lunedì 29 novembre 2010

Parola di Bauman: senza solidarietà nessuna ripresa

Da Ffwebmagazine del 29/11/10

C’era una volta una società con cittadini responsabili e che, in buona parte, erano consapevoli dei propri limiti. Perché gravati da eventi storici importanti, perché idealmente partecipi alla strutturazione delle istituzioni, al loro rispetto, alla loro valorizzazione come patrimonio comune.

C’è oggi invece un cumulo di consumatori, (in apparenza) soddisfatti di consumare, ma rapiti un minuto dopo dalla logica perversa del consumo. Come se quel pozzo infinito di oggetti materiali, fosse direttamente proporzionale ad un tasso intimo di felicità. Come se da quell’indice commerciale dipendesse, alla fine, la qualità della vita di tutti. Vi sono, di contro, anche sistemi macroeconomici mutati, in brevissimo tempo. C’è il default della Grecia, c’è la difficoltà dell’Irlanda, la sofferenza di altre economie mediterranee. C’è la sperequazione sociale, ci sono flussi migratori che si orientano anch’essi sulla scorta della grave congiuntura economica: c’è insomma, un mondo in movimento. E a tale scenario deve per forza di cose associarsi un atteggiamento sociale diverso.
Come comporre dunque la società del futuro? Non ha dubbi Zygmunt Bauman, conversando con Repubblica sul ruolo della sinistra inglese, sui fratelli Miliband e sulle prospettive di rinascita in chiave europea: «Serve più solidarietà», dice convinto. Ovvero puntando su un riequilibrio dei valori materiali e immateriali sulla scena mondiale. Valori che servono anche come collante inclusivo, dal momento che, sostiene Bauman, se un individuo si vede escluso dal circuito sociale di una collettività, rimarrà sprovvisto di protezione e potrebbe essere proprio in quell’istante facilmente manipolato. In quanto con la guardia bassa, debole, sfibrato dal processo ad escludendum che lo ha interessato. Secondo Neal Lawson, mente di Compass, il pensatoio dei laburisti inglesi, Bauman avrebbe contaminato persino la modalità espressiva di Ed Miliband, quando invita ad una mobilitazione di massa verso chi reputa che nella vita non ci siano solo gli incassi a dettare tempi e umori quotidiani. Ma anche quella che viene definita «energica difesa della collettività, dell’appartenenza e della solidarietà».

Dunque per il sociologo della società liquida, lo stesso che ha declinato come «nell’oscurità il calore della comunione umana diventi la salvezza», appare come elemento basilare alla sopravvivenza futura un parametro diametralmente opposto a quello issato a vessillo dello spreco e dell’abbondanza: la “resurrezione morale», rileva, potrà arrivare solo con un reddito minimo garantito. In quanto ritiene che la partita non si giochi più sul piano del comunismo, o del consumismo, dal momento che «gli Stati intendono controllare l’opinione pubblica e riprodurre le loro élite». La sua preoccupazione maggiore sta nell’evoluzione distorta che la società ha registrato, passando da un’etica del lavoro a una del consumo.

Mentre nella prima si prediligeva lo status costituzionale del lavoro, come professione, come realizzazione di sogni ed aspettative, nella seconda ecco irrompere il consumo come stadio finale di un percorso di vita. Come se gli sforzi compiuti in campo occupazionale e sociale fossero indirizzati poi al solo obiettivo di acquisire, spendere, consumare. Dove l’interesse personale travalica tutto e tutti, sgretolando l’insieme, la comunità dove il singolo, piaccia o no, vive, cresce, si riproduce. Mortificando il contenitore nel quale l’uomo non può fare a meno di inserirsi.

Per questo appare interessante un approccio valoriale, ma più umano e concreto, al bivio in cui la società del capitalismo si ritrova, indecisa se avvolgersi protezionisticamente su se stessa, ed erigendo mura spesse ma anche immobilizzanti. O sperimentare un’altra strada, meno egoistica, più collegiale: magari riprendendo un’altra riflessione di Bauman di qualche tempo fa, quando disse che «la democrazia non può fondarsi sulla promessa dell’arricchimento. Il suo tratto distintivo è rendere servizio alla libertà di tutti».
Libertà, quindi, anche di vivere dignitosamente, di godere dei diritti che l’essere umano dispone, a volte solo sulla carta. E che a maggior ragione vanno preservati e difesi con tenacia.

domenica 28 novembre 2010

Ma quali traditori, qui sta tornando il fanatismo


Da Ffwebmagazine del 28/11/10

Altro che traditori marchiati a vita. Per ora l’unico marchio è quello che alcuni scalmanati avrebbero voluto timbrare, con calci e pugni, sul viso di una giovane attivista di Futuro e Libertà, impegnata ieri nel gazebo romano di Piazzale Flaminio. E che solo grazie all’intervento di alcuni manifestanti della Cgil (quindi pericolosi comunisti) è riuscita ad evitare il peggio.
I fatti: nella metropolitana di Roma tre ragazzi notano sul bavero del cappotto della giovane, la spilletta di Fli e iniziano ad insultarla e a spintonarla. Lei cerca di ignorarli, ma dopo un paio di provocazioni anche fisiche risponde: «l’aggressività è l’unica forma di ignoranza contro la quale la parola non può nulla». Al che uno dei tre le si fa incontro minacciosamente con intenti niente affatto pacifici, ma fortunatamente alcune persone provenienti dalla manifestazione della Cgil, si frappongono tra gli aggressori e la ragazza, consentendole di scendere alla fermata successiva e di fuggire indenne.

Ecco dove porta la propaganda, l’esasperazione dei toni e delle frasi sbraitate in linguaggio cagnesco. Ecco il partito dell’amore, della solidarietà, dell’accoglienza. Ecco cosa accade se anziché ponti si costruiscono muri. Senza voler scivolare in facile retorica o in plastiche ricostruzioni di ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere, viene da pensare che fine abbiano fatto i traguardi sociali e culturali raggiunti sino ad ora; o gli insegnamenti di rispetto e condivisione tra diversi, tra opposti. Ma davvero questa gente non ha capito nulla? Davvero stiamo tornando al medioevo della politica, agli anni del tutti contro tutto? E con quale obiettivo, per quale ragione, con quali finalità, con quanti e quali guadagni?

Qui si sta riproponendo un problema vero e tangibile di fanatizzazione degli animi, e la politica, quella con la P maiuscola, quella che ragiona e che non pensa solo alle prossime urne o alla demonizzazione dell’avversario, ha l’obbligo morale di alzare un dito e dire a gran voce: “no, noi non ci stiamo”. Deve distinguersi, perché ha un ruolo educativo, pedagogico, sociale. Non è solo un affare di voti, di promesse e di nomine, anche se negli ultimi quattro lustri non sono mancate criticità e momenti di cui non andare granchè fieri. Certo, è più semplice prendersela col più debole, con una giovane indifesa. O scagliarsi contro qualcun’altro che non siano i propri compagni di squadra, quando le cose non girano per il verso giusto. O scaricare responsabilità a chi sta dall’altro versante della barricata, magari accusandolo di tramare, di tradire, di complottare. In quella logica perversa e sterile che alla fine annebbia le menti e non consente di guardare in faccia alla realtà. Perché distratti da mille ombre che si allungano (o che qualcuno pensa che si allunghino) sul Paese, da infinite ipotesi, da ridicole contro tesi, da tediosi ragionamenti spaccando in quattro un battito di ciglia.

No, non vale proprio la pena tornare indietro nel tempo, ad un tempo di lotta e di visi contro, di agguati e di minacce. Perché le cose sono cambiate, gli steccati non sono più così alti, gli individui (quasi tutti) si parlano, si confrontano, ragionano.Verrebbe proprio da chiedersi, se non fosse il caso che le categorie di traditori prevedessero al loro interno almeno i fondamenti della democrazia. E non sarebbe chiedere troppo.

sabato 27 novembre 2010

A chi fa paura la rivoluzione copernicana della Rete?


Da Ffwebmagazine del 27/11/10

Che succederebbe se alla rete si applicassero norme restrittive, che soffocherebbero di fatto il suo peculiare spirito di libertà? Come favorire l’assunto che più internet equivale a disporre di più democrazia? È chiaro che in questo frangente ci sono dei valori assoluti inconfutabili: avere maggiori informazioni (intese nella pubblica amministrazione e nelle news) nel mondo di oggi rappresenta un’opportunità straordinaria, una rivoluzione copernicana nelle vite dei cittadini che va attuata in positivo. In quanto apre strade sino a ieri non battute, illustra scenari sconosciuti, rompe schemi di un passato che, se ripresi al giorno d’oggi, non porterebbero a nulla. Logicamente se il tutto non venisse metabolizzato come un’occasione di progresso, ma come un rischio e con un approccio dettato dalla paura, ecco che si finirebbe per realizzare quella che Lessig ha definito “guerra contro i nostri figli”. E che porterebbe quel sistema timoroso ad autoescludersi dal circuito internazionale, dalle chanche di sviluppo occupazionale, sociale, culturale, politico.

Di contro lo scoglio maggiore non è rappresentato dal bilanciamento delle opportunità con i rischi del settore, perché sarebbe come voler teorizzare che le automobili sono un mezzo fondamentale di trasporto ma che con esse si possono anche fare degli incidenti. Un modo sterile di affrontare l’evoluzione a cui la società grazie alla rete sta andando incontro, nel solco delle più tradizionali discussioni sui nuovi strumenti tecnologici che da sempre sono state imbastite fra modernisti e ultraconservatori. Per questo appare positivamente di lungo respiro la proposta del deputato Fli Antonio Buonfiglio (riprendendo un’idea del Presidente Fini) di equiparare l’accesso a internet ad un vero e proprio diritto costituzionale. Un’accelerazione da condividere anche con il mondo dell’industria, che potrà sfociare in opportunità interessanti per l’intero sistema Paese. A cui gioverebbe che si sviluppasse una vera e propria industria di Internet.
In quella direzione va, ad esempio, la nuova iniziativa di Google. Che durante l’ultimo Super Bowl ha trasmesso un video, illustrando una storia grazie a ricerche fatte in rete: un punto di partenza per una campagna pubblicitaria (una primizia in Italia), che mesce tv e web. Senza dimenticare altri spunti come Internet for Peace, o quelli rivolti alla libertà di espressione, o gli studi di approfondimento come quello presentato dal centro Nexa. Per chiarire come sia falsa l’idea delle grandi aziende “cattive” che non hanno a cuore l’interesse dell’individuo, semplicemente perchè è vero esattamente il contrario.

Si prendano realtà come Google che prestano i propri servizi in forma gratuita (dal momento che il modello di business è quello della pubblicità), e dispongono di un unico referente che è l’utente. Senza il quale, ad esempio, lo stesso Google non esisterebbe. Ecco il legame con quella campagna pubblicitaria, legata alla ricerca: oggi si cercano le informazioni attraverso molteplici risorse, non più soltanto grazie ai tradizionali motori di ricerca.
Lecito chiedersi: chi brandisce come una clava l’esigenza della segnalazione di contenuti illegali (senza dubbio fondamentale per il sistema), non rischia così di far trasparire ben altri timori e pregiudizi verso la rete? Due le tematiche rilevanti per fare chiarezza: la libertà di espressione, che è un diritto costituzionale decisivo, che si declina anche come diritto di accesso alle informazioni, un diritto di per sé, che incarna un valore qualitativo di cittadino che, se più informato, sarà più in grado di prendere decisioni ed assumere posizioni. In secundis l’assunto che l’informazione aiuta la democrazia, e Internet è un media pluralista. Detto questo il problema sicurezza esiste, ma è completamente staccato da tale contesto, dal momento che non appare utile fare una sorta di bilanciamento fra due realtà così diverse. La sicurezza deve essere garantita attraverso la collaborazione fra le istituzioni, le forze dell’ordine e gli operatori: nel rispetto delle garanzie costituzionali, incluso il diritto alla privacy.

