giovedì 31 ottobre 2013

Atene, pazienti ammassati in ospedale. Ue indaga sui memorandum della troika

Immagini da terzo mondo stanno facendo il giro della rete, con il più grande ospedale della Grecia, l’Evanghelismos di Atene, protagonista di una foto diffusa dell’ordine dei Medici in cui sono ritratti pazienti ammassati come sardine “in attesa di una tac, perché il prezioso strumento diagnostico era guasto”, si giustificano dal ministero. Mentre malati e parti sociali parlano di sanità pubblica ormai allo sbando, con la possibilità di curarsi affidata solo ai ricchi visto che il Servizio Sanitario Nazionale annega tra debiti milionari e tagli ai finanziamenti. La foto ha fatto scalpore sulla stampa greca a fronte del dibattito televisivo che ha avuto come protagonista il ministro della salute Adonis Georghiadis, autore nei mesi scorsi di una proposta di riforma delle strutture sanitarie che ha fatto molto discutere. Quattro i nosocomi nella capital che dovrebbero chiudere, con i conseguenti licenziamenti. Da un lato alcuni commentatori sostengono che la decisione è niente altro che la mossa disperata del governo, inchiodato dalla troika nel reperire lavoratori da licenziare entro dicembre; dall’altro il ministro si difende adducendo l’esigenza di una riforma ampia e articolata del settore.

I medici e i sindacati protestano perché quegli ospedali servono l’intera area metropolitana ateniese, al cui interno vive la metà esatta della popolazione greca. Se l’esecutivo vuol risparmiare, dicono, vada a “verificare gli accordi con le strutture private oppure pensi agli ospedali in periferia”. Georghiadis tra l’altro è uno dei politici presenti all’interno della lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che sembrano quasi scomparsi dalle cronache politiche, mentre in altri Paesi, come ad esempio l’Irlanda, il medesimo elenco è stato “messo a frutto”, con denaro recuperato e tasse imposte agli evasori. Ad oggi si sa che il ministero della Salute, tallonato dalla troika, intende mettere i sigilli ai quattro ospedali della capitale senza dire cosa si farà un attimo dopo. Qualcuno inizia a sospettare di mega accordi con le cliniche private, alcune delle quali (s)vendute a gruppi esteri anche per il tramite dei magnati presenti nella lista. 

Intanto proprio la troika torna prepotentemente di attualità, non solo perché attesa a breve ad Atene per il consueto report propedeutico ai nuovi prestiti, quanto perché a seguito di una decisione della Commissione Finanze del Parlamento europeo, verranno esaminate le azioni per l’applicazione dei memorandum nei paesi Piigs che hanno portato incessanti pressioni sui governi degli stati senza, in molti casi, i risultati attesi in Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo. Il comitato di selezione del Parlamento europeo indagherà sulle potenziali responsabilità per i danni prodotti dai memorandum.

Di questo è stato incaricato il Vice-Presidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo Otmar Karas, che assumerà la carica di relatore del cosiddetto “Troika-Control” che sarà inaugurato il prossimo 14 novembre. Si tratta di un lavoro investigativo, sottolinea, fermo restando che la “valutazione non deve necessariamente portare ad una condanna”. Ma da fonti Ue si capisce che questo focus sarà incentrato sulle possibili carenze (manageriali e politiche) della troika, un passaggio che in verità aveva già provveduto a sottolineare un anno fa il Fondo Monetario Internazionale, insoddisfatto di come il triumvirato dei creditori aveva gestito il caso greco e che tra l’altro era stata l’anticamera del metodo Cipro utilizzato nell’isola pochi mesi dopo. Quasi per certificare come controbilanciare il pericolo di un altro stato fuori controllo.

Il lavoro di indagine dovrebbe essere completato nei primi mesi del 2014, in tempo utile per l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee, al fine di non essere strumentalizzato dai populisti antieuro. Da un documento datato 22 ottobre si apprende che una prima audizione parlamentare si svolgerà il 5 novembre, così come una serie di visite esplorative alle banche centrali e ai ministeri delle finanze dei quattro paesi colpiti di crisi (Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda). L’obiettivo è inscenare una sorta di processo alle disfunzioni della troika per riequilibrare la legittimità democratica. Basterà?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 30/10/13
twitter@FDepalo

lunedì 28 ottobre 2013

Georgia, vince Margvelashvili. Un paravento dell’oligarca Ivanishvili?

