martedì 31 dicembre 2013

Atene: raffica di proiettili contro l’ambasciata tedesca

Non solo la crisi infinita di un Paese già fallito e il presunto tentativo di golpe di Alba dorata: a turbare i sonni dell'antiterrorismo ellenico ecco i sessanta colpi di kalashinkov contro quello che nell'immaginario collettivo del Paese è la causa di tutti i mali. Da ieri in Grecia è di nuovo allarme rosso, con l'attentato alla residenza ateniese dell'ambasciatore tedesco Wolfgang Dolt, presa d’assalto da un commando terroristico. L'attacco, avvenuto intorno alle 3 del mattino, solo per caso non ha fatto vittime ma alcuni bossoli sono stati trovati nella camera da letto dove si trovava la figlia quindicenne del diplomatico, giunta ad Atene per trascorrere le vacanze natalizie. Secondo la testimonianza di una guardia giurata, quattro sconosciuti hanno sparato almeno venti volte contro il cancello, prima di dileguarsi. Il Servizio Antiterrorismo ha fermato sei individui. Le armi utilizzate non erano state usate in precedenza, particolare che complica le indagini. Non è la prima volta che la residenza dell'ambasciatore tedesco ad Atene diventa obiettivo sensibile di un attacco terroristico: nel maggio del 1999 era stata colpita da un razzo in occasione di un attacco rivendicato dalle brigate del “17 novembre”.

Gli investigatori sospettano il coinvolgimento del gruppo antiautoriotario capeggiato da Nikos Maziotis, che lo scorso 14 gennaio si era reso protagonista di un attacco contro la sede centrale del partito del premier Nea Dimokratia. Sui social network non mancano riferimenti al ruolo della Germania nella crisi finanziaria greca con frasi che fanno riferimento al "desiderio più intimo dell'imperialismo tedesco che si sta muovendo in un'Europa dalla dominazione tedesca". L'attacco di ieri presenta inoltre sorprendenti somiglianze con quello sferrato quindici anni fa contro la stessa sede. Anche allora era una domenica, con un esecutivo in affanno e con un poliziotto di guardia testimone della dinamica, oltre a recenti casi di insofferenza verso la Germania, con piccoli atti di protesta contro sportelli bancari o centri commerciali.

Il governo ha espresso indignazione e condanna “del vile atto terroristico” che pochi giorni prima dell'inizio della Presidenza di turno dell'Ue getta un'ombra di inquietudine su Atene, anche alla luce di un peculiare fil rouge che lega la capitale greca alla Germania. Nelle ultime ore uno scandalo per tangenti nella fornitura di carri armati Leopard e sommergibili sta terremotando Berlino, con l'ex direttore della Difesa greca, Antonis Kantà, che dinanzi ai magistrati durante un interrogatorio fiume durato quattro giorni, ha fornito cifre, dati e percorsi di milioni di euro che gli sarebbero stati versati su conti svizzeri da alcune aziende tedesche in cambio del nulla osta alla fornitura di armi. Dopo lo scandalo Siemens, ammesso dall'azienda tedesca in relazione a mazzette distribuite agli amministratori greci in cambio di appalti per le faraoniche Olimpiadi del 2004, ecco un altro fronte giudiziario inquietante e dalle conseguenze imprevedibili. Perché, è la domanda che ricorre con maggiore insistenza nel Paese, “la Germania da un lato ci chiede sacrifici indicibili e dall'altro ci vende armi a peso d'oro?”

Fonte: Il Giornale del 31/12/13
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lunedì 30 dicembre 2013

Milioni di euro per le forniture d’armi, scandalo corruzione sull’asse Berlino-Atene

Dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre sull’asse Berlino-Atene. Le rivelazioni dell’ex numero uno della Direzione Armamenti della Ministero della Difesa greco Antonis Kantà stanno terremotando la Germania nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura di armi tedesche ad Atene. Circa 18 milioni di euro sarebbero dirottati verso funzionari greci per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon. In ballo anche170 carri armati Leopard 2A6 Hel dalla tedesca Krauss-Maffei Wegmann (KMW), per i quali Kantà avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco. Oltre a 1,5 milioni per la fornitura di missili Stinger e 600mila euro per i caccia F-15.
Kantà tra l’altro aveva operato in un settore dove il deus ex machinaera l’ex ministro della difesa Akis Tsogatsopulos, in carcere dal maggio 2012 con l’accusa di fondi neri ottenuti dalle forniture di armi da Germania e Russia, e principale collaboratore di Papandreou senior. In quattro giorni di ammissioni dinanzi ai magistrati, così come rivela la Suddeutsche Zeitung, Kanta ha fornito numeri, dati e nomi del groviglio di contratti e forniture illegali dal 1997 al 2002. Suscitando non solo la reazione della stampa teutonica, ma anche altre indagini, come quella che punta dritta sui cantoni svizzeri, dove potrebbe essere stata nascosta la gran parte delle tangenti in questione, dal momento che secondo fonti giudiziarie Kanta avrebbe esplicitamente indicato istituti finanziari, conti correnti e modalità di transito del denaro.
Ma la parola Svizzera in Grecia fa rima con Lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori che hanno trafugato miliardi di euro prima che l’allora ministro delle finanze francese (oggi al vertice del Fmi) lo inviasse ad Atene per corriere diplomatico, ma scontrandosi con il muro di gomma dei due ministri delle finanze che non lo protocollarono (Venizelos e Papacostantinou). Un fil rouge, quello della Lista Lagarde, che si ritrova pericolosamente in ogni indagine che conta, come dimostra il fatto che alcuni dei protagonisti si sono suicidati o sono stati trovati senza vita.
Questa è la seconda maxi inchiesta sull’asse Berlino-Atene dopo lo scandalo Siemens quando, in occasione delle Olimpiadi del 2004(costate tre volte l’importo previsto), vi fu un anomalo e ingente flusso di denaro dalla Germania alla Grecia per assicurarsi commesse e appalti. La stessa azienda tedesca ammise alla fine pagamenti in nero per 1,3 miliardi con la conseguente mini rivoluzione all’interno del proprio management. Alcuni dei top manager più prestigiosi furono costretti a dimettersi, come il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegatoKlaus Kleinfeld. Ma senza andare fino in fondo su chi in Grecia quel fiume denaro ricevette e poi, si sospetta, portò all’estero.
Dalle rivelazioni di Kanta risulterebbe che quando scoppiò lo scandalo Siemens, due impiegati di una grande banca tedesca (Dresdner) e altrettanti di una francese (BNP), avevano il compito di “ricevere” fondi neri dalla Grecia. E così come accade nel gioco dell’oca, ecco che si torna indietro fino alla Lista Lagarde, da cui vanno sottratti quattro nomi: l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato in casa impiccato nell’ottobre del 2012; l’ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato per tangenti sulle forniture militari; il mercante d’armi internazionale e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d’albergo; e l’ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. A questo punto mancano solo i nomi di chi ha corrotto i dirigenti ellenici per far avallare acquisti milionari ad un Paese che ha speso ciò che non aveva. Anche per carri armati e caccia militari.

Milioni di euro per le forniture d’armi, scandalo corruzione sull’asse Berlino-Atene

Dopo lo scandalo Siemens, un altro fronte tangentizio si apre sull’asse Berlino-Atene. Le rivelazioni dell’ex numero uno della Direzione Armamenti della Ministero della Difesa greco Antonis Kantà stanno terremotando la Germania nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura di armi tedesche ad Atene. Circa 18 milioni di euro sarebbero dirottati verso funzionari greci per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon. In ballo anche 170 carri armati Leopard 2A6 Hel dalla tedesca Krauss-Maffei Wegmann (KMW), per i quali Kantà avrebbe ricevuto un totale di 1,7 milioni di euro da un intermediario greco. Oltre a 1,5 milioni per la fornitura di missili Stinger e 600mila euro per i caccia F-15.

Kantà tra l’altro aveva operato in un settore dove il deus ex machina era l’ex ministro della difesa Akis Tsogatsopulos, in carcere dal maggio 2012 con l’accusa di fondi neri ottenuti dalle forniture di armi da Germania e Russia, e principale collaboratore di Papandreou senior. In quattro giorni di ammissioni dinanzi ai magistrati, così come rivela la Suddeutsche Zeitung, Kanta ha fornito numeri, dati e nomi del groviglio di contratti e forniture illegali dal 1997 al 2002. Suscitando non solo la reazione della stampa teutonica, ma anche altre indagini, come quella che punta dritta sui cantoni svizzeri, dove potrebbe essere stata nascosta la gran parte delle tangenti in questione, dal momento che secondo fonti giudiziarie Kanta avrebbe esplicitamente indicato istituti finanziari, conti correnti e modalità di transito del denaro.

Ma la parola Svizzera in Grecia fa rima con Lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori che hanno trafugato miliardi di euro prima che l’allora ministro delle finanze francese (oggi al vertice del Fmi) lo inviasse ad Atene per corriere diplomatico, ma scontrandosi con il muro di gomma dei due ministri delle finanze che non lo protocollarono (Venizelos e Papacostantinou). Un fil rouge, quello della Lista Lagarde, che si ritrova pericolosamente in ogni indagine che conta, come dimostra il fatto che alcuni dei protagonisti si sono suicidati o sono stati trovati senza vita.

