giovedì 31 maggio 2012

Se a chiudere sono le frontiere del buon senso...


E l’Austria chiuse le frontiere (o almeno vorrebbe). Se la Grecia dovesse entrare in stato di emergenza e quindi fare un passo indietro dall’eurozona, scrive il quotidiano austriaco Standard, l’Ue potrebbe reintrodurre i controlli alle frontiere. Compiendo di fatto un passo indietro di 50 anni, mortificando il senso più intimo del concetto di Unione e facendo crollare l’intera infrastruttura comunitaria, mettendo in dubbio anche la semplice libera circolazione. Secondo il quotidiano viennese il Consiglio europeo avrebbe già discusso la possibilità di chiudere le frontiere e scrive che «tutti i paesi membri sono preparati a questa opzione e se in Grecia regnerà il caos enormi quantità di denaro potrebbero essere trasferite illegalmente al di fuori del paese, con un forte aumento della criminalità». 

E ancora: «La chiusura formale delle frontiere non rappresenterebbe un problema, a differenza della possibile uscita di Atene dalla zona euro, che non prevista nei trattati dell’Ue. Ci sono regole chiare nel trattato di Schengen che permettono questa misura». Ma al di là di regole e protocolli, ciò che manca al continente al momento è una massiccia dose di buon senso, anche nei mezzi di informazione che con analisi sensazionalistiche spesso sollevano più polvere di quanta ve ne sia realmente. Frontiere aperte dunque, e non solo tra gli stati. Ma soprattutto tra i neuroni.

Fonte: il futurista quotidiano del 31/5/2012
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mercoledì 30 maggio 2012

"Siamo tutti greci, ebrei, rom"


Il risveglio dei popoli d ’ E u r o p a prima della nascita di mo­vimenti che potrebbero pregiudicarne la prose­cuzione. L’appello è contenuto in una lettera aperta pubblicata da intellet­tuali e politici europei su Le Monde, in cui si fa riferimento anche al movi­mento greco di Alba dorata, che alle scor­se elezioni elleniche ha raccolto il 7% e per la prima volta dopo 40anni ha fatto il suo ingresso in parlamento. Nella missiva la si epiteta come «ere­de dell’ideologia nazista tedesca che ha portato l’Europa e il mondo nel caos e con spargimento di sangue». La Grecia non è l’unico paese che vi­vendo una rinascita dell’ideologia na­zista, si legge, in Lettonia, quest’an­no per la prima volta il Presidente della Repubblica ha tenuto la sua an­nuale parata di veterani delle Waffen SS, nonostante le proteste. In Austria l’estrema destra è data in pole posi­tion dai sondaggi per le prossime ele­zioni. E in Ungheria si registra il par­tito della “Guardia ungherese”. 

Gli intellettuali annotano che la rinascita di contenitori neonazisti e di matrice xenofoba è dovuta all’attacco siste­matico all’idea del lavoro: «Il cuore di questa strategia è quello di nascon­dere la retorica sulle disuguaglianze di genere dietro la maschera cultura­le di anti-islamizzazione d’Europa». La crisi economica e sociale favorisce la ricerca di capri espiatori oltre alla paura della caduta del continente. In tale contesto la strategia delle destre si è dimostrata allarmante, per que­sto, continuano in una sorta di ap­pello unificato «di fronte a questa si­tuazione espressa anche dai membri eletti nel Parlamento greco, noi affer­miamo la nostra solidarietà: Siamo tutti greci ed ebrei! Non vogliamo che in Grecia, o altrove in Europa, gli ebrei, gli immigrati, i musulmani, i rom o neri possano temere per la propria vita». La lettera è firmata, tra gli altri da Anthony Gkintens, Dario Fo, Amos Gitai, Bernard Kouchner, Bernard Henri Levy, Oliviero Toscani

Fonte: il futurista quotidiano del 30/5/2012
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Cipro, sì al cambiamento ma niente amnistia


Ha scritto Brecht che "chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un malfattore". La parola magica, sempre più alla moda ma altrettanto ignorata nella liquida postmodernità, è cambiamento. Ovvero quel movimento tellurico che stravolge uno status quo, fino a modificarne diametralmente posizioni, prospettive e dinamiche. E per una serie di ragioni, di opportunità e di merito. Ma la politica internazionale segue spesso altre logiche, dove le diatribe e gli squilibri sociali, causa anche di violenze e sopraffazioni, hanno il comun denominatore di interessi e mosse di geopolitica, vera anima di una partita a scacchi giocata su due o più fronti.
 
Cipro si appresta ad assumere la presidenza di turno dell'Ue in un clima surreale. Con la Turchia che minaccia l'Unione e lo stesso stato membro di repressioni in termini di interruzione di accordi, arrivando anche a invitare le società che attualmente sono impegnate nell'attuazione degli accordi israelociprioti per lo sfruttamento delle risorse minerarie nell'Egeo, a non avere rapporti con Cipro: pena l'estromissione da futuri appalti da Ankara.
 
In questa direzione va letto l'auspicio del presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, sulla questione. Che sul proprio profilo di twitter ha invitato proprio al cambiamento, definendolo "l'unica strada percorribile, se vogliamo costruire il nostro futuro, dobbiamo accettare il cambiamento. Questo vale per tutti i paesi dell'Ue"». Come dire che ognuno faccia le proprie valutazioni e poi tragga le dovute conclusioni. Cipro è divisa dal luglio del 1974 quando, in risposta a un fallito colpo di stato greco, truppe turche la invasero. E cogliendo quell'occasione per trasformare un'allocazione temporanea, in una vera e propria occupazione militare come dimostra la presenza nella cosiddetta Katekomena di 50mila militari turchi. La parte settentrionale è stata denominata Repubblica turco cipriota del nord, autoproclamata da Ankara e non riconosciuta né dall'Onu né dall'Ue. Di contro a sud la Repubblica di Cipro è membro effettivo dell'Ue.
 
In questi giorni di aspri incroci di lame diplomatiche, c'è da registrare anche la posizione del presidente del parlamento europeo Schulz. Che ha criticato la Turchia proprio per aver minacciato di congelare i rapporti con l'Unione europea. "Io critico questa cosa - ha dichiarato ad Ankara in occasione di una visita ufficiale- Non è possibile. Prendo nota che uno stato candidato (all'adesione) dice che non farà negoziati durante la presidenza di uno stato membro dell'Unione europea". Poi ha invitato lo stato turco a fare di tutto affinché la nuova Costituzione di Ankara rispetti i diritti fondamentali e ha osservato: "La Turchia deve riconoscere la realtà: la Repubblica di Cipro è un paese membro dell'Ue".
 
E' in quella sede infatti che il governo cipriota sta rivolgendo un'altra battaglia, relativa alla memoria storica. Fosse comuni su cui nessuno più veglia, ostacoli burocratici alle esumazioni, violenze e uccisioni a freddo durante l'invasione turca di Cipro nel luglio del 1974: questo e altro è contenuto in un promemoria che il governo di Cipro ha inviato a Strasburgo. Ci sono testimonianze scioccanti da parte di veterani turchi che hanno preso parte a quelle azioni militari. Il governo cipriota ha raccolto tali testimonianze auspicando che vengano aperti e resi pubblici i file dell'esercito turco e invitando i suddetti testimoni al Consiglio d'Europa.
 
Tra le altre c'è quella di un colonnello della fanteria turcain pensione, che descrive la scena dell'esecuzione di cittadini inermi in un'abitazione greco-cipriota nel villaggio di Sysklito: in cui fecero irruzione un ufficiale di artiglieria, con due commando freddando 13 greco-ciprioti che erano seduti in salotto e decapitandone un altro vicino alla porta.
Ma non è tutto. Perché non c'è solo in ballo il riconoscimento di fatti e atteggiamenti di un passato sanguinoso e da cui gronda ancora sangue, ma la sensazione dominante di una partita che coinvolge anche altre fattori non proprio secondari. Come ad esempio la zona sottomarina nelle acque cipriote dove un accordo stretto tra Nicosia e Tel Aviv prevede a breve termine lo sfruttamento delle risorse. Con già la reazione minacciosa da parte di Ankara. Come se accordi internazionali e diritti di uno stato sovrano fossero dettagli trascurabili.
 
Fonte: Formiche del 29/5/2012
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venerdì 25 maggio 2012

“Merkozy”? No, “MontHollande” Dalla crisi si esce con gli eurobond

 Ogni stato strutturi un piano in caso di uscita dall’eurozona di Atene. Ma cosa significa? Il richiamo (o il consiglio) di Bruxelles agli stati membri è già una contraddizione nei fatti e nella sostanza. Perché se di piano di emergenza bisogna parlare, allora esso dovrebbe essere di matrice europea, comunitaria, non ad appannaggio dei singoli stati: altrimenti che unione è? Difronte alle eventualità di un’eurozona senza Grecia, che hanno prodotto una miriade di indiscrezioni sul “Piano B” per salvare gli altri stati Pigs, l’unica certezza al momento sembra essere il nuovo asse Roma-Parigi che sembra cementificarsi, con l’obiettivo (questo sì comune) di una politica che coniughi un rigore non dogmatico ma di buon senso a politiche di crescita mirate. Anche con il sostegno di quegli strumenti fino ad oggi sottovalutati o copiosamente messi da parte. Il riferimento, e non potrebbe essere diversamente, è agli eurobond. Che registrano l’apertura della nuova coppia europea “MontHollande”, di contro all’ostracismo testardo della cancelliera Merkel che, rimasta “orfana” del compagno Sarkozy, deve fare i noti anche con l’opposizione interna al suo partito, che la invita a fare un passo indietro. Non potrebbe che leggersi in questa direzione anche il nervosismo a palazzo del Reichstag. Il viceministro delle finanze Steffen Kampeter ha infatti rilevato che gli eurobond sono la ricetta sbagliata, riducendo una questione delicatissima ad una battuta “pro frau Ange¬la” e senza entrare nel merito. 