Un nuovo presidente, con la faccia pulita, senza esperienze in politica per gestire la transizione georgiana ma con alle spalle i rubli di chi, grazie a Vladimir Putin, è diventato miliardario con le privatizzazioni russe? E’ una delle ipotesi che immediatamente ha iniziato a circolare dopo le elezioni presidenziali in Georgia. Era visto come il beniamino dell’Occidente, il volto delle riforme che aveva rotto le catene di un ex stato satellite sovietico. Sotto la presidenza di Mikheil Saakashvili la Georgia aveva fatto passi da gigante per smarcarsi dai veti della Russia di Putin.

Eppure alle elezioni quella strategia pro Stati Uniti è stata sconfitta dalla verve di Giorgi Margvelashvili, filosofo ed ex rettore universitario poco noto al grande pubblico, che si è aggiudicato le politiche al primo turno con circa il 60% dei consensi, sconfiggendo David Bakradze, candidato del presidente uscente. Per ben due volte rettore dell’Istituto georgiano degli affari pubblici (dal 2000 al 2006 e di nuovo dal 2010 al 2012) non appartiene ufficialmente ad alcun partito politico. Ma lo scorso anno divenne membro del gabinetto di Bidzina Ivanishvili come ministro dell’Istruzione e della scienza e lo scorso febbraio vice primo ministro. Alla vigilia delle elezioni aveva annunciato che in caso di ballottaggio si sarebbe ritirato dalla competizione: così non è stato, perché premiato dal 62% dei voti contro il 21% di Bakradze, ex presidente del parlamento del presidente uscente Saakashvili e contro il 10% di Nino Burjanadze.

Nessuno degli altri 20 candidati ha ricevuto più del cinque per cento dei voti, solo quarto il populista leader del partito laburista Shalva Natelashvili, con il 2 per cento. La stragrande maggioranza degli elettori georgiani sembra però aver preso in parola l’avvertimento del primo ministro uscente, il miliardario Ivanishvili, che (come ha detto pubblicamente prima dell’apertura delle urne) avrebbe considerato alla stregua di un insulto il rendimento inferiore al 60% per Margvelashvili. E infatti su 87 seggi elettorali, solo 30 hanno accusato un rendimento inferiore al 60 per cento per il candidato del partito Sogno georgiano. Il nuovo leader politico, che giurerà il prossimo 17 novembre, “sarà solo un presidente debole con uno sfondo politico debole” ha commentato Helen Khoshtaria, un analista politico indipendente molto ascoltato in Georgia.

Il riferimento è non solo al fatto che Margvelashvili pur essendo stato un commentatore, non abbia alcuna esperienza politica diretta, quanto al fatto che la sua padronanza del russo e del francese nulla potranno contro una modifica costituzionale che riduce i poteri del presidente in favore dell’assemblea parlamentare. Margvelashvili infatti sarà capo di stato e comandante in capo delle forze armate, ma gli emendamenti costituzionali verranno controbilanciati dal parlamento: un passo destinato a fare della Georgia una democrazia parlamentare completa, come osservava lo stesso presidente nel corso della campagna elettorale. Ma che secondo alcuni commentatori sarebbe la prima causa del disimpegno ufficiale da parte del primo ministro uscente che resterebbe nell’ombra e con nel cassetto già pronte le modifiche a questa revisione costituzionale che toglie rapidità decisionale al Presidente.

