venerdì 28 settembre 2012

Tsunami in Grecia, 32 politici sotto accusa per tangenti e fondi neri


Venti tra ex ministri ed ex deputati, nove attualmente eletti in parlamento, oltre al presidente e al vicepresidente della Camera dei deputati. Un vero e proprio tsunami politico nella Grecia già travolta dal quasi default. Ma questa volta non c’entrano né lo spread né la troika. E’ stata pubblicata la lista dei 32 politici, i cui movimenti bancari sono finiti nell’occhio del ciclone per presunti fondi neri e appropriazioni indebite. E che sono al vaglio del procuratore generale nazionale che presiede i crimini fiscali. Beni liquidi per svariati milioni di euro, registri immobiliari per ville e proprietà su tutto il territorio nazionale, operazioni con diretto coinvolgimento dei politici nell’acquisto di armamenti per lo Stato, scandalo Siemens incluso. Anche i bilanci di una fondazione di beneficenza. C’è di tutto nell’elenco pubblicato oggi dal magazine Zoungla che sta facendo tremare i palazzi del potere sotto l’Acropoli.

Ecco la lista completa: Panos Kammenos, attuale leader del partito Indipendenti Greci: saranno aperti i suoi conti correnti bancari, come già richiesto dal pubblico ministero inquirente e controllate le sue proprietà immobiliari a Itea e Galaxidi; Nikitas Kaklamanis, deputato di Nea Dimokratia, controllato per il periodo in cui era sindaco di Atene e sul quale l’indagine ha preso il via dopo una denuncia del giugno 2012 relativa a crimini nel settore radiofonico della città e depositi su conti all’estero; Athanasios Nakos, vicepresidente del parlamento, per il quale l’indagine è iniziata il 15 marzo 2012 e il controllo è in fase di raccolta dati; Evangelos Meimarakis, attuale presidente della Camera, controllato per presunti fondi neri, operazioni immobiliari illegali e conti all’estero; Iorgos Voulgarakis, ex ministro dell’Ordine pubblico, cultura e marina mercantile, per lui la Procura della Repubblica ha inviato il 18 luglio 2012 la richiesta di apertura dei conti correnti bancari, suoi e di sua moglie; Michalis Liapis, ex segretario dei Trasporti e della Cultura, controllato sulla base di una denuncia per arricchimento illecito; Aris Spiliotopoulos, deputato di Nea Dimokratia: dopo una denuncia anonima controllato per movimenti dei conti bancari; Michalis Karhimakis, ex segretario del Consiglio Nazionale del Pasok, controllato dopo una denuncia anonima per arricchimento illegale, su beni e servizi acquistati con l’aiuto di prestanomi (tre hotel).

E ancora, Spilios Spiliotopoulos, ex ministro della difesa; Nikos Konstantopoulos, ex presidente del Syriza; Elizabeth Vozenmpergk, ex deputato di Nea Dimokratia; Iorgos Orfanos, ex vice ministro dello Sport (2004-2007) con Nea Dimokratia; Marina Chrysoveloni, deputato di Indipendenti Greci; Yiannos Papantoniou, ex ministro delle Finanze e della Difesa Pasok, controllati conti correnti anche di sua moglie; Antonis Bezas, deputato Thesprotia; Nikos Tagaras, ex vice governatore di Corinto e deputato di Nea Dimokratia; Panagiotis Fassoulas, ex deputato Pasok ed ex sindaco del Pireo; Elpida Tsouri, vice ministro degli Affari marittimi; Filippos Foudis, candidato parlamentare con i Verdi ecologisti; Alexandros Voulgaris, ex deputato del Pasok; Leonidas Tzanis, ex deputato del Pasok, indagine iniziata il 31 maggio 2012 e attualmente si stanno aprendo i vari conti bancari; Ioannis Anthopoulos, ex Segretario della Pubblica Istruzione (Pasok).

E infine, Anastasios Mandelis, ex ministro dei Trasporti e delle Comunicazioni con Pasok, per il quale la verifica fiscale è condotta nell’ambito dello scandalo Siemens; Ioannis Sbokos, ex segretario generale del MoD; Apostolos Fotiadis, ex vice ministro delle finanze Pasok, sottoposto a revisione per spese effettuate dal 2000 al 2012 che hanno riguardato le proprietà dello Stato; Fevronia Patrianakou, deputato di Nea Dimokratia, denunciata dall’ispettorato del lavoro; Nikos Andrianopoulos, ex segretario generale del ministero delle Finanze; Fotis Arvanitis, un ex deputato Pasok; Dimitris Apostolakis, ex ministro della Difesa durante il governo socialista di Costas Simitis; Christos Verelis, ex ministro dei trasporti e delle comunicazioni; Costantino Liaskas, ex ministro; Christos Zachopoulos, ex segretario generale del Ministero della Cultura; Petros Mantouvalos, avvocato ed ex deputato con di Nea Dimokratia; Michalis Chalkidis, ex deputato di Nea Dimokratia, accusato di arricchimento illecito; Iorgos Patoulis, sindaco di Maroussi (sobborghi ateniesi); Fondazione di beneficenza “Konstantinos Karamanlis”, di proprietà della famiglia Karamanlis, di cui l’ultimo rappresentante politico è stato premier due sessioni elettorali fa.

Dulcis in fundo, Akis Tsochatzopoulos, ex ministro della difesa e braccio destro dell’ex premier Andreas Papandreou, padre del Pasok, in carcere assieme alla sua consorte dallo scorso maggio, accusato di aver messo in piedi un sofisticato ciclo di società off-shore in svariati paradisi fiscali del mondo, per almeno cento milioni di euro. Fonti investigative non ufficiali confermano che proprio quest’ultimo starebbe tirando in ballo l’intera infrastruttura politica greca che sarebbe stata compiacente alle operazioni. C’è un giudice, (donna), ad Atene. E pare stia facendo il suo lavoro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28/9/12
Twitter@FDepalo

Crisi greca, accordo sui tagli lacrime e sangue. Ma si chiedono due anni in più


C’è l’accordo tra i leader dei tre partiti greci di maggioranza sulla quasi totalità delle nuove misure imposte dalla troika, con la richiesta di una proroga di due anni. Samaras, Venizelos e Kouvellis hanno trovato la quadra “sugli assi principali” dell’intervento che porterà l’erario ellenico a risparmiare 11,5 miliardi di euro nel biennio 2013-2014, come ha sottolineato il ministro delle finanze Stournaras uscendo dal Megaro Maximo dove si è tenuto il delicatissimo vertice.

Il pacchetto verrà quindi sottoposto al vaglio degli emissari di Ue, Bce e Fmi di ritorno ad Atene il prossimo lunedì e in seguito verrà calendarizzato il voto della Camera, verosimilmente entro una settimana. Restano da definire quelle che Kouvellis ha epitetato come “clausole di compensazione”. Ovvero giù stipendi, pensioni, indennità per quasi 10 miliardi, ma il nodo è sulla cassa integrazione e su una sorta di ammortizzatori sociali che impediscano il tracollo sociale.

Stournaras ha assicurato che il governo intenderà cercare quelle compensazioni chieste dal leader del Dimar, promettendo che saranno “equilibrate”. Aggiungendo che l’accelerazione è stata imposta dalla vicinanza con il prossimo Eurogruppo di ottobre. Ha inoltre lasciato una porta aperta a un nuovo incontro dei tre leader politici della coalizione, proprio per limare le suddette clausole sulle quali premono non poco anche i sindacati del paese, dopo lo sciopero generale che ha portato per le strade della capitale cinquantamila manifestanti.

Ha inoltre dichiarato che l’estensione richiesta per le misure è di due anni, ossia entro il 2016. Ancora perplesso il leader di Sinistra Democratica Fotis Kouvellis, secondo cui la partita si giocherà sulle cosiddette clausole sostitutive oltre che sulle misure compensative. L’intero pacchetto sarà portato al vaglio europeo il prossimo giovedì in occasione della riunione dell’Eurogruppo con i ministri economici dell’Ue.

Di fondamentale importanza, ha commentato il leader del Pasok, Venizelos, l’allungamento delle misure al 2016 per tenere sotto controllo lo spread, e “l’estensione ci permetterà di avere un effetto sulla crescita”. Quindi ha inviato un messaggio di sostegno al popolo greco “che lotta” e ha chiesto a nome del Pasok che le misure siano il più equilibrate possibile. Ha provveduto anche a lanciare un appello alle istituzioni europee, affinché comprendano a fondo gli enormi sacrifici che la Grecia sta affrontando, aggiungendo che il dibattito sulla permanenza o meno del paese nell’eurozona è più pericoloso del rischio stesso di perdere il denaro prestato alla Grecia fino ad oggi.

Ma cosa è cambiato realmente all’interno del piano, dalla fuga della troika lo scorso venerdì, fino all’accordo di oggi? Il rigetto da parte della troika di voltare le spalle alla direttrice di riduzione drastica della spesa pubblica è stato al centro delle controversie con il ministro Stournaras. Lo scontro di venerdì scorso ha prodotto di fatto una sorta di “linea rossa” che entrambe le parti non potevano e non potranno oltrepassare.

Il sunto di oggi, dicono fonti governative, indica un lavorìo diplomatico che ha portato a cambiare il mix di politica fiscale così come segue. L’accordo c’è sui seguenti provvedimenti: aumento di tasse per i liberi professionisti che pagheranno circa il 35%; le entrate fiscali complessive saranno aumentate di 2 milioni e non di 3 come richiesto dalla troika; aumento della tassa per i redditi rurali; ripristino del beneficio di persone con esigenze speciali (SEN) ai livelli del 2008 (costo € 340.000.000); più di sette miliardi di tagli nel settore pubblico di stipendi, indennità e pensioni; aumento dei contributi minimi da versare per la pensione.

Su altre misure invece i tre leader si confronteranno ancora, molto probabilmente entro il finesettimana, ovvero: aumento dell’età pensionabile generale da 65 a 67 anni, e il conseguente aumento in tutti i limiti di età per le madri; taglio della pensione per i minori di anni 64; riduzione delle pensioni principali e supplementari da 1.000 euro in su; eliminazione di tredicesime e quattordicesime nel settore pubblico; licenziamento di tutti i funzionari pubblici colpevoli di falsa testimonianza; taglio dei contributi per lavoratori stagionali in disoccupazione; criteri più severi per gli assegni familiari; riduzione della spesa farmaceutica dei fondi di assicurazione; taglio dei costi dei nosocomi su tutto il territorio nazionale. E il Financial Times Deutschland scrive: “Obama, Merkel e Jiabao mantengono la Grecia nell’area dell’euro”. Sì, ma a quale prezzo?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/9/12
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giovedì 27 settembre 2012

Crisi greca, anche la troika dei creditori si spacca


Si è forse risolto il mistero della rapida e anomala fuga dei rappresentanti della troika da Atene lo scorso venerdì, quando erano rientrati in sede ufficialmente per una pausa di riflessione. Come confermano oggi fonti della Reuters, di fondo il triumvirato che sta gestendo la malattia ellenica (con una cura che, al momento, non sta sortendo gli effetti desiderati), è attraversato da una profonda spaccatura nel merito e nel metodo delle misure adottate.

