domenica 30 aprile 2017

La vendetta su Londra: il divorzio dall'Europa costa 40 miliardi in più


Da Il Giornale del 30/04/17

Proteggere i negoziati dai «furbetti d'oltre Manica» che vorrebbero uscire dall'Ue senza pagare un solo poundMentre invece, alla cassa, potrebbero dover sborsare fino a 60 miliardi di euro. Il vertice straordinario di Bruxelles sulla Brexit (lampo, meno di 3 ore) si è aperto, da un lato, con l'approvazione all'unanimità delle linee guida dell'Ue, come cinguettato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, in attesa delle raccomandazioni sulla direttiva tecnica da varare mercoledì. E dall'altro, con la certezza che qualcuno a Londra si era fatto «delle illusioni», parafrasando il trio Juncker-Merkel-Hollande, a cui si era aggiunta anche la chiusa puntuale del feldminister Schaeuble: «Londra non può avere, dopo la sua uscita, vantaggi che altri Paesi non hanno. Nulla è gratis, i britannici devono saperlo».
Come dire che chi ha imboccato, oggi, una via non pretenda, da domani, di proseguire quel cammino come se nulla fosse. Che vuol dire? In prima istanza dare assicurazioni ai cittadini sui loro diritti: «È la nostra principale priorità», ha aggiunto Tusk con l'assist del premier italiano Paolo Gentiloni secondo cui senza un accordo sui 500mila cittadini che risiedono nel Regno Unito «non possono esserci accordi seri». Londra è di fatto messa con le spalle al muro: il ragionamento avanzato dalla Cancelliera Merkel, alla vigilia del vertice, poggiava sul fatto che un terzo Stato, quale sarà la Gran Bretagna, «non potrà avere gli stessi diritti di uno stato europeo». E il fatto di aver dovuto esprimere «concetti che sembrano scontati» è indicativo di come qualcuno a Londra abbia fatto i conti senza l'oste. Il riferimento è alle discussioni sulle spese del divorzio dall'Ue che dovranno essere fatte in apertura dei negoziati sulla Brexit e non work in progress, come più volte vergato tra le righe nei giorni scorsi dalla Frankfurther Allgemeine Zeitung.
Il capo negoziatore dell'Ue, Michel Barnier e il presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, sono «pronti ai negoziati» che saranno articolati in due fasi. La prima sarà dedicata ad un accordo sui futuri diritti dei cittadini europei e sugli impegni finanziari del Regno Unito verso Bruxelles. Più complessa la partita per la seconda, quando i Ventisette dovranno materialmente scrivere un futuro accordo di partenariato con i britannici.

E qui i nodi verranno facilmente al pettine, con la maggioranza dei membri Ue che, per la prima volta uniti, premono per bypassare la prima fase e arrivare più rapidamente al quantum. Il timore di un possibile vuoto giuridico nelle relazioni commerciali con il Regno Unito è la ragione delle turbolenze, anche perché Londra fa spallucce e vorrebbe invece ragionare dei vari temi in simultanea (per avere uno sconto?). Schermaglie, dicono alcune fonti di Bruxelles, certi che nascondano il vero vulnus di tutta questa vicenda: il fronte finanziario che sul conto britannico potrebbe pesare fino a 60 miliardi di euro, come confermato da Juncker, mentre Westminster avanza una «stima prudente» di soli 20 miliardi e con la coda rappresentata dall'adesione di Gibilterra alla Ue.
Il governo britannico aveva chiesto formalmente alla fine di marzo il ritiro dalla Ue, oltre alla negoziazione da realizzare nel mese di giugno dopo le elezioni generali annunciate a sorpresa giorni fa da Theresa May. Contraddizioni, le hanno definite ai piani alti della Commissione, che adesso spinge per un risultato formale (sui conti) da ottenere entro il prossimo autunno e così chiudere definitivamente la pratica entro marzo 2019. La questione è delicatissima, anche perché investe anche due riverberi logistici di non poco conto: l'Agenzia europea per i medicinali (EMA) che Milano vorrebbe scippare a Londra, ma c'è la concorrenza di Amsterdam, Copenaghern, Stoccolma e Dublino, e l'Autorità bancaria europea, sui cui è già molto forte la candidatura di Francoforte. Potere e denaro. Per una volta l'Ue marcia straordinariamente a senso unico. Ed è già una notizia.
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giovedì 13 aprile 2017

