lunedì 24 settembre 2012

Crisi greca, il paradosso degli aiuti che allargano il buco

Il debito pubblico greco? Raddoppiato. Firmato Spiegel. Anche il settimanale tedesco, dopo i rilievi nell’ordine dei quotidiani economici Handelsblatt e Wall Street Journal che, non da oggi, si erano interrogati sui reali numeri della crisi greca, sta maturando una consapevolezza: che non saranno sufficienti altre misure per coprire un buco stimato 20 miliardi di euro. La troika, scrive, in questa fase sta analizzando dati e incrociando numeri, ragion per cui sta “scavando” nel buco nero dei conti ateniesi. E il premier Samaras avrebbe anche chiesto ai creditori pubblici del suo Paese di rinunciare a una percentuale dei crediti. 
Giungendo in questo modo ad una sorta di taglio del debito ellenico, accompagnato ad una proroga di 24 mesi per l’attuazione delle misure che, in soldoni, significa altri aiuti. Lo Spiegel in verità non scopre nulla di nuovo, dal momento che già in occasione dell’eurovertice di Cipro, quando da Austria e Olanda era giunta un’apertura per allungare i tempi e far “respirare” la Grecia, fonti vicine alla cancelliera tedesca si erano dette contrarie, e si erano affrettate a commentare che “in genere dare più tempo significa dare più soldi”.

Il settimanale tedesco aggiunge poi che sarebbe sorto un contrasto tra la Commissione Ue e Berlino sulla concessione di aiuti alla Grecia. Infatti se da un lato Bruxelles ha chiesto che la decisione arrivi entro il vertice europeo di metà ottobre, Berlino prevede il check solo il mese successivo. Dal momento che solo entro il 15 novembre si conosceranno le cifre concrete sullo stato della situazione greca, in base alle quali prendere ulteriori decisioni, ovvero il nuovo e definitivo report che gli emissari di Fmi, Ue e Bce dovranno comporre.

Come se per oggettivizzare lo stato dei conti greci vi fosse bisogno di altre settimane. Quando invece il panorama generale è sotto gli occhi di tutti già da tempo e il report della troika certificherà soltanto una realtà già consolidata che gli istituti di credito americani già danno come avvenuta: il default. Un passaggio che alcuni leggono come alla base della frettolosa partenza della troika da Atene, quando invece il programma prevedeva che non vi fosse alcuna pausa nelle trattative con il ministro delle Finanze e con i componenti della maggioranza, riluttanti a siglare l’ulteriore taglio da quasi 12 miliardi su pensioni, stipendi, indennità e welfare e che sta provocando proteste in tutto il paese.

Non solo i giudici hanno annunciato che incroceranno braccia e toghe sino al prossimo novembre, ma sono scesi in piazza per protestare, nell’ordine, farmacisti, medici ospedalieri, poliziotti, vigili del fuoco, agricoltori, amministratori locali, docenti universitari, rettori, insegnanti. Inoltre da una settimana sono in sciopero della fame i dipendenti del primo istituto bancario ellenico, la Trapeza Sinenteristiki di Lamia, nella regione della Fthiotida nata nel 1900, ma chiusa dal giorno alla mattina senza una motivazione ufficiale, con i correntisti automaticamente spostati alla Banca Etnikì.

Ecco che lo spunto del settimanale tedesco offre il destro per ragionare sulla cura che l’Europa ha scelto di somministrare al malato grave greco, praticamente in coma: quel memorandum che se da un lato taglia orizzontalmente tutte le risorse a favore di cittadini, welfare e imprese, dall’altro né provvede ad una minima ripresa industriale né risolve a monte il problema. In quanto la Grecia presenta un enorme buco strutturale, che se non sigillato definitivamente, continuerà a “perdere” tutte le tranches di prestiti che le verranno concesse.

La troika quindi scocca una freccia che non arriva mai al bersaglio e lo dimostra il fatto che ogni manovra diretta alla chiusura di un buco, ne provoca automaticamente l’apertura di un altro. È come se per ogni fronte di battaglia combattuto e nemmeno vinto, se ne perdesse un altro. In una guerra, infinita, che sta lasciando sul campo morti ammazzati: ovvero i duemila suicidi dall’inizio della crisi e quasi un quarto di cittadini ellenici finiti nel tragico elenco dei disoccupati. E il quotidiano To Vima riporta le considerazioni ufficiose di alcuni deputati di Pasok e Dimar rivolte a un membro del triumvirato europeo, Thomsen: continuando così si va tutti a casa. Parlamento compreso.

E intanto lo stesso Spiegel  scrive che il fondo di salvataggio permanente per la zona euro (Esm) potrebbe essere aumentato fino a 2.000 miliardi di euro, rispetto ai 500 miliardi previsti. Secondo il settimanale tedesco i Paesi della zona euro preparerebbero questo aumento per sostenere eventuali richieste di aiuto di grandi Paesi come l’Italia e la Spagna.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 23/9/12
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Se l'Europa rinascesse dalle Termopili...


Un gabinetto di crisi per ri-trovare l’Unione perduta, che nascerà lì dove la storia ha lasciato segni indelebili e dove oggi l’uomo sta mortificando quel senso intimo e unico di condivisione. E se dalle Termopili venisse nuova linfa per il continente in affanno? Se proprio da quel luogo, dove nel 1500 a.C. vi fu il primo tentativo di unire le varie anime elleniche e dove nell’agosto del 480 a.C. una pagina di eroismo venne scritta da Leonida e dai suoi spartiati, partisse un nuovo viaggio di rinascita, culturale e sociale prima che economica e politica, di una pangea immobile e sempre più preda di isterismi diffusi e di meccanismi farraginosi? Nell’antica Grecia le Amfiktiones, organizzazioni sovranazionali originariamente fatte nascere nel centro esatto del paese dove si svolse la battaglia delle Termopili, (nell’attuale comune di Lamia) erano un specie di prove generali dell’Unione europea. Un gran consiglio a cui facevano riferimento le città- stato per trovare soluzioni ai conflitti e dove l’ultima opzione era rappresentata dalla guerra, in quanto si perseguiva in primis la pace e la convivenza fra diversi. In quel luogo si forgiò la prima forma di unione continentale, originaria di questo lembo di Ellade, composta da dodici razze ognuna delle quali era dislocata in più di una città, come si evince da un pregevole volume dello storico Efthimios Christopoulos intitolato "Amfiktiones".

Quello stimolo, con i riverberi della crisi andata in scena oggi, rinasce nello stesso sito. Dove verrà costruito un polo per il dialogo interculturale mondiale finanziato dall’Ue, che sarà collegato a quello già esistente a Delfi nell’ambito di un progetto di cooperazione mondiale. Ma facciamo un passo indietro. La più significativa di quelle organizzazioni era proprio la Amfiktionia delle Termopili, realizzata esattamente nel 1522 a.C. da Amfiktione, figlio di Defkaliona e Pirra, allo scopo di salvare il popolo greco dal doppio pericolo rappresentato dai conquistatori stranieri e dalle guerre civili che avrebbero spopolato le città. In quell’organizzazione vi erano dodici città-stato che si riunivano due volte all’anno: in una prima occasione autunnale nel tempio Amfiktiona Demetra di Anthili, proprio nella piana delle Termopili e in primavera nel tempio di Apollo a Delfi. Ogni città-stato inviata due rappresentanti denominati pilaghires, chiamati così perché parlavano alla gente volgendo le spalle alle piles, ovvero alle porte delle città. Questo sito che si trova nella regione greca della Fthiotida, al centro esatto del paese, venne scoperto nel 1937 dall’archeologo francese Bequignon, assieme al tempio di Demetra e allo Stadio. In virtù del contributo offerto dall’Amfiktionia delle Termopili i cittadini greci vennero sostenuti nel comporre un quadro unitario, nonostante le fortissime differenze politiche presenti, come ad esempio quelle note tra Sparta e Atene. Un’istituzione con nel proprio dna ideale le stesse caratteristiche basilari oggi riscontrabili nelle varie istituzioni sovranazionali, ovvero: si raccordavano con città-stato indipendenti, come gli attuali stati membri dell’Ue; mettevano in pratica il dettato dei filosofi che vedeva al primo posto la pace, obiettivo che tutti gli aderenti dovevano perseguire, come l’attuale dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; prendevano in considerazione l’utilizzo della forza solo come un’estrema ratio e al termine di lunghe discussioni, come ad esempio fatto dall’Onu in occasione di dossier scottanti (si veda più o meno ufficialmente alla voce Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia).

Oltre a dirimere tematiche spiccatamente politiche, le Amfiktiones si proponevano di trovare soluzioni anche a questioni diciamo più di carattere personale, come gli stati di ansia e di timore tra i cittadini o il senso di diffidenza che una comunità nutriva nei confronti di un’altra. Realizzando di fatto e con più di tremila anni di anticipo rispetto alle evoluzioni dei giorni nostri, una sorta di luogo permanente di proto ecumenismo. Attualissimo, oggi, in cui una guerra, anzi “la” guerra c’è e si vede, con morti ammazzati per le strade dei paesi euromediterranei che soffrono la crisi come non mai. Quella “chora planetaria” che verrà realizzata nella piana delle Termopili sia dunque l’occasione per ri-pensare l’Unione e farlo in chiave veramente solidale. Senza primi della classe e somari, ma con giustizia sociale, con equità, con intelligenza e senza che il più forte schiacci il più debole. Perché quindi, non ripartire proprio dai festeggiamenti delle Termopili per investire massicciamente nella cultura, unitaria e patriotticamente nazionale, anzi mondiale? Perché non iniziare proprio dalla storia concreta un percorso di crescita che riguardi l`insieme delle classi sociali di un paese, non solo le élites ma soprattutto i cittadini ?

«Va’ e riferisci agli spartani, o straniero che passi, che obbedienti al loro comando noi qui giaciamo», recita l`iscrizione sotto la statua di Leonida a pochi metri da quella nuova alcova di convivenza. Che, è l’auspicio, sia l’alba di un nuovo giorno. E di nuove vite.

Fonte: Gli Altri settimanale del 21/9/12
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sabato 22 settembre 2012

Grecia, Samaras a Roma e la troika ad Atene. Il premier ellenico: “Ce la faremo”


Da un lato il premier Antonis Samaras, secondo cui la Grecia fuori dall’eurozona sarebbe “una tragedia”; dall’altro il leader dell’opposizione Alexis Tsipras che sostiene come sia in atto una macelleria sociale “peggio di Tatcher e di Pinocet”. È lunga, lunghissima la giornata, consumata a metà strada tra Roma e Atene, del quasi accordo con la troika, al momento rimandato di dieci giorni: forse l’ultimo “curvone” di questa crisi greco europea. Il primo ministro greco, dopo aver incontrato Mario Monti a palazzo Chigi, rileva che un’uscita della Grecia dall’Eurozona “non è una scelta, sarebbe un incubo per la Grecia, non un’opzione ma un disastro totale”. Evidenziando come non sarebbe facile neanche “per i nostri partner perché dopo una eventuale uscita della Grecia dall’euro le speculazioni investirebbero altri paesi più deboli della catena”. E ancora: “La Grecia ha tutte le potenzialità e risorse per fare un ritorno alla grande” nella comunità dei paesi con un’economia sana. “Immaginatevi infatti che grande stimolo sarebbe per l’Europa se i greci ce la faranno. Il nostro successo sarà anche quindi un segno di speranza per l’intera Unione Europea”, ha aggiunto assicurando che la Grecia intende rispettare i suoi obblighi e i suoi impegni. Poi, fiducioso, dice di voler riuscire a “trasformare un momento tragico in una storia di successo per la Grecia e l’Ue, in un tornante in cui l’Europa uscirà più forte”. L’occasione è il meeting dei leader dell’Internazionale democratica di centro e il premier greco ribadisce che la recessione lunga cinque anni, con la produzione interna crollata del 20% rispetto al periodo pre-crisi, è indubbiamente uno scoglio duro: “La Grecia sta lavorando per aumentare la nostra credibilità, dando spinta alla coesione sociale e smussando il peso della burocrazia”.