Se infatti da un lato il Fondo Monetario Internazionale preme per una ristrutturazione del debito detenuto dagli altri paesi europei, dall’altro l’Ue ritiene invece che una proroga per l’attuazione del memorandum servirebbe ad Atene per rispettare gli accordi. Bruxelles sarebbe intenzionata a una dilazione temporale anche per valutare le due situazioni a rischio contagio ellenico, ovvero Spagna e Italia e come potrebbe evolvere la relativa criticità nei due paesi. La troika, di contro, si accoda a varie voci internazionali, tra cui la stessa cancelliera tedesca oltre a media autorevoli come il Wall Street Journal, secondo cui concedere ad Atene più tempo equivalga a sborsare più euro, stimati tra i 15 e i 30 miliardi (come scrive il Sueddeutsche Zeitung). 
Ufficialmente il titolare delle finanze elleniche, Yannis Stournaras, ha da tempo avanzato la richiesta di proroga di 24 mesi per varare le misure, e accompagnando tale esigenza con la stima dei finanziamenti aggiuntivi per 13 o 15 miliardi. Ma il punto critico è ormai stato già raggiunto tra gli emissari di Fmi, Ue e Bce proprio lo scorso giovedì sera, quanto al termine dell’ennesimo vertice fiume con Stournaras, sarebbero volate parole grosse.

Secondo alcuni rumors in quell’occasione i rappresentanti di Fmi e Bce avrebbero informalmente comunicato al ministro che, sulla base degli impegni assunti fino ad oggi, la parte greca non ha alcuna possibilità di sostenere il debito pubblico entro l’orizzonte annunciato del 2020. Maturando la consapevolezza che con il passare del tempo il panorama dei conti ellenici subisce un lento e inesorabile deterioramento. Anche perché, come ripetono ormai da alcune settimane fonti diplomatiche in seno all’Ue, per due anni la Grecia non ha promosso nessuna delle modifiche strutturali che sono state concordate. E quel ritardo ha solo peggiorato una cronicità già avviata.

Inoltre Clemens Fuest, futuro presidente del Centro per la ricerca economica europea (ZEW), intervistato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, prevede un lungo periodo di stagnazione economica nell’area dell’euro-crisi stati. Quando si cerca di ripulire le finanze dello Stato, c’è un progresso “dolorosamente lento”, dice. E in un suo report scrive che per recuperare competitività nei Paesi in crisi come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, prezzi e salari dovrebbero essere ridotti. Questo porterebbe ad entrate fiscali in caduta e ostacolerebbe quindi il risanamento delle finanze pubbliche. Tuttavia “i paesi creditori, in particolare Germania e Francia, dovrebbero fare di tutto per evitare il ritiro dalla zona euro”, dice il rapporto.

Altra Cassandra, l’agenzia di rating Fitch, secondo cui la sostenibilità del debito greco è ancora lontanissima dall’essere garantita, e prevede che il 2014 salirà al 180,2% del PIL dal 164,9% di quest’anno. In termini di recessione, valuta che quest’anno raggiungerà il 7%, mentre il ritorno alla crescita è atteso nel 2015.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/9/12
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mercoledì 26 settembre 2012

Crisi greca, sciopero generale, cortei e scontri per dire “no” ai tagli


Dodici i cortei complessivi, con almeno 50mila persone coinvolte. Si apre così la ventiquattr’ore greca di sciopero per dire “oxi” alle nuove misure imposte dalla troika: tagli orizzontali per 12 miliardi di euro su stipendi, pensioni, indennità e sanità. E già cinque arresti da parte delle forze dell’ordine nelle prime ore del giorno. I sindacati Gsee, Adedy e Pame chiedono così ad Atene di non avallare questa ulteriore misura che non risolverà il default ellenico, dicono, ma peggiorerà visibilmente le condizioni di vita dei cittadini.

E così oggi in Grecia hanno incrociato le braccia funzionari dei pubblici uffici fiscali, urbanisti, enti locali, servizi pubblici, ispettori fiscali, professori e insegnanti, medici e infermieri, commercianti, avvocati, ingegneri, impiegati di banca, notai. Insomma tutte le categorie professionali, per una volta unite senza distinzioni politiche. Navi e traghetti ferme ai porti di Pireo e Patrasso, probabili ritardi aerei e cancellazione di alcuni voli dall’aeroporto internazionale ateniese Elefterios Venizelos. Treni e autobus fermi per tutta la giornata di mercoledì, al pari della metropolitana della capitale e delle navette per l’aeroporto.

I primi cinque arresti preventivi sono stati effettuati poco dopo le ore 10.00 da parte della polizia antisommossa. I quattromila agenti del Mat che controllano accuratamente zaini e borse, hanno stabilito due basi mobili con sessanta mezzi cingolati pronti a sparare violenti getti di acqua in caso di disordini, dinanzi alla Camera e a piazza Omonia, allestendo una rete metallica in via Vassilissa Sofia. 

Nel frattempo in alcune scuole dove gli insegnanti non hanno aderito allo sciopero generale, si sono verificate occupazioni da parte degli studenti, mentre in piazza Syntagma si registrano i primi scontri tra blocchi anarchici (con sciarpe e cappucci nonostante il caldo torrido) e forze dell’ordine, con lancio di ordigni rudimentali come bottiglie incendiarie. Una prima molotov è stata scagliata difronte all’Atene Hotel Plaza, con lo scoppio di un piccolo incendio. I rivoltosi sono stati spinti verso l’interno della piazza con l’uso di lacrimogeni da parte della polizia, anche se il ministero dell’Interno in mattinata avevano detto che sarebbero stati esclusi insieme alle altre sostanze chimiche. Gli scontri con gli agenti antisommossa sono proseguiti poi sulla piazza antistante il Parlamento, con incursioni da entrambe le parti. Scene analoghe anche in località Tempio di Zeus, con alcuni alberi che hanno preso fuoco provocando l’intervento dei vigili del fuoco che hanno domato le fiamme.

Intanto è iniziato il conto alla rovescia per il via libero definitivo da parte dei leader politici che sostengono il governo di coalizione (Venizelos del Pasok e Kouvellis del Dimar) al pacchetto di misure pari a 13,6 miliardi di euro, ovvero 11,6 miliardi di tagli oltre ad altri 2 di provvedimenti in materia fiscale. Poche ore prima dello sciopero generale di oggi si è svolto un delicato vertice, con il premier Samaras e il suo gabinetto economico: presenti il ministro delle Finanze Stournaras e il suo vice Staikouras.

All’interno del pacchetto che sta provocando la dura reazione dell’intero Paese, il Consiglio dei ministri avrebbe raggiunto la quadra su quasi tutte le misure finanziarie, quindi riduzione degli stipendi e delle pensioni e aumento dell’età pensionabile. In trattativa i provvedimenti relativi alla tax-free per i liberi professionisti. Ma non c’è ancora l’accordo pieno sul licenziamento dei dipendenti pubblici. Dal ritorno di Samaras all’indomani del vertice romano con Mario Monti, si sono infatti intensificati incontri e vertici. Domani altro delicato appuntamento: il ministro Stournaras illustrerà le misure ai leader della maggioranza, passaggio propedeutico al ritorno della troika ad Atene previsto per lunedì.

Secondo fonti governative Antonis Samaras avrebbe manifestato la sua insofferenza verso questi ulteriori ritardi, dopo aver personalmente assicurato al premier italiano la chiusura definitiva e in tempi rapidi del pacchetto da 12 miliardi. Il suo obiettivo quindi è di strappare il “sì” a Venizelos e Kouvellis per portare la misura al vaglio del parlamento. In caso di un accordo politico raggiunto già domani, sabato 6 ottobre ci potrebbe essere il voto della Camera. Ma proprio quello potrebbe essere un altro momento critico in questa crisi greca, dal momento che quaranta deputati di Pasok e Dimar hanno annunciato l’intenzione di costituire un gruppo indipendente, perché non propensi a votare il nuovo pacchetto.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 26/9/12
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Sciopero contro manovra affama Grecia 50mila in piazza, scontri con la polizia


ATENE – Dodici cortei complessivi, 50mila persone coinvolte, sessanta mezzi antisommossa della polizia in prima linea, città paralizzata. Atene e lo sciopero generale, l’ultima chanches per dire “no” alla terza misura di tagli per complessivi 12 miliardi di euro a stipendi, pensioni, welfare. E il tutto per ottenere dalla troika il via libera all’ennesima tranches di prestiti che non risolveranno a monte il debito greco.

I sindacati ellenici, per una volta, “uniscono” idealmente dipendenti pubblici, medici e infermieri, liberi professionisti, pensionati, trasporti pubblici, operai, insegnanti che da questa mattina hanno animato lo sciopero generale per le strade del centro ateniese. Che è sfociato in trenta arresti contro altrettanti manifestanti intorno alle ore 11 e che ha prodotto già diversi scontri con le forze dell’ordine, 100 i feriti. C’è da registrare in piazza Syntagma un feroce lancio di bottiglie molotov. La prima ha colpito l’ingresso del lussuoso hotel Plaza. Con gli agenti del famigerato Mat che hanno respinto i rivoltosi indirizzandoli verso l’interno della piazza antistante il parlamento, e con l’uso di lacrimogeni. Vicino al Tempio di Zeus, da dove è partito un altro corteo, alcuni alberi hanno preso fuoco.

Nelle strade laterali del centro, in prossimità della Camera, i manifestanti hanno proseguito lo scontro con i poliziotti: vetrine infrante e danni a negozi e abitazioni.

Si tratta della più imponente manifestazione dall’inizio della crisi, promossa dalle sigle sindacali Pame, Gsse, Adedy. In piazza anche il partito radicale del Syriza e, come annunciato da pochissimi minuti in una infuocata seduta del parlamento, anche il movimento di destra degli Indipendenti greci guidati da Panos Kammenos. Ma le ore frenetiche dello sciopero generale, oltre che essere condizionate dalle decisioni del governo Samaras sul futuro dei dieci milioni di cittadini greci, sono accompagnate anche dall’ennesimo scandalo che sta travolgendo la casta greca: il presidente della Camera Maimarakis sarebbe coinvolto in una vicenda di fonti neri per acquisti immobiliari, che ha provocato la rivolta delle opposizioni in parlamento, in testa i comunisti del Kke e i nazionalisti di Alba dorata.

Intanto il premier Samaras, rivelano fondi governative, avrebbe trovato l’accordo con il ministro delle Finanze Stournaras sulla quasi totalità del pacchetto di tagli: 12 miliardi su stipendi, pensioni, indennità e welfare, oltre a due miliardi da un nuovo sistema di pressione fiscale. Restano da convincere i leader di socialisti e democratici, Venizelos e Kouvellis, che sostengono questa anomala maggioranza di governo. In caso di pollice in su da Pasok e Dimar, questa ulteriore misura potrebbe essere vota dal parlamento già il prossimo 6 ottobre. L’agenzia di rating Fitch pronostica che nel 2014 il debito greco raggiungerà il 180,2% del Pil.

