita con la giustificazione di voler solo sondare le reazioni, si inserisce in un momento molto delicato per le sorti dell’isola all’estremo lembo orientale del Mediterraneo.
Da trentacinque anni è occupata militarmente dalla Turchia, che nel 1974 ne invase il 2% all’indomani di un tentativo di annessione da parte dei Colonnelli greci, salvo poi “ampliarsi” con la presenza in loco di 50mila militari su ben il 38% della superficie dell’isola. Mentre la parte greca di Cipro è a tutti gli effetti uno Stato membro dell’Unione europea, la zona turca si è autoproclamata Repubblica turco-cipriota del nord ma non è riconosciuta né dall’Onu né dall’Ue, solo da Ankara.
La scia di sangue iniziata con l’occupazione militare turca è stata lunga e dolorosa. Ben 200 mila greco-ciprioti di fede cristiana sono stati costretti ad emigrare verso sud, mentre la zona settentrionale dell'isola è stata sottoposta ad un vero e proprio trattamento di islamizzazione forzata. Il riferimento non è solo ad uno sconvolgimento culturale e religioso ma anche morale e materiale: tutto ciò che non era musulmano è stato degradato o raso al suolo (come il cimitero di Termìa); al contrario, è stato dato ampio risalto all’anima nazionalista dei discendenti dell'Impero ottomano, che hanno provveduto anche a scolpire mezzelune sul paesaggio naturale, precisamente sul fianco dei monti Pentadattilos.
Il Parlamento europeo faceva il punto sui danni subiti dall’isola all’estremo est del Mediterraneo in questi termini: «Sconsacrate oltre 133 chiese, cappelle e monasteri situati nella parte settentrionale di Cipro, finita sotto il controllo dell'esercito turco dal 1974; convertite in moschee 78 chiese; 28 sono usate come depositi militari e ospedali e 13 sono usate come magazzini, mentre rimane sconosciuto il luogo in cui sono conservati oggi i rispettivi oggetti religiosi, incluse oltre 15.000 icone, che sono state trafugate». Tra i monumenti distrutti dai turchi figurano non solo chiese cristiane cattoliche ed ortodosse, ma anche protestanti, maronite, armene e un cimitero ebraico. La loro unica colpa era di essere di fede diversa da quella musulmana.
Tra razzìe e ogni sorta di dequalificazione civile e morale, vale la pena di citare qualche esempio concreto, che tra l’altro è stato al centro del libro del professor Charalampos G. Chotzakoglu, docente di storia bizantina all’Open Hellenic University di Atene, dal titolo “Religious monuments in Turkish- Occupied Cyprus”, con la prefazione di Nikephoros, Metropolita Arcivescovo di Kykkos e Tillyria. Il volume consiste in una sorta di viaggio itinerante attraverso luoghi che in passato erano destinati al culto e che oggi, tra macerie e animali al pascolo, sono stati degradati quasi fossero contaminati da chissà quale piaga. L’opera è legata a doppia mandata ad una mostra itinerante organizzata dal professor Charalambos Chotzazoglou con quaranta pannelli raffiguranti le chiese come erano in origine e come appaiono oggi e che ha fatto tappa in Italia nell’agosto del 2008 in occasione del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.
L’Onu aveva proposto come extrema ratio una soluzione al problema di Cipro con il cosiddetto “piano Annan”, bocciato in seguito con un referendum dai greco-ciprioti perché manifestamente a vantaggio dei turchi.
Come ho avuto modo riferire in qualità di modesto relatore alla platea di Nicosia in occasione del Quarto Congresso Internazionale di Studi Cipriologici nell’aprile 2008, il piano Annan risulta privo della sintonia istituzionale con leggi comunitarie, convenzioni europee, Diritti umani e risoluzioni Onu perchè esso fonda la sua base attuativa sull’articolo 49 del Trattato di Amsterdam, circa la libera circolazione dei popoli in Europa, salvo poi, nella veste pratica, escluderne la concreta applicazione, dal momento che i greco-ciprioti non possono far ritorno nelle proprie abitazioni situate nella zona occupata, la Katekomena.
È utile rammentare che ad oggi la Turchia, che non riconosce nemmeno Cipro come Stato membro dell’Ue, mantiene anche l'embargo contro le imbarcazioni battenti bandiera cipriota e quelle provenienti da porti situati nella Repubblica di Cipro, negando loro l'accesso ai porti turchi, nonchè contro gli aerei ciprioti, negando loro la possibilità di sorvolare gli aeroporti turchi o di atterrarvi. Inoltre negli ultimi mesi, complice il rapporto di amicizia esistente tra il presidente della Repubblica di Cipro Christiofas e quello dello Stato turco-cipriota autoproclamato, Talat, si sono intensificati i negoziati e gli incontri bilaterali, visti con ottimismo e speranza dalla comunità internazionale.
La soluzione finale alla problematica cipriota, che in molti considerano lunga e difficile, ma che altri invece ritengono praticabile, potrebbe rappresentare il vessillo di una pace da estendere all’intero Medio Oriente: come sarebbe utile e saggia una vera e propria bandiera di pace e di convivenza civile e fraterna, sventolata proprio in direzione di quei territori distanti poche centinaia di chilometri che purtroppo in questi anni hanno visto solo sangue e morte.
Nessuno dice che sia facile dare seguito a queste speranzose righe, ma il dovere di tutti è di provarci.