Ma dove inizia il nuovo corso georgiano? Lo scorso ottobre Mikhail Saakashvili uscì sconfitto dalle elezioni che di fatto misero la parola fine alla Rivoluzione delle rose di nove anni fa. Il “Sogno georgiano” del miliardario Bidzhina Ivanishvili, accusato di essere “la mano di Mosca”, sconfisse il “Movimento nazionale unito” del presidente sia nello scrutinio proporzionale che in quello maggioritario. Ivanishvili, 185mo uomo più ricco del pianeta e primo nel suo Paese, secondo Forbes ha un patrimonio stimato di 5,5, miliardi di dollari, ed è da sempre considerato il braccio armato di Mosca a Tbilisi. Ha realizzato significativi business durante il periodo delle privatizzazioni post-sovietiche in Russia in campo bancario e metallurgico. Dopo la rivoluzione delle Rose (2003-2004), Ivanishvili ha abbandonato la Russia ed è tornato a vivere in Georgia nel suo borgo natale, Chorvila.

Si è guadagnato i titoli dei maggiori quotidiani occidentali per la sua passione di collezionista, aggiudicandosi il “Dora Maar au Chat” di Pablo Picasso a un’asta di Sotheby’s nel 2007 per 95 milioni di dollari. Un particolare significativo riguarda la sua partnership finanziaria con Vitaly Malkin, oligarga israelorusso con un patrimonio di un miliardo di dollari. Nel 2009 il governo canadese lo ha accusato di coinvolgimento in un presunto riciclaggio internazionale di armi e denaro. Tra l’altro all’inizio di quest’anno il blogger russo anti corruzione, Alexey Navalny, ha pubblicato sul suo blog i documenti comprovanti il fatto che Malkin ha omesso di dichiarare la proprietà di 111 condomini in Canada e che ha un passaporto israeliano. Passaggio che lo ha costretto alle dimissioni dal Consiglio della Federazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28/10/13
twitter @FDepalo

martedì 22 ottobre 2013

Grecia, braccio di ferro con la Troika su necessità nuove misure di austerity

L’impressione è che questa volta non sia come le altre, quando le fibrillazioni tra governo di Atene e Troika si erano risolte con un “obbedisco” pronunciato ai desiderata di Ue, Fmi e Bce. Perché i sondaggi danno i partiti al governo, conservatori di Nea Dimokratia e socialisti del Pasok, in seconda fila rispetto alla sinistra del Siryza e ai nazisti di Alba dorata. Ma soprattutto si registra il forte malumore di cittadini e parti sociali rispetto alle considerazioni tecniche fatte dalla Troika.

Ieri ci sarebbe stato un altro scontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali e il ministro delle Finanze greco, Iannis Stournaras, dato addirittura a rischio-dimissioni, su come proseguire nel memorandum imposto alla Grecia, uno snodo su cui non poco pesano le riserve su cui il Fondo monetario internazionale nelle ultime settimane non ha fatto mancare il necessario riverbero mediatico. Tre i fronti aperti dei negoziati: l’esigenza improvvisa (ma sussurrata da almeno un anno) di prendere ulteriori misure fiscali da 2 miliardi di euro nel 2014; l’eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio; la non esecuzione della decisione di scadenza differita delle obbligazioni detenute dall’Eurozona in grado di coprire una parte del fabbisogno di finanziamento per il prossimo anno. Non proprio tre questioni di secondo piano.

Con la conseguenza di ampliare le distanze tra Washington, Berlino e Atene. Il rischio per il Paese è che vi sia il quarto taglio a stipendi e pensioni, il tfr concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione oltre a nuove tasse per rientrare da quel mancato incasso. Con i sindacati pronti a fare le barricate (possibile sciopero generale per fine ottobre) e con i disordini sociali nuovamente in agguato. Il governo di Samaras è alla disperata ricerca di una soluzione rapida in grado di migliorare sia le ipotesi economiche (al centro del vertice bilaterale della scorsa settimana a Washington tra premier e Christine Lagarde) sia i timori degli altri governi della zona euro. Questi ultimi temono che l’assistenza per la Grecia per ridurre il suo debito sia, alla fine della fiera, interpretata come la certificazione del fallimento del programma greco e in ultima analisi, essere foriera di propellente per i partiti anti-Ue.