Questa è la seconda maxi inchiesta sull’asse Berlino-Atene dopo lo scandalo Siemens quando, in occasione delle Olimpiadi del 2004 (costate tre volte l’importo previsto), vi fu un anomalo e ingente flusso di denaro dalla Germania alla Grecia per assicurarsi commesse e appalti. La stessa azienda tedesca ammise alla fine pagamenti in nero per 1,3 miliardi con la conseguente mini rivoluzione all’interno del proprio management. Alcuni dei top manager più prestigiosi furono costretti a dimettersi, come il presidente Heinrich von Pierer e l’amministratore delegato Klaus Kleinfeld. Ma senza andare fino in fondo su chi in Grecia quel fiume denaro ricevette e poi, si sospetta, portò all’estero.

Dalle rivelazioni di Kanta risulterebbe che quando scoppiò lo scandalo Siemens, due impiegati di una grande banca tedesca (Dresdner) e altrettanti di una francese (BNP), avevano il compito di “ricevere” fondi neri dalla Grecia. E così come accade nel gioco dell’oca, ecco che si torna indietro fino alla Lista Lagarde, da cui vanno sottratti quattro nomi: l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato in casa impiccato nell’ottobre del 2012; l’ex ministro della Difesa Tzogatzopulos, arrestato per tangenti sulle forniture militari; il mercante d’armi internazionale e suo sodale, Vlassis Karambouloglu, trovato morto a Jakarta in una stanza d’albergo; e l’ex numero uno della polizia tributaria, Yannis Sbokos, coinvolto proprio nel processo a Tzogatzopulos. A questo punto mancano solo i nomi di chi ha corrotto i dirigenti ellenici per far avallare acquisti milionari ad un Paese che ha speso ciò che non aveva. Anche per carri armati e caccia militari.

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Caos Turchia, il figlio inguaia Erdogan

Un pm rimosso dall'inchiesta che sta terremotando la Turchia e il coinvolgimento del figlio del premier, su cui gli investigatori stanno indagando.  L'incubo di Gezi Park, rafforzato dal mega scandalo di corruzione, torna prepotente a turbare i sonni di un Erdogan ormai destinato a recitare il copione di un leader finalmente allo scoperto, e da cui partono strali di guerra contro tutto e tutti. Che si ritrova un popolo intero in piazza per manifestare la propria contrarietà verso un leader nell'angolo, che fino ad oggi ha (forse) troppo promesso una democrazia che non è evidentemente nelle sue corde. Secondo il quotidiano Cumhuriyet, dopo i figli dei ministri coinvolti in abusi edilizi e il capo della banca pubblica Halkbank, potrebbe toccare presto anche al figlio del premier, Bilal, e ad una ong a lui legata. Mentre il pubblico ministero, Muammer Akkasm, ha denunciato pubblicamente di essere stato messo da parte dichiarando che «è stato commesso un crimine in tutta la catena del comando» e «i sospettati sono stati autorizzati a prendere precauzioni, fuggire e manomettere le prove». Il primo ministro turco, che aveva bussato alle porte dell'Occidente proclamandosi moderno e riformista per poi scoprirsi denso di falle democratiche e liberali, oggi difende il proprio mandato sostituendo dieci ministri e deleghe. Un attimo dopo il passo indietro dei titolari di Interno, Economia e Ambiente, ecco che non è solo il sodale politico di un tempo ad abbattersi contro Erdogan, ma anche i cittadini. 

Prima le parole dell'imam Fetullah Gülen, classe 1938, fautore della compatibilità tra fede islamica e democrazia. È stato di fatto il predicatore dei «turchi neri» dell'Anatolia, mentre in quegli anni Erdogan era il politico che per primo li aveva legittimati contro l'elite dei «turchi bianchi» di Istanbul e Ankara. Ma dopo aver dato vita insieme alla «Hizmet» (Servizio), la cose cambiarono di pari passo alla reislamizzazione coatta portata avanti da Erdogan. Oggi il premier accusa il predicatore che vive a Philadelphia e che lo ha pesantemente attaccato in occasione della repressione di Gezi Park, di essere il regista di una vera e propria cospirazione americana ai suoi danni, nonostante proprio dagli Usa Erdogan abbia ricevuto numerosi assist diplomatici, sia sul versante cipriota per lo sfruttamento degli idrocarburi nella Zee, sia su quello greco, con gli sconfinamenti aerei dei caccia turchi. A ciò si aggiungano due elementi comunicativi determinati e determinanti: la stampa pro-Erdogan chiede l'espulsione dell'ambasciatore statunitense ad Ankara e lo stesso premier usa toni staliniani contro i suoi oppositori, arrivando a dichiarare pubblicamente che «taglierà le mani» dei suoi avversari politici se useranno lo scandalo corruzione per minare il suo potere. 

Nel mezzo la stampa continentale permissiva che, stoltamente, chiede l'ammissione della Turchia all'Ue come un compromesso alla crisi, e un popolo che, di nuovo in piazza dopo i morti e gli scontri dell'agosto scorso, invoca a gran voce le sue dimissioni. Ancora ieri la polizia turca ha utilizzato gas lacrimogeni e idranti contro i manifestanti, mobilitati da organizzazioni vicine all'opposizione, scandendo slogan contro Erdogan come «La corruzione è ovunque» e «La resistenza è ovunque».
Sui social network turchi la chiamata alla piazza è ormai un mantra, con i militanti pro Erdogan che per tutta risposta hanno organizzato per questa sera una contromanifestazione in Piazza Taksim con lo stesso premier che dovrebbe essere sul palco. Ma la turbolenza si avverte anche all'interno del partito di Erdogan, l'AKP, dove due parlamentari hanno già rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro il tentativo del leader di chiudere le scuole private appartenenti al movimento di Gülen.

Chalouk Ozntalgka e Erdal Kalkan contestano anche la revisione del regolamento promosso dal governo, che impone alla polizia di informare i loro superiori su tutte le indagini svolte . I due parlamentari hanno sottolineato che con questa decisione il governo viola l'indipendenza della magistratura e inibisce indagini imparziali. Insomma, come ha certificato anche il francese Le Monde, è un modello intero ad essere crollato.

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giovedì 19 dicembre 2013

Grecia, la Casta usa soldi Ue per sottotitoli tv. Stop fondi pubblici ad Alba dorata

Mentre la troika lascia Atene senza l’accordo su licenziamenti e tassazione di immobili (rischiano altri 25mila dipendenti pubblici in uscita dal prossimo primo gennaio), il Parlamento spende un milione di euro per i sottotitoli al Canale della Camera: stanziato nel bilancio del 2014, quello più doloroso dell’intera crisi greca, con tagli a tutto (welfare, sanità e previdenza).

La schizofrenia della crisi greca registra oggi da un lato il nulla osta comunitario ai nuovi prestiti, con il Consiglio degli esperti dell’Eurogruppo (EWG) che dice sì all’erogazione della tranche di un miliardo di euro alla Grecia, sospesa dallo scorso luglio. Secondo fonti dell’Eurogruppo, l’accelerata sarebbe stata data dal piano di ristrutturazione per la difesa greca, l’ultimo dei prerequisiti da parte della troika per il rilascio dei denari. Dall’altro nuovi sprechi di stato da parte della casta ellenica, con il canale tematico del Parlamento che iscrive a bilancio 1,1 milioni di euro per i sottotitoli dei programmi mandati in onda in una struttura che già pesa sulle disastrate finanze del Paese. Altro capitolo sui finanziamenti quello legato ad Alba dorata, sui cui con otto sì e un solo no la Commissione etica del Parlamento greco ha deciso di proporre la sospensione del finanziamento pubblico per la formazione neonazista.

“Per il governo – ha commentato il ministro dell’Interno Yannis Michelakis – è incomprensibile che lo Stato e i cittadini finanzino formazioni politiche accusate di essere organizzazioni criminali o terroristiche che si nascondono sotto le spoglie di un partito politico”. Fonti di stampa riferiscono che i presupposti per adottare la decisione esistevano già, ed erano dati dal fatto che, come risulta dagli atti processuali inviati alla Commissione parlamentare dai giudici che indagano su Alba Dorata, alcuni deputati e militanti hanno commesso una serie di gravi reati. Una situazione in continua fibrillazione in cui di contro non cessano scandali e appropriazioni indebite di denaro. Come il buco da almeno 3,5 milioni di euro scoperto tra i conti dell’Okana, l’Organizzazione nazionale per la lotta alla droga.

Le indagini, completate pochi giorni fa, hanno messo in luce una serie di irregolarità e deficit monstre derivanti da precise responsabilità di gestione. Alcuni fondi stanziati per i centri di prevenzione sembra siano stati utilizzati per altre operazioni finanziarie. Il ministro della Salute Adonis Georgiadis ha già chiesto le dimissioni del presidente Okana Menis Maliori. Infine l’ex ministro e cugino dell’ex primo ministro conservatore Kostas Karamanlis, Michalis Liapis, è stato arrestato dalla polizia stradale. Era a bordo di una lussuosa jeep non assicurata, che circolava con una falsa registrazione usata per evadere la tassa sulle auto di lusso. Gli agenti lo hanno ammanettato e condotto nel carcere di Agia Paraskevi.

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Chi è Ursula von der Leyen, il ministro della Difesa che vuole insidiare la Merkel

Dalla Difesa della Germania all’attacco della Cancelliera? Ursula von der Leyen, 55 anni, ha una carriera importante alle spalle e sarà ricordata nella storia teutonica come il primo ministro della Difesa donna della Germania. Da tempo è indicata come un possibile successore di Angela Merkel.