Millecinquecento chilometri più a est, nella capitale ellenica, sembrava che la troika avesse raggiunto l’accordo definitivo con il governo per i tagli da 12 miliardi di euro a stipendi, pensioni e welfare (su cui Samaras dice con certezza “lo faremo”). E invece se una prima riunione tra i maggiori azionisti del governo (con il socialista Venizelos e il democratico Kouvellis) e lo stesso premier era terminata con un nulla di fatto, anche il successivo incontro dei rappresentanti di Ue, Fmi e Bce con il ministro delle finanze Stournaras non ha prodotto il “sì” definitivo. Tutto è rimandato alla prossima settimana, quando la troika farà nuovamente ritorno ad Atene, ufficialmente una pausa che non mette in pericolo il buon esito delle trattative fanno sapere da fonti vicine al triumvirato che ormai da un anno fa la spola tra le stanze dell’Unione Europea e quelle dei ministeri ellenici. “La missione ad Atene – si legge nel comunicato ufficiale della troika – avrà una breve pausa. Durante questo periodo alcuni esperti resteranno ad Atene per assistere le autorità nel proseguimento del lavoro tecnico”. Secondo una fonte del ministero delle finanze greco “il pacchetto si chiuderà al 100% ”. Anche se un attimo dopo sarà necessaria l’approvazione da parte del primo ministro e dei leader che lo appoggiano.

Dura la reazione del leader dell’opposizione Tsipras, che definisce le richieste della troika un “olocausto sociale che supera anche quello della Thatcher” e accusa la coalizione che sostiene il governo di avallare misure rovinose che portano alla povertà permanente. “Dipendenti, pensionati, agricoltori, lavoratori anziani non assicurati in occupazioni stagionali, portatori di handicap, malattie renali: il governo preme il grilletto sui deboli. Un olocausto sociale europeo senza precedenti”. E chiede che anche i banchieri siano chiamati ai loro doveri di cittadini, quindi paghino più tasse. Fa scalpore invece una dichiarazione di un funzionario berlinese che ha scelto di restare anonimo secondo cui il ritardo dell’approvazione ufficiale del piano è dovuto perché si vogliono evitare “scosse elettriche per l’economia globale, prima delle elezioni negli Stati Uniti”. Non lascia spazio a interpretazioni il commento del ministro tedesco Schäuble, secondo cui Atene dovrà dimostrare la sua devozione al piano di salvataggio. “Nessuno della zona euro vuole Grecia fuori”, dice, “ma la questione è se il paese soddisfi i requisiti del secondo programma di assistenza”.

Intanto dopo l’editoriale di qualche giorno fa apparso sul quotidiano economico tedesco Handelsblatt, il anche Wall Street Journal esprime forti perplessità sull’accordo troika-Atene. E scrive che Samaras starebbe spingendo per una proroga di due anni alle misure di austerità, un’esigenza che il giornale definisce foriera di un altro “buco” da € 30 miliardi entro il 2014. Conviene sul dato che sarebbe impossibile per Atene arrivare a ridurre il debito al 120% entro il 2020. Come ammettono anche i funzionari europei, si legge, il piano di salvataggio greco di € 173 miliardi concordato con Atene nel marzo scorso e il secondo programma di supporto concordato con la Grecia, “mostrano gravi discrepanze”. Due le opzioni prese in esame. O proporre all’Fmi una proroga per ritardare il rimborso delle rate, o riempire il vuoto di Atene con la vendita di titoli a investitori privati. E conclude dicendo che la decisione dolorosa di allungare il coma ellenico è il tentativo dell’Europa di mantenere un basso profilo nella crisi greca. E solo per riconquistare la fiducia degli investitori.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 21/9/12
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mercoledì 19 settembre 2012

Grecia, ecco le richieste ufficiali della troika a Samaras


Ulteriori tagli orizzontali su stipendi, indennità e sanità, altri licenziamenti nel pubblico impiego per elargire la tranche da 31 miliardi di euro che servirà a far sopravvivere la Grecia solo per altri pochi mesi, in attesa del prossimo prestito. Gli emissari della troika in questi giorni ad Atene scoprono le carte e mettono nero su bianco le richieste al governo Samaras. Il primo ministro dovrà prima sottoporre il dettaglio del piano ai partiti che compongono la sua anomala maggioranza (il Pasok di Venizelos e il Dimar di Kouvellis accanto ai suoi conservatori di Nea Dimokratia) per poi essere ricevuto venerdì a Roma da Mario Monti per una sorta di “benedizione” finale prima del voto nel parlamento ateniese, previsto la prossima settimana. Una missione non priva di difficoltà come dimostra la direzione nazionale del Pasok di ieri sera, in cui si sono manifestate posizioni contrastanti che potrebbero precludere anche a non pochi franchi tiratori.

Quasi dodici i miliardi di euro di altri tagli chiesti dagli emissari di Fmi, Ue e Bce, distribuiti in otto miliardi in tagli a pensioni e salari oltre, più licenziamenti nel pubblico e meno denari per sanità e welfare. Ecco il dettaglio: aumento dell’età generale pensionabile dagli attuali 65 anni a 67; riduzione della pensione principale e ausiliaria di 1.000 euro; abolizione di tredicesima e quattordicesima nel settore pubblico; tagli alle indennità extra stipendio per i pubblici impiegati; aumento delle tariffe minime per le assicurazioni e per accedere ai fondi pensione; riduzione dei parametri per la concessione dell’invalidità; taglio delle indennità per i lavoratori stagionali (indennità disoccupazione per settori turistici, edilizio); riduzione delle patologie per ottenere benefici; introduzione di criteri più severi per la concessione degli assegni familiari; riduzione della spesa farmaceutica all’interno dei fondi di assicurazione; riduzione dei finanziamenti per le spese di gestione degli ospedali pubblici; aumento per l’assicurazione sanitaria degli agricoltori; limitazione delle esenzioni (immobili e reddito criteri).

Intanto in occasione della direzione nazionale del Pasok di ieri sono emerse le diverse anime del partito guidato da Evangelos Venizelos. Non tutti i deputati, pur convergendo sulla drammaticità dei conti ellenici e sulla necessità di proseguire sulla strada del rigore, si sono detti certi di votare “sì” a questo ulteriore pacchetti di misure con gli impliciti effetti sociali. I trentatré parlamentari hanno chiesto a Venizelos un incontro supplementare per discutere nel merito l’insieme delle richieste della troika. La direzione di ieri, osservano alcuni commentatori, ha solo rinviato di pochi giorni un potenziale conflitto interno al partito che potrebbe ripercuotersi sul voto finale.

Dai socialisti si fa notare come continuando su questa direzione si indebolirebbero ulteriormente le fasce deboli, con rischi concreti nei bisogni basilari come la salute. Posizione condivisa da molti deputati della Sinistra Democartica del Dimar. Da un lato c’è chi come il deputato Chrysohoidis, secondo cui questo è un ulteriore passo per la Grecia che vuole cambiare radicalmente e in meglio, dall’altro la spina nel fianco di Venizelos di chiama Loverdos, che annuncia come la mossa del capo del Pasok di abbassare la testa alle nuove drastiche misure nasconda la sua volontà di perseguire strategie personali e senza una ricaduta per la collettività.

Contro Venizelos, che chiedeva di interrompere gli scioperi in atto da ieri perché paralizzano il paese, si scaglia oggi anche il presidente dell’Unione dei giudici e dei pubblici ministeri Thanou Christofilos secondo cui chi appoggia il governo dovrebbe evitare di provocare chi in questo momento subisce una riduzione salariale di più del 50% e che costituiscono una violazione dell’articolo 88 della Costituzione, che esplicitamente protegge la remunerazione degli ufficiali giudiziari. Incrociano le braccia oggi anche i medici ospedalieri (garantendo solo le emergenze da codice rosso), come quelli del nosocomio di Arta dove da ieri mancano ufficialmente siringhe e garze.

Infine arrivano nell’Egeo gli echi dell’intervista del leader del Syriza, Alexis Tsipras, al Journal of Argentina, (dal titolo “L’uomo che fa tremare l’euro”) in cui il 37enne all’opposizione di Samaras dice che “l’euro è diventato una prigione per i popoli d’Europa” e sostiene che non vi è alcuna contraddizione tra l’essere a sinistra e sostenere l’euro, in quanto il problema non è l’euro, ma le politiche che seguono. E avverte che la Grecia potrebbe diventare presto la polveriera d’Europa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19/9/12
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martedì 18 settembre 2012

Grecia, "memorandum irrealizzabile". Ma il governo prepara altri tagli

“La riduzione del deficit greco e la sostenibilità del debito sono obiettivi ormai fuori portata”. Lo scrive il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, secondo cui la troika starebbe maturando la consapevolezza che la Grecia non riuscirà a uscire dalla crisi. Lecito chiedersi: ma allora a chi è giovato mettere in piedi il teatrino del memorandum? La notizia giunge all’inizio di quella che potrebbe essere una settimana decisiva, non solo per i conti ellenici ma per l’intera tenuta dell’Eurozona, tra scioperi selvaggi e una maggioranza, quella guidata dal conservatore Samaras, per niente sicura di portare a casa il voto atteso per fine mese sui nuovi tagli “lacrime e sangue” per quasi 12 miliardi di euro.

Il quotidiano teutonico, citando fonti vicine alla troika impegnata in questi giorni nel comporre il report propedeutico alla nuova tranche di aiuti da 31 miliardi di euro, scrive che fino ad ora i creditori presupponevano che la Grecia avrebbe raggiunto un livello di debito sostenibile entro il 2020, un obiettivo che stando ai parametri noti oggi, “è irrealizzabile”. Infatti le condizioni stabilite nel secondo progetto di aiuti (consistenti in 130 miliardi di euro di prestiti, con ulteriori 70 miliardi di remissione del debito) risulterebbero al momento nulle, perché basate su stime non praticabili. Il riferimento è alla spada di Damocle rappresentata dal rapporto debito-Pil della Grecia fino al 120,5% entro il 2020, ad oggi fermo al 160%. Quell’obiettivo sarebbe stato possibile, scrive ancora l’Handelsblatt, solo se Atene avesse accusato un avanzo primario (escluso il rimborso del debito) del 4,5% del Pil nel 2014. Secondo le fonti citate dal giornale ciò non accadrà prima del 2016.

Si tratta in assoluto della prima volta che, proprio dall’interno del Paese capofila del continente, vengono sollevati dubbi sulla funzionalità del memorandum, che se ha provveduto a infliggere tagli orizzontali su pensioni, stipendi, indennità e welfare, non ha controbilanciato con misure di crescita, una politica di sola riduzione di spesa pubblica, seppur utile ad interrompere anni di sprechi. E al contempo continuando a versare altra liquidità, via Bundesbank, in un sistema che presenta falle a tutti i livelli. Senza prendere in considerazione “cure” alternative, come quella avanzata proprio all’inizio della crisi dal premio nobel per l’economia Christopher Pissaridis, favorevole a un default controllato che attutisse gli effetti di un fallimento che tecnicamente si è già verificato, così come rilevano molte agenzie di rating e molti istituti di credito internazionali.