Collaborazione che, a oggi, c’è stata nella repressione del crimine informatico, una costante di qualsiasi internet service provider.
Con la differenza che oggi in Italia si vive un vero e proprio controsenso: mentre da un lato l’Unione Europea nella carta fondamentale dei diritti considera la rete una straordinaria occasione di conoscenza, dall’altro provvedimenti come il decreto Romani rischiano di ingabbiare quella leggerezza e quella libertà del web che ha fatto della Rete la vera rivoluzione copernicana del terzo millennio.

E adesso spunta anche l'ombra del complotto

Da Ffwebmagazine del 26/11/10

Un disegno per screditare l’Italia, una manovra concentrica che vede quattro “forze” simultanee in moto per mettere in cattiva luce il paese: l’emergenza rifiuti in Campania, le rivelazioni imbarazzanti del sito di intelligence Wikileaks, il crollo a Pompei e il caso Finmeccanica. È la denuncia del capo della Farnesina Franco Frattini, al termine del Consiglio dei ministri. Tra comunicati stampa e smentite simultanee.
Frattini ha fatto riferimento a quattro eventi che, se in apparenza sembrano privi di un legame comune, per uno dei maggiori rappresentanti dell’esecutivo rientrano in un unico disegno, con l’obiettivo di «colpire l’immagine dell’Italia sulla scena internazionale», come si legge in una nota ufficiale.
In un secondo momento Frattini smentirà di aver mai parlato di complotto, ma immediatamente dopo il Consiglio dei ministri, un comunicato ufficiale recitava: «Il Ministro degli affari esteri, Franco Frattini, ha riferito su vicende delicate che rappresentano il sintomo di strategie dirette a colpire l’immagine dell’Italia sulla scena internazionale», con l’esplicito riferimento «all’attacco a Finmeccanica, la diffusione ripetuta di immagini sui rifiuti di Napoli o sui crolli di Pompei, l’annunciata pubblicazione di rapporti riservati concernenti la politica degli Stati Uniti, con possibili ripercussioni negative anche per l’Italia». Un giallo, insomma, con la rapida rassicurazione del titolare della Farnesina che «non vi sarà alcuna ripercussione nei rapporti con Washington». Almeno si spera.

In seguito Frattini, incalzato dalle domande dei cronisti, ha afferma di poter escludere la mano di «un unico burattinaio», facendo dipendere la questione «da una combinazione di informazioni inesatte e di enfatizzazione mediatica di fattori negativi il cui risultato è dannoso per il Paese». Concludendo con un appello nell’interesse nazionale, a «difendere immagine della nostra Italia».
Uno scenario insomma degno di un romanzo di Le Carrè, con frasi dette e poi smentite, veri e propri massi gettati nello stagno. E Palazzo Chigi risponde con la determinazione di chi vuole reagire con «fermezza per difendere l’immagine nazionale e la tutela degli interessi economici e politici del Paese».
Altra dose massiccia di allarmismo dal vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, secondo cui sarebbero guai se si sottovalutassero gli allarmi lanciati dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, «sui rischi di una strisciante aggressione mediatica, al servizio finanche inconsapevole di qualche potente centrale politico-affaristica, mirata a indebolire le difese del debito pubblico italiano. Il partito della spesa che è tornato a farsi prepotentemente vivo non sa, o finge di non sapere che lavora per il re di Prussia».

Secca la reazione di Carmelo Briguglio, deputato Fli e membro del Copasir, secondo il quale in caso di minacce reali contro l’Italia, «è bene che il Governo riferisca al Parlamento e al Capo dello Stato. Il ministro degli Esteri Frattini è opportuno che riferisca in particolare al Copasir dove l’audizione del presidente Berlusconi appare ormai ineludibile dopo il comunicato del Consiglio dei ministri che suscita preoccupazione, almeno nella parte che riguarda scenari internazionali, i rapporti con i Paesi alleati anche in relazione alle notizie in arrivo dal sito Wikileaks».

giovedì 25 novembre 2010

Il fu Pdl e quell'incapacità di vedere oltre le nebbie


Da Ffwebmagazine del 25/11/10

«Ciò che scriviamo oggi sulla lavagna, domani lo cancelleremo» ha detto Brecht. In quanto gli ammodernamenti, da qualsiasi latitudine ed epoca li si voglia analizzare, sono il pane quotidiano di ogni civiltà che si rispetti, che teme di restare indietro, inghiottita da un gap non solo infrastrutturale, ma soprattutto mentale. Perché, come rilevato da Llewellyn H. Rockwell jr, «ad ogni generazione l’idea della libertà deve essere riaffermata da coloro che sanno vedere oltre le nebbie, e riscoperta dai giovani e dai coraggiosi».

Lecito chiedersi: chi sono oggi nella politica italiana i coraggiosi e quelli che sanno vedere oltre le nebbie? Certamente non spiccano fra coloro che, come blocchi monolitici, faticano a fare un passo verso la modernità, verso quell’evoluzione di idee e strumenti senza la quale molto realisticamente si perisce, felicemente cementificati in uno status quo che non offre nulla, se non la grigia stabilità della contingenza: destinata alla sterilità.
Non comprendendo come sia proprio su quelle coordinate che si gioca la partita politica del futuro, ovvero sulla consapevolezza che «quando i ruoli cambiano - come osservato dall’ambientalista americano Stewart Brand- anche le ideologie devono cambiare». Semplicemente perchè è anacronistico applicare ad un dato nuovo un’idea datata, utilizzare strumenti obsoleti per esigenze moderne, e farlo solo per il gusto di essere caninamente fedeli ad un padrone. Entusiasti per la carezza celebrativa e momentanea che seguirà a quella assurda fedeltà. Assurda, non perché si voglia sminuire il valore di un’appartenenza o di un legittimo affetto di riconoscenza, ma perché basata sul nulla, lontana anni luce dal mondo vero e dai flussi di informazioni e di vite umane che in quel mondo si spostano alla velocità della luce e che devono, per forza di cose, essere intercettate e comprese.
Sprecando in questo modo l’occasione per costruire consapevolezze proprie, per disegnare nuovi e personali orizzonti, per gettare lo sguardo (non oltre l’ostacolo, sarebbe pretendere troppo), ma almeno più in là del proprio seminato. E non per il vezzo intellettuale della sperimentazione a tutti i costi che, oggi, improvvisati politologi puristi si affrettano a dequalificare perché “utopia e basta”. Ma perché frutto di consapevolezze ragionate, soppesate, metabolizzate grazie a neuroni liberi e pensanti. Che, per questo, sono malvisti da concezioni padronali e aziendalistiche della politica, come accade nel fu Pdl, dove quotidianamente si assiste ad un pezzo di partito che marcisce sotto il peso del non-pensiero.

Il riferimento è a quanto dichiarato a Omnibus da Nunzia De Girolamo, deputato e coordinatore del fu Pdl nella provincia di Benevento, mentre battibeccava intensamente con l’onorevole Briguglio: «Io non tradisco le ideologie». Sembrava di trovarsi di fronte a qualche componente della nomenklatura del vecchio Pcus, il giorno della caduta del Muro di Berlino. Quando, nonostante calcinacci in frantumi e separazioni di universi ormai fusi, quei dirigenti continuavano a ragionare come se nulla fosse accaduto, come se il regime fosse ancora saldo e i cittadini non si fossero ribellati.
Un mondo, insomma, tutto casa e partito, dove si decidevano strategie a trecentosessanta gradi, con un blocco monolitico (il partito) pervasivamente presente nella vita dei sovietici. Qualcuno dovrebbe suonare la sveglia a chi non si è reso conto che, nel frattempo, le cose sono cambiate. E di molto, non solo negli interpreti che hanno scelto di scendere in campo anziché salire in politica, ma soprattutto in quelle mille anime del Paese stanche di miopie decisionali e di assurde (e improduttive) fedeltà. Appunto, assurde.

mercoledì 24 novembre 2010

La telefonata in diretta, ovvero la disperazione della fine


Da Ffwebmagazine del 24/11/10

Rabbia, urla, bava alla bocca. E poi toni ansiogeni, parole sguaiate, fare sprezzante. La telefonata in diretta del premier a Ballarò è stata mortificante. Perché ci sarebbero stati mille altri modi di far valere le proprie ragioni, di effettuare analisi confortate da dati reali, a fronte delle tesi dei servizi andati in onda nel programma di approfondimento di Rai3. Ci sarebbe stata perfino la possibilità (remota) di smentire ciò che oggettivamente non era smentibile, come le fotografie dei fiumi di spazzatura che inondano il capoluogo campano, sino a strabordare. E che non sono frutto di fantasia o di campagne contra.
E invece il Presidente del Consiglio ha voluto svestire i panni dell’ufficialità, parlando non da statista, non da capo del governo dell’intero paese, non da persona civile. Ma, purtroppo, come peggio non avrebbe potuto. E pontificando: «Siete prepotenti e assolutamente mistificatori, le promesse fatte sull'emergenza rifiuti sono state assolutamente mantenute».

Per poi azzannare il conduttore Giovanni Floris, al quale va tutta la solidarietà possibile: «Lei crede che la Rai sia sua, invece è pagata da tutti gli italiani. Siete i soliti mistificatori ma questa è una tecnica che con me non funziona perché, se permette, di tv ne so io più di lei”.
No, non siamo in presenza della solita telefonata, della solita lite, della solita sterile contrapposizione che fa dell’interlocutore un acerrimo nemico, come tante altre ce ne sono state in passato, sempre caratterizzate da un che di padronale, come se quello schermo della televisione pubblica, non fosse tale ma di proprietà di uno solo. Che, per questo, avrebbe dovuto disporre, imporre, scomporre per ricomporre a proprio piacimento. Questa volta no, non è come le altre. Perché siamo un passo oltre.Purtroppo.
È l’urlo del naufrago che sa di naufragare; che sa di non disporre di alcuna scialuppa di salvataggio; che osserva il baratro e, anziché cercare riparo, avanza nella sua deriva sconclusionata, trascinando tutto e tutti con sé nell’oblio.
In poche parole, la disperazione della fine.

La battaglia di genere delle teologhe del Corano


Da Ffwebmagazine del 24/11/10

Kosmos, mondo, universo. Ma anche altro, altri e ancora finestre su ciò che accade a longitudini e latitudini lontane, senza preclusioni per posizioni ed opinioni. Un approfondimento costante e sotto traccia, in collaborazione con L’interprete internazionale, per slacciare quel cordone ombelicale che troppo spesso lega l’informazione alla contingenza locale, impedendole di mettere il naso fuori dalla propria visione. (Per segnalazioni e commenti inviare una mail all’indirizzo: francesco.depalo@libero.it).

Dove vanno i nuovi femminismi islamici in un Continente che sta brillando per spirito di intraprendenza e innovative vesti post-ideologiche? La domanda, lecita, è d’obbligo se si guarda con attenzione a ciò che le neo teologhe del Corano stanno facendo con determinazione e coraggio. Non più solo rivendicazione movimentista di diritti sociali e di status per la figura femminile, (ancora dequalificata e posta in secondo piano), ma anche nuova forma di impegno civile, posta in essere dal di dentro delle sacre scritture islamiche. In una sorta di cripto-avanguardia di cittadine riunite sotto l’ombrello della Gender jihad.

Si tratta della battaglia di genere che le donne musulmane stanno combattendo per rafforzare il proprio ruolo all’interno della società. In primo luogo hanno evitato di definirsi “femministe”, per non subire la censura del Patriarcato che le avrebbe considerate una protesi dell’interferenza occidentale. In questo stanno compiendo un’operazione più approfondita, tentando una lettura modernizzatrice del Corano. Per il semplice motivo che se nel VII secolo le donne non disponevano, ad esempio, di un patrimonio personale - riflette l’arabista Jolanda Guardi dai microfoni della trasmissione Settimana internazionale - e non godevano dei relativi diritti, oggi la cornice storica e culturale del continente è decisamente mutata.