Non è un caso che il numero uno dell’Euro working group, Thomas Vizer, sia giunto ieri ad Atene proprio 24 ore dopo l’Eurogruppo e solo pochi giorni prima del ritorno della Troika. Vizer potrebbe “colmare” le differenze tra le due parti, auspicano fonti del governo, dal momento che la task force ministeriale e la Troika sono divise da circa 3,2 miliardi di euro nel triennio 2014-2016. Scendendo nel dettaglio al fine di raggiungere l’avanzo primario mirato di 2,8 miliardi di euro alla fine del prossimo anno, così come da richiesta, i dirigenti della Troika dicono di aver bisogno di misure supplementari per un importo di 2 miliardi di euro, mentre la parte greca si “limita” a 500 milioni di euro. Come uscirne? Uno scenario al quale si affianca la consueta onda disordinata di notizie e commenti nel Paese.

Per dirne una, solo quest’anno il comune di Atene ha commissionato la prima indagine interna (condotta dal Servizio sociale del Centro di accoglienza e solidarietà Kyada) su povertà ed esclusione sociale a tre anni dall’inizio della crisi, dopo che fino ad oggi se ne erano occupati solo gli organismi internazionali. Ebbene risulta che su una popolazione complessiva di 2 milioni di cittadini nella sola capitale, che si estendono a 5 milioni nell’intera area metropolitana ateniese, 20mila sono i poveri assoluti. In particolare, 1.667 assistiti per i pasti, 480 senzatetto e 774 famiglie beneficiarie del Sos sociale. A cui vanno sommati i circa 2.500 suicidi da crisi.

E il settimanale tedesco Spiegel dà conto della grottesca vicenda della madre del ministro delle Finanze Stournaras, che secondo il figlio vivrebbe con una pensione da 500 euro mensili e a cui alcuni cittadini indignati hanno inviato un pacco-alimenti con la scritta “per la mummia Stournaras”. Perché, rivendicano, “in Grecia alcuni pensionati vivono con 300 euro al mese, proprio grazie alle misure avallate da Stournaras e dalla Troika”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/10/13
twitter@FDepalo

Merkel, pressioni su Atene: rinunci ai danni di guerra

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.

Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi). 

Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum. Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione. Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. 

Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine). Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

Fonte: Il Giornale del 22/10/13
twitter@FDepalo

mercoledì 16 ottobre 2013

Crisi, metodo Cipro in tutta l’area Euro? “Fmi pensa a prelievo temporaneo del 10%”

Fondo Monetario Internazionale pronto a prelevare “temporaneamente” il 10% del risparmio privato nei 15 paesi della zona euro come veicolo per affrontare i problemi di sostenibilità del debito pubblico. Lo scrive il quotidiano belga L’Echo: la proposta dell’istituto guidato da Christine Lagarde, secondo quanto riportato dal giornale, sarebbe contenuta in un paper intitolato “Proposte del FMI sulla crisi fiscale”. Con all’interno un sottocapitolo della relazione intermedia curata della Agenzia per le tendenze finanziarie (Fiscal Monitor) dal titolo “Un contributo straordinario dalla ricchezza privata?”.

Con quel punto di domanda che non solo rimanda al metodo Cipro, quando lo scorso marzo in cambio degli aiuti continentali da 10 miliardi di euro, la troika pretese una tassa straordinaria per i conti correnti con più di 100mila euro. Ma anche alla notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992 quando gli italiani scoprirono per primi la troika grazie al governo guidato da Giuliano Amato che mise mano ai c/c con il noto “prelievo forzoso” del sei per mille sulle cifre depositate, (ideato per sventare l’attacco alla lira). Ma oggi la notizia scuote cittadini e mercati perché giunge all’indomani di un punto di rottura (insanabile?) tra Fmi ed Eurozona, in contrasto circa la strada seguita per la crisi greca: una medicina che di fatto ha peggiorato lo stato di salute del malato terminale Atene. E che oggi qualcuno inizia a vedere come fumus persecutionis ma al contrario. Pur di non commettere gli stessi errori della Grecia, dice a mezza voce un banchiere, meglio picchiare subito sui correntisti. Che poi sembra essere la soluzione tanto cara al Fondo e che è alla base delle frizioni tra Washignton e Bruxelles/Berlino.

