giovedì 27 maggio 2010

Scommettiamo sulla rinascita programmando il futuro

Da Ffwbmagazine del 27/05/10

I livelli di disuguaglianza in Italia sono elevatissimi, peggio stanno solo Messico e Turchia. Più del 50% dei cittadini segue professionalmente le orme dei genitori, c’è una scarsa mobilità sociale dove ciascuno si tiene stretta la propria posizione di privilegio, badando a null’altro se non alla singola sopravvivenza. E di fatto mortificando le energie del Paese, i cervelli, le ambizioni e le idee nuove che con un modello diverso e più aperto di Stato e di società, così come avviene altrove, potrebbero avere la propria opportunità. Rispetto agli anni ’90 l’evasione fiscale e le disparità tra nord e sud non sono mutati. Né si registrano miglioramenti circa l’accesso al lavoro per le donne. Si tratta di uno scheletro di dati Istat, Onu e Ocse riportati nel volume di Aldo E. Carra e Carlo Putignano Un Paese da scongelare, di cui negli ultimi due lustri si è discusso molto, ma che però nel merito non sono cambiati. A causa di politiche miopi, che si sono concentrate sull’immediato, e che hanno portato conseguentemente a una discussione allusiva, nei fatti distante anni luce dalla realtà.

Basti pensare che nel 2007 in Italia ci sono stati meno laureati che in altri ventinove Paesi Ocse, con un alto numero di giovani che abbandonano gli studi a livello di media inferiore. Più in generale la globalizzazione ha generato paradossalmente più iniquità, strozzando investimenti di lungo respiro e sfide socio-occupazionali che o non sono state lanciate, o vengono clamorosamente ibernate, in attesa di tempi migliori. Oggi le fasce in difficoltà si chiamano ceto medio: è una povertà che ha un suo rilievo antropologico oltre che economico, che impedisce prospettive future. La precarietà indossa i panni di un nuovo ascensore sociale, diretto però solo verso i piani più bassi, perché direttamente collegato alla povertà.

Si registra anche una crisi del racconto, in quanto forse i numeri sono sì pubblici e pubblicati, ma non sufficientemente pubblicizzati. E non per un senso di compatimento astratto e improduttivo, ma per una presa di coscienza dello stato delle cose, al fine di trovare soluzioni adeguate e correttive. Invece l’economia dovrebbe tornare a essere un fattore di progresso umano, accompagnata da una politica che sostenga la costruzione del domani, in un’ottica globalmente sociale, perché come sostiene Bauman «lo Stato sociale è moribondo, solo un pianeta sociale può assolvere alle funzioni che lo Stato sociale ha tentato di svolgere fino a ieri».

Come uscirne? Andando oltre il provvisorio, ridistribuendo il lavoro, unificando i diritti. Sostenendo una nuova giustizia sociale e non per un motivo ideologico, ma semplicemente per un reale bisogno. Tentando di superare il cosiddetto precariato istituzionalizzato, evitando che la rassegnazione diventi certezza. Puntando sulla green economy, una nuova forma di sviluppo che contemporaneamente crea occupazione per l’oggi e benefici economico-ambientali reali per il domani, con l’autosufficienza energetica e la razionalizzazione di spazi e servizi cittadini.

Legittimo chiedersi: in un Paese bloccato, con zero investimenti per il futuro, con la nuova paura del rischio-Grecia, anche l’elettorato è congelato? La risposta è nell’evoluzione dell’astensionismo. Fino a dieci anni fa chi votava scheda bianca o si asteneva lo faceva nella maggioranza dei casi per disinteresse. Oggi, quel 32% di astenuti alle scorse regionali vuol marcare una differenza, evidenziando un malessere. Fecondando di fatto anche un’ immobilità socio-elettorale che non sarebbe prudente ignorare, in quanto direttamente proporzionale all’ibernazione strutturale complessiva.

Il rischio concreto sul quale la politica deve interrogarsi alla luce di questi numeri, è che in una società dove il Pil non cresce più le citate disuguaglianze si rafforzino ulteriormente, impedendo alle future generazioni di partecipare attivamente alla vita del Paese. L’estetica dei reality ha drogato la società, senza che vi fosse una risposta adeguata da parte di chi avrebbe avuto il compito di impedire sperequazioni. E non solo in riferimento alla classe operaia o alle fasce da sempre più esposte al rischio, se è vero come è vero che questa deriva da sabbie mobili sta risucchiando pericolosamente anche chi si riteneva tranquillo. E che oggi scopre una realtà friabile, dove trionfa la paura perché anche un piccolo investimento è drasticamente rimandato o cancellato, per far fronte ad altre esigenze primarie.

Si potrebbe allora programmare una crescita mirata, senza che questa inneschi timori e riserve anche solo di parola. Perché sarà solo con uno scatto nella direzione del risveglio, non solo economico ma anche in chiave sociale del Pil, che si potranno scrostare scorie tossiche, scongelando non solo un Paese ma un intero sistema. E dovrebbe essere proprio la politica a farsi carico di una vera rinascita. Consapevole che interventi sporadici e improvvisati non saranno sufficienti a fermare l’emorragia di fiducia e di benessere, ma rischiano di zavorrare ulteriormente una struttura che invece dovrebbe essere rivoluzionata e riprogrammata.

mercoledì 12 maggio 2010

APPELLO AI GRECOBOFI


DA MONDOGRECO DEL 12/05/10

Questo è un appello ai grecofobi. Non abbiate paura, anzi, per superare la crisi date un contributo alla patria di Omero: quest’estate, se potete, venite tutti in Grecia.
“Sappi che il parlare impreciso- diceva Socrate- non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito”. In queste settimane si è letto di tutto sulla Grecia. Circa le considerazioni tecniche in merito alla gestione contabile-finanziaria e le inevitabili ripercussioni mondiali non può esservi discussione: i numeri parlano chiaro. Qualcuno li ha truccati in passato, quel qualcuno non è stato al momento condotto in alcun tribunale, ragion per cui i cittadini ellenici sono alquanto nervosi, se si valutano nel merito i sacrifici ai quali saranno chiamati.
Ma da qui a dipingere l’intero Paese con certa supponenza o, ancora peggio, con velature di scherno come qualche commentatore italiano e tedesco ha di recente fatto, beh semplicemente non è bello. Non solo perché non risponde al vero, ma perché tali giudizi sono stati vergati quando la Grecia non aveva proprio la possibilità di difendersi, impegnata com’è a portare avanti il risanamento.
Dissertare di crisi greca mescolando così sgradevolmente baccanalie e turismo sessuale, - come qualcuno ha fatto pochi giorni fa su un quotidiano- quasi stessimo parlando di Thailandia e non di isole Cicladi, lascia esterrefatti.
In primis la Grecia non è solo Cicladi. Forse le astiose penne che hanno fatto tristemente capolino dipingendo un’Ellade allo sbando e corrosa da depravazioni sociali, non hanno avuto il piacere e l’onore di visitare i monasteri del Monte Athos, le incontaminate spiagge di Elafonissi, o le dolci coste di Porto Carras o di Porto Idra, passando per gli incantevoli vigneti del Peloponneso, o per i paesaggi mozzafiato del monte Olimpo o del Parnassos, quasi ci trovassimo in Svizzera, o le colline dell’Oracolo di Delfi, o le acque termali della piana delle Termopili, dove trecento eroi andarono incontro alla morte non prima di aver dimostrato valore e coraggio. Certamente a Mykonos (ci sono stato anch’io) non si svolgono festival letterari, e senza dubbio la crisi economica ha precise responsabilità, ma altri, e ben diversi, sono gli accenti da porre, se si vuol fare una critica corretta.
Lo stesso Isaia (5,20) scrisse “guai a coloro che chiamano bene il male, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, l’amaro in dolce e il dolce in amaro”. Nessuno sarebbe così miope da non condannare la scellerata politica economica ellenica degli ultimi due lustri. Ma un conto è analizzare oggettivamente dati e congiunture, altro sparare a salve mancando volgarmente di rispetto ad una cultura e ad una storia che non è stata solo regina del passato. E spiace che ciò sia avvenuto su un quotidiano del sud Italia, ben conscio delle proprie origini culturali, orgogliosamente mediterranee.
La Grecia non sarà mai espulsa in senso culturale, geografico, linguistico, non solo dall’Europa ma da nessun altro continente o associazione, semplicemente perché, per quei pochi che lo ignorano, rappresenta il “pan”. Perché insita nella cultura a tutti i livelli, dalla medicina alla filosofia, dalle arti alle scienze. Forse qualcuno non sa che, per dirne una, alla Nasa la prima materia insegnata ai nuovi scienziati è l’antico greco. Giusto per aprire la mente a sforzi analitici notevoli. Altro che lingua morta.
Mi auguro che le righe velenose che tanto sdegno e tristezza hanno suscitato in me, figlio del Meridione ma ancor prima di quella cultura Mediterranea che è nata, piaccia o no, in un lembo di Egeo, siano rilette con più attenzione. E non per ottenere scuse o rettifiche, ma solo per suscitare consapevolezza. Di un passato da onorare, di un presente giustamente da criticare, ma senza inopportune mancanze di rispetto, perché come diceva Pindaro “c’è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo”.

martedì 11 maggio 2010

Quella parata per la libertà che sa tanto di regime


Da Ffwebmagazine del 11/05/10

Trecento morti negli ultimi dieci anni. Trenta all’anno. Circa tre al mese. È il bilancio dei giornalisti uccisi in Russia in due lustri, un paese che è al penultimo posto nella classifica per la libertà di stampa della Freedom House, al secondo – dietro l’Iraq - per il numero complessivo di cronisti ammazzati. Pare che per assoldare un killer a Mosca siano sufficienti duemila euro. In Russia, come in Cina, Iran e Venezuela, dai dati del “Freedom of the press 2010: A global survey of media indipendence”, risulta che la censura su Internet limita sensibilmente l’accesso alle informazioni. E parallelamente cresce il numero delle voci stroncate. Da un lato, giornalisti e giudici freddati, dall’altro, l’imponente parata militare del 9 maggio nella piazza Rossa in occasione dei 65 anni dalla vittoria sul nazismo, con sfoggio di armi e di missili intercontinentali. Una scena che, se si togliessero i colori agli schermi, potrebbe essere riportata indietro di mezzo secolo, immortalando immagini in bianco e nero figlie di un tempo lontano. Con leader e condizioni geopolitiche del passato. E, invece, sono del 2010, anno della disfatta dei diritti civili in quel territorio sterminato, dai morti in Cecenia alle spinte democratiche inibite, dalle inchieste scomode ai tentativi di tirannizzazione dei media.

Purtroppo, non c’è solo Anna Politkovskaja a evidenziare la vergogna di un paese che non protegge a sufficienza i propri giornalisti. Che dire di Antonio Russo, di Radio Radicale, ucciso in Georgia con lo schiacciamento del torace, tipica tecnica adottata dai servizi sovietici. O l’esperto di Caucaso Ilyas Shurdayen, strangolato con una cintura. Oppure il proprietario di Ingushetiya.ru Magomed Yevloyev, a cui hanno sparato mentre era a bordo di un’auto della Polizia. O come Yuri Shchekochikhin, viceredattore di Novaya Gazeta, morto per una grave reazione allergica poco prima del suo viaggio negli Usa per confrontarsi con l’Fbi circa una sua inchiesta di corruzione. O come la studentessa di giornalismo 25enne Anastasia Baburova: stuprata e uccisa con un colpo di pistola al volto mentre inseguiva l’assassino di Stanislav Markelov, avvocato della Politkovskaja. Ne sa qualcosa Oleg Panfilov, direttore del Centro di Giornalismo in Situazioni Estreme di Mosca (Cjes), premiato lo scorso anno con il riconoscimento Internazionale per la Libertà di Informazione Isf-Città di Siena.