Giova innanzitutto ricordare che i musulmani moderati ritengono che un movimento femminile islamico non contrasti affatto con i principi religiosi, anzi rappresenti una straordinaria opportunità per delegittimare l’estremismo ed il fanatismo religioso che ha colpito le donne, ponendole in una posizione di svantaggio oggettivo. Il riferimento è a segregazioni, velo obbligatorio, violenza fra le mura domestiche. «Una lotta globale», la definì nel 2005 in occasione di uno storico raduno a Barcellona l’iraniano Valentino Moghadam, vertice della sezione di parità di genere dell’Unesco di Parigi. Gettando le basi per un doppio obiettivo: una riforma radicale del diritto di famiglia islamico, ed una maggiore sensibilizzazione del tema sui media internazionali.
Solo in apparenza Islam e femminismo appaiono due blocchi antitetici, perché possono integrarsi. Anche grazie alla doppia veste del nuovo femminismo del terzo millennio, che poggia su due elementi. L’anima teologica, che effettua una lettura in chiave modernista dei testi sacri dell’Islam. E una movimentista, formata da ong con donne che si aggregano liberamente per sostenere l’emancipazione multilivello dei diritti. Non mancano criticità e sacche di pericoloso conservatorismo, che spesso cozzano con tale impegno.

Si prenda la Tunisia, considerata nell’immaginario collettivo come un Paese laico e progressista. In verità il fenomeno delle successioni è rimasto integro, rileva l’islamista Massimo Papa, senza dimenticare gli impedimenti di matrimonio, malgrado siano stati in apparenza depotenziati il ripudio e la poligamia, ma con eccezioni. Infatti un uomo può spostare una seconda donna, solo con il consenso della prima, stagliando una vera e propria spada di Damocle sulla testa delle donne tunisine, che ancora oggi non possono tra l’altro sposare un uomo non musulmano. E ancora, le autorità diplomatiche di questi Stati si rifiutano di rilasciare il relativo certificato di stato libero. Inoltre un giudice di un Paese islamico oggi, per via della mancata codificazione, applica tali normative con gli stessi parametri dell’età medioevale. In un sistema anacronistico che sarebbe utile ammodernare.

La soluzione è stata reperita, dunque, in una spinta sociale e culturale senza etichette riconducibili al femminismo, per non incorrere in chiusure preventive da parte degli apparati ultraconservatori. Ma proclamando che è possibile combattere per i diritti delle donne rimanendo all’interno del Corano. Il dato positivo è rappresentato da questa consapevolezza: la via attraverso l’interpretazione del testo sacro islamico è a oggi quella forse più legata al successo futuro. Perché non si pone come obiettivo quello di scardinare affrettatamente l’intero meccanismo, o fare un fronte di aspra contrapposizione con i vertici religiosi.
Per questo le donne islamiche moderne si sono organizzate in un’iniziativa autoctona di natura progressista, che pur senza targhette di riconoscimento, si batte per l’evoluzione della donna in quel Continente. Rammentando il principio del Corano, che è «voce di Dio in favore delle donne».

martedì 23 novembre 2010

Se finisce il tempo dei capri espiatori...

Da Ffwebmagazine del 23/11/10

Piero Ostellino sul Corriere della Sera di ieri rifletteva sulle dinamiche che Silvio Berlusconi dovrà affrontare in un’eventuale campagna elettorale, e toccava un nervo scoperto del “fu Pdl”. Perché lucidamente faceva notare che nel 2011, o nel 2012, o quando si andrà alle urne, non potrà essere più sventolata la clava del pericolo comunista alle porte (come nel 1994) o dell’attacco concentrico di magistratura e media, o del traditore che abbandona l’alleanza. Ma sarà il caso che il premier osservi una volta per tutte ciò che ha realmente seminato in questo quindicennio di discesa in campo, senza scuse, senza bluff, senza capri espiatori, senza crisi economiche o attacchi terroristici che tengano. Perché è arrivato il momento di giocare a carte scoperte, di andare a vedere non il gioco degli altri, ma il proprio.
E il tutto per tre ragioni distinte.

Oggi di comunista è rimasto ben poco, di blocco sovietico pronto a prendere il potere non se ne vede l’ombra. L’unico carro armato non al confine friulano, ma in Piazza Colonna, è il “governo paracarro”, per carità inoffensivo, ma proprio per questo inadatto a fornire le risposte che il paese attende, perché tremendamente immobile. Tra l’altro i partiti di sinistra stanno compiendo un percorso di evoluzione legittima e modernista. E se proprio di pericolo bisogna parlare, allora varrebbe la pena di prestare maggiore attenzione al regime di Mosca, dell’amico Putin, dove si riscontra il più alto tasso mondiale di giudici e giornalisti ammazzati.

In secondo luogo tribunali e stampa non sono certamente nelle condizioni di nuocere al Cavaliere, sia perché sino ad oggi si è adoperata una o più leggi ad personam che hanno tranquillizzato l’operato del premier, sia perché gli attacchi concentrici e le campagne di fango sono partite dal Giornale di famiglia, e non certo da fogli che invece hanno deciso di puntare (per scelta etica, prima che editoriale) sull’elaborazione culturale, sulla diversificazione della proposta politica, su un’informazione, insomma, che non sia di regime, ma libera e liberamente pensante. A tutte le latitudini.

Terzo, non si capisce perché si continui con la stucchevole melina del traditore che ha abbandonato, del transfuga, in una tediosa ma a questo punto anche offensiva (per le intelligenze che ascoltano) deriva mistificatoria. Perché tutti sanno come è andata realmente quel 29 luglio scorso.
A ciò si aggiunga il dato più grave, ovvero la delusione di quel mondo liberale e moderato, dei ceti imprenditoriali, delle parti sociali, della gente comune senza tessere di partito. Che semplicemente speravano in un’Italia meno xenofoba, più unita, con maggiore stabilità, senza scandali, con più diritti civili, con meno mafie negli appalti pubblici, con meno inquisiti in Parlamento, con meno ministri che picconano allegramente pezzi delle istituzioni, con meno disoccupazione anche grazie a interventi di un governo che si proclama del fare, ma che poi non ha fatto.

Un governo che invece ha impiegato il proprio mandato, sfiancato da polemiche di bassa leva, per eliminare le voci scomode, per deliberalizzare il tessuto dei cittadini che, di questa politica urlata e con l’elmetto perennemente in testa, non ne vuole più sentir parlare. Come dimostrato dal partito dell’astensione, stabile al 35%. Lecito chiedersi allora: quando se ne occuperà, di queste cose, il “fu Pdl”?

sabato 20 novembre 2010

Diritti dei minori: una giornata particolare

Da Ffwebmagazine del 20/11/10

Oggi è una giornata particolare. Senza promesse, senza fronzoli, senza quel mieloso e falso perbenismo che anima voci, frasi fatte e speculazioni su vite ed esistenze. Oggi è una giornata particolare, perché si festeggia una conquista non scontata. Uno status preciso, con ripercussioni elementari, ma per questo ancora più gravi se non rispettate o disattese. Oggi è una giornata particolare, perché si celebra una vittoria, quella dei minori. Non più solo da proteggere in quanto tali, ma soggetti attivi che contribuiscono con una presenza reale e costante nel tessuto sociale mondiale. E che ancora soffrono discriminazioni, deminutio, prevaricazioni. Oggi è la giornata internazionale per i diritti dei minori, insomma.

Minori, in Italia, fa spesso rima con stranieri. Che guardano il Belpaese come “L’America”, punto di arrivo di sogni, speranze, progetti. Che spesso non possono contare su un’infrastruttura socio-politica all’avanguardia, dove chi dovrebbe favorirli (solo nel rispetto della legge) finisce poi per ostacolarli, tra commi e fogli di via.
Minori stranieri che in Italia, sono allocati nella stragrande maggioranza, in quattro province forzieri: Roma, (697. 387 minori), Napoli (quasi 671.000), Milano (636.610), Torino (351.566). Dati emersi dal primo Atlante dell’infanzia in Italia, promosso da Save The Children, per affrescare questo vero e proprio tesoro umano composto da più di dieci milioni di bambini, di cui 1.756.000 in povertà.
Numeri importanti, che una politica lungimirante ed inclusiva non può non tenere in debita considerazione, quando poi traduce le intenzioni programmatiche in provvedimenti legislativi. I minori stranieri nel nostro paese ammontano a più di novecentomila, 6 su 10 sono di seconda generazione (cosiddetti G2), cioè nati in Italia. Le città più popolate sono Prato con il 19,7% di minori di seconda generazione sul totale della sua popolazione straniera, Mantova (17,2%), Cremona (17%), Brescia e Reggio Emilia (16,9%), nel Sud Trapani (14,2%) e Palermo (12,7%), sono i capoluoghi di provincia con la più alta percentuale di G2.

Per questo non si comprende il perché si proceda così lentamente nel comporre una legge seria ed efficace. Che potrebbe partire dalla proposta bipartisan avanzata dai deputati Sarubbi e Granata, per sburocratizzare la procedura che porta alla cittadinanza italiana. Con filtri intelligenti, che si raccordino con le esigenze di chi arriva e di chi qui è nato, o nasce, o vi risiederà, perché avrà un lavoro, perché farà compiere ai propri figli un intero ciclo scolastico, perché si sentirà italiano più di tanti altri che insultano quotidianamente bandiera ed emozioni. Favorendo in questo modo il criterio dell’allargamento dello status di cittadini, senza mortificare l’integrazione e la tutela dell’identità nazionale.
Tra l’altro il 20 novembre ricorre l’anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, quel raccordo tra governi approvato dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1989. Quando, per la prima volta nella storia, si decretò ufficialmente la capacità dei minori di avere opinioni e di assumere decisioni, uscendo per un attimo dalla logica di assistenzialismo.

Ma Una giornata particolare è anche il titolo di un libro, scritto da Roberto Fantini e Antonio Marchetti, il romanzo di Amnesty International che parla direttamente agli studenti. Puntando a stimolarli sul temi dei diritti e dell’integrazione, coinvolgendoli direttamente e senza intermediari, in un incontro tra le mura scolastiche, con alcuni volontari di Amnesty. Su un punto però serve fare chiarezza, per sgombrare il campo da pericolose confusioni e da strumentalizzazioni: il rispetto della vita e della persona niente hanno a che fare con lotta all'immigrazione clandestina.
Certo, se poi alla fine, quando si vota per chiedere a Tripoli di riaprire l'ufficio delle Nazioni Unite per rifugiati, c’è chi insinua che così facendo si favorisca il ritorno dei clandestini con i gommoni della speranza, beh è chiaro che la mala fede prende il posto di analisi di lungo respiro e valutazioni approfondite. Ma questa è un’altra storia.

Sudan, tra acqua e petrolio. A chi conviene la secessione?


Da Ffwebmagazine del 19/11/10

Kosmos, mondo, universo. Ma anche altro, altri e ancora finestre su ciò che accade a longitudini e latitudini lontane, senza preclusioni per posizioni ed opinioni. Un approfondimento costante e sotto traccia, in collaborazione con L’interprete internazionale, per slacciare quel cordone ombelicale che troppo spesso lega l’informazione alla contingenza locale, impedendole di mettere il naso fuori dalla propria visione. (Per segnalazioni e commenti inviare una mail all’indirizzo: francesco.depalo@libero.it)

Guerra per il petrolio? Non più, il business del terzo millennio nel continente nero si chiama acqua. Quel liquido trasparente prezioso quanto l'oro, che è al centro di intrecci e accordi. Con uno stato pacifico, l'Egitto, che ad oggi pare abbia gli arsenali pieni e pronti ad un eventuale conflitto. Con sullo sfondo un appuntamento decisivo per le sorti della stabilità africana: il prossimo gennaio infatti il Sudan sarà chiamato a votare un referendum per decidere sull'eventuale secessione, tra sud e nord. Politica, risorse minerarie e risorse naturali unite in un unico contenitore di intenti e di necessità.