Edison e Total, chi e come cerca petrolio in Grecia


Peloponneso, Corfù e Aitoloakarnania: sono le tre aree greche dove il ministero dell’Energia ha concesso il permesso per esplorazioni petrolifere. Una di esse, nei pressi dell’isola di Corfù, è a 80 miglia dall’Italia che ha detto no alle trivelle lo scorso anno. I greci di Hellenic Petroleumuna delle maggiori compagnie petrolifere dei Balcani, avanzeranno in partnership con i francesi di Total e gli italiani di Edison. È dal 1970 che si discute sulle potenzialità energetiche in Grecia, ma mai si era passati alla fase operativa in un Paese dove si stima anche la presenza di miniere di oro e di argento nella penisola Calcidica(dove gli ambientalisti hanno cacciato gli investitori canadesi) oltre ai giacimenti di gas che continuano a sollevare gli appetiti della Turchia. Ora è atteso il via libera del Parlamento ateniese, che già ha in agenda le valutazioni sul nuovo gasdotto EastMed.
ESPLORAZIONI
Le decisioni che autorizzano le esplorazioni offshore contemplano una serie di misure per proteggere l’ambiente, come la zona cuscinetto dalla costa entro cui non devono essere sistemati gli impianti di produzione, trattamento o immagazzinaggio. Previste anche misure di salvaguardia per i siti turistici più visitati e per quelli migratori delle specie di fauna. Da un anno il governo greco ha messo sul mercato due dozzine di siti di perforazione offshore tra lo Ionio (Corfù) e Creta. Il consorzio è guidato da Total e ha già avanzato un’offerta per un blocco nello Ionio.
Risale allo scorso ottobre il vertice decisivo tra il ministro dell’Energia di Atene, Giorgios Stathakis, e il consorzio. Total ha presentato un’offerta per il blocco 10 dello Ionio (tra Corfù e Zante), mentre Hellenic Petroleum (HP) ha fatto un’offerta indipendente per altri due blocchi nella stessa regione.
La spinta decisiva nacque in occasione della conferenza ateniese dell’Associazione Americana dei Geologi (AAPG), nel 2013, alla quale parteciparono 150 dirigenti di 40 importanti società di esplorazione petrolifera. Ma pochi mesi prima della conferenza, HP e Total avevano pagato i 5 milioni di dollari per accedere ai dati sismici e agli studi geologici preliminari.
POTENZIALITÀ
Risale a un anno fa un report prodotto a Londra dal Centro Studi della HP secondo cui una riserva di petrolio significativo è presente nel golfo di Patrasso (Peloponneso occidentale), al pari di quella a Prinos al largo dell’isola di Tassos. Tale riserva è stata quantificata in 80-100 milioni di barili. I i ricavi per lo Stato greco sono stimati in 300 milioni di euro l’anno, pari a circa lo 0,2% del pil, per oltre 25 anni. Sin dal 2015 i principali operatori del mercato hanno espresso il loro interesse per l’area: su tutti Exxon Mobil, Shell, BP, Total e Repsol, ma il primo accordo ha riguardato solo i tre soggetti già citati.
Questa significativa porzione di territorio sottomarino della Grecia occidentale mostra caratteristiche geologiche simili a siti già attenzionati in Italia e in Albania, dove sono state localizzate importanti riserve. Le aree di terra di Arta-Preveza e Ioannina, concesse a Energean Oil, sono considerate le più ricche e si estendono a nord fino in Albania, dove sono state individuate già notevoli riserve di petrolio.
CHI È SPIRO LATSIS
Hellenic Petroleum è controllata dal banchiere greco Spiro Latsis55mo uomo più ricco del mondo fino a prima della crisi (oggi al 779mo posto), tramite la Paneuropean Oil. Si tratta di uno degli oligarchi greci più noti sul panorama internazionale, assieme ai Niarchos, proseguendo la tradizione ellenica di Onassis e Vardinoyannis. Vanta una personale amicizia con l’ex presidente della Commissione Europea Manuel Josè Barroso, spesso ospite del suo yacht e con la Regina d’Inghilterra. È anche il principale azionista di Eurobank, istituto che ha beneficiato del programma di salvataggio delle banche nel 2012. Possiede 47, tra società e controllate. Tra cui spiccano Efg e Paneuropean Oil in Lussemburgo, Sete Energy Saudita a Djedda, Privat Sea che gestisce imbarcazioni di lusso, Crems immobiliare in Inghilterra, Sete Aviation Holding in Svizzera, il gruppo bancario Efg in Svizzera. Vive a Montecarlo.
Tramite il consorzio Lamda, si è assicurato per la ridicola cifra di 915 milioni di euro, i 620 ettari del sito del vecchio aeroporto di Atene, Hellinikon, nella splendida marina di Glyfada (come parte di un programma di privatizzazione lanciato dallo stato greco) assieme al gruppo emiratino Al Maabar e ai cinesi di Fosun. L’obiettivo è farne la Dubai del Mediterraneo, con grattacieli e resort pentestellati.
Il gruppo Latsis ha interessi anche nell’aviazione. La compagnia aerea PrivatAir (nata come il PetrolAir) è stata da loro acquistata come parte di una transazione in un altro affare. Oggi ha 425 dipendenti e si basa su uno dei suoi mercati tradizionali, in Arabia Saudita.
MEDIO ORIENTE
Il rapporto con il Medio Oriente è stato da sempre nelle intenzioni operative di Latsis. Infatti è stato attraverso la costruzione della città petrolifera di Rabigh che nel 1970 Latsis padre ha gettato le basi della sua fortuna. Il greco capì subito l’importanza di costruire relazioni durature con i sauditi, al più alto livello. Nel 1980 nacque il suo impero a Ginevra grazie un team di ingegneri che assicurarono high performances di grandi progetti in Arabia Saudita nel settore petrolifero.
Ultima creazione, in ordine di tempo, la Fondazione Internazionale Latsis (FLI), presieduta da Denis Duboule, docente presso l’Università di Ginevra, che ogni anno grazie ai 300mila franchi donati dall’istituto elvetico, premia i migliori giovani ricercatori sotto i 40 anni.
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venerdì 24 marzo 2017