Perché non ricordare allora le vittime della mancanza di libertà in quel territorio? Perché limitarsi a parate celebrative che sanno di regime? Consapevole, forse, che tanta esposizione di forza non sarà sufficiente a chiudere bocca ed orecchie a chi fa ancora un mestiere scomodo da quelle parti. A cosa serve pavoneggiarsi e far sfilare muscolosi carri armati, quando poi ci si scopre privi della libertà basilare? L’unica libertà che è direttamente proporzionale alle altre. Senza della quale non vi è Stato, né società, né partecipazione, né diritti, né doveri. «La voce della verità - sosteneva Robert Musil - si accompagna a un rumore accessorio sospetto, ma gli interessati non vogliono sentirlo». E in questo contesto non si può non pensare a quelle che potrebbero essere definite “le nuove non-libertà” nel mondo, dai dissidenti cubani, alle drammatiche vicende birmane di Aung San Suu Kyi, dall’onda verde dei ragazzi iraniani alle limitazioni di internet in Corea.

Il presidente Medvedev ha annunciato invece che solo insieme si potranno affrontare le minacce odierne. Ma Vladimir Putin evidentemente non la pensa allo stesso modo, se a stretto giro ha aggiunto che ritiene la politica estera americana paragonabile a quella del terzo Reich. Schermaglie dialettiche poco affini a una giornata di festa. Ammesso che di festa si possa parlare. Tra l’altro, sulla celebre piazza moscovita sono sfilati anche i nuovi missili a lunga gittata Topol-M, forse per ricordare al mondo intero che la Russia è ancora una potenza nucleare. Ma anche che ha ancora dinanzi a sé molta strada da percorrere per diventare, non una potenza, ma quantomeno una normale espressione di democrazia ed emancipazione.

giovedì 6 maggio 2010

CRISI GRECA, CHI INCHIODA I RESPONSABILI?


“…solo un muro di legno non vi tradirà”, sentenziò l’Oracolo di Delfi agli ateniesi in attesa di conoscere la profezia sulla battaglia che di lì a poco si sarebbe consumata alla piana delle Termopili tra spartani e soldati del re Serse. Quel muro che segnò un vantaggio per i trecento in realtà era stato innalzato anni prima dagli abitanti della Locride e della Focide per difendersi da Macedoni e Tessali: Leonida, quando giunse in quello spicchio di terra, lo trovò in rovina e provvide a ricostruirlo.

Quello stesso muro potrebbe oggi, duemilaquattrocentonovanta anni dopo, giungere in soccorso di una Grecia minacciata non dall’invasore straniero ma dai debiti: e prende il nome di Unione Europea. E fatto da mattoni di solidarietà, non forzatamente romantica ma finanziaria, che gli stati membri non possono non offrire ad Atene. Anche per non rimetterci di tasca propria. E in considerazione delle drammatiche conseguenze che, un ritorno greco alla dracma, avrebbero per l’intero continente aprendo, per dirne una, una falla gigantesca sulla tenuta dell’euro e sul significato politico più intimo della moneta unica. A cosa servirebbe isolare gli stati membri in difficoltà, quando forse proprio la crisi è l’occasione per vedere finalmente e nei fatti l’Unione dell’Europa?

Pochi giorni fa il primo ministro greco, George Papandreu, dalla lontana isola di Kastellorizo, ultimo pezzo di Grecia prima delle coste turche- e chissà se non sia stato un caso- ha chiesto ufficialmente l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, suscitando ulteriori perplessità della Germania. A quali risultati porterebbe, come la cancelliera Merkel sta facendo, chiudere le porte in faccia alle richieste di aiuto ateniesi? Quali scenari apparirebbero con una Grecia che potrebbe fare da apripista ad altri illustri fallimenti all’interno dell’Ue? Si legge che Spagna e Portogallo registrerebbero gli stessi gravi indici economici. E’chiaro che un prestito-ponte da solo non sarà sufficiente a riequilibrare conti dilaniati da anni di sperperi e, sarebbe il caso di dire, di illusioni mitologiche sul potere di acquisto. Ma neanche un gelido rifiuto di collaborazione o di estintore per la casa del vicino in fiamme, come ha metaforicamente rilevato Giulio Tremonti, servirebbe granchè.

Dopo mesi di travaglio mediatico sulla crisi economica greca, appare sin troppo semplicistico avanzare analisi e riflessioni sullo status quo. I numeri parlano chiaro. Altrettanto deleterio è però continuare con quella strana deriva che ignora palesemente responsabili e cause del crack di oggi. Il default ellenico non è figlio solo della crisi che ha colpito il mondo, ma della concorrenza di più elementi. Chi, all’ombra dell’Acropoli ma anche in sede comunitaria, avrebbe dovuto vigilare sui bilanci? Vi sono le premesse per ipotizzare un qualche coinvolgimento di istituti di credito, che hanno “affiancato” i governi ellenici degli ultimi due lustri nel gravoso compito di camuffare numeri e dati? E ancora: perché far pagare il “conto” della crisi al ceto medio ellenico, già dato in picchiata verso la condizione di semipovertà, con prezzi schizzati alle stelle e commerci paralizzati?

Inutile nascondere che il progresso socio-economico è stato visto a tratti in Grecia come volano per avventurose iperboli finanziarie. E per la diffusione a tutti i livelli del concetto di spreco. Un’agenzia di stampa ellenica ha riportato due episodi chiarificatori: in uno si apprende che il sito internet della camera dei deputati, pare sia costato effettivamente 200mila euro, a fronte del milione investito; nell’altro, si sosteneva che alcuni proprietari di ville con piscine, per pagare meno imposte, denunciavano quelle graziose vasche come semplici fontanelle. Un panorama allucinante che si è districato su vari fronti, dai rapporti dello Stato con le gerarchie ecclesiastiche sui cui poca chiarezza anche finanziaria c’è stata, ad alcune operazioni commerciali azzardate; da scandali post Olimpiadi del 2004 con il coinvolgimento di multinazionali tedesche, alla scelta di non incoraggiare carburanti alternativi. Difficile credere che in un Paese privo di un regime fiscale ben applicato, e dove non vi era un solo investimento “reale”per le future generazioni, non si sarebbe abbattuta la scure della crisi post annus orribilis 2009. Le precise condizioni che hanno portato allo scenario di oggi, sulle quali tutti convengono, non sminuiscono di contro le mancanze della classe politica di un decennio. Perché il Fmi non interpella i ministri delle finanze ellenici degli ultimi cinque esecutivi?

Di contro in questa fase sarebbe saggio preoccuparsi non solo del versante burocratico, ma anche degli aspetti sociali della situazione. Non potrà certo essere sufficiente il gas lacrimogeno spruzzato contro impiegati statali, operai e semplici cittadini scesi a Syntagma a manifestare nella piazza del Parlamento ateniese per spiegare loro come dovranno far fronte allo spaventoso buco. Forse il Governo socialista insediato da meno di un anno dovrebbe fare di più per impedire non solo disordini, ma per evitare che la sperequazione sociale che oggi migliaia di ellenici stanno vivendo in prima persona, si trasformi in lacrime di violenza. Come accaduto nel passato, non solo greco.

E allora il ricordo della battaglia delle Termopoli, forse può essere utile per rimboccarsi le maniche e prepararsi ad una lunga corsa contro il tempo, che vede pochi pronostici a favore come in quel 480 aC. Negli attimi che precedettero lo scontro alle “porte”, si narra che uno dei trachini avesse fatto notare allo spartano Dienece come gli arcieri persiani erano talmente numerosi che, quando tiravano, migliaia di frecce in cielo oscuravano il sole. Se possibile, ancora più incredibile fu la risposta del condottiero: “Bene, almeno in questo modo combatteremo all’ombra”.

giovedì 29 aprile 2010

Minori non accompagnati,quel vuoto tutto italiano

Da Ffwebmagazine del 29/04/10

Anche in sede europea si è avvertita l’esigenza di approcciarsi all’immigrazione con un atteggiamento meno ideologico e più pratico, in ragione di un’elementare deduzione: ovvero che il fenomeno non può essere risolto alzando mura e scavando fossati. Ma sarebbe utile invece affiancare ad una risposta di tipo umanitario, anche una valutazione propositiva su come “modellare” alcuni flussi. Azioni e numeri che il secondo Rapporto dell’European Migration Network ha cercato di fornire, oltre ovviamente ad una chiave analitica per evitare vuoti normativi che purtroppo l’Italia accusa, non essendoci una disposizione specifica che preveda modalità di rilascio, revoca e rinnovo del permesso di soggiorno per questioni di carattere umanitario.

Ma andiamo con ordine: è emerso che nel 2008 sono stati 573 i minori non accompagnati che hanno avanzato la richiesta di asilo. Un quinto di essi ha incassato un rifiuto. Dati che non contemplano i minori di nazionalità romena, circa un terzo dal 2004 ad oggi, dal momento che la Romania ha da poco fatto il suo ingresso nell’Ue, e per i minori neo-comunitari il Ministero dell’Interno ha approntato un organismo centrale di raccordo per garantire i diritti di coloro che giungono dall’interno dell’Unione.

Negli ultimi anni sono quasi ottomila i minori stranieri non accompagnati arrivati in Europa da diversi paesi, come Palestina (9,5%), Egitto (13,7%), Marocco (15,3%), Albania (12,5%), Afghanistan (8,5%), spinti da situazioni di carenza democratica e civile. Tre quarti di loro hanno un’età compresa fra i sedici e i diciassette anni, mentre nel 90% si tratta di maschi. Al terzo trimestre dello scorso anno, la banca dati del Comitato per i minori stranieri era ferma a seimilacinquecentottanta, di cui ben il 77% senza identificazione. Questione molto delicata, in considerazione del notevole numero di minori sbarcati sulle coste siciliane, nel 2008 quasi tremila. Il picco è stato registrato a Lampedusa con più di duemila, di cui l’80% non accompagnati.

Numeri che inducono alla riflessione, anche in considerazione delle modifiche normative intervenute al cosiddetto pacchetto sicurezza, la legge 94/2009 che ha provveduto a limitare il rilascio del permesso di soggiorno per chi raggiunge la maggiore età, solo in presenza di quattro condizioni contemporanee, e non più alternative come recitava la legge 189/2002: che il minore non accompagnato sia inserito da almeno un biennio in un progetto di integrazione; che sia sottoposto ad affidamento o tutela; che abbia un alloggio; che risulti iscritto ad un effettivo corso di studi o lavori.

In Italia si registra un incremento della presenza straniera regolare pari a quattrocentomila persone all’anno, tra ricongiungimenti familiari e nuovi lavoratori arrivati sul territorio. Quelli che non riescono a dare seguito al primo tentativo di inserimento sono sottoposti al ritorno forzato, circa 48mila nel 2009. Eventualità che segnala il fallimento del processo migratorio iniziale e su cui il rapporto ha concentrato sforzi propositivi. Come le numerose iniziative verso i migranti più giovani per sostenerli nell’affrontare un percorso di rientro assistito nei vari Stati di origine. Piccoli progetti con un grande eco, dal momento che abbracciano il reinserimento di coloro che non sono riusciti a completare nel migliore dei modi il primo intento migratorio.

Altro dato con cui confrontarsi è quello relativo agli sfollati nel mondo, che ammontano complessivamente a 26 milioni, ed ai rifugiati, ben dieci milioni. È chiaro che l’Europa non può offrire la soluzione globale alla problematica, che evidentemente deve essere valutata su diversa scala. Ma può recitare il proprio ruolo, consapevole dell’apporto socio-umanitario che un intervento del genere significa. Nel 2008 è stata introdotta la normativa europea sulla protezione internazionale, che ha prodotto la figura del beneficiario di protezione sussidiaria. Così si sono incrementati i casi di riconoscimento e conseguentemente di attribuzione di uno status di tutela. A tale figura vanno ad aggiungersi quella di protezione umanitaria e di protezione temporanea. A oggi, non sono però amalgamate a livello europeo, anche se riescono ad ampliare i casi in cui si applicano. Da qui l’oggettiva considerazione che manca una normativa nazionale in grado di rilasciare, rinnovare o revocare il permesso di soggiorno per fini umanitari. La normativa esistente (d.lgs 286/98) si limita a considerare il permesso di soggiorno per fini umanitari come una sorta di passo a metà strada tra il riconoscimento di uno dei due status, ma con il diniego di qualsiasi azione di tutela.