Si prenda lo stato con capitale Khartoum, il più grande per estensione dell'Africa e del mondo arabo, con un governo di stampo militare, sul cui vertice nella persona del premier Omar Al-Bashir, spicca un mandato di cattura internazionale da parte della Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Tra l'altro negli ultimi tempi proprio dalla capitale è partita un'azione repressiva contro stampa e intellettuali non allineati al regime. «Tutto il Sudan, indipendentemente da ciò che le urne decreteranno, accetterà questo evento di democrazia», riflette fiduciosa Ahlam Abdul Jalil Abu Zeid, ministro plenipotenziario presso l'Ambasciata del Sudan in Italia dai microfoni della trasmissione Settimana Internazionale su Radioradicale, anche in ossequio alla riforma costituzionale approvata nel 2005. Inoltre il senatore John Kerry, presidente della Commissione Esteri del Senato americano, ha proposto di cancellare il Sudan dalla lista dei “Paesi canaglia” che sostengono il terrorismo, solo se rispetterà la volontà popolare post referendum. E anche, si auspsica la comunità internazionale, se impedirà che giovanissimi minori vengano arruolati in eserciti, ufficiali o menpo che siano.
La sensazione però è che a svolgere un ruolo primario sarà il corso fisico del petrolio, con i procedimenti di raffinazione che si concretizzano a nord per via degli stabilimenti e non al sud dove mancano “vie di uscita” geografiche verso l'Asia e l'Europa. Ma l'eventuale nascita di due Stati distinti e differenti presupporrebbe anche un accordo sui confini, con quelli settentrionali più ambiti, dal momento che contengono i maggiori giacimenti del Paese.

Confini fanno rima anche con flussi migratori. Che dal Sudan generalmente prediligono guardare a Stati Uniti, Canada ed Australia, ma che in Sudan transitano provenienti magari da Etiopia e Libia, per approdare in Europa. Ecco che la stabilizzazizone di un canale di dialogo politico sul tema dell`immigrazione potrebbe rappresentare un punto decisivo. Ma a patto che gli interlocutori europei si sforzino di migliorare tempi e modi di rapporti che non possono essere ritardati ulteriormente. «Spesso accade che gli stati membri dell'Ue - prosegue nell'analisi Ahlam Abdul Jalil Abu Zeid - non siano esattamente a conoscenza delle dinamiche sudanesi, mostrando gap di informazioni e di comprensione. Ciò porta loro a basarsi esclusivamente su notizie di matrice statunitense».

Sta di fatto però che, come accade di frequente, l'Unione Europea in tale scenario non riesce a parlare con una voce univoca. In quanto sono già presenti sul territorio sudanese per indagini petrolifere società turche, norvegesi e spagnole. Questa condotta in ordine sparso ha di fatto lasciato il campo a colossi come la China Petroleum, che ha già chiuso un accordo per i prossimi 25 anni. In caso di secessione, rassicura l'ambasciatore, è difficile che ci sia una separazione tra Sudan meridionale e investitori cinesi. Ma proprio quel referendum potrebbe essere una miccia per future tensioni. Con ancora una volta gli Stati europei a recitare un ruolo da non-protagonisti.

Non basta restaurare la cornice, se la tela è sfilacciata...


Da Ffwebmagazine del 20/11/10

Venti mesi dopo la sua nascita, con sole due convocazioni degli stati generali (una, si badi bene, era per l’editto "contra finianum"; l’altra per rabberciare un vestito ormai strappato), dopo l’espulsione del cofondatore, con promesse di inversioni di tendenza, con campagne di delegittimazione, con macchine del fango accese e non ancora spente, con analisi campate all’aria, con mistificazioni imbarazzanti, con azioni strumentali, con illusioni che tutto vada bene, con sottovalutazioni gravi di dati politici inequivocabili, ecco che trapela oggi la volontà del presidente del Consiglio di operare un restyling del Pdl.

Parrebbe una bella notizia, se non fosse che il restauro del movimento, peraltro invocato nell’ultimo anno dal Presidente della Camera quanto e modus e merito, si concentrerà su nome e simbolo. Come se fosse sufficiente cambiare l’immagine del proprio profilo, -si veda quello che si fa su Facebook-, per dare una sostanza maggiore, per incarnare una novità. Illudendo e illudendosi di praticare la politica del fare, mentre invece si preferisce la politica del fare al di fuori, così da non guardare cosa accade al di dentro.

Siamo alle solite: si parte dall’immagine dinanzi alla concretezza, dal vestito nuovo, strutturando ex novo un guardaroba da far sfilare su una passerella che semplicemente non c’è. Perché lo spettacolo si è spostato altrove e tutti gli ospiti se ne sono già andati. Nonostante qualcuno si ostini a non accorgersene. Dunque un’altra occasione persa: si sarebbe potuto, invece, riflettere sulla sostanza di questo partito, sulle evidenti criticità (a partire dal granitico blocco di monopensiero) sulle modalità di intervento per ovviare alle pulsioni da paracarro, sulla proposta politica e culturale, di gestione, di analisi, di partecipazione dal basso, quella per intenderci che si fa con valutazioni curriculari e di oggettive competenze intellettive, non serali. Invece si è scelto di mortificare ancora suggerimenti e proposte. Ma non quelle avanzate da «una turba di mezze calzette, di villan rifatti - parafrasando Galli della Loggia sul Corriere di domenica scorsa -, di incompetenti, di procacciatori», che hanno incarnato una vera e propria «schiera compiacente e zelante». Bensì ignorando palesemente le richieste del Paese e di un elettorato che, in quella trincea, non si riconosce più.

Il restauro del fu Pdl e l’assurda concezione da chirurgia estetica che a esso Berlusconi intende applicare, trova una raffigurazione plastica nella cronaca di questi giorni, con le due statue di Marte e Venere, prelevate dalla presidenza del Consiglio un anno fa dal Museo delle terme di Diocleziano, e sottoposte a un vero e proprio trattamento di lifting. Non c’è nulla meglio delle notizie vere e dell’attualità, per spiegare al solito alieno che atterrasse oggi in Piazza Colonna, la situazione in cui versa il Paese. Non servono commenti a uno scenario del genere.
Ma ormai è tardi per tentare di riempire di contenuti un contenitore di cui, solo adesso, ci si affretta a restaurare la cornice. Lasciando drammaticamente intatto il quadro interno: tutto azienda e caserma.

venerdì 19 novembre 2010

Delzio: «Il Piano per il sud? Non basta, serve una strategia-paese»


Da Ffwebmagazine del 19/11/10

«Il Piano per il sud? Non solo in gravissimo ritardo, ma basato su logiche vecchie e improduttive, dal momento che punta solo alla pur corretta razionalizzazione della spesa. Ma per far rinascere il sud – ne è convinto Francesco Delzio, manager, docente universitario e autore del prezioso pamphlet La scossa- serve ben altro, come capitali privati e una vera e propria strategia-paese».

Ancora silenzio da parte del Governo sui cento miliardi promessi per il Sud. Che succede?
Attendiamo il provvedimento da più di un anno. È un ritardo grave se si confronta con la situazione economico-sociale del meridione. Con una crescita della distanza tra Sud e resto d’Italia, che assume ormai dei contorni tragici: penso alla qualità dei servizi pubblici, alla condizione dei giovani. Ricordiamo che al momento, nelle regioni del sud un giovane su due è senza lavoro. Mentre da un lato si approfondisce drammaticamente il divario geografico, dall’altro attendiamo ancora questo provvedimento da parte del governo. Un esempio di forte disattenzione della politica rispetto alle urgenze dei cittadini.

Non appare una strategia di corto respiro…
Il problema è anche filosofico: è corretto razionalizzare la spesa pubblica, con attenzione a come vengono spesi i fondi comunitari, in quanto veniamo da un quindicennio di sprechi di risorse pubbliche, in particolar modo da parte delle regioni. Sia per il mancato utilizzo di quegli stanziamenti per assenza totale di progettazione, sia nel senso di pessimo impiego degli stessi. Tra l’altro ne “La scossa” analizzo i bilanci delle Regioni italiane, riscontrando una serie di assurdità nell’uso di fondi per il turismo. Si pensi che alcune regioni meridionali spendono per attrarre turisti il doppio di quanto poi incassino da quel flusso turistico.

Per il Sud si rende imprescindibile un ampio progetto di ristrutturazione gobale: come attuarlo?
L’unica possibilità di rinascita del Mezzogiorno è legata alle risorse private, alla possibilità di attrarre capitali e buone idee di impresa. Con una voglia di ricostruire nel deserto che ad oggi non c’è, e che l’imprenditoria meridionale da sola non riesce a soddisfare. Se corrisponderà alle anticipazioni che conosciamo, questo piano per il sud appare vecchio nella sua logica, perché si limita solo a un uso più “intelligente” della spesa pubblica. Null’altro.

Cosa manca in concreto?
Strumenti di interesse, incentivi, strategie rivolte ad attirare nelle realtà meridionali nuove possibilità imprenditoriali e proposte vincenti.

Magari coinvolgendo più soggetti, come le parti sociali, le Pmi, il cosiddetto popolo delle partite-iva…
Certamente, per questo ho in
dividuato due punti. Per rendere appetibili le attività meridionali occorrono strumenti innovativi, il primo dei quali è previsto da un accordo tra Confindustria e sindacati del gennaio 2009, secondo il quale sulla parte normativa dei contratti – turni di lavoro, gestione dell’organizzazione aziendale- , si può in ogni realtà derogare rispetto al contratto nazionale. La possibilità di rendere più flessibili i contratti nelle aziende meridionali dal punto di vista normativo è un’occasione oggi non ancora colta. Se non nelle polemiche di Pomigliano o negli accordi di Fiat. Ma è rimasta un’eccezione.

Quindi quel modello di competitività applicato ai contratti…
Aumenterebbe la produttività nelle aziende del sud e rappresenterebbe un’opportunità che le parti sociali devono attivare quanto prima assieme ai confindustriali. Ma che fino a questo momento, di fatto, non è stata utilizzata. Allo stesso tempo bisogna evitare una trappola, che riecheggia nel dibattito pubblico, quella delle vecchie gabbie salariali. Ovvero l’idea che il sud e le sue imprese maggiormente competitive, si debbano addirittura comprimere per quanto riguarda i salari. È una stupidaggine da un punto di vista economico, perché il problema macroeconomico italiano è la domanda interna, i consumi depressi che attualmente ci sono; la capacità di spesa dei singoli e delle famiglie, in tutta Italia e in modo particolare al sud. Intervenire in negativo sulle retribuzioni dei lavoratori, quindi, vorrebbe dire condannare la domanda interna e l’economia meridionale a un declino definitivo.

Proprio ieri, tra l’altro, ha preso il via il Pmi-day, con proteste e proposte di quelle realtà che rappresentano il 95% del tessuto produttivo nostrano.
C’è un problema di fondo che riguarda il funzionamento dell’Italia nel mondo: le grandi imprese e le medio grandi - leader nei settori di nicchia - riescono a imporsi su altri mercati grazie alla propria capacità di innovazione. L’export infatti registra indici positivi, perché quelle imprese trovano nel mondo le opportunità di sviluppo che non hanno in Italia. Ciò non è consentito a quelle piccole e medie, dal momento che non potranno sperare di “farlo da sé”, non hanno la forza per conquistare l’Asia e altre longitudini. Emerge qui il vero nodo dell’assenza di una politica industriale nel paese, che si traduce in una solitudine delle Pmi. Non è stata messa in campo, nell’ultimo quindicennio, alcuna strategia di crescita del settore, per incrementare il proprio patrimonio, favorire fusioni. Per dare loro spalle sufficientemente robuste per competere con quei mercati che suppliscono alla debolezza della domanda italiana ed europea.

