mercoledì 29 luglio 2015

Grecia, chi sono i membri della nuova troika in azione ad Atene


La troika è tornata protagonista della crisi greca. Alexis Tsipras è passato in soli duecento giorni dall’addio a un nuovo benvenuto ai rappresentanti di Bce, Fondo monetario internazionale e Commissione Ue, arrivati in queste ore nella capitale ellenica per negoziare il memorandum sul piano di aiuti da 82-86 miliardi di euro. Mentre i colloqui ad alto livello ripartono, dal segretario al Tesoro americano Jack Lew, che nelle scorse settimane si è mosso per conto dell’amministrazione Obama con l’obiettivo di riportare al centro dei negoziati la ristrutturazione del debito, è arrivata la richiesta a tutti i protagonisti di adottare un “approccio pratico”.

Ma chi sono i destinatari dell’appello statunitense, i nuovi interpreti della cosiddetta trimurti? Rasmus Ruffer, Declan Costello e Delia Velculescu, a cui si somma un quarto funzionario: l’italiano Nicola Giammarioli, responsabile del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), il nuovo fondo salva Stati d’Europa.

Ruffer, rappresentante della Banca Centrale Europea, è stato membro della troika in Portogallo. Di lui, nel 2012, Arménio Carlos, segretario generale della Confederação Geral dos Trabalhadores Portugueses disse: “Questi signori si comportano come dei robot. Sono venuti qui con una missione e, potete starne certi, la missione non è quella di aiutare il Portogallo. Sono qui per aiutare i mercati”. In quella circostanza Ruffer lavorò su una piattaforma che prevedeva: la cancellazione di ogni vincolo al licenziamento e riduzione degli indennizzi; l’allargamento dei contratti precari e cancellazione della contrattazione collettiva; il taglio dell’indennità per straordinari e per i giorni di riposo; il taglio delle 4 giornate festive; l’allungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore al giorno e fino a 60 ore settimanali; il taglio del giorno di riposo compensativo e soprattutto del sussidio di disoccupazione per il 20%. Fu lui insomma a premere il pulsante del Memorandum of Understanding on specific economic policy conditionality nonostante i salari del Paese fossero già tra i più bassi d’Europa.

L’ambasciatore Ue Costello, irlandese classe 1967, è dal 1991 in Commissione Europea. Dal 2012 al 2014 ha diretto il dipartimento della direzione F che comprende le Economie degli Stati membri. Come dire che il dossier crisi, alla voce Paesi Piigs, è stato analizzato e vergato proprio da lui. Si è occupato di redigere le previsioni degli sviluppi economici e delle prospettive finanziarie, per monitorare la conformità con i requisiti del Patto di stabilità e della crescita. Quando lo scorso 19 marzo il Parlamento greco approvò con una straordinaria maggioranza di due terzi, le misure per sostenere le 300mila famiglie in povertà con circa 200 milioni di euro, da Bruxelles Costello si indignò e sentenziò: “Non ci avete chiesto il permesso, è un atto unilaterale”. Le cronache riportano che lo scorso 29 dicembre una squadra di tecnici della troika arrivò ad Atene per controllare il programma di risanamento attuato dall’allora governo Samaras e preparare la strada al ritorno del pool capeggiato proprio da Costello. Già sette mesi fa, quindi, al centro dello scanner dei creditori c’era il buco nel bilancio che, secondo la troika, superava i due miliardi mentre, per il ministero delle Finanze greco di allora (guidato da Ghikas Hardouvelis), non era sopra ai 980 milioni.

A capo della missione 2015 dei creditori c’è una donna, degna interprete del Lagarde pensiero (e stile): il membro del Fondo Monetario Internazionale, già ribattezzata “la donna che sta facendo tremare la Grecia”. Si tratta dell’economista rumena Velkouleskou nata nei Carpazi, madre di tre figli e moglie di un rinomato ricercatore di oncologia. Nel suo recente passato ha curato il caso Cipro dal 2013 a ieri. E’ sua la mano che ha azionato il prelievo forzoso su alcuni conti correnti per ottenere i prerequisiti grazie ai quali, poi, i creditori internazionali hanno concesso il prestito a Nicosia. Deve ora gestire il fil rouge più delicato dei tre, dal momento che paradossalmente oggi il Fondo è sulle stesse posizioni dell’ex ministro Varoufakis  secondo le quali il debito ellenico non è sostenibile, tesi da sempre avversata dal ministro tedesco Wolfgang Schaeuble che ha minacciato anche di dimettersi, piuttosto che cambiare idea.

@FDepalo

sabato 11 luglio 2015

Ok del Parlamento a Tsipras. Ma la maggioranza e Syriza sono a pezzi

E’ caos politico in Grecia: il governo è “con le gambe all’aria” scrivono oggi alcuni quotidiani greci. Alexis Tsipras conquista il sì del Parlamento al terzomemorandum della crisi, già molto gradito a Bruxelles, ma di fatto cambia la maggioranza che lo sostiene aprendo a scenari nuovi: 32 deputati - tra destrorsi diAnel alleati al governo e syrizei duri e puri – non lo votano, mentre ben 100 sì giungono dai banchi delle opposizioni. 
Fonti del partito lasciano intendere che ci potrebbero essere anche dimissioni di alcuni ministri contrari all’austerità, prima combattuta nel famoso programma di Salonicco e in campagna elettorale “e ora accettata supinamente nonostante il no al referendum”.
Hanno risposto paròn (presente) 17 deputati di Syriza su 149 alla votazione, ufficialmente astenendosi (in totale sono 32) ma di fatto aprendo una questione politica in seno alla maggioranza di governo. Oltre all’ex ministro Yanis Varoufakis, al sole dell’isola di Egina per un weekend con moglie e figlia, ci sono i fedelissimi come il capo del correntone di Iskra Panagiotis Lafazanis, ministro dell’energia e uomo di raccordo con Mosca, la presidente della Camera Zoì Kostantopoulou (assieme a Dimitris Stratoulis, Costas Lapavitsas, Stathis Leoutsakos) che in questa sorta di voto di fiducia sul governo stanno dalla parte opposta a quella del premier. Il partito è per la prima volta in subbuglio. Il ragionamento che si fa al sesto piano della sede di Koumoundourou è che se il mandato elettorale dello scorso gennaio e ancor più quello del referendum di appena sei giorni fa erano contro nuove forme di austerità, come giustificare oggi un altro piano lacrime e sangue, con aumenti di Iva, Imu sugli immobili e tasse di vario genere?
E’quasi l’alba quando Tsipras dirama una nota in cui sottolinea che il Parlamento ha dato al governo un mandato forte per completare i negoziati e raggiungere un “accordo economicamente sostenibile e socialmente giusto”. Quest’ultimo è il punto controverso, su cui il dibattito interno a Syriza è montato sin dalle settimane precedenti al referendum e sui cui, alla fine, si è poi consumata anche la rottura (politica e umana) con Varoufakis.
Poco prima ecco la bordata di Lafazanis: “Ho espresso la mia opposizione profonda e inequivocabile a una proposta che minaccia di estendere la custodia esterna del mio Paese. Io sostengo il governo, ma sostenere un programma di austerità, neoliberale e deregolamentato non farà altro che aggravare il circolo vizioso di recessione, povertà e miseria”. 
Una dichiarazione di sfiducia piena al piano che invece è stato votato da 100 deputati centristi, socialisti e conservatori dell’opposizione (in totale 251 favorevoli, 32 contrari, 8 astenuti). Prima del voto c’è stato anche un documento siglato da quattro deputati di Syriza (Dimitris Kodela, Vassilis Kiriakakis, Eleni Sotiriou e Claus Chatzilamprou) in cui scrivono che il governo ha chiesto il loro appoggio per “un terzo memorandum preparato su richiesta della Troika”.
Se le critiche al piano appena votato dovessero realmente trasformarsi in passo indietro di alcuni ministri, ecco che Tsipras sarebbe costretto ad un rimpasto di governo, ma aprendo necessariamente a chi gli ha consentito di tornare a trattare con i creditori: i centristi di Potami, i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Dimokratia.
Che, a quel punto, su sponda del presidente della Repubblica, pretenderebbero un nuovo esecutivo di larghe intese con tutti dentro, sognando addirittura un nuovofrontman (il giornalista Stavros Theodorakis, capo del Potami). “Ma se siamo stati eletti per cambiare tutto – si chiedeva ad alta voce un dirigente di Syriza prima dell’ennesimo caffè – come potremo adesso fare un governo con gli amici della troika che hanno governato dal 2011 a ieri?”.