Croazia, il ministero delle Finanze annuncia una legge per cancellare i debiti ai più poveri

Da Il Fatto Quotidiano del 24/03/17

La Croazia vuole cancellare i debiti dei poveri, con una legge dello Stato e non con un provvedimento una tantum. Il ministro delle Finanze, Zdravko Maric, ha annunciato una legge che permetterà il condono dei debiti inferiori al salario medio, per quei cittadini che hanno i conti correnti bloccati. La media nel 2016 è stata di 5.685 kune (1 kuna o uguale a 0,13 euro). La legge, di fatto, è un precedente rivoluzionario (si pensi al caso greco) e riguarda i debiti accumulati nei confronti dello Stato centrale, delle città, dei comuni e delle aziende pubbliche. Maric spera che anche altri creditori si accodino, come gli operatori di telecomunicazioni e gli istituti di credito.

“Il testo di legge, che nasce sotto il cappello del Ministero delle Finanze, è ancora nella fase preparatoria – spiega al fattoquotidiano.it il vice ambasciatore croato in Italia, Ilija Zelalic – e verrà ora esaminato dal Parlamento secondo il consueto iter. Dovrà anche essere valutato in un secondo momento dal governo prima dell’approvazione, e investirà circa 91mila cittadini croati”.

L’Associazione Bancaria Croata non ha sollevato obiezioni, commentando che è pronta al dialogo e che accoglie con favore gli sforzi del ministro in preparazione di norme che regolino la cancellazione del debito per i 91mila cittadini i cui conti sono bloccati. Si tratta del secondo tentativo in due anni, ma con una differenza sostanziale. Nel 2015 il governo del socialdemocratico Zoran Milanovic aveva varato un programma per l’azzeramento di quanto dovuto per bollette e servizi pubblici dalle famiglie in maggiori difficoltà economiche. Ma erano misure una tantum avviate dal Ministero della Previdenza Sociale che poi non ebbero un seguito perché quell’esecutivo, dopo pochissimi mesi (nel novembre 2015), fu battuto alle urne dalla coalizione di centristi e conservatori, che oggi sostengono il governo dell’attuale premier Andrej Plenković, il primo nella storia della Croazia indipendente con una maggioranza ampia, grazie all’appoggio del partito degli agricoltori e di quello dei pensionati.

Il problema dei conti correnti bloccati fa il paio con la riforma fiscale che in Croazia ha aperto la possibilità di massicce svalutazioni di crediti in sofferenza con gli istituti del Paese, da tempo in attesa di nuove indicazioni sull’amministrazione fiscale. Una delle questioni più significative investe la tassazione, ovvero quanto pagare sull’imposta sul reddito e sulla sovrimposta, in base al nuovo calcolo post sanatoria. E’ la ragione per cui i banchieri attendono adesso istruzioni precise che seguano le buone intenzioni per aiutare i cittadini indebitati. E si potranno evincere dalle discussioni parlamentari sulla legge proposta dal ministro Maric.