Cosa consiglierebbe quindi a un governo occidentale come priorità di intervento in una fase di crisi?
Far sentire i piccoli imprenditori meno soli, con azioni e proposte di lungo respiro. Serve una fase di sviluppo, che fino ad oggi è mancata del tutto, attuata su due grandi assi: la classe media italiana e le Pmi. La prima non ha fino ad oggi beneficiato di alcuna attenzione politica, mentre negli Usa e in tutti i paesi occidentali la ripartenza dell’economia e del Pil non può prescindervi. Si veda il taglio delle tasse o la modifica al welfare. E poi le Pmi, che a oggi nessuno aiuta nell’uscire dai confini nazionali, per crescere e aggregarsi. Varrebbe la pena di investire incentivi fiscali, ad esempio, per consentire alle Pmi italiane di vivere una nuova stagione di sviluppo, dopo quella straordinaria che partì alle fine degli anni sessanta.

Come ovviare a quella che nel suo libro definisce “rassegnazione etnica sulla sorte dei terroni”?
Al sud serve una scossa, uno scatto di orgoglio delle genti meridionali, la capacità di immaginare il proprio futuro libero dall’assistenzialismo e dai vincoli pubblici, che oggi vedo ancora scarsa. Ma poi per favorire tale palingenesi, ci vuole una strategia-paese, che liberi le energie del Mezzogiorno con un corretto uso dei fondi pubblici ma senza prescindere dai privati. Se non si trasformerà il sud nel luogo più attivo d’Europa, o per lo meno dell’Europa meridionale, per investimenti nel settore del turismo di qualità, delle energie rinnovabili, o del manifatturiero di alta qualità, allora non ci saranno speranze di rinascita.

giovedì 18 novembre 2010

Ecco perché stiamo con Saviano

Da Ffwebmagazine del 18/11/10

Piccolo elenco dei tanti "perché" stiamo con Roberto Saviano:

perché parla di legalità;
perché ha squarciato un velo;
perché cita fatti, prima che opinioni;
perché vuole spegnere la macchina del fango;
perché non la usa contro i suoi avversari;
perché si indigna;
perché è contro il silenzio;
perché racconta realtà e non fantasie;
perché è uno vero;
perché non mette bavagli, ma puntini sulle “i”;
perché si emoziona;
perché prima di parlare di mafie, le ha studiate e le ha capite;
perché, nonostante tutto, è andato in onda;
perché avrebbe potuto non fare tutto questo, ma l’ha fatto;
perché “non bisogna star zitti”;
perché non è un parolaio;
perché non fa il pifferaio;
perché fa nove milioni di share e tanta qualità;
perché non ha conflitti di interessi;
perché ci mette la faccia e la vita.

Quel pensiero vivo che può salvare gli "altri"


Da Ffwebmagazine del 18/11/10

Come mai, in una fase sociale caratterizzata da progressi democratici e di diritti civili, e nonostante la presenza di donne sullo scranno più alto di ministeri e confederazioni quali Confidustria, la condizione femminile ritorna quasi a sfiorare una concezione medievale? Dove non soltanto è relegata ad oggetto materiale, ma finanche mercificata e a volte ghettizzata in un alveo di palese inferiorità? «Recessione morale, sociale e culturale - risponde l'antropologa Annamaria Rivera -, incapacità del Paese di mettere a frutto le straordinarie conquiste ottenute negli anni sessanta in molteplici ambiti, come la scuola, il welfare, il diritti della donna». L'Italia rappresenta un'eccezione nel panorama socio politico mondiale, perché a differenza degli Stati membri dell'Ue, occupa ad esempio una posizione deficitaria nella speciale classifica stilata dal World Economic Forum “Global gender gap”. Anche più indietro di altre realtà sottosviluppate, e senza spiragli di miglioramento.

Inoltre, sostiene Rivera, che insegna etnologia e antropologia sociale all'università di Bari, non bisogna dimenticare che l'Italia è un Paese a capitalismo recente, e non è riuscito a contrastare gli effetti negativi del neo capitalismo. Una regressione culturale, ma anche pedagogica dunque che produce uno strato sociale in decadenza, con donne merce di scambio, a vendersi per un obiettivo, con un interlocutore che le acquista e con una mortificazione di usi e costumi. Dove scelte sessuali oggettive sono tornate a essere usate come una clava da brandire verso l'avversario politico, si veda il dossieraggio contro Stefano Caldoro in occasione delle ultime elezioni regionali in Campania, come se il fatto che avesse o meno determinate attitudini sessuali potesse rappresentare in qualche modo una deminutio. Sesso e specie anziche`essere un volano di progresso sociale, retrocedono a bieco strumento di ricatto.

Cos'hanno in comune donne e immigrati? Due figure in posizione di svantaggio, quindi ricattabili, e unite in una condizione merceologica che calpesta la dignità dei singoli. La profonda affinità, quella tra immigrati e donne, è analizzata in un interessante volumetto firmato da Annamaria Rivera, La Bella, la bestia e l'Umano: sessismo e razzismo senza escludere lo specismo. Dove sessismo e razzismo si intrecciano, perché in entrambi i casi si è pericolosamente riscontrata la differenza verso l'altro. In una società androcentrica, che regredisce la donna non solo a oggetto ma a piccolo simbolo di conquista territoriale, un po' come accade nel gioco del Risiko con i mini carri armati posizionati nei vari stati da invadere. Sempre più spesso accade che donne e immigrati siano definiti “altri”. Le une perché sfruttate materialmente, i secondi in quanto deboli, per via del percorso di integrazione che devono affrontare in salita.

Il libro prende in esame le figure dell'altro: con una soggettività che indica il chi, ma non il cosa. Indica una naturalizzazione, ma non ancora la denaturalizzazione data dalla propria portata culturale. Si pensi alla cittadinanza, chi non ce l'ha è fuori dal consesso, da uno strato di diritti, dall'intero circuito sociale di una città. Si assiste da un lato alla costruzione di un dominio, dove il potere viene esecitato dal grado di coinvolgimento, e che produce un “io” e un “noi”. Ma anche “gli altri”, quelli che stanno al di fuori del centro di comando. Di contro vi è l'appropriazione dell'altro, dei corpi degli altri, delle singole soggettività. Sminuendo quindi l'umanità a fronte di un oggetto tangibile e concreto. Ma se la soggettività ha ovviamente la plastica raffigurazione di un prisma con diverse facce (e dove la diversità è sinonimo di ricchezza), proprio queste ultime oggi devono confrontarsi con dominatori che usano la diversità di razza e di sesso per rafforzare il proprio potere.

Ed ecco che allora la risposta non può che offrirla la cultura, l`elaborazione di neuroni che progredisce persone e società, come si riscontra nella prefazione alla collana sessismoerazzismo (a cura di Lea Melandri, Ambra Pirri, Isabella Peretti, Stefania Vulterini): «Un pensiero vivo può nascere dalle relazioni tra donne e uomini di ogni origine, quando pratiche, conoscenze ed arti li fanno mutualmente riconoscere nella diversità, per ricreare, ogni volta, la cultura». Ovvero la sussistenza specifica del singolo individuo, quel bagaglio che fa emancipare menti e idee, impedendo che vengano circuite da logiche padronali, che perdano spinte autonomiste e di libertà di autodeterminazione. Impedendo che risultino appiattite su modelli medievali e strozzati da impulsi antiliberali.

mercoledì 17 novembre 2010

Cari ragazzi, non (s)vendetevi l'anima...


Da Ffwebmagazine del 17/11/10

Che ne sarebbe del substrato sociale se non fosse così avviluppato attorno a quel mostro a sei teste che si chiama consenso? Come vivrebbero individui, soprattutto i più giovani, se slacciassero finalmente quel cappio che stringe (forte) gole ed esistenze sull’altare di modelli costruiti ad personam? A cui in molti fanno a gara per aderire, assomigliare, emulare. O anche solo scimmiottare, quasi che alla fine fossero premiati con un attestato di “copia” perfettamente conforme. O con una tessera punti, come quelle che, dopo dieci pieni di carburante, danno poi diritto a un regalo a scelta, che nessuno poi userà.

E allora: su quali binari viaggiano le sudditanze mentali della società moderna? Tra pervasività dei media, tra ossessione dell’apparire, tra voglia di immaginifico ma che non incarna una proiezione vera verso sogni o obiettivi. Bensì solo derive “accumula punti”, dove ogni credito avvicina alla meta. Ma se quella meta si chiama fama di plastica, successo di un minuto, ecco che l’intero impianto è destinato a crollare miseramente sotto i colpi di vento della realtà.

Ha detto lo scrittore Camilleri al Festival di Roma: «Un consiglio ai ragazzi? Eccolo: farsi condizionare il meno possibile da una società che finge di darci il massimo della libertà, e invece ci dà il massimo del condizionamento. Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi siete adesso...». Finzione, influenze opprimenti, pseudo libertà, eroi, falsi eroi. Ma anche nemici, e soprattutto falsi amici. Ce n’è abbastanza per riflettere sui condizionamenti di oggi in tutti i campi, dall’estetica ad ideali preconfezionati, dalle strategie per farsi accettare alle conseguenze di un apparire che sovrasta l’essere.

Si prenda il caso di Avetrana: ciò che deve far pensare non è il susseguirsi di colpi di scena, di ritrattazioni, di indagini, di consulenti o di mediatori non troppo onesti. Tutto ciò fa purtroppo parte del contorno giudiziario del caso, quindi del merito di una tragedia sociale e umana, le cui vittime andrebbero rispettate di più. Quello che deve far indignare (anche se il termine è un po’ in disuso negli ultimi anni in Italia) è il modo con cui l’intera vicenda è andata trascinandosi sino a oggi. Troppo facile puntare l’indice su fiotte di opinionisti (che tutto sono tranne che criminologi o psicologi) tra giornalisti, soubrette, ex veline, vallette o scrittori, che affollano quella scatola chiamata tivvù. Intenti a pontificare, a recuperare motivazioni di un gesto, a spaccare in quattro un battito di ciglia, indizi senza dubbio preziosissimi per ricostruzioni mediatiche.