Il tutto mentre il governo Samaras da un lato preme per far digerire alla sua maggioranza e ai cittadini il nuovo piano di tagli per 11,5 miliardi di euro e dall’altro invoca più tempo per realizzare quelle riforme che, ancora oggi, la cancelliera Merkel è tornata a chiedere. Se alcuni ministri europei in occasione del vertice di Cipro hanno mostrato di voler aprire alle richieste di Atene, dall’altro la riluttanza della Germania si basa sul fatto che la concessione di una proroga temporale potrebbe precludere ad altri aiuti di carattere economico. Certo, il premier Samaras, come ha ribadito in occasione di una sua intervista al Washington Post, crede che l’opzione di uscire dall’eurozona non sia praticabile per il Paese, assicurando di essere “qui per adempiere ai nostri obblighi e raggiungere obiettivi”.

Ciononostante il suo mandato prosegue con una serie di incognite. Si pensi al ritardo sulla tabella di marcia delle privatizzazioni (al cui vertice della società preposta si sono susseguiti già tre presidenti in meno di un anno), alla riduzione del pubblico impiego a tutti i livelli mentre la politica ellenica si distingue per una serie di scandali come il canale della Camera che inforna giornalisti e operatori, come la lista dei correntisti ellenici in Svizzera, in cui figurerebbero alti prelati oltre a deputati di diversi partiti, o come la frettolosa chiusura dello scandalo Siemens che vede coinvolta la multinazionale tedesca in occasione delle Olimpiadi del 2004, senza dimenticare il continuo acquisto di armamenti da parte di Atene (Thyssenkrupp su tutti) nonostante le ristrettezze imposte ai cittadini.

Per questo il quotidiano Dimokratia dedica un titolo indicativo alla situazione del paese: “Bomba”. Anche in riferimento alla terza riduzione in due anni di pensioni e indennità, puntando proprio sulla contingenza della direzione di marcia intrapresa da Samaras, e aldilà di promesse o di annunci. Quotidianità che porterà a una sventagliata di scioperi in questa settimana, quando incroceranno le braccia i docenti delle scuole superiori, delle università e i rettori; i farmacisti ancora in attesa dei rimborsi milionari da parte dello stato, oltre ai medici ospedalieri che garantiranno solo le emergenze da codice rosso. Anche i giudici sono pronti a scendere in campo in segno di protesta contro la cura dimagrante per gli stipendi e quelli della corte di Appello di Atene hanno in programma una manifestazione di protesta, mentre fino alla fine di settembre i procuratori di tutti i tribunali penali del Paese interromperanno le sedute per cinque ore. Anche i trasporti verranno interrotti per 24 ore (metropolitana, i tram e le ferrovie della capitale).

Una criticità che si somma ai numeri dell’Ocse, secondo cui la Grecia è all’ultimo posto per la ricerca e lo sviluppo, un dettaglio significativo proprio in chiave di future strategie per la ripresa, così come qualcuno ipotizza portando l’esempio dell’Argentina. Atene infatti secondo una ricerca dell’Ocse si trova ben al di sotto della media dei Paesi membri per quasi tutti i criteri che consentono di valutare comparativamente le prestazioni del sistema nazionale della scienza e dell’innovazione. Si legge nel rapporto “Ocse Scienza, tecnologia e industria Outlook 2012″ che la crisi rende praticamente impossibile la crescita della spesa (già estremamente bassa) per la ricerca e lo sviluppo, che sono allo 0,6% del Pil e al 1,5%.

Nessuno però menziona quella che potrebbe essere una via di uscita per il paese: le risorse naturali presenti in abbondanza nell’Egeo, dove secondo una stima ci sarebbero 28 miliardi di barili di petrolio, oltre a gas naturale e a giacimenti di altri minerali. Di cui, forse, solo il governo greco non si è ancora accorto, mentre Cipro ha già concluso un accordo con Tel Aviv per lo sfruttamento comune.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/9/12
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venerdì 14 settembre 2012

Crisi, Grecia pronta a vendere le isole. Austria: “Più tempo per risanamento”

Svendonsi isole disperatamente. Non è un film, ma ciò che potrebbe presto trasformarsi in realtà in Grecia, dove la crisi sta mordendo tutto, finanche un patrimonio culturale e naturalistico unico come le isole elleniche. Per fare cassa il governo di Samaras avrebbe approntato una lista di 40 tra isole e isolotti disabitati da concedere in affitto a privati o imprese. E per un periodo tra i trenta e i cinquanta anni. La conferma arriva dal diretto interessato, ovvero dal direttore dell’Ente ellenico per la privatizzazione (Taiped), Andreas Taprantzis. L’obiettivo è di far entrare nelle casse dell’erario almeno diciannove miliardi entro il 2015 e cinquanta entro il 2020, anche se fino ad oggi il Taiped è stato tra i maggiori indiziati di non produttività, dal momento che dalle privatizzazioni annunciate ha ricavato il magro bottino di 1,8 miliardi.

A preoccupare ci sono però i risvolti ambientalistici della mossa. Accanto a paradisi naturali già turisticamente sfruttati come l’arcipelago ionico di Zacinto, Fleves al largo di Vouliagmeni, Neon Styron a Evia (meta fissa delle vacanze greche di Lady Diana), nella lista dei Taiped vi sono anche le isole disabitate a largo di Alonisos e Skiathos nelle Sporadi, che rientrano nel parco marino più esteso del Mediterraneo e dove vivono i pochi esemplari rimasti di foca monaca. Un elemento che dovrebbe essere tenuto in considerazione.

Ma la notizia del giorno è che si sta consumando un vero e proprio derby nord europeo sul proseguimento degli aiuti alla Grecia. No a un altro maxiprestito nella consapevolezza (forse maturata) che i grandi debiti non si possono saldare con altri grandi debiti, ma la volontà di concedere più tempo per l’odisseica opera di risanamento dei conti greci. Da Vienna e da Amsterdam, via Nicosia, giunge una voce, univoca, di apertura nei confronti della crisi greca, anche se immediatamente controbilanciata dallo scetticismo tedesco. Secondo il ministro delle finanze austriaco Maria Fekter “le decisioni se dare alla Grecia i soldi saranno prese solo in ottobre, ma credo che la Grecia abbia presentato un bilancio molto ambizioso e deve attuare alcune misure in relazione a questo bilancio”. E assicura che ministri delle Finanze dell’eurozona daranno alla Grecia “il tempo di cui ha bisogno” per attuare le riforme, “ma probabilmente non ci saranno più soldi”. Tesi rafforzata dall’omologo olandese Jan Kees de Jager secondo cui “se il deficit dovesse essere peggiore del previsto a causa di un temporaneo peggioramento dell’economia, ci potrebbe essere più tempo ma non più soldi”.

Un’opzione che non trova l’appoggio di Berlino secondo cui non esisterebbe nessun piano che possa coniugare tempo e denaro: “In genere – hanno dichiarato fonti vicine alla cancelliera a margine dell’eurogruppo in svolgimento a Cipro – dare più tempo significa dare più soldi”. Annunciando che nulla potrà essere valutato prima del report ufficiale che i rappresentanti della troika stanno componendo. E che, per essere salutato con più ottimismo rispetto alle fosche previsioni, necessita di una sterzata da 11,5 miliardi. Che il governo Samaras deve offrire ai rappresentanti di Ue, Bce e Fmi come garanzie. È il motivo per cui nei palazzi ateniesi circola già un’ulteriore bozza di riforma del sistema pensionistico contenente un aumento dell’età per la pensione, dagli attuali 65 anni a 67. Da realizzare accanto a una riforma del sistema fiscale, sul quale la trokia premerebbe per avere quattro fasce secche: un’imposta del 18% per redditi fino a 22mila euro, del 35% per quelli fra i 22mila e i 45mila euro, del 40% per quelli fra i 45mila e i 100mila euro e del 45% per i redditi oltre i 100mila euro.

Intanto una buona notizia arriva dalla Bei che ha siglato con il governo di Atene un accordo per favorire nuovi fondi a sostegno della ripresa industriale del paese (nei settori di energia, trasporti, istruzione), per un ammontare di circa 750 milioni di euro. L’intesa è stata siglata nella capitale ellenica dal presidente della Bei, Werner Hoyer, e dal ministro delle Finanze greco, Yiannis Stournaras. A ciò si aggiunge che gli analisti di Alpha Bank scuotono la troika: nel rapporto ufficiale pubblicato ieri (a cui la troika non ha ancora ufficialmente replicato) scrivono che “i risultati dell’esecuzione del bilancio aggiornato 2012 a 7 mesi (nel mese di gennaio-luglio) mostrano che la troika ha notevolmente sottovalutato le entrate del 2012. Tali ricavi sono aumentati del 0,6% in 7 mesi. Pertanto il 2013 inizierà con risorse aggiuntive pari a 6,0 miliardi di euro rispetto a stime della troika fatte nel mese di febbraio 2012”. Significa che secondo l’istituto bancario ellenico ci potrebbero essere spiragli per ridurre tagli e sacrifici e rimodulare l’attuazione del piano.

Piano che, accanto alle macro analisi economiche, si sta ripercuotendo nella vita quotidiana dei cittadini, con sperequazioni sociali ed emergenze all’ordine del giorno. Non si placa ad esempio la questione relativa ai farmaci. Come ha annunciato il presidente dell’Eopy, Gerasimos Voudouris, a causa dei debiti con l’erario che deve ai farmacisti svariati milioni di euro, alcune aziende farmaceutiche non sono in grado di assicurare le richieste. Per questo si stanno susseguendo numerosi appelli da parte delle associazioni dei consumatori in tutto il paese, dal momento che tra lo stato debitore e i farmacisti creditori, il conto della crisi lo stanno pagando i cittadini. Che nei fatti non possono disporre in tempi rapidi dei farmaci necessari.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 14/9/12
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mercoledì 12 settembre 2012

Atene agli sgoccioli tenta la carta dei danni (tedeschi) di guerra

Che i denari “riparatori” dei danni post secondo conflitto mondiale non fossero mai arrivati nelle casse di Atene era cosa risaputa. Ma adesso, alla vigilia dell’ultimo report della Troika che potrebbe anche mettere fine alle speranze di salvataggio del Paese, il ministero delle Finanze greco vuole fare sul serio per ottenere quel risarcimento. Lo scrive, oggi dopo mesi di petizioni e richieste da parte di varia stampa internazionale, anche il Financial Times Deutschland secondo cui il vice ministro dell’Economia greco avrebbe istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. E con essi (i risultati tecnici sono attesi per la fine dell’anno) proporre ai rappresentanti di Bce, Fmi e Ue una sorta di integrazione al pacchetto di salvataggio contenuto nel memorandum.

I fatti: Hitler invase la Grecia nell’Aprile 1941, saccheggiandola e devastandola in lungo e in largo. Ha scritto la Croce Rossa Internazionale nel suo rapporto ufficiale sulla questione che tra il 1941 e il 1943 almeno 300.000 cittadini greci morirono letteralmente di fame, in virtù proprio di quelle razzìe da parte dei tedeschi. Inoltre sia la Germania che l’Italia, oltre a pretendere cifre elevatissime per le spese militari, ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d’occupazione, consistente in 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso Fuhrer riconobbe in quella circostanza il valore legale del prestito e avallò il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 qualcosa andò storto e alla Grecia furono riconosciuti 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, invece dei 14 richiesti. E mentre l’Italia ripagò regolarmente la propria parte del prestito, la Germania si rifiutò costantemente di farlo. Come se le riparazioni post belliche non fossero necessarie.

