mercoledì 6 marzo 2013

Scacciare i tabù sull’euro per salvare l’euro (e gli europei)


Slogan “elettorali” non ne servono, al pari di sorrisi tranquillizzanti che mostrano solo di ignorare la realtà drammatica, come il gesto disperato dell’imprenditore umbro sta lì a ricordare. La rinascita del continente, al momento in apnea e a rischio implosione, non potrà che passare da un superamento dell’attuale binomio austherity-allarmismo. Perché non sarà solo con rigore e basta da un lato, e con proclami sulla carta dall’altro, che le imprese ricominceranno a fatturare, i lavoratori a prendere lo stipendio, il popolo delle partite iva a incassare. Ma servirà prima una riflessione, dati alla mano, su come rendere l’euro più vantaggioso e al contempo una tonnellata di idee nuove e fattibili per stimolare la ripresa, che certamente non si aiuta solo incrementando vecchi balzelli e inventandosi nuove imposte aggiuntive, senza toccare spesa pubblica e carrozzoni di stato.

In questi giorni in Germania nasce “Alternativa per la Germania”, un partito non antieuropeista ma anti salvataggio dell’euro. Tra i fondatori né sconosciuti della politica né comici, bensì l’economista Bernd Lucke, il giornalista ed ex redattore FAZ Konrad Adam e Alexander Gauland, già capo della Cancelleria dello Stato dell’Assia. E ancora, docenti universitari, conservatori, liberali ma anche liberi professionisti privi di un “curriculum” strettamente politico come Stefan Homburg e Charles Blankart, professori di finanza pubblica ad Hannover e Berlino. O Joachim Starbatty, Wilhelm Hankel, Karl Albrecht Schachtschneider e Dieter Spethmann. Fino al più noto ex presidente della Confindustria teutonica, Hans-Olaf Henkel. Ma con a capo un 33enne, Bernd Lucke, professore di macroeconomia ad Amburgo e dimessosi dalla CDU proprio a causa della politica di salvataggio dell’euro. Non sono pirati, né grillini “ai crauti”, solo gente libera che si oppone ai soccorritori tout court della moneta unica, ma pienamente impegnati nell’unificazione pacifica dell’Europa.

Un segnale, preciso e localizzato lì dove la moneta unica sta iniziando a fecondare dubbi e interrogativi, ai quali non si può replicare semplicemente come ha fatto Marchionne. Convinti che, dopo noiosi comizi e post su facebook di politicanti e presunti tali, sia arrivato invece il momento di guardare in faccia la realtà europea. Per prendere definitivi provvedimenti, pena il default “comunitario”.

Fonte: Formiche del 6/3/13
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Grecia in svendita, l’emiro del Qatar ha comprato nove isole nello Jonio


Potrebbe essere solo l’inizio. Dal Parco dei Principi, dove sgambettano i calciatori del Paris Saint Germain, al tepore delle nove isole Echinadi il passo è breve, soprattutto se si dispone di molto denaro. L’emiro del Qatar, già proprietario del club francese e di alcune altre cose (tra cui gli Harrods di Londra) si aggiudica per poco più di otto milioni di euro l’incantevole arcipelago greco nello jonio, a due passi dalle più note Itaca e Skorpios. I venti di crisi impongono ad Atene di cedere “i gioielli di famiglia”. Una mossa nota già da settembre, quando la notizia era stata confermata dal direttore dell’Ente ellenico per la privatizzazione (Taiped), Andreas Taprantzis, secondo cui per fare cassa il governo di Samaras aveva approntato una lista di 40 tra isole e isolotti disabitati da concedere in affitto a privati o imprese. E per un periodo tra i trenta e i cinquant’anni.

Dopo qualche mese di serrate trattative e di plastici hollywoodiani già pronti e fatti vedere via mail ad acquirenti vip, ecco la notizia ufficiale con un business che si apre per l’emiro super miliardario. Pare infatti che in quell’arcipelago composto da nove isolette a breve potrebbero partire lavori per costruire esclusive ville per acquirenti di fama mondiale, tra cui si sussurra anche Madonna. Allettata da un paradiso naturale super protetto dove gli ospiti saranno solo rock star e miliardari, gli unici in grado di permettersi un pied a terre dorato nella Grecia stremata dal memorandum. L’emiro in verità aveva tentato in passato il colpo grosso, ovvero aggiudicarsi l’isola di Aristotele Onassis, Skorpios, su cui però pesa il veto economico della nipote Athina, che non intende scendere al di sotto dei 200 milioni di euro nonostante non ami troppo le sue origini (non ha mai imparato il greco) e nonostante sia stata una delle poche greche famose nel mondo a non aver speso nemmeno una parola di solidarietà per la crisi ellenica.

Il complesso delle Echinades si trova nel tratto di mare di fronte al famoso porto Platygiali ed era balzato agli onori della cronaca qualche giorno fa sulla prestigiosa rivista Business Insider in cui si presentavano le nove isole sotto il titolo: “Possono essere vostre con pochi milioni”. E aggiungendo altri siti per così dire pregiati che potrebbero presto rientrare in questa sorta di campagna mondiale per aiutare l’economia greca, o come la definiscono alcuni, svendita immorale di pezzi del proprio paese. Il riferimento è ad Agios Athanasios a Itea, con prezzi che partono da 1,9 milioni di dollari. O a Modi dopo lo stretto di Corinto, o a Tokmakia al largo di Lesbo, passando per gli otto milioni necessari per aggiudicarsi Sikinos Kardiotissa. Ma l’interesse globale per questi terreni è aumentato dopo l’acquisto della piccola isola di faggio, da parte dell’Emiro del Qatar Khalifa Al Thani.

Invece a Meganissi (vicino Lefkada) Lord Rothschild ha appena acquistato 2.662 ettari di terreno nella penisola sud-ovest dell’isola, dove costruirà 14 ville extra lusso, che saranno vendute ad alcune delle persone più ricche e famose del pianeta. Interessati ai ‘prodotti’ il principe Carlo, l’attrice Nicole Kidman e il magnate russo Roman Abramovich. Quest’ultimo ha già acquistato alcuni terreni a Corfù. Si stima che in cinque anni il progetto sarà ultimato. Ogni villa sarà pari a mille metri quadrati, costruita su 200 ettari con piscina eliporto e piscina, e sarà venduta per 27 milioni di euro. “Non siamo in vendita e mi dispiace per coloro che alimentano questa vera e propria guerra – commenta amareggiata Katerina Giannaki, membro del Consiglio dei Greci nel mondo – i greci nei momenti più difficili non hanno mai umiliato nessuno, ci servirebbe un reciproco aiuto non una svendita. Anzi, siamo noi che a questo punto chiediamo di essere risarciti per i danni della seconda guerra mondiale, in quanto siamo l’unico paese che non ha ricevuto nulla proprio dalla Germania”. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 5/3/13
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martedì 5 marzo 2013

Grecia, quel piano rifiuti a “rischio” sociale


Come risolvere il dramma della spazzatura nella Grecia soffocata da debiti, memorandum e una serie di emergenze sociali pronte a detonare contemporaneamente? Il ministri dell’ambiente e degli interni, Livieratos e Stilianidis hanno prodotto un piano, le cui prime indiscrezioni parlano della volontà (per legge) di trasferire i rifiuti da regione a regione, a seconda di dove siano allocate le discariche regolari. Con la palese intenzione di chiudere le discariche non a norma. Ma con un’altra faccia della medaglia molto preoccupante, dal momento che la discarica che riceverà quella spazzatura non avrà il diritto di rifiutarla, anche se proveniente da un’altra regione. Con il rischio concreto di caos logistico e di disordini sociali dei cittadini in questione. Accade nella Grecia stremata da tre misure di Bce, Ue e Fmi in un biennio, dove per stessa ammissione del ministro delle finanze tedesco Schaeuble “il pericolo non è ancora scampato” e a pochi giorni dalla prima visita dell’anno della troika ad Atene per verificare l’applicazione corretta del memorandum, come il licenziamento di 25mila dipendenti pubblici a partire dal primo marzo.

Già alcuni mesi fa avevamo dato notizia delle enormi difficoltà registrate nel paese nel comparto ambientale e della raccolta differenziata. Con la aziende comunali incaricate di raccogliere i rifiuti che, molto semplicemente, avevano maturato con le amministrazioni locali milioni di euro di arretrati e che, per questo, avevano interrotto il servizio, con punte di criticità nella regione dell’Attica.

Problema parzialmente risolto il giorno dopo della nota visita della cancelliera Merkel ad Atene lo scorso ottobre, quando si intravidero i primi risultati del riservatissimo incontro che frau Angela tenne all’Hotel Hilton con banchieri ellenici e imprenditori teutonici e l’annuncio di quattro nuove discariche da costruire proprio in Attica (la regione con più alta densità di popolazione del paese) utilizzando il know how tedesco. Tradotto in soldoni, con le aziende berlinesi e bavaresi già in procinto di agire sul territorio e aggiudicarsi commesse milionarie.

Oggi i primi rumors sul piano del governo su cui però già si sta aprendo sui quotidiani ellenici un ampio dibattito. Come procederà il ministero con quei siti che dichiara illegali? Come li chiuderà dal momento che la decisione spetta ai Comuni? E quei Comuni che dovranno giocoforza accettare la spazzatura di altre regioni come reagiranno? Chi si rifiuterà potrebbe essere colpito da una sanzione amministrativa da parte dello stesso ministero dell’Ambiente, ma che poi potrebbe scontrarsi con la realtà drammatica di Comuni e Regioni con le casse vuote, con cittadini già provati dai tagli lacrime e sangue imposti dalla troika e che potrebbero vedere, nel caso rifiuti, la classica goccia che potrebbe far traboccare il vaso. Il riferimento, come inizia già a fare capolino in ambienti delle forze dell’ordine, è a disordini, sacche di resistenza urbana, che potrebbero essere terreno fertile per episodi di eversione e protesta violenta, così come sta accadendo da alcuni mesi in tutto il paese, con un ordigno fatto esplodere nel maggior centro commerciale di Atene lo scorso dicembre e la bomba molotov nella sede del partito di governo di Nea Dimokratia.