LA NOMINA
Di professione medico, nel secondo governo Merkel è stata ministro federale del Lavoro e degli Affari Sociali, in precedenza ministro federale della famiglia, degli anziani, della donna e della gioventù. E’ figlia di Ernst Albrecht, un rilevante esponente della CDU, impegnato nella Commissione europea e già Primo ministro della Bassa Sassonia. Suo fratello è il noto imprenditore Hans-Holger Albrecht. Inoltre discende dal barone Ludwig Knoop, un commerciante di cotone e uno degli imprenditori di maggior successo del 19° secolo. E’ uno dei politici più popolari nel Paese, in molti sono pronti a scommettere che la nomina possa celare una possibile staffetta tra due anni proprio al vertice dell’esecutivo.

ALCUNE RISERVE
Non mancano però delle riserve, non tanto personali quanto di opportunità politica: i socialdemocratici temono che con due donne di alto profilo in primissima fila, la Spd finirebbe per giocare ancora una volta un ruolo marginale. Per questo puntano a proprie rappresentanti “rosa” come Andrea Nahles, Manuela Schwesig e Barbara Hendricks nello stesso Gabinetto. Si è distinta in passato per aver proposto un blocco obbligatorio alla pornografia infantile su Internet attraverso l’Ufficio federale di Polizia criminale tedesca, azione che le è valsa il soprannome di “Zensursula”.

BUONE ABILITA’
Ursula von der Leyen potrebbe passare indenne nell’agone politico (e militari)? Secondo il settimanale Spiegel sì, perché si tratta di una leader forte, un buon segretario di Stato capace di padroneggiare le due spinosissime questioni sul tavolo di frau Angela: la riforma della Difesa e il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Nella sua prima uscita televisiva la Von der Leyen ha commentato che è cambiato il ruolo della Germania nel mondo e che vi è forte necessità di investire nella ricerca e nell’istruzione. Ha sottolineato l’importanza di un’economia ben funzionante e di finanze sane. Poi ha parlato in modo molto dettagliato della pensione femminile, assumendosi l’impegno di favorire maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia nel campo militare. Definisce superato l’antagonismo tra i ministeri di Ambiente ed Economia.

L’AGENDA DELLA DIFESA
Adesso è attesa da quattro fronti legati ai mezzi della Difesa: il nuovo MH 90 in grado di evacuare e di trasportare le forze navali, su cui pende la spada di Damocle di un aumento di prezzo significativo; inoltre numerosi sono i dettagli tecnici che manifestano problemi strutturali legati al funzionamento. Altro fronte l’A400M, il nuovo velivolo da trasporto che dal prossimo anno sarà operativo nell’esercito, su cui permangono in sospeso questioni legate alla definitiva approvazione. Inoltre sul dossier “Euro Fighter” non sono ancora chiare le direttive su come smaltire i velivoli precedenti e quanti nuovi mezzi effettivamente ordinare. Infine l’Euro drone, le cui valutazioni si intersecano con la fine delle operazioni in Afghanistan.

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Perché i missili russi al confine tedesco tolgono il sonno alla Merkel

Neanche il tempo di metabolizzare il terzo giuramento consecutivo di fronte al Parlamento tedesco, ed ecco che per la cancelliera Angela Merkel si fanno largo le ansie legate alla politica estera, con i missili russi posizionati più vicini alla Germania. La Russia infatti è in grado di lanciare sistemi mobili di stanza ai confini dell’UE, segnando la zona come di estremo interesse geostrategico.

GLI OBIETTIVI DI MOSCA
È stato lo stesso Vladimir Putin in un discorso pubblico alla nazione a sottolineare l’obiettivo di Mosca: essere una superpotenza. Una condotta che si è caratterizzata negli ultimi giorni anche per l’attivismo sul fronte ucraino, con una re-sovietizzazione imposta a Kiev sottoforma di acquisto massiccio di titoli di Stato per scoraggiarne l’avvicinamento all’Ue. Il mantra putiniano sembra essere quello che non deve rompersi la falange di ex repubbliche sovietiche. Ma da alcuni giorni ecco l’anomalo movimento all’estremità occidentale del Paese: come ha confermato il ministero della Difesa russo diversi missili a corto raggio del tipo “Iskander” sono stati spostati più vicini ai confini con l’Unione europea.

LA ZONA INTERESSATA
Si tratta della “regione militare occidentale”, che si estende dalla zona di Kaliningrad, fino alla capitale e alla città di San Pietroburgo. A sud, la zona si estende fino in Ucraina. I sistemi di lancio mobili possono essere operativi fino al suolo tedesco, ragion per cui tutti i Paesi limitrofi sono interessati.

LE REAZIONI
Il ministero degli Esteri polacco ha definito “preoccupanti” le manovre russe, aggiungendo che si tratta di un “un problema per l’intera Nato” che richiede consultazioni e risposte. Inquietudine anche da parte della Lettonia, con il ministro della Difesa Artis Pabriks che parla di “notizia allarmante”. Il ministro della Difesa estone Urmas Reinsalu ha commentato: “Qualsiasi estensione delle capacità militari della Federazione Russa nella nostra regione è un motivo di preoccupazione”.

IL MISSILE ISKANDER
Il missile Iskander è un missile da crociera, terra-terra, balistico e tattico di produzione russa e appartiene alla classe di missili a corto raggio (SRBM). Il codice NATO è SS-26 Stone. Sono disponibili diverse varianti del missile, l’ultimo ha una portata di 500 chilometri. Il primo lancio di prova ha avuto luogo nel 1996. Dopo ulteriori miglioramenti nel 2005 è stato adottato dalle forze armate russe. La versione più efficace di Iskander, battezzato “Alessandro il Grande”, è chiamata “Tender”, con un carico utile di oltre 800 chilogrammi di esplosivo e una portata di 415 km. Tutte le versioni hanno una precisione molto elevata. Il sistema è montato sul veicolo fuoristrada, perciò può essere spostato rapidamente. Dal comando del lancio fino al lancio stesso da parte dell’apposito team di equipaggio russo sono sufficienti 16 minuti. Ogni sistema comprende tre razzi, il secondo e il terzo possono partire con un intervallo di 40 secondi.

ARMA LETALE
La superficie è rivestita con uno strato protettivo-radar assorbente. A differenza del conflitto nel Caucaso del 2008, dove vennero usati almeno tre missili SS-26 Iskander con testate convenzionali, secondo fonti della stampa tedesca questa nuova versione potrebbe ospitare anche testate nucleari con una forza esplosiva di fino a 200 chilotoni.

LA STRATEGIA RUSSA
Il primo dato analitico successivo al dispiegamento dei missili ai confini europei, risiede nel fatto che Mosca non è apparentemente disposta a chiudere un occhio a fronte di movimenti indipendentisti da parte degli ex Stati del Patto di Varsavia, ma intende far sentire loro il fiato sul collo. Quando nel 2009 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò l’intenzione di fare un passo indietro circa lo scudo di difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca, la situazione tra i due grandi rivali sembrava sul punto di potersi rasserenare. Ma i successivi negoziati non hanno sortito gli effetti desiderati. Inoltre l’instabilità della situazione a Kiev ha aggiunto ulteriori fermenti.

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martedì 17 dicembre 2013

I turchi scambiano migranti con visti Ue

Un passo in avanti e tre indietro. Da un lato fra Ue e Turchia si registra la riapertura del negoziato sulla liberalizzazione dei visti, con l'accordo di riammissione degli immigrati irregolari siglato dal commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmstrom, propedeutico all'abolizione dei visti d'ingresso nell'area Schengen per i cittadini turchi e soprattutto tappa di avvicinamento all'ingresso di Ankara in Europa. Ma dall'altro non cessano le regressioni «culturali» del Paese con, per la prima volta in 90 anni di storia, una deputata che, velata, ha preso la parola nel parlamento monocamerale turco, con le continue provocazioni di Erdogan contro Cipro, con il no del tribunale turco alla richiesta di liberazione di due deputati del partito curdo legale Bdp in carcere preventivo da tre anni. Altro che europeizzazione turca.

Dopo l'annuncio dello scorso 4 dicembre, ecco ieri la firma dell'accordo definito dal ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, «un passo storico per l'Unione europea e la Turchia», sottolineando l'auspicio che «in al massimo tre anni e mezzo, ma speriamo anche in meno tempo, i cittadini turchi riusciranno a viaggiare liberamente nell'Ue». Fonti di Bruxelles sostengono che il governo turco avrebbe dato il nulla osta alla firma dell'accordo in cambio di rassicurazioni ad hoc sui progressi nel processo di liberalizzazione dei visti. Ovvero Ankara sarebbe autorizzata a bloccare la ratifica dell'accordo se non ci fosse l'ok dell'Ue alla libera circolazione dei cittadini turchi nell'area Schengen. L'accordo firmato per la Turchia dai ministri degli Esteri Ahmet Davutoglu, degli Interni Muammer Huler e degli Affari europei Egemen Bagis, e per la Commissione europea dalla commissaria agli Affari interni Cecilia Malmstrom, sarà in vigore non prima del 2017, un lasso di tempo utile, negli auspici di Ankara, al fine di riannodare i fili dell'integrazione europea.