Fonte: Gli Altri on line del 26/9/12
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lunedì 24 settembre 2012

Il conto della crisi? Lo pagano gli ammalati In Grecia l’emergenza diventa sanitaria

ATENE – C’è un qualcosa di macabro che né la troika né i governi europei hanno ben valutato in questa crisi greca: i riverberi sociali che, anni di politiche scellerate e ruberìe da una parte, e un memorandum suicida dall’altro, sono già realtà in Grecia. Sotto gli occhi di tutti e con la grande stampa internazionale impegnata solo ad occuparsi di spread e titoli, relegando il fattore umano a scomoda cornice. Nella Grecia tecnicamente già fallita, che chissà quando i Soloni dell’economia si decideranno a definire ufficialmente tale, la vera emergenza si chiama sanità. Ecco la sacca da depauperare, con fiumi di denaro che lo stato, via troika, ha deciso di deviare da comparti vitali come ospedali e farmaci, per ripagare quel debito che la politica stessa ha contratto. Con la conseguenza di un panorama di guerra, che si staglia minaccioso e degradante, in tutto il paese. Dove i malati di cancro vivono un vero e proprio inferno, causa assenza di farmaci chemioterapici.

L’emergenza aveva avuto i suoi primi segnali nel luglio scorso quando alcune vicende drammatiche erano venute alla luce. Con pazienti costretti a pagare di tasca propria i cicli di chemioterapie dal momento che il servizio sanitario nazionale non poteva (e non può tuttora) garantire quelle cure. La motivazione? Un default che ormai è non solo nei bilanci di tutte le aziende del paese, in primis la cosa pubblica, ma di fatto nei meandri più nascosti della culla della civiltà. Dove il numero dei senzatetto è raddoppiato in soli quattro mesi, dove le famiglie iniziano a risparmiare sul consumo di carne e pesce, dove moltissimi nosocomi non possono più garantire i servizi basilari. Si prenda l’ospedale di Arta, i cui medici e infermieri sono scesi in piazza venerdì scorso per protestare: non solo devono subire la terza riduzione del proprio stipendio in due anni, con la cancellazione di tredicesime e indennità di servizio, ma da qualche giorno sono ufficialmente terminate le scorte di biancheria e siringhe nella struttura. Mentre da quaranta giorni in alcuni nosocomi del paese non sono garantiti i pasti ai propri ricoverati: le ditte fornitrici devono ancora ricevere i pagamenti relativi al 2011.

La punta, sterminata e amara, di un iceberg che deve ancora purtroppo mostrare tutto il suo peso devastante. A fronte di casi di malaria e tubercolosi, patologie di cui da decenni non si aveva più traccia in Grecia, un altro fronte caldo riguarda i farmacisti, che devono ancora ricevere dall’erario i rimborsi relativi al 2011 per i medicinali concessi via ticket ai cittadini. Con numeri incredibili, ovvero solo un cittadino su tre che nell’ultimo mese è riuscito a garantirsi l’approvvigionamento dei farmaci necessari. Come se un paziente affetto da scompenso cardiaco possa attendere senza conseguenze 48 ore per assumere un diuretico: un’altra assurdità di questa crisi ellenica, ma di fatto europea, il cui conto lo stanno pagando solo i cittadini. La salute, in modo particolare, sta soffrendo per una raffica di tagli “alla cieca” che, se dovesse essere approvato l’ulteriore misura da 12 miliardi di euro, decreterebbe la fine dell’intera industria sanitaria del paese.

Di contro il sistema politico non sembra particolarmente scosso da queste criticità che colpiscono i dieci milioni di greci. Da una settimana sono in sciopero della fame i dipendenti della prima banca ellenica, la Banca di credito cooperativo di Lamia, nel centro della Grecia, licenziati per chiusura dell’istituto nel giro di 24 ore. Una delegazione di dipendenti e dirigenti è stata ricevuta dal viceministro delle Finanze Staikouras: chiedono non solo la restituzione di quanto perso, ma soprattutto garanzie su un futuro occupazionale a tinte fosche. E ancora, questa che inizia sarà la settimana della paralisi totale nel paese, in quanto incroceranno le braccia praticamente tutte le categorie: medici ospedalieri, poliziotti, vigili del fuoco, rettori universitari, giudici e avvocati, giornalisti, oltre ai trasporti locali e marittimi. Un grido di dolore lanciato mentre si sta facendo luce su una misteriosa lista di cento amministratori locali a cui sono stati contestati conti correnti milionari. Come il caso di un prefetto della regione della Fthiotida, che pare avesse liquidità per 14 milioni di euro. E di cui adesso dovrà dare conto.

Fonte: Gli Altri on line del 24/9/12
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Crisi greca, il paradosso degli aiuti che allargano il buco

Il debito pubblico greco? Raddoppiato. Firmato Spiegel. Anche il settimanale tedesco, dopo i rilievi nell’ordine dei quotidiani economici Handelsblatt e Wall Street Journal che, non da oggi, si erano interrogati sui reali numeri della crisi greca, sta maturando una consapevolezza: che non saranno sufficienti altre misure per coprire un buco stimato 20 miliardi di euro. La troika, scrive, in questa fase sta analizzando dati e incrociando numeri, ragion per cui sta “scavando” nel buco nero dei conti ateniesi. E il premier Samaras avrebbe anche chiesto ai creditori pubblici del suo Paese di rinunciare a una percentuale dei crediti. 
Giungendo in questo modo ad una sorta di taglio del debito ellenico, accompagnato ad una proroga di 24 mesi per l’attuazione delle misure che, in soldoni, significa altri aiuti. Lo Spiegel in verità non scopre nulla di nuovo, dal momento che già in occasione dell’eurovertice di Cipro, quando da Austria e Olanda era giunta un’apertura per allungare i tempi e far “respirare” la Grecia, fonti vicine alla cancelliera tedesca si erano dette contrarie, e si erano affrettate a commentare che “in genere dare più tempo significa dare più soldi”.

Il settimanale tedesco aggiunge poi che sarebbe sorto un contrasto tra la Commissione Ue e Berlino sulla concessione di aiuti alla Grecia. Infatti se da un lato Bruxelles ha chiesto che la decisione arrivi entro il vertice europeo di metà ottobre, Berlino prevede il check solo il mese successivo. Dal momento che solo entro il 15 novembre si conosceranno le cifre concrete sullo stato della situazione greca, in base alle quali prendere ulteriori decisioni, ovvero il nuovo e definitivo report che gli emissari di Fmi, Ue e Bce dovranno comporre.

Come se per oggettivizzare lo stato dei conti greci vi fosse bisogno di altre settimane. Quando invece il panorama generale è sotto gli occhi di tutti già da tempo e il report della troika certificherà soltanto una realtà già consolidata che gli istituti di credito americani già danno come avvenuta: il default. Un passaggio che alcuni leggono come alla base della frettolosa partenza della troika da Atene, quando invece il programma prevedeva che non vi fosse alcuna pausa nelle trattative con il ministro delle Finanze e con i componenti della maggioranza, riluttanti a siglare l’ulteriore taglio da quasi 12 miliardi su pensioni, stipendi, indennità e welfare e che sta provocando proteste in tutto il paese.

Non solo i giudici hanno annunciato che incroceranno braccia e toghe sino al prossimo novembre, ma sono scesi in piazza per protestare, nell’ordine, farmacisti, medici ospedalieri, poliziotti, vigili del fuoco, agricoltori, amministratori locali, docenti universitari, rettori, insegnanti. Inoltre da una settimana sono in sciopero della fame i dipendenti del primo istituto bancario ellenico, la Trapeza Sinenteristiki di Lamia, nella regione della Fthiotida nata nel 1900, ma chiusa dal giorno alla mattina senza una motivazione ufficiale, con i correntisti automaticamente spostati alla Banca Etnikì.

Ecco che lo spunto del settimanale tedesco offre il destro per ragionare sulla cura che l’Europa ha scelto di somministrare al malato grave greco, praticamente in coma: quel memorandum che se da un lato taglia orizzontalmente tutte le risorse a favore di cittadini, welfare e imprese, dall’altro né provvede ad una minima ripresa industriale né risolve a monte il problema. In quanto la Grecia presenta un enorme buco strutturale, che se non sigillato definitivamente, continuerà a “perdere” tutte le tranches di prestiti che le verranno concesse.

La troika quindi scocca una freccia che non arriva mai al bersaglio e lo dimostra il fatto che ogni manovra diretta alla chiusura di un buco, ne provoca automaticamente l’apertura di un altro. È come se per ogni fronte di battaglia combattuto e nemmeno vinto, se ne perdesse un altro. In una guerra, infinita, che sta lasciando sul campo morti ammazzati: ovvero i duemila suicidi dall’inizio della crisi e quasi un quarto di cittadini ellenici finiti nel tragico elenco dei disoccupati. E il quotidiano To Vima riporta le considerazioni ufficiose di alcuni deputati di Pasok e Dimar rivolte a un membro del triumvirato europeo, Thomsen: continuando così si va tutti a casa. Parlamento compreso.

E intanto lo stesso Spiegel  scrive che il fondo di salvataggio permanente per la zona euro (Esm) potrebbe essere aumentato fino a 2.000 miliardi di euro, rispetto ai 500 miliardi previsti. Secondo il settimanale tedesco i Paesi della zona euro preparerebbero questo aumento per sostenere eventuali richieste di aiuto di grandi Paesi come l’Italia e la Spagna.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 23/9/12
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Se l'Europa rinascesse dalle Termopili...


Un gabinetto di crisi per ri-trovare l’Unione perduta, che nascerà lì dove la storia ha lasciato segni indelebili e dove oggi l’uomo sta mortificando quel senso intimo e unico di condivisione. E se dalle Termopili venisse nuova linfa per il continente in affanno? Se proprio da quel luogo, dove nel 1500 a.C. vi fu il primo tentativo di unire le varie anime elleniche e dove nell’agosto del 480 a.C. una pagina di eroismo venne scritta da Leonida e dai suoi spartiati, partisse un nuovo viaggio di rinascita, culturale e sociale prima che economica e politica, di una pangea immobile e sempre più preda di isterismi diffusi e di meccanismi farraginosi? Nell’antica Grecia le Amfiktiones, organizzazioni sovranazionali originariamente fatte nascere nel centro esatto del paese dove si svolse la battaglia delle Termopili, (nell’attuale comune di Lamia) erano un specie di prove generali dell’Unione europea. Un gran consiglio a cui facevano riferimento le città- stato per trovare soluzioni ai conflitti e dove l’ultima opzione era rappresentata dalla guerra, in quanto si perseguiva in primis la pace e la convivenza fra diversi. In quel luogo si forgiò la prima forma di unione continentale, originaria di questo lembo di Ellade, composta da dodici razze ognuna delle quali era dislocata in più di una città, come si evince da un pregevole volume dello storico Efthimios Christopoulos intitolato "Amfiktiones".