mercoledì 8 luglio 2015

Vita ad Atene dopo il referendum: pochi soldi in tasca e cibo razionato

Senza soldi dai bancomat, con la Borsa ancora chiusa e senza commesse dall'estero. Cittadini e piccoli commercianti in Grecia si svegliano dall'euforia post referendaria, ma subito dopo piombano nell'incubo della quotidianità. Come si fa ad andare avanti con le banche chiuse e senza liquidità?
La maggior parte della gente comune, non quella che guadagna col turismo, è corsa ai ripari e sta razionando cibo in casa e pochi euro in tasca, altri si preparano al peggio.
Eleftherìa confessa di avere in cassaforte qualche migliaio di dollari. Le sono avanzati alcuni anni fa dopo il suo viaggio di nozze a Miami e «oggi potrebbero tornare molto utili se le maledette banche non dovessero riaprire». Babis ha due camion frigo ed è appena partito da Patrasso per la Germania via Italia, ma rischia di non arrivare a destinazione perché non può utilizzare la sua carte di credito per fare gasolio e per pagare le autostrade.
«Vogliono solo contanti da noi greci, - racconta sua madre che ieri ha avuto un malore per lo stress - ma il viaggio di mio figlio fino a Rostock costa 5mila euro e come si fa a mettere tanti soldi in tasca se il bancomat ci dà solo briciole?». Un falso problema, dice invece senza peli sulla lingua Pavlos: «Ma quale emergenza, da Natale abbiamo già ritirato un sacco di soldi dalle banche. Quelli che fanno la fila oggi sono solo i pensionati».
Non la pensa così Sissy, che gestisce una pasticceria con le sue sorelle alla periferia di Atene. Prima della crisi, alle 11 del mattino aveva esaurito quasi tutti i suoi dolci, oggi invece preferisce «fare meno torte e biscotti, perché quasi ogni giorno avanzano invendute, ma più pane e pizze così ciò che resta lo porto a casa e anche ai miei vicini: servono idee originali quando si è nelle nostre condizioni».
Per avere il polso della Grecia serve però spostarsi in provincia. Takis gestisce un fondo di famiglia a Edessa, in Macedonia. Le sue pesche sino allo scorso anno prendevano la via dell'estero, su tutti il redditizio mercato russo. Ma oltre alle sanzioni che gli hanno precluso di guadagnare parecchi rubli, ecco oggi le ristrettezze del fronte interno. «Non le compra nessuno e piuttosto che gettarle vie ne ho regalato qualche cassetta ai bisognosi - dice - ma al di là del bel gesto che ho fatto non vedo alcuna prospettiva. Cosa farò? Qui qualcuno inizia a prestare i terreni per le discariche abusive».
L'atmosfera nel Paese sta cambiando e non solo da domenica sera in poi. Gli indigenti sono in drammatico aumento, così come gli imprenditori in rosso che rappresentano oggi un terzo dei nuovi poveri. Si iniziano persino a rubare le cassette di api che gli apicoltori lasciano da anni, incustodite, sul ciglio delle strade di montagna e che fino a oggi mai nessuno ha osato toccare. Ieri a Stylida, nella Grecia centrale, un agricoltore 45enne si è impiccato nel terreno dove coltivava pochi ulivi. La pressione delle ultime ore, mescolata alla depressione da crisi, lo ha portato al peggio.
A dare ragione alla tesi del Telegraph , secondo cui le banche greche riapriranno solo dopo aver stampato dracme, ci pensa Vassilikì. È proprietaria di alcuni bungalow a Ghìtion, nel Peloponneso, che affitta ai vacanzieri ed è convinta che con una nuova moneta, svalutata e fiscalmente sexy, le cose cambieranno. «Pagare più tasse? E perché? Non credo più all'euro, mi aspetto che la vecchia moneta attiri investitori stranieri e nuove opportunità, leggo tante cose sugli amici russi, sarebbero i benvenuti qui». In questi giorni si fa pagare solo cash e sta raccogliendo dollari, euro, yen e rubli: «Non si sa mai che possano tornarmi utili, tra qualche tempo». O addirittura domani.
Twitter: @FDepalo

martedì 7 luglio 2015

La Grecia del 'no' orfana di Varoufakis

Il voto netto di una piazza per legittimare le trattative future. Una perdita secca nella squadra di governo (si dice subìta, più che decisa). E la consapevolezza che un nuovo inizio è possibile per la crisi del secolo. In pochi giorni Alexis Tsipras e la Grecia hanno attraversato una di quelle mareggiate che lascia sul campo rottami e uomini in mare.
Neanche il tempo di festeggiare il risultato del referendum, con il “no” alle misure di Bruxelles che supera il 60%, che ecco la prima conseguenza piombare nel “Megaro Maximos” ateniese, sede del governo: il passo indietro dell'estroso Yanis Varoufakis, quell'allievo di James Galbright che ha fatto discutere (e quanto) nei primi duecento giorni di governo, dimessosi e sostituito dal capo negoziatore Euclid Tsakalotos, più diplomatico e gradito dai creditori internazionali.

Una figura che non passa inosservata

A gennaio Varoufakis fu il deputato più votato delle elezioni greche, con 130mila preferenze ed estese personalmente il programma di Syriza in quanto considerato uno dei fedelissimi di Tsipras. Le sue prime parole furono “fiscal waterboarding”, con riferimento all’austerità imposta alla Grecia da Bruxelles e Berlino da lui paragonata alle tecniche di tortura della Cia. Teorie che pubblicò in una serie di volumi come "Dare un senso al mondo post-2008", con Joseph Halevi e Nicholas Theocarakis (2011), "Teoria dei giochi" con Shaun Hargreaves-Heap (2004), "Il Minotauro globale: l’America, le vere cause della crisi finanziaria e il futuro del mondo dell’economia" (2011), e il pamphlet "Una modesta proposta per uscire dalla crisi dell’euro", scritto a quattro mani con James Galbraith, figlio di John (guru economico del presidente Kennedy) in cui si scaglia contro l'austerity.
I rumors, nonostante dietro ogni mossa economica di Tsipras ci fosse il suo zampino, danno come “naturale” questa sostituzione. Era nell'aria il cambio alle finanze, da quando due mesi fa il premier decise di affiancargli due vice: il vicepremier Iannis Dragasakis e appunto Tsakalotos, volto economico di Syriza e dai modi più temperati. Il dilemma al quale si è assistito in questi mesi è stato proprio sul profilo di Varoufakis: genio o spregiudicato pokerista?