Ma a quanto ammonta oggi quella cifra? Prendendo come metro di valutazione l’interesse medio dei Buoni del Tesoro americani dal 1944, (il 6%) ballerebbero cifre enormi: 163,8 miliardi di dollari per l’occupazione 332 miliardi di dollari per i danni. E secondo un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla, la Germania dovrebbe corrispondere alla Grecia 575 miliardi, molto di più dei 355 miliardi di euro circa che oggi costituiscono il macigno di debiti sul futuro di Atene

Certo, per dirla con le parole di chi quella richiesta l’ha avanzata molto tempo prima dell’articolo pubblicato sull’edizione tedesca del Financial Times, con petizioni che hanno chiamato a raccolta intellettuali, storici e giornalisti, la Grecia per anni è servita da pied-à-terre mediterraneo con prestiti massicci delle banche, con la telefonia in mano alla Deutsche Telekom, con l’aeroporto di Atene realizzato dai tedeschi, con i trasporti marittimi, con le commesse militari. Kostas Karamanlis, fido alleato della Cancelliera ha comprato 170 carri armati Leopard, 223 cannoni di seconda mano, 4 sottomarini della ThyssenKrupp (di cui uno che pendeva a destra). Mica due Cinquecento e un paio di Panda. Consola che oggi il governo di Atene stia almeno provando a rialzare la testa affidandosi alla storia. Ma certificando di fatto una scomoda oggettività: che alternative praticabili non ve ne sono.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 11/9/12
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martedì 11 settembre 2012

Quella “controffensiva europeista”, carburante per la rinascita dell’Ue


C’è urgente bisogno di una “confroffensiva europeista”. Il monito del capo dello Stato Giorgio Napolitano giunge all’indomani di un doppio evento comunitario che merita una riflessione serena ma ferma. Da un lato la presa di coscienza della cancelliera tedesca Angela Merkel sulla pericolosità di una stretta interdipendenza tout court dai mercati, dall’altro la sterzata del governatore della Bce Mario Draghi nella direzione degli eurobond, che ha avuto il merito di scuotere la pangea continentale che rischiava una drammatica impasse e che ha riscontrato la risposta positiva delle borse. In primis dunque la maturazione ideologica di frau Angela, consapevole che l’attuale panorama dell’eurocrisi, complessa e bisognosa di risposte articolate e quanto più possibili condivise, necessiti di altre opzioni e soprattutto di altre visioni. In questo senso vanno lette le sue parole di pochi giorni fa quando ha preso le distanze da una genuflessione aprioristica verso i mercati, ribadendo come sia deleterio far scivolare nelle retrovie il fattore-popolo. Ovvero quei cittadini che si trovano nell’amara contingenza di far fronte agli sviluppi, imprevisti ma necessari, dell’attuale crisi economica. Il che non significa automaticamente che il rigore debba subire una battuta di arresto, quanto che si possa conciliare con quel senso di solidarietà prescritto dai padri fondatori dell’Unione.

In questo frangente la Merkel, mentre in ambito comunitario è impegnata nel sostenere e rafforzare assieme ad altri interpreti come Monti e Hollande la fragilità della diga Europa, deve risolvere anche piccole diatribe sul fronte interno, come le schermaglie elettorali in vista delle urne del 2013. Dettaglio che non le ha impedito però di spendere parole incoraggianti rispetto agli sforzi compiuti da Italia e Spagna. Ed è in questa direzione che si inserisce la mossa del governatore della Bce Draghi. La sua apertura al piano anti-spread, che prevede l’acquisto illimitato di titoli di stato, potrebbe segnare una svolta in questo biennio terribile. In quanto attuata nella direzione della difesa dell'integrità della politica monetaria dell'Eurozona. Il concetto incarnato dall’euro, come ha ricordato Draghi, è irreversibile. E non potrebbe essere altrimenti. Per queste ragioni la mossa della Bce, ovviamente nei limiti del proprio mandato, è da interpretare come un tentativo, ci si augura efficace, di rafforzare l’infrastruttura della moneta unica e della zona comune, al fine di elaborare quanto prima una politica monetaria che abbia ricadute omogenee. E ciò anche per provvedere ad una stabilità dei prezzi. Altra ricaduta della mossa Bce si dovrebbe poter apprezzare in prospettiva, con l’inflazione che si stima possa scendere nuovamente sotto il 2% nel 2013, anche se si tratta di un dato caratterizzato ancora da incertezze diffuse. Le parole di Draghi, oltre a far scendere lo spread, hanno incentivato l’andamento delle Borse, con Madrid che ha fatto registrare il miglior risultato, seguita da Piazza Affari.

Quanto accaduto non può che essere pesato come un nuovo punto di partenza nelle relazioni tra criticità e modus operandi delle istituzioni europee, non fosse altro perché in assenza di risposte corali ci ha pensato il vertice dell’Eurotower a richiamare le cancellerie continentali verso un sentiero che, se da un lato non deve smarrire le misure di austerità, rigore e crescita, dall’altro non deve fare mostra di relegare a tedioso contorno quel senso di condivisione solidale che è alle base della comunità dell’Europa. Alla luce di tali valutazioni, quasi a voler chiudere un cerchio tanto sensibile quanto, oggi più che mai, decisivo, ecco l’invito dell’europeista per eccellenza Giorgio Napolitano. Che ancora una volta si spende per non far abbassare la guardia nei confronti di quella che si potrebbe ribattezzare “la nuova consapevolezza comunitaria dell’unione politica europea”. Oggi più che mai traducibile nell'integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati.

Fonte: Agenda del 7/9/12
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lunedì 10 settembre 2012

Grecia, il disaccordo sui nuovi tagli fa tremare il governo Samaras. E l’Europa


Un messaggio, alla troika e al governo di Atene, che suona più o meno se non come una velata minaccia, come un qualcosa che le assomiglia terribilmente: “Gli europei devono capire che i greci non ce la fanno più”. E ancora: “La linea negoziale emersa delle ultime ore è difficile”. La firma in calce a questa che potrebbe essere l’anticamera di una crisi, greca ma soprattutto continentale, è di Fotis Kouvellis, leader della sinistra democratica che, assieme ai socialisti del Pasok e ai conservatori di Nea Dimokratia sostiene l’anomala maggioranza di governo di Antonis Samaras.

Sulla bilancia le misure per altri 12 miliardi di euro che il premier ha intenzione di portare avanti (ieri inaugurando la Fiera Internazionale di Salonicco ha assicurato che non farà passi indietro, mentre all’esterno montava la protesta di operai e parti sociali). La troika per concedere altri 31 miliardi di prestito ponte, a cui però in molti da Bruxelles sono contrari, esige un’altra manovra che incida su stipendi e welfare: con provvedimenti che riducano (per la terza volta in due anni) stipendi e pensioni, indennità e stato sociale.

Infatti nella riunione tenuta ieri sera fra i tre leader della maggioranza, Samaras, Venizelos e Kouvellis, pare non ci siano state le dichiarazioni unitarie e di condivisione di facciata apparse oggi nei telegiornali. Bensì un “no” deciso verso l’ulteriore misura che, secondo il Dimar, incide solo sulle fasce a reddito basso. Contribuendo ad aggravare un panorama di guerra, con il record nazionale di disoccupazione emerso due giorni fa al 24%, con le scuole pubbliche riaperte oggi tra mille dubbi di tenuta economica, con il numero dei senzatetto ad Atene raddoppiati.

Se da un lato la troika attenderà la decisione della maggioranza su questi ulteriori tagli verticali, dall’altro la protesta sociale potrebbe influenzare in modo decisivo proprio la tenuta dell’esecutivo targato Samaras. Poco prima del rettilineo finale, scrive infatti in un editoriale oggi il quotidiano To Vima, il signor Kouvelis ha scelto la tattica politica del “tornante”, lasciando il circuito in un frangente delicatissimo. E in vista di contatti in corso per tutta la settimana con i funzionari di governo e rappresentanti della troika, solo al fine di mostrare che “tutto ha un limite di sopportazione”.

Il disaccordo del Dimar espresso nel corso del vertice di ieri sul pacchetto finale di 11,5 miliardi di euro, è riassunto in 6 punti, a cui Kouvellis e i suoi deputati sono contrari: tagli alle prestazioni disabili, aumento dei biglietti di trasporto urbano, taglio alle pensioni di età inferiore ai 65 anni, taglio alla tredicesima dei dipendenti pubblici, riduzione delle agevolazioni fiscali sociali per fasce deboli, abolizione dei sussidi di disoccupazione speciale per i dipendenti stagionali (edilizia e il turismo).

Sono in molti a sostenere, come sottolinea il deputato del Dimar Sakis Papathanasiou, che solo con i tagli non si risolva la questione ellenica, anzi, forse proseguendo solo su questa strada si potrebbero ottenere forti peggioramenti come gli indici industriali dimostrano. Per questo, è il ragionamento fatto da Kouvellis ieri a Samaras, oltre ai tagli già realizzati che in questi due anni, sarebbe il caso di prevedere misure per la ripresa industriale e per il sostegno al ceto medio, nel frattempo schiacciatosi verso il basso. Senza un’iniezione per la crescita, dicono nei corridoi del partito, il fallimento (già certificato da tempo oltreoceano) diventerà una realtà oggettiva e riconosciuta.

Per tutta la mattinata gli spifferi della riunione serale governativa hanno monopolizzato l’attenzione mediatica nella capitale ellenica, arrivando addirittura a ipotizzare un incontro dei rappresentanti della troika proprio con Kouvellis, preoccupati dal fatto che le sue contrarietà al nuovo piano potrebbero metterne a repentaglio la definitiva attuazione. Con la miriade di conseguenze finanziarie in sede comunitaria che ne deriverebbero. La partita al momento è tutt’altro che chiusa: in questa direzione vanno lette le parole del deputato membro del Comitato Esecutivo del Dimar, Margaritis, secondo cui “il governo deve muoversi sotto il comando del popolo greco nelle recenti elezioni, solo così si assicurerà il sostegno della società dalla loro parte, solo in questo modo si riduce il grido di populismo e tornare alla dracma, per questo abbiamo suggerito una serie di alternative equivalenti che governo dovrebbe adottare”.

Un modo per dire che il Dimar non sposa affatto posizioni antieuropeistiche o populismi anti Germania, ma è pur vero che al momento nessuno, né della troika né del ministero delle finanze di Atene, ha preso in considerazione un’altra cura per il malato Grecia, e dal momento che i rimedi attuati sino ad ora non stanno funzionando. Inoltre il malessere di Kouvellis riflette non solo quello del suo partito, bensì anche quello del Pasok il cui leader Venizelos è anche alle prese con una mini faida interna, con alcuni alti dirigenti che starebbero premendo per ottenere un cambio al vertice.

Lo stesso leader socialista quando rileva che “continuare con questa discussione stupida e senza speranza sulla possibilità di lasciare la Grecia dell’euro è inutile, è sovversivo e dannoso per la zona euro e dannoso per i disavanzi e dei debiti di tutti i paesi” fa mostra di non gradire la posizione sic et simpliciter del premier Samaras. Per queste ragioni per la prima volta dall’inizio della crisi il team economico del Pasok avrebbe preso in considerazione (almeno ufficiosamente) un riequilibrio dei negoziati con la troika. E Venizelos sottolinea che “ci deve essere proporzionalità e equità”, e che l’obiettivo al momento non è solo di raggiungere un avanzo primario prendendo misure supplementari, ma tentare di avere una crescita positiva, oltre alla sostenibilità del debito. Il tutto per tirare fuori dalle sabbie mobili l’economia greca e renderla indipendente in Europa, facendo intendere che la prossima richiesta da avanzare agli emissari di Bce, Ue e Fmi si chiama proroga.