La prima considerazione da fare, che è anche la più semplice, è che tutte le parti in causa (quindi il ministro dell’ambiente Evangelos Livieratos e enti locali) dovrebbero comprendere come tavole rotonde e meeting non risolveranno il nocciolo della questione se continueranno a partire dal punto di partenza sbagliato. Ovvero che altri sacrifici ai cittadini non si possono più chiedere. È il governo che deve fare la sua parte questa volta.

Fonte: AmbienteAmbienti del 5/3/13
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Cipro sceglie la troika


Favorito alla vigilia, in testa al primo turno, trionfatore al ballottaggio: Cipro sceglie il merkeliano Anastasiadis (con il 57,7%) come successore dell’ultimo comunista d’Europa, l’ex presidente Dimitris Christofias. Come sette giorni prima, si lascia alle spalle il candidato della sinistra Stavros Malas, mentre il vero ago della bilancia, l’indipendente Lillikas, pare non sia ri-sceso in campo.
Subito Moody’s sottolinea come ciò aumenti le possibilità di un accordo con i creditori internazionali, anche se non muta di un millimetro la valutazione sul debito e sul rischio default.
Le prime parole del 66enne membro del Partito popolare europeo sono state: “Restaurare la credibilità di Cipro”. Le sue posizioni prevedono che Nicosia chieda senza indugi un prestito alla troika per uscire dall’incubo default in virtù del contagio ellenico, dal momento che le banche cipriote erano materialmente esposte con quelle greche nell’ordine di una cifra che si avvicinava ai 29 miliardi nel 2011, ovvero il 160% del Pil. A ciò si aggiunga che, all’indomani della ristrutturazione del debito ellenico, le banche cipriote hanno perso altri 4 miliardi, mentre tre mesi fa l’ennesimo duro colpo per Nicosia è stata la mossa di Fitch che ha declassato il loro rating a "spazzatura". Oggi, poi, l’emergenza si chiama liquidità: nelle casse dello Stato, infatti, ci sono soldi solo fino a maggio, come ha ricordato il ministro delle Finanze uscente Vasos Shiarly, dopo un incontro con il presidente e il nuovo responsabile del dicastero delle Finanze Sarris. Ma la sensazione diffusa è che la premessa principale per attingere agli aiuti di Bce, Fmi e Ue fosse proprio la vittoria del candidato gradito ad Angela Merkel, che alla vigilia delle elezioni, l’11 gennaio, era giunta a Limassol in occasione di un meeting sul budget europeo con lo stato maggiore del Ppe al gran completo.

Primo banco di prova per il neoeletto sarà proprio il rapporto con la troika, che consisterà nella negoziazione di un piano di austherity: già le tre principali banche dell'isola, infatti, sono in piena apnea finanziaria. In secondo luogo, Anastasiadis dovrà occuparsi della complessa vicenda relativa alla gestione di giacimenti di gas naturale al largo dell'isola, con i profitti attesi che ammontano a decine di miliardi di euro in virtù di un accordo di massima già siglato con Israele. Inevitabile però sarà il confronto con le consuete azioni di disturbo messe in campo da Ankara, che nei mesi scorsi si è spinta a minacciare alcune aziende internazionali che collaborano sull'asse Nicosia-Tel Aviv. Non da ultima, terrà impegnato il presidente la delicatissima questione della divisione dell'isola, con lo Stato cipriota membro dell'Ue contrastato dalla parte turco-cipriota riconosciuta solo da Ankara. Gli sforzi sin qui compiuti non hanno infatti prodotto risultati, eccezion fatta per il piano Annan bocciato dal referendum in quanto estremamente vantaggioso solo per i turchi.

Proprio in quest’ottica, la vittoria del leader conservatore cipriota è gradita anche dalla controparte turco-cipriota: il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, nonostante non perda occasione di attaccare i greco-ciprioti ricordando il loro rifiuto del piano Annan nel referendum del 2004, sottolinea che Anastasiadis all’epoca aveva fatto una campagna favorevole a quel piano: “Se continuerà in quel suo atteggiamento potrebbe essere spianata la strada per la pace” ha commentato. Ma il capo della comunità turco-cipriota, Dervis Eroglu, ha escluso retromarce: “Escludo la possibilità di ritirare le truppe turche dall'isola, non abbiamo fatto tale promessa. Soggiornare sull'isola come garanzia per il nostro Paese è una conditio sine qua non”. Come dire che siamo ancora all’anno zero.

Fonte: Rivista Il Mulino del 5/3/13
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Elezioni, ingovernabilità e ritorno alle urne: in Grecia è già successo


I grandi partiti, protagonisti storici del bipolarismo, che perdono almeno un terzo dei voti; la protesta e il voto contrario al sistema che conquista uno spazio inimmaginabile; un’ingovernabilità che diventa scomodo incubo anche per Borse in fibrillazione e per titoli di stato da piazzare, possibilmente, non al ribasso. Con al centro le preoccupazioni dei mercati e di un’Europa che non crede ai propri occhi. Non è solo la contingenza dell’Italia di oggi, ma l’esatto scenario accaduto lo scorso anno in Grecia alle elezioni politiche di maggio. Quando socialisti del Pasok e conservatori di Nea Dimokratia vennero terremotati dall’onda radicale di Alexis Tsipras e del suo Syriza. Che dalle urne uscì trionfatore, secondo classificato con il 16,7% mentre i consensi dei “dinosauri” della politica greca vennero letteralmente dimezzati: conservatori al 18%, socialisti al 13%, con l’astensione record del 40%.

Un’ingovernabilità figlia di un caos politico e partitico quella greca, risolta poi con l’attuale governo di salute pubblica poggiato su tre “gambe” anomale, ovvero Nea Dimokratia, Socialisti e Sinistra Democratica e soprattutto senza Tsipras all’indomani di una nuova chiamata alle urne. Ma come nacque quell’esecutivo? E soprattutto a che prezzo? Il primo voto del 6 maggio 2012 consegnò alla storia un Parlamento in carica per un solo giorno, in cui esito fu un terremoto per la vecchia politica che, nei fatti, aveva creato le premesse al buco miliardario nei conti pubblici ellenici. A cui i cittadini risposero consegnando 52 deputati al Syriza, ma anche il 7% ai neonazisti di Alba dorata. La freschezza del leader Tsipras fu premiata dagli elettori, in ansia per un futuro allora incerto e oggi devastante, convinti che fosse giunto il momento di virare da una politica indiscriminatamente liberista verso una più modellata sul welfare e sui temi sociali. E’ grazie a queste sfumature che Tsipras, l’unico a fare veramente il pieno durate i comizi, riuscì a pescare oltre il classico bacino elettorale della sinistra radicale, ma fece presa anche sulla classe media, su quella che si è vista stipendi e pensioni ridotte del 20% e che subisce l’iva al 23%. Ma il leader del primo partito, il conservatore Antonis Samaras proprio come Pier Luigi Bersani aveva bisogni dei numeri degli altri per formare un governo. E al primo tentativo fallì, registrando i “no, grazie” proprio di Tsipras, poi dei socialisti di Venizelos e infine dei democratici del Dimar. Furono giorni di fuoco non solo nella Grecia che distribuiva rimborsi elettorali per cento milioni mentre nel Paese iniziavano a scarseggiare i farmaci antitumorali, ma anche perché l’Eurozona temeva seriamente il peggio. Per qualche ora si aprì lo spiraglio del governo tecnico, e dopo il fallimento delle consultazioni sembrava che il capo dello Stato Papoulias avesse raggiunto l’obiettivo di un esecutivo di unità nazionale con moderati e socialisti. Invece Alexis Tsipras decretò: “Non ci chiedono solo di essere d’accordo, ma anche di essere complici”.

Ma poi fu chiaro che l’unico risultato portato a casa fu di un grosso, grasso pasticcio greco: niente accordo di governo, e nuove elezioni. Un mese dopo, complice l’endorsement di Merkel per un patto pro Ue, le urne licenziarono una maggioranza composta da Nuova democrazia (al 29,6%) e dai socialisti (in calo al 12%). Battuta, ma comunque in crescita, la sinistra radicale (seconda, al 26%) che dichiarava di voler stare all’opposizione. I conservatori annunciarono il varo di un esecutivo in tempi brevi ma con miliardi di eurobruciati” dalle borse europee e con la sensazione di aver accumulato altro ritardo per via delle seconde urne che si sommava a quello storico, visto che già il premier tecnico Papademos in carica nel novembre 2011 per soli quattro mesi aveva individuato in un memorandum la soluzione alla crisi. Ieri la Grecia, oggi l’Italia. Dove il Movimento 5 Stelle deve decidere se trovare il modo di far partire un governo (magari uscendo dall’aula al Senato al momento della fiducia), oppure puntare a nuove elezioni e cercare di prendere ancora più voti.