Quando invece l’emissione co¬mune di titoli europei potrebbe avere l’effetto di impedire la cosiddetta desertificazione economica, un primo rilevante risultato in un momento in cui non si può andare molto per il sottile, con bizantinismi e proiezione dei solini dell’eco¬nomia che non hanno previsto il disastro attuale. L’Unione si trova a dover affrontare un panorama diversificato, con valute nei fatti differenziate ma accomunate dal conio dell’euro. Una contingenza disomogenea come dimostra l’esempio semplificativo dell’acquisto di un litro di latte: diverso a Monaco, a Napoli e ad Atene per quantità acquistata e per singolo potere di acquisto.
Quando il risultato del vertice dei 27 è lo slogan “la Grecia resti nell’euro”, ma nei fatti si ostacola un accordo sugli eurobond, si commette un doppio errore: si tenta da un lato di tranquillizzare i mercati sempre più nervosi per scenari inimmaginabili sino a qualche anno fa (solo l’ex ministro Padoa Schioppa l’aveva preventivato nel pamphlet La veduta corta) ma dall’altro si sceglie di non fare squadra per affrontare un’emergenza di tutti e non solo di un singolo paese, seppure con deficienze strutturali interne macroscopiche. Lo rileva Oscar Giannino su Panorama che se l’Ellade deciderà di uscite dall’eurozona, Francia e Italia dovranno essere pronte a tutto. Anche a lasciare la Germania sola nella sua testardaggine.
Intanto il Financial Times pubblica un’indiscrezione secondo cui la Bce aiuterebbe segretamente le banche greche. Non c’è stato alcun annuncio ufficiale, si legge sulla versione online dell’organo di informazione economica, «nessun termine o condizione sono stati divulgati, ma il sistema bancario della Grecia è stato sostenuto da circa 100 miliardi di euro con liquidità di emergenza fornito alla banca centrale del paese, segretamente approvato dalla Bce a Francoforte. Se la Grecia dovesse lasciare la zona euro, la causa immediata potrebbe essere una decisione della Bce di staccare la spina». Rivelazioni scioccanti, che terrorizzano i cittadini: un dato che, se corrispondesse al vero, dimostrerebbe che non vi è nessun rischio di espulsione della Grecia dall’eurozona. Il Financial Times sostiene che il sistema bancario sta esponendo cittadini greci ed europei a uno gioco sporco con una volgare disinformazione e intimidazione.

Fonte: il futurista quotidiano del 25/5/2012
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giovedì 24 maggio 2012

Cos'è successo (e cosa potrebbe succedere) a Patrasso


Prima o poi sarebbe successo. Da ingenui pensare che un bubbone di queste proporzioni non sarebbe esploso con tutte le conseguenze sociali e politiche del caso. La Grecia trabocca di immigrati, la maggior parte dei quali in condizioni disumane. Afghani, nordafricani, thailandesi, coreani, cinesi. E i cittadini si ribellano, con la politica estrema che cavalca l'onda della protesta per iniettare il veleno della xenofobia e del razzismo in un tessuto sociale già gravato da contingenze note a tutti. Succede nella Grecia del quasi default che, oltre alle criticità finanziarie che stanno mettendo in pericolo la sua permanenza nell'eurozona, che stanno terremotando le borse e i mercati sempre più nervosi, e che hanno causato 251 suicidi nell'ultimo biennio, vede spuntare all'orizzonte l'Alba dorata dell'intolleranza sociale. Non solo il vento di Marine Le Pen si è pericolosamente mescolato al meltèmi ellenico, ma ha prodotto quella scintilla che incendia le coscienze e gli animi dei cittadini. E il partito nazionalista di Chrisì Avghì, per la prima volta dopo 40 anni in parlamento, ne "approfitta".
 
Tre giorni fa nella città portuale di Patrasso, principale collegamento marittimo con l'Italia, un greco è stato accoltellato da tre afghani. L'episodio ha rappresentato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro una situazione difficile che le istituzioni non hanno saputo gestire adeguatamente. Infatti nelle vicinanze del porto gli extracomunitari (a migliaia, alcuni stipati anche in un recinto con filo spinato) si appostano ai semafori, ma non per vendere fazzoletti di carta o per ripulire i vetri degli automobilisti. L'obiettivo è nascondersi dentro qualche container per tentare l'avventura in Italia. Che spesso si ferma dinanzi agli scanner in funzione nei porti di Bari e Ancona, dove la Polmare ne arresta almeno un gruppetto a settimana. Rispediti indietro e che dopo un mese ritentano il "trapasso" con le stesse modalità.
 
In quella manifestazione a Patrasso si sono aggregati anche un gruppo di sostenitori del partito greco di Alba dorata, che si sono scontrati con la polizia locale: il bilancio parla di sette agenti feriti, cinque manifestanti arrestati, ventidue fermati, due motociclette della polizia date alle fiamme, come anche tre cassonetti della spazzatura di cui resta solo cenere. Si erano appostati all'esterno di una vecchia fabbrica in disuso nella quale "erano parcheggiati" un gruppo di afghani. Ma al di là della violenza da condannare, senza se e senza ma, esiste un altro disagio: preciso e irrisolto dalla politica. I cittadini che erano scesi in piazza non erano né fascisti, né estremisti, né di un preciso partito. Ma semplicemente stufi dell'immobilismo del proprio sindaco e del ministro preposto al problema. E accusano: i furti sono decuplicati nell'ultimo triennio, come le violenze e i tentativi di abusi per strada; la scelta del comune di ghettizzare gli immigrati in un campo col filo spinato non rappresenta certamente la soluzione a una catastrofe umanitaria senza precedenti; con flussi continui che dalle frontiere settentrionali del paese vengono anche "incoraggiati" dalla Turchia ad entrare in Grecia.
 
In un travaso di responsabilità deleterio e irresponsabile con una doppia conseguenza: un focolaio (che sta diventando incendio di vaste proporzioni) di intolleranza sociale disgustosa e disumana; e la vergognosa condizione in cui vivono quegli extracomunitari di cui le istituzioni europee non sembrano interessarsi. Circostanza che rappresenta il combustibile per i rigurgiti xenofobi.
Il sindaco di Patrasso sulla situazione esplosiva creatasi in città ha invitato tutti a "dimostrare la serietà necessaria per placare gli spiriti e di isolare coloro che cercano di sfruttare la situazione, l'ansia e la preoccupazione dei residenti del quartiere meridionale della città esercitando la violenza e trasformando l'area in una zona di guerra". Ma, nei fatti, è lasciato solo a gestire questa tragedia umanitaria.

Fonte: Formiche del 24/5/2012
 
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«Il Terzo polo? Se è una sigla non serve. Adesso, per tutti, è l’ora del coraggio»


«Berlusconi e Bersani? Fanno a cadere le braccia. Servirebbe un gesto forte e condiviso, come una nuova legge elettorale». Sceglie di ripartire da questi due macroelementi Claudia Terracina, notizia politica del Messaggero nell’analizzare il panorama post ballottaggi.

Le amministrative sembrano restituire due dati: il M5S da un lato e la crisi dei contenitori politici classici dall’altro, è così?
Certo, aggiungo che emerge anche con una netta predominanza che gli italiani domandano, non tanto un’ antipolitica, quanto piuttosto un altro modo di fare politica. Lo si denota dai sondaggi diffusi non solo negli ultimi giorni: i cittadini vorrebbero non un altro partito, ma il partito dei partiti strutturato diversamente e addirittura senza poi troppa attenzione alla differenza tra destra e sinistra. Segno che l’elettorato chiede soprattutto un altro modus operandi, in questo senso va interpretato il voto a Grillo, non un successo tout court dell’antipolitica.

Come intercettare allora la cosiddetta “voglia di movimenti”? 
C’è solo un modo: cambiare per davvero. Quando si sente dire da Berlusconi che è intenzionato a dare un nuovo nome al suo Pdl, o da Bersani che il Pd ha perso a Parma ma ha vinto a Budrio, beh ci cadono le braccia. Non sarà certo con stratagemmi simili che si troverà una soluzione. Vogliamo chiederci perché ha vinto Pizzarotti a Parma?

Solo per via dell’insoddisfazione generale? 
No, ma perché ha fatto delle proposte concrete. Entrando nel merito di tutte le questioni. Ha assicurato che non verrà costruito l’inceneritore, ha promesso che verrà affrontato seriamente il problema del buco di bilancio comunale. Può sembrare uno slogan, ma semplicemente ha scelto di ripartire dalle cose concrete: ovvero programmi e proposte.