Stando così le cose secondo alcuni osservatori non c’è ancora la certezza di ottenere una convergenza entro la giornata di mercoledì. E a chi gli chiede se esiste un rischio crisi per l’attuale governo in carica, Venizelos replica: “Non si tratta del sostegno del governo. Ma c’è un problema di rapporto con la società, il denaro è un problema”. Ecco appunto, il denaro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 10/9/12
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Dalle corde del bouzuky la rinascita ellenica? Storie di amori, tradimenti e grandi passioni


C’è quello trìchordo, nella sua espressione più originale. E, dopo la seconda guerra mondiale, anche a quattro doppie corde, il tetràchordo reso famoso da Manolis Chiotis. Ma il bouzouky greco, popolare strumento che è megafono di uno stile unico, fa rima con il grande Vassilis Tsitsannis re del rebetiko. Autore di quasi tremila pezzi, dedicati alle grandi passioni dell’uomo: l’amore, la morte, le delusioni, gli odi, le speranze, i sogni. Tanti, infiniti, snelli ma anche terribilmente complicati e a volte irrealizzabili. Ma proprio questo affascinanti e unici. Quasi una cartina di tornasole per osservare, dall’alto di un satellite ideale, la Grecia di oggi, con le sue crisi economiche ma anche identitarie, con speranze che troppe volte si sono infrante contro i frangiflutti della realtà.

Ma con quelle passioni incendiarie che hanno fatto la storia del paese, sin dall’antichità con eroi armati di spade o di filosofia, per giungere ai giorni nostri, con la liberazione dall’oppressione ottomana dopo quattrocento anni di schiavitù. Il rebetiko non è solo suoni in serie, seppur legati da abili mani e da vibrazioni elettrizzanti. Bensì miele dell’anima, dolcezza che si fa aspra per poi tornare un attimo dopo zuccherina e bella. Bellissima, intrigante, avvolgente e struggente. Come Ti simera, ti avrio, ti tora, in cui Tsitsannis certifica che “meglio separarsi adesso, dal momento che la convivenza non funziona”. Paradigma del cuore, che si adatta all’amore di coppia, di amici, di tutto, compresa anche quell’Unione che esiste sulla carta ma non tra le frontiere del sud mediterraneo.

Un omaggio a quello stile, carico e denso di significati, viene oggi da Vinicio Capossela e dal suo Rebetiko Gynastas, registrato negli storici studi Sierra di Atene. Quattro inediti, una ghost-track e otto classici caposseliani rivisitati ovviamente in chiave rebetika. Con contorno di interpreti musicali di estrema qualità, come Ntinos Chatziiordanou alla fisarmonica, Vassilis Massalas al baglamas, Socratis Ganiaris alle percussioni e il maestro Manolis Pappos, che assieme a Kaiti Ntal,  Mauro Pagani, Marc Ribot e Ricardo Pereira compongono una polifonia è proprio il caso di dire italo greca. Nelle voci, ma soprattutto nei cuori di quel pezzo di Mediterraneo che sta gridando, anche in versi, tutto il suo dolore.

Fonte: il futurista quotidiano dell'8/9/12
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sabato 8 settembre 2012

La Chiesa ortodossa? Nella crisi greca solo i preti non pagano

Non solo non ha mai pagato un euro di tasse, ma la Chiesa ortodossa si staglia sempre più come un immenso potere, materiale e latifondista, nella Grecia che boccheggia. In cui le conseguenze della crisi si chiamano disoccupazione record, ospedali che non passano più medicinali salvavita come gli antitumorali e dove gli indebitamenti di cittadini e imprenditori si trasformano in storie di suicidi (duemila negli ultimi 24 mesi) e povertà.

L’assurdo si chiama reticenza: in Grecia non esistono dati ufficiali di quanti beni possegga la Chiesa, né un valore su cui un attimo dopo poter decretare una qualche forma di tassazione. Una contingenza che stride con i sacrifici che i cittadini, e solo loro, stanno facendo per portare sulle spalle il peso del default già tecnicamente certificato da moltissimi istituti di credito di tutti i continenti, ma che solo la Troika e il governo di Atene non chiamano per nome. E mentre in Italia ci si interroga sull’Imu per il Vaticano, a ottanta miglia nautiche sta andando in scena un muro di gomma impenetrabile e dalle fitte relazioni politico-istituzionali che non sembra per nulla scosso dallo tsunami economico che sta interessando il Paese e l’intera Unione.

La Chiesa ortodossa in Grecia è organizzata in ottantuno diocesi, i cui proventi, come le offerte per matrimoni, battesimi e funerali che in Grecia si fanno “alla grande”, vanno direttamente a chi gestisce la Chiesa. Lecito chiedersi: quanti denari ha che potrebbero o essere tassati o utilizzati almeno per quel welfare a cui lo stato fallito non può più far fronte?  Inoltre dopo aver frequentato il seminario, anch’esso interamente finanziario dallo Stato al pari degli stipendi dei circa novemila preti, chi accede agli ordini sacri può assumere lo status di diacono e successivamente di sacerdote (che in Grecia possono sposarsi ma prima di essere ordinati diaconi). In un percorso per così dire formativo interamente a carico dello Stato.

La rivolta popolare dei cittadini ellenici investe quindi anche questa immensa miniera d’oro, ovvero una comunità di potere che, nel Paese dove il governo nel giorno del giuramento viene ancora “battezzato” da Sua Beatitudine il Primate in persona, non ha per nulla contribuito a svolgere la propria parte in questo biennio terribile. Solo il partito radicale del Syriza nel suo programma elettorale aveva proposto una forma di tassazione, equa e solidale, per i beni ecclesiastici secondo il principio del “tutti contribuiscano ai sacrifici per la crisi”.

Fonti non ancora ufficialmente confermate sostengono che nella lista di euro ellenici custoditi in Svizzera (e al centro di un accordo da stipulare tra i due Paesi per tassare il loro eventuale rientro in Grecia) vi siano anche conti riconducibili ad alti prelati. Che, è utile rammentare, fino ad oggi sono stati totalmente esenti da tasse, come dimostrano i circa trecento milioni di euro di cui annualmente le casse dello Stato si fanno carico per gli stipendi dei sacerdoti. In verità, in concomitanza del voto pro-memorandum dello scorso inverno, che era coinciso con le manifestazioni di protesta incluso il mega lancio di yogurth all’esterno della Camera dei Deputati, era stata creata una commissione ad hoc incaricata di vendere una piccola parte dei beni immobili della Chiesa ortodossa al fine di fare “cassa”, ma al momento non se ne trova traccia. Qualche commentatore arriva a ipotizzare che sia stato necessario addirittura l’intervento del gran capo del Pasok, l’ex ministro delle finanze Evangelos Venizelos in persona, a far calare un velo di silenzio sull’esistenza e sull’operato della commissione. Adesso il muro di reticenza è però messo in pericolo dai numeri dell’ennesimo pacchetto di misure che il consiglio dei ministri sta vagliando: quel piano di altri dolorosissimi tagli per quasi dodici miliardi di euro che se da un lato proseguirebbero tout court sulle strada tracciata dalla Troika, dall’altro allargherebbero le maglie di una sperequazione sociale senza precedenti. Con disfunzioni incredibili nel comparso della sanità e del welfare.

Ma ad oggi qualcosa si potrebbe fare, almeno in sede di uno sforzo pro-trasparenza: si potrebbe attuare un censimento delle proprietà e dei beni posseduti dalla Chiesa ortodossa, che non si limiti a luoghi di culto o alle residenze arcivescovili note, ma che indaghi a fondo su quelle che tutti definiscono come sterminate proprietà nei luoghi più affascinanti di un Paese che non sa o, forse, non vuole sapere quanto sia esteso quel potere, tutt’altro che spirituale. Oggi più che mai tremendamente materiale. E, cosa più grave, completamente esentasse.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 8/9/12
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venerdì 7 settembre 2012

Caso "Campania" anche in Grecia?


C’è un aspetto, fondamentale e fino ad oggi inascoltato, della crisi greca, che nessuno sta tenendo nella considerazione che merita. Non fosse altro perché come diceva Einstein “imparare è un’esperienza, tutto il resto è informazione”. Mettendo da parte per un istante spread, prestiti scaduti e titoli spazzatura ecco fare capolino un aspetto del “caso Grecia” sottaciuto dai media: l’ambiente.Quel valore aggiunto dell’Ellade che rappresenta il “pan”. Non solo perché, grazie al suo contributo materiale, dà il “la” al turismo, vera e propria voce vitale del disastrato pil ellenico, dove vi contribuisce per il 20%. Ma anche perché incarna la meraviglia più intima di un territorio che, grazie a mare, isole e montagne dall’intenso contenuto storico e culturale, sono punto di riferimento mondiale.

I comuni greci non riescono più a far fronte ai propri obblighi sul ciclo dal trasbordo allo smaltimento dei rifiuti solidi
E’ allarme rifiuti in Attica - In Grecia scatta l’allarme ambientale post crisi, con i comuni che non riescono più a far fronte ai propri obblighi per quanto concerne trasbordo, trattamento, riciclaggio, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi. Avendo raggiunto, secondo la denuncia del prefetto dell’Attica, il quasi default. Il grido di allarme sulla questione green viene dall’Edsna, l’Associazione speciale Attica secondo cui i i problemi economici sono i maggiori responsabili di un credito non corrisposto pari a 71 milioni di euro. Solo i numeri per i primi sei mesi di quest’anno ammontano a quasi 50 milioni, per cui si comprende bene come in mancanza dei dovuti pagamenti l’ente preposto alla raccolta differenziata e allo smaltimento complessivo dei rifiuti incrocerà le braccia molto presto. Secondo la denuncia dell’Edsna nell’anno in corso avrebbe ricevuto solo tre milioni di euro per onorare le proprie mansioni, ma sarebbero stati erogati solo a titolo di risarcimento per incombenze pregresse. C’è un cittadino greco, il signor Sgouros, che sul tema ha addirittura scritto alla Corte Suprema. Dice che per la riscossione di quei contributi i comuni accusano non solo un mancato pagamento all’ente in questione, ma producono di fatto un danno ambientale di notevoli dimensioni.


Un "Caso-Campania" anche in Attica?
“Il problema dei rifiuti in Attica – ammette intervistato dal quotidiano To Vima – risale a prima dei guai economici attuali e oggi si amplia. L’Edsna ha scoperto che si gestisce ancora la spazzatura senza il denaro necessario. E le responsabilità sono di tutti, enormi e condivise”.

L’Attica è una regione particolare, anche perché da sola contiene il 50% della popolazione greca. Certificare un collasso ambientale lì significherebbe creare le premesse per un caso “Campania” in tutta la Grecia, con conseguenze disastrose per il turismo che ad oggi rappresenta, come detto, l’unica fonte di sopravvivenza per un tessuto economico ed imprenditoriale devastato da anni di sperperi e, oggi, da un biennio di sacrifici che non comporteranno il salvataggio dal default, ormai certificato anche da agenzie di rating di mezzo mondo.