Ma di contro proprio il Paese che dal 2005 chiede asilo al vecchio continente non cessa di caratterizzarsi per derive non proprio democratiche e inclusive. Come il caso di Canan Candemir Cankilik, deputata di Bursa del partito islamico Akp di Erdogan che, per la prima volta in 90 anni, velata, ha preso la parola dalla tribuna della Grande Assemblea di Ankara, in quella che l'opposizione laica ha definito «una reislamizzazione accelerata». In occasione del dibattito sul bilancio 2014 è intervenuta con il capo avvolto nel turban: non succedeva dal 1923, da quando Ataturk impose una rigida separazione fra stato e religione. E ancora, i dissidi mai sopiti con Cipro, invasa dal 1974 con 50mila militari turchi e con il leader in persona Erdogan che nei giorni scorsi, sprezzante nei confronti di uno Stato membro e della comunità internazionale, ha dichiarato pubblicamente che «Cipro non esiste». Inoltre la Turchia mai ha visto di buon occhio gli accordi per lo sfruttamento del gas che proprio Nicosia ha concluso con Tel Aviv, arrivando anche a minacciare tutte le imprese che volessero partecipare ai lavori di indagini sottomarine o costruzione di piattaforme. Non solo: un tribunale turco ha respinto la richiesta di liberazione di due deputati del partito curdo legale Bdp in carcere preventivo da tre anni per presunti legami con il Pkk, con la reazione sdegnata dei dirigenti curdi, che parlano di «scandalo legale» oltre che di «persecuzione politica». Infine una banca turca ha lanciato una nuova carta di credito con una bussola digitale che indica sempre la direzione della Mecca. Ce ne sarebbe abbastanza per procedere con maggiore cautela.

Fonte: Il Giornale del 17/12/13
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lunedì 9 dicembre 2013

Il libro anti euro che scuote la Francia

Vorrà pur dire qualcosa se un sostenitore del federalismo europeo, un docente universitario, non populista né pericolosamente di piazza o che parla «solo» alle pance del Paese, scrive un trattato in cui mette in dubbio la bontà della moneta unica? Nella Francia che si scopre pericolosamente vicina alle sorelle «Piigs» dell'area euromediterranea, dove il fronte interno anti euro si ingrossa a vista d'occhio, un sasso nello stagno lo lancia il celebre analista François Heisbourg che ha fatto suonare l'allarme anche a Berlino. 

La fine del sogno europeo non è il solito pamphlet che getta ombre sull'euro e sulle modalità con cui si è giunti ad unire monetariamente un continente, prima che politicamente. Ma compie un passo in più, visto che si inserisce in un retroterra che, forse più di altri, ha metabolizzato la reale portata (e i danni) della moneta unica. Traendone le successive conseguenze, sociali e politiche. La Francia è scossa, da un lato dalle numerose defaillances della gestione socialista di François Hollande, dall'altro dalla congiuntura complicatissima, con l'Eliseo terrorizzato dal Front National di Marine Le Pen che è in netto guadagno di consensi praticamente ovunque. L'esperimento andato in scena nelle patisserie transalpine qualche settimana fa di mettere in vendita le baguettes del giorno prima a un prezzo dimezzato, è perfettamente riuscito, dal momento che sono andate a ruba. Segno che l'impalcatura sociale di un Paese progredito e sviluppato come la Francia sta accusando maledettamente il colpo di politiche miopi che Berlino sta praticamente imponendo. Non a caso il volume è stato immediatamente segnalato dai conservatori della Frankfurter Allgemeine Zeitung, più preoccupati forse della reazione delle élites francesi, che di un reale disagio, non più solo strisciante, tra i cittadini comuni.

La tesi di Heisbourg è che l'euro altro non è se non un incubo: prima lo si bypassa, prima si esce da una crisi strutturale che, contrariamente, difficilmente verrebbe risolta alla radice. Sottolinea che rientrano nel novero delle ipotesi «possibili», colpi di Stato o un ritorno al terrorismo in stile «anni di piombo» se non si opporrà una soluzione credibile al crack della moneta unica. L'esempio ellenico di Alba dorata è lì a dimostrarlo e purtroppo potrebbe non essere l'unico. Ragion per cui «l'euro come moneta unica in un'Europa senza un governo federale, porta instabilità, squilibrio e stagnazione». Passaggio sul quale si sono concentrati anche gli strali dell'inglese Telegraph che ha colto l'occasione per approfondire le analisi euroscettiche del libro e certificare come ormai le distanze continentali tra sud e nord viaggino su un trend irreversibile. Ma Heisbourg altro non ha fatto che dare corpo a convinzioni che da mesi, ormai, albergano convintamente non solo tra dirigenti e burocrati francesi, ma tra i cittadini vessati da balzelli sempre più pesanti e da un'incertezza occupazionale data anche da un euro troppo forte nei confronti di dollaro e yen. E allora quando osserva che l'euro, che avrebbe dovuto garantire la prosperità a lungo termine e la crescita in Europa, non ha raggiunto il suo scopo, aggiunge sale su una ferita che continua a sanguinare: perché, da mancata occasione, la moneta unica si fa peso e quindi fatale zavorra. A coloro che continuano a sostenere che l'unica via di uscita sia il rigore tout court, Heisbourg replica che una perseveranza rigida e asettica dei programmi di austerità nei paesi maggiormente in crisi, farà saltare la zona euro

La soluzione? Un'azione franco-tedesca coordinata con la Banca centrale europea per lasciare l'euro e tornare alle monete nazionali. Heisbourg non è uomo di estrema destra né di estrema sinistra, non un urlatore né un agitatore di masse. Bensì è un pacato analista apprezzato anche oltreoceano, sostenitore della moneta unica praticamente da sempre, nonché presidente del prestigioso International Institute for Strategic Studies. Ne è passata di acqua sotto i ponti della Senna, da quando il presidente francese Jacques Chirac disse che l'euro sarebbe stata una valuta che avrebbe «legato l'Europa in un patto di pace e libertà». Era l'ottobre del '97 e l'Unione monetaria europea era vista come una straordinaria opportunità. Mentre oggi è ufficialmente la fanghiglia in cui sguazza l'impasse comunitaria.

Fonte: Il Giornale del 7/12/13
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mercoledì 4 dicembre 2013

I consigli di Financial Times e New York Times sul buco greco

Mentre ad Atene si prepara il terreno all’ennesimo scontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali e il governo greco sulle misure da attuare entro il prossimo 31 dicembre (altre tasse e eliminazione della firma del ministro del lavoro per procedere ai licenziamenti), due dei più rilevanti quotidiani internazionali, il New York Times e il Financial Times, affrontano lo spinoso caso ellenico in maniera differente e peculiare.

PROGRAMMA RIFORMISTA
Sul Nyt l’economista Aristide Hatzis scrive che la Grecia è una parte di un continente travolto dalla crisi, mentre il potere economico si sta spostando verso i paesi emergenti. Tuttavia, solo l’Europa può aiutare la Grecia a recuperare. E indica tre priorità: liberalizzazioni e lotta alla tassazione eccessiva che produce sommerso; protezione adeguata dei deboli e a basso reddito; riforma dei sistemi obsoleti di istruzione e salute.

VALUTAZIONE SHOCK
Il FT propone una valutazione-shock: analizzando il piano di sostenibilità delle finanze elleniche proposto dalla troika, osserva che nel corso dei prossimi quattro anni, la Grecia o torna alla dracma, o fallisce. In un’analisi sulla coalizione di governo di Germania, il Financial Times rileva che “la classe politica è impreparata per quello che accadrà nei prossimi quattro anni. La grande minaccia per la Germania non sarà l’incremento demografica, ma la crisi del debito in corso nella zona euro”. E porta come esempio di scenari futuri la valutazione Ocse sul debito greco: si stabilizzerà al 160% del PIL nel 2020. Mentre il sostegno dell’UE e del FMI in tutti i programmi di recupero diffusi si basa sul raggiungimento del 124% del PIL. Per cui scrive “o la Grecia farà default o lascerà l’eurozona o entrambi”. E chiede all’Ue di concedere estensioni sui prestiti con scadenze più lunghe e tassi di interesse più bassi.

NEGOZIATI
Proseguono intanto i negoziati della troika con il governo di Atene. Il premier conservatore Antonis Samaras è alla ricerca di un complicatissimo equilibrio, non fosse altro perché se da un lato pochi giorni fa (nel silenzio quasi totale della stampa italiana) Moody’s per la prima volta in sei anni non ha espresso una valutazione negativa sui conti greci, dall’altro è ancora una volta la squadra dei creditori internazionali a fare notizia per via del disaccordo che esiste con il governo ellenico.

MISURE SUPPLEMENTARI
Il nodo sono le aste sulle proprietà e i licenziamenti collettivi, che possono da un lato testare la forza dei gruppi parlamentari al governo delle larghe intese, ma dall’altro portare alla rottura e quindi alla caduta del governo, visto che la maggioranza parlamentare (151 minimo su 300 eletti) può contare solo su tre deputati in più del necessario. “Creare un proprio parlamento e portare lì le misure” è la frase che con frequenza il premier Samaras utilizza ironicamente con i propri collaboratori nei vertici fiume convocati con il titolare delle finanze Stournaras. Sarà quest’ultimo a dover avallare entro Natale le misure lacrime e sangue condicio sine qua non per accedere all’ennesima tranche di aiuti economici, pena il default: quando il ministro delle Finanze dovrà, sotto la pressione della troika, attuare misure dal grande costo sociale e politico. Nonostante l’euforia creata temporaneamente ad Atene nelle ore successive all’incontro di Samaras con la cancelliera Merkel, il governo ellenico “scopre” solo oggi che la troika gioca al rialzo.