Cosa non ha funzionato nel Terzo polo? 
Intanto è stata un’aggregazione solo sulla carta di sigle e leader, tale a beneficio solo di stampa e televisione. Non si conosce alcuna proposta comune. Ad esempio, Fini ha avanzato l’idea della cittadinanza agli immigrati, ma gli altri sono stati più o meno tiepidi. Casini ha sposato fino in fondo il rigore di Monti, gli altri così così. Questo il dato che lo ha penalizzato. Poi sembra sempre che sia in attesa di un qualcosa, come lo sfascio del Pdl che c’è già stato, era prevedibilissimo. E adesso come procedere? Sarà sufficiente costruire un nuovo agglomerato chiamandolo Partito della nazione? Credo invece che servano gesti forti e condivisi, come potrebbe essere ad esempio la nuova legge elettorale su cui Casini e Fini dovranno esprimersi chiaramente.

Il doppio turno alla francese potrebbe essere la novità? 
La considero come una strada limpida, si veda la norma per eleggere i sindaci: è la più efficace che esiste al momento. Perché in un primo momento le forze si misurano singolarmente, poi al ballottaggio ci si unisce. E ci si conta. Un modo semplice e trasparente. Sarebbe un buon segnale. 

Il ruolo di Montezemolo quale dovrà essere per non ripercorrere le “orme” berlusconiane dell’imprenditore che sceglie di scendere in campo?
In un’intervista, un nome autorevole di Italia Futura, Andrea Romano, ha detto che Montezemolo non scenderà in campo nelle vesti di un messia, ma vorrà svolgere il proprio compito nella politica italiana senza la bacchetta magica di chi ha il potere di risolvere in un batter d’occhio tutti i mali. Bensì capace di mobilitare, magari, energie pigre e fino ad ora poco utilizzate. Come il mondo delle imprese che alla fine si è sempre schierato con il vincente sin dai tempi del fascismo. Per poi accompagnare la Dc, il Psi di Craxi e Forza Italia. Invece potrebbero prendere coscienza di come svolgere un ruolo più attivo. Si pensi al siciliano Ivan Lo Bello, vertice di Confindustria che si impegna in prima persona.

Fonte: il futurista quotidiano del 24/5/2012
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mercoledì 23 maggio 2012

Grecia, scontro tra nazionalisti e polizia

Lo avevano annunciato nel loro programma (sul sito ufficiale oscurato il giorno dopo dello spoglio) e in occasione dei comizi pre elettorali: “Ripuliremo la Grecia dagli immigrati”. I nazionalisti di Chrisì Avghì (Alba dorata), per la prima volta dopo quarant’anni eletti in Parlamento, sono passati (già) dalle parole ai fatti. Durante una manifestazione anti immigrati nei pressi della vecchia fabbrica Pireo Patraiki di Patrasso, a cui avevano partecipato anche centinaia di comuni cittadini, i sostenitori del partito si sono scontrati con la polizia. Decine di militanti del partito che procedevano in una marcia separata hanno iniziato il lancio di pietre contro gli agenti di guardia alla fabbrica e la polizia ha risposto con gas lacrimogeni: un paio di poliziotti feriti e molti manifestanti fermati dagli agenti. Danneggiato un veicolo della società pubblica Elas e incendiati alcuni bidoni della spazzatura.

In precedenza il corteo dei nazionalisti si era radunato sulla strada Antheia, a circa mezzo chilometro da dove si era formato un capannello sulla costiera di Dyme per protestare contro l’omicidio di un 30enne cittadino greco avvenuto nella notte di sabato accoltellato da tre giovani afgani, (di cui uno, 17enne, già in manette). La città costiera ellenica, da cui salpano ogni giorno traghetti per Bari, Brindisi, Ancona e Venezia (quindi il principale collegamento marittimo con l’Italia) da alcuni anni è stata “colonizzata” da migliaia di profughi afghani, magrebini e finanche cinesi, senza documenti, sistemati nella parte occidentale della città. E che stazionano ai semafori nei pressi del lungomare in “attesa” di potersi infilare in un camion o nascondersi in qualche container in partenza e tentare l’avventura europea. Più volte le forze di polizia locali sono state affiancate dai parigrado italiani della Polmare per tentare di contenere il fenomeno anche con il sostegno della tecnologia, come gli scanner per i tir, in funzione nei porti di Bari e Ancona.
In serata, un gruppo di circa 30 stranieri ha attaccato il deputato di Alba dorata Micheal Arvanitis, fuori dalla sede della televisione Super B a Patrasso. Secondo le prime testimonianze il deputato aveva appena terminato un’intervista sulla situazione politica pre elettorale (si voterà nuovamente il 17 giugno in un clima tesissimo per le sorti dell’eurozona) quando gli stranieri lo hanno aggredito e picchiato. In difesa dell’onorevole anche il giornalista Apostolis Vouldis, partner della stazione televisiva che ha tentato di mediare. All’arrivo delle forze dell’ordine, però, gli stranieri si erano dileguati.

I nazionalisti di Alba dorata, guidati dall’effervescente Nikolaos Mikalioliakos, forti del 7% conquistato lo scorso 6 maggio, hanno in cima al loro programma una sorta di opera di “pulizia” di extracomunitari, anche nei servizi e nelle politiche sociali. Propongono infatti l’istituzione di un albo di medici che curino solo cittadini greci che invece oggi “sono costretti” a lunghe file nelle Asl per via della forte presenza straniera nel paese (ad Atene se ne contano almeno un milione e mezzo); sono contrari alle offerte donate alla curia per gli indigenti, se quei denari verranno utilizzati anche per sfamare gli stranieri; vogliono rafforzare il presidio alle frontiere della Grecia, soprattutto quelle settentrionali, per impedire il flusso continuo di extracomunitari che transitano dalla Turchia e fanno ingresso da città come Orestiade, Soufì e Peplos; il loro slogan è “per ogni straniero che lavora, c’è un greco disoccupato”.
Non solo eurocrisi, dunque, ma una forte fibrillazione sociale elevata al cubo proprio dalle difficoltà economiche, con le cronache che fanno registrare l’ennesimo suicidio da crisi: un imprenditore si è lasciato cadere nel vuoto dall’istmo di Corinto, facendo un salto di un centinaio di metri.

Fonte: Il Fatto quotidiano del 23/5/2012
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martedì 22 maggio 2012

Crisi greca, Deutsche Bank: “Atene potrebbe emettere obbligazioni in G-euro”

“La Grecia potrebbe ricorrere a un trucco per evitare l’ostracismo dall’euro” ha detto il capo economista della Deutsche Bank, Thomas Mayer. Atene potrebbe emettere obbligazioni in G-euro (euro greci, nei fatti di serie B), che potrebbero fungere da moneta parallela da utilizzare almeno per pagare i debiti del paese. Un prerequisito per continuare ad ottenere i finanziamenti della zona euro e del Fondo Monetario Internazionale, anche se in misura minore di adesso. Si potrebbe, ad esempio, continuare a trasferire i soldi solo per servire il debito del paese e non per soddisfare le sue esigenze interne, ha scritto Mayer in un report.
Un effetto collaterale positivo di questa soluzione sarebbe che tutti i depositi delle banche greche verrebbero garantiti dalla zona euro, incoraggiando i depositanti. Con la questione del G-euro Atene potrebbe raggiungere due risultati, almeno secondo Mayer: in primis evitare che il paese esca ‘direttamente’ dalla zona euro e al contempo regolare, in anticipo e senza le pressioni di una contingenza ad elevatissimo rischio di svalutazione, il tasso di cambio. “Logicamente, dovremo patire una massiccia svalutazione all’inizio”, ha scritto, ma in una seconda fase il governo potrebbe sfruttare questo vantaggio comparato di minore tasso, applicando le necessarie riforme strutturali che consentano di ottenere più liquidità.

Mayer ritiene l’introduzione di una moneta greca parallela all’euro “possibile”. Servirebbe a pagare le importazioni essenziali con un valore di più della metà dell’euro. La Deusche Bank, come riportano indiscrezioni apparse sul Frankfurt Allemagne Zeitung, insiste sul fatto che sarà calibrata sul G-euro anche l’azione della Bce con particolare attenzione all’emissione di obbligazioni continentali, tema sul quale la cancelliera Merkel registra l’apertura del suo partito, la Cdu, mentre il governo tedesco continua a non volerne sentir parlare. Nello specifico Mayer fa riferimento al meccanismo di salvataggio per finanziare direttamente le banche. Tra l’altro proprio la soluzione eurobond potrebbe venire in soccorso dei paesi in “apnea”, come Grecia, Spagna e Italia.