Quello stimolo, con i riverberi della crisi andata in scena oggi, rinasce nello stesso sito. Dove verrà costruito un polo per il dialogo interculturale mondiale finanziato dall’Ue, che sarà collegato a quello già esistente a Delfi nell’ambito di un progetto di cooperazione mondiale. Ma facciamo un passo indietro. La più significativa di quelle organizzazioni era proprio la Amfiktionia delle Termopili, realizzata esattamente nel 1522 a.C. da Amfiktione, figlio di Defkaliona e Pirra, allo scopo di salvare il popolo greco dal doppio pericolo rappresentato dai conquistatori stranieri e dalle guerre civili che avrebbero spopolato le città. In quell’organizzazione vi erano dodici città-stato che si riunivano due volte all’anno: in una prima occasione autunnale nel tempio Amfiktiona Demetra di Anthili, proprio nella piana delle Termopili e in primavera nel tempio di Apollo a Delfi. Ogni città-stato inviata due rappresentanti denominati pilaghires, chiamati così perché parlavano alla gente volgendo le spalle alle piles, ovvero alle porte delle città. Questo sito che si trova nella regione greca della Fthiotida, al centro esatto del paese, venne scoperto nel 1937 dall’archeologo francese Bequignon, assieme al tempio di Demetra e allo Stadio. In virtù del contributo offerto dall’Amfiktionia delle Termopili i cittadini greci vennero sostenuti nel comporre un quadro unitario, nonostante le fortissime differenze politiche presenti, come ad esempio quelle note tra Sparta e Atene. Un’istituzione con nel proprio dna ideale le stesse caratteristiche basilari oggi riscontrabili nelle varie istituzioni sovranazionali, ovvero: si raccordavano con città-stato indipendenti, come gli attuali stati membri dell’Ue; mettevano in pratica il dettato dei filosofi che vedeva al primo posto la pace, obiettivo che tutti gli aderenti dovevano perseguire, come l’attuale dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; prendevano in considerazione l’utilizzo della forza solo come un’estrema ratio e al termine di lunghe discussioni, come ad esempio fatto dall’Onu in occasione di dossier scottanti (si veda più o meno ufficialmente alla voce Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia).

Oltre a dirimere tematiche spiccatamente politiche, le Amfiktiones si proponevano di trovare soluzioni anche a questioni diciamo più di carattere personale, come gli stati di ansia e di timore tra i cittadini o il senso di diffidenza che una comunità nutriva nei confronti di un’altra. Realizzando di fatto e con più di tremila anni di anticipo rispetto alle evoluzioni dei giorni nostri, una sorta di luogo permanente di proto ecumenismo. Attualissimo, oggi, in cui una guerra, anzi “la” guerra c’è e si vede, con morti ammazzati per le strade dei paesi euromediterranei che soffrono la crisi come non mai. Quella “chora planetaria” che verrà realizzata nella piana delle Termopili sia dunque l’occasione per ri-pensare l’Unione e farlo in chiave veramente solidale. Senza primi della classe e somari, ma con giustizia sociale, con equità, con intelligenza e senza che il più forte schiacci il più debole. Perché quindi, non ripartire proprio dai festeggiamenti delle Termopili per investire massicciamente nella cultura, unitaria e patriotticamente nazionale, anzi mondiale? Perché non iniziare proprio dalla storia concreta un percorso di crescita che riguardi l`insieme delle classi sociali di un paese, non solo le élites ma soprattutto i cittadini ?

«Va’ e riferisci agli spartani, o straniero che passi, che obbedienti al loro comando noi qui giaciamo», recita l`iscrizione sotto la statua di Leonida a pochi metri da quella nuova alcova di convivenza. Che, è l’auspicio, sia l’alba di un nuovo giorno. E di nuove vite.

Fonte: Gli Altri settimanale del 21/9/12
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sabato 22 settembre 2012

Grecia, Samaras a Roma e la troika ad Atene. Il premier ellenico: “Ce la faremo”


Da un lato il premier Antonis Samaras, secondo cui la Grecia fuori dall’eurozona sarebbe “una tragedia”; dall’altro il leader dell’opposizione Alexis Tsipras che sostiene come sia in atto una macelleria sociale “peggio di Tatcher e di Pinocet”. È lunga, lunghissima la giornata, consumata a metà strada tra Roma e Atene, del quasi accordo con la troika, al momento rimandato di dieci giorni: forse l’ultimo “curvone” di questa crisi greco europea. Il primo ministro greco, dopo aver incontrato Mario Monti a palazzo Chigi, rileva che un’uscita della Grecia dall’Eurozona “non è una scelta, sarebbe un incubo per la Grecia, non un’opzione ma un disastro totale”. Evidenziando come non sarebbe facile neanche “per i nostri partner perché dopo una eventuale uscita della Grecia dall’euro le speculazioni investirebbero altri paesi più deboli della catena”. E ancora: “La Grecia ha tutte le potenzialità e risorse per fare un ritorno alla grande” nella comunità dei paesi con un’economia sana. “Immaginatevi infatti che grande stimolo sarebbe per l’Europa se i greci ce la faranno. Il nostro successo sarà anche quindi un segno di speranza per l’intera Unione Europea”, ha aggiunto assicurando che la Grecia intende rispettare i suoi obblighi e i suoi impegni. Poi, fiducioso, dice di voler riuscire a “trasformare un momento tragico in una storia di successo per la Grecia e l’Ue, in un tornante in cui l’Europa uscirà più forte”. L’occasione è il meeting dei leader dell’Internazionale democratica di centro e il premier greco ribadisce che la recessione lunga cinque anni, con la produzione interna crollata del 20% rispetto al periodo pre-crisi, è indubbiamente uno scoglio duro: “La Grecia sta lavorando per aumentare la nostra credibilità, dando spinta alla coesione sociale e smussando il peso della burocrazia”.

Millecinquecento chilometri più a est, nella capitale ellenica, sembrava che la troika avesse raggiunto l’accordo definitivo con il governo per i tagli da 12 miliardi di euro a stipendi, pensioni e welfare (su cui Samaras dice con certezza “lo faremo”). E invece se una prima riunione tra i maggiori azionisti del governo (con il socialista Venizelos e il democratico Kouvellis) e lo stesso premier era terminata con un nulla di fatto, anche il successivo incontro dei rappresentanti di Ue, Fmi e Bce con il ministro delle finanze Stournaras non ha prodotto il “sì” definitivo. Tutto è rimandato alla prossima settimana, quando la troika farà nuovamente ritorno ad Atene, ufficialmente una pausa che non mette in pericolo il buon esito delle trattative fanno sapere da fonti vicine al triumvirato che ormai da un anno fa la spola tra le stanze dell’Unione Europea e quelle dei ministeri ellenici. “La missione ad Atene – si legge nel comunicato ufficiale della troika – avrà una breve pausa. Durante questo periodo alcuni esperti resteranno ad Atene per assistere le autorità nel proseguimento del lavoro tecnico”. Secondo una fonte del ministero delle finanze greco “il pacchetto si chiuderà al 100% ”. Anche se un attimo dopo sarà necessaria l’approvazione da parte del primo ministro e dei leader che lo appoggiano.

Dura la reazione del leader dell’opposizione Tsipras, che definisce le richieste della troika un “olocausto sociale che supera anche quello della Thatcher” e accusa la coalizione che sostiene il governo di avallare misure rovinose che portano alla povertà permanente. “Dipendenti, pensionati, agricoltori, lavoratori anziani non assicurati in occupazioni stagionali, portatori di handicap, malattie renali: il governo preme il grilletto sui deboli. Un olocausto sociale europeo senza precedenti”. E chiede che anche i banchieri siano chiamati ai loro doveri di cittadini, quindi paghino più tasse. Fa scalpore invece una dichiarazione di un funzionario berlinese che ha scelto di restare anonimo secondo cui il ritardo dell’approvazione ufficiale del piano è dovuto perché si vogliono evitare “scosse elettriche per l’economia globale, prima delle elezioni negli Stati Uniti”. Non lascia spazio a interpretazioni il commento del ministro tedesco Schäuble, secondo cui Atene dovrà dimostrare la sua devozione al piano di salvataggio. “Nessuno della zona euro vuole Grecia fuori”, dice, “ma la questione è se il paese soddisfi i requisiti del secondo programma di assistenza”.

Intanto dopo l’editoriale di qualche giorno fa apparso sul quotidiano economico tedesco Handelsblatt, il anche Wall Street Journal esprime forti perplessità sull’accordo troika-Atene. E scrive che Samaras starebbe spingendo per una proroga di due anni alle misure di austerità, un’esigenza che il giornale definisce foriera di un altro “buco” da € 30 miliardi entro il 2014. Conviene sul dato che sarebbe impossibile per Atene arrivare a ridurre il debito al 120% entro il 2020. Come ammettono anche i funzionari europei, si legge, il piano di salvataggio greco di € 173 miliardi concordato con Atene nel marzo scorso e il secondo programma di supporto concordato con la Grecia, “mostrano gravi discrepanze”. Due le opzioni prese in esame. O proporre all’Fmi una proroga per ritardare il rimborso delle rate, o riempire il vuoto di Atene con la vendita di titoli a investitori privati. E conclude dicendo che la decisione dolorosa di allungare il coma ellenico è il tentativo dell’Europa di mantenere un basso profilo nella crisi greca. E solo per riconquistare la fiducia degli investitori.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 21/9/12
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venerdì 21 settembre 2012

Quando cultura e politica “divorziano”. Storia di un disagio sociale (e italico)

Cosa succederebbe se politica e cultura dovessero “divorziare”? Si può affrontare l’interrogativo in modo accademico o giornalistico, quindi anche con una punta di doverosa malizia. Ragionando sul filone “cultura uguale carburante per la politica” non vi sarebbero difficoltà nel percorrere una strada retta, lineare e abbastanza logica. Ovvero che dalla cultura in senso alto (ma non solo) può e deve giungere lo stimolo ideale a chi, in un secondo momento, deve dare attuazione concreta a stimoli e spunti. E farlo all’interno di un contenitore in cui risieda strutturalmente quella qualità della proposta in virtù di interpreti formati culturalmente. Dove con il termine cultura non si intende solo la conoscenza oggettiva di pensieri filosofici, arti e curvoni della storia, ma il saper stare al mondo in un certo modo. Quell’intero universo di doveri (prima) e di diritti (poi) che sono viatico naturale e imprescindibile della convivenza e del rispetto tra civiltà. Cultura, ad esempio, è il discorso di Aldo Moro all’Assemblea Costituente, quando rileva che «i principi dominanti della nostra civiltà e gli indirizzi supremi della nostra futura legislazione vanno sanciti in norme costituzionali, per sottrarle all’effimero gioco di semplici maggioranze parlamentari». Un alto pensiero applicato all’amministrazione politica.

Ma la politica quando utilizza la cultura come una spugna, da cui attingere nuova linfa per poi gettarla via, sbaglia due volte: in primo luogo perché gode solo di un superficiale vantaggio di cui si impossessa in quell’istante, mancando poi di approfondire la bontà di un’intuizione o di un’analisi di ampio respiro. E in secondo luogo perché smette di costruire un filo comunicativo, costante e non saltuario, con un mondo che, piaccia o meno, è alla base della futura azione politica. La cultura, di contro, quando offre i propri servigi alla politica auspicandone futuri favori, commette a sua volta un altro doppio errore: in primis si illude di poter barattare un passaggio che deve essere esso stesso struttura indispensabile e non momento secondario, dall’altro non “allena” la politica alla maturazione culturale a cui dovrebbe anelare sin dalla suo primo vagito. Inoltre sarebbe troppo semplice, da un lato, dequalificare il tentativo della cultura di capire e analizzare alla stregua di un mero gioco da intellettuali lontani dal mondo; e dall’altro imputare alla cultura il voler rinchiudersi all’interno del proprio sapere ed evitando anche di arrivare allo scontro con la politica, quando essa smarrisce la propria missione (che è anche culturale).