I NODI
Ad oggi i punti di disaccordo sono da ricondurre essenzialmente a due macro elementi. Sulle aste immobiliari Atene insiste sul fatto che è necessario abbassare la soglia per il valore oggettivo della residenza al fine di soddisfare i nuclei familiari in difficoltà. Al contrario, la troika preme per l’introduzione di criteri di reddito, che, però, i due partner di governo rifiutano: temono che in quel caso fuori dall’ombrello protettivo verrebbero a trovarsi moltissime famiglie, con conseguenti ripercussioni in termini di credibilità del governo (al momento già ai minimi). Tra l’altro è all’orizzonte  una ricapitalizzazione delle banche per undici miliardi di euro per coprire il deficit di finanziamento di 2014 -2015. In secondo luogo i licenziamenti collettivi: la troika pretende di abrogare la legge esistente così da non essere indispensabile la firma del Ministro del Lavoro. Il governo invece propone che sia una circolare ministeriale a stabilire i casi degli esuberi. E l’Eurogruppo del prossimo 9 dicembre diventa sempre più una data cerchiata in rosso anche nel nuovo Bundestag.

Formiche del 2/12/13
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In un libro i segreti della «pasionaria» Yulia

Vittima di un complotto internazionale ordito per il predominio del gas o parte integrante di un sistema i cui ingranaggi si muovono “raso il precipizio”? Il caso Julia Tymoshenko visto attraverso le lenti della sua trasformazione di immagine: prima minuta, avvenente e inquieta, di origini ebraico-armene e dai capelli corvini; poi gli studi alla soglia dei trent'anni, gli affari, la politica e quell'acconciatura tradizionale senza precedenti. Per fare luce su una figura controversa, ecco unop dei primi tentativi inchiestistici presenti in Italia:  “Julija Tymošenko – La conquista dell’Ucraina”, di Ulderico Rinaldini (Sandro Teti Editore), con l’introduzione di Alessandro Politi, corredato da alcune interviste realizzate a Kiev nell’estate del 2013 dall’editore. Lo stesso Teti vanta un passato professionale in Ucraina, avendo lavorato a lungo in gioventù in Unione Sovietica, nella redazione italiana dell’agenzia di stampa Novosti. 

Ma per quale ragione, soprattutto in Italia, si fatica a decifrare la reale portata del caso Tymoshenko? Il libro-inchiesta propone la tesi della ricostruzione giornalistica asettica, raccontando come abbia avuto origine l'immenso patrimonio economico di Julia, stimato nella cifra folle di undici miliardi di euro. La chiave per comprendere il rapporto tra gas e politica prende il nome di  Pavel Lazarienko, ovvero il primo ministro dell’Ucraina tramite cui Julia ha potuto far moltiplicare il proprio business. Insieme sono riusciti a gestire in modo esclusivo il gas trattato dalle imprese ucraine, riporta il volume. La società di intermediazione della Tymoshenko possedeva i contratti con società russe da cui acquistava il gas per rivenderlo maggiorato di quattro volte il prezzo iniziale, e ricevendo anche prodotti metallurgici di alta qualità. Ma quanti conoscono esattamente il motivo del suo arresto, della sua condanna e l'origine esatta delle sue ricchezze?

In occidente le immagini e le notizie veicolate riguardano per lo più la cosiddetta rivoluzione arancione, la prima vittoria di Janukovich, il colpo di Stato, il terzo turno di elezioni, la vittoria di Julia. Ma non gli interstizi dei rapporti personali, delle dinamiche intestine che esistono in quella fetta di Ucraina assai peculiare: un paese con immensi conglomerati industriali, dall'altissima caratteristica maschilista, dove per una donna è praticamente impossibile emergere e toccare con mano posti di potere e conti a sei cifre. Ma Julia è stata parte integrante di quello spaccato, una realtà appartenente allo spazio post sovietico degli anni novanta, che nel libro appare con un destino comune rispetto a molti altri oligarchi del Kazakistan o della Russia. Anche se un capitolo a parte meriterebbero ad esempio le agenzie di stampa, gli intrecci tra editoria, politica e imprese, la qualità di informazioni passate al di qua degli Urali su cui ancora troppo pochi sono gli approfondimenti.

Fonte: Il Giornale dell'1/12/13
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Cipro, perché i turchi aprono la caccia agli idrocarburi

Mentre numerosi conti della Bank of Cyprus nel Regno Unito, ritenuti ad alto rischio, stanno per essere chiusi, nella parte settentrionale dell’isola occupata dai militari turchi ecco arrivare la piattaforma petrolifera che apre la caccia al petrolio in quella porzione di Mediterraneo dove però la Turchia è di fatto fuori legge. Pochi giorni prima il presidente turco Erdogan aveva provocatoriamente detto che “Cipro non esiste” nel silenzio ambiguo della comunità internazionale. Ma il rischio è di “pestarsi” i piedi con sondaggi già attivi frutto dell’accordo tra Nicosia e Tel Aviv dello scorso anno.

APERTA LA CACCIA
Da Ankara è partita ufficialmente la caccia ai preziosi idrocarburi: è stata infatti inviata una piattaforma petrolifera al largo della costa settentrionale di Cipro che occupa dal 1974 ancora oggi con 50mila militari e dove ha autoproclamato la fantomatica Repubblica turco cipriota del Nord, non riconosciuta né dall’ONU né dalla Comunità internazionale, mentre la Repubblica di Cipro (a sud) è uno stato membro dell’Ue a tutti gli effetti. Secondo il quotidiano turco-ciprota Kibrisli la piattaforma “GSP Jupiter”, di proprietà della compagnia romena Sonnat Offshore, è giunta in località Kerynia dopo una serie di trivellazioni condotte in segreto nelle ultime settimane da un’altra nave. E adesso si prepara a cercare il petrolio.

OCCUPAZIONE TURCA
Cipro ha provveduto dallo scorso anno a formalizzare un pre accordo con Tel Aviv sullo sfruttamento dei giacimenti sottomarini presenti nelle sue acque sudorientali. Da più parti ci si chiede come possa oggi la Turchia pretendere diritti in un luogo di cui ufficialmente non è legittima proprietaria dal momento che l’ha occupata dal 1974. E ancora oggi la presidia con circa 50mila militari in loco, che nel corso degli ultimi quattro decenni hanno provveduto a far deperire il preziosissimo patrimonio artistico e culturale presente, con icone antecedenti l’anno mille, con cimiteri come quello di Termia devastati dai cingoli dei carri armati. E con Chiese bizantine, maronite ed ebraiche trasformate in caserme, stalle o bordelli come testimoniato dal volume di Charalampos Chotzakoglou, docente di Byzantine Art and Archaeology all’Hellenic Open University di Atene e al Museum of Kykkos Monastery di Cipro, “Monumenti religiosi nella parte di Cipro occupata dalla Turchia – Fatti e testimonianze di una continua distruzione”, tradotto anche in italiano.

CONVENZIONE MONTEGO BAY
L’intero comparto dello sfruttamento delle risorse minerali, quindi anche il controllo esclusivo su tutte le risorse economiche del suolo sottomarino antistante alle proprie coste, è disciplinato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, nota anche come Convenzione di Montego Bay. Risale al 1982 e prende il nome dalla località giamaicana dove fu sottoscritta. In vigore dal 1994, è stata applicata da ben duecento Paesi.

MODALITA’
La convenzione di Montego Bay disciplina l’estensione della sovranità territoriale degli Stati anche sulle acque marine antistanti alle loro coste, definendo contenuti e limiti di tale sovranità. In ragione di essa quindi la sovranità dello Stato può estendersi per massimo dodici miglia fino ad una zona di mare adiacente alla sua costa, il cosiddetto mare territoriale, su cui il singolo Stato esercita le proprie prerogative. Invece lo sfruttamento esclusivo di minerali, idrocarburi liquidi o gassosi, si estende su tutta la propria piattaforme continentale, intesa come il naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare negli abissi. Per cui lo Stato costiero è unico titolare del diritto di sfruttare tutte le risorse biologiche e minerali del suolo e del sottosuolo.

CONTRADDIZIONE
Il corto circuito di questa delicatissima faccenda è squisitamente geopolitico, ma prima ancora legislativo. Infatti l’ordinamento internazionale non permette a raggruppamenti di persone o territori di pretendere eguali diritti o di muovere analoghe pretese a quelli di Stati sovrani dinanzi alla comunità internazionale. Per cui anche l’autoproclamatasi Repubblica Turca di Cipro del Nord, a nome della quale il governo turco sostiene l’esistenza di un diritto sulle risorse a Cipro, non ha i titoli per avanzare pretese di sorta.

CASO BANK OF CYPRUS
Una situazione in cui, complice la crisi delle banche cipriote sfociate lo scorso mese di marzo con il prelievo forzoso sui conti, ha accentuato l’esigenza di individuare una pax tra le due fazioni, con al centro i preziosi idrocarburi appetiti da tutte le parti in causa. Sul fronte bancario è delle ultime 24 ore la notizia della chiusura di decine di conti designati come “ad alto rischio” della Banca di Cipro nel Regno Unito e di proprietà e politici e funzionari governativi provenienti da Cipro. L’annuncio è stato dato dal governatore della Banca Centrale cipriota, Panicos Demetriades, in occasione di un’interpellanza alla Camera del deputato dell’AKEL, Irini Charalampidou. Il Governatore della Banca Centrale ha confermato l’informazione, sottolineando che i conti ammonterebbero a un centinaio.