Si tratta di una lacuna che, se sanata da interventi mirati, potrebbe dare un ulteriore contributo al processo di integrazione e di modulazione dei flussi migratori, che spesso si scontrano ancora con visioni demagogiche e miopi, quegli stessi retaggi che hanno l’unica conseguenza di ingigantire le problematiche, anziché contribuire a risolverle. E allora, per comprendere in pieno dove concentrare energie e miglioramenti legislativi, forse sarebbe utile riflettere sulle parole che mons. Perego, direttore generale della fondazione Migrantes, ha dedicato a taluni modi di intendere il fenomeno immigrazione: «Si sta preferendo lavorare sui respingimenti, piuttosto che sull’assistenza e sulla protezione”.

mercoledì 28 aprile 2010

SE ANCHE LE PORTE DI CALCIO VENGONO SBARRATE AI GIOVANI

“I giovani- diceva Joseph Joubert- hanno più bisogno di esempi che di critiche”. Dove gli esempi risiedono magari in una strada da tracciare insieme, in un modello da cui partire e da consolidare poi in autonomia, o più semplicemente in un panorama da far osservare, lasciando libero spazio alla creatività del singolo. Ma a patto che quello spazio in seguito venga realmente dedicato ai giovani, alle nuove leve, tanto elogiate da tutti ma a volte emarginate proprio in virtù del dato anagrafico. Cosa c’è di più allegro, brioso, fresco della giovinezza? Ha detto Bob Dylan che essere giovani significa tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo s’è stancato di essere azzurro. E’proprio quella la chiave di volta, la spinta ottimistica, la voglia di andare, non importa dove e come. Quell’energia testosteronica che rappresenta una molla unica nel suo genere. E che va fatta scattare in quell’istante, non vent’anni dopo.
“Ai mondiali non c’è bisogno per forza di ventiquattrenni”. No, non è l’ultimo spot da bar dello sport, né la conservatoristica precisazione di qualche antenato del pallone. Ma la presa di posizione del commissario tecnico della nazionale italiana di calcio Marcello Lippi, che con una difesa catenacciara datata circa dieci lustri fa, in un’intervista (http://www.apcom.net/newssport/20100409_144328_37f3103_86138.html) chiude le porte sudafricane a quel manipolo di giovani calciatori italiani, che, poverelli, sognavano di indossare anche solo per un riscaldamento a bordo campo o per un’apparizione al novantacinquesimo in pieno recupero, la maglia azzurra. Niente, sarà per la prossima volta, sempre che sulla panchina più prestigiosa d’Italia non sieda lo stesso coach. Nulla di personale, ovviamente, contro i giovani. Solo che Lippi, che ricordiamolo è pienamente legittimato a decidere in quanto è proprio il suo mestiere, ha scelto la tradizione, l’esperienza, e la stagionatura di altri calciatori. Rispettabile, ma non condivisibile.
E qualche riflessione in questo senso va fatta. Non tecnica, dal momento che si tratta di un ambito specifico del quale disserteranno per i prossimi due mesi gli addetti ai lavori, ma sociale. Proprio quel calcio, che con l’investimento umano nelle formazioni giovanili, ha per fortuna compreso come solo con la valorizzazione dei prodotti locali si potrà fare fronte sia alle ristrettezze economiche che alle nuove sfide dello sport moderno, si lascia ammanettare da, come vogliamo chiamarla, paura del nuovo? Che corre sempre di più, con tre gare alla settimana, con tempi di recupero accorciati, con sedicenni che si muovono in campo quasi fossero giocatori navigati. E da noi, invece cosa succede? L’esatto contrario, per quella tafazziana inversione di tendenza che spesso avvolge le menti di chi decide e di chi è investito del potere. Non comprendendo come, così facendo, si monchino a priori i nuovi rami, i germogli che domani, o fra pochi minuti, saranno fiori.
“Non guardo l’età- ha proseguito Lippi- in un Mondiale non conta”. E no, come non conta l’età? Dopo un campionato logorante come quello italiano, con un finale ancora tutto da scrivere, come si può mettere sullo stesso piano ad esempio la difesa della Juve, stanca e ormai perforabile, con giovani elementi frutto dei vivai che si sono distinti? Ma la diffidenza per la linea verde è ormai un retaggio in disuso. Si guardi a mister Fabio Capello, che continua a far giocare nella nazionale inglese il 21enne Teo Walcoot, il più giovane ad esordire nella nazionale del suo paese. O come il sedicenne Romelu Lukaku, gigante paragonato alla punta ivoriana del Chelsea Didier Drogba, già osservato speciale di Inter e Milan, nato in Belgio da genitori congolesi e premiato da quel giramondo di Dick Advocaat con la prima convocazione in nazionale belga, per via dei 189 gol sin qui segnati con la squadra del Brussels e poi con quella dell’Anderlecht. Roba che dalle nostre parti non è affatto usuale che accada. Anzi, spesso si rincorre il più stagionato pezzo di marmo con pluriesperienza, mortificando giovani speranze. In molti campi.
“I giovani soffrono di più per la prudenza dei vecchi che per i propri errori” disse Luc de Vauvenargues. Chissà se le parole dello scrittore francese originario di Aix en Provence, potrebbero fare al caso di qualcuno dei “vecchi” di casa nostra. Dove per vecchi non si intende voler apostrofare qualcuno in base alla sua età, ma definire chi proprio non riesce a preferire il fresco allo stantio, il nuovo al passato, il funzionale all’anacronistico. Pare che una parte corposa degli strati sociali, ma ancor più, della classe dirigente e di chi la seleziona, sia intimorita dalla forza propulsiva che un giovane possa sviluppare. Senza considerarne le potenzialità, le numerose variabili, le possibili vittorie. In questo un esempio interessante è rappresentato da quella galassia di giovani scrittori che nell’ultimo triennio ha fatto capolino nelle librerie italiane. Nomi nuovi, per storie vere, interessanti, capaci di tracciare una linea e di aprire nuovi fronti. Amori, amicizie, ritorni, partenze. E soprattutto giovani, dalle belle speranze e dalle visioni innovative.
“Se sono convinto che qualcosa vada fatto- ha poi concluso Lippi- tiro dritto fino alla fine. Le mie decisioni in passato sono state dettate da un principio: non mi sono mai fatto condizionare da campagne esterne”. Insomma il commissario tecnico si proclama libero, da vincoli, lacci e lacciuoli, e primo responsabile delle proprie azioni. “L’anima libera è rara- diceva Charles Bukowski- ma quando la vedi la riconosci, perché provi un senso di benessere quando gli sei vicino”. Quel benessere, in questo caso, proprio non riusciamo a vederlo.

venerdì 23 aprile 2010

CON L'ECLETTICA IPAZIA, CONTRO IL RISCHIO DEL LIBRO UNICO


Da Ffwebmagazine del 23/04/10

Ma oggi si corre ancora il rischio del “libro unico”, così come nel 415 d.C., quando i parabolani massacrarono la scienziata Ipazia di Alessandria su istigazione del vescovo cristiano Cirillo, poi santificato? In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del film Agorà di Alejandro Amenàbar, l’inno alla libertà di quella che fu studiosa, eclettica, platonica e aristotelica al tempo stesso, torna in primo piano. Con precise attualizzazioni che sarebbe interessante approfondire, in chiave di liberazione dalla coercizione e dalla paura della conoscenza. E in un momento storico dove la perplessità sembra quasi vietata, dove si è obbligati a schierarsi da una parte e combattere.

Una donna dalla straordinaria bellezza e curiosità, fondatrice di una palestra per le menti che come primo comandamento aveva la libertà di pensiero, quel tesoro spesso irraggiungibile e periodicamente messo a repentaglio da numerosi poteri, che ad esempio Giulio Giorello ha definito come «l’aria in cui respiriamo tutti, che non può essere sequestrata né da una religione né da un’ideologia». Ipazia precedette Giordano Bruno e tracciò addirittura uno schema meccanico dell’ellisse, giungendo al bagaglio di cognizioni kepleriane. Quello stesso Keplero che, forse conscio della società che lo circondava e per questo timoroso di possibili ritorsioni, arrivò a dire «preferisco l’amore delle stelle a quello degli esseri umani». Ma perché scienziati e filosofi erano - e sono? - mestieri pericolosi? Il rischio del sapere è ancora oggi strumentalizzato da interconnessioni politico-economiche legate al potere che in taluni ambiti, piccoli e grandi, condizionano scelte ed interpretazioni. Quante volte si assiste a mistificazioni, a palesi negazioni di verità inconfutabili, anche solo per strappare un consenso in più o un primo piano televisivo? Il crimine contro Ipazia non solo fa ancora male dopo quasi millequattrocento anni, ma appare di estrema attualità alla luce delle vicissitudini intercorse nei secoli e che oggi si intrecciano.

La presenza di Ipazia nella tradizione ellenistica è indubbia, come le ricerche fra gli altri di Lucio Russo dimostrano. Il suo fu un contributo di inestimabile valore all’aritmetica, alla geometria, all’astronomia, ma il corto circuito storico sulla vicenda sta tutto nel fatto che all’interno del prestigioso Dizionario Vaticano, si legge che Ipazia fu uccisa in occasione di una dimostrazione popolare, dal momento che era nemica del cristianesimo. Quando invece le dinamiche legate alla sua morte sono inequivocabili: denudata e fatta a pezzi dai parabolani, monaci che se da un lato avevano una funzione di sostegno sociale ai deboli e ai poveri, dall’altro rappresentavano la milizia armata come squadracce del vescovo Cirillo. E chi nel tempo provò a dimostrare la verità dei fatti, lo storico cristiano Socrate scolastico, per questo venne isolato. Una spirale di intolleranza che fece tre illustri vittime in un colpo solo : la libertà di religione, il corpo della donna e l’indipendenza della ricerca scientifica.

Catapultare la figura di Ipazia nella società moderna, quindi, è un buon segno e non per alimentare pretestuosamente un contrasto fra paganesimo e cristianesimo, fra laicismo e chiesa. Ma in direzione della ragione contro i pericolosi fondamentalismi ideologici, tali perché tolgono voce, moncano intuizioni, troncano libertà. Quella stessa libertà che, parafrasando Benedetto Croce, esiste al singolare solo all’interno della libertà plurale. Enunciando un principio tanto elementare quanto calpestato nel tempo, non solo lontano. Si pensi ad alcuni testi storici del secolo scorso, dove alla voce Giordano Bruno vi era scritto “perito in un incendio” e non arso vivo. O all’esempio fornito da quel filosofo della tolleranza e per nulla anticristiano che prende il nome di Conrad: da irlandese protestante, scrisse che «Ipazia venne uccisa per invidia, superbia e crudeltà del signor Cirillo, presentato come santo ma senza alcuna ragione».

Ma tra le righe di Ipazia e della sua drammatica vicenda personale e storica - drammatica perché non sono rimaste sue opere a causa della consapevole volontà di distruggerle- si ritrova anche il diritto alla disuguaglianza, come rimarcato più volte da Nikolaj A. Berdjaev. Il diverso, lo straniero, il pensiero non allineato che questa società pigra e chiusa a riccio fa sempre più fatica non solo a metabolizzare, ma più semplicemente ad osservare, rispettare e da cui poi magari dissentire. Ma in maniera costruttiva e senza paura.

lunedì 19 aprile 2010

Ma democrazia e capitalismo sono inconciliabili o no?


Da Ffwebmagazine del 19/04/10

È inimmaginabile che esista una democrazia sprovvista di mercato e proprietà, ma il capitalismo a sua volta presenta forti punti di contrasto con la democrazia: come uscire da questo vicolo cieco? Se lo è chiesto Michele Salvati in Capitalismo, mercato e democrazia, un volume che prende spunto da alcune sue recensioni sulle riflessioni di illustri studiosi e pensatori circa sei differenti livelli tematici. Il capitalismo americano teorizzato da Philips e Reich; il keynesismo e il neoliberismo con Glyn; la complicata convivenza tra rapporti di equidistanza sociale e progresso economico in Dahrendorf; l’idea della condivisione come proposta attuativa di provvedimenti economico/sociali di Attalì; l’idiosincrasia tra mezzi di comunicazione e democrazia con lo spagnolo Castells; e, infine, lo scontro tra democrazia come forma di governo e democrazia come impostazione ideologico-politica caldeggiato da Dunn.