Insomma, cultura e politica come due flussi magmatici in perenne movimento, che non devono mai smettere di interconnettersi e di abbeverarsi ognuno alla fonte dell’altro. Sul tema tra l’altro si confronteranno il prossimo 2 ottobre alla Camera dei Deputati Gianfranco Fini, Valdo Spini, Marc Lazar, Mauro Magatti, Giacomo Marramao, Giuseppe Parlato, Antonio Polito, Nadia Urbinati Giuseppe Vacca e  Stefano Folli. Per ragionare a mete lucida su quel rapporto. E magari per sollevare qualche dubbio, partendo perché no da un altro punto di vista, più scomodo ma forse efficace. Ovvero che cultura e politica non possono divorziare in quanto, almeno stando al panorama politico attuale, quel matrimonio non è stato consumato. Alla politica (futura) e alla cultura, da issare nuovamente come vessillo supremo, la risposta. Ovviamente ai posteri.

Fonte: il futurista quotidiano del 21/9/12
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mercoledì 19 settembre 2012

Grecia, ecco le richieste ufficiali della troika a Samaras


Ulteriori tagli orizzontali su stipendi, indennità e sanità, altri licenziamenti nel pubblico impiego per elargire la tranche da 31 miliardi di euro che servirà a far sopravvivere la Grecia solo per altri pochi mesi, in attesa del prossimo prestito. Gli emissari della troika in questi giorni ad Atene scoprono le carte e mettono nero su bianco le richieste al governo Samaras. Il primo ministro dovrà prima sottoporre il dettaglio del piano ai partiti che compongono la sua anomala maggioranza (il Pasok di Venizelos e il Dimar di Kouvellis accanto ai suoi conservatori di Nea Dimokratia) per poi essere ricevuto venerdì a Roma da Mario Monti per una sorta di “benedizione” finale prima del voto nel parlamento ateniese, previsto la prossima settimana. Una missione non priva di difficoltà come dimostra la direzione nazionale del Pasok di ieri sera, in cui si sono manifestate posizioni contrastanti che potrebbero precludere anche a non pochi franchi tiratori.

Quasi dodici i miliardi di euro di altri tagli chiesti dagli emissari di Fmi, Ue e Bce, distribuiti in otto miliardi in tagli a pensioni e salari oltre, più licenziamenti nel pubblico e meno denari per sanità e welfare. Ecco il dettaglio: aumento dell’età generale pensionabile dagli attuali 65 anni a 67; riduzione della pensione principale e ausiliaria di 1.000 euro; abolizione di tredicesima e quattordicesima nel settore pubblico; tagli alle indennità extra stipendio per i pubblici impiegati; aumento delle tariffe minime per le assicurazioni e per accedere ai fondi pensione; riduzione dei parametri per la concessione dell’invalidità; taglio delle indennità per i lavoratori stagionali (indennità disoccupazione per settori turistici, edilizio); riduzione delle patologie per ottenere benefici; introduzione di criteri più severi per la concessione degli assegni familiari; riduzione della spesa farmaceutica all’interno dei fondi di assicurazione; riduzione dei finanziamenti per le spese di gestione degli ospedali pubblici; aumento per l’assicurazione sanitaria degli agricoltori; limitazione delle esenzioni (immobili e reddito criteri).

Intanto in occasione della direzione nazionale del Pasok di ieri sono emerse le diverse anime del partito guidato da Evangelos Venizelos. Non tutti i deputati, pur convergendo sulla drammaticità dei conti ellenici e sulla necessità di proseguire sulla strada del rigore, si sono detti certi di votare “sì” a questo ulteriore pacchetti di misure con gli impliciti effetti sociali. I trentatré parlamentari hanno chiesto a Venizelos un incontro supplementare per discutere nel merito l’insieme delle richieste della troika. La direzione di ieri, osservano alcuni commentatori, ha solo rinviato di pochi giorni un potenziale conflitto interno al partito che potrebbe ripercuotersi sul voto finale.

Dai socialisti si fa notare come continuando su questa direzione si indebolirebbero ulteriormente le fasce deboli, con rischi concreti nei bisogni basilari come la salute. Posizione condivisa da molti deputati della Sinistra Democartica del Dimar. Da un lato c’è chi come il deputato Chrysohoidis, secondo cui questo è un ulteriore passo per la Grecia che vuole cambiare radicalmente e in meglio, dall’altro la spina nel fianco di Venizelos di chiama Loverdos, che annuncia come la mossa del capo del Pasok di abbassare la testa alle nuove drastiche misure nasconda la sua volontà di perseguire strategie personali e senza una ricaduta per la collettività.

Contro Venizelos, che chiedeva di interrompere gli scioperi in atto da ieri perché paralizzano il paese, si scaglia oggi anche il presidente dell’Unione dei giudici e dei pubblici ministeri Thanou Christofilos secondo cui chi appoggia il governo dovrebbe evitare di provocare chi in questo momento subisce una riduzione salariale di più del 50% e che costituiscono una violazione dell’articolo 88 della Costituzione, che esplicitamente protegge la remunerazione degli ufficiali giudiziari. Incrociano le braccia oggi anche i medici ospedalieri (garantendo solo le emergenze da codice rosso), come quelli del nosocomio di Arta dove da ieri mancano ufficialmente siringhe e garze.

Infine arrivano nell’Egeo gli echi dell’intervista del leader del Syriza, Alexis Tsipras, al Journal of Argentina, (dal titolo “L’uomo che fa tremare l’euro”) in cui il 37enne all’opposizione di Samaras dice che “l’euro è diventato una prigione per i popoli d’Europa” e sostiene che non vi è alcuna contraddizione tra l’essere a sinistra e sostenere l’euro, in quanto il problema non è l’euro, ma le politiche che seguono. E avverte che la Grecia potrebbe diventare presto la polveriera d’Europa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19/9/12
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martedì 18 settembre 2012

Nuovo rinascimento italico? Si può. Ma il cambiamento sia antropologico

Ha scritto Charles Franklin Kettering che «tutti dobbiamo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita». Ovvero quel viaggio interpersonale che porta, domani, i frutti di un lavorìo, denso e certosino, svolto in un oggi gravido di esigenze ma anche di distrazioni legate alla contingenza. Dunque: pensare alle prossime elezioni o alle future generazioni? Ecco il dilemma, amletico, che si staglia su un paese fiaccato e depresso, ma che proprio da questo bivio potrebbe imboccare la nuova strada verso la rinascita. La parola magica resta quella, il futuro. E non potrebbe essere diversamente. Quell’ircocervo di criticità e problematiche che la politica deve, non solo prevedere, ma armonizzare con l’oggi, ed evitando di commettere i medesimi errori del passato. Senza destarsi dal suo letargo e affrontare un nodo solo quando esso si presenta al pettine. Visioni, strategie, elaborazioni, approfondimenti siano il punto di partenza di un manico amministrativo responsabile e foriero di risposte.
Si prenda il caso dell’Ilva di Taranto, dove ad un tratto ci si accorge ufficialmente che si muore per cancro, che la diossina è un vero assassino e che i rapporti con le amministrazioni locali sono stati forse non del tutto limpidi, almeno stando ai controlli svolti o non svolti in passato. Ma non si sapeva prima che uno dei maggiori poli siderurgici d’Europa avrebbe avuto un impatto ambientale oggettivo con il sito di riferimento? E le misure di prevenzione? E la salvaguardia del posto di lavoro e della vita umana? Lo stesso dicasi per altri “mostri” che inquinano il paese, Gela, Porto Marghera. O per l’amianto killer in val di Cecina, o nella cosiddetta Stalingrado d’Italia, gli otto stabilimenti di Sesto San Giovanni, o alla Priolo-Augusta-Melilli di Siracusa, detta anche il triangolo della morte, dove tutto era in fibra di amianto. Un dramma che incarna il paradigma italico, una tendenza da invertire, investendo sì sulle risorse umane ma soprattutto su una mentalità diversa, che faccia tesoro della crisi (non solo finanziaria, ma assolutamente sociale che sta attraversando il continente e il mondo intero), che si poggi su basi altre rispetto al corto respiro dimostrato sino ad oggi.

Esattamente due anni fa l’allora editorialista del Corriere della Sera Mario Monti propose l’istituzione del ministro del Futuro. Una figura elevata e lontana dalle contingenze della politica spicciola, quella che balbetta quando si trova al bivio della vita, o che delega scelte fondamentali, o che ritarda riforme imprescindibili perché toccano gli interessi di uno solo. Non una boutade ma, forse, proprio una risposta a un modo datato e improduttivo di gestire società e paesi. In cui la vecchia politica ha vissuto per troppo tempo in una sorta di primitiva incubatrice, esprimendosi a gesti o con scricchiolii onomatopeici improbabili che semplicemente non emettono il suono che dovrebbe ascoltarsi, chiaro e limpido, per dare risposte oggi e prevedere i dubbi di domani. Ma una trasformazione è realizzabile solo a patto che si evolva antropologicamente il suo contenuto in virtù di nuovi interpreti. Che posseggano nel proprio dna una spiccata predisposizione all’amor di patria intesa come giustizia sociale, a quel nazionalismo costituzionale che è “pan” per qualsiasi formazione partitica. Il vero comun denominatore per un nuovo rinascimento italico. Possibile, perché nelle corde di un paese che da sempre si è distinto per scatti di orgoglio e spirito combattivo. Ma a patto che rivoluzione antropologica sia, vera e pura.
 
Fonte: il futurista quotidiano del 19/9/12
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Grecia, "memorandum irrealizzabile". Ma il governo prepara altri tagli

“La riduzione del deficit greco e la sostenibilità del debito sono obiettivi ormai fuori portata”. Lo scrive il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, secondo cui la troika starebbe maturando la consapevolezza che la Grecia non riuscirà a uscire dalla crisi. Lecito chiedersi: ma allora a chi è giovato mettere in piedi il teatrino del memorandum? La notizia giunge all’inizio di quella che potrebbe essere una settimana decisiva, non solo per i conti ellenici ma per l’intera tenuta dell’Eurozona, tra scioperi selvaggi e una maggioranza, quella guidata dal conservatore Samaras, per niente sicura di portare a casa il voto atteso per fine mese sui nuovi tagli “lacrime e sangue” per quasi 12 miliardi di euro.