Nel solo comune di Perama si apprende che solo per il 2012 sono stati corrisposti all’Edsna 460.000 euro, una briciola rispetto al debito maturato che ammonta almeno a 60 milioni di euro. Un importo figlio per la maggior parte di prestiti (ben 13 milioni) della precedente amministrazione comunale, mentre 6,5 milioni sono solo debiti più recenti nei confronti di appaltatori e fornitori. Ogni anno la città è visitata da circa 100 ufficiali giudiziari, ma invano. Un panorama che secondo le stime del sindaco Pantelis Zouboulis, (in carica dal 2011), ha visto l’attuale amministrazione rimborsare debiti per un milione e 250mila euro. «Stiamo tentando di essere coerenti con i nostri obblighi attuali e per ridurre eventuali sprechi del passato – ammette – così come alcune aziende locali vorrebbero fare, ma senza alcun potere reale». Inoltre si apprende che alla fine di maggio i camion della spazzatura del comune sono stati lasciati senza gasolio nei serbatoi, e due settimane prima gli addetti alla pulizia del Comune erano scesi in piazza per protestare sia per lo stato dei loro mezzi sia per il ritardo di tre mesi negli stipendi.

Egina a rischio spazzatura - Disagi nello smaltimento del rifiuti sono segnalati anche nell’isola di Egina. Secondo il presidente degli addetti turistici Kostakos Nikos,  proprietario di un complesso alberghiero ad Agia Marina, si tratta di una zona turistica con un totale di seimila posti letto che oggi sono a rischio “spazzatura”.

Senza discariche e con una popolazione turistica di 6mila persone, l'isola di Egina è in perenne allarme per lo smaltimento rifiuti.
Dopo le proteste apparse sui media nazionali, aggiunge, la situazione è leggermente migliorata, ma il problema persiste. «Ha a che fare con il fatto che Egina non ha discariche, – sottolinea – e quindi necessariamente l’immondizia viene trasportata da navi di linea fin nella capitale greca». Si pensi che le spese di trasporto per tre viaggi di spazzatura raggiungono i 600 euro, e «naturalmente questo avviene solo se vi è spazio disponibile a bordo» gli fa eco il sindaco di EginaTeodosio Sakiotis. Le cause? Personale insufficiente, fatture non onorate e nuove discariche non costruite.

Chissà se dal ministero dell’ambiente di Atene avranno voglia, tempo e denaro per occuparsi di quella che, a breve, potrebbe diventare la vera bomba ad orologeria di un paese alla canna del gas. Dove numeri e indici di mercato si trovano a doversi confrontare con il vero banco di prova reale: quella quotidianità che, alla fine dei giochi, è chiamata a pagare il conto.

Fonte: Ambiente Ambienti del 7/9/12
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L’isola e le rose: se l’utopia dell’ottimismo diventa carburante per la nuova Atlantide...


E se la risposta al buio di questo secondo decennio del duemila, grigio e “medievale”, fosse in un moto di ricostruzione di scoperte ancora da fare? In luoghi da ricercare con determinazione e “fame”, da realizzare dalle fondamenta? In entità da brandire con avidità, in mondi diversi e ancora sconosciuti da conquistare? Edificare una nuova Atlantide, mura e stanze dove far confluire sogni e progetti: carburanti ideali per creare quelle trasformazioni telluriche della storia tanto ricercate da popoli e menti. É una storia per ritrovare l’ottimismo post crisi l’utopia possibile, anzi doverosa, de L’Isola delle Rose, il nuovo romanzo di Walter Veltroni. Che si apre con una vicenda vera, quella dell’Inzulo de la Rozoj, un luogo dell’arte e della cultura costruito al largo di Rimini nel 1967 in acque extraterritoriali, autoproclamatasi repubblica indipendente con bandiera propria e lingua ufficiale l’esperanto. E abbattuta nel 1968 per timore che diventasse supporto di operazioni militari albanesi, centro di ricerche petrolifere abusivo o casinò illegale gestito dalla malavita. 
Ma rappresenta l’occasione per guardare a quegli eventi innanzitutto con occhi “altri” rispetto a quelli di un giornalista o un politico. Perché l’autore si fa semplicemente uomo, anzi, bambino. E racconta fatti e speranze. Idee e obiettivi. Immagini e forme. 
Il libro è stato tra l’altro recensito da Massimo D’Alema sulle colonne dell’Unità, dettaglio che ha comunque fatto parlare. Che cos’è, si chiede ad esempio Massimo Franco sul Corriere della Sera, se non una notizia? E ciò in virtù dei noti contrasti fra i due. Ma dopo è stato anche un gesto di pace e prima ancora di rispetto. Intanto è la storia del Sessantotto, che però un giovanissimo D’Alema, 19enne studente alla Normale di Pisa, ha vissuto diversamente dall’autore. E in un duplice ed originale ruolo: mentre si trovava a Praga per contestare i carri armati sovietici, e in veste di militante del Pci. 
E per spostarsi poi a Francoforte, in rappresentanza della Fgci in occasione del congresso della Sds tedesca. Ma tornando all’autore e al “suo” Sessantotto, emerge un Veltroni ovviamente caratterizzato da un’età che ne influenza ricordi e percezioni. Allora è un 13enne e materialmente dispone di strumenti differenti, che lo guidano nel sottolineare gli elementi della quotidianità. Forse sta proprio in quel pertugio emozionale che si apprezza lo sforzo dell’autore nei veicolare un’altra storia di quegli anni che hanno scritto pagine italiane ed europee. 
Un viaggio nella memoria recente di un’Italia, oggi come allora, smarrita e desiderosa di mete innovative e lontane. Per scalciare gli incubi dell’ultimo decennio, per se¬gnare una separazione tra un passato che non è stato sufficientemente implementato. E un presente per nulla gravi¬do di spunti o proposte. Ma, è l’auspicio, ancora per poco. 

Fonte: Il futurista quotidiano del 7/9/12
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Le purghe della troika e quelle di Samaras


ATENE – “Rischio guerra civile” titolava l’altro ieri il popolare quotidiano Kathimerinì. Perché in Grecia l’emergenza non si è attenuata, né verrà smussata da un’ulteriore tranche di aiuti. Anzi, con il passare dei giorni e delle applicazioni di un memorandum tanto tardivo quanto deleterio, ciò che resta di un paese al collasso potrebbe perfino non bastare per definirlo tale. Il prossimo consiglio dei ministri dovrà esprimersi sull’ulteriore misura che prevede altri tagli orizzontali (per la terza volta in due anni) su pensioni, stipendi, indennità, welfare per quasi dodici miliardi di euro. Da attuare in un contesto già in ginocchio: con i sucidi da crisi che hanno toccato quota duemila unità, con il ceto medio schiacciato verso il basso, con il record dei bambini sottopeso nei paesi Ocse ad Atene, con perfino alcuni malati di cancro a cui lo stato non riesce più a garantire le cure. E con scandali legati alla corruzione e all’influenza delle superpotenze di turno ancora tenuti nel cassetto, come la presenza di greggio nell’Egeo (almeno 20 miliardi di potenziali barili).

Sul banco degli imputati il primo ministro di Nea Dimokratia Antonis Samaras che ha voluto a tutti i costi andare alle elezioni, costringendo il tecnico Papademos a un premierato di soli sei mesi. E che oggi anziché battere i pugni sul tavolo dell’Eurogruppo per non far pagare il prezzo di questa assurda crisi solo ai cittadini, avalla altri tagli stringendo entrambi gli occhi alla troika. E senza rendersi conto di come oggi la Grecia sia come una damigiana, con una grossa falla: ma invece che chiuderla definitivamente, i soloni dell’economia la riempiono di altro prezioso liquido che verrà un attimo dopo perso.

Il leader conservatore ha prescritto oggi di monitorare attentamente le zone di Atene dove si verificheranno le manifestazioni di protesta contro l’ennesimo pacchetto di misure. E proprio perché si dice per nulla disposto a fare un passo indietro, in quanto reputa i tagli sono “assolutamente necessari e passeranno”, annuncia, “senza modifiche sostanziali”. Ma se fino ad oggi i salari e le pensioni hanno subito un ribasso del 20%, contribuendo a far calare i consumi nazionali per almeno nove milioni di euro (così come certificato dalla confcommercio ellenica), come sperare che altri tagli secchi che non toccano i grandi patrimoni possano da soli risolvere anni di corruzione e di gestione scriteriata dei conti pubblici? Samaras non ha ancora spiegato, anche ai suoi elettori, come mai tardi a realizzare un sistema fiscale che incida sui manager di stato, su chi è stato accusato di reati contro la pubblica amministrazione ma non ha restituito quanto frodato, sui beni della Chiesa ortodossa, che nella storia della repubblica ellenica non ha mai pagato una dracma per le proprietà di cui dispone, ma anzi grava sul bilancio dello stato per gli stipendi dei novemila sacerdoti; come mai nonostante la crisi la Grecia prosegua nell’assurda rincorsa agli armamenti acquistandoli da Germania, Francia e Olanda; come mai non si attui una reale trasparenza bancaria almeno per quanto concerne l’istituto della Banca Nazionale di Grecia, il cui governatore Provopoulos guadagna quanto Barack Obama; come mai non si è fatta ancora luce sugli scandali Olimpici che hanno interessato la tedesca Siemens.

E intanto i cittadini, stremati da quello che è stato epitetato come un’esperimento post-capitalistico, si preparano all’ennesimo lancio di yogurth contro la facciata della Camera. La polis Atene sempre più sinonimo di polemos.

Fonte: Gli Altri del 6/9/12
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Grecia, quando l´emergenza è prima umanitaria…


Atene - Non c´è solo da decidere quando certificare la bancarotta della Grecia, che tecnicamente si è già verificata ormai da tempo. Ma al centro dell´Egeo c´è da risolvere un´altra emergenza, quella umanitaria dell´immigrazione. E non in riferimento al milione di cittadini extracomunitari che ci sono al momento nel paese (anche se cifre ufficiose parlano di più di due milioni) quanto ai profughi che dalla Siria, via Turchia, stanno premendo sulle frontiere elleniche. Per una volta la questione è stata posta (finalmente) all´attenzione dei vertici comunitari: il problema è stato sollevato all'Alto rappresentante dell'Unione europea Catherine Ashton (quella che definì i marò italiani "guardie private") dai deputati greci Koumoutsakos e Cassoulides. Che, esprimendo la loro preoccupazione per gli sviluppi, chiedono all´istituzione competente in che modo alleviare il dramma: sia per i profughi in fuga da un regime dittatoriale e violento, sia per un paese che oggettivamente non ha la forza per accoglierli e sfamarli. Ma il ragionamento che la Ashton dovrebbe fare, si sussurra nei corridoi del parlamento ateniese, dovrebbe coinvolgere anche quegli stati che non sono nell´Ue ma che, per ovvie motivazioni di solidarietà e di "buon vicinato" internazionale, potrebbero anzi dovrebbero sostenere l´intera area. Il riferimento è alla Turchia, che pare stia svolgendo un ruolo assolutamente passivo. Quando invece potrebbe trasformarsi nel primo ponte umanitario per salvaguardare vite umane che semplicemente vogliono lasciarsi alle spalle anni di odio e morte. In questo senso sarà strategica la sinergia da attuare con le Nazioni Unite, ma dovrebbe essere proprio l´Unione a stimolarla in maniera più pregnante. Di numeri certi, come spesso accade, non ve ne sono: centoquarantamila è la prima stima dei profughi pronti a far ingresso in Grecia, ma nessuno sa fino a quanto considerarli realistici dal momento che complessivamente i cittadini siriani fuggiti sarebbero trecentomila.