Anche se le differenze tra Italia e Grecia ci sono, e sono grosse. Ad Atene la famosa frase, “state attenti, stiamo arrivando” non la pronunciò Tsipras ma Nikolaos Mikalioliakos, il leader dei neonazisti di Alba dorata, un attimo prima di raccogliere il 7% dopo quarant’anni di embargo dal Parlamento. Quello stesso parlamento che oggi, dopo otto mesi, è teatro di una sentenza storica: l’ergastolo comminato al sindaco di Salonicco Vassilis Papageorgopoulos perché accusato di aver rubato 18 milioni di euro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4/3/13
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lunedì 4 marzo 2013

Grecia, otto anni all’ex ministro della Difesa per evasione fiscale


E due. Otto anni di reclusione e una multa da 520mila euro per l’ex ministro della difesa greco Akis Tzogatzopoulos, braccio destro di Papandreu senior, accusato di evasione fiscale per le dichiarazioni dei redditi dal 2006 al 2009. Lo ha deciso il tribunale ellenico per un “mostro sacro” della politica greca, protagonista indiscusso degli ultimi trent’anni e che si trova in carcere dallo scorso maggio anche per un’altra accusa, ben più grave: aver creato un giro di società off shore almeno da 100 milioni di euro per celare i proventi di presunte tangenti ottenute dalla compravendita di armi oltre che dallo scandalo Siemens. E dopo l’ergastolo inflitto pochi giorni fa al sindaco di Salonicco per furto di 18 milioni dalle casse comunali, iniziano a tremare tutti gli amministratori locali che hanno maneggiato milioni per le opere pubbliche delle Olimpiadi del 2004.

In particolare l’atto di accusa contro Tzogatzopoulos include i dati relativi alla mancata dichiarazione del 2006 per circa 47mila euro tra depositi, azioni e titoli. Allo stesso modo nel 2007 per circa 33mila euro tra depositi e prodotti di investimento e nel 2008 di 20.000. Circa la posizione contributiva del 2009 pende anche il caso della Aeropagita, la società fallita, che ha portato all’arresto di sua moglie. L’ex ministro nega le accuse e che gli sono valse una condanna storica, sostenendo di aver fornito elementi di prova sufficienti per giustificare tutti i suoi beni. Durante la lettura della sentenza è stato richiamato più volte dal giudice, anche con attimi di tensione in Aula, che lo ha accusato di scarso rispetto verso la Corte a causa del fatto che era in piedi con una mano in tasca e si mostrava piuttosto annoiato dall’udienza.

Ma questa è solo una delle accuse a suo carico, in quanto il nome di Tzogatzopulos compare accanto a tutti i dossier che scottano degli ultimi anni. Si pensi al caso del suo compagno di affari, l’intermediatore Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d’albergo lo scorso ottobre, proprio quando nel paese scoppiava lo scandalo della lista Lagarde, l’elenco dei 1.991 illustri evasori che provocò l’arresto di Kostas Vaxevanis, il primo giornalista che lo pubblicò sul suo settimanale dopo che era circolato in alcun redazione europee (compresa quella del fattoquotidiano.it). Tzogatzopulos di quella lista certamente conosceva l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato impiccato una settimana prima nella sua abitazione di Volos, forse proprio perché figurava in quell’elenco. E anche l’ex direttore del dipartimento crimini finanziari Yannis Sbokos. Chissà se conosceva anche gli intermediari del colosso tedesco Siemens, che in occasione delle Olimpiadi greche del 2004, quelle costate il triplo del previsto, venne accostato a un anomalo e ingente flusso di denaro per assicurarsi commesse e appalti. Con le stessa azienda tedesca che ammise (solo in seguito) pagamenti in nero per circa 1,3 miliardi di euro con la conseguente rivoluzione all’interno del proprio management, costretti alle dimissioni il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegato Klaus Kleinfeld.

La seconda condanna in pochissimi giorni sta producendo un effetto a catena nella Grecia stremata dal memorandum e che riceve in queste ore il “controllo periodico” della troika. Secondo fonti giudiziarie pare che molti amministratori locali delle città greche interessate dalle grandi opere realizzate proprio in occasione delle Olimpiadi, sarebbero in questi giorni attenzionati dagli inquirenti per accertare provenienza e destinazione di commesse milionarie per quei lavori pubblici. Con una forte tensione tra cittadini, in ginocchio per le misure lacrime e sangue e con una sollevazione popolare, sotterranea e indignata, che starebbe per esplodere come dimostra un allarme bomba (poi rivelatosi falso) giunto alla redazione del quotidiano Elefterotipia: annunciava quattro zaini bomba pronti ad esplodere dopo due ore nel centro della città. Uno di essi era posizionato nelle vicinanze della sede della televisione di stato ERT, l’altro accanto ad una concessionaria della Volkswagen. Gli artificieri hanno constatato che erano senza innesco. 

“Un passo prima dell’esplosione sociale” titola oggi il popolare quotidiano Kathimerinì secondo cui il rischio di esplosione incontrollata sociale è assolutamente reale. “Non fatevi ingannare dal fatto che i cittadini non sono particolarmente coinvolti in manifestazioni di massa – scrive nel suo editoriale Alexis Papahelas - Quando si sentono storie di gente pronta a sollevarsi contro tutti, ben si comprende come i prossimi mesi saranno molto difficili. E la loro disperazione, lontana da ideologie e dai partiti, rende la situazione estremamente infiammabile”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4/3/13
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Pillole di rinascita: se l’8 marzo è dedicato alle donne del Mediterraneo…


La donna celebrata, dipinta, immaginata e issata a bandiera di emancipazione attiva. Ma intesa non come la stucchevole immagine di mamma e basta, bensì come alfa da cui far nascere o rinascere una vita nuova. E poi donna intesa come cultura, un’alcova dove far germogliare il seme del sapere, tratteggiandolo e accompagnandolo lungo le coste di quel grande lago salato che è il Mediterraneo. Per ricordare che qui, proprio al centro della crisi e della culla della civiltà, si può ricominciare dopo i venti della crisi. Dedicare l’8 marzo alle donne del Mediterraneo come accadrà a Roma  non è solo un’idea, ma un dovere, ragiona Katerina Giannaki, membro del Consiglio dei Greci nel mondo e del Coordinamento Forum Donne Mediterraneo. Perché proprio lì le donne soffrono ancora discriminazioni e diritti mancati, lì dove sono vive sterili contrapposizioni ideologiche, politiche e religiose. Che troppo spesso relegano la figura femminile a secondaria o la ghettizzano cassandola dei diritti fondamentali. Quando invece, proprio dalle giovani studentesse, è iniziata la primavera araba che ha scosso le piazze di Tunisi, Cairo, Beirut, Bengasi, Atene, Tirana. 

Donna era Neda, la ragazza uccisa a Teheran nel giugno del 2011 da un miliziano mentre manifestava insieme al padre, diventata simbolo della rivolta dell’opposizione iraniana. E dedicare quella giornata alle donne sulla spinta delle litografie del pittore grecosiriano Julianos Kattinis, maestro nel dare forme, colori e pulsioni a due entità che si mescolano e si completano, è un’operazione sociale prima che artistica. Donne e Mediterraneo. “Non possiamo scappare dalla natura” osserva il maestro alla soglia degli 80 anni, da mezzo secolo residente a Roma, dopo aver esposto nelle maggiori gallerie del mondo, come le Grafiche Sammlung Albertina di Vienna, il Centro di cultura francese di Amman, il Centro di Cultura egizia di Damasco, Palazzo Braschi a Roma, passando per i musei di arte contemporanea di Madrid, Parigi, Houston e Stoccolma. Perché quella natura, secondo il pittore ed incisore all’acquaforte, non può prescindere dai volti femminili del Mediterraneo segni e simboli che hanno contraddistinto le culture mediterranee – medio orientali negli ultimi secoli. 

Olii, incisioni, acquaforte, lineografie, serigrafie, litografie. Colori e anime per ritagliare le forme delle donne del Mesogheios: la speranza a cui questa Europa deve aggrapparsi.

Fonte: Formiche del 4/3/13
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venerdì 1 marzo 2013

Salonicco, ergastolo per l’ex sindaco: rubati 18 milioni

Il tribunale di Salonicco ha decretato l’ergastolo per l’ex sindaco Vassilis Papageorgopoulos (senza alcuna attenuante) per aver rubato quasi diciotto milioni di euro di fondi comunali. Per la prima volta nella storia della repubblica ellenica un uomo politico è condannato al carcere a vita per un reato simile ed è un verdetto dal valore altamente significativo, perché pronunciata in un momento di crisi. Al popolo sono imposti sacrifici epici, mentre la casta non mostra di aver ben compreso la gravità della situazione, con sacche di privilegi ancora intoccati (come la fondazione della Camera dei Deputati con un costo di 2,5 milioni annui). Tutti concordano nel definire la pronuncia dei giudici come un segnale preciso alla classe politica greca, colpevole negli ultimi tre decenni di non aver vigilato a sufficienza sulla voragine economica che si è aperta nel Paese e che, complice gli sprechi e l’elevatissimo tasso di reati contro la pubblica amministrazione, hanno reso i conti ellenici disastrati.

Il panico che si è abbattuto su moltissimi amministratori pubblici che presto potrebbero finire nell’occhio del ciclone per una gestione scellerata di regioni e prefetture. Pochi mesi fa, in occasione delle indagini sulla lista Lagarde dei duemila evasori ellenici, fonti giudiziarie avevano confermato di aver scovato sui conti correnti di alcuni prefetti cifre astronomiche, come uno nella regione della Fthiotida che pare avesse liquidità disponibile per undici milioni di euro e su cui il nucleo di Polizia finanziaria, lo Sdoe, sta ancora indagando per accertarne la provenienza. 