Un libro che, nonostante le premesse impegnative e niente affatto scontate, riesce a tracciare un quadro estenuante e perfino di facile decifrazione, portando il lettore a chiedersi: le interazioni fra capitalismo e democrazia rappresentano passaggi obbligati, o sono contrapposizioni oggettivamente inevitabili? E qualora entrambe le opzioni fossero attuabili, con quali parametri armonizzare le relazioni? Nelle prime pagine è possibile scorgere l’assioma che la democrazia ha tra i suoi elementi primordiali l’economia di mercato e la proprietà privata, ovvero il capitalismo. Quest’ultimo, però, sviluppa tematiche antitetiche alla democrazia stessa. Che necessita di una riequilibratura.

Secondo Giuliano Amato quelle tendenze capitalistiche devono essere contrastate in chiave antitotalitaria, e in questo un contributo interessante deve necessariamente giungere dalla spinta dei riformisti. Salvati presenta, sotto forma di dilemma, una dicotomia non componibile tra sistema-paese e iniziativa economica. Per tali ragioni, alla base di uno sviluppo socio-economico fondato su questi due macroelementi non può che esserci un sistema che controlli e bilanci i poteri della politica, impedendole di favorire o non contrastare prevaricazioni che porterebbero il capitalismo a far emergere il peggio di sé, come in casi più o meno recenti è avvenuto, basti citare solo la recente crisi economica o quella del ’29 dove in entrambe, evidenzia l’autore, si erano create le medesime congiunture come potere di acquisto concentrato solo in alcune élite.

Rilievo da cui non può che scorgere l’amletica domanda: ma viviamo realmente in una democrazia? Sì se, come riflette Alessandro Campi, si constatano gli innegabili passi in avanti compiuti dai paesi occidentali quanto a diritti civili e a legittimazioni in chiave democratica. No se, come asserisce lo stesso Amato, lo scacchiere appare modificato in virtù di una serie di forme oligarchiche che si contrappongono l’un l’altra. E il contributo del progresso tecnologico, potrà influire come deterrente a uno scenario di guerra globale, ipotizzabile a causa della spiccata conflittualità prodotta dalla ricerca delle materie prime, non solo energetiche ma, ad esempio, anche “quotidianamente utili”, come l’acqua o il cibo.

Ecco che si apre uno squarcio sull’eventualità che vuoti democratici non possano restare tali a lungo all’interno della società, ma debbano essere colmati. In questo senso si scorge nel libro la volontà di rimettere al centro del dibattito la riflessione sul rapporto pre e post progresso socio-economico, ma depurandola da elementi drammatici e non da quelli analitici. L’ottimismo e la fiducia con la quale Salvati vede la luce in fondo al tunnel non è figlio di una preordinata sottovalutazione delle problematiche a fini propagandistici, ma erede della consapevolezza che se in passato e in condizioni ancor più precarie il sistema ha retto, anzi, ha prodotto più di un vagito di reazione, non si comprende per quale ragioni non possa fare altrettanto anche adesso.

Lecito, quindi, chiedersi: ma siamo empiricamente di fronte alla disintegrazione della democrazia, o potremmo esserlo in un prossimo futuro? Si è prodotta una rottura rispetto alla grande costruzione democratica europea post-conflitto mondiale? L’idea di vivere in una fase simbiotica di transizione può essere utile per le riforme, per questo l’autore ricerca un nesso tra ricchezza e democrazia, tra eguaglianza/disuguaglianza e democrazia. Certo, non mancano analisi intriganti e che spalancherebbero ampi dibattiti fra opposte visioni, come la definizione che Salvati fa del capitalismo “croce e delizia”. Croce in quanto incarna la contraddizione dialettica con la democrazia; delizia in quanto ha reso possibile lo sviluppo. Ma il senso più intimo del libro è da ritrovare proprio in quella spinta finale alla fiducia, dove l’elemento di positività sta tutto nel punto di equilibrio, precario ma non effimero, che capitalismo e democrazia hanno trovato. Pur tra mille e innegabili difficoltà e, a volte, ipocrisie.

Si pensi, ad esempio ad alcuni stati che, nonostante di democratico abbiano poco sul piano informativo e sociale per via di deficienze oggettive, si impegnano alacremente per ottenere lo status di Paese democratico. Significa che anche solo la parvenza di democrazia diventa l’obiettivo da seguire e indipendentemente dalle risultanze reali che poi si riscontrano. Perché, quindi, non sfruttare questo appeal che la democrazia esercita per instillare in quelle situazioni ancora precarie, la spinta al cambiamento? Sarà difficile, forse, far tradurre questo libro in cinese, in mandarino o in dialetto ceceno, ma l’impressione è che sarebbe utile farlo leggere non solo a quelle latitudini, ma anche nelle università italiane o in qualche circolo politico, dove purtroppo c’è chi ancora ignora i significati di elementi da valutare attentamente, come rischi egemonici e dialogo tra riformisti.

venerdì 16 aprile 2010

Sudafrica: bianco, nero e i mille colori della diversità


Da Ffwebmagazine del 16/04/10

«L’uomo coraggioso - diceva Nelson Mandela - non è quello che non si spaventa ma colui che conquista quella paura». E che la affronta, a viso aperto, guardandola dritta negli occhi, e sfidandola. Nel giugno di trentaquattro anni fa più di cinquecento studenti furono trucidati dalla polizia sudafricana: avevano osato ribellarsi contro l’obbligo di studiare in lingua afrikaans, che era il simbolo della discriminazione, ma che divenne anche quello di lotta per la libertà. Un paese raccontato dagli scatti e dai settemila chilometri percorsi da Marco Buemi in Sudafrica in bianco e nero , in cui il fotoreporter italiano si interroga su come si sia evoluta l’intera area a vent’anni dalla fine dell’apartehid.

Città trafitte da mille contraddizioni, strati sociali ancor più divisi dal potere del denaro. È lo scenario che attualmente si apre a chi visita intimamente il Sudafrica, alla vigilia di un evento straordinario, quei Mondiali di calcio del prossimo giugno che potrebbero rappresentare una ghiotta occasione di sviluppo economico e di ulteriore progresso sociale. Sport e sicurezza, ad oggi, incarnano un doppio business. Gli impianti che stanno per essere ultimati avranno lo scopo non solo di far disputare le partire del torneo, ma anche di sottolineare tre direttrici sulle quali il paese intende muoversi. Il traffico commerciale e la dinamica della ripresa economica, che nello stadio di Durban trovano il naturale sbocco. La contrapposizione sportiva tra rugby bianco e il calcio praticato dai neri a Città del Capo. E il favoloso stadio di Johannesburg, come icona della lotta alle discriminazioni. Tre simboli legati ad uno sport, ma che proprio per questo possono riuscire a parlare al mondo intero, proseguendo sulla strada intrapresa nel 1990 quando Nelson Mandela uscì dal carcere e quando, quattro anni dopo, si svolsero le prime elezioni libere.

Ma c’è anche un altro Sudafrica. Quello dove le disparità economiche si allargano, dove la donna stenta a ritagliarsi uno spazio di emancipazione anche professionale. Dove la sicurezza è diventata fonte di reddito, con un volume di affari di circa un miliardo e mezzo di euro all’anno, in virtù di residence protetti da filo spinato e da alti muri di cinta attraversati da corrente elettrica, e con trecentomila guardie private a difesa della incolumità. E con l’aggravante costituita dal fenomeno immigrazione. Ma come, potrebbe obiettare qualcuno? Proprio in quelle terre che hanno visto negli anni sfilare per le strade oppressori, sfruttatori e vessati, oggi si verifica la piaga di una tematica simile? Ebbene sì, perché risulta che dal 1999, e in maniera esponenziale, i dirigenti di tutti i partiti politici abbiano sfruttato il malcontento nei confronti degli immigrati al solo scopo di ottenere più voti. Quindi da circa sette anni sono state anche inasprite le procedure per ottenere visti e status di rifugiati. L’incremento del numero degli stranieri presenti in Sudafrica ha creato negli autoctoni una pericolosa crisi di rigetto verso gli immigrati, elemento che è stato anche cavalcato dalle forze politiche.

Il volume di Buemi, con l’introduzione di padre Giulio Albanese, e con un’intervista in coda all’ambasciatore Thenjiwe Ethel Mtintso, si snoda come un riflesso in due specchi: in uno è illustrato il tragico passato, nell’altro le evoluzioni di un contesto di persone e di idee in transizione. Senza dimenticare che la discriminazione razziale ha sfigurato il tessuto sociale sudafricano, con intere popolazioni cacciate e ghettizzate, prima della fase di apartheid vera e propria. Il libro intende così descrivere le mutazioni che oggi il Sudafrica registra, avvicinandoci luoghi e visi lontani. Come le township, dove si ha il polso della situazione con una mortalità infantile ancora elevata, ben sessantanove morti sotto i cinque anni per centomila nati vivi. Come le riflessioni, obbligate, sulle strategie minerarie delle grandi potenze che interessano il territorio. Passando per la cultura del paese, con in primo piano il rinascimento del cinema africano, che potrà rappresentare assieme al calcio un volano di sviluppo da seguire con interesse. Impossibile non citare tre successi che hanno partecipato al Festival del Cinema Africano dello scorso novembre a Verona, Jerusalema di Ralph Ziman, Nothing but the truth di John Kani e Izulu Lami di Madolda Ncayiyana, quest’ultimo considerato come il contraltare africano a The Millionaire.

Dunque un Sudafrica dove la cultura della divisione si è mutata in cultura della tolleranza, inseguendo quella modernità socio-culturale che abbraccia un percorso altamente tortuoso, ma che negli ultimi tre lustri ha denotato passi avanti innegabili. E poi il titolo: il bianco ed il nero sono storicamente due colori in contrapposizione, dove il primo in quanto indefinito incute timore, perché non focalizza alcuna immagine. Mentre il secondo ha già una sua identità ben visibile. Ma bianco e nero incarnano anche i conflitti socio-culturali che hanno solcato quei cieli e quelle strade, con sacrifici umani indescrivibili, con discriminazioni e odi razziali, con ingiustizie e prevaricazioni. Ma che per questo e, alla luce, perché no, dell’evento sportivo della prossima estate, quel bianco e quel nero in eterna contrapposizione potrebbero farsi contaminare dai mille colori dei bafana-bafana, o dei vuvuzela, o delle variopinte e folkloristiche esibizioni dei costumi locali.

Una maniera briosa per sconvolgere la monotonia del passato, di certi ricordi e di fasi difficili, dove si tentava di issare l’omologazione sul punto più alto del paese. Ma che per fortuna, è stata spazzata via da una ventata di colori. Diversi tra loro e, per questo, innegabilmente più belli.

sabato 10 aprile 2010

Così è morto Stefano.E adesso, un po' di obiettività

Da Ffwebmagazine del 10/04/10

Coloriamo questa vicenda di oggettività: è l’appello dei periti di parte civile nel presentare la sintesi della perizia sulla morte del 31enne romano Stefano Cucchi, deceduto lo scorso 22 ottobre all’ospedale “Pertini” al termine di una vicenda drammatica. I consulenti Cristoforo Pomara e Vittorio Fineschi hanno parlato di insufficienza cardiaca dovuta a un edema polmonare da trauma, nel corso di una conferenza stampa promossa dal Comitato per la verità sulla morte di Cucchi e dal presidente dell’associazione A Buon diritto Luigi Manconi, alla presenza dei parlamentari Rizzoli, Bernardini e Melis.

Due gli elementi emersi: il riscontro oggettivo delle radiografie effettuate e il supporto di nuove tecniche radiologiche, grazie alle quali si è potuta analizzare la parte anatomica da più angolazioni. La conclusione è che non solo il povero Stefano ha vissuto un’odissea di sofferenze indicibili, ma che il suo quadro clinico era di una chiarezza imbarazzante, come dimostrato dalle cartelle cliniche agli atti. Che non possono essere accusate di parzialità. Secondo il professor Fineschi si può sostenere che la frattura lombare fosse recentissima per l’assenza del callo osseo, che si forma come è noto ben dopo l’eventuale rottura. «Siamo in presenza della frattura alla vertebra L3 di tipo inequivocabilmente acuto e recente, al pari delle tumefazioni al volto».