La questione, legata alla contingenza del post Assad, non può che impattare con l´emergenza immigrazione che in Grecia ormai va avanti da un biennio. Da quando, complice la crisi, i primi a pagare lo scotto di questo tsunami economico sono stati proprio i più deboli, anche per via di connivenze con chi alle frontiere non ha effettuato alcun controllo. Con i conseguenti rigurgiti razziali incarnati dal partito di Alba dorata che alle scorse consultazioni elettorali ha conquistato il 7%, e che un sondaggio politico diffuso ieri dà in ascesa fino all´8,9%, facendo ingresso in parlamento per la prima volta dopo quarant´anni. E sfruttando il disagio di cittadini e gente comune, per una situazione che di fatto danneggia tutti: gli immigrati stessi che vivono in condizioni non umane, spesso in vecchie fabbriche abbandonate alla periferia delle maggiori città (Patrasso, Atene, Salonicco); e i cittadini che hanno dovuto confrontarsi con un elevatissimo numero di reati (furti e omicidi) che hanno accentuato questo immenso disastro sociale, con sfoghi da entrambe le parti, come testimoniano gli scontri con le forze dell´ordine a Patrasso dello scorso maggio e le ronde per le strade ateniesi attuate dai militanti di Chrisì Avghì.

Senza contare che un mese fa la polizia greca ha compiuto la maggior retata mai messa in atto contro l´immigrazione clandestina. Con ben seimila stranieri fermati ad Atene in pochi giorni e sospettati di essere entrati illegalmente nel paese. L´operazione, denominata Xenios Zeus, ha visto la partecipazione di cinquemila agenti di polizia. Mentre in governo attualmente in carica nell´ultima campagna elettorale, ammoniva: "Ripulire le strade elleniche". Basterà un´azione di piazza per sanare anni di politiche deleterie e irresponsabili?

Fonte: Formiche del 6/9/12
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giovedì 6 settembre 2012

Se la Bella Addormentata è la metafora di un paese…

Quando Toni Servillo rileva «temo che quelli che ragionano per tesi resteranno delusi» fa capire a grandi lettere che, i farisei italiani definiti da Marco Bellocchio «maestri di pensiero di destra e di sinistra», dovrebbero stare alla larga dalla pellicola presentata in questi giorni alla mostra del cinema di Venezia. La Bella addormentata è un film. Punto. Certamente non uno qualsiasi, per via del codazzo infinito di riflessioni che comporta, per le ripercussioni interne ed esterne di un paese eternamente pigro e troppo timoroso del nuovo e di un domani da costruire con realismo e senza specchietti retrovisori (cardinal Martini docet). Ma le parole del protagonista e del regista non lasciano scampo a cattive interpretazioni: nessuna strumentalizzazione da parte della politica.

Ecco il messaggio, chiaro e forte, che viene lanciato dal Lido. Per tutta l’estate Bellocchio ha ripetuto il ritornello che non si tratta di un film sul caso Englaro, nonostante l’abbia intenzionalmente ambientato in quella settimana del febbraio di due anni fa quando il corpo di Eluana arrivò alla clinica Villa Quieta di Udine, dove la sua vita artificiale si sarebbe spenta. Molti i frames di quell’isterismo che si verificò nel paese: nelle sue strade, nelle case dei cittadini, perfino in Parlamento. Per questo risulta evidente che alla base del film non c’è solo un fatto seppure ingombrante di cronaca, ma il tentativo, così come fatto con Buongiorno notte, di travalicare fatti e opinioni per scomporre un quadro d’insieme.

Lubrificarlo accuratamente come si fa con un’arma da fuoco, oliarne gli ingranaggi, verificare falle o incrostazioni. E un attimo dopo tentare una ricomposizione: scevra da contaminazioni aprioristiche, aperta al libro arbitrio, incline alla critica, anche aspra. Ma dura proprio perché utile, cruda perché l’unica strada da percorrere per trasformare uno status quo che non può restare tale.
Non è stato facile il lavoro di Bellocchio, non fosse altro perché non ci sono solo fatti in serie che si sviluppano in quei giorni. Bensì il racconto, complesso, articolato e mai scontato, dell’anima di un paese. Quell’Italia che a volte si sbocca in urla compulsive e accecanti (come dimenticare quelle del senatore Quagliarello in “quella” famosa notte o le considerazioni di Berlusconi su Eluana potenziale mamma?), che si annoia nell’azzardare domande scomode e risposte ancora più imbarazzanti, che dovrebbe togliersi una volta per tutte gli occhiali di un passato che non tornerà per abbracciare altre visioni e altre forme di rispetto, per tutti.

Per l’autodeterminazione del singolo individuo, per uno stato che non sia invasivo, per una società in continua evoluzione da accompagnare nelle sue esigenze e non da ignorare tout court. È in quel pertugio che si può apprezzare la sfumatura del film: scomodo, che è come un pugno nello stomaco. Ma che, proprio per questo, è efficace.

Fonte: il futurista quotidiano del 6/9/12
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Frau Angela e il “balletto” sugli eurobond: i nazionalismi che fanno male all’unione

Quando due giorni fa Angela Merkel si è scagliata contro i mercati (per la prima volta e in colposo ritardo) ha lasciato un indizio. Vago, a tratti opinabile, ma comunque un fatto. Che, oggi, viene confermato dalla sua chiusura aprioristica nei confronti degli eurobond: forse la cancelliera condiziona le sue strategie per salvare l’euro alla tornata elettorale del prossimo anno (che la vede in forte difficoltà rispetto alla galoppata dell’avversaria Kraft)? Se così fosse sarebbe un fatto eccezionalmente grave, non fosse altro perché il rischio corso negli ultimi 24 mesi è elevatissimo. Qui non c’è in gioco una cancelleria, seppur prestigiosa, o la supremazia del motore economico continentale sui cosiddetti vagoni di coda, che qualcuno vorrebbe staccare dalla carovana chiamata Europa.

Bensì la sopravvivenza stessa dell’unione, quello sforzo che menti eccellenti come Adenauer, Spinelli e d’Estaing hanno compiuto in tutte le direzioni. E svuotandosi, ognuno, delle singole e personalistiche peculiarità per comporre un quadro di insieme. I titoli comunitari non sono la panacea che d’un tratto metterà al sicuro un’infrastruttura nata zoppa e cresciuta senza stampelle, ma quantomeno potrebbero rappresentare un primo e decisivo passo verso una politica condivisa, che non si basi sulle esigenze del più forte ma lavori, finalmente e con spirito solidale ma non assistenzialistico, per un’unione federale dell’Europa, che sieda in pianta stabile nel G3 con Usa e Cina.

E che non sia condannata ed essere alla mercè della superpotenza di turno, a est come a ovest. Perché, piaccia o meno, questo sta accadendo.

Fonte: il futurista del 6/9/12
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mercoledì 5 settembre 2012

E la cancelliera di ferro si “accorse” che oltre ai mercati c’è dell’altro


C’è un qualcosa di insolito nell’anomala retromarcia di Angela Merkel che, improvvisamente, ha scoperto come la stretta dipendenza dai mercati danneggi la gente comune. La stessa, per intenderci, che paga le tasse e che subisce in prima persona i riverberi di politiche arraffazzonate o dettate dalle potenze delle multinazionali e da nient’altro. Insolito perché non è da frau cancelliera un’inversione di tendenza di queste (rapide) proporzioni e con le conseguenze, politiche e sociali, che inevitabilmente ne deriveranno. Ragionare oggi, a due anni dall’esplosione della crisi greca ed europea, sulla pericolosità dei mercati assunti tout court come metro unico e solo di valutazione, potrebbe non solo non bastare alla ricomposizione di un quadro federale europeo, ma soprattutto potrebbe essere frutto di considerazioni “altre”. 

Lecito domandarsi, serenamente e senza contaminazioni ideologiche secondarie, se nell’economia complessiva del pensiero merkeliano abbiano inciso (e in quale misura) le delusioni elettorali interne. Come ad esempio quella del maggio scorso, quando la Cdu nel nord Reno-Westfalia, il più popoloso Land tedesco, decise di indebolire sia il potere nazionale della Cancelliera sia la sua autorevolezza in Europa. 
Il partito fu costretto a confrontarsi con il sorpasso dei social-democratici, ovvero impattando sul peggior risultato elettorale dal dopoguerra ad oggi. In quell’occasione la Merkel escluse passi indietro nel sostegno alle politiche europee di rigore perché, disse, «non c’è alcuna contraddizione tra una solida politica di bilancio e la crescita». Senza magari riflettere sul fatto che sposare il rigore, imprescindibile per la sopravvivenza stes¬sa dell’unione, non equivale a mettere in piedi politiche pro banche o pro multinazionali. Ma armonizzare i numeri deleteri di questi anni con interventi coraggiosi e condotti a testa alta nella direzione dell’equità sociale, che non riducano i cittadini sul lastrico, come testimoniano i suicidi da crisi (e non solo in Grecia, dove sono giunti a quota duemila). 
Ma che li rieduchino a stili di vita differenti senza far gravare solo sulle loro spalle anni di errori e di sprechi, dove chi più ha più non ha pagato. Il riferimento potrebbe essere a forme di condivisione dei debiti, a utilizzazioni di strumenti come gli eurobond (a cui il governatore della Bce Mario Draghi ha dato una spinta, ci si augura, decisiva), a ridistribuzioni di fondi non a pioggia ma ragionati per lo sviluppo, a una forma non ideologica di patrimoniale, a un riequilibrio dei rapporti fra cittadini e istituti bancari. 

Ma anche a stati che, nonostante i debiti, continuano ad acquistare armi e contemporaneamente non dispongono più delle risorse necessarie per assicurare prestazioni sanitarie ai propri cittadini. Ecco il vero corto circuito non solo dell’area euromediterranea, strutturalmente più debole, ma dell’interno continente. La Merkel ha sempre dichiarato di guardare con serenità alle elezioni federali del 2013, ma di fatto l’ombra della candidata Hannelore Kraft si staglia minacciosa, contribuendo a legittimarla come principale avversaria per le urne del prossimo anno. L’auspicio è che non sia l’agenda elettorale di questo o di quel paese a condizionare analisi e valutazioni nel merito di una tematica strategica per la sopravvivenza stessa dell’unione. 
Perché se così fosse allora verrebbe meno il principio fondativo della comunità, ribadito da un illustre conterraneo di frau cancelliera: «rafforzare, durevolmente, le aspirazioni di tutti gli stati membri sotto il profilo della politica estera, culturale e dell’istruzione». 
Ovvero quel Konrad Adenauer che spese anni della sua esistenza per edificare, passo dopo passo, l’infrastruttura che oggi vacilla. Anche grazie a chi ha “dimenticato” quegli stimoli, firmati da menti come Altiero Spinelli e Giscard d’Estaing. 