Papageorgopoulos ha ottenuto una cella per non fumatori tra le urla degli altri detenuti, che lo hanno epitetato “atsalàkoto”, che in greco vuol dire senza pieghe, per via del doppio petto impeccabile che indossava al suo ingresso. Ed è il secondo nome eccellente ad essere finito in carcere. Il primo fu lo scorso maggio Akis Tsogatzopoulos, l’ex ministro della Difesa e braccio destro del premier Andreas Papandreou accusato di aver strutturato società off shore come vere e proprie scatole cinesi per almeno cento milioni di euro, “destinatarie” dei proventi di presunte tangenti per la fornitura di armi al paese che, è utile ricordare, è il secondo acquirente del continente per volume di affari (l’ultima commessa è di dieci miliardi di euro e risale al mese scorso, nonostante le misure lacrime e sangue imposte dalla troika). La giornata di ieri, con l’ingresso in carcere di Papageorgopoulos, scrive oggi il popolare il quotidiano Kathimerinì, “è una pietra miliare negli affari pubblici del paese anche per la combinazione con l’abolizione dell’immunità per i politici”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 1/3/2013
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Crisi greca, ora la Croce Rossa svizzera dimezza la fornitura di sangue


Troppi debiti non pagati dalla Grecia. Così tanti che dopo i casi dei farmaci anti hiv e di quelli antitumorali, che nel Paese non arrivano più perché lo Stato non sa come pagarli, ora è la volta della fornitura del sangue che la Croce Rossa svizzera ha deciso di dimezzare entro il 2020. Questo qualcuno si chiama Svizzera. Il motivo? Cinque milioni di franchi di pagamenti arretrati. Dal primo gennaio del 2015, quindi, guai ad aver bisogno di sangue: dalla Svizzera arriverà con il contagocce. Da Berna fanno sapere che il denaro proveniente dall’Egeo sarebbe servito per i costi amministrativi, di laboratorio e della logistica. Oltretutto, sottolinea Rudolf Schwabe direttore delle donazioni di sangue della CRS, “il sangue viene donato gratis”. Ma i mancati pagamenti non erano più sostenibili.

Già lo scorso mese di luglio era scattato l’allarme sanitario in Grecia, con la drammatica storia di una paziente affetta da neoplasia che aveva dovuto provvedere di tasca propria a pagare il ciclo chemioterapico di cui aveva necessità. Senza contare gli altri riverberi “sanitari” della crisi, con i farmacisti che hanno atteso tre anni per ottenere dallo Stato un acconto di quei rimborsi sui denari anticipati per l’acquisto dei medicinali, circostanza che ha causato la chiusura nel solo 2012 di cento farmacie. Intanto si avvicina il ritorno della troika ad Atene: nella serata di domenica gli emissari di Bce, Ue e Fmi faranno capolino nella capitale ellenica per verificare se gli impegni richiesti sono stati assolti dal governo, si veda alla voce privatizzazione e tagli. A partire dal licenziamento di 25mila dipendenti pubblici, conditio sine qua non per la prima tranche di aiuti dell’anno da 2,3 miliardi di euro. Su cui il governo Samaras non ha ancora dato la certezza a procedere per timore di rivolte sociali.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28/2/13
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giovedì 28 febbraio 2013

Grecia ‘spolpata’ ancora dalla casta: Fondazione Camera costa 2,5 milioni

La Grecia letteralmente in ginocchio, anche per il nubifragio record sull’Attica (il peggiore dal ’61 a oggi, che ha fatto una vittima di 23 anni), attende la nuova “visita” della troika che dica sì alla prima tranche dell’anno da 2,3 miliardi di euro. E intanto la “casta” ellenica continua ancora a sprecare il denaro pubblico. E’ il caso della Fondazione della Camera dei Deputati, istituita nel 2003 per offrire un vettore di comunicazione tra il parlamento ellenico e i cittadini attraverso la produzione e fornitura di progetti di alta qualità in campo culturale, storico e istituzionale, ma con costi fino a oggi proibitivi. Il bilancio dello scorso anno è stato di 2.508.900 euro, in zona Cesarini ridotto a 1.988.853 euro, utilizzati per progetti preventivati ​​con le scuole (480mila euro), stipendi del personale, pubblicazioni (347mila euro), 415mila euro per programmi educativi, 170mila euro per le spese amministrative. Per l’anno appena iniziato si pensava che l’istituzione fosse tra quelle soppresse e invece la casta ha pensato bene di limarne solo il budget, scendendo a 1.856.000 euro. E con un programma niente affatto sobrio, tra cui spiccano l’omaggio a Manos Hadjidakis, con progetti e proposte culturali del compositore e in primavera il cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Gregoris Lambrakis, l’atleta e uomo politico fondatore del “Comitato greco per la pace internazionale” assassinato a Salonicco nel 1963.

Alla voce “uscite” vanno poi aggiunti i costi esorbitanti per gli immobili del parlamento. Venti giorni fa al presidente della Camera, Evangelos Meimarakis, è stato sottoposto un report da parte di emissari della troika in cui si evidenziavano in rosso le spese macroscopiche evitabili. Il riferimento è ai canoni di locazione per gli uffici del Parlamento nella centralissima piazza Syntagma ad Atene, che per il solo 2012 sono stati di 4 milioni e rotti. I numeri sono scoraggianti: nonostante la crisi, negli ultimi tre anni a carico dell’erario ellenico ci sono stati 406mila euro al mese per gli edifici in affitto, per un totale consolidato di 4.340.000 euro nel 2012. Emblematico è il caso dell’edificio governativo situato in Odòs Amalìa con un affitto di 96.500 euro che ospita l’Ufficio dei programmi europei e gli studi televisivi della Camera, un canale digitale dove sono impiegati venticinque tra giornalisti e operatori dotati delle tecnologie all’ultimo grido, ma che in tempi di magra come questi sembrano uno sproposito. Altra nota dolente è l’edificio situato in Vasilissis Sofias con vista sul Parco nazionale, dove è allocato il cuore del meccanismo amministrativo e finanziario del parlamento, che pesa per un canone mensile di 140mila euro.

Il tutto mentre accade una cosa alquanto singolare: nonostante lo Stato abbia in cassa 4 miliardi di euro e il vice ministro all’economia Staikouras abbia firmato mandati di pagamento per arretrati vari (contratti con la pubblica amministrazione, forniture, debiti dello Stato verso ordini professionali e imprenditori) per quasi un miliardo di euro, sono stati pagati solo 140 milioni.

Intanto anche la Commissione europea “si accorge” che l’anno che si è aperto è stato drammatico per l’occupazione in Grecia con prospettive ancora meno incoraggianti per il 2014: in particolare il tasso di disoccupazione in questi primi due mesi è schizzato al 27% (è del 61% fra i trentenni), ovvero di tre punti percentuali pieni (circa 150.000 persone) rispetto al mese di novembre. Solo pochi mesi fa la stessa Commissione aveva previsto che la disoccupazione sarebbe scesa almeno di un paio di punti. L’istituzione comunitaria si è detta preoccupata per il calo della domanda, che influenzerà investimenti e occupazione. In parallelo, stima che gli investimenti continueranno a diminuire in Grecia nel corso del 2013, e le imprese avranno da affrontare un problema ancora maggiore di liquidità. Infine, l’inflazione, negativa non solo quest’anno, ma anche nelle previsioni per il 2014.

Una possibile soluzione? Potrebbe essere lo sfruttamento degli idrocarburi di cui è ricco il mar Egeo, ma proprio in questi giorni riemergono vecchie ruggini con la Turchia per la zona di sfruttamento esclusivo. Tema sul quale ieri sera è intervenuto il compositore Mikis Teodorakis con una frase sibillina: “Siamo a mezzo metro dalla sorgente, ma non riusciamo a bere l’acqua”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/2/13
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lunedì 25 febbraio 2013

Rischio Grecia per l’Italia? L’esperienza di Atene


Esiste un rischio Grecia per l’Italia con la piena ingovernabilità post elettorale che porti a nuove elezioni? L’unica legge elettorale peggiore del Porcellum italico, infatti, è proprio quella in vigore in Grecia che ha prodotto quattro tornate elettorali con altrettanti governi instabili in soli otto anni, ultimo quello nato già zoppo nel maggio scorso a causa di un sistema farraginoso che sacrifica la governabilità. In quanto si attribuisce il premio di maggioranza al primo partito e non alla coalizione vincente, per cui sono stati varati esecutivi fragili che non hanno portato a termine né il programma di governo né le riforme di cui oggi l’Europa chiede conto.

La legge elettorale greca infatti prevede una sorta di proporzionale “rinforzato”. In tutto ci sono cinquantasei circoscrizioni elettorali dipendenti dal numero delle prefetture. E quella più popolosa, nella capitale, dispone di più circoscrizioni. Ognuna delle circoscrizioni elettorali elegge un numero di deputati proporzionato al numero dei residenti. Ma mentre 288 dei 300 seggi sono dati dal voto nelle circoscrizioni, (con la possibilità per gli elettori di esprimere una o più preferenze per i singoli candidati), i restanti dodici seggi vengono assegnati con una lista nazionale. 
All’interno della quale i seggi sono assegnati in proporzione ai voti di ciascun partito e con una soglia nazionale del 3%. Il premio di maggioranza che consiste in quaranta seggi è assegnato al partito che a livello nazionale raccoglie più voti.In occasione delle politiche del 2012 in Grecia si è andato a votare due volte in un mese, dal momento che il primo partito, i conservatori di Nea Dimokratia, pur avendo più voti e quindi più seggi in virtù del premio di maggioranza (108 seggi su 300), non erano in grado da soli di “coprire” la maggioranza della Camera dei Deputati (erano necessari 151 su 300 seggi come minimo).

 Per cui il primo passo fu quello di tentare alleanze trasversali con tutti i partiti tranne che con i “nemici” secondi classificati, ovvero la coalizione radicale guidata dal giovane Alexis Tsipras contraria al memorandum della troika (che aveva raccolto 52 seggi su 300).Ma neanche un’alleanza con soli socialisti avrebbe consentito all’attuale premier di raggiungere quota 151, per cui in occasione della seconda chiamata alle urne nel giugno scorso e su forti pressioni da parte della troika, Nea Dimokratia giunse sì ad un accordo per varare un governo di salvezza nazionale ma non con il secondo partito, appunto il Syriza, bensì con il terzo e addirittura con il quarto classificato, rispettivamente i socialisti del Pasok e la sinistra democratica del Dimar. Componendo l’attuale anomalo esecutivo a “tre gambe”, con divergenze strutturali che ne hanno condizionato l’attuazione programmatica. Un ritardo che, con la crisi che morde imprese e cittadini, può essere letale.