I tanti volti di Varoufakis

Paul Krugman, professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton e Nobel per l'economia nel 2008, dalle colonne del New York Times non ha mai nascosto la sua antipatia per gli integralisti dell'austerità. Ha parlato addirittura di "vergogna per l'Europa l'aver voluto avviare una campagna di intimidazione dei Greci", terrorizzando i cittadini con la chiusura delle banche e seminando il caos. "I tecnocrati egoisti europei - ha osservato - sono come i dottori del Medioevo che hanno insistito per lasciare i loro pazienti sanguinare, causando più emorragie". E di fatto sposando la teoria tanto cara a Varoufakis secondo cui, in un Paese azzoppato da debiti e crisi, insistere su un ulteriore regime di austerità equivale a spremere l'economia più velocemente di quanto si riduca il debito. Per cui la vittoria del "no" al referendum in tutto il Paese, secondo Krugman, offre “almeno una possibilità di fuga da questa trappola”.
Chi non ha gradito le posizioni di Varoufakis sin dall'inizio del suo mandato è l'economista italiano Giacomo Vaciago, ex sindaco di Piacenza, secondo cui fino ad oggi - ha detto recentemente in un'intervista televisiva - si è avuto “un ‘abuso’ di informazioni "su cosa pensano Tsipras e Varoufakis, che hanno molte idee ma le cambiano nell’arco della giornata, magari come gli aperitivi con le olive e il formaggio".
Secondo Vaciago, Tsipras e Varoufakis da cinque mesi hanno fatto i "protagonisti sulla scena internazionale e fanno trattative sul palcoscenico del mondo divulgando documenti segreti o colloqui privati con altri leader: cose mai viste".

Giudizi polarizzati

Diplomazia goffa, buone maniere invisibili, rispetto delle regole piuttosto difficile: è il dipinto dell'ormai ex ministro fatto da Claudio Seidl sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che mette l'accento, come fatto da gennaio ad oggi, sugli svarioni caratteriali di Varoufakis. "Il governo greco invece di pagare finalmente i propri debiti, - verga graffiante - è impersonificato da Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis, i due peggiori cattivi politici di tutto il continente. Maniere miserabili, una discutibile morale, un modo di esprimersi a cui sono costretti politici europei che oggi non tollerano più l'insolenza di greci".
A stemperare le critiche contro l'economista dal doppio passaporto greco e australiano, ci pensa ancora Krugman secondo cui ad oggi la strada praticabile “potrebbe essere quella di ripristinare l'accesso al credito per le banche greche" un credito "bloccato dalla BCE alla vigilia del referendum, decisione che ha contribuito al panico ed alla decisione del governo di chiudere le banche e imporre il controllo sui capitali". "In quel modo però", aggiunge Krugman, "la BCE ammetterebbe che il congelamento era solo un atto politico. Allo stesso tempo, senza ripristinare le linee di credito, costringerebbero la Grecia a introdurre una nuova moneta”. Il ragionamento di Krugman, quindi, procede in parallelo con la strada indicata da Varoufakis.
Due mesi fa anche Joseph Stiglitz, economista e saggista statunitense, Nobel per l'economia nel 2001, in occasione della conferenza dell’Institute of Economic Thinking a Parigi, aveva appoggiato le tesi di Varoufakis, intervistandolo pubblicamente ed esprimendo la sua personale ammirazione, al pari degli italiani Giuseppe Guarino e Antonio Maria Rinaldi.
Ma la palma dei giudizi negativi va di diritto all'Eurogruppo dello scorso 24 aprile. A Riga infatti fu tacciato di essere "un perditempo, un giocatore d’azzardo, un dilettante", decretando la rottura completa tra le parti. In quell'occasione anziché una svolta nelle trattative tra la Grecia e i creditori, si ampliò il solco. E l'Eurogruppo definì il suo comportamento "irresponsabile e dilettantesco".

L'impressione che si ricava dell'ex ministro è quella di una personalità che divide, narcisista e complessa. Non ci sono mezze misure, se si chiede un giro un giudizio su di lui: amore o odio, anche tra i suoi colleghi di partito che, da domani, non lo vedranno più arrivare al Consiglio dei Ministri in sella alla sua moto e senza scorta. E non è detto che sia un bene.

Armatori fuggono a Cipro. Paura di Grexit ma anche di nuove tasse

Dagli appalti pubblici e dai conflitti di interessi nell’Egeo alla bandiera cipriota. Il possibile Grexit non spaventa solo le istituzioni europee ma anche le uniche realtà che in Grecia producono pil indisturbate (il 20% del totale): le grandi navi degli armatori, da Alafouzos a Melissanidis, da Niarchos aMarinakis, se la crisi dovesse avere un’evoluzione traumatica, potrebbero trasferire sedi e filiali a Cipro.
Si tratta di quella casta che lo scorso febbraio il premier ellenico Alexis Tsipras aveva annunciato di voler colpire con una patrimoniale, senza poi tradurre in pratica la promessa. Tanto che dieci giorni fa il presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker ha rivendicato di essere stato lui a chiedere al governo di rivedere le aliquote fiscali sulle compagnie di navigazione.
Peraltro in passato nessun norma ha impedito agli armatori greci di essere al contempo petrolieri, editori e titolari di lavori pubblici senza gare di appalto. Alcuni di loro recentemente hanno anche partecipato al processo di privatizzazioni come quella dell’Opap (il Totocalcio) nonostante possedessero importanti squadre di calcio. Senza contare che hanno goduto dell’esenzione fiscale per i profitti generati all’estero, come previsto dalla Costituzione.
La conferma della “voglia di Cipro” arriva dalle parole affidate alla stampa ellenica e inglese dal numero uno della Camera del trasporto cipriota, Thomas Kazakos. Alcuni spedizionieri greci hanno già avviato contatti con le autorità locali per informarsi sulle procedure richieste e sul sistema fiscale applicato al momento sull’isola. Dove, unico precedente europeo di quello che sta ora accadendo in Grecia, nel 2013 le banche sono rimaste chiuse per quasi due settimane in seguito a una crisi causata dalla pesante esposizione al debito di Atene. “Noi forniamo solo un ventaglio di informazioni, poi la scelta spetta a loro”, ha detto Kazakos all’agenzia di stampa News Agency Cipro.
Nell’occasione ha anche ammesso che nei giorni scorsi diversi rappresentanti di realtà elleniche hanno contattato le società operanti su Cipro per valutarne lo status fiscale e ragionare su come avviare le pratiche per trasferire la domiciliazione fiscale sull’isola. Il sistema in vigore a Cipro, ha commentato Kazakos, è qualcosa che “gli armatori greci considerano attraente, competitivo, anche perché è rispettoso della legge ed è trasparente”. Ad oggi già il 40% delle navi battenti bandiera cipriota sono di proprietà greca. E Cipro è la terza bandiera europea più utilizzata dopo quelle di Malta e Grecia, di fatto controllando il 4% della flotta mondiale. Il suo principale porto, Limassol, è residenza fiscale di circa 130 società di gestione navale che svolgono attività internazionali dall’isola, tra cui sino a due anni fa moltissimi russi.
Il settore greco della cantieristica navale, a dispetto delle notizie sui licenziamenti, gode di ottima salute: l’associazione nazionale che raggruppa gli armatori nigeriani (Nisa) ha appena annunciato di aver raggiunto un accordo con diversi armatori greci per ricevere 40 navi cargo nell’arco di ventiquattro mesi. Quindi nuovecommesse.
twitter @FDepalo

martedì 23 giugno 2015

Grecia, chiusura di Ert? Uno choc. Parla Deliolanes


La chiusura della tv pubblica greca è stato un atto sconsiderato contro la democrazia. Un'intervista al giornalista greco Dimitri Deliolanes. 
E due. Dopo la riassunzione delle donne delle pulizie nei ministeri, il premier greco Alexis Tsipras centra un altro obiettivo del suo programma, pur tra mille difficoltà: ovvero la riforma della tv di stato “Ert”, chiamata nuovamente così dopo la parentesi “Nerit” sponsorizzata dalla troika, dove i giornalisti erano assunti a tre mesi con stipendi da fame (ma facendo salve tre starlette con ingaggi sontuosi).
L'affossamento dell'Ert non era avvenuto al fine di tagliare sedi e poltrone per venire incontro alle necessità di spending review imposta dai creditori della troika, ma per “pilotare una certa informazione”, dice ad Osservatorio Balcani Caucaso il giornalista greco Dimitri Deliolanes, da trent'anni corrispondente in Italia proprio di Ert e autore de “La sfida di Atene” (Fandango, 2015).