Proprio a seguito dell’autopsia virtuale si è avuta la conferma di quanto la frattura fosse oggettivamente acuta. Inoltre il carattere oggettivo di tale esposizione è stato evidenziato dai periti, in quanto è solo alla luce di dati acclarati e di risultanze tecniche palesi che si vuol tentare di ricostruire, in modo veritiero e responsabile, cosa accadde quel giorno ad un soggetto che poteva definirsi “deperito” – come ha stabilito l’Organizzazione mondiale della sanità per via dei 52 chilogrammi di peso per 168 centimetri di altezza – ma nel complesso sano e per nulla affetto da alcuna patologia agli organi, particolare rimarcato dallo stesso Fineschi.

In questo senso, propongono i consulenti, sarebbe utile non distinguere nettamente le due fasi della vicenda Cucchi, ovvero la presenza iniziale di lesioni e il ricovero all’ospedale “Pertini”. Ma elaborarle come un continuum, dal momento che sia il trauma in sé, sia la sottovalutazione assurda del quadro clinico, hanno comportato la degenerazione che ha causato il decesso, senza dimenticare che Cucchi avrebbe dovuto essere monitorizzato, oltre a beneficiare di una terapia conseguente. Si provi per un attimo ad immaginare quanto dolore abbia provato il giovane, se (come è stato stimato), l’agonia è durata per almeno sei ore prima della morte.

La frattura traumatica dell’addome infatti, non consente né di camminare né tantomeno di mantenere la posizione supina in un letto. Ulteriori dettagli che lasciano intatte le numerose domande su come tale vicenda possa essersi verificata nel silenzio e nel più incredibile spregio dei diritti dell’uomo. Ma altri dettagli illustrati dalla perizia possono contribuire a fare ancora più luce su quelle ore. In occasione della seconda autopsia, è stata riscontrata la vescica piena ben due terzi oltre la norma. Difficile, asserisce il professor Fineschi, che si possa essere formata nei dieci minuti precedenti alla morte. Altro evento che si inserisce nel panorama generale della vicenda. Secondo il professor Giuseppe Guglielmi dell’Università di Foggia, appare netto il cedimento con dislocazione acuta sporgente nel canale spinale e concausale compressione del sacco durale.«Non vi è alcuna interruzione fra trauma e morte di Stefano - ha detto il professor Pomaro - perché i due elementi sono legati. Non sarebbe morto se non ci fosse stata una condizione di stato». Lo scopo della perizia della parte civile, quindi, è quello di indicare le precise correlazioni esistenti tra fatto traumatico, conseguenze delle lesioni e decesso. A ciò va aggiunta la presenza di forti edemi nella zona che sostiene la parte lombare, che corrisponde all’esistenza di un trauma recente e non datato nel tempo. La frattura, ha sostenuto Pomaro, non va interpretata ma analizzata oggettivamente, come dimostra la richiesta dopo la visita a Regina Coeli delle ore 16,35 di trasferimento immediato di Cucchi in ambulanza perché impossibilitato alla benché minima deambulazione. Inoltre le stesse lastre sono state ispezionate tre volte, da specialisti e consulenti.

Rispettiamo le conclusioni dei pubblici ministeri, hanno ribadito i periti di parte civile, ma di fatto non le condividiamo, in quanto «palesemente difformi dalle nostre che si basano esclusivamente sulle cartelle cliniche e sugli esami radiografici». La perizia vuole essere un ulteriore tassello, asciutto e oggettivo, per guadagnare la consapevolezza dei fatti, imprescindibile per stabilire colpevoli e pene. Perché non è ammissibile che nel terzo millennio, in un paese che si vanta di essere democratico e occidentale possano accadere barbarie come quella che ha avuto protagonista Stefano Cucchi. E in attesa che un minimo di giustizia venga abbozzata, che almeno ci si impegni per dedicare alla sua memoria, così come proposto da Secolo d’Italia e da Mondoperaio, il nosocomio dove si è spento in quella sera autunnale.

venerdì 9 aprile 2010

Omaggio a Giano e alla sua voglia di dialogo


Da ffwebmagazine del 09/04/10

Un omaggio a uno stile conciliante e dalla vista lunga, a un uomo che aveva compreso come fosse deleterio restare chiusi al caldo della propria sfera e che intuì quanto fosse strategico battere nuove strade. Un anno fa se ne andava Giano Accame e il suo ultimo libro La morte dei fascisti era quasi finito. Da oggi è nelle librerie, pubblicato da Mursia e con la prefazione di Giorgio Galli. Si tratta di un lungo e appassionato viaggio all’interno del fascismo, solcato da una penna che, come ha ricordato il professor Alessandro Campi in occasione della presentazione avvenuta nella sede di Farefuturo su iniziativa del Secolo d’Italia, pur mantenendo un forte legame con la sua forza identitaria, proprio per questo riuscì a distaccarsene per aprire una fase nuova. Il senso del libro è quello di voler sfatare l’essenza necrofila della destra, che invece in altri volumi come Cuore nero di Luca Telese e Dalla parte dei vinti di Piero Buscaroli è ben presente.

Proprio la sfida politico-culturale della morte, secondo Campi, non è mai stata prerogativa del pensiero fascista. Accame in Pound ritrova spunti critici in questa direzione, e si era tra l’altro reso conto che i nuovi Cesari contemporanei altro non sono che i mercanti, esponenti del sistema oligarchico che ragionano per il profitto personale e non per la comunità.

Un libro significativo e personale, che spazia da Pound a Celine, da Marinetti alla Divina Commedia per raccontare le idee di un secolo. Quello stesso secolo che ha vissuto le difficoltà culturali di una parte intellettuale del paese messa ai margini, talvolta privata degli strumenti necessari alla legittimazione ideale. E spruzzando, tra una riflessione e un approfondimento, quella voglia di evitare come la peste taluni condizionamenti. Un’intelligenza scomoda quella di Accame, definito da Luciano Lanna il miglior direttore che il Secolo d’Italia abbia mai avuto, anche per la sua peculiarità rimarcata dall’attuale direttore, Flavia Perina: l’assenza di trombonismo. Lo slancio forzato nel voler a tutti i costi sottolineare o evidenziare oltremodo qualsiasi cosa di cui ci si occupi, oggi tristemente al vertice delle procedure anche giornalistiche.

Nelle trecentoquaranta pagine del libro Accame ripercorre, in modo semplice ed efficace, il significato della destra e di cosa comportò in quarant’anni di Repubblica italiana. Sosteneva che in un paese fosse impossibile avere delle fratture insanabili, ma vi fosse invece lo spazio per una riconciliazione democratica. «Non si è mai espresso in termini di risentimento- ha aggiunto Campi - e non dimentichiamo che negli anni sessanta e settanta la scelta di stare a destra era culturalmente penalizzante. E di ciò non se ne è mai lamentato».

Non un militante politico, dunque, ma un uomo di scrittura che, da destra, poneva l’accento sulla letteratura, quella cosa bellissima che Giampiero Mughini ha definito come lo squarcio che compone l’identità alla base dell’elaborazione politica: Accame – ha continuato Mughini – era un fascista totale, che ne aveva sensibilmente ed appassionatamente attraversato tutte le fasi: fedeltà, emozioni, sconfitta. E per questo ancor più apprezzabile, se raffrontato ad un’epoca, quella contemporanea, dove le parole pronunciate e le idee affrontano un destino diverso, sempre più relegate nell’oblio di una soffitta o nella polvere di una cantina.

Onestà intellettuale, quindi, come quella mostrata da Pier Paolo Pasolini nell’aprile del 1975 quando, intervistato dal Resto del Carlino, rispose che le bombe non erano state piazzate da una certa parte politica ma dal potere. E che alla successiva domanda sul voto regionale che di lì a pochi giorni si sarebbe celebrato, rispose «meglio un voto sbagliato che un voto imposto». Rimarcando quel rifiuto dell’omologazione che nelle pagine di La morte dei fascisti si denota immediatamente.

Accame aveva compreso come la storia andasse metabolizzata non come sintesi immobile, ma attraverso le lenti della conciliazione, in contrasto con la contrapposizione ideologica che rende sordi i dialoghi e vani i tentativi di comunione. Ed è proprio la comunione delle idee che offre la risposta nei momenti critici, in quelle fasi delicatissime dove è imprescindibile chiamare le cose con il proprio nome, bello o brutto che sia, senza lasciarsi distrarre dalle sirene dei preconcetti e delle paure, che altro non producono se non la chiusura a riccio in virtù delle proprie convinzioni.

«Questo libro è una cosa nuova», ha detto Giampiero Mughini, soprattutto perché è la summa di una vita, in un periodo dove si scorgono pericolosi reflussi che, in verità, neanche in quel passato si constatavano. Sacche di conservatorismo stantìo che stonano con le problematiche della post modernità, con le sfide sociali di un terzo millennio che viaggia in rete a tutta velocità, e che, per dirla con le sfumature usate da Gianni Borgna, rischia di paralizzarsi a causa di frangiflutti ideologici che impediscono analisi serene e che, in questo modo, ostacolano drammaticamente lo sviluppo delle idee.

lunedì 5 aprile 2010

La poesia dei viandanti per aprire i confini

Da Ffwebmagazine del 05/04/10

«La gente - diceva Charles Bukowski - è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto». E se alla gente, diversa, si affiancassero versi in prosa e parole sbocciate da esperienze e attraversamenti di confini e di vite? Il risultato sarebbe ancora più pregevole. Una sorta di viaggio mentale a ritroso, così come andato in scena nella rassegna Viandando qui e altrove, rapsodia poetica contemporanea di italiani migranti e di migranti in Italia.

Una rosa di ventidue poeti bilingue, magistralmente interpretati da Cosimo Cinieri, con la regia di Irma Immacolata Palazzo, per non chiudersi all’interno dei propri recinti, al fine di utilizzare la poesia come tentativo inclusivo per comprendere tanti perché e le innumerevoli modalità di partenza e di arrivo.

«Migrazione è libertà di conoscere un deserto, un mare, un grattacielo, un canto. Non disperazione. Un volo di uccelli». Una rassegna che sarà ospitata all’interno degli Istituti Italiani di Cultura di Strasburgo, Tel Aviv, Il Cairo in occasione della Settimana della Lingua Italiana 2010. Un’occasione per affrancare alla poesia le storie di migrazioni dell’ultimo secolo. Quando dai porti di Genova e Napoli salpavano le navi della speranza, a cavallo fra i due conflitti mondiali, con milioni di italiani attratti dal nuovo continente. O quando gli italiani andavano a popolare le fabbriche di Belgio, Francia e Germania. O quando la migrazione era da sud a nord. Da sud Italia, o come più recentemente dal sud dell’Europa. O dal sud del Mediterraneo. E, oggi, dal sud del mondo.

L’Italia da punto di partenza è diventata punto di arrivo. Come nell’agosto dei primi anni Novanta, quando la motonave Vlora spuntò sull’orizzonte del porto di Bari con un carico umano allucinante. Le cui pieghe si ritrovano nei versi del poeta albanese Gezim Hajdari, vincitore del Premio Montale. O come l’impegno a favore dei tossicodipendenti del rumeno Mihail Mircea Butcovan, con poesie che spaziano lungo uno spartiacque di dolore, accendendo fasci di luce sulle esistenze di badanti, prostitute, orchestrali in attesa di essere espulsi.

O di quello politico del camerunese Ndjock Ngana, passando per la brasiliana Marcia Teophino - candidata al premio Nobel - ed eroina pro Amazzonia. Odio e tristezza si trasformano in amore nei versi del cinese Mao Wen, mentre è nei sogni che il marocchino Mohames Khail inquadra la sua anima gemella. Incredibilmente intenso il legame tra il giapponese Sonu Uchida e la città eterna, nella raccolta Il diario romano, dove scrive in haiku. Mentre mozzafiato è la ballata trecentesca del brasiliano Murilo Mendes. Passando per la mirabile verve dell’italo bosniaco Predrag Matvejevic, nato a Mostar ma da qualche anno cittadino italiano, vincitore del Premio Strega e che nel nostro Paese ha pubblicato ben diciassette opere. E che in virtù di un legame unico, intreccia la sua solitudine alle statue di Villa Borghese, dipinge la divinità amazzonica Tincoa riesumandola da un semaforo di Ponte Sisto.