Fonte: Formiche del 25/2/13
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La lezione greca serva a Cipro: questa volta niente euro errori


La vittoria alle presidenziali cipriote del merkeliano Anastasiadis ha una priorità su tutte: evitare gli errori commessi in Grecia con le storture di un memorandum che è stato rateizzato in tre tornate di tagli, che non hanno risolto a monte il buco strutturale di Atene. Perché non è sufficiente combattere una montagna di debiti con un’altra montagna di debiti, ma oltre all’imprescindibile austerità della spesa pubblica e dei costi della casta occorre uno stimolo alla ripresa economica. L’esposizione delle banche cipriote nel default greco è impressionante. Si calcola che nel 2011 fosse quantificato in 29 miliardi, ovvero il 160% del pil. Inoltre, in virtù della nota e sofferta ristrutturazione del debito ellenico, alle banche cipriote sono stati “sottratti” altri quattro miliardi. Numeri pesanti che si sommano alla contingenza della crisi avvertita fuori dai palazzi del potere, con aziende che chiudono e riforme che tardano ad arrivare.

Per questo il neo presidente ha già dichiarato di voler impedire distorsioni nel memorandum che colpisce le classi più deboli. Sul tavolo vi sarebbe già una sua proposta per un esecutivo di salvezza nazionale aperto a tutte le forze politiche e sociali che condividono una visione riformatrice.Punto di partenza, ha detto ai cronisti ieri sera, è “tenersi per mano per combattere la battaglia della crisi”. Il primo a complimentarsi con il neo eletto è stato il premio nobel per l’economia Christopher Pissarides (un caso?) che proprio all’inizio della crisi greca si era detto favorevole ad una sorta di default controllato per Atene al fine di attutirne i riverberi, ma al contempo evitare un memorandum suicida. Poi le cose, come è noto, andarono diversamente.  Per il cipriota, che è docente alla London School of Economics, si vocifera di un possibile incarico al dicastero delle Finanze.

Ma il difficile, come molti analisti concordano nel dire, spetta alla capacità del neo presidente di spuntare condizioni non troppo gravose con i creditori circa il maxi prestito, e gestire un attimo dopo le conseguenze di quell’immissione di denaro esterno. I numeri, al momento, sono drammatici: la Commissione europea prevede per l’anno in corso una diminuzione del pil dell’1,7% oltre a un aumento del deficit di bilancio, che può raggiungere il 6% del pil. Allo scorso dicembre il “rosso” era pari a quindici miliardi di euro. Per una ricapitalizzazione del sistema bancario, sulla base delle stime di Pimco, servirebbero 8,8 miliardi di euro. Oltre a 1,2 miliardi di euro per le banche di credito cooperativo. Inoltre sarebbero necessari altri 1,5 miliardi per coprire i deficit di bilancio e 6 miliardi per rifinanziare il debito.

Ma, al netto di indici e previsioni, il passo che si può auspicare per chi dovrà affrontare il dossier Cipro, è che non si commettano errori di valutazione, proiezioni reali di crescita e di impatto delle misure, per evitare il rischio Grecia, dove è andato in scena non uno ma un triplice memorandum con tre diversi tagli, con ritardi nelle privatizzazioni e nelle liberalizzazioni. E con popolazione e aziende in estrema sofferenza, non propriamente convinti che ne sia valsa la pena.

Fonte: Formiche del 25/2/13
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sabato 23 febbraio 2013

L'amara cicuta che tocca all'Ellade



“Non è un sogno la vita - cantava l'inventore del rebetiko, Vassilis Tsitsanis, nel 1968 - né una festa. Stasera che ci siamo separati è solo un calice amaro”. Quarantacinque anni dopo quelle parole e quelle serate trascorse, tra sogni e arti, nell'incantevole Plaka ai piedi dell'Acropoli assieme a Melina Mercouri, Sotiria Bellou e anche il nostro Tognazzi, ben altro è il calice che tocca all'Ellade, ancora più amaro. Ieri il dopoguerra e la ricerca del benessere, i totalitarismi in terra di Grecia, l'avanzata del regime dei colonnelli. Oggi la cicuta del memorandum, da mandare giù il più rapidamente possibile, pena il default nel default, che già si è impossessato di un Paese intero e dei suoi cittadini, oppure da respingere (ma come?). Non sono ancora troppe le occasioni in cui si racconta cosa significhi esattamente crisi nella Grecia colonizzata, dalla troika da un lato e da una classe dirigente irresponsabile dall'altro. Perché i denari che Bce, Fmi e Ue hanno prestato ad Atene per l'85% vanno alle banche sotto forma di ricapitalizzazione e solo le briciole agli enti locali per pagare stipendi, pensioni e bollette della luce. E soprattutto non solo tutti sanno che non potranno essere restituiti, ma non mutano di una virgola il panorama attuale: disoccupazione record al 27% con un trend annuale che la porterà al 30%, aziende che chiudono come funghi, scioperi a tappeto da parte di tutte le categorie, università abbandonate da un numero sempre maggiore di studenti, impoverimento progressivo del ceto medio in virtù di tre tagli consecutivi a stipendi, pensioni e indennità, ong che agiscono già sul territorio per supplire alle deficienze “sociali” di uno Stato e del suo Parlamento, malati terminali che non trovano facilmente i farmaci salvavita di cui necessitano, cento farmacie chiuse in un anno per via dei debiti che lo stato ha con la categoria.

Ed ecco che, a fronte di una contingenza simile che fisiologicamente può soltanto peggiorare, a fare notizia sono i riverberi sociali di rapporto debito/pil e timori di nuove misure come tra l'altro non ha escluso il titolare dell'economia, presentando in Parlamento il maxiemendamento fiscale a medio termine 2013-2016. Sono i movimenti tellurici della società, i progressivi passi indietro che gli undici milioni di greci sono costretti a fare. Tornando a vivere in provincia dove il costo complessivo è inferiore rispetto alle grandi città, o scegliendo la dolorosa vita dell'emigrazione in Svezia o Germania, o chiedendo asilo ad anziani genitori per “abbattere” le spese fisse di luce e gas. Con una scena che dà la cifra di quale mutazione stia avvenendo nel paese, dove in alcuni giardini spuntano nuovi pollai appena costruiti, sintomo di una precisa volontà “casalinga” e di involuzione economica. Quando il costo della vita si eleva a target milanesi e, al contempo, i salari diventano irrimediabilmente bulgari, i cittadini si organizzano come possono.

Non è demagogia o populismo scagliare la prima pietra contro chi amministra, dal momento che gli squilibri appaiono enormi a fronte di sacrifici indicibili per cittadini e cittadine. Il pensiero corre a quei 35 deputati che hanno appena chiesto un prestito a condizioni favorevolissime alla banca della Camera, mentre molti imprenditori, fra i duemila suicidi da crisi registrati nell'ultimo biennio, non riuscivano ad ottenere neanche un centesimo in più dal proprio istituto di credito, o altro tempo per rientrare del “rosso”. O a coloro che affollano la Lista Lagarde degli illustri evasori, compresi quegli ex ministri che l'hanno occultata o manipolata mentre non pochi sono i greci che, non riuscendo a pagare l'Imu, sono costretti a svendere la propria abitazione. O a ministro e viceministro delle finanze che hanno sì varato una legge contro il cumulo delle pensioni da parte della casta ma con validità a partire dal 2013 salvando, di fatto, se stessi e tutta l'allegra brigata che dalle Olimpiadi del 2004 ad oggi ha speso ciò che non aveva, mentre i fondi pensione di alcuni ordini professionali sono a secco, prosciugati da qualche malsana operazione in stile Monte dei Paschi di Siena. Il tutto mentre solo ora il commissario Ue alla Salute Borg si accorge dei disservizi sanitari e va in missione nel paese per discutere di temi legati alla sicurezza della catena alimentare, dopo anni di oggettivo disinteresse; con milioni di euro scialacquati senza un ritorno effettivo per i territori; senza un regime di controlli severi da parte dell'euroburocrazia; dopo un'esagerato ricorso ai parchi eolici su cui ora la magistratura inizia ad indagare; con il rischio di un'agenda nascosta da parte del governo che non scopre le carte circa la modalità di investimenti internazionali che già ci sono, ma a fronte di un costo del lavoro irrisorio che fa fatturare solo i grandi nomi. Uno scenario sul quale si avventano, come felini affamati, le violenze estremiste: con i neonazisti di Alba dorata che sfondano quota 11% e si posizionano in pianta stabile come terzo partito del paese, e con nuovi episodi legati all'eversione che sono sfociati in conflitti con le forze dell'ordine e sgomberi forzati nei giorni successivi agli attacchi molotov contro la sede del partito di governo e contro un centro commerciale ateniese.
E mentre alcuni docenti spagnoli nel protestare contro una riforma che sacrifica proprio gli studi classici avviano una campagna pro Grecia. Perché, scrivono in un lungo appello destinato ai social network, “greche sono le nostre radici, greci sono gli antichi testi che hanno aperto i nostri orizzonti. Eliminare quel bagaglio sarebbe come dire ai nostri studenti di non pensare”.