Fonte: Formiche del 3/12/13
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lunedì 25 novembre 2013

Si dice Grecia, si legge tagli

Come ovviare a un miliardo e mezzo di mancate entrate senza le quali la Grecia non otterrà l’ulteriore tranche di aiuti finanziari dalla troika?Quando mancano poche ore all’ultimo report dell’anno redatto dai creditori internazionali sullo stato di salute del “malato d’Europa”, dal caponegoziatore, Poul Thomsen, ecco la proposta del “metodo Ika”, dal nome del servizio sanitario nazionale ellenico: ovvero un’altra sforbiciata a pensioni e indennità di servizio, utile per fare un po’ di cassa (come anticipato da queste colonne) ma non certo per risolvere a monte la voragine finanziaria del Paese.

PENSIONI GIU’
Per pensioni superiori a 1000 euro ecco che si fa largo un taglio dell’8% dei contributi: lo Stato otterrà cento milioni di euro, una goccia nel mare del debito ellenico, ma toglierà ancora diritti pregressi conquistati con il versamento contributivo effettuato dai lavoratori nel corso degli anni. E dopo che gli stessi hanno già hanno subito una serie di tagli a pensioni, indennità e servizi nell’ultimo triennio. Un esempio: un lavoratore con 35 anni di contributi che avrebbe preso una pensione di 1.750 € in caso di applicazione del modello” IKA ne prenderà 1.475.

MEMORANDUM INFINITO
Che il memorandum imposto dalla troika alle disastrate finanze greche fosse “infinito” e non risolutivo del buco strutturale, era cosa nota già da tempo. Ma a raddoppiare inquietudini e interrogativi ci ha pensato lo stesso Thomsen che, in una lunga intervista al quotidiano Kathimerinì, prima elogia il governo ellenico che sta facendo di tutto (sulla pelle di cittadini e imprese) per riequilibrare i conti e poi fa un annuncio che ha dell’incredibile, dal momento che tutti (cancelliera Merkel in testa) lo avevano escluso: “La Grecia dovrà adottare nuove misure nel periodo 2014 – 2016”.

COMPITI A CASA
Il capo progetto del Fondo monetario internazionale per la Grecia insiste sui licenziamenti nel settore pubblico, forte del fatto che nel passato decennio il numero delle assunzioni è stato spropositato rispetto alle reali esigenze, senza contare il numero elevatissimo di municipalizzate, società dello stato, enti e uffici vari dislocati sui territori. E affonda il colpo sui grandi proprietari
che fino ad oggi rappresentano una buona parte di quel “bottino” di tasse non pagate. Per questo chiede al governo guidato dal conservatore Antonis Samaras e dal socialista Evangelos Venizelos di adottare misure per stimolarli a pagare. Anche se di fatto fino ad oggi si continua a pretendere altri sacrifici da dipendenti pubblici e privati, da pmi, da commercianti e imprenditori senza toccare chi nel corso degli anni ha contribuito non poco a provocare il quasi default, con finanziamenti europei elargiti a pioggia e senza i necessari controlli, con espropri milionari effettuati dallo Stato per costruire le autostrade, con sprechi diversificati: che oggi gravano sulle spalle dei soliti noti.

NUOVE TASSE
Annuncia che la strategia per il quadriennio 2014-2017 prevede la nuova tassa di proprietà su immobili, terreni e fabbricati, con un assurdo balzello (già in vigore da quest’anno) applicato sulle auto a metano. E certifica che sarà necessario ancora del tempo per risolvere i nodi strutturali, sia a livello tecnico che in termini di policy making. “Non posso prevedere esattamente quanto tempo ci vorrà per completare la valutazione, ma siamo determinati a lavorare urgentemente con il governo per finire il più presto possibile”.

BILANCIO
Fino ad oggi osserva che i risultati sul caso greco sono stati contrastanti: da un lato i progressi nei settori chiave quali le riforme del mercato del lavoro, ma persistono altre aree in cui i progressi sono insufficienti, come ad esempio gli sforzi per liberalizzare le professioni chiuse, che ridurranno i costi e i prezzi, solo annunciate nell’ultimo biennio. Molte professioni non sono state praticamente toccate, anzi, le note dolenti sono proprio nel settore giustizia (con l’aumento esponenziale delle tasse per sostenere una causa civile e penale), in quello della sicurezza (con stipendi bassissimi tra le forze dell’ordine mentre ad esempio i militari godono ancora di molti privilegi), degli appalti (fino al 2010 non esisteva un registro dei fornitori pubblici dello Stato e si procedeva per assegnazione diretta).

OCSE
L’OCSE ha individuato i vincoli in quattro settori chiave (tasse, turismo, prodotti alimentari, materiali da costruzione) e identificato più di 300 restrizioni che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di mantenere i prezzi di molti prodotti più alti rispetto alla maggior parte dei paesi europei. Colpa di una politica di importazione alle stelle, che nessun governo (né socialista né conservatore) ha inteso smorzare per prevedere invece una politica industriale votata alla produzione interna, dal momento che nel Paese si è arrivati all’assurdo di importare anche olio (dalla Spagna) e cotone (dalla Turchia): due prodotti presenti in Grecia sin dall’antichità.

HAIRCUT DEL DEBITO
Nelle scorse settimane era stato il Fondo Monetario Internazionale a caldeggiare per la Grecia un haircut del debito, consapevole (sin dal dicembre scorso) che i numeri proposti dal memorandum della troika non coincidevano con gli obiettivi di bilancio e che la Grecia non sarebbe riuscita a raggiungere le percentuali di abbattimento del debito così come immaginato dai tecnici di Bruxelles. A tal proposito Thomsen osserva diplomaticamente che “esiste un progetto convenuto l’anno scorso dall’Eurogruppo per ridurre il debito della Grecia, con la prima rata a metà del 2014, ma a condizione che la Grecia rimanga nella giusta direzione con il suo programma economico, ci aspettiamo che sia l’Eurogruppo a riaffermare questo contesto”.

NEL PAESE
Nel frattempo il Paese arranca: il ceto medio sta scivolando verso sacche di indigenza come dimostrano migliaia di condomini che rinunciano all’approvigionamento del combustibile per il riscaldamento, l’aumento esponenziale dei caminetti nuovamente accesi in città e villaggi (con l’aumento dell’inquinamento), la ridotta circolazione automobilistica per via della benzina verde a due euro, l’allarme sanitario con cittadini che rinunciano alle visite specialistiche evitando di fare prevenzione, i casi segnalati dalle organizzazioni mediche di bambini che vanno a scuola denutriti. Mentre le privatizzazioni hanno sempre più il sapore di svendite di Stato (o regali agli amici, come osserva più di un commentatore): basti pensare al miliardario Melissanidis, fresco proprietario del Totocalcio ellenico (l’Opap) come unico partecipante all’asta, che qualche giorno dopo l’acquisizione ha ospitato sul suo jet privato il Presidente del Taiped, l’Ente Nazionale per le Privatizzazioni creato per volontà della troika. E che, immortalato dalla hostess di bordo in uno scatto poi finito su facebook, si è dovuto dimettere. Ma senza invalidare quella dismissione.

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venerdì 8 novembre 2013

Grecia, la polizia sgombera la tv pubblica occupata: scontri e lacrimogeni

Altro colpo inferto alla democrazia greca: alle 5 di questa mattina i nuclei antisommossa Mat hanno fatto irruzione nella sede della storica televisione greca Ert, dove dallo scorso giugno erano asserragliati gli ultimi giornalisti che si opponevano alla chiusura della tv pubblica imposta da governo e troika: unico caso europeo di “silenzio” radiotelevisivo dell’organo di informazione dello Stato. Ufficialmente per consentire alla nuova rete Nerit di iniziare a trasmettere, ma di fatto per silenziare l’unico megafono che ha continuano a dare conto di memorandum inefficaci e insipienza del governo delle larghe intese.

Oltre 10 camion di poliziotti in tenuta antisommossa hanno circondato all’alba l’esterno dell’edificio di Agia Paraskevi. Dalle frequenze di Radiomegaro, il giornalista in onda in quel momento ha continuano a trasmettere la consueta striscia di informazione in streaming, ma è stato interrotto dagli agenti che gli hanno intimato di chiudere e di uscire dallo studio. Attimi di tensione che hanno fatto tornare alla mente i giorni della rivolta del Politecnico contro i Colonnelli, con la scure della dittatura sugli organi di informazione. Secondo le prime ricostruzioni il procuratore ha concluso il suo intervento di sequestro e sgombero poco dopo le 8,30. Subito dal sito dell’emittente è stato diffuso un messaggio al popolo greco, invitandolo a recarsi al più presto alla sede di Ert “per difendere la voce della Repubblica”. 

Ci sono stati anche degli scontri tra forze dell’ordine e oppositori, con il lancio di lacrimogeni da parte dei Mat, il nucleo di militari antisommossa utilizzato solitamente per azioni di antiterrorismo o a protezione dei Capi di Stato in visita in Grecia. Quattro persone sono state fermate e poi rilasciate. Scioccante la dichiarazione del ministro dell’informazione Pantelis Kapsis, che ai microfoni di Skai.gr rivendica una non conoscenza dell’intervento armato della polizia e che per questo non commenta i fatti. Immediatamente al di fuori della sede di Ert si sono riuniti alcuni parlamentari dell’opposizione del Syriza (Dimitris Papadimoulis, Nadia Valavanis, Nikos Voutsis e Dimitris Stratoulis) denunciando come il procuratore intervenuto si sia rifiutato di informarli su cosa stesse accedendo all’interno della struttura.