Il quotidiano teutonico, citando fonti vicine alla troika impegnata in questi giorni nel comporre il report propedeutico alla nuova tranche di aiuti da 31 miliardi di euro, scrive che fino ad ora i creditori presupponevano che la Grecia avrebbe raggiunto un livello di debito sostenibile entro il 2020, un obiettivo che stando ai parametri noti oggi, “è irrealizzabile”. Infatti le condizioni stabilite nel secondo progetto di aiuti (consistenti in 130 miliardi di euro di prestiti, con ulteriori 70 miliardi di remissione del debito) risulterebbero al momento nulle, perché basate su stime non praticabili. Il riferimento è alla spada di Damocle rappresentata dal rapporto debito-Pil della Grecia fino al 120,5% entro il 2020, ad oggi fermo al 160%. Quell’obiettivo sarebbe stato possibile, scrive ancora l’Handelsblatt, solo se Atene avesse accusato un avanzo primario (escluso il rimborso del debito) del 4,5% del Pil nel 2014. Secondo le fonti citate dal giornale ciò non accadrà prima del 2016.

Si tratta in assoluto della prima volta che, proprio dall’interno del Paese capofila del continente, vengono sollevati dubbi sulla funzionalità del memorandum, che se ha provveduto a infliggere tagli orizzontali su pensioni, stipendi, indennità e welfare, non ha controbilanciato con misure di crescita, una politica di sola riduzione di spesa pubblica, seppur utile ad interrompere anni di sprechi. E al contempo continuando a versare altra liquidità, via Bundesbank, in un sistema che presenta falle a tutti i livelli. Senza prendere in considerazione “cure” alternative, come quella avanzata proprio all’inizio della crisi dal premio nobel per l’economia Christopher Pissaridis, favorevole a un default controllato che attutisse gli effetti di un fallimento che tecnicamente si è già verificato, così come rilevano molte agenzie di rating e molti istituti di credito internazionali.

Il tutto mentre il governo Samaras da un lato preme per far digerire alla sua maggioranza e ai cittadini il nuovo piano di tagli per 11,5 miliardi di euro e dall’altro invoca più tempo per realizzare quelle riforme che, ancora oggi, la cancelliera Merkel è tornata a chiedere. Se alcuni ministri europei in occasione del vertice di Cipro hanno mostrato di voler aprire alle richieste di Atene, dall’altro la riluttanza della Germania si basa sul fatto che la concessione di una proroga temporale potrebbe precludere ad altri aiuti di carattere economico. Certo, il premier Samaras, come ha ribadito in occasione di una sua intervista al Washington Post, crede che l’opzione di uscire dall’eurozona non sia praticabile per il Paese, assicurando di essere “qui per adempiere ai nostri obblighi e raggiungere obiettivi”.

Ciononostante il suo mandato prosegue con una serie di incognite. Si pensi al ritardo sulla tabella di marcia delle privatizzazioni (al cui vertice della società preposta si sono susseguiti già tre presidenti in meno di un anno), alla riduzione del pubblico impiego a tutti i livelli mentre la politica ellenica si distingue per una serie di scandali come il canale della Camera che inforna giornalisti e operatori, come la lista dei correntisti ellenici in Svizzera, in cui figurerebbero alti prelati oltre a deputati di diversi partiti, o come la frettolosa chiusura dello scandalo Siemens che vede coinvolta la multinazionale tedesca in occasione delle Olimpiadi del 2004, senza dimenticare il continuo acquisto di armamenti da parte di Atene (Thyssenkrupp su tutti) nonostante le ristrettezze imposte ai cittadini.

Per questo il quotidiano Dimokratia dedica un titolo indicativo alla situazione del paese: “Bomba”. Anche in riferimento alla terza riduzione in due anni di pensioni e indennità, puntando proprio sulla contingenza della direzione di marcia intrapresa da Samaras, e aldilà di promesse o di annunci. Quotidianità che porterà a una sventagliata di scioperi in questa settimana, quando incroceranno le braccia i docenti delle scuole superiori, delle università e i rettori; i farmacisti ancora in attesa dei rimborsi milionari da parte dello stato, oltre ai medici ospedalieri che garantiranno solo le emergenze da codice rosso. Anche i giudici sono pronti a scendere in campo in segno di protesta contro la cura dimagrante per gli stipendi e quelli della corte di Appello di Atene hanno in programma una manifestazione di protesta, mentre fino alla fine di settembre i procuratori di tutti i tribunali penali del Paese interromperanno le sedute per cinque ore. Anche i trasporti verranno interrotti per 24 ore (metropolitana, i tram e le ferrovie della capitale).

Una criticità che si somma ai numeri dell’Ocse, secondo cui la Grecia è all’ultimo posto per la ricerca e lo sviluppo, un dettaglio significativo proprio in chiave di future strategie per la ripresa, così come qualcuno ipotizza portando l’esempio dell’Argentina. Atene infatti secondo una ricerca dell’Ocse si trova ben al di sotto della media dei Paesi membri per quasi tutti i criteri che consentono di valutare comparativamente le prestazioni del sistema nazionale della scienza e dell’innovazione. Si legge nel rapporto “Ocse Scienza, tecnologia e industria Outlook 2012″ che la crisi rende praticamente impossibile la crescita della spesa (già estremamente bassa) per la ricerca e lo sviluppo, che sono allo 0,6% del Pil e al 1,5%.

Nessuno però menziona quella che potrebbe essere una via di uscita per il paese: le risorse naturali presenti in abbondanza nell’Egeo, dove secondo una stima ci sarebbero 28 miliardi di barili di petrolio, oltre a gas naturale e a giacimenti di altri minerali. Di cui, forse, solo il governo greco non si è ancora accorto, mentre Cipro ha già concluso un accordo con Tel Aviv per lo sfruttamento comune.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/9/12
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venerdì 14 settembre 2012

Crisi, Grecia pronta a vendere le isole. Austria: “Più tempo per risanamento”

Svendonsi isole disperatamente. Non è un film, ma ciò che potrebbe presto trasformarsi in realtà in Grecia, dove la crisi sta mordendo tutto, finanche un patrimonio culturale e naturalistico unico come le isole elleniche. Per fare cassa il governo di Samaras avrebbe approntato una lista di 40 tra isole e isolotti disabitati da concedere in affitto a privati o imprese. E per un periodo tra i trenta e i cinquanta anni. La conferma arriva dal diretto interessato, ovvero dal direttore dell’Ente ellenico per la privatizzazione (Taiped), Andreas Taprantzis. L’obiettivo è di far entrare nelle casse dell’erario almeno diciannove miliardi entro il 2015 e cinquanta entro il 2020, anche se fino ad oggi il Taiped è stato tra i maggiori indiziati di non produttività, dal momento che dalle privatizzazioni annunciate ha ricavato il magro bottino di 1,8 miliardi.

A preoccupare ci sono però i risvolti ambientalistici della mossa. Accanto a paradisi naturali già turisticamente sfruttati come l’arcipelago ionico di Zacinto, Fleves al largo di Vouliagmeni, Neon Styron a Evia (meta fissa delle vacanze greche di Lady Diana), nella lista dei Taiped vi sono anche le isole disabitate a largo di Alonisos e Skiathos nelle Sporadi, che rientrano nel parco marino più esteso del Mediterraneo e dove vivono i pochi esemplari rimasti di foca monaca. Un elemento che dovrebbe essere tenuto in considerazione.

Ma la notizia del giorno è che si sta consumando un vero e proprio derby nord europeo sul proseguimento degli aiuti alla Grecia. No a un altro maxiprestito nella consapevolezza (forse maturata) che i grandi debiti non si possono saldare con altri grandi debiti, ma la volontà di concedere più tempo per l’odisseica opera di risanamento dei conti greci. Da Vienna e da Amsterdam, via Nicosia, giunge una voce, univoca, di apertura nei confronti della crisi greca, anche se immediatamente controbilanciata dallo scetticismo tedesco. Secondo il ministro delle finanze austriaco Maria Fekter “le decisioni se dare alla Grecia i soldi saranno prese solo in ottobre, ma credo che la Grecia abbia presentato un bilancio molto ambizioso e deve attuare alcune misure in relazione a questo bilancio”. E assicura che ministri delle Finanze dell’eurozona daranno alla Grecia “il tempo di cui ha bisogno” per attuare le riforme, “ma probabilmente non ci saranno più soldi”. Tesi rafforzata dall’omologo olandese Jan Kees de Jager secondo cui “se il deficit dovesse essere peggiore del previsto a causa di un temporaneo peggioramento dell’economia, ci potrebbe essere più tempo ma non più soldi”.

Un’opzione che non trova l’appoggio di Berlino secondo cui non esisterebbe nessun piano che possa coniugare tempo e denaro: “In genere – hanno dichiarato fonti vicine alla cancelliera a margine dell’eurogruppo in svolgimento a Cipro – dare più tempo significa dare più soldi”. Annunciando che nulla potrà essere valutato prima del report ufficiale che i rappresentanti della troika stanno componendo. E che, per essere salutato con più ottimismo rispetto alle fosche previsioni, necessita di una sterzata da 11,5 miliardi. Che il governo Samaras deve offrire ai rappresentanti di Ue, Bce e Fmi come garanzie. È il motivo per cui nei palazzi ateniesi circola già un’ulteriore bozza di riforma del sistema pensionistico contenente un aumento dell’età per la pensione, dagli attuali 65 anni a 67. Da realizzare accanto a una riforma del sistema fiscale, sul quale la trokia premerebbe per avere quattro fasce secche: un’imposta del 18% per redditi fino a 22mila euro, del 35% per quelli fra i 22mila e i 45mila euro, del 40% per quelli fra i 45mila e i 100mila euro e del 45% per i redditi oltre i 100mila euro.

Intanto una buona notizia arriva dalla Bei che ha siglato con il governo di Atene un accordo per favorire nuovi fondi a sostegno della ripresa industriale del paese (nei settori di energia, trasporti, istruzione), per un ammontare di circa 750 milioni di euro. L’intesa è stata siglata nella capitale ellenica dal presidente della Bei, Werner Hoyer, e dal ministro delle Finanze greco, Yiannis Stournaras. A ciò si aggiunge che gli analisti di Alpha Bank scuotono la troika: nel rapporto ufficiale pubblicato ieri (a cui la troika non ha ancora ufficialmente replicato) scrivono che “i risultati dell’esecuzione del bilancio aggiornato 2012 a 7 mesi (nel mese di gennaio-luglio) mostrano che la troika ha notevolmente sottovalutato le entrate del 2012. Tali ricavi sono aumentati del 0,6% in 7 mesi. Pertanto il 2013 inizierà con risorse aggiuntive pari a 6,0 miliardi di euro rispetto a stime della troika fatte nel mese di febbraio 2012”. Significa che secondo l’istituto bancario ellenico ci potrebbero essere spiragli per ridurre tagli e sacrifici e rimodulare l’attuazione del piano.