Racconta Esopo, nella favola del pescatore, che questi batteva l'acqua dopo aver teso le reti e sbarrato la corrente dall'una all'altra riva. E lo faceva con una pietra legata a una funicella, perché i pesci, fuggendo all'impazzata, andassero ad impigliarsi proprio tra le maglie. Ma uno degli abitanti del luogo lo richiamò perché in quel modo insudiciava il fiume e rendeva loro impossibile bere acqua limpida. L'altro replicò: “Ma se non intorbido così l'acqua, a me non resta che morir di fame”. Così anche negli Stati, per i demagoghi gli affari vanno bene specialmente quando riescono a seminare il disordine nel loro paese.
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Fonte: Gli Altri settimanale del 22/02/13
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mercoledì 20 febbraio 2013

“Drizza le antenne” cara Italia, la Grecia non è su Marte…



Il fatto che non faccia più notizia, almeno in Italia, non significa che vada ignorato. Il primo sciopero generale dell’anno in Grecia sta passando inosservato, “coperto” da noiosi dibattiti pre elettorali e polemiche ad hoc che, come la panna, si smontano dopo qualche ora. Oggi quarantamila persone hanno sfilato per le piazze della capitale ellenica per dire che, semplicemente, non ne hanno più. Agricoltori a cui non conviene più raccogliere prodotti che non venderanno, studenti universitari costretti a interrompere il percorso di laurea per costi elevati di frequenza, dipendenti pubblici che dal primo marzo (in 25mila) saranno licenziati, pensionati che hanno subito tre tagli in due anni, giornalisti disillusi, medici, avvocati, ingegneri, insegnanti, commercianti, imprenditori: tutti con sul proprio corpo i graffi della crisi. Con qualche scontro con le forze dell’ordine sfociato in lancio di gas lacrimogeni.E a tre giorni dal nuovo viaggio della troika che sarà ad Atene per la prima tranche di denari del 2013 (2,3 miliardi di euro) da avallare previo taglio dei suddetti dipendenti pubblici. Anche il presidente francese Hollande, lasciando Atene ieri dopo un bilaterale, lo ha sottolineato: non si vive di solo rigore. 

Perché dopo il massacro dei tre memorandum, con stipendi bulgari da 500 euro e prezzi “milanesi”, in Grecia non resta un briciolo di energia produttiva per rimettere in moto un’economia morta e sepolta, per liberalizzare un mercato intrecciato alla vecchia politica delle tre dinastie che da sette lustri comandano il Paese, per internazionalizzare con ricadute reali sul territorio, per non ridurre la solidarietà ad uno sforzo solo delle ong.Ma a stridere ancora di più è il silenzio dei cugini italiani. Che non dipende solo dalla campagna elettorale, sarebbe da ingenui pensarlo. Forse la Grecia “specchio” della crisi sistemica, economica e sociale, di un continente a un passo dal default, non è un’immagine che aggrada il perbenismo di chi non si mette in discussione. Di chi non si interroga sugli errori commessi, sulle migliaia di occasioni sciupate da amministratori che non hanno liberalizzato salvaguardando rendite di posizione e una spesa pubblica che non ha eguali a nessuna latitudine, con manager regionali e presidenti di provincia che guadagnano quanto Barack Obama. 

I 40mila greci in piazza oggi, come anche i centomila che la notte del voto della Camera per le ultime misure nell’ottobre scorso hanno manifestato sotto una pioggia incessante, sono scomodi perché potrebbero rappresentare una sorta di ritorno al futuro. In quanto offrono lo start per accendere i motori di una macchina del tempo, con direzione domani. Ma che, proprio per questo e per la concomitanza di indici industriali e di vita reale che assomigliano sempre di più a quelli della Grecia pre crisi, non dovrebbero essere ignorati dall’Italia. Anzi, scrupolosamente attenzionati. E non relegati a scomoda cornice.

Fonte: Formiche del 20/2/13
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martedì 19 febbraio 2013

Grecia, le banche concedono prestiti ai parlamentari ma non ai cittadini



La Grecia collassa e la politica si mette un passo “avanti”. La metafora è quantomai indicata per raccontare un altro capitolo del teatro dell’assurdo che sta andando in scena a ottanta chilometri dalle coste italiane. Secondo il quotidiano Parapolitika più di 35 parlamentari hanno chiesto alla Banca della Camera un prestito per “eccezionali necessità finanziarie” e ciascuno di loro ha già ricevuto la somma di 10.000 euro, mentre altre quindici domande sono in attesa di essere valutate. Così mentre da un lato troika e euroburocrati chiedono sacrifici occupazionali, dall’altro la casta ellenica non pare scalfita da spending review né da privazioni di alcun genere. Infatti le banche nazionali non concedono più prestiti ai cittadini “comuni mortali” per via di garanzie che scarseggiano sempre più, con il risultato di un mercato ancora fermo e con aziende che chiudono. Con conseguenze anche sociali, si veda un altro suicidio da crisi (siamo a quota 2100 dal 2010): un 57enne vicino Volos che si è impiccato ieri perché travolto dai debiti.

Maledetta povertà. In un solo mese (gennaio 2013) secondo i dati dell’Agenzia nazionale dell’occupazione, sono stati persi 32.209 posti di lavoro. Raggiungendo un numero totale di disoccupati pari a 829.787 persone (4,04% di aumento). Numeri che si abbattono in giorni drammatici per il paese, dove la disoccupazione sta facendo segnare record su record (27%, con il 61% tra i giovani), dove gli agricoltori protestano ininterrottamente, con le sacche di violenza ideologica che tornano a riempirsi di odio e intolleranza. Ma a quei numeri occorre aggiungere i 25mila dipendenti di istituti bancari che entro il prossimo biennio saranno licenziati, dal momento che tra fusioni e acquisizioni chiuderanno circa 1400 sedi in tutta la Grecia. Ragione in più per indignarsi, anche in considerazione del fatto che la politica si dice dalla parte dei cittadini ma solo a parole.  

Ieri il leader del socialisti, Evangelos Venizelos, ex ministro delle finanze che al pari del suo collega Papacostantinou evitò di protocollare la lista Lagarde degli evasori, ha detto che “nessun paese con dignità potrebbe tollerare soluzioni imposte da terzi, è importante passare dal memorandum a un piano di ricostruzione nazionale”, come se il suo partito non avesse avallato le misure lacrime e sangue della troika. Che, a fronte ad esempio della prima tranches di prestiti del 2013 da 2,3 miliardi di euro, chiede l’immediato licenziamento di 25mila dipendenti pubblici in uscita già dal prossimo 1 marzo. A fronte dell’immobilismo politico la scuola serale di Heraklion ha pensato di creare un’agenzia di reclutamento per studenti disoccupati, in collaborazione con l’Associazione di Commercio e Associazione Albergatori e hanno anche attivato un salvadanaio per gli studenti bisognosi. A ciò si aggiunga un atteggiamento piuttosto sui generis nel comparto difesa: dove la troika ha di fatto bloccato fino al 2015 le iscrizioni alle Accademie ma non ha eccepito a fronte delle nuove commesse militari per diedi miliardi di euro, tra fregate, fornitore di missili e nuovissimi sistemi radar che la Grecia “alla fame” ha ordinato. Non a caso secondo una ricerca dell’ “Analisi Metron” pubblicata dal quotidiano Eleftherotypia l’87% dei cittadini ritiene tutta la classe dirigente responsabile del disastro attuale. E solo uno su quattro ritiene che attualmente il paese si stia muovendo nella giusta direzione.

Qualcosa di più l’ha detta ieri il grande compositore Mikis Teodorakis, che all’età di 88 anni non ha intenzione di rimanere con le mani in mano nella Grecia diretta al default e, rivolgendosi agli studenti ateniesi, offre la sua diagnosi della crisi: “Il Paese è sottomesso da spettacoli degradanti, elezioni parlamentari e fuochi d’artificio, vere ragnatele modernizzate, in cui sono caduti finora tutti i partiti e anche la sinistra storica”. E ricorda che dal dicembre 2010 “abbiamo fondato il Movimento Indipendente Cittadini (PAC), per illuminare il popolo con queste verità. In molti sono scesi in piazza contro i dominatori stranieri e locali”. Cosa manca allora oggi alla Grecia per uscire dal tunnel? Semplice, conclude, la “scintilla per accendere il fuoco del purgatorio che porterebbe al percorso di liberazione”. E mentre il leader delle opposizioni, Alexis Tsipras, è già in clima elettorale e ingaggia un manager che stenda un mini piano Marshall per la Grecia, da approntare nei primi cento giorni del nuovo governo. Convinto che il trumvirato Samaras-Venizelos-Kouvellis sia alla fine dei suoi giorni.  

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19/2/13
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lunedì 18 febbraio 2013

Cipro sceglie l'Europa di Angela e del rigore. Ma sarà ballottaggio con l'incognita Lillikas



Un voto per l'Europa e per il rigore merkeliano quello che domenica scorsa i cittadini ciprioti hanno consegnato alle urne, anche se sarà necessario attendere il ballottaggio tra cinque giorni per conoscere chi la spunterà tra il conservatore filo berlinese Nikos Anastasiadis e Stavros Malas candidato della sinistra. Che al primo turno hanno guadagnato rispettivamente il 45,46% e il 27%. Con ben il 25% dei consensi incassati dal candidato indipendente Lillikas, vero ago della bilancia per il risultato finale. Cipro chiude l'era dell'ultimo presidente comunista, il rosso Dimitri Chriostofias bersaglio di un fallito attentato poco prima di Natale, con un'affluenza dell'82% (6,5% in meno rispetto alla gara 2008, ma superiore a quella parlamentare 2011) ma soprattutto con numeri da brividi: troika già all'opera per il memorandum in stile Grecia, disoccupati record, a dicembre 41.625 rispetto ai 39.522 di novembre e ai 32.895 del dicembre 2011. Con le lacrime del premier nella conferenza stampa che ha chiuso il suo mandato e, pare, la sua carriera politica lo scorso 7 dicembre, per poi affermare di essere amareggiato per l’odio ideologico di cui è stato vittima: qualcuno infatti si è addirittura spinto a definirlo un assassino. Sono gli stessi – ha osservato – che hanno anche parlato con disprezzo della sua famiglia, del presidente figlio di una lavandaia asceso al gotha della politica cipriota. «Le mie origini – disse in quell'occasione – sono il mio onore e il mio orgoglio». Per chiudere, infine, con un preciso atto di accusa: «I veri colpevoli della crisi finanziaria dell’isola sono le banche, le grandi aziende e l'autorità di vigilanza competente, la direzione precedente della Banca centrale di Cipro».