Quale il contributo che la nuova Ert darà all'informazione in un paese così scosso dalla crisi?
Un contributo fondamentale, nel senso che già in questi primi giorni di nuove trasmissioni, emerge come sia l'unico canale che fa informazione. Mentre dagli altri arriva solo propaganda.

Quali le basi programmatiche della riapertura?
Nel decalogo di Syriza, così come nelle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo, si parlava esplicitamente di controllo parlamentare per l'emittenza pubblica. Invece in Parlamento non c'è ancora una commissione di controllo, come accade ad esempio in Italia, in quanto per farla occorrerebbe una modifica costituzionale. Per questo motivo, le nomine dei nuovi vertici Ert sono avvenute dopo un'udienza nella commissione parlamentare sulla trasparenza.
Ecco che oggi c'è una Ert che funziona bene, con un ottimo livello qualitativo, anche perché i concorrenti non brillano di certo. Ma il governo, anche perché impegnato sul fronte debito, non è ancora riuscito a strutturare la commissione parlamentare. Al momento l'emittente è sottoposta al controllo del ministro senza portafoglio Nikos Pappas.

Che tipo di conseguenze, anche sociali, ha avuto la chiusura di Ert?
E' stato un atto sconsiderato del precedente esecutivo, dalle conseguenze impreviste. Sul piano sociale 2700 famiglie si sono ritrovare sul lastrico dopo una semplice dichiarazione televisiva dell'allora sottosegretario alla presidenza Simos Kedikoglou, ma questo è stato se vogliamo il meno. L'impatto maggiore sta nel fatto che un governo (quello guidato dal conservatore Samaras ndr.) dalla legittimazione fortemente contestata, ad un certo punto ha osato entrare nella camera da letto dei cittadini ellenici e decidere cosa dovessero vedere e cosa no. Uno choc inimmaginabile in una democrazia europea a cui la gente ha reagito con grandissima rabbia.

Quando è stata chiusa come procedeva Ert?
Non aveva grossi indici di ascolto, ma contava il fatto che esistesse in quanto servizio pubblico e soprattutto assicurava libera informazione, autorevole e certa, in occasione di ogni fatto mondiale che accadeva. Anche perché le altre emittenti, nella coscienza comune, non erano né autorevoli né sicure nelle informazioni che veicolavano. La chiusura di Ert è stata vissuta da tutti come un atto autoritario e di prepotenza.

Le modalità di chiusura possono essere avvicinate ad una forma di censura oligarchica, visto che si è trattato del primo caso assoluto in uno stato democratico?
Certo. In Italia alcuni commentatori ripetono che si è trattata di un'iniziativa presa per ragioni economiche e imposta dalla troika, ma non è così. Non c'è alcuna ragione economica per il semplice fatto che Ert era in attivo dal 2009, anche se modesto, e non pesava sulle casse dello stato.

Quali i motivi reali allora?
Secondo il premier Samaras, Ert non serviva abbastanza la propaganda governativa. C'era un polo all'interno dell'informazione che dava fastidio e disturbava la sinergia tra esecutivo e canali privati. Ert è stata chiusa perché informava e non disinformava.

Che beneficio hanno tratto le casse dello stato dalla chiusura di Ert?
Nessuno. Anzi, ha portato solo cause di risarcimento danni avanzate da tantissimi lavoratori per le modalità illegali di licenziamento, così come ho fatto io stesso, oltre a penali per annullamenti di contratti da versare alle società di produzione, come partite di calcio mai trasmesse. Il costo complessivo dei procedimenti giudiziari sarà elevatissimo. E' la ragione per cui nessuno ha mai invocato il criterio economico come input per la chiusura. Si tratta di milioni di euro buttati al vento in un momento in cui sarebbero serviti per altro.

Oggi il panorama mediatico greco è caratterizzato da emittenti private in palese conflitto di interessi, con editori che sono anche imprenditori presenti in appalti pubblici, proprietari di squadre di calcio, armatori: cosa farà il governo?
Il problema vero è nell'aggancio mortale tra i due vecchi partiti governativi, Pasok e Nea Dimokratia, e gli oligarchi che controllano i mezzi di informazione. Per queste ragioni sono già iniziate le prime schermaglie del governo Tsipras contro gli oligarchi. E' noto che esiste una richiesta di tasse arretrate da parte dell'esecutivo oltre che di contributi pensionistici mai pagati.
A giorni ci sarà un disegno di legge per la ridistribuzione delle frequenze televisive, che nel passato sono state sostanzialmente regalate agli editori privati dopo la chiusura di Ert nel 2013 per una cifra irrisoria. Prevista anche la rivalutazione, partendo da zero, delle concessioni. Sul giudizio complessivo peserà non poco la situazione economica delle emittenti, molte delle quali oggi sono tenute in vita solo dai prestiti compiacenti delle banche.

martedì 16 giugno 2015

Crisi Grecia, Atene: “Giornalisti agli ordini della troika per fare propaganda pro-Ue”

pochi giorni dalla riapertura della tv di Stato greca Ert, chiusa per volere della troika, uno scandalo scuote il mondo della comunicazione ellenica. In Grecia, dal 2010 ad oggi, ilFondo monetario internazionale avrebbe “formato” giornalisti embedded favorevoli alle posizioni dei creditori internazionali.
Lo ha denunciato la Commissione parlamentare sulla trasparenza della crisi, che indaga sul Fondo, grazie alle rivelazioni dell’ex membro greco dell’Fmi Panagiotis Roumeliotis. Ha rivelato che i seminari di formazione sono stati architettati volontariamente per creare “portavoce” delle istanze spinte dalle istituzioni internazionali che hanno gestito la crisi ellenica. I nomi dei giornalisti greci che hanno preso parte ai meeting saranno svelati nelle prossime settimane alla Camera dei Deputati di Atene.
Misure di austerità, strutturazione e comunicazione del memorandum, rischi di una Grexit, passando per quel “terrorismo mediatico” che la stampa ellenica ha megafonato svariate volte negli ultimi anni, soprattutto a ridosso delle elezioni politiche e amministrative: queste le accuse rivolte ai giornalisti coinvolti. Secondo Roumeliotis, la Commissione parlamentare potrebbe chiedere formalmente al responsabile comunicazione del Fmi, Jerry Reis, i nomi dei giornalisti invitati ai seminari. Per questa ragione il presidente della Camera, Zoì Konstantopoulou, ha fatto sua la proposta annunciando una lettera formale indirizzata all’istituto guidato da Christine Lagarde.
L’ex rappresentante greco al Fmi ha aggiunto che a dare manforte alla stampa pro troika era anche un pool di economisti e docenti universitari che, in occasione di interviste sui quotidiani o di trasmissioni televisive, cercavano di persuadere l’opinione pubblica che quella del memorandum era l’unica strada possibile per la Grecia. Il tutto mentre ad Atene la polizia arrestava forse l’unico giornalista greco che aveva dato una notizia, ovvero Kostas Vaxevanis, reo di aver pubblicato sul suo settimanale Hot Doc i duemila nomi degli illustri evasori della lista Lagarde che avevano spostato capitali in svizzera.
E così dopo il dossier siglato proprio dal Fmi che nel 2012 ha certificato un errore di calcolo da parte di Washington sulla crisi greca, ecco un’altra falla che si apre nell’istituzione che assieme all’Ue e alla Bce ha governato la crisi greca e i due memorandum imposti ad Atene, il primo dei quali votato nel novembre 2012 dai deputati socialisti e conservatori che lo avevano ricevuto in visione solo poche ore prima.
Intanto ricomincia la mobilitazione sociale in tutto il Paese e anche in Europa. “Neanche un passo indietro”: questo il titolo della manifestazione promossa in contemporanea ad Atene e a Salonicco per mercoledì 17 giugno “contro la disinformazione, gli usurai, gli istituti di credito e i requisiti che vogliono imporre alla classe operaia e ai cittadini”. Sostegno da Parigi e Bruxelles dove, rispettivamente sabato e domenica prossimi, oltre 50 organizzazioni marceranno contro l’austerità e a sostegno di Atene nell’ambito della settimana della solidarietà europea con il popolo greco.
twitter @FDepalo