Piano che, accanto alle macro analisi economiche, si sta ripercuotendo nella vita quotidiana dei cittadini, con sperequazioni sociali ed emergenze all’ordine del giorno. Non si placa ad esempio la questione relativa ai farmaci. Come ha annunciato il presidente dell’Eopy, Gerasimos Voudouris, a causa dei debiti con l’erario che deve ai farmacisti svariati milioni di euro, alcune aziende farmaceutiche non sono in grado di assicurare le richieste. Per questo si stanno susseguendo numerosi appelli da parte delle associazioni dei consumatori in tutto il paese, dal momento che tra lo stato debitore e i farmacisti creditori, il conto della crisi lo stanno pagando i cittadini. Che nei fatti non possono disporre in tempi rapidi dei farmaci necessari.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 14/9/12
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mercoledì 12 settembre 2012

Atene agli sgoccioli tenta la carta dei danni (tedeschi) di guerra

Che i denari “riparatori” dei danni post secondo conflitto mondiale non fossero mai arrivati nelle casse di Atene era cosa risaputa. Ma adesso, alla vigilia dell’ultimo report della Troika che potrebbe anche mettere fine alle speranze di salvataggio del Paese, il ministero delle Finanze greco vuole fare sul serio per ottenere quel risarcimento. Lo scrive, oggi dopo mesi di petizioni e richieste da parte di varia stampa internazionale, anche il Financial Times Deutschland secondo cui il vice ministro dell’Economia greco avrebbe istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. E con essi (i risultati tecnici sono attesi per la fine dell’anno) proporre ai rappresentanti di Bce, Fmi e Ue una sorta di integrazione al pacchetto di salvataggio contenuto nel memorandum.

I fatti: Hitler invase la Grecia nell’Aprile 1941, saccheggiandola e devastandola in lungo e in largo. Ha scritto la Croce Rossa Internazionale nel suo rapporto ufficiale sulla questione che tra il 1941 e il 1943 almeno 300.000 cittadini greci morirono letteralmente di fame, in virtù proprio di quelle razzìe da parte dei tedeschi. Inoltre sia la Germania che l’Italia, oltre a pretendere cifre elevatissime per le spese militari, ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d’occupazione, consistente in 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso Fuhrer riconobbe in quella circostanza il valore legale del prestito e avallò il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 qualcosa andò storto e alla Grecia furono riconosciuti 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, invece dei 14 richiesti. E mentre l’Italia ripagò regolarmente la propria parte del prestito, la Germania si rifiutò costantemente di farlo. Come se le riparazioni post belliche non fossero necessarie.

Ma a quanto ammonta oggi quella cifra? Prendendo come metro di valutazione l’interesse medio dei Buoni del Tesoro americani dal 1944, (il 6%) ballerebbero cifre enormi: 163,8 miliardi di dollari per l’occupazione 332 miliardi di dollari per i danni. E secondo un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla, la Germania dovrebbe corrispondere alla Grecia 575 miliardi, molto di più dei 355 miliardi di euro circa che oggi costituiscono il macigno di debiti sul futuro di Atene

Certo, per dirla con le parole di chi quella richiesta l’ha avanzata molto tempo prima dell’articolo pubblicato sull’edizione tedesca del Financial Times, con petizioni che hanno chiamato a raccolta intellettuali, storici e giornalisti, la Grecia per anni è servita da pied-à-terre mediterraneo con prestiti massicci delle banche, con la telefonia in mano alla Deutsche Telekom, con l’aeroporto di Atene realizzato dai tedeschi, con i trasporti marittimi, con le commesse militari. Kostas Karamanlis, fido alleato della Cancelliera ha comprato 170 carri armati Leopard, 223 cannoni di seconda mano, 4 sottomarini della ThyssenKrupp (di cui uno che pendeva a destra). Mica due Cinquecento e un paio di Panda. Consola che oggi il governo di Atene stia almeno provando a rialzare la testa affidandosi alla storia. Ma certificando di fatto una scomoda oggettività: che alternative praticabili non ve ne sono.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 11/9/12
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Quando la globalizzazione è una gabbia

Il prossimo presidente della commissione europea? Se fosse disponibile, e ovviamente non lo è, Zygmunt Bauman sarebbe perfetto. Perché il sociologo e saggista mette a nudo i limiti di governi, stati membri e cittadini senza l’ombrello dell’euroscetticismo. Senza sventolare la bandiera populista e pressappochista del “tutto va male” o dell’Europa che “non funziona perché sbagliata” e null’altro. Ma scava a fondo nelle contraddizioni sociali ed umane di politici e di cittadini, identifica errori e sottovalutazioni, per dare un nome e un cognome alla patologia di cui il continente è affetto. L’occasione è un dibattito al Festival letterario di Mantova per parlare del suo ultimo lavoro, Cose che abbiamo in comune (Laterza). Con il prezioso denominatore, che si ripete non in quanto stucchevole ritornello ma perché valido e purtroppo inascoltato metro di valutazione, incarnato dalla comunità. Quel contenitore di aggregazione sociale di cui si discute in tutto il mondo, ma di cui né gli interpreti né i suoi realizzatori ne hanno realmente compreso peculiarità e contorni. Comunità non significa semplicemente accorpare masse e quantità senza un filo conduttore e solo sulla volontà materiale di allargare a priori un raggio di azione ideale. Ma farlo secondo un disegno armonioso che prefiguri regole e sfumature, che preveda le discrepanze e le sani, che costruisca giorno dopo giorno le condizioni per migliorare e implementare quelle convivenze al fine di impedire il rischio rigetto. E per farlo occorrono spunti a lungo respiro, che ragionino in prospettiva, che immaginino le conseguenze future di azioni presenti. 
Quando Bauman rileva che la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica tocca il punto centrale di tutte le crisi, economiche ma prima sociali. In quanto accanto a un movimento tellurico, per quanto utile e costruttivo che sia, non può non esserci una regia logica e dallo spiccato buon senso, che sappia dove collocare pedine e che progetti mosse vincenti. I governi, rileva ancora l’autore di pietre miliari della sociologia come Consumo dunque sono, Vite che non possiamo permetterci, Modernità liquida, non hanno un controllo dei loro paesi perché il potere va al di là dei territori. E aggiunge: il potere è la capacità di esercitare un comando e la politica quella di prendere decisioni. Ecco il nodo. La violenza con cui la società e la politica hanno inseguito il potere e la conquista del bene materiale si sta ripercuotendo su menti e braccia che semplicemente non hanno saputo gestire ciò che è stato ottenuto.
Qualche osservatore potrebbe spingersi a certificare che si tratta di una scoperta niente affatto innovativa, dal momento che come testimonia ampiamente il passato, da sempre le convergenze socio economiche che sono confluite in “imbuti della storia” come quello in cui ci troviamo, hanno poi portato a momenti di crisi assolute. Ma se ieri i conflitti erano rappresentati da guerre e invasioni condotte con polvere da sparo e uomini in mimetica, oggi quelle esplosioni che deflagrano nelle vite di ognuno non hanno le bruciature di bombe al napalm come in Vietnam o di proiettili doppiamente mortali (perché cancerogeni grazie all’uranio impoverito che ha continua ad uccidere). Bensì sono portatrici sane di un corto circuito che non si esaurisce con una singola battaglia, ma prosegue lungo una direttrice di incertezza e di caos intimo. In una sorta di battaglia delle battaglie, di guerra delle guerre, con in palio la sopravvivenza stessa delle singole comunità desiderose di convivere. Il rischio che si corre è che i gruppi sociali che compongono il mondo si sciolgano definitivamente, producendo una miriade di singole entità: umane, sociali, politiche, economiche e materiali. Che un attimo dopo si scopriranno, proprio perché incapaci di convivere, tremendamente fragili e destinate all’oblìo. Ecco il rischio da evitare, ecco il pericolo da tenere il più possibile lontano e da cui difendersi con tutti i mezzi disponibili. Il prezzo della globalizzazione tout court lo stiamo pagando, ma lo pagheremo, ancora più caro, in futuro. E allora per salvare ciò che resta di una comunità in apnea non resta che prendere spunto dagli inviti baumaniani, ricostruendo il concetto stesso di comunione, rinunciando ognuno a un qualcosa per farlo confluire nella giara comune chiamata Europa. Dove la civiltà è nata e dove sta rischiando di scomparire.

Fonte: il futurista quotidiano del 12/9/12
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martedì 11 settembre 2012

Quella “controffensiva europeista”, carburante per la rinascita dell’Ue


C’è urgente bisogno di una “confroffensiva europeista”. Il monito del capo dello Stato Giorgio Napolitano giunge all’indomani di un doppio evento comunitario che merita una riflessione serena ma ferma. Da un lato la presa di coscienza della cancelliera tedesca Angela Merkel sulla pericolosità di una stretta interdipendenza tout court dai mercati, dall’altro la sterzata del governatore della Bce Mario Draghi nella direzione degli eurobond, che ha avuto il merito di scuotere la pangea continentale che rischiava una drammatica impasse e che ha riscontrato la risposta positiva delle borse. In primis dunque la maturazione ideologica di frau Angela, consapevole che l’attuale panorama dell’eurocrisi, complessa e bisognosa di risposte articolate e quanto più possibili condivise, necessiti di altre opzioni e soprattutto di altre visioni. In questo senso vanno lette le sue parole di pochi giorni fa quando ha preso le distanze da una genuflessione aprioristica verso i mercati, ribadendo come sia deleterio far scivolare nelle retrovie il fattore-popolo. Ovvero quei cittadini che si trovano nell’amara contingenza di far fronte agli sviluppi, imprevisti ma necessari, dell’attuale crisi economica. Il che non significa automaticamente che il rigore debba subire una battuta di arresto, quanto che si possa conciliare con quel senso di solidarietà prescritto dai padri fondatori dell’Unione.

In questo frangente la Merkel, mentre in ambito comunitario è impegnata nel sostenere e rafforzare assieme ad altri interpreti come Monti e Hollande la fragilità della diga Europa, deve risolvere anche piccole diatribe sul fronte interno, come le schermaglie elettorali in vista delle urne del 2013. Dettaglio che non le ha impedito però di spendere parole incoraggianti rispetto agli sforzi compiuti da Italia e Spagna. Ed è in questa direzione che si inserisce la mossa del governatore della Bce Draghi. La sua apertura al piano anti-spread, che prevede l’acquisto illimitato di titoli di stato, potrebbe segnare una svolta in questo biennio terribile. In quanto attuata nella direzione della difesa dell'integrità della politica monetaria dell'Eurozona. Il concetto incarnato dall’euro, come ha ricordato Draghi, è irreversibile. E non potrebbe essere altrimenti. Per queste ragioni la mossa della Bce, ovviamente nei limiti del proprio mandato, è da interpretare come un tentativo, ci si augura efficace, di rafforzare l’infrastruttura della moneta unica e della zona comune, al fine di elaborare quanto prima una politica monetaria che abbia ricadute omogenee. E ciò anche per provvedere ad una stabilità dei prezzi. Altra ricaduta della mossa Bce si dovrebbe poter apprezzare in prospettiva, con l’inflazione che si stima possa scendere nuovamente sotto il 2% nel 2013, anche se si tratta di un dato caratterizzato ancora da incertezze diffuse. Le parole di Draghi, oltre a far scendere lo spread, hanno incentivato l’andamento delle Borse, con Madrid che ha fatto registrare il miglior risultato, seguita da Piazza Affari.