Il punto di maggiore criticità è l’eco di un alito di vento, la giostra permanente del mercato delle immagini, della tratta di quel minuto di notorietà che, una volta suonato il gong, offre sì il riconoscimento fisico quando poi l’individuo in questione si reca al parrucchiere o in piazza per sorseggiare un caffè. Ma che proprio in quell’istante smonta l’anima di quella persona, perché l’effimero ha invaso un corpo ed una mente.
È chiaro che, come sostenuto da un sociologo (vero), Paul Goodman, «non possiamo attenderci da un ragazzo che sbagli con moderazione». Ma nemmeno applaudirlo se il suo viso si accoppia in modo innaturale con un mondo che semplicemente non c’è, perché artefatto, costruito dagli architetti della contraffazione. Dove le misure e i rilievi sono fatti con gli strumenti della menzogna, e promettono l’albero della cuccagna. Ecco, le vittime di questo pericoloso gioco di specchi sono tanti Pinocchio della modernità.
Che un bel giorno si svegliano dal torpore, aprono gli occhi e stramazzano giù dal letto perché si rendono conto che la vita quotidiana, quella che i puristi del "tutto pronto e subito" fanno a gara a sminuire come noiosa, di routine e vaga, è invece non solo drammaticamente tangibile, ma anche perché no, bella e interessante. Perché ognuno di quei Pinocchio, poi, dovrà essere bravo ad arricchirla, a costruirla su propri modelli, a venderla non al miglior offerente come si fa con la batteria di pentole o come gli aspirapolvere. Ma a se stessi.

martedì 16 novembre 2010

Un elogio coraggioso dell'eco-pragmatismo


Da Ffwebmagazine del 16/11/10

Quando i ruoli cambiano, anche le ideologie devono cambiare». Se il mondo desse un po’ più spesso retta a scienziati e pensatori forse a quest’ora avrebbe meno criticità da dover risolvere. O quantomeno ne sarebbe sensibilmente agevolato. Significa che l’immobilismo mentale è destinato irrimediabilmente a uscire sconfitto, quando il terreno di scontro prende il nome di emergenze o mutazioni. E di mutazioni ambientali, recenti o meno, il pianeta è pieno. Come sostenuto dal biologo australiano Tim Flannery, «il metabolismo della nostra economia è in rotta di collisione con quello del pianeta». E per questo urgono risposte non solo efficaci ma soprattutto dinamiche e che si raccordino con la sopravvivenza degli individui.
L’evoluzione delle ideologie in proporzione al ruolo occupato, teorizzata da Stewart Brand nel manifesto Una cura per la terra, spiega che non serve solo concentrarsi sul passaggio da un’ideologia all’altra, ma si deve fare un passo in più, abbandonandole in toto. Il simpatico scienziato, celebre perché suggerì alla Nasa di rilasciare quelle famose foto della Terra scattate dallo spazio, convinto che sarebbero state di grande impatto mediatico, è lo stesso padre del movimento ecologista americano, e anima della storica rivista The whole earth catalog.
Che oggi rivisita il senso più intimo dei ragionamenti pro-ambiente, grazie alla tesi dell’ecopragmatismo. Iniziando dalla sua vita quotidiana: vive infatti a bordo di una chiatta, ovviamente energeticamente autonoma, e ovviamente con energia pulita, ormeggiata nella baia di San Francisco. Tre le direttrici sulle quali orientare quel futuro prossimo, che in realtà è già presente incombente: nucleare, ogm e metropoli densamente abitate.

Il forte e sempre impellente cambiamento climatico lo ha indotto a rivedere le sue posizioni in materia di nucleare. Sia perché, da un lato il carbone inquina e fa ammalare esponenzialmente di più, sia perché dall’altro il nucleare inquina meno offrendo energia pulita in quantità. La sola Francia ne ricava l’80% del suo fabbisogno. Innescando un meccanismo virtuoso a catena, con risparmi materiali accanto a vantaggi globali per la natura e anche per le economie del mondo. Ed in questo un ruolo decisivo lo gioca la pubblica opinione e quei governi che non contribuiscono ad approfondire cause ed effetti di decisioni ed eventi. Si apprende, ad esempio, che lo studio sull’area di Chernobyl curato dal Chernobyl Forum, in collaborazione con diverse agenzie dell’Onu, ha dimostrato che il numero dei cittadini effettivamente ammalatisi dopo l’incidente, è inferiore a quello realmente ritenuto.
E le scorie? Brand propone i depositi geologici, come progettato da altri Paesi (Francia, Svezia, Finlandia) mentre in New Mexico da più di un decennio è stato sperimentato un contenitore per lo stoccaggio del tutto naturale: una salina risalente a duecentocinquanta milioni di anni fa, perfettamente impermeabile, dove il rischio di infiltrazione è pari a zero.

Altro stadio dello sviluppo ecosostenibile sono le metropoli, che secondo Brand rappresentano una straordinaria occasione di risparmio energetico, dove il plus è rappresentato dall’aggregazione.
L’Intergovernment mental panel of climate change stima che fra quaran’anni Cina, America ed Europa potrebbero non essere più in grado di assicurare le colture, per via dell’aumento delle temperature. Ecco dove potrebbe inserirsi una seria politica che qualifichi e incentivi gli ogm. Che, grazie all’agricoltura transgenica ed alla geoingegneria, incarnano i nuovi strumenti moderni per mettere in sicurezza il mondo. La biotecnologia dovrebbe essere incoraggiata dai governi, sostiene Brand, perché in questi quattordici anni di ricerca si è visto che è meno rischiosa in quanto iper controllata, e perché causa un guadagno, economico e materiale.
Il vero jolly della sua proposta non sta solo nell’aver documentato la bontà delle sue tesi con dati e ragionamenti, (che in Italia poco spazio trovano in approfondimenti e tavole rotonde televisive), quanto nel metodo di lavoro, nel percorso compiuto verso quelle convinzioni. Con opinioni mutate, con miglioramenti a idee e iniziative dettate da maggiori consapevolezze. Come i riferimenti a un altro interessantissimo testo, Constant Battles, di Steven LeBlanc, archeologo di Harvard, secondo cui il cambiamento climatico impone a tutti una scelta: “se non agiamo o non facciamo abbastanza, rischiamo una crisi della capacità portante tale da scatenare una guerra di tutti contro tutto”. In alternativa, propone LeBlanc, vi è la possibilità di comprendere l’ecologia della Terra ed il relativo impatto umano grazie a scienza e tecnologia.

Per stanare lo status quo di un certo conservatorismo ambientale, dove il timore del nuovo e della tecnologia rappresenta un deterrente anche per lo sviluppo futuro e per il benessere, in prospettiva, della specie umana. Nel manifesto di Brand, dunque, si riscopre il gusto per l’analisi strutturale del moderno ecologismo, dove l’audacia di scelte e sperimentazioni potrebbe premiare senza dubbio di più del ridicolo e pachidermico passo di gambero di alcuni governanti. Ristabilendo «la salute di Gaia a tutti i livelli, dal suolo all’atmosfera», perché gli uomini sono come dèi, recita il suo motto, e devono imparare a usare bene il loro potere.

lunedì 15 novembre 2010

Fini: «In politica serve più dignità e onore»

Da Ffwebmagazine del 15/11/10

Come uscire dalla crisi che attanaglia il pianeta e che aggrava l’immobilità italiana? Iniziando da una politica che «ritrovi senso della dignità, della responsabilità e del dovere che dovrebbero essere proprie di chi è chiamato a ricoprire cariche pubbliche». Così Gianfranco Fini introducendo il Rapporto 2010 di Italiadecide, intitolato L’Italia che c’è: le reti territoriali per l’unità e per la crescita, alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Il rapporto si inserisce nel quadro delle iniziative per il 150esimo dell’Unità d’Italia e ha voluto intrecciare il sistema delle reti territoriali che interessano il Paese, con quei settori particolarmente sensibili dal punto di vista strettamente strategico: logistica e infrastrutture, istituzioni decentrate, sanità, scuola, università e istituti culturali, città, economia e finanza.
Lo scopo è creare le condizioni per una conoscenza attenta e approfondita delle grandi questioni che attengono lo sviluppo del futuro, senza prescindere da quel collante sociale che prende il nome di unità nazionale. Analizzato dal peculiare punto di vista dell’oggettivo svolgimento delle politiche pubbliche sul territorio.

Secondo il presidente della Camera i cittadini che svolgono pubbliche funzioni hanno il dovere di adempierle con «disciplina e onore, come prevede un articolo della Costituzione che è tra i meno citati e conosciuti». E, ha aggiunto Luciano Violante, che vivano il proprio status di amministratori come una responsabilità e non come un privilegio. La credibilità, quindi, come requisito basilare per guardare con spirito risolutivo alle nuove sfide poste dalla collettività. Si tratta, ed è la traccia identitaria del ragionamento della Terza carica dello Stato, di un presupposto «etico prima ancora che politico». Per questo è utile domandarsi come si possa ricostruire una strategia «che ridia speranza e futuro all’Italia».
Certamente non siamo all’anno zero, ha ammesso Fini, ma dovremmo ripartire, con piglio propositivo, «dall’Italia che c’è». Da quel Paese incubatore di piccole eccellenze, come la forza cinetica dei distretti produttivi, o gli impulsi socioculturali dei singoli territori, la vivacità di neuroni del tessuto civile e sociale dell’Italia. E accanto a ciò, si rende ancora più determinante un’azione dell’esecutivo che risolva definitivamente le deficienze del Paese, come una stagione di riforme condivise ed efficaci dovrebbe fare. Che passi da un Senato delle Autonomie, per assicurare agli enti locali la più ampia partecipazione alle grandi scelte. E dal federalismo fiscale.

Secondo Fini si dovrebbe evitare il rischio che risulti un dato di scomposizione, ma dovrebbe essere accompagnato da uno Stato forte, da un sistema di travi istituzionali che garantiscano stabilità. Con funzioni e principi da migliorare in senso unitario, «evitando di frammentare il Paese in tante piccole patrie». Spazio allora a una perequazione «che si configura in senso verticale», in quanto espressione concreta di un patto da declinare «in senso solidaristico. Per sanare la frattura tra nord e sud che ha portato a un Paese a due velocità, anche grazie a un federalismo che sia sì «innovazione, ma non esonero di responsabilità per la politica nazionale».
Il federalismo, quindi, venga inteso come «competitivo e solidale», attuato all’insegna di un raccordo funzionale con gli enti locali, nel rispetto di parametri e regole. Ecco il nuovo ruolo dello Stato, dunque, ha concluso Fini, «meno interventista, ma più esigente quanto a controlli e responsabilità».

La "lezione di un diverso" per tracciare nuovi orizzonti


Da Ffwebmagazine del 15/11/10

Una donna in procinto di ridisegnare i contorni della sua vita. Un lavoro in una kebabberia araba a Parigi. L’incontro con un professore algerino, musulmano e abbastanza depresso. Ma non un toccarsi, uno scambiarsi emozioni o parole. Bensì, inizialmente, solo sguardi, occhiate speranzose, tentativi di attenzioni. E quando l’incontro si materializza fortunosamente, in occasione di una festa, la grande delusione. Che li ricaccia all’interno delle singole e polverose solitudini, due involucri pachidermici e problematici, spesso vero limite all’incontro di mondi e di persone. Ma sarà proprio quella zavorra, così opprimente, a rappresentare il legame tra Betty e Suleiman. Lezioni di arabo di Rossana Campo è un romanzo sentimentale per tracciare gli orizzonti, vecchi ma drammaticamente muovi, delle donne moderne e della ricerca di un rapporto.
Non solo di coppia, ma all’interno del tessuto sociale, professionale e anche immaginifico. Il passo caratteristico dell’autrice, al suo decimo libro, che ha esordito con il racconto La storia della Gabri, si ritrova nella sua intenzionale vicinanza a personaggi stravaganti al centro delle sue opere, come gli esclusi, gli emarginati, i reietti, in una sorta di sfilata di contrari che si fanno raccontare dalla sua penna. Per questa peculiarità è stata tradotta in Spagna, Grecia, Portogallo, Germania, Francia e Olanda. Rendendosi protagonista anche di una mostra personale a Roma dal titolo “Bambine chiuse, ragazze chiatte, mamme bisbetiche. Questa volta la storia la raccontiamo noi”.