mercoledì 10 giugno 2015

Sfatiamo i luoghi comuni sulla crisi greca: 1a parte

La crisi ellenica, oltre a certa sciatta informazione fatta, come troppo spesso accade in Italia, un tanto a chilo, porta con sé anche una serie di luoghi comuni e di certezze dogmatiche su cui, forse, andrebbe spesa qualche parola.
Non tanto per convincere il pubblico a convergere su una tesi o su un’altra (informazione libera si fa infatti senza propaganda ma con il dibattito), ma quantomeno per leggere il problema greco con lenti “libere” da intrecci e interessi precostituiti. Che fanno solo danni, tanto a chi propone quanto a chi prende con i paraocchi solo ciò che passa il convento.
Alcuni commentatori continuano a sottolineare come il default ellenico non convenga, né a Bruxelles né ad Atene. In parte, ma solo in parte, è vero. Il default nel 2012 avrebbe avuto l’effetto di gravare su quegli istituti di credito, tedeschi e francesi, che detenevano i titoli spazzatura. Oggi il conto più salato lo pagherebbero gli Stati che hanno prestato denari alla Grecia, come l’Italia che è esposta per 40 miliardi di euro: più o meno il valore dell’Imu. Ma guardando il panorama in prospettiva, quel default potrebbe invece segnare una svolta.
Fino ad oggi gli Stati e la stessa Ue sono stati visti come una macchina da oliare e da correggere in corsa. Ma se invece fossero sin dall’inizio stati considerati alla stregua di un’azienda privata, solo il mercato ne avrebbe decretato pregi e difetti.
La Grecia, se fosse un’azienda che produce chiodi, sarebbe già fallita e anziché arrovellarsi da quasi un quinquennio su scorciatoie, memorandum e fughe in avanti, oggi sarebbe potuta essere già una cosa nuova. Ricominciare, ricostruire, modernizzare: ecco i tre verbi da utilizzare dopo un crack. Atene produce pochissimo, non ha una politica industriale, grazie alla miopia corrotta dei suoi governanti importa praticamente di tutto. Al netto delle macerie di oggi, però, c’è tantissimo margine di miglioramento per la semplice ragione che c’è tutto da fare.
Una moneta interna diversa dall’euro, sì svalutata ma allo stesso tempo fiscalmente sexy, potrebbe favorire investimenti, avviare quelle produzioni che oggi moltissimi hanno delocalizzato in Cina o India, favorire una nuova business community del Mediterraneo anche grazie, se lo vorrà, al Qe della Bce da allargare anche alla Grecia.
In questo modo, e solo in questo modo, l’Europa potrà dire di aver veramente aiutato la Grecia, non proseguendo nella strategia di prestiti che servono esclusivamente a saldare i vecchi e a pagare interessi milionari. Ma investendo su prospettive e margini futuri. Quanto a Tsipras, al netto di errori, sterzate e incespicamenti figli di posizioni ideologiche personali, non ha altra strada se non alzare un muro sulle Termopili come fece Leonida contro Serse e il suo sterminato esercito persiano.
In primis perché un altro memorandum, figlio dei precedenti, avrebbe come effetto un indebitamento perpetuo e altre tasse che raderebbero al suolo ciò che resta del Paese. In secondo luogo perché, proprio la piccola Grecia con il PIL pari a quello di un paio di province del nostro Triveneto, paradossalmente sta mettendo in crisi un meccanismo più grande e che fino a ieri sembrava inespugnabile. Salvo oggi renderci conto che di sola austerità e di isolamento a oriente si muore.
Twitter@FDepalo

lunedì 1 giugno 2015

L'Europa dell'austerity? Arriva sempre in ritardo. E la Grecia collassa

Ancora una volta l’Unione Europea arriva in ritardo – dolosamente o colposamente – su fatti e circostanze.
Dopo tre anni d’implementazione di un memorandum suicida che ha incaprettato la Grecia condannandola all’alimentazione all’idratazione forzata dalla parte della troika, senza sanarne le piaghe, in questi giorni l’ennesima trattativa partorisce una boutade: quella del default controllato per Atene.
Peccato che la medesima strada fosse stata proposta nel 2012 dall’allora Nobel per l’economia, Christopher Pissarides, già docente alla London School of Economics. L’economista, mentre l’Europa tentava di capirci qualcosa dalle doppie elezioni elleniche che consacrarono Tsipras e Syriza, indicò a freddo l’opzione del default ammortizzato: ovvero con la preliminare certezza del cambio euro/dracma, con una serie di argini già piantati per dirigere “il fiume” del nuovo vecchio conio, come ad esempio la gestione dei contratti firmati, i debiti pregressi, gli interessi e soprattutto la possibilità di usare quella valuta per operare due macro cambi di passo: attirare investimenti stranieri in loco e avviare una politica industriale per stimolare la produzione interna limitando l’import, che in Grecia è altissimo (si importano persino cotone e olio, presenti nel Paese da centinaia di anni).
Nel giugno del 2012, però, le parole di Pissarides vennero bollate come spazzatura da quegli stessi soloni che per tre anni hanno attirato il vascello ellenico non in porti sicuri, ma nel marasma dell’austerità imposta da terzi: con il risultato che oggi un terzo dei nuovi poveri greci sono imprenditori, che il ceto medio è diventato o sta diventando quasi povero, che i dipendenti pubblici non sono diminuiti (né sotto la troika né con Tsipras), che le riforme sono ancora in alto mare, che le privatizzazioni sono in stand by proprio per capire come condurle, con chi e se in euro.
Se la proposta di Pissarides fosse stata messa in pratica quando le casse di Atene non erano in profondo rosso come oggi, tutti gli Stati membri avrebbero risparmiato alla voce aiuti da memorandum: l’Italia ad esempio è esposta per 40 miliardi. Ma si scelse, anziché la logica comunitaria e sociale, così come vergato dai padri fondatori dell’Ue, l’egoismo di chi a quell’epoca ha messo una seria ipoteca tanto sui conti greci che su quelli europei.
Ma commettendo un doppio errore: primo, una Grecia senza euro nel 2012 avrebbe potuto paradossalmente essere una cavia positiva anche per gli altri paesi piigs, mentre da Berlino lo evitarono accuratamente; secondo, permettere ad uno solo di avere in mano il comando di tutti, ha prodotto danni e non benefici, con la differenza che oggi regole uguali per paesi ancora diversi sta mettendo a repentaglio il senso stesso dell’Unione.
Un’Unione che rispetto a dieci anni fa ha visto dimezzarsi il suo pil rispetto al resto del mondo, che non ha una politica comune, che sceglie di non decidere come sulla Libia e le primavere arabe, che non riesce a dialogare con l’Eurasia, che fa pasticci diplomatici come la mancata presenza di lady Pesc Mogherini al vertice Putin-Merkel-Hollande.
In tutto ciò la portavoce del presidente della Commissione Juncker dice che alla Grecia “non daremo nuove soluzioni, registriamo progressi ma ancora non ci siamo”. Ottima notizia, forse a Bruxelles ignorano che Atene sta per fare richiesta di adesione alla Banca Brics, il concorrente euroasiatico del Fmi con Mosca e Pechino già in fase avanzata per le privatizzazioni elleniche. A largo di Creta, infatti, c’è gas per circa 400 miliardi di euro, come da stime tedesche. Capito?
twitter@FDepalo