Fonte: il futurista quotidiano del 5/9/12
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lunedì 3 settembre 2012

Viva il mare, culla “simbolo” del viaggio


Ha scritto Alexander Pope che il mare unisce i Paesi che separa. Quel fazzoletto liquido che rappresenta un ponte tra pangee immobili. Che, ognuna sulla propria riva, attende gli eventi, a volte li sfida, li subisce o li affronta, li devia o ne viene sommersa. E poi riparte, con storie millenarie che non fanno mostra di soffrire il tempo o i tempi. Ma disegnano coordinate geografiche che si fanno carni e ossa. Cosa ispira il mare? Quell’infinito blu cobalto, solcato da braccia e occhi, in un vortice di emozioni e avventure? Altre emozioni, altre avventure e soprattutto la penna di chi le ha affrescate in una sorta di nastro conduttore intenso e duraturo. Un filone che non si esaurisce, perché non si limita a riportare fatti e circostanze, ma tratteggia personaggi che in quel mare e a causa sua hanno lasciato il segno. Arturo Perez Reverte non solo raccoglie ne Le barche si perdono a terra ben novantasei tra articoli e testi sul mare e sui marinai di ogni genere e specie che lo hanno solcato, ma fa molto di più. Perché, grazie a una visione ancestrale che travalica miglia nautiche e forze piratesche, regala ai lettori la trasfigurazione ideale di un movimento e di una meta che si fa arrivo e partenza: il viaggio e il mare. I viaggi come movimenti inesauribili, di contatti e scontri. Il mare come gocce di acqua salata che compongono uno strato liquido infinito: lì, proprio tra una cascata e l’altra si intrecciano sogni, paure, ambizioni e storie. Tante storie. Diverse, affascinanti, di amore e di odio, di tristezza e di gioventù, di attacchi e difese, di fughe e di ripartenze. In un valore naturale unico nel suo genere, da sempre al centro dei movimenti tellurici della storia del mondo e dei paesi che lo hanno abitato e solcato. L’ex inviato di guerra nato a Cartagena, che nella sua carriera ha fatto incetta di premi e riconoscimenti (Premio per la letteratura europea Jean Monnet e il Prix Méditerranée Etranger assegnato dall'Académie Goncourt, mentre in Italia, dopo aver vinto con Il pittore di battaglie la seconda edizione del Premio internazionale Vallombrosa Gregor von Rezzori, ha ricevuto a Pordenone, per Le avventure del capitano Alatriste, il riconoscimento La storia in un romanzo) studia il mare. Lo osserva, lo descrive, se ne innamora e lo porge ai fruitori. Ci sono Omero, Conrad, Melville, O’Brian. E c’è un mare bello ma crudele, quel luogo naturale sede di avventure ed eroismi, attori protagonisti e comparse, ammutinamenti e grandi traversate, squarci emozionali ed umani. E dove, per assurdo, si calano anche le scialuppe di salvataggio, metafora del travaso da un’entità che affonda nella materiale rigenerazione dopo un trauma. Tra sciabole di arrembaggio e bandiere bianche di resa.
Ma il mare contiene anche altro. L’apertura senza orizzonti, l’intenzione di non voler dare punti di riferimenti o porti sicuri, quella voglia di partire per modificare rotte già tracciate o battere nuovi percorsi. Mare è ricerca del nuovo, sperimentazione di un altro che non sia già stato conosciuto e assaggiato. Mare è perdersi 

Fonte: Il futurista quotidiano del 4/9/12
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Tassare i capitali in Svizzera: la Grecia ci prova


Mentre la Grecia fa un timido tentativo per tassare gli euro ellenici custoditi in Svizzera, così come fatto ad esempio già un anno fa da Londra e Berlino, la domanda da porsi oggi è: c’è il rischio che i buoi siano già scappati e messi al sicuro altrove? Di denaro greco nei cantoni elvetici si parla da anni, ma soprattutto negli ultimi venti mesi il tema è stato da più parti sollevato, arrivando a ipotizzare cifre significative, almeno nell’ordine dei trenta miliardi di euro. Che, se l’accordo dovesse essere stipulato da entrambe le parti, sarebbero tassati (20 o 30%) per far entrare nelle casse dello stato circa cinque miliardi. Una stima che si basa essenzialmente sulla certezza di trovare in Svizzera il denaro preventivato. Ma se una volta aperti i forzieri e spulciati gli illustri elenchi (in cui si dice abbondino deputati ed ex ministri) ci fosse la sorpresa di trovare solo pochi spiccioli?

Il dubbio si sta insinuando tra commentatori e politici dell’opposizione anche se in verità, non nasce oggi, dal momento che se gli annunci in tal senso si sono sprecati, di fatto si è lanciato un campanello di allarme a chi aveva scelto la discrezione svizzera per occultare guadagni o denari di sconosciuta provenienza. Un primo segnale in tal senso si è avuto nella settimana che ha portato alle scorse elezioni di maggio, quando la Grecia è stata scossa da una vero e proprio sisma giudiziario e politico: venne arrestato Akis Tzogatzopulos, già ministro e braccio destro di Andreas Papandreau, ritenuto il regista occulto di trent’anni di politica del paese. L’accusa, condotta da un magistrato donna che sta facendo tremare i palazzi del potere sotto l’Acropoli, è di aver occultato almeno cento milioni di euro in virtù di una sofisticata rete di società off-shore. Da quel momento, se da un lato si è data un’accelerata mediatica alla necessità di fare luce sugli euro custoditi fuori dalla Grecia, dall’altro non si può escludere che in questi quattro mesi i proprietari di quei soldi non abbiano già provveduto a trasferirli in altri paradisi fiscali. Una contingenza che si mescola alle fortissime tensioni sociali presenti nel paese e che, come scrive l’autorevole quotidiano Kathimerinì, potrebbero celare dietro l’angolo il rischio guerra civile nel paese se dovessero passare gli ulteriori tagli da quasi 12 miliardi di euro, su cui il governo si sta confrontando con la troika.

Il consiglio dei ministri del prossimo venerdì potrebbe essere decisivo, non solo per i conti ellenici, ma anche per la tenuta del governo che andrà a votare le nuove misure previste nel pacchetto. C’è ansia per una sorta di esplosione sociale dinanzi al parlamento ateniese dopo che molti deputati della maggioranza non hanno assicurato il proprio “sì” come gli onorevoli Kyriazidi e Vlachogiannis, che hanno già dichiarato di non aver ancora deciso se votare a favore delle nuove misure, provocando un terremoto negli uffici del primo ministro Samaras. Se il piano non dovesse ricevere i 151 voti della maggioranza della Camera, l’intero sistema costruito sul memorandum della troika potrebbe crollare improvvisamente, con il rischio tenuta per l’intero continente.

Il nuovo intervento su pensioni, tredicesime e indennità (il terzo in poco più di due anni) dovrebbe vedere la luce nella versione definitiva entro il 18 ottobre, quando i leader europei decideranno in occasione del vertice Ue se e come continuare a sostenere l’economia greca. La bozza base già nelle mani dei leader dei partiti politici prevede l’abolizione completa di tredicesime natalizie e pasquali per tutti i pensionati e anche per i dipendenti del settore pubblico: ovvero tagli orizzontali che partiranno dai 1.000 euro. Sarà aumentata l’età per accedere alla pensione minima. Il Dimar ha proposto inoltre che gli stipendi del clero vengano sostenuti dalla Chiesa almeno per il 50%, mentre oggi sono a totale carico dello stato.

Le decisioni finali e il calendario di attuazione saranno completati entro una decina di giorni, ma a preoccupare sono i riverberi sociali di questa disperata mossa del governo. Per questo i tre leader Samaras, Venizelos e Kouvellis stanno intensificando incontri e consultazioni, nella speranza di trovare un modo per ridurre le misure più estreme e non provocare la reazione scomposta dei cittadini, che hanno già programmato, assieme alle parti sociali e ai partiti dell’opposizione, una lunga serie di manifestazione di piazza, che potrebbero interessare anche la Fiera di Salonicco che si aprirà a giorni. Inoltre il problema interesserà il gruppo parlamentare del Sud-Ovest del paese, non solo perché è il più popoloso, ma anche perché parlamentari sotto pressione da parte degli elettori più a rischio, come pensionati e dipendenti pubblici il ​​cui taglio dello stipendio si è ugualmente verificato nonostante gli impegni espliciti assunti ad inizio estate dal premier Samaras. Si parla già di franchi tiratori nella maggioranza, come Mitsotakis, Spiliotopoulos, Giakoumatou, Gioulekas.

Ma la nota dolens in questo momento è rappresentata dal Dimar, il partito della sinistra democratica guidato da Fotis Kouvellis che ha più volte minacciato di ritirare l’appoggio al governo. E quasi pentendosi, dicono sottovoce alcuni deputati, di non aver seguito le orme del leader radicale del Syriza Alexis Tsipras, ieri in visita a Venezia, nella sua battaglia contro il memorandum e contro quello che ha definito lo strozzinaggio delle banche nei confronti della Grecia. Il giovane politico ha ribadito che “non ci sarà alcun ritorno alla dracma, né alla lira, alla peseta, al franco o al marchio, perché il problema non è greco, ma europeo, e non ha nulla a che fare con la pigrizia del sud, ma con l’architettura stessa del l’euro”. Se ciò non dovesse mutare “allora non sarà in pericolo solo la Grecia, ma l’intera zona euro pronta al collasso”. Si viene quindi a creare un muro anti tagli composto da Syriza, dai comunisti del Kke a cui molti deputati del Dimar guardano con interesse. Potrebbe essere proprio questo il colpo decisivo sferrato all’esecutivo ellenico atteso da un autunno di fuoco, che nonostante i macro impegni assunti e tentativi di discontinuità, si sta rendendo conto di non avere la matematica certezza che la mossa sui conti svizzeri e le richieste reiterate in sede europea di ammorbidire le misure possano non solo garantire stabilità politica ma soprattutto condurre il paese fuori dalle sabbie mobili del default. Che tecnicamente si è già verificato, e che nessuno ha il coraggio di certificare apertamente.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 3/9/12
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Legge elettorale greca? Non un esempio


La legge elettorale greca? Ha prodotto quattro tornate elettorali con altrettanti governi instabili in soli otto anni, ultimo quello nato già zoppo pochi mesi fa per via di un sistema pachidermico che sacrifica la governabilità. A dimostrarlo c’è tutta la storia politica ellenica, almeno degli ultimi due lustri dove, attribuendo il premio di maggioranza al primo partito e non alla coalizione vincente, si sono fatti nascere esecutivi fragili che non hanno portato a termine né il programma di governo né le riforme di cui oggi l’Europa chiede conto.

Facendo un passo indietro nel tempo, nel 2004 il conservatore Karamanlis si aggiudicò la sfida con l’allora sparring partner socialista conquistando il 45% dei voti, corrispondenti a 165 seggi su 300 (il minimo richiesto è 151 su 300). Ma nonostante ciò non viene ricordato come un governo tranquillo, dal momento che se un pugno di deputati della maggioranza fosse stato assente o avesse inteso votare contro, avrebbe potuto mettere a rischio la sopravvivenza. Idem, anzi peggio, nel 2007, quando la crisi era già ipotizzabile nelle stanze del potere ellenico, anno in cui il 16 settembre lo stesso premier uscente vinse sul filo di lana, 41,8% contro 38,1, ovvero 152 seggi a 102. E in virtù di un complicato bizantinismo che concede un premio di maggioranza di quaranta seggi al primo partito, ma su una base sistemica ancora più farraginosa. Ovvero una legge proporzionale con sbarramento al 3% che conta 56 circoscrizioni, di cui 48 a più seggi e otto a seggio singolo, in cui si possono esprimere una o più preferenze per i candidati di un partito.

Gli altri dodici seggi invece sono assegnati mediante una lista nazionale e seggi assegnati in modo proporzionale. Ragion per cui solo dopo un biennio nel 2009 i cittadini greci sono stati chiamati nuovamente alle urne e dove il socialista Papandreu ha vinto toccando quota 160 seggi. Che, ragionando numeri alla mano, non rappresentano una sufficiente garanzia di governabilità. Venendo poi ai tristi giorni d’oggi, l’attuale governo tecnico sostenuto da conservatori, socialisti e democratici di sinistra si fonda più sulla buona volontà di dare attuazione al memorandum della Troika che alle concrete peculiarità del sistema elettorale. E dal momento che sono state necessarie due tornate elettorali per comporre un esecutivo e nella consapevolezza che i vincitori di Nea Dimokratia sono oggi al governo con Pasok e Dimar, che hanno raggranellato la meta dei voti presi dal radicale Tsipras, giunto secondo alle spalle di Samaras. E oggi all’opposizione. Un sistema quindi da non prendere certamente come esempio.

Fonte: Il Fatto quotidiano del 23/8/12
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