Il 50 per cento dei banchieri europei considera probabile la soluzione del G-euro. Gli scenari su cui la finanza mondiale lavora sono comunque molteplici. Tutti concordano sul fatto che in un contesto simile la Bce potrebbe avere in mano una soluzione meno traumatica dell’uscita tout court dell’Ellade dall’eurozona. Terremoto che produrrebbe altre “scosse sismiche” (e non solo di assestamento) nella cosiddetta area euromediterranea, quella economicamente più debole ed esposta al contagio. Nel caso di un ritiro “forzato” dall’euro con il ritorno alla dracma l’euro diventerebbe per la Grecia valuta estera, con la perdita di valore immediata del 50 per cento rispetto alla moneta unica, causando un crollo della competitività ellenica prolungato negli anni anche dovuto all’inflazione galoppante, come ammoniscono la maggior parte degli analisti. Tuttavia, dopo una profonda recessione che quest’anno farà impennare il debito pubblico al 170 per cento del pil (lo scorso anno era al 160), l’economia secondo il parere di Deutsche Bank nel terzo anno si potrebbe riprendere dopo la svalutazione. Ma sono proiezioni comunque complesse e sulle quali il margine di errore non è minimo. Tutt’altro.

Sul panorama attuale si abbattono anche i rilievi dell’Ocse, se possibili peggiori di quelli dell’Ue e dell’Fmi: prevedono anche un tasso di disoccupazione più alto rispetto alla Commissione, 21,2 per cento quest’anno e 21,6 per cento tra dodici mesi. Ammonendo che la bilancia dei pagamenti subirà le conseguenze dell’erosa competitività interna del Paese, in lievissimo miglioramento il prossimo anno.
Ma al di là dei numeri e delle previsioni, sembra che i circuiti finanziari europei stiano ben al di là del semplice pensiero di un “piano B” per la Grecia, così come nei giorni del G8 era trapelato. E fare da cornice alle ansie bancarie, ecco la mossa da scacco del leader della sinistra ellenica, Alexis Tsipras impegnato in un tour continentale. A Berlino e a Parigi ha ribadito che se dovesse aggiudicarsi la tornata elettorale del prossimo 17 giugno non farà nulla per far uscire il paese dall’eurozona. Anzi, farà un passo in avanti, chiedendo “solidarietà al popolo tedesco e francese mettendo fine al programma di risparmio imposto alla Grecia”. Perché quel memorandum “è fallito”. 

Fonte: Il Fatto quotidiano del 22/5/2012
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Ma gli eurobond non sono un capriccio


Non è stato un bel G8 per Angela Merkel, stretta tra gli interrogativi che qualche analista sta iniziando a porre circa l’immutabilità assoluta del memorandum della troika per la Grecia e le aperture della Cdu sull’emissione di eurobond, da sempre soluzione invisa alla Cancelliera, forse intimorita dalla liquidità cinese, che attualmente non ha rivali, in termini di disponibilità immediata. Il duo “Merkozy” è già passato. E non solo perché l’Eliseo ha cambiato inquilino, ma perché strumenti che fino a ieri erano dogmaticamente esclusi dall’ordine del giorno delle politiche economiche, oggi vengono nuovamente (e intelligentemente) ripresi in considerazione. Su questo punto frau Angela mostra di non voler cedere neanche di un centimetro, asserendo che gli eurobond non sono il mezzo con cui si risolverà la crisi sui debiti pubblici. Ma scontrandosi con un’opposizione interna che non potrà che inasprirsi. Inoltre la convinzione di fondo è che il rigore deve essere accompagnato necessariamente da misure per la ripresa, per impedire che all’indomani di quello o di qualsiasi altro memorandum per gli altri stati membri, il tessuto produttivo di ogni singolo paese appaia letteralmente “raso al suolo”. Senza la minima forza per ripartire. 

Un passaggio su cui anche il premier italiano Mario Monti torna spesso, quando rileva (intervistato da Repubblica) che «non riusciremo a dare veramente respiro all’Europa e all’Eurozona se non verrà deciso un programma più sostanzioso per la crescita, da accompagnare al risanamento dei conti pubblici». Ecco dunque la ricetta per impedire il contagio ellenico: mettere in sicurezza i conti comunitari dei paesi Piggs, ma al contempo studiare soluzioni alternative per stimolare la produttività e l’impresa.

L’altro tavolo su cui si gioca la partita (interna ed esterna al palazzo del Reichstag) è la Grecia. Il 67% dei cittadini tedeschi ritiene che Atene dovrebbe abbandonare l’euro, mentre il 23% si dice favorevole alla sua permanenza. E per il 49% dei tedeschi l’introduzione dell’euro è stata un errore. Così un sondaggio Infratestdimap realizzato per l’emittente televisiva Ard e reso noto durante il programma Guenther Jauch, che sulla sorte dell’euro aveva come ospiti l’ex ministro socialdemocratico delle Finanze, Peer Steinbrueck ed il suo contestato compagno di partito Thilo Sarrazin.  La cancelliera sa di giocarsi molto del suo futuro politico sulla Grecia. Da un lato dice di voler lavorare per un’Ue con Atene, ma dall’altro deve registrare i conseguenti risultati elettorali che sconfessano le sue politiche. Inoltre proprio con Atene si è consumato un giallo dai risvolti diplomatici: il suo portavoce ha nuovamente smentito che la Germania abbia suggerito alla Grecia di organizzare un referendum sulla permanenza di Atene nell’eurozona.

Il governo ad interim aveva fatto sapere che Angela Merkel aveva suggerito un referendum nel corso della telefonata intercorsa con capo dello stato Papoulias. Sollevando un polverone a meno di trenta giorni dalle nuove elezioni, che molti sondaggi danno per “già vinte” da Alexis Tsipras, 37enne leader della sinistra radicale del Syriza tra l’altro da oggi impegnato in un tour europeo. Che lo porterà a Parigi per incontrare Jean- Luc Melenchon, ex candidato presidenziale per il Fronte di sinistra francese e a Berlino da Klaus Ernst e Gregor Gysi di Die Linke. Ma non dalla Cancelliera che di Grecia, forse, non ne vuol proprio sentir parlare.

Fonte: il futurista quotidiano del 22/5/2012
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lunedì 21 maggio 2012

Grecia in eurocrisi, il giallo del piano "B"


Non è un giallo da poco. Per­ché l’eventualità che l’Ue si prepari ad un’unione senza la Grecia sta facendo tremare i mercati di tutto il mondo. Karel De Gucht, commissario belga al commercio Ue, in un’intervista al quotidiano De Stan­daard ha detto che Bce e Commissione europea stanno lavorando ad un pia­no di emergenza per gestire l’uscita della Grecia dall’euro. «Sono sicuro del fatto che non ci sarà un effetto contagio: l’uscita della Grecia non implica la fine dell’euro – ha spiega­to -. Un anno e mezzo fa ci sarebbe stato il rischio di un effetto domino, ma adesso la Commissione e la Bce sono al lavoro sui possibili scenari di emergenza nel caso la Grecia non ce la faccia». 
Un ragionamento che appare calibrato sulla linea berlinese rigorista e anti-allarmista. E anche il quotidia­no economico tedesco Handelsblatt, ri­porta che secondo fonti governative il ritorno alla dracma sarebbe “costoso” ma tutto sommato “gestibile”. «L’Eu­rozona sarebbe in grado di sopportare un’uscita della Grecia», ha dichiarato il capogruppo dei liberali (Fdp) nel Bundestag Rainer Brüderle. Il G8 di Camp David si apre dunque in un clima pessimo, con l’incertezza che caratterizza ancora i listini in borsa, mentre lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi flette a quota 426, dopo aver aperto a 441 e aver toccato un massimo di 451 punti. 

La consapevolezza, quindi, è una: fuori dal binomio rigore-crescita non c’è speranza. Per nessuno, che si chia­mi Grecia o Inghilterra. Per questo i leader europei cercano di fare muro per dare un segnale forte a Barack Obama che, rivolto al vecchio conti­nente non ha lesinato di rammentare a tutti come sia imprescindibile scon­giurare rischi di contagio. E in questo modo contribuire a far scendere la febbre dei mercati. In una sorta di pre G8 europeo, al telefono Van Rompuy, Barroso, Monti, Hollande, Cameron e Merkel, convergono su un punto: la discontinuità, per passare a quella che lo stesso premier italiano aveva ribat­tezzato la fase due di Bruxelles. Anche per impedire che l’appuntamento di queste ore a Camp David si trasformi in una sorta di processo all’Europa incapace di far fronte all’eurocrisi. La tensione continentale, trasferita oltre­oceano per il G8, è altissima. Lo di­mostra il richiamo del primo ministro inglese Cameron che dice come nes­suno può correre il rischio di presen­tarsi e presentare l’Europa disunita, né a Camp David, né ai prossimi ver­tici di Bruxelles. Ma l’allarme è anche in Asia, con il Nikkei in ribasso, e con il rating spazzatura sulla Grecia: Mo­ody’s valuta in calo l’affidabilità degli istituti di credito spagnoli. Continua a incidere notevolmente la situazio­ne greca a causa della quale Fitch ha abbassato di un livello il giudizio sul Paese portandolo a «CCC», in vista di una possibile uscita dall’euro. 

La parola d’ordine adesso è preveni­re contagio e default, impedire che la destrutturazione, finanziaria, ma so­prattutto sociale, dell’eurosofferenza possa allargarsi. Non semplice, anche dopo la notizia che un’azienda inglese che produce monete in tutto il mon­do, avrebbe iniziato a ristampare drac­me. Pronti a tutto. 