Il vero vaffa day è stato ieri: il punto sulla mia Puglia

A scrutini terminati un paio di considerazioni vanno fatte sulle elezioni regionali, tanto nazionali quanto nella mia Puglia. Il vero vaffa day è stato ieri, con metà degli elettori che non ha votato. In Puglia non vince tanto il Pd, che comunque è al 19%, ma l'onda Emiliano. E'lo spot da sindaco di Puglia, mescolato alla bassa affluenza e al suicidio del centrodestra, che consegna la vittoria al magistrato. E'noto che non ci sia poi tanto feeling tra Emiliano e il premier Renzi, il che avvalora la tesi della vittoria in solitario dell'ex sindaco di Bari. Una mossa ad effetto è l'assessorato all'ambiente proposto ai 5 stelle, ma per ora rifiutato.

Sul versante centrodestra, Fitto non ha messo nell'ombra Forza Italia: hanno perso entrambi. Si sapeva e si immaginava, ma ci sono dei distinguo. I voti di Schittulli e Poli Bortone, assieme e senza divisioni, avrebbero garantito almeno una maggiore rappresentanza in consiglio regionale. Ovvero il centrodestra unito sarebbe arrivato dignitosamente secondo. Mentre invece i voti dei Cinque Stelle da soli valgono quelli delle tre liste a sostegno di Schittulli: Oltre con Fitto, Fratelli d’Italia e Movimento Schittulli.

Il macro dato è che il centrodestra, dalla scomparsa di Pinuccio Tatarella in poi, non è stato capace n'è di progettazione nè di selezione della classe dirigente, perso tra beghe familiari e liti frutto, forse, di una pochezza politica e contenutistica oggettiva. Senza dimenticare che un leader vero proprio non s’è visto. Spicca invece, al di là delle diatribe partitiche, il leaderismo di Emiliano che con i pregi e i difetti che l’uomo ha, è riuscito a mettere assieme un filotto non da poco: con due mandati da sindaco e questo sulla poltrona che (per due volte) fu di Nichi Vendola.

Dappertutto crescono i 5 stelle, anche in Puglia rispetto alle bassissime percentuali delle comunali 2014: il 18,2% della candidata Laricchia segna una svolta. Dopo i numeri nazionali, ecco che anche nei territori i cittadini scelgono l'antipolitica di Grillo che paradossalmente proprio da Grillo si sta smarcando. Perché, al di là dei difetti e degli svarioni, è oggi una delle due alternative a Renzi. Il premier non veleggia più in solitario e il 40,8% conseguito alle europee del maggio 2014 è solo un ricordo. Ieri ha perso in 7 regioni circa 2.000.000 di voti rispetto a dodici mesi fa.

A questo punto quindi in Puglia chi rischia di meno è proprio Emiliano, al cui orizzonte non c'è solo un quinquennio in sella al tacco d'Italia, ma il trampolino verso un futuro sempre più romano. Già non poche erano state le voci che lo volevano prima in corsa per un sottosegretariato, poi addirittura al posto del dimissionario Maurizio Lupi alle Infrastrutture. Ma il tutto non ebbe un seguito per le note divergenze con Renzi: i due non si sono mai presi, perché entrambi galli in un solo pollaio, perché affetti da decisionismo puro. 
E a Roma chi rischia di meno è paradossalmente Salvini, che ha lanciato un'opa sul centrodestra senza neuroni (ha doppiato Forza Italia e lancia il populismo come programma di governo) e un M5S che fa avanzare gli alfieri Di Maio e Fico: non più a sola protezione dei “due re”, ma all’attacco.


twitter@FDepalo

lunedì 25 maggio 2015

Stavolta il destino vince a dadi: John Nash muore in uno scontro


«Matematica è una parola greca che all'inizio includeva i concetti di musica e astronomia. Solo nell'accezione contemporanea è diventata una materia a sé. Ma secondo me continua a essere intrinsecamente collegata a innumerevoli altre discipline». Così una delle più celebri citazioni dell'ottantaseienne John Nash, il matematico ed economista premio Nobel nel 1994 morto ieri a bordo di un taxi, nel New Jersey, insieme a sua moglie. Sono stati sbalzati fuori dal veicolo che si è schiantato su un guard rail. Non portavano la cintura di sicurezza.

Noto al grande pubblico per aver ispirato il pluripremiato film, anche con quattro Oscar, A Beautiful Minds diretto da Ron Howard e interpretato da Russel Crowe («Scioccato, il mio cuore è vicino a John, Alicia e famiglia, una partnership straordinaria, belle menti, bei cuori», ha twittato l'attore), Nash aveva sofferto di una grave forma di schizofrenia. La matematica, il calcolo e i computer, diceva Nesh, sono stati la medicina che «mi ha riportato a un'idea più razionale e logica, aiutandomi a rifiutare il pensiero e l'orientamento allucinatori». La matematica è curativa e in America viene usata nella terapia occupazionale al posto dei farmaci con ottimi risultati.

Solitario e introverso, Nash è stato un geniale e raffinato matematico puro, con una straordinaria capacità di affrontare i problemi connessi con nuovi occhi e nuove frontiere. Una delle sue scoperte riguarda l'immersione delle varietà algebriche, le equazioni differenziali paraboliche, le derivate parziali e la meccanica quantistica. Amava ripetere che l'economia e il business non erano in cima ai suoi pensieri, mentre adorava la musica, anche se con un approccio selettivo. «Trovo il rock e il pop sgradevoli e non amo compositori contemporanei quali Luciano Berio, al quale preferisco Vivaldi, Frescobaldi e Donizetti».

La prima delusione arrivò da una vittoria mancata alla« William Lowell Putnam Mathematical Competition», un premio molto ambito, ma da quel momento furono solo successi: la laurea in Matematica nel 1948, le offerte da università di prestigio come Harvard, Princeton (che scelse), Chicago e Michigan per un dottorato, la conoscenza personale con Albert Einstein e John von Neumann e il cameo di una lettera di presentazione che portò a Princeton con solo una frase vergata dal rettore: «Quest'uomo è un genio».

Un anno dopo eccolo impegnato a comporre il saggio che, poi, gli sarebbe valso il Nobel per l'Economia, stabilendo i principi matematici della teoria dei giochi. Un suo collega, Peter Ordeshook, scrisse che il concetto di equilibrio di Nash è forse «l'idea più importante nella teoria dei giochi non cooperativi», applicabile alle strategie di elezione dei candidati, alle cause della guerra, alla manipolazione degli ordini del giorno nelle legislature, o alle azioni delle lobby. Il sunto era che le previsioni circa gli eventi si riducono a una ricerca o a una descrizione degli equilibri.