Il libro: il passato della protagonista è segnato da un episodio lontano nel tempo, una storia d’amore con un uomo maturo, quando la giovane Betty aveva solo quattordici anni. Ma Suleiman sembra diverso, anche se in lui Betty inizia a rivivere quel passato da cui vorrebbe distaccarsi. Ecco che ha dinanzi a sé un bivio: può aspirare ad un futuro migliore? O con il nuovo partner ricomincerebbe quella marcia di avvicinamento all’abisso?
Sfondo del libro, la Parigi multietnica che si incontra in ogni angolo della capitale francese. Dalle luci scintillanti del centro cittadino, dagli Champs Elysèes alle Touleries, alle più lontane periferie, dove il patchwork è ben visibile, non fosse altro che per il colore della pelle dei passanti. E per un’infinità di altri aspetti.Betty e Suleiman sono quindi interpreti fragili di un copione frastagliato, condito da non poche paure, che si tramutano in una voglia di rivincita. Con all’interno, non solo tenebre e tentennamenti, ma anche riscatti e varie tonalità di approccio di coppia. L’autrice racconta la formazione e la maturazione sessuale di una donna in un luogo simbolo dell’incontro fra diversi. Quella Francia da sempre crocevia di razze e culture.
I due sono attratti non solo dall’aspetto fisico o dal cosiddetto colpo di fulmine. Ma dalle reciproche differenze, che incidono sensibilmente sulla loro unione.L’intenzione di cambiamento manifestata da Betty è figlia non solo della volontà di rapportarsi al nuovo, ma forse il tentativo di prendere di petto situazioni pregresse, sanando ferite di un tempo e chiudendo definitivamente i conti con un passato per nulla piacevole. Dove la sopraffazione era ben evidente, scandagliando una figura femminile sottostimata, non completamente compresa. Instillando anche nel lettore il dubbio che non è necessario percorrere miglia e fusi orari per scovare storie di degrado sociale e di violenza psico-somatica sulle donne. Rilievo che, come più volte ribadito dall’autrice, è direttamente proporzionale all’immagine che le donne hanno oggi di loro stesse. Con la cura maniacale dell’aspetto fisico, dei dettagli, dell’abbigliamento. È la grande illusione dell’immagine, che vorrebbe schiavizzare anche e gambe, per poi un minuto dopo svilirle ulteriormente non solo con gesti malsani ma con precisi epiteti, pesanti più di enormi macigni. Delegittimando l’individuo solo per il suo status di donna.
E facendo in modo che quella violenza, prima estemporanea poi reiterata, diventi abitudine. Perché, poi, come scrive la Campo, accade che «uno si abitua a tutto, alla fine uno si abitua a tutto, a una brutta faccia, a una bocca senza denti, alla solitudine, ma non va bene così». No, non va proprio bene. Ecco allora la voglia di cambiare, l’istinto ragionato del passo in avanti, dello slancio emotivo. Anche grazie alla lezione, o alle lezioni, di un arabo che potrebbe rappresentare il meglio. Perché diverso.


Rossana Campo
Lezioni di arabo
Ed. Feltrinelli
€ 13,00. Pp.135

sabato 13 novembre 2010

Fini: “Patriottismo repubblicano è benzina per la società futura”

Da Ffwebmagazine del 13/11/10

“Se la politica continuerà ad essere incapace di capire i progressi e le esigenze del futuro si metterà in un angolo da sola”. Così il Presidente della Camera Gianfranco Fini intervenendo al convegno dei Liberaldemocratici sul centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, dove ha ribadito che il modo migliore per valorizzare tale ricorrenza è far progredire la politica. Offrendole strumenti che vadano oltre la propaganda contingente, stimolandola a lasciare da parte il frequente scontro ideologico e la polemica di bassa leva. E concentrandosi invece sulle sfide che attendono il Paese.

Il riferimento è al significato moderno ed attuale di essere italiani, non declinato solo in merito a quei cittadini che sul territorio nazionale sono nati, ma anche a quelli che pur non essendo figli di italiani, si sentono tali perché hanno completato un ciclo di studi, perché sono cresciuti qui, perché cantano l’inno nazionale, perché immaginano il loro futuro professionale e sociale in questi confini.Una politica responsabile deve quindi guardarsi bene dal cogitare solo sulla contingenza dell’oggi, bloccata in dinamiche pachidermiche che ignorano i risvolti futuri e le conseguenze oggettive di decisioni e direttive. Ma sforzarsi di individuare le priorità da affrontare, assumersi la responsabilità di scelte (anche impopolari) ma imprescindibili per le sorti della nazione, offrire un’immagine di imparzialità e di misura, lavorando su quell’autorevolezza delle istituzioni che talvolta viene meno.

Come non valutare, dunque, l’esigenza di uscire una volta per tutte dallo scontro perenne, ha proseguito Fini, come strada maestra per affrontare di petto le grandi questioni epocali. Perché, si è chiesto, vedere il nemico nell’interlocutore politico? Con quali finalità rinunciare a recuperare terreni di incontro, o percorsi condivisi per risolvere assieme problematiche comuni? “Non sono utopie culturali”, secondo il Presidente della Camera, ma argomentazioni dettate dalla logica consapevolezza che non servirà a nulla continuare a vedere nella via del compromesso segni di tradimenti o di agguati.

Compito di una politica lungimirante, inoltre, è andare oltre la gestione dell’esistente, ma chiedersi come sarà il tessuto sociale del Paese nel prossimo ventennio. Su quali basi sarà possibile migliorarlo e quali strumenti le istituzioni dovranno assicurare ai cittadini. Per compiere questo disegno occorre che venga vinta una doppia sfida: quella del Parlamento di essere realmente rappresentativo (recuperando un ruolo di centralità istituzionale) e soprattutto quella dell’esecutivo di decidere rapidamente. Per contrastare lo status quo, per offrire risposte qualificate alla drammatica congiuntura economica che ha attanagliato non solo le economie del pianeta, ma anche le speranze di molti giovani. Che in un recente sondaggio del Sole 24 ore, interrogati sul proprio futuro, hanno ammesso di vederlo peggiore rispetto al presente.

E’ a questi timori che una politica con la P maiuscola deve rivolgersi, ha proseguito la Terza carica dello Stato, lavorando per apparire effettivamente proiettata al bene comune, non distratta dalle sirene della contrapposizione a tutti i costi, distante da quel tedioso presentismo che la allontana dalle sfide del futuro. “Se le istituzioni non agiscono secondo etica pubblica- ha concluso- sarà più difficile costruire quel patriottismo repubblicano che rappresenta la benzina della società del domani”.

venerdì 12 novembre 2010

La scommessa tibetana:grande arte per i piccoli


Da Ffwebmagazine del 12/11/10

«Terra di Sua Santità, Terra di mio padre / Montagne innevate, vaste pianure io di nuovo ritornerò/ Lì presso il Potala innalzerò bandiere di preghiera, vicino al Norbulingka, luogo bello e adorabile./ È una Terra ricca e rara questa grande Terra mia, È fresca e magica questa sacra Terra mia. Bomdryada Boom dryada boom boom boom».Così cantavano i bimbi di una delle prime classi elementari a Dharamsala, luogo simbolo perché sede del governo tibetano in esilio. Luogo che accoglie anche il Tcv, Tibetan Children’s Village, villaggio di ragazzi tibetani profughi in India, dopo l’occupazione cinese. Dove si susseguono i racconti che Enrica Baldi ha affidato al suo I gioielli di Dharamsala. Ma anche luogo magico, perché culla di un esperimento socio-culturale. Complesso, difficile, ma entusiasmante: «Servirsi dell’arte grande come cura», riflette nella prefazione Cristina Comencini, per offrire ai bambini autori impegnativi come Sofocle, Dante, Petrarca e in ultimo anche Collodi. Scommessa educativa, ma che contribuisce a sostenere il processo di formazione scolastica, in quella terra così ricca di speranze e di ricordi, di storie e di sorrisi, di piccoli gesti e di gioielli. Tanti gioielli: raffinati, sconosciuti, imprevisti, delicati. Quei gioielli sono i sorrisi di ottocento bambini, che popolano il Tcv: Tharchin, Penpa Dolma, Tenzin e di tanti altri.

Il sistema dei Tcv è nato dall’incontro tra il Dalai Lama e Hernan Gmeiner, lo studente austriaco di medicina che all’indomani del secondo conflitto mondiale decise di dedicare la sua vita agli orfani, creando i Villaggi Sos. Enrica Baldi tiene un diario di viaggio, di un lungo viaggio, iniziato e mai finito. Un racconto dove lo scritto è come il sogno, dove il dolore «non ha connotazione buona o cattiva, ma è la vita, con tutto il suo bagaglio di esperienze positive e negative». Affresca un panorama infantile, dove i piccoli sono considerati adulti a tutti gli effetti, perché possono insegnare molto, nonostante le loro esigenze, le difficoltà dettate dall’età e dalla condizione di profughi. Chi scrive mantiene con quei bambini un legame che va oltre quelle pagine.Nel suo laboratorio Enrica Baldi fonde esperienze personali e fasi accademiche, all’interno di storie unite dalle più importanti opere della tradizione classica, da espressioni artistiche e finanche da spettacoli teatrali, come il clown Gio Giò, il cui copione è stato scritto durante le quaranta ore di viaggio, in volo e in pullman, che separano Roma da Dharamsala.
Laboratori come veicolo di educazione, campi estivi per disperdere differenze e distanze, con il metodo Montessori in primo piano. Racconti nei quali non c’è traccia di quella retorica che, non di rado, abbonda in testimonianze a queste latitudini. Né in quei racconti si erge a giudice. Ma cura, educa, alleva, senza pretendere nulla in cambio da quei bambini. Se non un sorriso: il vero gioiello tibetano.

Civiltà che si scontrano, dunque, cause assurde, diritti negati, amori e sofferenze: il tutto ai piedi dell’Himalaya, in quel lembo di terra che l’autrice definisce poeticamente la «Gerusalemme celeste, adorna come una sposa il giorno delle nozze». L’immedesimazione della Baldi sta tutta qui, nella sua presenza carnale all’interno del villaggio, quando scrive che osservando i loro giochi, guardando quei bambini correre da un punto all’altro dei villaggio, udendo le loro grida e le risa ricongiungersi tra le strade e le case, «mi sentivo come Schlieman che, contando i suoi passi, secondo le indicazioni di Omero, cercava quella Troia che tutti pensavano fosse un’autentica leggenda o il sogno di un cieco».Ma non era un’illusione, bensì tremendamente reale, tangibile, vera e lì, in piedi pronta per essere ammirata. Così come emerge da passioni, pensieri e versi raccolti in Students Forum, la rivista semestrale autogestita da quegli studenti. Inchiostro e lettere pesanti come macigni, che parlano, trasmettono, illustrano vite e tensioni, speranze e sogni.
Come i versi de Il mio ultimo desiderio, scritti da Thupten Nyima, di appena 17 anni: «Oh! Amico, trafiggimi gli occhi con una spada/ perché io non veda mia madre Tibet soffrire. /Maledicimi, perché non sono riuscito a salvarla. /Tagliami le braccia, perché sono incatenate e io non posso camminare verso di lei. Strappami la lingua con una lama incandescente perché la mia voce si perde nella Cina comunista. / Tagliami le orecchie, perché non riesco a udire il grido di mia madre. / Ma quando morirò, caro amico, tagliami la testa e regalala all’Onu perché capiscano quanto è vivo il nostro spirito».
Quello stesso spirito tenace più di mille occupazioni e di mille divieti. Capace di unire nelle divisioni, perché come disse Sua Santità XIV Dalai Lama ai bambini in partenza per Mussoorie nel 1960, «Voi siete fiori che stanno per sbocciare e noi faremo del nostro meglio per proteggervi e farvi fiorire. Siate amici e uniti tra voi».

mercoledì 10 novembre 2010

La lezione di Aldo Natoli: tra libertà e analisi


Da Ffwebmagazine del 10/11/10

Un individuo desideroso di porre (e porsi) quesiti, di capire, di approfondire, smontando tesi precotte e rimontandole con personali rimodulazioni di pensieri. Aldo Natoli, scomparso a 97 anni, era una mente scomoda. Figura di rilievo del Pci, dirigente nella Roma che si rialzava dal secondo conflitto mondiale, non superò le porte della rigida osservanza alla nomenklatura, finendo radiato assieme al gruppo del Manifesto nel 1969.
Pericoloso destabilizzatore? Anarchico insurezionalista? Affabulatore di concetti dogmatici? No, semplice pensatore che intese carpire il senso più intimo e le ragioni vere della crisi mondiale del comunismo. Fu tra i primi ad avere sentore del profondo crollo che quell’ideologia avrebbe registrato su scala planetaria. Intuizione che lo portò ad analizzare criticamente la natura dello stalinismo in Sulle origini dello stalinismo e la valenza di Mao nella società cinese nel saggio scritto a quattro mani con Lisa Foa La linea di Mao.
Legato negli anni della formazione universitaria a figure di intellettuali come Lucio Lombardo Radice e Pietro Amendola, fu organizzatore della Resistenza a Roma all’indomani del suo rientro dalla specializzazione in oncologia a Parigi. Carcere, dirigenza politica, fino all’elaborazione intellettuale più libera: tre passaggi fondamentali che si snodano nella vita di Natoli. Fine osservatore, si ricordano le sue battaglie contro lo scempio cittadino ad opera dei grandi latifondisti dell’urbe, ma sempre caratterizzato da un’impostazione critica, di comprensione e di stimolo, lontano dalla polemica preventiva o da attacchi di bassa caratura. Come quando nel settembre del ‘43assieme a suo fratello Glauco, professore di letteratura a Strasburgo, si affacciò sul Pont du Rhin per puntare i suoi occhi su cosa accadeva nel suolo tedesco. Nelle case, nelle strade, nell’aria.