Nella settimana che ci conduce alla commemorazione del dramma delle foibe, una rivelazione sconvolge l’Europa. L’attore turco Attila Olgac ha confessato di aver freddato dieci greco-ciprioti nel 1974, almeno uno dei quali era prigioniero di guerra. L’ammissione, poi smentita con la giustificazione di voler solo sondare le reazioni, si inserisce in un momento molto delicato per le sorti dell’isola all’estremo lembo orientale del Mediterraneo.
Da trentacinque anni è occupata militarmente dalla Turchia, che nel 1974 ne invase il 2% all’indomani di un tentativo di annessione da parte dei Colonnelli greci, salvo poi “ampliarsi” con la presenza in loco di 50mila militari su ben il 38% della superficie dell’isola. Mentre la parte greca di Cipro è a tutti gli effetti uno Stato membro dell’Unione europea, la zona turca si è autoproclamata Repubblica turco-cipriota del nord ma non è riconosciuta né dall’Onu né dall’Ue, solo da Ankara.
La scia di sangue iniziata con l’occupazione militare turca è stata lunga e dolorosa. Ben 200 mila greco-ciprioti di fede cristiana sono stati costretti ad emigrare verso sud, mentre la zona settentrionale dell'isola è stata sottoposta ad un vero e proprio trattamento di islamizzazione forzata. Il riferimento non è solo ad uno sconvolgimento culturale e religioso ma anche morale e materiale: tutto ciò che non era musulmano è stato degradato o raso al suolo (come il cimitero di Termìa); al contrario, è stato dato ampio risalto all’anima nazionalista dei discendenti dell'Impero ottomano, che hanno provveduto anche a scolpire mezzelune sul paesaggio naturale, precisamente sul fianco dei monti Pentadattilos.
Il Parlamento europeo faceva il punto sui danni subiti dall’isola all’estremo est del Mediterraneo in questi termini: «Sconsacrate oltre 133 chiese, cappelle e monasteri situati nella parte settentrionale di Cipro, finita sotto il controllo dell'esercito turco dal 1974; convertite in moschee 78 chiese; 28 sono usate come depositi militari e ospedali e 13 sono usate come magazzini, mentre rimane sconosciuto il luogo in cui sono conservati oggi i rispettivi oggetti religiosi, incluse oltre 15.000 icone, che sono state trafugate». Tra i monumenti distrutti dai turchi figurano non solo chiese cristiane cattoliche ed ortodosse, ma anche protestanti, maronite, armene e un cimitero ebraico. La loro unica colpa era di essere di fede diversa da quella musulmana.
Tra razzìe e ogni sorta di dequalificazione civile e morale, vale la pena di citare qualche esempio concreto, che tra l’altro è stato al centro del libro del professor Charalampos G. Chotzakoglu, docente di storia bizantina all’Open Hellenic University di Atene, dal titolo “Religious monuments in Turkish- Occupied Cyprus”, con la prefazione di Nikephoros, Metropolita Arcivescovo di Kykkos e Tillyria. Il volume consiste in una sorta di viaggio itinerante attraverso luoghi che in passato erano destinati al culto e che oggi, tra macerie e animali al pascolo, sono stati degradati quasi fossero contaminati da chissà quale piaga. L’opera è legata a doppia mandata ad una mostra itinerante organizzata dal professor Charalambos Chotzazoglou con quaranta pannelli raffiguranti le chiese come erano in origine e come appaiono oggi e che ha fatto tappa in Italia nell’agosto del 2008 in occasione del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.
L’Onu aveva proposto come extrema ratio una soluzione al problema di Cipro con il cosiddetto “piano Annan”, bocciato in seguito con un referendum dai greco-ciprioti perché manifestamente a vantaggio dei turchi.
Come ho avuto modo riferire in qualità di modesto relatore alla platea di Nicosia in occasione del Quarto Congresso Internazionale di Studi Cipriologici nell’aprile 2008, il piano Annan risulta privo della sintonia istituzionale con leggi comunitarie, convenzioni europee, Diritti umani e risoluzioni Onu perchè esso fonda la sua base attuativa sull’articolo 49 del Trattato di Amsterdam, circa la libera circolazione dei popoli in Europa, salvo poi, nella veste pratica, escluderne la concreta applicazione, dal momento che i greco-ciprioti non possono far ritorno nelle proprie abitazioni situate nella zona occupata, la Katekomena.
È utile rammentare che ad oggi la Turchia, che non riconosce nemmeno Cipro come Stato membro dell’Ue, mantiene anche l'embargo contro le imbarcazioni battenti bandiera cipriota e quelle provenienti da porti situati nella Repubblica di Cipro, negando loro l'accesso ai porti turchi, nonchè contro gli aerei ciprioti, negando loro la possibilità di sorvolare gli aeroporti turchi o di atterrarvi. Inoltre negli ultimi mesi, complice il rapporto di amicizia esistente tra il presidente della Repubblica di Cipro Christiofas e quello dello Stato turco-cipriota autoproclamato, Talat, si sono intensificati i negoziati e gli incontri bilaterali, visti con ottimismo e speranza dalla comunità internazionale.
La soluzione finale alla problematica cipriota, che in molti considerano lunga e difficile, ma che altri invece ritengono praticabile, potrebbe rappresentare il vessillo di una pace da estendere all’intero Medio Oriente: come sarebbe utile e saggia una vera e propria bandiera di pace e di convivenza civile e fraterna, sventolata proprio in direzione di quei territori distanti poche centinaia di chilometri che purtroppo in questi anni hanno visto solo sangue e morte.
Nessuno dice che sia facile dare seguito a queste speranzose righe, ma il dovere di tutti è di provarci.
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