E poi i migranti italiani, come Adeodato Piazza Nicolai, Giancarlo Pizzi, Delia De Santis, accomunati dal dramma della partenza, dove il Mediterraneo è una sorta di marchio che i nostri si porteranno dentro sin dove approderanno. Quello stesso mare nostrum che, come ha ricordato recentemente Yannis Kounellis, «non è una chiusura, ma un’apertura estrema. Le novità nascono tutte dagli incontri». Una cavalcata letteraria unica nel suo genere, anche e soprattutto a causa della peculiarità insostituibile, quella narrazione che, come ha detto lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, riesce a far risaltare il cono d’ombra dell’esule.

Ma perché chi vive in Italia sceglie di scrivere anche in lingua italiana? La risposta la offre lo scrittore brasiliano Julio Monteiro: la volontà nasce dall’empatia, da un sussulto amoroso, da un fortissimo richiamo di affetto. E allora lasciarsi andare alla migrazione e non solo geografica, ovvero da un Paese all’altro, da una cultura all’altra. Ma, perché no, anche da una lingua all’altra, saltando su alfabeti differenti, grazie alla tecnologia della Rete, che oggi consente il viaggio transculturale con tutti gli Stati (o quasi) in una sorta di Giro del mondo in ottanta secondi su internet. Anche perché, come rifletteva Mozart, «se non si viaggia si resta dei poveretti». Dentro.

Il sogno di Rimbaud era quello di un linguaggio universale. Quello stesso linguaggio che l’Italia possiede nel proprio dna, come la storia degli ultimi duemila anni dimostra. Lo ha rammentato il sociologo Mario Morcellini sul Secolo d’Italia qualche giorno fa: l’accoglienza nel nostro paese è un tratto culturale condiviso, dal momento che proprio «l’identità italiana è stata strutturata sullo scambio continuo» tra culture e visioni assolutamente difformi tra loro. Una sorta di «parassitismo delle culture», metabolizzando il quale si giunge alla conclusione che la diversità è «un valore e non un punto di crisi».

Vengono in mente le parole di Francis Bacon, «se un uomo è gentile con uno straniero, mostra di essere cittadino del mondo, e il cuor suo non è un’isola, staccata dalle altre, ma un continente che le riunisce». E quel collante, ancora piuttosto debole in alcune fasce sociali, tra cui quella politica, potrebbe trovare giovamento e crescita proprio grazie a decine di poesie, sgorgate da cuori italiani e non, ma che importa, frutto di emozioni forti. Paure, amori, speranze, delusioni, trionfi: sensazioni che sono esistite e che sono conservate, non gelosamente, nelle anime di quegli individui. E che, anziché trincerarle dietro l’egoismo conservativo del ricordi, le hanno affidate a voci e versi, perché «ognuno di noi oggi è un nomade».

giovedì 1 aprile 2010

Israel Horovitz: «Chi non sogna, non vive»

Da Ffwebmagazine del 31/03/10

«All we are saying is give peace a chance. All we are saying is give peace a chance» cantavano John Lennon e Yoko Ono nel giugno del 1969, dopo aver registrato quello che sarebbe diventato l’inno del pacifismo mondiale nella stanza numero 1742 del Queen Elizabeth Hotel di Montreal. Note che si legano indissolubilmente agli anni del conflitto in Vietnam. E che fanno da contraltare a una pellicola storica, come The strawberry statement del 1970, con al centro la rivolta degli studenti di New York per protestare contro la vendita all’esercito di alcuni terreni destinati a servizi per la comunità afroamericana. Occasione per cui quel gran sognatore di Israel Horovitz , poco più che trentenne di belle speranze, firmò una magistrale sceneggiatura. Una miscellanea di ritmi e pensieri, con l’incontro fra le istanze dei diritti civili e la salvaguardia del pacifismo. Il tutto affrescato con un rock che accarezza la proiezione, dandole le sembianze quasi di un lungo e intenso video clip.

Horovitz giunse a quel risultato poco tempo dopo aver fatto il suo esordio italiano in quel di Spoleto nel 1968, al Festival dei Due Mondi, assieme a due emeriti sconosciuti per l’Italia dell’epoca, come Al Pacino e John Cazale. Sul palco della cittadina umbra, alzando un pugno al cielo, pronunciò uno slogan contro la guerra vietnamita, contro l’odio e l’intolleranza razziale, che nessuno comprese. «Non fa nulla - dice oggi Horovitz ricordando quei giorni davanti a decine di studenti romani di arti drammatiche - ma ricordate che se non farete sentire la vostra voce non ci sarà ragione per essere vivi». Un concetto, quello della rappresentanza, molto forte non solo nelle sue parole, ma soprattutto nelle sue sceneggiature teatrali.

Proprio a Spoleto ha fatto ritorno pochi mesi fa in occasione della rassegna internazionale 70/70 Horovitz Project, promossa dalla Barefoot Thatre Company di New York e per festeggiare i suoi settant’anni, con un monito alle nuove generazioni: «Solo sognando si possono realizzare i desideri della vita, senza timidezza e con coraggio». Un appello che si sposa alla perfezione con la sua storia personale, fatta di scommesse e di tenaci tentativi.

Nato a Wakefield, un piccolo paese del Massachussetts, da un padre camionista, Israel nei suoi viaggi e nelle diverse avventure lavorative ha sempre portato dentro di sé il concetto dell’opportunità. Quella cosa tanto grande e a volte inafferrabile che consente ad uno sconosciuto di farsi strada con la sola forza delle proprie idee e, soprattutto, con un temperamento d’altri tempi per inseguire un sogno. E raggiungerlo. Che gli ha consentito, ad esempio, di instaurare una bella amicizia con il drammaturgo Samuel Beckett: avrebbe dovuto incontrarlo in un caffè di Parigi per trenta minuti. Ma poi l’amabile chiacchierata durò più di tre ore.

Sogni, pensieri e ancora sogni. Ma non perduti nel limbo delle utopie, irraggiungibili e contraddittori, bensì fermamente ancorati al domani. E legati alla visione del progresso generazionale, grazie al quale la società americana concede una possibilità di miglioramento. La stessa che, un lustro fa, diede inizio all’avventura politica di un certo Barack Obama, figlio di un keniota, lo stesso ragazzo di ieri che oggi ha scritto la storia degli Stati Uniti con la riforma del sistema sanitario.

Ma che, per fare ciò, ha dovuto attraversare burrasche e posti di blocco. Se dormi con i cani - ammonisce Horovitz - poi al mattino ti svegli con le pulci». Chiaro il riferimento ai rischi concreti che talune scelte professionali comportano. Come altrettanto chiaro il richiamo a contrastare con tutte le forze a disposizione lo status quo. «Non siate lì ad aspettare che squilli il telefono – incalza - ma fate qualcosa».

L’ideale della proposta, della nuova veste di un concetto, della sperimentazione, della consapevolezza di scelte magari impopolari ma che incarnano un progetto, un sentire comune, una voglia, un obiettivo. Dove la chiave di volta per comprendere la valenza di un’intuizione è l’integrità. Nei propositi, nelle intenzioni, nella buona fede. E soprattutto nel coraggio. Lo stesso ideale che gli torna prepotentemente in mente, se dopo quarant’anni quel film viene ancora preso in considerazione da migliaia di persone. Significa che ha toccato certe corde, che ha innescato dibattiti e interrogativi, che ha posto questioni sottaciute sino ad un istante prima.

«All we are saying is give peace a chance. All we are saying is give peace a chance». Ancora le note di Lennon, che accompagnano gli ultimi frame del film Fragole e sangue, in una scena surreale e che offre l’immagine plastica di una trasformazione globale: tutti gli studenti battono mani e piedi sul parquet del campo di basket all’interno dell’ateneo, pochi istanti prima che la Guardia nazionale faccia irruzione con gas lacrimogeno e manganelli. Mentre fuori iniziano pian piano ad accendersi alcune decine di candele, che in seguito diventano centinaia: piccoli lampi di luce in un buio tutto da squarciare. La luce della pace e della testimonianza civile, con il protagonista che urla «Per dare prova che siete vivi!».

«Bagism, Shagism, Dragism, Madism, Ragism, Tagism. This-ism, that-ism, is-m, is-m, is-m…».

domenica 28 marzo 2010

Quei vuoti urbani che rinascono musei


Da Ffwebmagazine del 28/03/10

Spazi riportati in vita, luoghi del passato - recente o più lontano - accarezzati dall’intenzione di innovazione e di sperimentazione. Sia come occasione che veicoli idee e arte, sia come spunto per “riciclare” in chiave moderna e funzionale un pezzo delle città, che è rimasto intrappolato nel vuoto degli arcipelaghi urbanistici. Ambiti che per una serie di dinamiche legate al mancato utilizzo ed al conseguente svuotamento di elaborazioni e contenuti, sono stati accantonati in alcuni casi, e recuperati in altri. È la storia dei grandi contenitori lasciati vuoti, per intenderci di quelli che ospitavano i vecchi mercati generali, o i gasometri, o palazzi nobiliari in disuso, o ancor più frequentemente le manifatture. Luoghi che nel resto del mondo vengono professionalmente musealizzati, anche con sinergie tra pubblico e privato. E che oggi incarnano l’occasione per riallacciare i rapporti con il mondo dei giovani, spesso lontani da musei e dai luoghi di cultura.Uno degli esempi italiani nel quale risalta la volontà di riempire nuovamente prestigiosi spazi che l’incuria ha dimenticato, è il Reale Albergo dei Poveri di Napoli, per il quale gli ultimi lavori dovrebbero concludersi entro il 2010. Si tratta del maggior edificio monumentale napoletano, una delle più grandi costruzioni settecentesche d’Europa, estesa per circa centomila metri quadrati. È situato nella zona più antica di Napoli città, dove in passato trovavano un punto di incontro due arterie storiche, la via di Foria con l’antica via del Campo. In passato ospitò donne e bambini caratterizzati da gravi disagi socio-economici, al fine di offrire loro un’occasione di qualificazione professionale. La scelta del suo riutilizzo è stata concentrata sulla realizzazione al suo interno della “Città dei Giovani”, un’iniziativa per i
mplementare la libera espressione dei talenti giovanili, sul piano socio-culturale. In un unico luogo si intende così rendere disponibili servizi, opportunità, vetrine, metri cubi per eventi e manifestazioni. Altro esempio italiano in Emilia Romagna. Quasi diecimila metri quadrati di sperimentazione e ricerca sono dedicati al MAMbo di Bologna, situato all’interno del distretto culturale della manifattura delle Arti, e collocato esattamente al centro di un’area dedicata all’innovazione, che comprende la cineteca di Bologna, il dipartimento universitario dei Dms e la Facoltà di Scienze della Comunicazione. La sua prima sede vide la luce nel 1915, progettata come panificio comunale. Dal ’70 in poi affronta varie destinazioni d’uso, fino a diventare deposito comunale. Ma nel 1995 si scommette sulla modernità, ed ecco che si offre spazio alla volontà di investire in quei contenitori. Prima la demolizione, il recupero e il consolidamento strutturale. In seguito la nuova edificazione di ambienti interni, con la costante accortezza di non snaturare il percorso architettonico presente. Ex forno del pane, oggi ospita un dipartimento educativo, una sala conferenze, ambiti per mostre temporanee, una biblioteca-emeroteca di arte contemporanea. Mentre all’esterno il giardino del Cavaticcio collega il MAMbo al complesso della manifattura delle Arti.