Nel pomeriggio il Workers Resistance Meeting ha organizzato un raduno di massa previsto ad Agia Paraskevi per protestare contro l’invasione della polizia all’interno di una radio pubblica. In un comunicato l’organizzazione osserva sdegnata che “il tema è già entrato nelle agende delle organizzazioni sindacali e decisioni forti sono attese nelle prossime ore”. Addirittura il presidente del sindacato Poesy George Savvides denuncia che questo increscioso episodio avviene a dieci giorni dalla commemorazione del 17 novembre, data della rivolta studentesca del 1973 contro il regime dei colonnelli: “Un intervento antidemocratico”. E aggiunge: “Il governo ha deciso di fare una simile invasione nel tempio della democrazia e dei media. Tali intrusioni della polizia nelle aree di libero giornalismo, si verificano solo in periodi di distrazione o di grandi cambiamenti. Questo è il caso per tutti i greci”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 7/11/13
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martedì 5 novembre 2013

Grecia, attentato contro Alba dorata: sospetti su servizi deviati e anarchici

“Non vogliamo nessun politico” ai funerali dei due ragazzi uccisi. Così Lambros, il padre di Iorgos Fountulis, chiede il silenzio della politica in occasione dell’ultimo saluto al giovane freddato venerdì sera dinanzi alla sede ateniese di Alba dorata assieme a un suo compagno da una semiautomatica Zastava (e non da una mitraglietta Skorpion, come si pensava in un primo momento). Non intende la famiglia recitare la parte di chi attende giustizia, perché sa già che non ci sarà. La nuova strategia della tensione che in Grecia ha avuto inizio con l’omicidio del 34enne rapper Pavlos Fyssas quaranta giorni fa potrebbe non essere casuale. Dai primi rilievi degli inquirenti è emerso subito che a sparare sono stati due professionisti, freddi e determinati a portare a termine il lavoro. Sembrerebbero quindi esclusi dai sospetti anarchici “killer improvvisati”.

Non sono poche le penne che in questi giorni hanno fatto trapelare la possibilità che una delle piste sia anche quella dei servizi deviati o di una strategia della tensione per accendere ulteriormente gli animi in un contesto già sufficientemente terremotato dalla crisi, con la troika attesa nuovamente oggi ad Atene che chiede 2 miliardi di nuove tasse oltre ad altri cinquemila licenziamenti nel pubblico impiego entro Natale: pena la non concessione della nuova maxi rata di prestiti. Insomma, un film già visto, a cadenza trimestrale, dal 2010 a oggi ma con la novità rappresentata proprio dalla destabilizzazione degli estremi a pungolare la politica.

Alcuni investigatori sono propensi a ritenere che l’agguato mortale di venerdì scorso sia da ricondurre alla Setta rivoluzionaria, una compagine anarchica che era stata indicata come responsabile dell’omicidio dell’inchiestista Sokratis Giolias, freddato dinanzi alla porta di casa nel dicembre del 2010 ufficialmente per i suoi post sul fenomeno anarchico nel Paese. Erano i giorni in cui si ricordava il secondo anniversario dell’omicidio del 15enne Alexis Grigoropoulos , morto durante un inseguimento con la polizia il 6 dicembre del 2008: in quei giorni la prima ondata di protesta si era diffusa per le strade di tutte le città del Paese, con una vera e propria guerriglia urbana ad Atene nell’ormai famosa piazza Syntagma, dove qualche anno dopo sarebbero stati i pensionati e i semplici cittadini, vessati dalla crisi, a protestare con il lancio di yogurt contro la sede della Camera dei deputati. Come dire che non ci voleva poi molto ad infiammare ulteriormente un tessuto sociale già provato da un triennio di memorandum, con la povertà galoppante che rosicchia percentuali ogni sei mesi alla classe media, con l’emergenza sanitaria rappresentata dal pesante passivo del Servizio Sanitario Nazionale, con i medici della mutua “costretti” a visitare anche duecento pazienti al giorno per via dei tagli che sono stati fatti dal governo praticamente in ogni settore, anche in quelli nevralgici come la sanità o il welfare.

Intanto da fonti giudiziarie si apprende che ben tre sono le telecamere che hanno ripreso integralmente l’agguato, sotto gli occhi di sette testimoni oculari che sono in queste ore sotto interrogatorio. La moto utilizzata per il blitz, ritrovata poche ore dopo nella zona dell’aeroporto ateniese a Markopoulos, presenta tracce di dna che la scientifica sta analizzando. Mentre le indagini proseguono, il signor Lambros affida a facebook il proprio sdegno e dice di non volere che l’asfalto della città sia innaffiato con il sangue. Per questo la famiglia del giovane ucciso non vuole la presenza di alcun politico, non vuole corone né fiori. Se qualcuno intende compiere un gesto, osserva, “all’ingresso della chiesa c’è una scatola dove chi vuole può fare un’offerta” per una fondazione di beneficenza. In precedenza, intervistato dall’emittente Ant1, il padre del giovane si era chiesto: “Cosa hanno risolto? Hanno sconfitto il fascismo? Hanno sconfitto Alba dorata? No, hanno solo ucciso il nostro bambino”.


Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4/11/13
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giovedì 31 ottobre 2013

Atene, pazienti ammassati in ospedale. Ue indaga sui memorandum della troika

Immagini da terzo mondo stanno facendo il giro della rete, con il più grande ospedale della Grecia, l’Evanghelismos di Atene, protagonista di una foto diffusa dell’ordine dei Medici in cui sono ritratti pazienti ammassati come sardine “in attesa di una tac, perché il prezioso strumento diagnostico era guasto”, si giustificano dal ministero. Mentre malati e parti sociali parlano di sanità pubblica ormai allo sbando, con la possibilità di curarsi affidata solo ai ricchi visto che il Servizio Sanitario Nazionale annega tra debiti milionari e tagli ai finanziamenti. La foto ha fatto scalpore sulla stampa greca a fronte del dibattito televisivo che ha avuto come protagonista il ministro della salute Adonis Georghiadis, autore nei mesi scorsi di una proposta di riforma delle strutture sanitarie che ha fatto molto discutere. Quattro i nosocomi nella capital che dovrebbero chiudere, con i conseguenti licenziamenti. Da un lato alcuni commentatori sostengono che la decisione è niente altro che la mossa disperata del governo, inchiodato dalla troika nel reperire lavoratori da licenziare entro dicembre; dall’altro il ministro si difende adducendo l’esigenza di una riforma ampia e articolata del settore.

I medici e i sindacati protestano perché quegli ospedali servono l’intera area metropolitana ateniese, al cui interno vive la metà esatta della popolazione greca. Se l’esecutivo vuol risparmiare, dicono, vada a “verificare gli accordi con le strutture private oppure pensi agli ospedali in periferia”. Georghiadis tra l’altro è uno dei politici presenti all’interno della lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che sembrano quasi scomparsi dalle cronache politiche, mentre in altri Paesi, come ad esempio l’Irlanda, il medesimo elenco è stato “messo a frutto”, con denaro recuperato e tasse imposte agli evasori. Ad oggi si sa che il ministero della Salute, tallonato dalla troika, intende mettere i sigilli ai quattro ospedali della capitale senza dire cosa si farà un attimo dopo. Qualcuno inizia a sospettare di mega accordi con le cliniche private, alcune delle quali (s)vendute a gruppi esteri anche per il tramite dei magnati presenti nella lista. 

Intanto proprio la troika torna prepotentemente di attualità, non solo perché attesa a breve ad Atene per il consueto report propedeutico ai nuovi prestiti, quanto perché a seguito di una decisione della Commissione Finanze del Parlamento europeo, verranno esaminate le azioni per l’applicazione dei memorandum nei paesi Piigs che hanno portato incessanti pressioni sui governi degli stati senza, in molti casi, i risultati attesi in Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo. Il comitato di selezione del Parlamento europeo indagherà sulle potenziali responsabilità per i danni prodotti dai memorandum.

Di questo è stato incaricato il Vice-Presidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo Otmar Karas, che assumerà la carica di relatore del cosiddetto “Troika-Control” che sarà inaugurato il prossimo 14 novembre. Si tratta di un lavoro investigativo, sottolinea, fermo restando che la “valutazione non deve necessariamente portare ad una condanna”. Ma da fonti Ue si capisce che questo focus sarà incentrato sulle possibili carenze (manageriali e politiche) della troika, un passaggio che in verità aveva già provveduto a sottolineare un anno fa il Fondo Monetario Internazionale, insoddisfatto di come il triumvirato dei creditori aveva gestito il caso greco e che tra l’altro era stata l’anticamera del metodo Cipro utilizzato nell’isola pochi mesi dopo. Quasi per certificare come controbilanciare il pericolo di un altro stato fuori controllo.

Il lavoro di indagine dovrebbe essere completato nei primi mesi del 2014, in tempo utile per l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee, al fine di non essere strumentalizzato dai populisti antieuro. Da un documento datato 22 ottobre si apprende che una prima audizione parlamentare si svolgerà il 5 novembre, così come una serie di visite esplorative alle banche centrali e ai ministeri delle finanze dei quattro paesi colpiti di crisi (Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda). L’obiettivo è inscenare una sorta di processo alle disfunzioni della troika per riequilibrare la legittimità democratica. Basterà?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 30/10/13
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lunedì 28 ottobre 2013

Georgia, vince Margvelashvili. Un paravento dell’oligarca Ivanishvili?