Secondo l’attuale legge croata, le banche possono cancellare solo i debiti classificati al 31 dicembre 2015 come crediti in sofferenza. Questi comprendono i prestiti che i mutuatari non sono riusciti ad onorare regolarmente per tre o più mesi. La Croazia però nel 2016 può vantare numeri positivi: non solo il debito pubblico si è ridotto dell’1,6% del pil ma ha anche un surplus primario di 8 miliardi di kune.

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domenica 19 marzo 2017

Protezionismo e ambiente: il G20 si inchina a Trump

Da Il Giornale del 19/03/2017

Doppio effetto Trump sul G20. Ciò che spicca, nel comunicato finale del vertice di Baden Baden, è l'assenza di impegni e direttrici di marcia contro il protezionismo, aprendo la strada ad una retromarcia rispetto alla consuetudine diplomatica economica che negli ultimi cinque lustri è stata vista come una Bibbia. Ovvero quel coordinamento forzoso, spesso passivo e dal pensiero unico che, dalla vittoria di The Donald in poi, sta mutando pelle e forma, prima che contenuti. In secondo luogo spariscono anche le promesse sottoscritte con l'accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Insomma, mentre dall'altro lato dell'oceano la Cancelliera Merkel è impegnata a Washington per il primo incontro ufficiale alla Casa Bianca, nel vecchio continente sembra che più di qualcosa stia cambiando.
Al G20 teutonico il protagonista è Steven Mnuchin, l'ex manager di Goldman Sachs voluto da Trump al Tesoro. Non solo per un discorso da grande giocatore di scacchi, ma anche per via dell'incontro bilaterale avuto 24 ore prima con il padrone di casa Wolfgang Schäuble, a cui il feldministro non è riuscito a tenere testa. Ma andiamo con ordine. Il commercio è stata la pietanza principale del vertice. Lo ha detto sin dall'inizio il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria: «stiamo promuovendo il commercio come elemento di crescita, un fattore di crescita che può anche dirottare flussi di investimento molto importanti per la crescita di domani». Ma in che modo? Mnuchin esordisce, nel Paese noto per l'anomalo surplus di bilancio, con un assunto preciso: gli Usa favoriscono il commercio, ma se giusto ed equilibrato. Quindi la strategia è correggere gli eccessi, con in filigrana una sconfitta per la nazione ospitante che da sempre si batte per mantenere il G20 ancorato ideologicamente agli impegni assunti in passato. «Quello che è stato in passato non è necessariamente rilevante dal mio punto di vista», ha aggiunto Mnuchin: altro riferimento al Nafta, (North American Free Trade Agreement, l'accordo nordamericano per il libero scambio) che dovrà essere rivisto, come alcune norme di Basilea III per meglio regolare il rapporto fra creditori.
Lo stesso Mnuchin due giorni fa ha voluto incontrare il suo omologo tedesco, Wolfgang Schäuble, prima del G20 di cui la Germania ha la presidenza di turno, mettendo in chiaro una serie di passaggi significativi. Come quello relativo al fatto che «non abbiamo alcuna intenzione di ingaggiare una guerra commerciale» anche se Berlino, ha fatto poi trapelare il suo staff, dovrebbe impegnarsi a correggere il proprio surplus di bilancio. Inoltre circa l'accusa che l'euro sia una valuta manipolata, ha detto che la moneta unica «è una valuta usata da molti Paesi e non è possibile confrontarla con il dollaro». Mentre sull'ipotesi di introdurre tassi doganali di ingresso negli Usa ha commentato «è una delle tante ipotesi al vaglio». Tesi a cui Schäuble ha replicato con poco mordente, come sull'annosa questione del surplus, definendo le raccomandazioni di maggiori investimenti da parte della Germania «una soluzione poco efficace», anche perché Berlino non fa la politica monetaria dell'euro che invece viene fatta dalla Bce. Che avesse intuito, in anticipo, la piega del G20?