Due regioni più a nordovest, in Liguria: prima scuola, poi tribunale e infine museo. È il curriculum del CAMEC di La Spezia, costruito ad inizio ‘900 come scuola elementare, per poi diventare sede della procura civile e penale negli anni ’20. Raso al suolo durante la seconda guerra mondiale, fu ricostruito due lustri dopo, per poi recentemente essere ritrasformato in centro di arte moderna e contemporanea, con un ascensore panoramico esterno ed un’ avvincente scala elicoidale.Volgendo lo sguardo oltre i confini nazionali, uno degli esempi maggiori di ridefinizione culturale di una sede in chiave artistica, è senza dubbio il museo d’Orsay di Parigi. Interamente dedicato all’impressionismo con capolavori di Monet, Van Gogh, Cezanne, e in questi mesi al centro di una fase di intenso restauro che terminerà nel 2011, è ospitato all’interno di una stazione ferroviaria. Costruita in occasione dell’esposizione universale del 1900, venne inaugurata il 14 luglio di assieme ad un grande hotel. Sino al ’39 la stazione di Orsay fu punto di riferimento per il traffico da e per la Francia sud-occidentale, ma quell’anno segnò anche l’evidenza del suo limite: era in grado di assicurare i collegamenti con le aree periferiche, ma non con le tratte di percorrenza che progressivamente si stavano elettrificando. Fu in seguito adibita a centro di accoglienza per prigionieri, centro di spedizione pacchi, sede di una compagnia teatrale ed anche casa d’aste nel 1974. Fino alla decisione dell’allora presidente della Repubblica Giscard d’Estaing di inserirla tra i monumenti storici: vide la luce come museo nel 1986.

Tremila chilometri più a est del Museo d’Orsay, si trova il MMOMA di Mosca, all’interno di un palazzo del diciottesimo secolo appartenuto al venditore Gubin. Situato nel centro della capitale russa e restaurato nel 1999 dall’architetto neoclassico Matvej Kazakov, è protagonista tra l’altro di un interessante programma di educazione denominato “Free studios”, per avvicinare e formare giovani artisti contemporanei.Sorpresa, invece, desta la sede della Galleria d’arte moderna di Glasgow, per cui è stato scelto dal 1996 un elegante edificio neoclassico in Exchange Square. Costruito nel 1775 come residenza di campagna di un facoltoso commerciante di tabacco, nemmeno il più fantasioso visitatore potrebbe mai immaginare che all’interno di una cornice così imperiosa e ingessata, possa trovare riparo un contenitore per le sperimentazioni artistiche: altro elemento sul quale varrebbe la pena riflettere non poco.

Oltre alle esposizioni contemporanee di opere scozzesi ed internazionali, il museo di Glasgow si è attrezzato con numerose mostre temporanee, che hanno consentito ad esempio di scovare giovani talenti come Barbara Krugere, esponente dell’arte femminista americana.Ma se poi, anziché cercare un luogo fisico, si volesse sperimentare la possibilità di interagire con opere esposte, modificandole virtualmente? Ecco che il contenitore perfetto sarebbe il MOWA, ovvero il Museo virtuale della web art. Un po’ il nipote post moderno del MOMA, un museo on line che raggruppa alcune opere di artisti della Rete. Luogo per esporre, ma soprattutto per raffrontare esperienze e sensazioni. Nella sua galleria virtuale sono rappresentati ben sette paesi, Cina, Giappone, Germania, Danimarca, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti.
«La tecnologia si basa sulla tecnica, e la tecnica è il risultato della tecnologia» scrive nella presentazione il fondatore Amy Stone. La sua sede non è un contenitore del passato in cerca di recupero, né una nuova alcova supermoderna con strati di titanio e giochi di luce. Più semplicemente è ospitata all’interno di un server, che si estende per ben quattro gallerie virtuali, oltre ad una quinta dedicata ai più piccoli. Distinte in altrettante tematiche: cose che funzionano, cose che si muovono, cose che cambiano, cose statiche. E forse sono proprio queste ultime, visto il flusso della storia, a essere (e non solo in questo campo) roba da museo.

venerdì 19 marzo 2010

MA PER GIRARE PAGINA, LA TURCHIA CHIEDA SCUSA AGLI ARMENI

Da Ffwebmagazine del 19/03/10

«Non bisogna cercare di ritornare all’origine, perché non si può tornare indietro- diceva Alain de Benoist- Non bisogna fare un ritorno, ma un ricorso all’origine». Per imparare dai propri errori, progettando un’azione politica che faccia meglio di quella di ieri, insegnando ai propri cittadini che la democrazia passa da una ferrea condanna della violenza e del fanatismo, di qualunque specie essi siano. Politico, religioso, ideologico, sportivo. E poi per liberarsi da un peso, per scrollarsi di dosso le scorie di ieri, al fine di proseguire più lucidamente il proprio cammino. Senza strascichi, senza veti postumi, liberi da ingombri di coscienza. E senza ghettizzare le minoranze, quei gruppi numericamente inferiori ma che proprio in virtù di tale peculiarità, possono offrire un valido contributo e meritano, per questo, più rispetto.

Non solo all’indomani della risoluzione della Commissione esteri della Camera statunitense (“il genocidio armeno venne concepito e attuato dall’Impero Ottomano dal 1915 al 1923”), appare una nota stonata il richiamo dell’ambasciatore dagli Stati Uniti da parte del governo turco, ma destano sorpresa anche le gravi parole del premier Erdogan. Interrogato dalla Bbc ha dapprima imputato ad Usa e Svezia di fomentare gli armeni, per poi lasciarsi andare ad una minaccia: «Se sarà necessario dirò loro di tornarsene a casa, non sono obbligato a tenerli nel mio paese». Ma come, proprio in una fase caratterizzata dal riavvicinamento diplomatico fra turchi ed armeni, quando si pensava che una ventata di europeismo e di buon senso potesse essere la medicina ideale per sanare ferite del passato, ecco che il primo ministro scivola così maldestramente.

A cosa serve negare, stizziti, incrinando rapporti che invece potrebbero portare benefici? E per cosa poi? Per alzare le mani, ignorando colposamente il proprio passato? È di pochi giorni fa l’arresto in Turchia di alcuni alti gerarchi militari pronti ad un colpo di stato. Un altro segnale di malessere, preciso, che si insinua come un macigno nello stagno euromediterraneo, già falcidiato dalla crisi economica della Grecia e dalle assurde provocazioni tedesche («Atene venda il Partenone o le isole Cicladi per risanare i bilanci»). «Nel destino del Mediterraneo- diceva Giorgio La Pira- la tenda della pace».

L’intelligenza europeista del governo di Ankara dovrebbe farsi avanti proprio in questi frangenti, anziché spargere veleno. Per stimolare chi ha l’obiettivo di avvicinarsi all’Europa a fare un passo indietro, così come fatto dalla Germania in occasione dell’Olocausto. Professare delle sincere scuse per fatti storici incontrovertibili, dando in questo modo una sterzata decisiva verso il processo di democratizzazione costituzionale, imprescindibile per modernizzare il paese. Quest’ultimo, risentito, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per fare i conti con il proprio passato e chiudere definitivamente una pagina – triste – della storia nazionale, così come altre ne sono state scritte da altri paesi di tutto il mondo. Ed evitare inutili isterismi, sintomo del profondo scontro interno tra laicismo ed islamismo.

Un irrigidimento che non fa bene e che riguarda fatti ormai appurati: in occasione del primo conflitto mondiale, infatti, circa un milione e mezzo di armeni vennero massacrati dal soldati dell’Impero Ottomano. Mentre i turchi sostengono che si sia trattato di 300mila morti per una guerra civile, il popolo armeno parla apertamente di genocidio, sostenuto da testimonianze dirette. Oggi, in prossimità dell’anniversario di quel sangue versato, il passo di un’ammissione reale del genocidio, termine peraltro vietato da una legge turca, sarebbe un punto segnato a favore della Turchia. E non l’inizio dell’ennesimo braccio di ferro, che rischia di complicare tutto.

Certo, la serie di sforzi istituzionali posti in essere della Turchia in questi anni hanno visto la luce solo in parte. Frenati proprio da una sorta di zavorra pesantissima, quei militari che ad Ankara hanno ancora un peso specifico non da poco. Accanto alla mancata ammissione del genocidio armeno vi sono però altre emergenze strutturali. Si pensi, in prima battuta, al mancato rispetto delle minoranze religiose, che non offre il sufficiente spazio di manovra a credi numericamente minori. Altra nota dolente l’assenza di rappresentatività parlamentare per il partito curdo, con traversie non indifferenti, senza dimenticare i diritti civili delle donne non ancora focalizzati anche sotto l’aspetto legislativo.

Oltre ad una precaria indipendenza di alcuni mezzi di informazione, troppo spesso appiattiti su posizioni piuttosto aggressive. Un quadro che invece meriterebbe rapporti internazionali più fluidi e soprattutto atteggiamenti distensivi. Quando il ministro degli esteri turco fa dire al suo portavoce che «ci saranno conseguenze, gli americani sanno benissimo cosa rischiano», sembra quasi sventolare la bandiera del conflitto in Iraq come separè ad un fatto storico accaduto e, quindi, incontrovertibile. Ma che si vuole ancora ignorare o cancellare. Se da un lato questo appare come un atteggiamento sopra le righe, del quale al momento non si sente il bisogno, dall’altro non sarebbe neanche saggio rammentare in eterno ad Ankara i suoi errori.

Senza dimenticare che le minoranze rappresentano una ricchezza, in quanto sono proprio i personaggi minoritari che, trovandosi in minoranza, si sforzano di proporre alternative all’attuale. Chissà che il premier turco non possa trovare giovamento nel leggere le pagine del volume di Goffredo Fofi La vocazione minoritaria, dove il critico italiano illustra, tra l’altro, che scopo delle minoranze è di mettere «zucchero negli ingranaggi, sperimentando modelli più sani, ed evitando che siano conquistati dall’autoconsolazione».

E allora potrebbe essere utile ricordare quelle parole di Churchill, «è un peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto». È ovvio che i dissidi della Turchia con gli armeni, i greci, i ciprioti, i curdi non potranno essere sanati in un batter di ciglia, ma è altrettanto vero che una volta tanto un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato da un attimo di silenzio. Giusto il tempo di fare ammenda dei propri errori, prima di ricominciare. Basta poco.

Made in Italy: meno male che qualcuno sceglie il verde...


Da Ffwebmagazine del 19/03/10

C’è qualcuno che si è dimenticato del fallimento del vertice di Copenhagen, cioè la stragrande maggioranza dei paesi partecipanti. E c’è chi invece, in Italia, ha messo mano alle idee, e al portafoglio, progettando il futuro elettrico a quattro ruote privato, e uno solare nel servizio pubblico. No, non è la solita invenzione estemporanea che, dopo un paio di giorni di titoloni sui giornali, torna nell’anonimato. Si tratta di due segnali rigorosamente made in Italy, che si ripromettono di essere da guida a un comparto che dalla fase embrionale, dovrebbe passare al più presto a essere una vera e propria multirisorsa. Autonoma, strutturata professionalmente: l’industria verde italiana potrebbe non solo investire nella sopravvivenza dell’ambiente, ma ottenere un riscontro economico non da poco. E sono due gli spunti da cui iniziare.

Da rossa a verde il prodotto non cambia, anzi forse sì, perché cambia pelle nella veste e nelle intenzioni, conservando tutto il suo splendore, e perseguendo la salvaguardia dell’ambiente. Abbinando tecnologia da Formula 1 ad un motore di quaranta chili per metà elettrico, sfrutta nelle auto gran turismo il cosiddetto sistema kers, quel dispositivo progettato lo scorso anno dagli ingegneri del reparto corse capace di incamerare l’energia prodotta dalle frenate per poi usarla come spinta. È così che la nuova Ferrari 599 ibrida può viaggiare per brevi tratti grazie all’elettromotore con emissioni ridotte a zero. Ma quando si desidera la prestazione pura, è sufficiente pigiare il pedale dell’acceleratore così da impiegare simultaneamente i due propulsori.

Una rivoluzione, se si pensa che arriva da un settore, quello delle auto super lusso veloci da competizione, fino a oggi restio a uno stravolgimento simile. Ma che proprio a causa della tecnologia implementata per la F1, è riuscita a non sprecare tale bagaglio di conoscenze e di esperienze, impiegandolo per affrontare la sfida delle green cars. Si stima che entro quattro anni la tecnologia sviluppata per questo modello potrà essere applicata da appannaggio di altre vetture, con un peso specifico industriale non indifferente. Ma ancor di più testimonia la volontà di una grande fabbrica di idee e di uomini italiani che, dopo titoli mondiali e vittorie in pista, sta dedicando tempo ed energie a una sfida ben più complessa rispetto a quelle con cui era solita confrontarsi, come una pole position o un rapido pit stop: l’utilizzo di energie future.