Assieme ad un gruppo di studiosi come Lelio Basso, Enzo Collotti, Emilia Giancotti, Alberto Tridente, ispirò il comitato contro i “Berufsverbote”. Fu l’occasione non tanto per puntare l’indice contro il pericolo fascista incarnato dalla Germania, ma per comprendere più in generale le modalità delle derive autoritarie, o il rischio antidemocratico che alberga nello sviluppo del capitale moderno. Il contributo innovativo di Natoli è stato quello di accompagnare amici, dissidenti, dirigenti ed intellettuali, in un percorso di analisi, per scorgere fra le righe degli eventi macroscopici all’interno di una crisi vasta. E non limitata alla congiuntura socio-politica dei singoli localismi. In questo si inserisce la chiave di lettura che egli offrì del corto circuito che, agli inizi degli anni ’70, stava investendo il Pci, attraverso un vero e proprio monitoraggio delle piccole crisi nei vari ambiti: nell’industria, nel ceto operaio, nell’informazione, nei disordini sociali, nella lotta armata.
Un modo intellettualmente scomodo di fare politica, di valutarla e di evidenziarne le deficienze, che prescinde da ordini preconfezionati e concetti da paracarro, sorpassati da ricerche ed analisi scevre da servilismi e condizionamenti. Che hanno certamente sostenuto una certa visione del mondo, non solo oggettivamente comunista per via delle sue convinzioni politiche, ma (ben più rilevante, in chiave modernista) libera da input e ordini, slegata da visioni da caserma, con un capo che con elmetto e bacchetta impartisce disposizioni da accettare a scatola chiusa. E invece in quella spinta indipendentista trionfa il singolo neurone in cerca di risposte, quell’alito di vento pensante, sempre più specie protetta.
Da salvaguardare. E da cui ripartire.

domenica 7 novembre 2010

Quel cappio che blocca lo sviluppo del paese

Da Ffwebmagazine del 07/11/10

Tre anni fa le timidissime liberalizzazioni tentate dall’allora ministro dell’industria Bersani, suscitarono proteste e malumori, nonostante fossero interventi di minimo impatto, ma che pian piano avrebbero minato certezze e privilegi granitici. In quell’occasione l’istituto "Bruno Leoni" aveva proposto di regalare una licenza ai tassisti per indennizzarli dell’avviamento alla professione. Misura che avrebbe consentito ai lavoratori in attività di monetizzare la loro rendita, ma anche di raddoppiare le licenze dei taxi. Ma mentre i tassisti di Roma in quell’occasione bloccarono il traffico cittadino invadendo piazza Venezia, non si ha traccia ad esempio delle manifestazioni dei clienti, dei cittadini che magari non erano soddisfatti del servizio o di pagare almeno quaranta euro fino a Fiumicino.
Ricordare l’episodio del traffico in tilt della Capitale è utile per comprendere come da molto tempo non si proponga un’iniziativa scomoda ma utile, che intacchi uno status quo deleterio per lo sviluppo futuro del Paese. Riflettere, dunque, sul fatto che gli ordini professionali rappresentano interessi concentrati, statici e pachidermici, mentre quelli degli utenti sono spesso sacrificati sull’altare del corporativismo.
Mentre in commissione giustizia del Senato si discute del ddl sulla riforma degli ordini professionali, un interessante libro di Riccardo Cappello - Il cappio. Perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana, Rubbettino editore, pp. 288, euro 16,00 -, illustra anche ai non addetti ai lavori, come mai l’economia italiana sia soffocata da un vero e proprio cappio. Che frena impulsi moderni e liberali, che funziona da zavorra di un corpo che vorrebbe essere più leggero e maggiormente mobile verso le nuove esigenze che le professioni del terzo millennio custodiscono.
Quanto la logica della autoconservazione guida la sopravvivenza degli ordini professionali in Italia? La risposta dovrebbe essere “molto”, dal momento che questo vero e proprio freno affoga gli impulsi dell’economia, impedendo che venga concepito un mercato vero e aperto a tutti. Invece cementificano una struttura lenta e chiusa a doppia mandata, che sino a questo momento nessun esecutivo è riuscito a scardinare. Corporazioni, scatole concentriche, contenitori ingessati di risorse umane e confederazioni di interessi che alla fine rappresentano un peso anche a svantaggio degli stessi iscritti.
Storture che il libro analizza con un linguaggio semplice e con riferimento al fatto che ancora oggi la macchina amministrativa italiana appesantisce imprese e cittadini, imponendo loro di avvalersi tra l’altro di professionisti definiti dall’autore “non indispensabili”. Meno vincoli non significa meno regole, sia chiaro. Ma a patto che siano funzionali al progetto di evoluzione, che rappresentino un sostegno alla crescita e non un impedimento.

Lecito chiedersi: come mai in altri Paesi i medesimi ambiti non vivono il declino nostrano? Anzi, vengono incentivati qualitativamente magari, sottolinea Cappello, evitando di rivisitare tariffe che impediscono la concorrenza. Solo così l’avvocato riuscirà a tirarsi fuori da quella nicchia di isolamento, sforzandosi di utilizzare il proprio talento anche per il benessere collettivo. Per cui non si comprende perché nel ddl in questione non si possa combinare la professione forense con un’altra competenza. O escludere tutti quegli iscritti che non esercitano in modo continuativo o a tempo pieno, disposizione che contrasta con un principio comunitari vigente, ovvero il requisito di continuità sul lavoro femminile, provocando di fatto una discriminazione verso quelle lavoratrici che per scelta o per esigenze di maternità prestano la propria opera in modo frazionato.
Quindi in un contesto socio-economico in rapidissima evoluzione, con mutamenti continui sull’oggetto del sapere e sulle forme di occupazione che risentono degli eventi sismici mondiali, che senso ha ad esempio impedire un sinergia tra competenze dell’ingegnere e quelle dell’avvocato? Dove il diritto industriale si fonde con quello dei brevetto. O dove in medicina legale si devono per forza di cosa intrecciare figure professionali mediche ma anche legali.
E allora ecco che il libro di Cappello può essere di aiuto nell’affrontare la questione degli ordini professionali con una verve più riformatrice, modellando non un ritorno al passato sulla scia di una sorta di timore del nuovo e del libero. Ma offrendo alle professioni più occasioni di crescita e meno vincoli che sanno di vantaggio per pochi.
La politica dovrebbe, proprio per sua missione, operare scelte apparentemente impopolari, ma che hanno ricadute serie e vantaggiose per l’intera collettività, rivolte ad un benessere lungimirante. Ed evitando di accontentare solo il singolo, mortificando in questo modo una strategia ariosa.

giovedì 4 novembre 2010

Pannella: la libertà di dissentire, sempre


Da Ffwebmagazine del 04/11/10

Un altro sciopero. Della fame, della sete. Ma non delle idee. Per i suoi ottant’anni Marco Pannella si regala un’altra sfida, nel bel mezzo del nono congresso dei Radicali italiani. Ma non prima di essere stato festeggiato da un pezzo di Italia civile che, invocando Pannunzio, Rossi, Vittorini, Tortora e Pasolini, lo ha elevato a tutore della democrazia intesa come integrità fisica e mentale di cittadini e cittadine. Nell’anno del centenario della nascita di Mario Pannunzio e del bicentenario di Cavour, Marco Pannella taglia un altro traguardo.
Dopo aver inseguito per più di tre quarti della sua vita il rispetto di una comune civiltà, di valori minoritari ma non inferiori. Facendo venire alla mente quella lettera di Benedetto Croce con l’intestazione “laici o non laici che siano”, rimarcando il suo voler parlare a tutti, indipendentemente dai punti di partenza e senza preclusioni. Nella scia di quel principio dove grandi ideali e grandi passioni generano il rispetto per le idee degli altri. Quelle idee che il fautore della campagna per il divorzio, tanto per citarne una, non smette di concimare.
Come definirlo? Più che ricorrere agli aggettivi, o alle espressioni di adulazione, terribilmente tediose e falsamente celebrative in questi casi, è bello parlare di Pannella con riguardo alle sue provocazioni. Perché dice cose che i più non vorrebbero ascoltare, o non avrebbero il coraggio di dire. Perché sono cose che danno fastidio, che si insinuano nei pensieri di tutti come quotidiane rivendicazioni (scomode) rivolte alla coscienza dei singoli. Nelle sue battaglie si ritrova la natura del liberalismo laico, scevro da ipocrisie, lontano anni luce da calcoli politici o da imprimatur di capicorrente o di capi e basta. Pannella è un attore della commedia umana, una sorta di sacerdote prostrato ai liberi pensieri, senza padrini e senza padroni. Un avvocato che patrocinia gratuitamente le idee vere, reali, pure, non pre-confezionate, né imballate con carta natalizia per sembrare più allettanti.
Che mostra lo stesso entusiasmo di dieci lustri fa quando rivendica con orgoglio la presenza a Chianciano (in occasione del congresso dei Radicali) di quattrocento delegati giunti a proprie spese per partecipare a quattro giorni di dibattiti, analisi, esercitazioni (ormai rare) di pensieri, in un contesto che si sta rivelando sempre più “specie protetta” nel panorama partitico italiano. Dove gruppi dirigenti, simpatizzanti e cittadini si incontrano, distanti da flash e protocolli, per snocciolare questioni, per avanzare proposte anche irrituali, per chiedere il rispetto della vita umana contro la pena di morte, la libertà del singolo nelle scelte sociali, il principio della autodeterminazione, l’esigenza di vivere in uno Stato che non sia etico ma di diritto.

Un individuo che vede i limiti e gli errori della Chiesa cattolica (copyright di Pier Franco Quaglieni), che rileva le invasioni di campo, costanti e ripetute nella storia italiana, andando contro il principio della separazione fra Stato e Chiesa che fu del conte Cavour.
Un personaggio che, in barba al passare delle stagioni, regge l’urto delle diaspore che si consumano con i suoi antagonisti, che fanno finta di non comprendere l’importanza delle sue posizioni, spesso prescindendo dal merito delle stesse. «Mario Pannunzio - ha ricordato la scrittrice Isabella Colonna Preti - teneva in grande considerazione questo giovane colto e tenace».
Lo hanno epitetato in svariati modi: «Pastore che disperde il gregge, secondino che apre i cancelli» (Roberto Saviano); «un rivoluzionario non violento e incrollabile» (Marco Bellocchio); uno le cui provocazioni «rendono molto meno discutibile la politica italiana che è molto discutibile» (Giorgio Albertazzi); «il solo politico italiano che dimostra di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia» (Leonardo Sciascia in un pezzo pubblicato da El Pais).
Un uomo, insomma, libero di dissentire. Sempre.