Nato in West Virginia, aveva vinto il premio Nobel nel 1994 e lo scorso 19 maggio si era aggiudicato l'«Abel Prize», un altro riconoscimento matematico, a Oslo, conferitogli dal Presidente dell'Accademia norvegese di Scienze e Lettere Kirsti Strøm Bull e da Sua Maestà il Re Harald «per i contributi alla teoria delle equazioni differenziali non lineari e delle sue applicazioni all'analisi geometrica». Se ne va, per colpa del fato, chi era riuscito a domare lo stesso fato grazie alla teoria dei giochi, rivoluzionando un modo di pensare e di agire.

Nel mezzo, ben trent'anni di convivenza con la schizofrenia tra ricoveri in ospedali psichiatrici, il ritorno alla matematica e quella scelta di aver interrotto volontariamente l'uso di farmaci antipsicotici a partire dal 1970, contrariamente a quanto riportato nella pellicola A Beautiful Mind . Ma nonostante la paura di far passare il messaggio di un genio affetto da schizofrenia in grado di stoppare la terapia anche senza una regressione sintomatica, Nash volle dimostrare di saper gestire i sintomi, guadagnando la guarigione. Una scommessa, degna di quel fato e di quei giochi che riuscì, così mirabilmente, a decrittare con la sua teoria.

twitter@FDepalo

giovedì 21 maggio 2015

Grecia, il punto sul meltèmi della crisi


A cento giorni dall'elezione di Alexis Tsipras, Grecia e creditori internazionali restano all'impasse. Passi in avanti si accompagnano a incomprensioni e diffidenza. E ora la geopolitica, con lo scontro energetico tra Occidente e Russia, rischia di complicare il quadro
Un nome nuovo (Bruxelles group), la volontà (almeno a parole) di cambiare direzione e tanta paura su un futuro che resta ancora a tinte fosche. Il meltèmi [vento secco che soffia sull'Egeo, in grado di dar vita a burrasche in mare N.d.R] della crisi economica non cessa di soffiare sulla Grecia e su ciò che resta del tessuto imprenditoriale e sociale del Paese, schiacciato dalle scadenze di rimborsi ai creditori – per la verità sino ad oggi sempre rispettate da Atene - e da un conto alla rovescia che questa volta potrebbe davvero scrivere la parola fine sul caso ellenico, in un verso o nell'altro.
Sullo sfondo, un mercato drammaticamente fermo, la disoccupazione che non cala, la fuga dei cervelli e dei nuclei familiari che non si arresta, i riverberi geopolitici in chiave eurasiatica di una crisi che si fa sempre più complessa.

Gli attori in campo

I creditori internazionali dell'ex troika (Fmi, Ue e Bce) premono perché sia rispettato l'accordo dell'Eurogruppo siglato lo scorso febbraio: il governo Tsipras, è la tesi di Bruxelles, deve continuare nei prossimi quattro mesi sulla strada della spending review e delle riforme per poter avere accesso ad altri prestiti, imprescindibili per ovviare a casse dello Stato che sono ad un passo dal profondo rosso.
Dall'altra parte, la volontà del neo premier di Syriza è quella di cambiare direzione, nella consapevolezza che il memorandum non è sostenibile da una Grecia già azzoppata da tre anni di tagli draconiani, con la richiesta di riutilizzare quel denaro non per pagare gli interessi sul debito, ma per stimolare la ripresa. Una sorta di grande piano Marshall per l'area euro-mediterrenea, così come nelle intenzioni è stato il “Quantitative Easing” lanciato dal numero uno della Bce Mario Draghi ma che, di fatto, ha escluso proprio chi ne avrebbe avuto più bisogno: la Grecia.

Le scadenze

Dall'elezione a premier di Alexis Tsipras ad oggi sono trascorsi appena cento giorni, ma la rottura delle trattative è stata più volte sfiorata in questo lasso di tempo. Merito, sostengono i detrattori di Atene, del carattere di Yanis Varoufakis, l'estroso ministro delle Finanze che non è riuscito ad instaurare un canale di dialogo con i due soggetti che, più di altri, hanno in mano le chiavi dell'Eurogruppo: il presidente Jeroen Dijsselbloem e il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.
Sorrisi di troppo, dichiarazioni incendiarie sui media, fughe in avanti e poche smentite: sin dalle prime battute dell'Eurogruppo del 18 febbraio si è avvertita nell'aria una tensione mai respirata prima, nemmeno nei giorni di crisi acuta del 2012, quando dopo le seconde elezioni consecutive, in Grecia tutti erano pronti al peggio. Lo spartiacque verso un diverso approccio alle trattative è stato segnato tre settimane fa, quando è stato lo stesso premier greco a comprendere come, senza una partecipazione costruttiva al tavolo europeo, la Grecia avrebbe continuato a pagare i maggiori danni da questa impasse. Un passaggio certificato anche dalla Confederazione dei commercianti greci, secondo cui ogni giorno che passa senza un accordo sul debito il paese perde 22 milioni di euro.

Parlano i numeri

Su un punto a Bruxelles hanno sicuramente ragione: l'evasione dell'Iva in Grecia ogni anno ammonta ad almeno 9,5 miliardi di euro. Un "tesoretto" che - se adeguatamente recuperato potrebbe concedere più di una boccata di ossigeno. In questa direzione si registra la buona volontà del governo di Atene che, dopo aver affiancato a Varoufakis due figure più diplomatiche (il vicepremier Ioannis Dragasakis e il responsabile economico di Syriza Euclides Tsakalos), ha inviato al “Bruxelles Group” una proposta di riforma dell'Iva, compresa una serie di misure (di cui alcune piuttosto discutibili) per incassarla, come studenti e casalinghe a fare le veci della polizia finanziaria.
Sul punto si sono tenute nell'ultima settimana due teleconferenze tra le parti, per smussare gli angoli del primo grande scoglio nelle trattative tra Atene ed Unione Europea: ecco fare capolino la possibilità di due aliquote invece delle attuali tre, con la più alta al 18% per tutti i servizi e prodotti ad eccezione degli alimentari e dei medicinali, a cui si applicherebbe uno sconto per gli acquisti con carta di credito del 3%. E quella più bassa al 9,5%. A ciò si aggiunga la seconda iniziativa per stanare il nero in Grecia, ovvero limitare l'uso del contante a 70 euro nelle isole con più di tremila abitanti, al fine di incentivare le transazioni con le carte bancomat. Ma mentre nel “Bruxelles Group” c'è totale consenso rispetto a questa misura, da parte greca fanno notare come colpire il turismo, l'unico settore che produce ricchezza nel paese, sarebbe una mossa controproducente.
Oltre al dossier Iva e nuove tasse, è alla voce privatizzazioni che si assiste all'ennesimo duro scontro tra Atene e Berlino. La Federazione russa sarebbe pronta ad assimilare alcune utilities greche, come le ferrovie Treinose e il porto di Salonicco anche in chiave di un futuro hub energetico, ma i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, non sono affatto d'accordo.