E così, secondo il Fondo, tali contributi una tantum sarebbero stati già ampiamente utilizzati in Europa dopo la prima guerra mondiale e in Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Precisa che non ci sono stati i risultati attesi e le misure imposte in questo biennio di crisi greca non hanno portato ad una riduzione effettiva del debito pubblico. Ragion per cui il Fondo concentrandosi sulla zona euro e sul necessario ritorno dei livelli di debito a condizioni pre-crisi, ammette che l’unica via di uscita sarebbe un taglio ai conti.

Si tratta di una notizia che, se fosse confermata, aumenterebbe esponenzialmente la tensione con il rischio di una corsa ai bancomat così come è accaduto in Grecia lo scorso anno e anche a Cipro prima che le banche stesse rendessero inservibili proprio gli sportelli del cash, bloccandoli per diversi giorni. Ma il Fondo non sembra essere intenzionato a fare retromarcia, come si evince dalle conclusioni di quel paper: per cui il quotidiano L’Echo osserva quasi con rassegnazione che dato il pessimo stato delle finanze pubbliche della zona euro, le idee per rafforzare i fondi pubblici non mancano, “come questa piuttosto semplicistica e senza precedenti del Fmi”. E il Washington Post, con straordinario tempismo, ci mette il carico e fa un parallelo tra la crisi americana e l’atteggiamento dei rispettivi mercati in Grecia. Nel titolo “L’America come una bolla?” tutta l’imprevedibilità di mercati senza regole e disarmonie per i cittadini.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/10/13
twitter@FDepalo

giovedì 10 ottobre 2013

Alitalia, ecco i sogni falliti di Colaninno e dei compagni patrioti

Piangere sul latte versato non serve. Imparare dagli errori commessi sì. E allora sul caso Alitalia, che perde circa 700mila euro al giorno, potrebbe consumarsi il medesimo rito a cui si è assistito pochi anni fa ma con la differenza che oggi i conti sono sensibilmente peggiorati, lo spettro del default è drammaticamente vicino e quel “piano Fenice” proposto illo tempore si è rivelato fallimentare. Di qui il punto di domanda: quanto converrebbe un altro volo tra le braccia dello Stato dopo l’esperienza passata?

Sogni falliti
Il miliardo e duecento milioni persi da Alitalia in poco meno di un lustro sono lì a testimoniarlo, al pari della scelta miope di una mancata strategia di lungo respiro, vista la concomitanza delle tratte coperte dall’alta velocità e le risicate rotte internazionali. L’addio a Malpensa, sommato alle conseguenze dell’accordo con Air One, hanno fatto il resto con numeri inquietanti: penetrazione su rotte nazionali passata dal 51,9% del 2009 al 49,6% di fine 2012; Ryanair e Easyjet che hanno innescato giustamente una concorrenza alla voce prezzi, producendo voli in perdita per Alitalia. Tra l’altro nonostante il taglio di numerosi voli, sul terzo segmento, quello dei voli intercontinentali, si è abbattuta la doppia mannaia della concorrenza e della crisi. Per cui il risultato non poteva che essere così poco lusinghiero. Insomma, dai sogni Cai alla realtà attuale passando per una battuta che qualcuno riconduce direttamente a Colaninno, quando si spinse a dire “Air France potremmo comprarcela noi”.

Caporetto
“Uno scenario da Caporetto” lo definisce Ettore Livini su Repubblica, anche perché è stata la stessa “variopinta compagine di soci dell’azienda” a contribuire al disastro. In prima battuta dando il benservito all’ex ad Rocco Sabelli, passando per le numerose frizioni ad esempio con le varie teste presenti nel board e che hanno rappresentato l’anticamera al passo indietro di Andrea Ragnetti, mentre il vicepresidente Salvatore Mancuso (più volte in questi giorni impegnato a dire no ai francesi) era dedito alla contesa personale contro il presidente Roberto Colaninno quando le prime avvisaglie di default già si tramutavano in certezze semiconsolidate.