Ma cosa attende il nuovo presidente? In primis la negoziazione di un piano di austherity dal momento che già le tre principali banche dell'isola (ancora occupata da 50mila militari turchi dal 1974) sono in apnea. La gestione di giacimenti di gas naturale al largo dell'isola, i profitti attesi che ammontano a decine di miliardi di euro in virtù di un accordo di massima già siglato con Israele, ma con le consuete intromissioni di Ankara che si è addirittura spinta a minacciare grandi aziende internazionali se dovessero collaborare con l'asse Nicosia-Tel Aviv, senza che l'Ue abbia mosso un dito. E l'atavica questione della divisione dell'isola, con lo stato cipriota membro dell'Ue contrastato dalla parte turco-cipriota autoproclamatasi e riconosciuta solo da Ankara su cui gli sforzi sin qui compiuti non hanno prodotto risultati, eccezion fatta per il piano Annan bocciato dal referendum in quanto estremamente vantaggioso solo per i turchi.

Dunque sarà ballottaggio. Da un lato Nikos Anastasiadis, membro fondatore della Gioventù democratica, deputato dal 1981, leader politico del partito conservatore. Una delle sue proposte riguarda la trasformazione della Guardia nazionale in un'organizzazione semi-professionale dell'esercito: in tal modo, solo una percentuale minima del Pil verrebbe investita nella Difesa, in favore di istruzione e agricoltura. Circa il problema dell'invasione turca è stato il più fervente sostenitore del piano Annan, anche se la grande maggioranza (61%) del suo partito votò contro. È sostenuto anche dal Partito democratico cipriota e dagli ambientalisti. E dall'altro Stavros Malas, figlio di Dennis, combattente e stretto collaboratore dell'arcivescovo Makarios, laureato a Londra in Genetica, già ministro della Salute: oggi candidato indipendente con l'appoggio di Akel, il Partito progressista del popolo lavoratore. Propone la riunificazione dei territori ciprioti, mentre in tema di lavoro si oppone ad austerità e prescrizioni neoliberali per difendere invece il settore pubblico, le cooperative, i diritti e le conquiste sindacali. Nel mezzo il 25% di Iorgos Lillikas, fondatore assieme alla moglie Barbara della società Marketway (che ha lasciato nel 2003 quando è stato nominato ministro degli Esteri sotto il "democristiano" Papadopulos), oggi propone la salvaguardia del settore sanitario pubblico, il miglioramento della qualità dei servizi sanitari, riducendo i costi, e la creazione di un’agenzia assicurativa centrale. Per quanto riguarda la corruzione si è distinto per una proposta interessante che farà discutere: l'estensione della responsabilità a chiunque gestisca il denaro pubblico. 

Sullo sfondo una terra martoriata da trent'anni di razzie, con i militari turchi che hanno distrutto luoghi di culto non musulmani (chiese cristiane, ortodosse, maronite, ebraiche), con resort a cinque stelle e bordelli edificati su i resti di cattedrali e cimiteri dall'inestimabile valore culturale e religioso. E che oggi deve fare i conti anche con il contagio ellenico a cui Vladimir Putin si era offerto di riparare con 2,7 miliardi di euro in contanti. Ma a cui l'Europa ha detto “no, grazie”.

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domenica 17 febbraio 2013

Onde al Tg3 Rai


Si è svolta venerdì 1° febbraio presso l'Aula del Consiglio Regionale la Giornata Tematica "Una città che cresce: immigrazione, inclusione sociale e intercultura. Lettura critica del libro Onde: diario di un immigrato".

Sono intervenuti Francesco De Palo, autore del libro "Onde", Alberto Fornasari, Laboratorio di Pedagogia Intercultura-Università degli Studi di Bari e Roberto Menia, componente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera.
Ha concluso i lavori Rosalba Magistro, Responsabile della Sezione Multiculturale della Biblioteca del Consiglio Regionale. Nel corso dell'incontro è stata distribuita la XXII edizione del Dossier Caritas Migrantes.

Vade retro nuovismo. La politica (italiana) dei passi indietro



Ma quale novità? Questa è una campagna elettorale vecchio stile, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Giorgio Galli, docente di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Milano. Secondo cui «a fronte dei due elementi innovativi come le piazze di Grillo e le primarie del Pd, la politica stessa abbia scelto di replicare con vecchi cliché, facendo un passo indietro». 

Si rischia concretamente di avere un Senato senza maggioranza: è la conferma del doppio fallimento dei contenitori partitici e dei contenuti politici?

Credo sia più di un rischio. Penso che di fronte ad una situazione difficilissima come quella in cui potremmo trovarci, il prossimo Parlamento avrà molte difficoltà. Il nostro sistema politico sta attraversando una crisi molto grave, nel merito e negli strumenti. La legge elettorale con cui voteremo tra pochi giorni è stata congegnata per la situazione contingente di quando fu ideata. In discussione, quindi, ci sono sia i partiti come luoghi fisici sia le questioni relative alle proposte.

In questa campagna elettorale si registra il ritorno dell'elemento piazza con Beppe Grillo e di quello passionario con le primarie del Pd: due “vecchie” novità?

Non vedo alcun ritorno al passato. Piuttosto è vero, c'è stata una virata verso una nuova e diversa partecipazione, e la si è vista con Grillo e le primarie dei democratici. Ma credo che questa campagna elettorale sia ancora di vecchio modello televisivo. E la piazza non potrà che tornare sulla scena dal giorno dello spoglio in poi.

Libertà, diceva Gaber, è partecipazione: crede sia troppo inflazionata da parte degli schieramenti la proposta del nuovismo? Tutti parlano di liste nuove, programmi nuovi, ma alle criticità poi non si oppongono soluzioni radicali o innovative.

Qualche piccolo elemento di novità lo vedo, penso alla green economy, o alla messa in discussione dei rapporti con l'Europa non nel senso di uscirne e rinunciare all'euro, ma nel senso di dover trattare per non subire più passivamente le decisioni dell'euroburocrazia. Simili tendenze sono presenti, ma il vero guaio è che appaiono ancora al momento troppo marginali all'interno del dibattito complessivo. Ma di contro l'intera campagna è molto tradizionale e centrata sulla tv, in questo senza dubbio vedo poca novità. Di soluzioni, invece, nessuna traccia.

Altro elemento politico che spicca e ritorna ciclicamente è il continuo e smodato uso della promessa, da un versante all'altro di liste o partiti: oggi più di ieri. Può celare precise deficienze programmatiche?

Decisamente sì. Ascoltare Berlusconi che promette quattro milioni di posti di lavoro fa aumentare la consapevolezza di una domanda: come si fa a condurre una serie di comizi o interviste con simili espressioni mirabolanti? É del tutto fuori dalla realtà. Continuo a vedere i soliti temi, l'abolizione delle tasse, il miraggio occupazionale. É come se a fronte dei due elementi innovativi richiamati all'inizio, il Movimento dei grillini e la scelta di condurre le primarie fatta dal Pd, poi la politica stessa abbia scelto di replicare con vecchi cliché, facendo un passo indietro. Esiste un preciso divario tra la passività di questa campagna elettorale e quanto, non di nuovismo ma di sensazione della gravità della situazione, c'è diffusamente nel Paese. 

Se si aggiunge una fetta di responsabilità da parte di alcuni mezzi di informazione che “fanno sponda” con quella politica vecchia, allora il quadro si fa più chiaro. O no?

Bisogna distinguere. La carta stampata offre più notizie, ma quanti cittadini leggono? Diverso il discorso per la televisione, più orientabile e orientata. Anche perché alcune questioni cruciali, come ad esempio quella del Monte dei Paschi, che offrono la cifra della gravità del sistema finanziario delle multinazionali, vengono raccontate con abbondanza di particolari minori del tutto inutili. Che alla fine accrescono la difficoltà nel comprendere il quadro di insieme di questi poteri. 

Come non disperdere i segnali di rinnovata partecipazione che si sono riscontrati in questa vigilia elettorale (si legga alla voce piazze tornate a riempirsi)?

Non so ancora con certezza se il cosiddetto partito degli astenuti scenderà di percentuale rispetto alle precedenti consultazioni, credo che al netto di sondaggi e previsioni gli indecisi o i non votanti siano ancora più di un terzo degli elettori: una percentuale ancora abbastanza elevata. In verità i sintomi di un ritorno almeno “emozionale” ci sono tutti. Dico che chiaramente i segnali si possono cogliere, altro è circoscrivere quale ceto politico sappia interpretarli: per ora non si vede.

Fonte: Gli Altri settimanale del 15/2/13
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venerdì 15 febbraio 2013

Grecia, le multinazionali fanno affari ma tagliano stipendi e indennità



Mentre il mercato greco si restringe per la crisi, (la gente non spende più) i prodotti delle multinazionali si “allargano” e fatturano numeri significativi. La riduzione del costo del lavoro, dopo il memorandum della troika e la diminuzione di fatto dei diritti per i lavoratori, avvantaggia solo i grossi nomi che vanno in Grecia per investire, ma di fatto risparmiando su stipendi e indennità che la troika ha provveduto a tagliare. Quattro i casi più significativi. La Kraft Hellas AE è una filiale della multinazionale Mondelez internazionale (fino a poco tempo denominata Kraft Foods), che domina il mercato europeo per il cibo da spuntini. Ha recentemente annunciato, dopo gli otto milioni complessivi investiti nell’ultimo lustro, una nuova esposizione in Grecia per cinque milioni a partire dal 2013. Proprio quando entreranno in vigore i nuovi contratti di lavoro contenuti nel memorandum lacrime e sangue che il Parlamento ellenico ha approvato in una lunga notte di passione, dove di fatto sono stati falciate indennità di malattia e quantum di stipendi e scatti.