Fonte: il futurista quotidiano del 21/5/2012
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giovedì 17 maggio 2012

Autolesionismo o chirurgico timore del nuovo?


Barack Obama e Bill Clinton presidenti degli Usa a 47 anni, Nicolas Sarkozy all’Eliseo a 52, Angela Merkel cancelliera a 51. Per non parlare dello svedese Fredrik Reinfeld premier a 41 anni, di Tony Blair che fece il suo ingresso a Downing Street a 44 anni, come l’attuale inquilino David Cameron. Tutto (o quasi) il mondo che conta si affida a forze fresche, menti dinamiche, lasciando a casa vecchi marpioni e polverosi burocrati che sanno di naftalina e non di neuroni in movimento. Non in Italia, dove un politico di 60 anni è ancora considerato “acerbo” per Palazzo Chigi: autolesionismo o chirurgico timore del nuovo? Secondo un report presentato nel corso dell'Assemblea dei giovani della Coldiretti e realizzato in collaborazione con l'Università della Calabria, la “casta” italiana in politica, nell'economia e nella pubblica amministrazione ha una età media di 59 anni: i più vecchi di tutta l’Unione europea, in virtù di una cultura diffusa trasversalmente e in tutti i pertugi del paese. Si prendano le università, con i baroni ancora a dettare legge e nomine (i docenti italiani hanno una media di 63 anni, i più anziani del mondo industrializzato), o le banche con una età media degli amministratori delegati e dei presidenti di circa 67 anni, pari addirittura a quella dei vescovi italiani in carica. Uno sguardo sugli altri continenti rende meglio la tragicità biancarossaeverde. Larry Page, amministratore di Google ha 39 anni. Lakshmi Mittal a 55 anni è entrato nel board di Goldman Sacs, Alex Halliday a 50 anni è diventato direttore del dipartimento di Matematica dell’Università di Oxford; nella Grecia al default il leader della sinistra radicale ha 37 anni e “rischia” di fare il primo ministro se dovesse vincere alle urne del 17 giugno.

L’Italia ha un problema, grande quanto il Colosseo, di natura culturale e di conseguenza anche pericolosamente sociale. Latita il coraggio del nuovo, la voglia di fare spazio a chi “ha più birra” in corpo, lo slancio verso quel mare aperto lontano da certezze e da punti di riferimento fissi e immutabili. È un problema di testa, sarebbe da stolti non certificarlo. E accanto a deficienze strutturali innegabili. Il riferimento è al virus della burocrazia che infetta tutto ciò che è apparato e che tenta di “apparatizzare” anche ciò che per sua natura tale non sarà mai. Così facendo trova facile sponda in gabbie di un passato che non vuole cedere il passo, in menti e braccia che, pur di ipotecare il proprio piccolo strapuntino di domani, si accucciano dietro il feudatario di turno. Che di andare in pensione proprio non ne vuole sapere.
Giusto indignarsi per una classe dirigente d’annata, stantìa a che puzza di passato. Ma a patto che i giovani che premono per prendere quei posti non siano, poi, solo la copia sbiadita e “ritoccata” di modus operandi da inciucio e atteggiamenti da vecchio Pcus. Ecco il rischio concreto di un paese che fa una fatica maledetta a ragionare per buon senso.

Fonte: il futurista quotidiano del 18/5/2012
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Se la Grecia ci copia il piano "Salva Italia"...

Cassare i pr ivilegi fiscali per la Chiesa, lotta senza quartiere all’evasione, introduzione di una patrimoniale e di un registro per i pubblici appalti, rimozione del segreto bancario, ridare fiato alla produzione nazionale, tagliare le spese di rappresentanza e per le forniture militari. A voler leggere anche non necessariamente fra le righe del programma elet-torale del “pericoloso radicale” Alexis Tsipras, di antieuropeismo e di verve castrista non c’è traccia. Piuttosto le misure proposte dal 37enne leader del Syriza sembrano in linea con il rigore montiano. Dove sta dunque l’errore? In un paese dove i sacerdoti ricevono ancora lo stipendio dallo stato, e dove il referendum popolare non è ammesso, la parola riforma non solo è pericolosamente sconosciuta, bensì occorre una rivoluzione dei costumi, della società: e in primo luogo della politica. 

Il nuovo ricorso alle urne che tiene col fiato sospeso mezzo mondo, potrebbe per la Grecia anche trasformarsi in un’occasione. Gli ultimi sondaggi danno Tsipras in netto progresso di almeno otto punti percentuali rispetto alle urne del 6 maggio scorso, mentre tutti gli altri partiti in perdita di poco (Alba dorata, Sinistra Democratica, Indipendenti, Verdi) o di molto (conservatori e socialisti). Si aggiunga che i cittadini greci hanno ritirato nella sola giornata di lunedì 900 milioni in contanti dai loro conti bancari. Significa che la paura di una politica fino ad oggi deficitaria fa scattare nel cittadino il terrore del baratro. A cui solo un’altra politica, alta e qualificata, può riparare, a patto che faccia del rigore e della crescita due elementi non slegati fra loro. Ma intrecciati indissolubilmente. Monti docet sotto l’Acropoli in apnea?

Fonte: il futurista quotidiano del 17/5/2012
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martedì 15 maggio 2012

Grecia, niente governo dei professori. Dalle nuove urne la "kalinicta" all'euro?

Il fumaiolo, come nel conclave papale, non c’è all’interno del Megaro Proedrikò di Atene. Non si vede quindi la fumata nera che sale (sulla Grecia e sull’euro) dall’elegante residenza che fu del Re Costantino II nel centro di Atene, a due passi dal parlamento. Quel luogo non è stato teatro di pace. “Oxi” hanno risposto i leader politici alla proposta del presidente della repubblica Carolos Papoulias di un governissimo “dei professori” alla Monti, con alte personalità del mondo accademico, tecnocratico ed istituzionale del paese, per uscire dall’impasse, dare sostegno al memorandum della troika e mettere in cassaforte la permanenza dell’euro. 

E subito il conio “incriminato” scende, lo spread torna a 440 e la borsa di Atene perde quattro punti in sessanta secondi.  Nulla di fatto anche per l’ultimo tentativo di governare l’Ellade proprio nel giorno del vertice franco-tedesco e dell’Ecofin. I leader dei partiti politici hanno spiegato di non avere trovato la sintesi. Troppo distanti le posizioni dei “bipolari” Samaras e Venizelos (leader dei conservatori di Nea Dimokratia e socialisti del Pasok) dalla frangia più sociale rappresentata dal quello che è già stato ribattezzato il Vendola dell’Acropoli. Quell’Alexis Tsipras, alla guida della coalizione delle sinistre radicali Syriza (seconda alle elezioni con il 16% dei voti e in notevole ascesa sino al 25% come dagli ultimi sondaggi) senza il quale neanche il democratico Fotis Kouvelis prenderebbe parte al governo.
Caos dunque e tanta incertezza soprattutto sui mercati. La moneta continentale alla notizia del fallimento delle trattative scende per la prima volta da quattro mesi sotto quota 1,28 dollari. Piazza Affari frena con soprattutto le banche a risentire per un eventuale addio di Atene all’euro. Mps in asta di volatilità cede il 6,04% teorico, seguito da Banco Popolare a 0,926 euro (-4,97%); Mediolanum (-4,29% teorico) e Bper (-4,37% teorico), mentre Mediobanca perde il 3,22% a 3,062 euro. Bpm perde il 3,40% a 0,33 euro, mentre Unicredit quota a 2,59 (-3,14%), seguito da Ubi banca (-2,63% a 2,368) e Intesa Sanpaolo (-2,03% a 1,012 euro). Insomma, una catastrofe.
Le prime reazioni vengono dalla Svezia. Il ministro degli esteri Anders Borg, ammette che la Grecia è molto vicina alla fine della strada: «Noi tutti comprendiamo che la situazione in Grecia è molto seria», ha detto al termine dell’Ecofin. Intanto nel paese la tensione sale, con l’iva al 23%, la benzina verde che sfonda quota due euro e la disoccupazione giovanile che tocca un greco su due. La sensazione dominante è di un caos “congenito”, dato da una classe politica arraffona e impreparata che neanche oggi comprende la gravità della situazione.
  