Privati sino a che punto?
Lo spettro per il privato si chiama ricapitalizzazione, ma con il rischio che si tratti di una pistola scarica. L’idea manifestata dal governo sembra essere quella di tentare di rafforzare Alitalia (per quanto possibile) con presenza e linfa pubblica, e sedersi al tavolo con Air France-KLM in una posizione non già di sconfitta, anche se i numeri sono impietosi in questo senso: con il cherosene ormai a tempo, i fornitori lontanissimi dall’essere pagati e l’idea che da Parigi fanno circolare di un piano esuberi che prevede il taglio di seimila dipendenti (non proprio una sorpresa, anche se i sindacati fanno finta che lo sia).

Ritorno al futuro?
Ancora Air France, si chiedono analisti ed economisti? Al momento sembrerebbe di sì, ma nulla è escluso in questa vera e propria partita a scacchi dove ogni mossa prevede almeno tre diverse contromosse sull’asse Parigi-Abu Dhabi. Perché in gioco non c’è più l’italianità di Alitalia ma molto più semplicemente il tentativo di trovare una strada che non sia dover portare i libri in tribunale.

Fonte: Formiche del 10/10/13
twitter@FDepalo

Ecco la vera frattura (popolare) fra alfaniani e berlusconiani

Ministeriali o intransigenti?, si chiede Il Foglio a proposito dei pidiellini. E se invece la frontiera vera dello scontro tutto interno agli azzurri fosse la prospettiva popolare ed europea?Lealisti, alfaniani, mediani. E prima ancora falchi, colombe, pitonesse, giaguari, di lotta o di governo, pro Marina o no. Epiteti che, di volta in volta, la grande stampa retroscenistica ha scelto per stilare elenchi e squadre contrapposte che, nell’agone di Palazzo Grazioli o di Arcore, hanno incrociato lame affilate. Ognuna con il proprio ordine del giorno: elezioni, stabilità, rottura, ricucitura, congresso, unità. Tutti passaggi con riverberi precisi e conseguenze chirurgiche “nel board” del partito berlusconiano. Ma oggi un elemento in più, in verità noto da alcuni mesi, potrebbe far mutare la prospettiva. Il vero discrimine politico al di là di personalismi e berlusconismi è la prospettiva delle elezioni europee?

Mauro propone
Il ministro della Difesa Mario Mauro, ciellino, ex pezzo da novanta nell’Europa del Pdl e approdato lo scorso anno tra i montiani di Scelta civica, lo dice a chiare lettere: “Finiscano gli indugi: ci vuole una lista per le elezioni europee che metta insieme tutti colori che con matrice popolare e con sensibilità liberale e riformatrice, vogliono aiutare non solo l’Italia ma l’intera Europa a venir fuori dal guado della crisi”. E ancora: “Chi si riconosce nella esperienza e nella sensibilità popolare, liberale, riformatrice, in una famiglia come il partito popolare europeo incentrata sull’economia sociale di mercato e sulla centralità della persona nella costruzione di un sistema politico, non deve più indugiare: ci vuole una lista per le elezioni europee”. La domanda è: in quella lista questo Pdl come può starci? E Forza Italia 2.0?

Fi e Ppe
Due mesi fa i vertici del Ppe avevano fatto filtrare l’indiscrezione che in ottobre (quindi tra pochi giorni) e soprattutto dopo le elezioni in Germania, avrebbero preso in esame la richiesta di adesione della nativa Forza Italia. Passaggio sul quale proprio nulla era ed è scontato. Mentre il Pdl già si trova nell’orbita popolare europea, il nuovo-vecchio partito bussa di fatto alle porte del Ppe con a guida un leader agli occhi della legge italiana pregiudicato e con posizioni anti europee niente affatto silenziate. Due elementi che, sempre stando ai sussurri agostani provenienti da Bruxelles, sarebbero ostativi ad un “sì” pronunciato verso il partito di Piazza San Lorenzo in Lucina.

Gelmini ragiona
La frontiera “popolare”, dunque, come diga che separa al momento i destini italiani ed europei di Pdl e Fi o comunque di ministeriali e intransigenti, parafrasando il titolo del Foglio. Proprio sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara Salvatore Merlo disegna la contrapposizione intestina di alfaniani e lealisti, mettendo l’accento sul ragionamento che fa l’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. “C’è tutta una singolare, e sospetta, corrispondenza di amorosi sensi” dice a proposito della liason tra alfaniani e centristi, nelle cui fila proprio Mauro era confluito lo scorso anno quando già si discuteva dello stesso argomento. E definisce quel modus di stare insieme come “l’eterno e misterioso fascino del dire e non dire”. A cui l’ex ministro ribatte: “Noi che c’entriamo?”