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martedì 7 febbraio 2017

Atene, dall’alba in coda sotto la pioggia per un sussidio. Ma il sistema va in tilt ed è caos


In coda sotto la pioggia dalle prime luci dell’alba per ottenere un sussidio. Ad Atene non c’è solo il ritorno del dibattito sulla Grexit con possibili elezioni anticipate a primavera, ma scene di ordinaria crisi sociale. Questa mattina una lunga coda nel quartiere di Agios Kostantinos è stata immortalata dai tg.
“E’ la peggiore umiliazione che possa capitare ad un uomo per 200 euro“, ha detto un cittadino, in fila tutti i giorni dalle 5 del mattino e che ha “abbandonato” ogni speranza perché la sua pratica non può essere evasa. Il sistema elettronico non funziona, e anche se l’operatore deve informare i cittadini di passare un altro giorno, decine di persone sono ancora lì in attesa, tra spintoni e disperazione. Proprio non ci stanno a mollare forse l’unico diritto rimasto tale nel paese, anche se così svilito.
Il sito internet del ministero in cui dovevano essere inserite le richieste ha ricevuto due milioni di visite nel giorno di apertura, andando in tilt, per cui lo scorso 1 febbraio solo 53.000 domande sono state depositate sulle 700.000 complessive previste. Tra l’altro non esiste alcun sistema di priorità per anziani, donne in gravidanza e disabili in coda, così alcuni cittadini dopo il disappunto dei primi giorni hanno stampato arbitrariamente numeretti per tentare di dare un ordine alla fila sotto la pioggia. Chi non ha un lavoro in Grecia è anche automaticamente senza previdenza, ad oggi circa un quarto della popolazione totale.
Si giustifica il vice ministro per la Solidarietà sociale Theano Fozio: troppi accessi (circa settemila al minuto) hanno causato il blocco del portale e annuncia un miglioramento della capacità del gestionale. Ma la gente in coda è in preda ad una crisi di nervi, e si chiede come mai, nonostante il governo fosse a conoscenza dell’alto numero di richiedenti, nessuno abbia previsto una maxi affluenza di questo tipo con un potenziamento del server e servizi paralleli, come un servizio di assistenza per disabili o malati.
Intanto l’Athens Medical Association denuncia che l’ente Eopyy dedicato al servizio sanitario nazionale avrebbe in programma di chiedere l’indicazione del tempo di aspettativa di sopravvivenza del paziente per completare la prescrizione di alcuni farmaci nel sistema di prescrizione elettronica. Un’indiscrezione che ha provocato la forte protesta dei medici che definiscono la direttiva “umanamente inaccettabile” e ne chiedono il ritiro immediato al ministro della Salute.
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Quanto c’è di vero in un nuovo rischio Grexit