Fonte: il futurista quotidiano del 16/5/2012

Grecia, fallito l'ultimo tentativo: ora urne

Fallita. Non solo la Grecia (per alcune banche internazionali tecnicamente già lo è) ma l’ultima mediazione tentata dal capo dello stato Carolos Paoulias, uomo dell’Epiro, mansueto e propenso alla trattativa. Il vertice convocato al possente Megaro Proedrikò è andato a vuoto: nessun governo “dei professori” e nuove urne a giugno (il 10 o il 17, nel frattempo esecutivo a interim affidato al presidente del consiglio di stato o a un alto burocrate). Samaras, Venizelos, Kammenos, Kouvelis e Tsipras (esclusi gli estremi, Alba dorata di Nikolaos Mikalioliakos e KKe di Aleka Papariga) come una batteria di fuoco, schierata attorno al tavolo di noce. Nessun accordo, anzi, altro fiele sparso in un momento delicatissimo per l’intero continente, con la borsa ateniese che perde quattro punti in un solo minuto (alla notizia del nuovo voto), con lo spread che bussa nuovamente alle porte dell’Ue. E con una paura folle del contagio per gli altri paesi Piggs. In Grecia iI governo tecnico muore prima di nascere, non si trova la sintesi e ognuno resta sulle posizioni che da una settimana sono note a tutti. Il primo partito Nea Dimokratia e i socialisti del Pasok, al governo ininterrottamente dalla caduta dei Colonnelli ad oggi, sono i principali responsabili della crisi attuale: questo il pensiero del giovane Alexis Tsipras, leader del Syryza, motivazione principale per cui non ha dato il proprio appoggio ad alcun tipo di governo. Il nodo non è solo il piano della troika in sé, ma come è stato contrattato (al ribasso) con i rappresentanti di Fmi, Bce e Ue. Prima reazione da parte della borsa di Atene che in pochissimi minuti crolla: l’indice Ahex 20 è passato da un rialzo dell’1,25% a una perdita del 3,97%.

Non manca ovviamente un giallo. Poche ore prima del vertice decisivo era circolata una lettera filtrata dalla segreteria del partito di Kammenos (Indipendenti greci) in cui si faceva esplicito riferimento alle condizioni poste dal tenace politico (fuoriuscito due anni fa dai conservatori) che sarebbero state accettate. Pare inoltre che lo stesso Kammenos avesse già pronta una lista di possibili ministri, tutt’altro che tecnici, ma così come quel foglietto è circolato durante il vertice da Papoulias, altrettanto velocemente poi è stato messo da parte. Assieme alle speranze di stabilità. E il sottile filo intercorso tra Kammenos e il democratico Kouvelis si è rotto immediatamente. Troppo dura la replica del leader del Dimar, che senza l’appoggio di Tsipras (secondo alle urne con il 16% e che domani riceverà l’ambasciatore tedesco ad Atene) non avrebbe mai concesso il suo “sì” a un governo. Si dice che il ragionamento degli esponenti di sinistra poggiasse sul dato elettorale: se le urne hanno dato un responso così netto contro chi ha governato sino a ieri, vorrà pur dire qualcosa.

Ma la tensione è stata alta durante tutta la durata del vertice. Il più duro Evangelos Venizelos che ha puntato il dito contro “chi ha messo i propri interessi di parte al di sopra di quelli nazionali”. Il riferimento è alla coalizione della sinistra radicale favorita in caso di nuove elezioni che replica: “Abbiamo presentato cinque assi programmatici per costruire un governo progressista, in linea con il verdetto popolare. Chiediamo la cancellazione di queste leggi che riducono i salari”. Ma l’accusa che il Vendola dell’Acropoli rivolge ai colleghi Samaras e Venizelos, è di aver in qualche modo ricattato l’elettorato ellenico, minacciando: o la troika (quindi il voto a noi) o elezioni e quindi fallimento. “Non metteremo la nostra firma sulle misure di povertà e miseria” aggiunge lasciando la sede del Syriza. Il suo partito è dato in forte ascesa. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso dai media televisivi greci, potrebbe sfondare il 24%, di contro tutti gli altri soggetti politici perderebbero qualcosa da nuove urne.

In quanto i cittadini si rendono conto che, all’indomani della firma della politica greca in calce al piano della troika, di miglioramenti non se ne vedono. Quinto anno consecutivo di recessione, debito che tocca il 170% del pil, dieci punti in più del 2011, disoccupati un giovane greco su due, aziende private e banche che chiudono come funghi, suicidi da crisi che non segnano uno stop. E la vulgata per le strade ateniesi è che a naufragare non sia stato solo il governo di larghe intese, ma l’intera concezione di un’Unione che tale ancora non è.

Di contro ci sono da registrare le reazioni continentali alla fumata nera. Il gran capo dell’Fmi Christine Lagarde ha espresso la speranza che la Grecia resti nell’Eurozona, precisando però che bisogna essere tecnicamente preparati a ogni eventualità. “Se gli impegni fiscali di questo paese non saranno rispettati – ha detto – allora si dovranno prendere le opportune contromisure e questo sia in termini di finanziamenti e tempi supplementari, che di meccanismi ordinari di uscita”. Mentre il commissario europeo al Mercato interno e ai servizi finanziari, Michel Barnier, ha invitato Atene a non isolarsi dal momento che è il popolo ad avere nelle sue mani il destino europeo del Paese”. Il presidente dell’Ecofin e primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker ammette che “il nostro fermo desiderio è di mantenere la Grecia nell’Euro, e faremo di tutto perché sia così”. E circa l’abbandono della moneta unica da parte di Atene replica: “Un’assurdità, solo propaganda”, smentendo così le dichiarazioni ambigue di alcuni ministri dell’Ue, tra cui il tedesco Wolfgang Shaueble e lo stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. “Siamo 17 Stati membri, co-proprietari della nostra moneta comune. Bisogna evitare di offendere la democrazia greca”.

Ecco il punto. Perché non è tutto riducibile, solo e semplicemente, ad una questione di numeri e percentuali. Lo ha annotato Arianna Huffington: osservando le statistiche ed in particolare il 54% di disoccupazione giovanile in Grecia, il pensiero va subito a tutte le storie reali che si nascondono dietro quei numeri drammatici. Promesse non mantenute, il senso di colpa, la vergogna, la paura “che spesso vanno di pari passo con la poca speranza per un futuro migliore”. Tutti elementi ascrivibili alla cattiva politica che ha condotto l’Ellade sin qui, a un passo dall’Ade.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 15/5/2012
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Atene, ultima chiamata per l'euro


Martedì ore 14, tutti invitati tranne i nazionalisti di Alba dorata: appuntamento, col destino e con l’euro, rimandato di poche ore per la Grecia che tiene in ansia borse e mercati di tutto il mondo. Al termine del vertice durato più di settanta minuti presso il Proedrikò Megaro, convocato dal capo dello stato Papoulias per scongiurare elezioni e tentare la formazione di un governissimo, la risposta certa ancora non c’è.

Samaras (Nea Dimokratia), Venizelos (Pasok) e Kouvelis (Sinistra democratica) hanno discusso senza trovare l’accordo. Il nodo permane la partecipazione del Syriza di Tsipras che Kouvelis valuta come indispensabile. Ma di contro il giovane leader della sinistra radicale non è intenzionato a scendere a compromessi con socialisti e conservatori perché li reputa direttamente responsabili della situazione attuale, e della contrattazione al ribasso del noto piano con la troika, quindi non metterà a disposizione “la stampella” dei suoi 52 seggi, guadagnati in virtù del 16% di consensi ottenuti alle elezioni di sette giorni fa. Ancora impasse, dunque? Sì, anche se lo stesso Samaras uscendo dall’elegante palazzo presidenziale, antica residenza del Re Costantino II di Grecia, si è lasciato sfuggire che una flebile speranza potrebbe risiedere nei 33 seggi degli Indipendenti Greci guidati da Kammenos, che potrebbe decidere di dire sì alla truppa dei “professori” ellenici, chiamati al capezzale del paese e dell’eurozona.

I giochi sono tutt’altro che chiusi, dal momento che lo stesso Kouvelis ha messo in discussione le modalità con cui scegliere personalità dall’alto profilo. Il presidente della Repubblica dunque sceglie il modello italiano. E propone un esecutivo di tecnocrati in grado di affrontare il prossimo delicatissimo biennio, fino alle elezioni europee del 2014, per mettere al sicuro la permanenza del paese nell’euro e dare continuità al memorandum siglato con Bce, Ue e Fmi. Escluso dalla conversazione decisiva il leader dei nazionalisti di Chrisì Avghì, Nikolaos Mikalioliakos, protagonista in giornata di una seguitissima apparizione televisiva per un’intervista esclusiva sul canale Mega. “Il nostro obiettivo è di fare un governo di tecnocrati”, ha commentato Venizelos al termine del vertice dalla roccaforte del partito a Ippokratus. Ma il nodo è Syriza: il democratico Kouvelis, pur aprendo alla possibilità di un esecutivo di larghe intese, senza una precisa caratterizzazione politica, ma guidata da un nome alla Papademos (quindi, alla Monti) contemporaneamente vincola il suo “sì” alla presenza del Syriza. Ma il leader della Coalizione della sinistra radicale, Alexis Tsipras, ha declinato l’invito del capo dello Stato, ribadendo di non voler entrare a far parte di un governo che sposi altre misure di austerità imposte dalla troika continentale.

In caso di mancato accordo entro giovedì, giorno di insediamento del nuovo Parlamento, si andrà nuovamente alle urne. Di contro dal continente si riscontrano parole di fuoco: minacce verso Atene sono partite dal ministro delle Finanze austriaco Maria Fekter, secondo la quale “non si può uscire dall’euro, ma si può uscire dall’Unione”, dicendo addio non solo al conio unico ma anche a tutti i fondi strutturali dell’Ue. In un secondo momento, aggiunge, la Grecia potrà fare richiesta di rientrare, ma solo a seguito di un nuovo negoziato di adesione. Mentre un rapporto del Fmi sostiene che Lussemburgo e il suo sistema finanziario sono esposti a un eventuale ‘incidente politico’ nella zona euro. Sullo fondo rimane solo l’ottimismo della Casa Bianca, affidate alle parole del portavoce Jay Carney. L’Europa? “Ha compiuto passi molto importanti, ma deve compierne altri, gli europei sono in grado di gestire la crisi dell’Eurozona”. Basterà?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 14/5/2012
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Populisti al bivio: maggioranza o insignificanza?