Altro esempio di virtuosismo: a 188 chilometri a nord-ovest di Maranello, precisamente nel capoluogo lombardo dove si è pensato bene di progettare e attuare la prima linea di metropolitana d’Europa alimentata, anche se in parte, da energia solare. In virtù di una progettazione lungimirante sull’efficienza energetica, la Linea 1 meneghina potrà così ridurre le emissioni di settantamila chilogrammi di CO2 grazie a pannelli fotovoltaici installati sul tetto del deposito Atm di Precotto, un impianto di 23mila metri quadrati capace di produrre quasi un milione e mezzo di kilowattora annui.

Si tratta di due esempi di eccellenza tecnologica che dovrebbero rappresentare un punto di partenza e non di arrivo, coinvolgendo anche ambiti diversificati. Dal momento che ad oggi il mondo verde registra ancora progressi a intermittenza. Basti pensare al semplice fatto che il panorama delle energie rinnovabili è presente massicciamente nel quotidiano: vento, sole, acqua non mancano di certo nel nostro paese. Ma di pari passo sarebbe il caso di seminare una cultura eco-dinamica a trecentosessanta gradi. Che parta da reti cittadine di bus elettrici e di tram, con edifici di nuova costruzione già progettati in proiezione di ecosostenibilità, con navi e traghetti di nuova concezione, con stadi moderni. Con nuovi taxi elettrici, che possano fare rifornimento da centraline poste sui marciapiedi e contando sul sostegno di politiche industriali più verdi, che stimolino la salvaguardia dell’ambiente e la crescita di un settore industriale completamente dedicato al green.

Applicando magari all’energia il modello internet, ovvero una vera e propria rivoluzione dal basso. Come proposto dall’economista americano Jeremy Rifkin, nel suo ultimo libro La civiltà dell’empatia, che inquadra in una terza rivoluzione industriale l’ancora di salvezza. Con piccoli gesti legati alle abitudini di ciascuno che, in tempo reale, possono diventare dei mini manuali di sopravvivenza per il nostro ambiente. All’interno di quella cassa di risonanza mondiale che è la rete. Una sorta di unico contenitore con sette miliardi di cittadini, che insieme raggiungono la consapevolezza che ormai il tempo sta scadendo. E se si vorrà lasciare alle future generazioni città, campagne, mari e monti ancora vivibili, sarà il caso di stoppare la condotta di vita adottata sino ad oggi.

E allora che si proceda, che si sperimenti, che si innovi, e perché no, che si dia ascolto a quei versi di Samuel Beckett: «Ho sempre tentato. Ho sempre fallito, non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio».

domenica 14 marzo 2010

E se ogni tanto spegnessimo la Tv e accendessimo la Rete?


da Ffwebmagazine del 14/03/10

Basta tv, adesso tutti sulla Rete. Non bastavano reality, piazze mediatiche, schiamazzi diurni sugli schermi televisivi nazionali. E passi per quel format di derivazione europea, passi per lo sfogo di Tizio contro Caio, passi per la storia di tradimenti giudicata dall’ennesimo televoto. Ma ascoltare un Sempronio, che di mestiere fa altro, duettare di banda della Magliana e Ior Vaticano, oppure di indici di Pil e derivati finanziari con addetti ai lavori e professionisti del settore, lascia quantomeno attoniti. E in seguito preoccupati. Non per una ipersensibilità alla feccia, sentimento che ormai di questi tempi chi lo incarna, se lo sente rinfacciare, tacciato di snobismo. Ma proprio per un senso del pudore celebrale, niente di più.

Tra le tante deficienze strutturali oggettive e acclarate, la televisione biancarossaeverde si auto squalifica con un’altra mossa fuori logica: riempire di nulla i salotti dell’informazione, quelle strisce dove si dibatte dei temi del giorno, ma che riescono a saltare con un’imbarazzante leggerezza dai misteri d’Italia al successivo amore estivo da gossip, dal numero dei licenziati in una grande azienda alla nuova ricetta per una Pasqua più dolce, con la giustificazione di voler alleggerire le tematiche. Alla faccia della leggerezza. Una sorta di limbo ebete, dove la liquidità delle parole e delle persone in simbiotica gaiezza perde di vista qualsiasi punto di partenza, di arrivo e, di conseguenza, anche di incontro. È come uno stormo di uccelli in volo perenne, noncurante di tratte aeree e perturbazioni, che dal cielo passa in terra e poi si sposta nel mare. Insomma un caos, o sarebbe meglio dire una bolgia. «Mi piace la televisione - disse una volta Robert Mitchum - soprattutto perché la si spegne facilmente».

Buffo che, mentre in questa assurda campagna elettorale si tacciono gli approfondimenti politici, al contempo di riempiano i palinsesti di finestre ripiene di cotanta pochezza. Con i protagonisti per nulla imbarazzati dal proprio non-sapere. Tutti uniti nel trionfo dell’accostamento allucinante, con soubrette che offrono il proprio punto di vista su temi abbastanza complicati. In un’overdose di tuttologia promiscua. È questa la risposta mediatica alle nuove sfide comunicative del terzo millennio? È su queste basi che si progettano le piattaforme informative per scavare dentro cause ed effetti di ciò che accade? Ma nessuno scandalo, da questa tivvù, almeno per il momento, è lecito attendersi di tutto. Proprio da certa televisione che mortifica le sperimentazioni, che emargina le idee innovative, che ridimensiona i dibattiti civili sostituendoli con la sagra dell’insulto permanente.

E che, insistendo cocciutamente su questa direttrice, perde di vista Le travi portanti dell’accesso alle notizie. Non che la si voglia caricare di eccessive responsabilità sociali, ma se circa il 65% degli italiani si forma un’opinione solo guardando la televisione, ecco che il suo ruolo irrimediabilmente cambia. E se l’opinione successivamente formata non è corroborata da sufficienti analisi specifiche e valutazioni complessive, diventa una convinzione a metà. Perché produce idee monche, conclusioni anomale, megafoni erronei. «La più grande minaccia alla libertà - diceva Louis D. Brandeis - è un popolo inerte». E, si potrebbe aggiungere, male informato.

È come se un atleta affetto da un’infiammazione al tendine, anziché rivolgersi a un ortopedico, si rivolgesse per la cura a un avvocato, o a un barista, o a un poeta. Tre professionisti certamente adeguati, ma agli ambiti in questione e non a quello richiesto inizialmente. Quale sarebbe la conseguenza? E allora forse sarebbe il caso di riflettere bene prima di offrire il microfono a chi forse è concentrato su altro. A torto o a ragione.

Niente drammi, però. La sofferenza di molti per un contenitore quadrato che spesso produce una specie di frullato di farneticazioni, può trasformarsi in un’occasione unica. La si spenga dunque quella scatola, quella cattiva maestra affetta da un esaurimento nervoso e di idee. Se non si riesce a cambiarla, a migliorarla, a depurarla della miriade di elucubrazioni strampalate pronunciate dalla svampita di turno, che la si chiuda, almeno per un po’, concedendole un periodo di vacanza. Trasferendo quello che ancora è rimasto alla preistoria della comunicazione direttamente nella Rete. Così come fatto in questi giorni di par condicio da Enrico Mentana. Vengono in mente quelle parole pronunciate da Indro Montanelli al cardinal Martini alcuni anni fa: «Ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare al rogo un po’di quelli che la fanno?». Un modo ci sarebbe e, aggiungiamo, al posto del rogo si potrebbe inserire la parole “Rete”. Senza dubbio il risultato sarebbe migliore.

sabato 6 marzo 2010

QUANDO IL SILENZIO CONTA PIU'DI MILLE PAROLE


DA MONDOGRECO DEL 06/03/10

Diceva John Selden: “La cosa più saggia che si possa fare oggi è tacere”. Parole che forse tornerebbero molto utili a chi, ricoprendo un ruolo abbastanza rilevante nel governo tedesco, è arrivato in questi giorni a liquidare la crisi economica greca come un affare che potrebbe essere risolto vendendo il Partendone o le isole Cicladi. Si provi ad immaginare Mykonos, Santorini e Paxos in mano a qualche miliardario cinese, che al posto del ghiropita e dell’ouzo imporrebbero sulle tavole delle taverne riso e sachè. Una pernacchia, direbbe Totò.

Troppo facile replicare che, in occasione di una crisi futura dell’economia tedesca o del maggiore produttore automobilistico che peraltro ha già operato sostanziosi licenziamenti, loro potrebbero mettere su E-bay la Foresta Nera o Marienplaz a Monaco di Baviera. O ancor più facile, ma di una semplicità risibile, sostenere con una punta di elaborato orgoglio, che nessun paese al mondo, tranne l’Italia, possiede nel dna del proprio bagaglio storico ed artistico un bene come il Partenone. Per questo nessuna delle prossime righe intimeranno provocazioni in risposta alle provocazioni tedesche piovute in questa settimana. Ma cercheranno di suggerire alcune riflessioni che, almeno a freddo, appaiono indispensabili per ovviare ad un clima appesantito. Tralasciando il merito della soluzione contemplata da Berlino, resta non solo l’amaro in bocca per un’uscita indiscutibilmente fuori tempo e fuori luogo, ma la sensazione più generale di un sentimento di superiorità, dettato esclusivamente dal primato industriale europeo. Che rimane un dato incontrovertibile, ma stonato in questi anni difficili e complessi che avrebbero bisogno di unità e solidarietà.

Una supponenza che non giustifica la spinta a volersi distinguere a tutti i costi, a volte anche ignorando lo spirito europeistico in più occasioni perseguito da quell’Altiero Spinelli, non a caso citato come uno dei padri fondatori dell’Unione europea a causa della sua acclarata influenza sull’integrazione europea post-conflitti mondiali. Che cosa dovrebbero replicare i greci, allora? Richiedere indennizzi per le tante distruzioni operate all’indomani dell’armistizio? Riavvolgere indietro la pellicola della storia, facendo scorrere immagini raccapriccianti di morte e di ingiustizie? O forse potrebbero donare ai rappresentanti del Bundestag una copia del bellissimo film sul massacro di Cefalonia con Nicolas Cage “Il mandolino del capitano Corelli”, riproposto pochi giorni fa dalla televisione italiana, per soffermarsi ancora su di una strage assolutamente ingiustificata? Sarebbe la soluzione più facile, issando come un vessillo trionfante bandiere che portano ancora vivi i segni di quei drammatici anni. Ma sarebbe anche una mossa speculare, perdente perché aspra. Come la boutade tedesca.

Varrebbe invece la pena di scomodare il buon Seneca, e non per un mero campanilismo ellenico, che ovviamente, potrebbe contestare qualcuno, non vive un buon momento in questi mesi. Ma per far comprendere come talvolta chi conserva la certezza di possedere il verbo del vero, sempre e subito, farebbe bene a confrontarsi con uno specchio dalle dimensioni maggiori. E vediamo cosa diceva Seneca. “Il comando più difficile è comandare se stessi”. “Molti uomini avrebbero potuto raggiungere la sapienza, se non avessero presunto di esservi già giunti”. “I mali che fuggi sono in te”. Lungi da voler innescare un dibattito filosofico. Ma si tratta di aforismi che non hanno certo bisogno di altri commenti. E sarebbe bello poterli inviare agli amici tedeschi, o magari farli sventolare su uno striscione appeso proprio in cima al Partenone. “Il vero paese- diceva Giorgio Ambrosoli- è quello che ci costruiamo col nostro lavoro”. E la Grecia dal 1945 in poi in parte lo ha fatto. Con coraggio, col sacrificio dei suoi cittadini, con gli errori dei suoi governanti. Ma detto questo non si comprende dove vogliano arrivare gli schizzi di fango provenienti da Berlino.

E’acclarato che una politica di puro assistenzialismo, che nessuno ha chiesto, non potrà che impedire sviluppi concreti per il futuro ellenico, ma sarà necessario strutturare da zero un sistema di welfare, di bilance finanziarie, di contrappesi legislativi, di lotta alla corruzione ed alla speculazione. Questa sarebbe dovuta essere la risposta di uno dei pilastri dell’Unione Europea. Una risposta analitica, ponderata e possibilmente risolutiva. “Se si perde la battaglia delle parole- ammoniva Gorge Bernanos- si perde la battaglia delle idee”. Il tempo per fare marcia indietro, c’è ancora.