Un nuovo presidente, con la faccia pulita, senza esperienze in politica per gestire la transizione georgiana ma con alle spalle i rubli di chi, grazie a Vladimir Putin, è diventato miliardario con le privatizzazioni russe? E’ una delle ipotesi che immediatamente ha iniziato a circolare dopo le elezioni presidenziali in Georgia. Era visto come il beniamino dell’Occidente, il volto delle riforme che aveva rotto le catene di un ex stato satellite sovietico. Sotto la presidenza di Mikheil Saakashvili la Georgia aveva fatto passi da gigante per smarcarsi dai veti della Russia di Putin.

Eppure alle elezioni quella strategia pro Stati Uniti è stata sconfitta dalla verve di Giorgi Margvelashvili, filosofo ed ex rettore universitario poco noto al grande pubblico, che si è aggiudicato le politiche al primo turno con circa il 60% dei consensi, sconfiggendo David Bakradze, candidato del presidente uscente. Per ben due volte rettore dell’Istituto georgiano degli affari pubblici (dal 2000 al 2006 e di nuovo dal 2010 al 2012) non appartiene ufficialmente ad alcun partito politico. Ma lo scorso anno divenne membro del gabinetto di Bidzina Ivanishvili come ministro dell’Istruzione e della scienza e lo scorso febbraio vice primo ministro. Alla vigilia delle elezioni aveva annunciato che in caso di ballottaggio si sarebbe ritirato dalla competizione: così non è stato, perché premiato dal 62% dei voti contro il 21% di Bakradze, ex presidente del parlamento del presidente uscente Saakashvili e contro il 10% di Nino Burjanadze.

Nessuno degli altri 20 candidati ha ricevuto più del cinque per cento dei voti, solo quarto il populista leader del partito laburista Shalva Natelashvili, con il 2 per cento. La stragrande maggioranza degli elettori georgiani sembra però aver preso in parola l’avvertimento del primo ministro uscente, il miliardario Ivanishvili, che (come ha detto pubblicamente prima dell’apertura delle urne) avrebbe considerato alla stregua di un insulto il rendimento inferiore al 60% per Margvelashvili. E infatti su 87 seggi elettorali, solo 30 hanno accusato un rendimento inferiore al 60 per cento per il candidato del partito Sogno georgiano. Il nuovo leader politico, che giurerà il prossimo 17 novembre, “sarà solo un presidente debole con uno sfondo politico debole” ha commentato Helen Khoshtaria, un analista politico indipendente molto ascoltato in Georgia.

Il riferimento è non solo al fatto che Margvelashvili pur essendo stato un commentatore, non abbia alcuna esperienza politica diretta, quanto al fatto che la sua padronanza del russo e del francese nulla potranno contro una modifica costituzionale che riduce i poteri del presidente in favore dell’assemblea parlamentare. Margvelashvili infatti sarà capo di stato e comandante in capo delle forze armate, ma gli emendamenti costituzionali verranno controbilanciati dal parlamento: un passo destinato a fare della Georgia una democrazia parlamentare completa, come osservava lo stesso presidente nel corso della campagna elettorale. Ma che secondo alcuni commentatori sarebbe la prima causa del disimpegno ufficiale da parte del primo ministro uscente che resterebbe nell’ombra e con nel cassetto già pronte le modifiche a questa revisione costituzionale che toglie rapidità decisionale al Presidente.

Ma dove inizia il nuovo corso georgiano? Lo scorso ottobre Mikhail Saakashvili uscì sconfitto dalle elezioni che di fatto misero la parola fine alla Rivoluzione delle rose di nove anni fa. Il “Sogno georgiano” del miliardario Bidzhina Ivanishvili, accusato di essere “la mano di Mosca”, sconfisse il “Movimento nazionale unito” del presidente sia nello scrutinio proporzionale che in quello maggioritario. Ivanishvili, 185mo uomo più ricco del pianeta e primo nel suo Paese, secondo Forbes ha un patrimonio stimato di 5,5, miliardi di dollari, ed è da sempre considerato il braccio armato di Mosca a Tbilisi. Ha realizzato significativi business durante il periodo delle privatizzazioni post-sovietiche in Russia in campo bancario e metallurgico. Dopo la rivoluzione delle Rose (2003-2004), Ivanishvili ha abbandonato la Russia ed è tornato a vivere in Georgia nel suo borgo natale, Chorvila.

Si è guadagnato i titoli dei maggiori quotidiani occidentali per la sua passione di collezionista, aggiudicandosi il “Dora Maar au Chat” di Pablo Picasso a un’asta di Sotheby’s nel 2007 per 95 milioni di dollari. Un particolare significativo riguarda la sua partnership finanziaria con Vitaly Malkin, oligarga israelorusso con un patrimonio di un miliardo di dollari. Nel 2009 il governo canadese lo ha accusato di coinvolgimento in un presunto riciclaggio internazionale di armi e denaro. Tra l’altro all’inizio di quest’anno il blogger russo anti corruzione, Alexey Navalny, ha pubblicato sul suo blog i documenti comprovanti il fatto che Malkin ha omesso di dichiarare la proprietà di 111 condomini in Canada e che ha un passaporto israeliano. Passaggio che lo ha costretto alle dimissioni dal Consiglio della Federazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28/10/13
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martedì 22 ottobre 2013

Grecia, braccio di ferro con la Troika su necessità nuove misure di austerity

L’impressione è che questa volta non sia come le altre, quando le fibrillazioni tra governo di Atene e Troika si erano risolte con un “obbedisco” pronunciato ai desiderata di Ue, Fmi e Bce. Perché i sondaggi danno i partiti al governo, conservatori di Nea Dimokratia e socialisti del Pasok, in seconda fila rispetto alla sinistra del Siryza e ai nazisti di Alba dorata. Ma soprattutto si registra il forte malumore di cittadini e parti sociali rispetto alle considerazioni tecniche fatte dalla Troika.

Ieri ci sarebbe stato un altro scontro tra i rappresentanti dei creditori internazionali e il ministro delle Finanze greco, Iannis Stournaras, dato addirittura a rischio-dimissioni, su come proseguire nel memorandum imposto alla Grecia, uno snodo su cui non poco pesano le riserve su cui il Fondo monetario internazionale nelle ultime settimane non ha fatto mancare il necessario riverbero mediatico. Tre i fronti aperti dei negoziati: l’esigenza improvvisa (ma sussurrata da almeno un anno) di prendere ulteriori misure fiscali da 2 miliardi di euro nel 2014; l’eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio; la non esecuzione della decisione di scadenza differita delle obbligazioni detenute dall’Eurozona in grado di coprire una parte del fabbisogno di finanziamento per il prossimo anno. Non proprio tre questioni di secondo piano.

Con la conseguenza di ampliare le distanze tra Washington, Berlino e Atene. Il rischio per il Paese è che vi sia il quarto taglio a stipendi e pensioni, il tfr concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione oltre a nuove tasse per rientrare da quel mancato incasso. Con i sindacati pronti a fare le barricate (possibile sciopero generale per fine ottobre) e con i disordini sociali nuovamente in agguato. Il governo di Samaras è alla disperata ricerca di una soluzione rapida in grado di migliorare sia le ipotesi economiche (al centro del vertice bilaterale della scorsa settimana a Washington tra premier e Christine Lagarde) sia i timori degli altri governi della zona euro. Questi ultimi temono che l’assistenza per la Grecia per ridurre il suo debito sia, alla fine della fiera, interpretata come la certificazione del fallimento del programma greco e in ultima analisi, essere foriera di propellente per i partiti anti-Ue.

Non è un caso che il numero uno dell’Euro working group, Thomas Vizer, sia giunto ieri ad Atene proprio 24 ore dopo l’Eurogruppo e solo pochi giorni prima del ritorno della Troika. Vizer potrebbe “colmare” le differenze tra le due parti, auspicano fonti del governo, dal momento che la task force ministeriale e la Troika sono divise da circa 3,2 miliardi di euro nel triennio 2014-2016. Scendendo nel dettaglio al fine di raggiungere l’avanzo primario mirato di 2,8 miliardi di euro alla fine del prossimo anno, così come da richiesta, i dirigenti della Troika dicono di aver bisogno di misure supplementari per un importo di 2 miliardi di euro, mentre la parte greca si “limita” a 500 milioni di euro. Come uscirne? Uno scenario al quale si affianca la consueta onda disordinata di notizie e commenti nel Paese.

Per dirne una, solo quest’anno il comune di Atene ha commissionato la prima indagine interna (condotta dal Servizio sociale del Centro di accoglienza e solidarietà Kyada) su povertà ed esclusione sociale a tre anni dall’inizio della crisi, dopo che fino ad oggi se ne erano occupati solo gli organismi internazionali. Ebbene risulta che su una popolazione complessiva di 2 milioni di cittadini nella sola capitale, che si estendono a 5 milioni nell’intera area metropolitana ateniese, 20mila sono i poveri assoluti. In particolare, 1.667 assistiti per i pasti, 480 senzatetto e 774 famiglie beneficiarie del Sos sociale. A cui vanno sommati i circa 2.500 suicidi da crisi.

E il settimanale tedesco Spiegel dà conto della grottesca vicenda della madre del ministro delle Finanze Stournaras, che secondo il figlio vivrebbe con una pensione da 500 euro mensili e a cui alcuni cittadini indignati hanno inviato un pacco-alimenti con la scritta “per la mummia Stournaras”. Perché, rivendicano, “in Grecia alcuni pensionati vivono con 300 euro al mese, proprio grazie alle misure avallate da Stournaras e dalla Troika”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/10/13
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Merkel, pressioni su Atene: rinunci ai danni di guerra

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.

Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi). 

Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum. Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione. Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. 

Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine). Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

Fonte: Il Giornale del 22/10/13
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