"Disturbo" geopolitico

E proprio nelle ultime ore, si registrano una serie di mosse “di disturbo” da parte degli USA verso il progetto “Turkish stream”, il nuovo gasdotto turco russo ideato per sostituire il “South Stream” che passerà dalla Grecia dopo essere approdato in Turchia via mar Nero, e per cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe già promesso un anticipo di cinque miliardi di euro a Tsipras.
Gli Stati Uniti invece vedrebbero di buon occhio una Grecia più legata al Tap (Trans-Adriatic Pipeline, progetto che dovrebbe far approdare in Italia il gas azero attraverso Grecia e Albania) e non al progetto targato Gazprom. Per questo motivo l'inviato speciale per gli affari energetici del dipartimento di stato americano, Amos Hochstein, ha dichiarato al New York Times che gli USA appoggeranno la Grecia per costruire il gasdotto Tap, motivando questa presa di posizione con il fatto che questo è in fase più avanzata rispetto al “Turkish stream”, il cui varo è stato lanciato solo lo scorso dicembre, quando il presidente russo ha rivelato apertamente di voler abbandonare l'idea di "South Stream".
La Grecia, quindi, si rivela oggi come campo di "battaglia" ideale tra Stati Uniti e Russia: in ballo ci potrebbero essere anche i destini degli aiuti finanziari ad Atene, da una parte o dall'altra. Ma mentre la geopolitica crea nuovi scenari, e pone le basi che probabilmente definiranno il destino energetico europeo, nuova bussola per scelte e alleanze, la Grecia resta ad un passo dal baratro, come dimostra una lettera inviata pochi giorni fa dal ministero degli Esteri greco a tutte le ambasciate elleniche nel mondo. Nella missiva, il governo centrale chiedeva alle sedi all'estero di restituire quanto avanzato della dotazione finanziaria dell'anno scorso. E annunciava il rischio reale di non poter pagare stipendi e pensioni il prossimo 30 maggio

venerdì 15 maggio 2015

Il partito repubblicano? Prima nasca un think tank


Da più parti, politiche e analitiche, sembra farsi largo nel Paese l'idea di un contenitore repubblicano in stile americano da contrapporre al Pd di Matteo Renzi. Troppo forte la corazzata piddì, si dice, per poter essere affrontata solo dalle urla populiste padane o dalle frattaglie dell'ex casa delle libertà. Un primo punto fisso, in questo viaggio ideale verso la Terza Repubblica, potrebbe invece essere relativo al contenuto rispetto al contenitore. Ovvero, se proprio è il modello a stelle e strisce quello di riferimento, allora che si parta dalle idee prima che da un titolo. 

Il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d'America e il primo ad appartenere al Partito Repubblicano, Abraham Lincoln, ebbe il suo alfa in occasione del Discorso di Gettysburg, il più significativo della sua esperienza che fu ricordato come la pietra miliare della storia politica americana.  Era il novembre del 1863, il Paese si trovava in piena guerra di secessione e le parole di Lincoln, pronunciate inaugurando il cimitero militare di Gettysburg, arrivavano quattro mesi dopo la battaglia di Gettysburg. Il concetto di Nazione, i momenti del post guerra civile, i numerosissimi sacrifici delle truppe, la macro idea di nuova comunità: questi i tratti somatici di quel discorso. 

Negli anni, l'evoluzione repubblicana è stata accompagnata dalla produzione di progetti, teorie, spunti e dibattiti all'interno dei think tank: luoghi dove albergano neuroni, luoghi di scontri e confronti, luoghi dove sperimentare idee e strategie, dove incrociare esperienze e dove aprire al nuovo. Luoghi che in Italia, con pochissime eccezioni, non hanno attecchito in pieno, se si guarda all'elaborazione politica degli ultimi trent'anni. 

Uno dei traini della Presidenza Reagan è stata la Heritage Foundation, fondata nel 1973 da Paul Weyrich, Edwin Feulner e Joseph Coors, producendo tra le altre cose una relazione intitolata "Mandato per la leadership" (era il 1981): un paper di linee guida con circa duemila proposte in chiave conservatrice, il 60% delle quali furono prese in oggettiva considerazione dalla Casa Bianca. Al di là della deriva italiana di eleggere un modello straniero come proprio faro nei momenti maggiormente critici (non dimentichiamo l’innamoramento per Tsipras e Podemos, o quello passato per Zapatero, o più recentemente per Tony Blair o Sarkozy), ciò che conta è non scimmiottare ma prendere il buono di quella che si considera un’esperienza vincente. 

Per cui, in attesa di capire come si riorganizzerà il mondo politico italiano che si pone in antitesi tanto a Renzi quanto a Salvini, il consiglio per loro è che partano da un nucleo di idee e spunti, tarati su una postmodernità con sfide epocali come la globalizzazione, la nuova emigrazione, il concetto di Eurasia che sovrasta l’Euromediterraneo. Nomi, sigle e simboli verranno, da sé, dopo le idee. Sempre ammesso che siano buone.

Fonte: Formiche del 15/5/15
twitter@FDepalo

martedì 12 maggio 2015

Povero Altiero Spinelli: tradito proprio da tutti

Va bene che “l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”, così come si legge in quella pietra miliare che è stato il Manifesto di Ventotene, vergato da Altiero Spinelli, padre dell’Europa. Ma la cosiddetta libertà di trovare rifugio nel gruppo misto, così come fatto anche da Barbara Spinelli che ha mollato la Lista Tsipras, sa di presa in giro. Proprio nel momento in cui al premier ellenico servirebbero consigli, appoggi, proposte e sponde, ecco che la lista che porta il suo nome naufraga. E chi non ha contribuito a cementare idee, spunti, valori e strategie punta il dito contro un’atomizzazione che nei fatti è anche conseguenza di quegli strappi e quelle litigiosità elevate al cubo. Il tutto mentre Atene è questa volta sì a un passo dal default.

Non è stato un bell’esempio il comportamento di Barbara Spinelli. Con tutto il rispetto per l’intellettuale, l’editorialista e per il cognome che porta – ma forse proprio per questo – ci si sarebbe attesa altra direzione di marcia. Prima la promessa di lasciare il seggio, poi lostrappo con la Lista Tsipras ma prima un vuoto valoriale. Non c’è bisogno di indossare una casacca politica o cromatica per lavorare affinché l’Europa aggiusti il tiro di politiche e direttrici di marcia. Ilpatriottismo euromediterraneo dovrebbe essere un timbro ben presente nella carta di identità tanto degli italiani quanto dei tedeschi.

Gli spunti dei padri fondatori dell’Unione, Spinelli, Adenauer, De Gasperi, Schuman sono stati traditi da una classe dirigente inetta e irresponsabile che ha prodotto regole uguali per Paesi ancora diversi, un’unione monetaria prima che politica, la farsa di commissari ad hoc che non si occupano delle materie per le quali sono stati nominati (non dimentichiamo l’assenza di Mogherini al vertice Merkel-Hollande-Putin a Mosca: un pugno in faccia all’Ue).

Prima di invocare gli Stati Uniti d’Europa (oggi più un’utopia che una meta reale), serve interrogarsi su quale sia la sovranità nazionale dei singoli membri del club Ue. O in che misura immaginare di ritagliare uno spazio comunitario per le singole istanze territoriali quando ad esempio il ruolo di porta mediterranea non vale all’Italia un sostegno concreto sul fronte immigrati, con l’apposito ente, il Frontex, situato illogicamente a Varsavia e non, come sarebbe più ragionevole, nel cuore del Mesogheios. Due Europe, due monete, due Stati, due bilanci? Oggi non più un rischio ma una realtà, con il vago comportamento di chi, pur sentendosi investito di galloni, poi finisce per comportarsi come il comandante Schettino abbandonando la nave e tradendo un cognome e tante idee.
Il poeta greco Giorgios Seferis, Nobel per la letteratura nel ’63, nella poesia “Rifiuto” scrisse: “Su di una spiaggia segreta bianca come una colomba morivamo di sete ma l’ acqua era salata. Sulla spiaggia dorata scrivemmo il suo nome; ma venne bella la brezza dal mare e cancellò le parole. Con quale spirito, quale animo, quale desiderio e quale passione afferrammo la nostre vite: un errore! Così cambiammo la nostre vite“.
Ecco, il cambiamento in questa Europa azzoppata non ci sarà a breve se continueranno a non esserci statisti, idee lungimiranti, atteggiamenti esemplari. Perché un buon esempio, quasi sempre, è meglio di mille leggi.
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 12/5/15
Twitter: @FDepalo