Fonte: Formiche del 9/10/13
twitter@FDepalo

venerdì 4 ottobre 2013

Renzi e renziani sbuffano per il bis di Letta e Alfano

“Con questa operazione asfaltiamo anche Renzi”, dice sornione a tarda sera il cattolico Beppe Fioroni. Altro che smacchiare il giaguaro: all’indomani del voto di fiducia coatto del Pdl al governo Letta i nodi vengono al pettine proprio nella barricata dei vincitori. In quel Pd dove, al di là dell’hurrà pronunciato dall’allievo di Beniamino Andreatta una volta lasciato l’emiciclo del Senato, bocche semicucite e sorrisi di circostanza hanno iniziato a serpeggiare in casa dei renziani: spiazzati, forse più di tutti, dall’evoluzione della giornata di ieri con la capriola “lettiana” del Cavaliere che, da oggi, porta in sè l’embrione di scenari diversi.

Fronte renziano
Un ministro tra i più vicini al sindaco di Firenze, Graziano Delrio, lo dice apertamente dalle colonne di Repubblica. “Ci siamo liberati dei diktat di Silvio attenti però a non sognare il Grande Centro”. Ecco il punto. Perché se da un lato nell’istante stesso in cui Berlusconi ha annunciato la fiducia il governo e mezzo Paese hanno tirato un ospito di sollievo, dall’altro a Palazzo Vecchio sono iniziati i mal di pancia per un’operazione condotta dal triumvirato “LAL“ Letta-Alfano-Lupi: i 40enni di scuola Dc. Il no del ministro ad una legge elettorale alla tedesca e quindi al Grande Centro è la spia di un possibile isolamento del rottamatore, che in questo frangente potrebbe essere, dopo il Cavaliere, lo sconfitto numero due del voto di ieri. “Matteo segretario per proporre una nuova stagione” annuncia Delrio, ma non sarebbe automaticamente un traguardo foriero di potere o di ipoteche sul dopo.

Timori da neocentrismo
Non cambia niente, si affretta a precisare Matteo Renzi e ammette di sostenere apertamente il governo Letta ma “non certo per dare tempo a Cicchitto e Alfano di riorganizzarsi”. Sull’ipotesi Grande Centro poi non si nasconde e sottolinea di essere informato del fatto che qualcuno pensa ad un’operazione del genere sostenendo una legge elettorale di tipo proporzionale, ma “quando sarò segretario e avrò il mandato di milioni di elettori porrò il problema e dirò che noi siamo per il bipolarismo, non vogliamo ritorni a prime Repubbliche e non ci sono ex dc che tengano”. Sulla stessa lunghezza d’onda altri democratici. “Un delitto perfetto, e non perché abbiamo ammazzato Berlusconi – certifica a braccia conserte Pippo Civati – Siamo precipitati in un’Italia democristiana con una piccola sacca di resistenza umana”. Renzani e bersaniani, quindi, per una volta uniti nel leccarsi le ferite, con una voce che vuole un canale di comunicazione aperto anche con i vendoliani: per fare fronte comune contro la cosa bianca, su cui qualche osservatore ha registrato il plauso del Cardinale Camillo Ruini. “E a noi di tutto questo cosa ne viene?” si chiedeva ad un certo punto, infuriato, il renziano Matteo Richetti. “Sono proprio inca…to”.

Fuori le ali
Chiude Beppe Fioroni: “Berlusconi è nato sulle ceneri della Dc e ora la sua parabola politica finisce proprio per mano di ex Dc”, ha scherzato ma non troppo. E tornano alla mente le parole pronunciate più o meno un anno fa dall’allora premier tecnico Mario Monti quando iniziava a ventilare l’ipotesi di un taglio delle ali, da una parte e dall’altra: e giungere ad una cosa nuova.