M’ama o non m’ama? O meglio, maggioranza o insignificanza? Si gioca tutta lì, in quel sottile pertugio, la differenza abissale tra le due direttrici che la politica intende imboccare. E a nulla servono i bizantinismi che sanno di “vecchio Caf” o le arzigogolate architetture dei soloni de’noaltri. Le cose in verità appaiono (e sono) più semplici di quanto si immagina. Il paese che sbatte il muso su borse in picchiata e su mercati che borbottano per via di una cronica instabilità continentale, non può perdere tempo dietro ai “dilemmi da populisti” che non avranno mai una vocazione maggioritaria e costruttiva. 

Antonio Di Pietro dopo aver condannato Grillo, ora lo cerca per un’alleanza o per un cartello meramente elettorale. E il programma? E le strategie a lungo respiro? E il progetto unitario di un paese moderno, di cui andare fieri, diligente ed europeo sino in fondo? Ecco l’incongruenza in chiave minoritaria e distruttiva che fa male al sistema Italia e alle sue infrastrutture, sociali e politiche. Perché incapace di guardare al di là del proprio baricentro elettorale, preda dei propri calcoli (convulsivi) su quanto racimolato nel comune di Tizio o per la provincia di Caio (vizio, in verità, comune anche ad altri politici italiani). 

Serve capire attentamente in questo momento cosa sia più utile: se un caos ingeneroso da parte degli urlatori di professione destinati a non avere mai una vocazione avvolgente (perché preda di isterismi e istinti primordiali). O se concentrare risorse ed energie mentali (e fisiche) in una spinta maggioritaria realmente avvolgente, per attirare le forze nuove e fresche di un paese che fatica a scacciare vecchie facce o eroi di ieri, si vedano le lacrime di grandi campioni di Milan e Juve che, nei fatti, non accettano il passare del tempo. E ritardano l’uscita di scena.

Quando il capo dello stato a proposito dell’annus horribilis che stiamo vivendo replica con un «ne usciremo» non vuole essere solo di buon auspicio, come un padre di famiglia ha il dovere di fare, ma intende indicare proprio la soluzione. Che non risiede in un ottimismo sterile e puerile, che riporta alla mente le uscite strampalate del barzellettiere di Arcore. Ma nell’unità vera e forte, da immaginare e concretizzare in chiave propositiva. Perché a rompere non ci vuole proprio nulla. Il difficile semmai è costruire.

Fonte: il futurista quotidiano del 15/5/2012
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lunedì 14 maggio 2012

Il grosso, grasso pasticcio greco


“Non ci chiedono solo di essere d’accordo, ma anche di essere complici”. Sceglie il termine complici, come si trattasse di un reato il leader di Syriza Alexis Tsipras, dopo l’incontro al Megaro Proedrikò con il presidente della Repubblica Karolos Papoulias e i capi di Nea Dimokratia e Pasok, Samaras e Venizelos. In particolare con quest’ultimo pare ci sia stato più di un momento di tensione, con l’energico capo dei socialisti che avrebbe lasciato il vertice addirittura sbattendo la porta. Il suo no apre la strada a probabili elezioni il prossimo 17 giugno, nella consapevolezza che la posta in gioco è molto alta. E non coinvolge solo la permanenza della Grecia nell’eurozona, ma tocca molteplici questioni geopolitiche, come i giacimenti nell’Egeo, gli equilibri in Medio Oriente e i rapporti con la Russia di Putin.
Dunque fumata nera per il governo in Grecia. Dopo il vertice Samaras, Venizelos, Tsipras con il capo dello stato le urne si avvicinano, anche se nelle prossime ore non è escluso ancora un colpo a sorpresa, come gli Indipendenti di Kammenos a sostenere Pasok e Nea Dimkoratia in un governissimo alla Monti, a patto che accettino alcuni punti inamovibili. Ma la giornata ateniese è stata caratterizzata da notizie e smentite altalenanti che, se si fossero verificate a borse aperte, avrebbero provocato più di un terremoto, tanto in Europa quanto in Asia.
La Grecia beccheggia e di acque tranquille non se ne vede l’ombra. Prima lo stesso Tsipras annuncia l’accordo raggiunto per un esecutivo di due anni tra conservatori, socialisti e sinistra democratica di Fotis Kouvelis. Ma quest’ultimo un momento dopo smentisce (anche se ci sarebbero i 33 seggi degli Indipendenti greci guidati dall’energico Kammenos che potrebbero andare in soccorso ai due partiti maggiori). Poi il 37enne che i sondaggi danno in continua ascesa (se si andasse nuovamente al voto potrebbe arrivare al 24% dei consensi, mentre tutti gli altri partiti perderebbero qualcosa) si sposta dal palazzo presidenziale alla piazza ateniese di Nikea per spiegare alla “sua” gente il perché del gran rifiuto che tiene l’intero continente con il fiato sospeso: in quanto gli stessi amministratori che hanno causato i conti in rosso, dice nella solita tenuta d’ordinanza (camicia bianca e senza cravatta), oggi chiedono di stare ancora al governo.
Tsipras parla apertamente di svendita della propria patria da parte di chi, invece, avrebbe dovuto preservarla dallo sfacelo attuale. Anche strutturando una politica estera più autonoma e non piegata ai desiderata di Francia e Germania, da cui la Grecia continua ad acquistare armi, impiegando la cifra record dell’1,3% del proprio pil.
A giocare un ruolo non secondario in questo grosso, grasso pasticcio greco però non ci sono solo i seggi che mancano per arrivare (e superare) la fatidica soglia dei 151 deputati nella Voulì. Ma anche altri elementi che vanno “pesati” attentamente. Nonostante le misure anticrisi il debito pubblico ellenico quest’anno aumenterà fino a toccare il 170% del pil (nel 2011 era al 160%), come se le misure approntate dalla troika nell’ultimo biennio non avessero avuto alcun riscontro oggettivo; nel momento in cui la liquidità cinese rappresenta un oggettività, di contro la cancelliera Merkel non pare considerare l’opzione eurobond, che potrebbe rappresentare una boccata di ossigeno in termini di liquidità; in Grecia ci sono giacimenti di gas metano nell’Egeo e miniere nella zona settentrionale non ancora sfruttate; e c’è chi invoca addirittura il ruolo di cavia per il paese, dal momento che la crisi non è solo ellenica, bensì europea e mondiale.
Al panorama “noto” ai più, vanno sommate le cronache degli ultimi anni: gli scandali in occasione delle Olimpiadi del 2004 che hanno interessato il colosso tedesco Siemens cu cui è calata una coltre di silenzio, gli ostruzionismi della Turchia (che nel frattempo flirta con l’Iran di Ahmadinejad) in chiave di una vocazione espansionista che la porta a litigare con Atene per il petrolio e per il gas presente nelle acque greche, senza dimenticare l’ingiustificata occupazione di Cipro con 50mila militari turchi presenti in loco dal 1974. Una rete di fattori apparentemente distaccati fra loro, ma che in molti dipingono come parte di un unico scenario, al momento difficile da metabolizzare. E con gli scandali della casta ellenica a fare da scomoda cornice, come la vulgata che vorrebbe le mogli di molti deputati assunte in parlamento con uno stipendio mensile di cinquemila euro (e in caso di licenziamento già con una liquidazione in tasca da 150mila euro) e l’ultimo consiglio dei ministri dell’esecutivo Papademos che ha deliberato lo scorso 2 maggio (come riporta il sito del governo) l’assegnazione di diciotto miliardi di euro per ricapitalizzare quattro istituti bancari (Etnikì, Eurobank, Alpha, Peireos) e solo quelli, mentre altre banche chiudono, come quella di credito operativo agricolo (quella di Lamia, nella regione della Fthiotida era la più longeva, nata nel 1900). Provocando la reazione scomposta degli estremisti di Alba dorata che ne hanno chiesto i criteri di scelta.
Nei corridoi di palazzo, però, più di un analista scommette su un accordo: se Nea Dimokratia e Pasok dovessero accettare le condizioni poste dagli Indipendenti Greci, il governo potrebbe vedere la luce. Ed eccoli vincoli posti da Kammenos: rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi di ministri e deputati greci, ottenere lo statuto ufficiale della Banca Nazionale di Grecia per fare luce sugli azionisti e sui reali movimenti pre e post crisi; fare chiarezza sui giacimenti di gas metano nell’Egeo. Come se, nel paese con il più alto tasso di corruzione dell’Ue, fosse una cosa facile.
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 13/5/2012
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sabato 12 maggio 2012