Quanto accaduto non può che essere pesato come un nuovo punto di partenza nelle relazioni tra criticità e modus operandi delle istituzioni europee, non fosse altro perché in assenza di risposte corali ci ha pensato il vertice dell’Eurotower a richiamare le cancellerie continentali verso un sentiero che, se da un lato non deve smarrire le misure di austerità, rigore e crescita, dall’altro non deve fare mostra di relegare a tedioso contorno quel senso di condivisione solidale che è alle base della comunità dell’Europa. Alla luce di tali valutazioni, quasi a voler chiudere un cerchio tanto sensibile quanto, oggi più che mai, decisivo, ecco l’invito dell’europeista per eccellenza Giorgio Napolitano. Che ancora una volta si spende per non far abbassare la guardia nei confronti di quella che si potrebbe ribattezzare “la nuova consapevolezza comunitaria dell’unione politica europea”. Oggi più che mai traducibile nell'integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati.

Fonte: Agenda del 7/9/12
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lunedì 10 settembre 2012

«Bella Addormentata? Storia autoreferenziale» Quell’ostracismo, cieco e deleterio, del Lido

C’è qualcuno che pensa ai film italiani come pellicole troppo autoreferenziali. Incapaci di varcare confini nazionali ideali. E il neorealismo, allora? O il “timbro” eccezionale e autoctono di Fellini su prodotti di eccellenza? O il filone ad esempio di Visconti, o dei fratelli Taviani o di Monicelli? Ovvero di interpeti e autori magistrali che, semplicemente, hanno dato fiato a storie reali, apprezzate in quanto tali. Perché pure, senza silicone o flash accecanti che hanno l’effetto di coprirne l’essenza stessa. Se alla base della bocciatura veneziana del film  di Marco Bellocchio Bella Addormentata ci fosse, come tra i canali della laguna si sussurra a mezza voce, una simile analisi da parte della giuria, beh a questo punto si potrebbe anche abbozzare una qualche forma di protesta che vada al di là di interviste piccate o amarezza sotto forma di sarcasmo. Perché sarebbe il caso di mettere in dubbio il metro di valutazione e anche, a questo punto, la competenza di chi assegna punteggi e valutazioni. Forse condizionato da fattori per così dire ideologici. Nessuno pretende che a Venezia trionfi obtorto collo un film italiano, questo deve essere chiaro e sarebbe da stolti pretenderlo così come in altri abiti, purtroppo, accade. Ma è altrettanto evidente come un certo ostracismo sia più che una semplice sensazione. 
L’Italia ha fondato i propri successi, sollevando anche un vespaio di invidie e scopiazzature, sul racconto secco e in seguito meditato ed evoluto, del proprio essere. Si pensi alla rinascita sociale e culturale post conflitto mondiale, al senso della vita spicciola come in Ladri di Biciclette, o alla Roma veramente caput mundi di Fellini ne La Dolce Vita. Quell’humus che, piaccia o meno a detrattori e ai soloni in 3D di oggi, ha fatto storia e continuerà a farla. Storie di vite e di passioni come Bella Addormentata possono (e devono) essere contestate e criticate nel merito, nella tecnica, negli sviluppi scenografici. Ma non nel fatto di raccontare “solo” un fatto nazionale che non guarda oltre i confini, perché altrimenti lo stesso varrebbe per tutte le altre pellicole in concorso, che trattano temi come Faust del regista russo Alexander Sokurov, tratto dall’opera omonima di Wolfang Goethe, che si è aggiudicato il Leone d’Oro nel 2011 o le numerose pellicole sulla schiavitù cinese o coreana. Ciò che appare assurdo è il voler avanzare rilievi sull’essenza stessa di un racconto, minandone finanche le peculiarità. E discostandosi anni luce da ciò che invece va fatto: valutare serenamente e tecnicamente un film. 
Quando Bellocchio ammonisce «niente lezioni, mai più in gara», esprime la rabbia condivisibile di un paese intero. Che va sfogata come è giusto che sia, per “spurgare” quelle amare tossine. Ma non sarebbe saggio e utile lasciare il campo del Lido ai detrattori delle pellicole italiane. Perché significherebbe dargliela vinta, certificare la folle secondarietàa delle storie vincenti e toccanti in quanto tali su altri prodotti certamente di qualità, ma che non possono vincere solo in quanto globalizzati o caratterizzati dall’essere una marmellata con tutti i frutti. Ecco dove dovrebbe concentrarsi lo sforzo dell’intero comparto cinematografico del belpaese, in una sorta di sinergia avvolgente che interessi il mondo della cultura, della politica (che si desti da temi senza dubbio basilari come spread e debiti per occuparsi anche di altro), di quell’artigianato di eccellenza che è il cinema italiano per condurre, a testa alta e con rispetto per tutti, una battaglia vitale. E non solo per una mostra del Cinema monopolizzata da parametri discutibili, quanto soprattutto per preservare un tesoro invidiato e ammirato nei cinque continenti. Che semplicemente merita quelle medaglie che, sul campo, si è guadagnato.

Fonte: il futurista quotidiano dell'11/9/12
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Grecia, il disaccordo sui nuovi tagli fa tremare il governo Samaras. E l’Europa


Un messaggio, alla troika e al governo di Atene, che suona più o meno se non come una velata minaccia, come un qualcosa che le assomiglia terribilmente: “Gli europei devono capire che i greci non ce la fanno più”. E ancora: “La linea negoziale emersa delle ultime ore è difficile”. La firma in calce a questa che potrebbe essere l’anticamera di una crisi, greca ma soprattutto continentale, è di Fotis Kouvellis, leader della sinistra democratica che, assieme ai socialisti del Pasok e ai conservatori di Nea Dimokratia sostiene l’anomala maggioranza di governo di Antonis Samaras.

Sulla bilancia le misure per altri 12 miliardi di euro che il premier ha intenzione di portare avanti (ieri inaugurando la Fiera Internazionale di Salonicco ha assicurato che non farà passi indietro, mentre all’esterno montava la protesta di operai e parti sociali). La troika per concedere altri 31 miliardi di prestito ponte, a cui però in molti da Bruxelles sono contrari, esige un’altra manovra che incida su stipendi e welfare: con provvedimenti che riducano (per la terza volta in due anni) stipendi e pensioni, indennità e stato sociale.

Infatti nella riunione tenuta ieri sera fra i tre leader della maggioranza, Samaras, Venizelos e Kouvellis, pare non ci siano state le dichiarazioni unitarie e di condivisione di facciata apparse oggi nei telegiornali. Bensì un “no” deciso verso l’ulteriore misura che, secondo il Dimar, incide solo sulle fasce a reddito basso. Contribuendo ad aggravare un panorama di guerra, con il record nazionale di disoccupazione emerso due giorni fa al 24%, con le scuole pubbliche riaperte oggi tra mille dubbi di tenuta economica, con il numero dei senzatetto ad Atene raddoppiati.

Se da un lato la troika attenderà la decisione della maggioranza su questi ulteriori tagli verticali, dall’altro la protesta sociale potrebbe influenzare in modo decisivo proprio la tenuta dell’esecutivo targato Samaras. Poco prima del rettilineo finale, scrive infatti in un editoriale oggi il quotidiano To Vima, il signor Kouvelis ha scelto la tattica politica del “tornante”, lasciando il circuito in un frangente delicatissimo. E in vista di contatti in corso per tutta la settimana con i funzionari di governo e rappresentanti della troika, solo al fine di mostrare che “tutto ha un limite di sopportazione”.

Il disaccordo del Dimar espresso nel corso del vertice di ieri sul pacchetto finale di 11,5 miliardi di euro, è riassunto in 6 punti, a cui Kouvellis e i suoi deputati sono contrari: tagli alle prestazioni disabili, aumento dei biglietti di trasporto urbano, taglio alle pensioni di età inferiore ai 65 anni, taglio alla tredicesima dei dipendenti pubblici, riduzione delle agevolazioni fiscali sociali per fasce deboli, abolizione dei sussidi di disoccupazione speciale per i dipendenti stagionali (edilizia e il turismo).

Sono in molti a sostenere, come sottolinea il deputato del Dimar Sakis Papathanasiou, che solo con i tagli non si risolva la questione ellenica, anzi, forse proseguendo solo su questa strada si potrebbero ottenere forti peggioramenti come gli indici industriali dimostrano. Per questo, è il ragionamento fatto da Kouvellis ieri a Samaras, oltre ai tagli già realizzati che in questi due anni, sarebbe il caso di prevedere misure per la ripresa industriale e per il sostegno al ceto medio, nel frattempo schiacciatosi verso il basso. Senza un’iniezione per la crescita, dicono nei corridoi del partito, il fallimento (già certificato da tempo oltreoceano) diventerà una realtà oggettiva e riconosciuta.

Per tutta la mattinata gli spifferi della riunione serale governativa hanno monopolizzato l’attenzione mediatica nella capitale ellenica, arrivando addirittura a ipotizzare un incontro dei rappresentanti della troika proprio con Kouvellis, preoccupati dal fatto che le sue contrarietà al nuovo piano potrebbero metterne a repentaglio la definitiva attuazione. Con la miriade di conseguenze finanziarie in sede comunitaria che ne deriverebbero. La partita al momento è tutt’altro che chiusa: in questa direzione vanno lette le parole del deputato membro del Comitato Esecutivo del Dimar, Margaritis, secondo cui “il governo deve muoversi sotto il comando del popolo greco nelle recenti elezioni, solo così si assicurerà il sostegno della società dalla loro parte, solo in questo modo si riduce il grido di populismo e tornare alla dracma, per questo abbiamo suggerito una serie di alternative equivalenti che governo dovrebbe adottare”.

Un modo per dire che il Dimar non sposa affatto posizioni antieuropeistiche o populismi anti Germania, ma è pur vero che al momento nessuno, né della troika né del ministero delle finanze di Atene, ha preso in considerazione un’altra cura per il malato Grecia, e dal momento che i rimedi attuati sino ad ora non stanno funzionando. Inoltre il malessere di Kouvellis riflette non solo quello del suo partito, bensì anche quello del Pasok il cui leader Venizelos è anche alle prese con una mini faida interna, con alcuni alti dirigenti che starebbero premendo per ottenere un cambio al vertice.

Lo stesso leader socialista quando rileva che “continuare con questa discussione stupida e senza speranza sulla possibilità di lasciare la Grecia dell’euro è inutile, è sovversivo e dannoso per la zona euro e dannoso per i disavanzi e dei debiti di tutti i paesi” fa mostra di non gradire la posizione sic et simpliciter del premier Samaras. Per queste ragioni per la prima volta dall’inizio della crisi il team economico del Pasok avrebbe preso in considerazione (almeno ufficiosamente) un riequilibrio dei negoziati con la troika. E Venizelos sottolinea che “ci deve essere proporzionalità e equità”, e che l’obiettivo al momento non è solo di raggiungere un avanzo primario prendendo misure supplementari, ma tentare di avere una crescita positiva, oltre alla sostenibilità del debito. Il tutto per tirare fuori dalle sabbie mobili l’economia greca e renderla indipendente in Europa, facendo intendere che la prossima richiesta da avanzare agli emissari di Bce, Ue e Fmi si chiama proroga.

Stando così le cose secondo alcuni osservatori non c’è ancora la certezza di ottenere una convergenza entro la giornata di mercoledì. E a chi gli chiede se esiste un rischio crisi per l’attuale governo in carica, Venizelos replica: “Non si tratta del sostegno del governo. Ma c’è un problema di rapporto con la società, il denaro è un problema”. Ecco appunto, il denaro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 10/9/12
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