Fonte: Formiche del 3/10/13
twitter@FDepalo

Alba dorata, rimessi in libertà tre deputati. Lo scandalo mette a rischio il governo

Delle due l’una: o hanno ragione i pericolosi nazisti di Alba dorata a evocare un complotto contro di loro con il supporto dei servizi israeliani, oppure pm e politici greci dovrebbero ripassare la Costituzione e il codice penale. All’indomani della scarcerazione in Grecia di tre dei cinque deputati del movimento neonazista arrestati sabato scorso in pompa magna e accusati di eversione, frode fiscale e banda armata con l’obiettivo di preparare un colpo di stato, fanno specie le parole del difensore di Ilias Kasidiaris, prossimo candidato alle amministrative di Atene di maggio che dice: “A carico del mio cliente non ci sono reati penali“.

Di qui non solo la scarcerazione avvenuta ieri (libertà vigilata, ma per Kasidiaris anche 50mila euro di cauzione) davanti a cento manifestanti chrisìavghites che fuori dall’accademia militare di Evripidon sventolavano bandiere elleniche e urlavano l’inno nazionale, ma i riverberi politici dell’intera questione con le ombre di frizioni governative tra i due ministri che hanno condotto i giochi in questa delicatissima partita.

Nonostante il ministro della giustizia e quello degli interni, Athanassiou dato dimissionario in queste ore e Dendias, siano due strettissimi collaboratori del premier Samaras, sono finiti nell’occhio del ciclone di media e opinione pubblica che si interrogano ora su come sia stata gestita l’intera faccenda. E si chiedono: Alba dorata approntava effettivamente un colpo di stato? Gli appoggi temuti tra i vertici della polizia e dei servizi segreti ellenici, che hanno portato alla sostituzione dei due vicecapi della polizia e del vertice della sezione Peg che dispone tutte le intercettazioni telefoniche nel Paese, porteranno a incriminazioni o si concluderanno come con i tre deputati con un possibile nulla di fatto?

Dopo un interrogatorio durato quindici ore i due giudici istruttori incaricati del procedimento hanno incriminato quattro deputati di Alba dorata per costituzione e partecipazione ad un’organizzazione criminale, ma ne hanno disposto il rilascio di tre in libertà vigilata (Kasidiaris, Panagiotaros e Michos). Una decisione che, a detta di vari osservatori, sembra uno schiaffo al governo e alla magistratura che da giorni hanno iniziato perquisizioni a tappeto contro il gruppo filo-nazista accusato di attacchi e aggressioni ai danni di immigrati, oltre che almeno di due omicidi. Al momento in carcere restano il leader di Alba dorata Nikolaos  Mikalioliakos e il suo vice Xristos Pappas, oltre Yannis Lagos. I pm sospettano per quest’ultimo che abbia recitato un ruolo decisivo nell’omicidio del 34enne rapper Pavlos Fyssas, avvenuto ad Atene il 17 settembre scorso per mano di Georgios Roupakias.

“E’ la più grande cospirazione della storia”, si difende Kasidiaris appena uscito dall’Accademia militare e sottolinea che “la detenzione di Nikos Michaloliakos è incostituzionale perché gestita da centri esterni di potere”. Il ragionamento complottistico che da qualche ora circola con insistenza negli ambienti delle forze dell’ordine è se vi sia stato o meno un disegno per eliminare i nazisti violenti e beceri di Alba dorata perché pericolosamente vicini al 20% dei consensi nel Paese.

Ovvero, dal momento che erano facilmente incastrabili per via del loro sfrenato nazionalismo e con l’aggravante dell’omicidio di Fyssas, qualcuno potrebbe aver pensato di fermare in questo modo l’unica reale minaccia alla prosecuzione del memorandum e quindi alla troika? Al momento solo supposizioni e teorie non confermate. Quello che è certo è che potrebbe avvicinarsi un rimpasto di governo con la sostituzione dei due ministri che hanno gestito il caso mentre il premier Samaras nelle stesse ore dall’altro lato dell’oceano tranquillizzava Christine Lagarde e Joe Biden sugli impegni presi da Atene con i creditori.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 3/10/13
twitter@ FDepalo