Da Formiche del 7/2/17
Quanto c’è di vero in un nuovo rischio Grexit dopo sette anni di dibattiti e analisi sul caso ellenico? Il debito pubblico della Grecia è “chiaramente insostenibile”: lo dice il Fmi in un rapporto pubblicato ieri, mentre il ministro delle Finanze greco Euclid Tsakalotos sottolinea che è stato completato appena un terzo del memorandum da parte di Atene. A questo punto il governo Tsipras (che ha solo 2 deputati in più del minimo) può cadere senza troppi rischi di tenuta, dal momento che i conservatori-liberali ellenici di Nea Dimokratia (in testa nei sondaggi) hanno già preparato una bozza-programma da sottoporre alla cancelliera Merkel il prossimo 13 febbraio.
FMI
Nel rapporto il Fmi scrive che il debito pubblico ellenico è estremamente insostenibile e propone una serie di misure integrative, come l’allungamento al 2070. Sostiene, in linea di principio, che la Grecia dovrebbe applicare una correzione di politica fiscale, aggiungendo che non sono necessarie ulteriori “regolazioni al di là di ciò che è già in corso”. Come dire, nessun’altra concessione, anzi, altri compiti a casa per trovare la quadratura del cerchio e garantire la prosecuzione del rapporto tra Fmi e gli altri due componenti della troika, Bce e Ue.
Il report definisce improcrastinabili alcune “riforme fiscali”, come la riduzione della soglia no tax (al fine di ampliare la base imponibile) e la definitiva risoluzione dell’evasione fiscale, che in Grecia ancora nel 2016 ha prodotto un mancato gettito per l’erario di un miliardo di euro al mese. Circa il settore finanziario, il Fondo monetario internazionale attira l’attenzione su come il governo Tsipras dovrebbe ridurre drasticamente i prestiti definiti “rossi”. La strada indicata passa da un rafforzamento delle regole relative al governo amministrativo delle banche, e rimuovendo le restrizioni che si applicano alla circolazione dei capitali il più presto possibile. Infine, da Washington si chiedono “riforme” più ambiziose nel mercato del lavoro, già attenzionato dalla riforma firmata dal ministro Katrugalosfortemente criticata da agricoltori protagonisti dei blocchi stradali e dipendenti pubblici, accanto a misure che stimolino i consumi e la ripresa economica in un momento in cui l’intero circuito commerciale in Grecia è fermo.
L’agenda di Bruxelles e Atene, oggi, contempla una serie di vertici che si svolgeranno nei prossimi dieci giorni alla presenza del delegato del Fmi ad Atene, Delia Velculescu, circa la stabilizzazione dell’economia, da realizzare “ad ogni costo”. Contemporaneamente, un’ulteriore fase di negoziati per la valutazione impedirà l’attuazione del QE di Mario Draghi, e non permetterà quindi la normalizzazione della situazione nel paese. In realtà il Fmi sostiene che se un accordo non verrà trovato sulla base di obiettivi raggiunti e dati di avanzo primario, difficilmente la Grecia centrerà il 2% di crescita contenuto nel memorandum. Per cui scatteranno nuove pressioni politiche e uno stop a quegli investimenti che, nelle intenzioni, dovrebbero trainare il paese fuori dalle secche.
CRISI DI GOVERNO
Uno scenario che si intreccia con il versante politico. Il governo Tsipras continua a calare nei sondaggi (al momento Syriza è seconda, a meno 13 punti dall’opposizione di Nea Dimokratia) e conserva due soli deputati in più della soglia minima richiesta. Nel paese è tornato con insistenza il dibattito su una possibile uscita dalla moneta unica, passaggio che i conservatori-liberali guidati dal 47enne Kiriakos Mytsotakis stanno cavalcando al contrario: hanno stilato una bozza-programma per riequilibrare il memorandum che il leader sottoporrà ad Angela Merkel il prossimo 13 febbraio a Berlino con il titolo: “vi diremo la verità” in riferimento alle promesse fatte da Tsipras in questi due anni.
In cima al programma, lo sviluppo “cinese” del Pireo per l’economia e per gli investimenti dell’intera area asiatica-mediterranea, anche con un interesse italiano visto che Ferrovie dello Stato hanno privatizzato Treinose, le ferrovie elleniche. Maggiore aggressività per zone di taxfree, l’unico modo per inviare un messaggio alla comunità degli investitori internazionali.
Incentivi fiscali solo ai virtuosi così come fanno i paesi del nord Europa; lotta all’evasione fiscale con più circolazione di pagamenti elettronici; preventiva valutazione di un comitato ad hoc per ogni prestito concesso agli enti pubblici (ad oggi sono moltissimi quelli insolventi con buchi strutturali milionari). E ancora: nuove norme per il settore agricolo con denari non a fondo perduto così come fatto fino ad oggi, ma solo in presenza di investimenti nel tempo; fondo per sviluppo di innovazione e Ict;
riattivazione del programma risparmio – famiglie; accelerazione della soluzione del caso rifiuti, che costa alla Grecia milioni di euro all’anno per infrazioni Ue che nessuno ha mai sanato; per cui costruzione di termovalorizzatori; valutazione costante e continua dei dipendenti pubblici; modello industriale applicato per il Museo dell’Acropoli, nel 2016 vincitore del Mondial Prix museale, per tutti gli altri presenti nel paese (multimedial platforms, prenotazioni online e visite in 3d).

PROSPETTIVE
Come in un macabro gioco dell’oca, quindi, tutti i giocatori seduti al tavolo della partita tornano al punto di partenza. Il Fmi a guida Trump non ha intenzione di mettere altro denaro in un pozzo senza fondo, ovvero nel buco greco che è strutturale e macroscopico. Di contro Berlino per uscire dal dissolvimento della troika (Fmi, Ue e Bce) propone una Ue a due velocità e auspica, come osservato qualche giorno fa dal ministro delle finanze Schaeuble, che lo stesso Fmi resti a far parte della troika, contrariamente “sarebbe la fine del programma corrente”. E il numero 1 della Bce, Mario Draghi rimarca che “l’euro ci tiene uniti in tempi di chiusure nazionali”. Nel mezzo possibili elezioni anticipate in Grecia nella prossima primavera quando anche in Francia si andrà alle urne.
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