Anche l’Hellas Unilever ha annunciato che intende avviare la produzione in Grecia di trenta nuovi prodotti, e due giorni fa ha presentato il piano commerciale al mercato greco. Ancora: Procter & Gamble ha annunciato la creazione del Centro per la Ricerca e l’Innovazione di Atene, il terzo sistema operativo d’Europa. Pochi giorni fa la Johnson & Johnson ha annunciato che continuerà a investire nel mercato greco. In effetti il noto marchio ha in Grecia uno dei tre poli europei utilizzati quasi esclusivamente per l’esportazione. La società dà lavoro in Attica a duecento dipendenti, anche se non ha ancora specificato la quantità di investimenti. Il caso di Johnson & Johnson è particolarmente rilevante se si considera che il 95% della produzione è esportato in altri paesi europei e ha scelto la Grecia come base di produzione proprio perché oggi al centro dell’Egeo una multinazionale “risparmia” sui diritti dei lavoratori.

Infine il caso della Henkel uno dei più grandi gruppi tedeschi che ha deciso di ripristinare la produzione dei propri prodotti in Grecia. La società è stata “assente” dal mercato greco dal 2011 al 2012 dopo che il marchio Alapis, per via della crisi, aveva spostato la produzione in Italia. Ma dallo scorso mese di settembre i prodotti tedeschi sono stati recuperati dalle società Henkel Hellas SA e Rolco Vianyl Souroulidi. Nello specifico l’accordo di produzione di detersivi e prodotti di pulizia prevede che Henkel Hellas detenga più di 50 marche tra Dixan, Neomat e Bref, con una produzione annua di circa sette milioni di unità, che corrisponde al 75% delle vendite annuali della società nel settore. L’accordo prevede anche la produzione di ulteriori 2,5 milioni di unità degli stessi prodotti per le necessità della Henkel a Cipro e per un totale di trenta milioni di euro.  

Così se da un lato si iniziano a vedere i primi frutti del riservatissimo briefing che la cancelliera Angela Merkel tenne in occasione della sua visita ad Atene lo scorso ottobre con i grandi gruppi tedeschi seduti allo stesso tavolo con banchieri e imprenditori ellenici, dall’altro non si può non osservare come dal memorandum in poi, quegli investimenti delle multinazionali non si traducano in benefici per il territorio, ma esclusivamente per i grandi gruppi che incassano di più perché tagliano alla voce diritti. Il memorandum, prestando dei soldi allo stato, ha aperto delle falle nei diritti, perché oggi le aziende (oltre che il pubblico impiego) possono assumere personale a 500 euro al mese (un insegnante universitario al primo incarico nel prende 650, un dipendente di banca 550) , tagliando tranquillamente le indennità sia di malattia che di straordinari. Quindi chi ci guadagna non è il cittadino greco che se assunto ha uno stipendio misero, ma proprio le multinazionali che investono in Grecia senza ricadute sul territorio. E il tutto col cappello del grande salvataggio greco che non ha salvato un bel niente (se non la ricapitalizzazione bancaria), perché di quei soldi che le aziende straniere fatturano in Grecia, lì non rimane nulla. E quando manca appena un mese dalla prima tranches di licenziamenti, 15mila impiegati pubblici a casa dal primo marzo. Si attraggono investimenti stranieri? Certo, ma perché invogliati dai salari bulgari di gente che poi si confronta sul mercato con “prezzi milanesi”. 

Il tutto accade nei giorni  in cui il maxiemendamento fiscale a medio termine 2013-2016, presentato in Parlamento dal Ministro delle Finanze Stournaras, lascia aperta la possibilità di intervenire con nuove misure, e mentre un nuovo scandalo sembra passare inosservato tra i media ellenici. Il canale televisivo francese France2 documenta la svendita a una società canadese di trecentomila ettari di foresta nella regione settentrionale della Calcidica per la simbolica cifra di un euro: dove in quel sottosuolo abbonderebbero oro e minerali di vario genere. Per questo, ma non solo, Antonis Karakousis, primo editorialista del popolare quotidiano To Vima si chiede : “C’è un rischio Weimar per la Grecia post memorandum? Dove l’instabile equilibrio tra politica ed economia è minacciato dal declino della classe media e dalla miscela di estremismo e populismo”. E dove i neonazisti di Alba dorata, nell’ultimo sondaggio, hanno ufficialmente sfondato per la prima volta quota 11%. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 13/02/13
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sabato 9 febbraio 2013

Ma il primo “buco” l'ha fatto proprio la troika...



Nell’agosto del 2010 la giornalista di Bloomberg Finance, Gabi Thesing, chiede di visionare due file sulla crisi greca, contenenti ipotesi e valutazioni da parte dei membri della Bce sull’impatto degli swap negoziati fuori borsa. Dopo sessanta giorni l'Eurotower dice di no: le informazioni sono superate cronologicamente e la loro pubblicazione può essere ingannevole per pubblico e mercati. Ma Bloomberg non ci sta e fa ricorso: il tribunale replica che “la loro divulgazione avrebbe arrecato pregiudizio alla tutela dell’interesse pubblico della politica economica dell’Unione e della Grecia”. In soldoni, le informazioni sono pericolose, forse perché avrebbero potuto fare chiarezza in un mare di debiti e bugie. Restano così coperti da segreto “europeo” due file relativi all’impatto su deficit e debito pubblici degli swap e alla cosiddetta operazione Titlos, una società creata ad hoc dalla Banca nazionale greca, l’istituto che nel biennio di crisi ha regalato 70 miliardi di finanziamento pubblico a giornali e tv del paese, il cui vertice Provopulos guadagna quanto Barack Obama. Cosa centra tutto ciò con lo scandalo derivati dell'Mps?

La “bolla” bancaria dell'intero continente è stata gonfiata a dismisura da un sistema perverso che si è ramificato come un cancro. Ed ora è pronta ad esplodere anche in altri ambiti. Il primo “boom” si è verificato proprio in Grecia, dove nel biennio in cui la troika ha lavorato fianco a fianco nei ministeri ateniesi, semplicemente ha sbagliato i conti. Non quantificando esattamente i danni di numerosi derivati acquistati dai governi greci, non seguendo la linea rossa che da Atene conduceva nella banche tedesche, francesi, lussemburghesi, svizzere. Ignorando i fondi pensione ormai svenduti per coprire i debiti e i mille e più indizi che dal centro dell'Egeo si propagavano sino alla tedesca Siemens, alle operazioni spericolate di primi ministri socialisti e conservatori, a speculatori senza scrupoli: contribuendo a ritardare le misure tampone per un buco ormai abissale e soprattutto ignorando una soluzione che non penalizzasse correntisti e cittadini. E invece no, da quell'orecchio i banchieri dell'Ue proprio non ci hanno sentito, hanno scelto di proseguire tout court il commercio di spazzatura e di sogni irrealizzabili, senza rammentare che alla fine della fiera, prima di uscirvi, bisogna passare alla cassa. Se finanche governi e enti pubblici sono invischiati in derivati che servono per coprire precedenti fallimenti, in totale assenza di un regime di controlli che partano proprio dalla Bce, si comprende bene come l'eurocrisi sia tutt'altro che risolta. Quasi vicina ad una serie di ulteriori scosse sismiche dalle conseguenze gravissime di cui in molti preferiscono tacere. In Grecia è andato in scena un vero e proprio esperimento, come se fosse uno stage (post teoria) per futuri ministri dell'economia e banchieri incalliti. Che, è il vero rischio, potrebbe essere replicato altrove. Chi fa il buco scappa col malloppo; chi resta in loco paga le conseguenze con memorandum e svilimenti assurdi di diritti costituzionalmente garantiti; stati e premier assortiti si autoincoronano salvatori di bilanci e sopravvivenze: ecco lo schema del default.

In una lettera a Vittorio Foa del 26 novembre 1946 Altiero Spinelli scriveva: “Che ne diresti di riprendere l'iniziativa del movimento federalista come l'avevamo concepito a Milano nel 1943? Se le cose prendessero, alla lunga, una buona piega potremmo passare poi alla formazione di un vero movimento politico. Se andassero male avremmo parlato per una generazione successiva, il che non è poi un gran male”. Mentre ieri uno dei padri dell'Unione, all'indomani della fine della guerra e della necessità di creare quella comunione continentale, si mostrava attento a una visione lungimirante, oggi quel male ha fatto capolino sui cocci dell'Ue: e si chiama matematica. Quella disciplina che i grandi burocrati e le grandi cancellerie europee sembrano aver dimenticato in un batter di ciglia. Quando si innesca un meccanismo perverso in base al quale due più due non fa più quattro ma quattrocento, proprio in quell'istante si è schiacciato il pulsante del countdown. E non serve avere in tasca un master alla London School of Economics per comprendere come i controlli non abbiano funzionato, la politica abbia sbagliato clamorosamente e chi in questo biennio ha prodotto tomi su rigore e memorandum ha una buona fetta di responsabilità. Come? Lo scandalo dei derivati del Monte dei Paschi di Siena, l'eurocrisi, la troika e la macelleria sociale che sta andando in scena in Grecia sono fatti marchiati a vita dallo stesso timbro. Un fil rouge niente affatto sottile, ma talmente ingombrante da compromettere la futura sopravvivenza stessa di un continente pigro e folle, dei suoi cittadini imbambolati e passivi, e che sta minando i capisaldi di una democrazia. Il principale corto circuito non è tra stampa e giudici, ma tra banche e politica. E in molti fanno finta di dimenticarlo.

Fonte: Gli Altri settimanale dell'8/2/13
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