Il voto condanna il governo. Il governo condanna il voto


ATENE- Un’implosione. Dai meandri di una terra che ha vissuto nei secoli peripezie e invasioni. È come se Zeus si fosse ribellato, avesse armato Gea e volesse ribaltare tavolo e sedie. Buttando all’aria un sistema ormai in cancrena, per rifarlo ex novo, ma senza tornare a quella pangea immobile e grumosa da cui un nuovo Rinascimento sarebbe troppo complesso. Le elezioni in Grecia sono state uno tsunami continentale, anzi, mondiale, per una miriade di motivi. Non solo un big bang della politica, radicalizzata dalla crisi, con il vento del meltèmi xenofobo che spira, cruento, dall’Acropoli sino ai fiordi settentrionali. Ma una sorta di big crunch, una risacca restauratrice, un ritorno al passato che non ha prospettive reali di crescita. Almeno a breve termine. Perché chi è uscito con le ossa rotte dalle urne per proprie deficienze strutturali e programmatiche, non può pretendere di comportarsi come se nulla fosse, modificare i programmi elettorali magari solo per arraffare un esecutivo instabile e claudicante. Sembra acquisito il dato dell’esautorazione democratica: la maggioranza dei greci non ha votato per i due grandi partiti, i conservatori di Nea Dimokratia al 18,8% e i socialisti del Pasok al 13,2%, che invece si preparando a comporre un governo di unità nazionale. Con tanti saluti alla rappresentatività popolare. Ecco il corto circuito, grave e ingannevole, che il bipolarismo muscolare e farlocco che ha “guidato” molti paesi europei ha prodotto, lasciando sul campo macerie partitiche e un malcontento popolare pericoloso e dall’esito incerto. Lasciamo stare per un momento la risposta dei mercati, con le borse continentali e asiatiche in picchiata, ma guardiamo negli occhi chi si è recato alle urne per esprimere un voto. Ha ancora un peso specifico e partecipativo reale? O corre il rischio di essere maciullato dalla deriva antidemocratica non solo di chi siede in pianta stabile nei ministeri di un paese senza più sovranità autonoma, ma finanche da quegli stessi partiti che dovrebbero quantomeno garantire la propria indipendenza nazionale. E che invece si arrabattano alla meno peggio, senza rispondere alle domande della crisi, senza che nessuno abbia invocato una sorta di Norimberga per ministri e deputati che, di fatto, hanno truffato la Grecia e l’Europa. 

Ioannis è un insegnante in pensione da due anni. Prima del piano della troika ogni mese riceveva 2.180 euro, oggi solo 1.500. Mi guarda fisso, dopo aver fatto un bagno da trentotto gradi alla sorgente naturale delle Termopili (dove Leonida si immerse duemilacinquecento anni fa prima di affrontare Serse) e mi chiede: ma la pensione è un diritto dei lavoratori o un regalo dello stato? “Io l’ho pagata con quarant’anni di servizio e di contributi, in base a quale principio oggi mi viene decurtata di ben 500 euro? E per garantire chi o cosa? Forse le banche francesi o tedesche?”. È un dato acquisito, anche da parte degli elettori più radicali, che non si poteva andare avanti con il metro con cui la Grecia è stata governata fino ad oggi, aggiunge, ma “la colpa è della cattiva politica che ci ha condotti sino a questo punto di schiavitù e di mancata dignità”. Per queste ragioni lui è stato tra quelli che hanno contestato fuori dalla Voulì un mese fa con il famigerato lancio di yogurth, per questo si augura che la classe dirigente che ha prodotto lo sfacelo attuale esca sconfitta dai riverberi post elettorali. Come è cambiata la sua vita? Si consuma meno carne, il carrello della spesa è tendenzialmente più leggero, addio alle gite domenicali, i prestiti con le banche vedono il 75% dei clienti morosi con almeno sei mesi di arretrati. Insomma, ci si prepara ad un inverno freddo, e non solo per via dell’aumento del prezzo dei riscaldamento. Ma la cosa peggiore è che “hanno tolto a tutti un futuro, vallo a spiegare il piano della troika a quelli che prendono la pensione minima di 250 euro”. Mentre un paio di telegiornali danno la notizia (non ancora confermata) che le mogli di alcuni deputati sarebbero state assunte in parlamento, anche con una buonuscita da decine di migliaia di euro, mentre Ioannis ha atteso più di un anno per la sua liquidazione. “Con quale coraggio gli stessi politici che hanno ingannato di conti, che non hanno vigilato, che hanno anche scommesso azioni sul default, oggi ci chiedono nuova fiducia? Non se la meritano”.

Ecco che allora lo scenario si arricchisce di una chiave di lettura più ampia. A questo punto non c’è solo da interrogarsi sul voto di protesta verso le “ali” estreme, come i neofascisti di Alba dorata al 7%, o i comunisti più ortodossi del Kke all’8,4%, senza dimenticare l’astensione al 40%. Piuttosto politologi ed analisti, ma soprattutto l’intera classe dirigente continentale farebbe bene a guardarsi allo specchio e ragionare senza pregiudizi o paraocchi su una nuova forma di unione che al momento latita. Che sia meno ingiusta di quella che si è vista fino ad ora, attenta a tutte le fasce sociali, non solo ai banchieri o ai centri di potere rimasti illibati dalle misure di austerity. Chiedere più Europa, non significa essere accusati di antieuropeismo dunque. Lo ha fatto la vera sorpresa delle elezioni elleniche, il 37enne Alexis Tzipras alla guida del Syriza, secondo partito del paese: che non ha cavalcato il facile populismo del “fuori dall’Europa subito”. Ma ha puntato sulla rinegoziazione del piano della troika, guadagnando consensi trasversali, anche al di qua dell’elettorato classico di sinistra.

Serve allora un’idea, una rupture, uno sforzo propositivo innovativo, non un rinchiudersi all’interno di consuetudini vecchie che puzzano di chiuso e di marcio, ma almeno rispettando la volontà popolare (a meno che non si voglia ufficialmente considerarla carta straccia). E allora, al di là di numeri, bizantinismi e possibili gattopardismi in salsa ellenica (il vero pericolo), quello che conta è il macroelemento post urne: il duo “Merkozy” è già ieri. Adesso, prima di ogni altra cosa, serve ripensare l’Europa su cui calibrare stati equi, sociali e intimamente democratici. E farlo seriamente, senza pericolosi ritorni al passato. Per far cambiare idea al triste Ioannis, che sostiene come “nella culla della democrazia, oggi non è solo morta quella forma di governo e di convivenza di popoli nata proprio qui: oggi è morta la speranza”.

Fonte: Gli Altri settimanale dell'11/5/2012
Twitter@FDepalo

venerdì 11 maggio 2012

Ultima chiamata per la Grecia: governissimo?


Un governissimo del presidente fino al 2014 per fare le riforme e salvare la Grecia nel giorno in cui si è accesa la fiamma olimpica ad Olympia: se non è un segno del destino, poco ci manca. Il Paese ellenico in eurocrisi che affronta il post voto con un’incertezza continentale che sta frustando i mercati e che registra il record di disoccupazione (al 21%) e di suicidi “da default” (250 in due anni), si affida al capo dello stato Karolos Papoulias. Che caldeggia un esecutivo multicolore “con chi ci sta” per salvare la permanenza del paese nell’Unione europea e mettere al sicuro anche le future tranches di aiuti continentali. Scacciando in questo modo i fantasmi di un ritorno alla dracma che segnerebbe l’inizio della fine della moneta unica.
La luce nel suo studio è rimasta accesa sino a tardi ieri sera e vertici più o meno ufficiali si sono susseguiti per tutta la notte nelle roccaforti dei partiti, tra i quattro leader (SamarasTsipras,VenizeosKouvellis) che oggi saranno nuovamente stimolati dal presidente della Repubblica al passo decisivo: mettere da parte le rivalità intestine e dare seguito alle promesse di unità di intenti e di stabilità nazionale. Che, tradotto in soldoni, significa esecutivo di larghe intese con la partecipazione dei conservatori di Nea Dimokratia, i socialisti del Pasok, la sinistra democratica diKouvellis e (forse) i radicali del giovane Tsipras. Quest’ultimo negli ultimi tre giorni si è distinto, non solo per un risultato storico (16%) ma anche per un intenso movimentismo anche in chiave di future alleanze. Prima ha chiesto un incontro ufficiale al neo presidente francese François Hollande, poi ha tentato di costruire un ponte comunicativo “alternativo” proprio con pezzi della troika. Suscitando la reazione continentale.
La presa di posizione del presidente della Commissione Europea Barroso sull’uscita della Grecia dall’Ue in caso di mancato rispetto degli accordi, infatti, è il frutto di una missiva indirizzatagli proprio Tsipras (rivolta anche al presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, al presidente del Parlamento europeo Schulz e al governatore della Bce Draghi) in cui si evidenzia che “il voto del popolo greco delegittima politicamente il Memorandum, che ha fallito negli scopi che si era proposto, così come è necessaria una riconsiderazione della strategia europea”. Altra reazione, quella del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. Alla domanda sul fatto che l’eurozona potrebbe sostenere l’uscita di Atene, ha replicato che la Germania intende continuare ad avere la Grecia nell’eurozona, ma è Atene che deve volerlo osservando i suoi doveri. “Noi non possiamo obbligare nessuno e l’Europa non va a fondo così facilmente” ha detto. Tra l’altro se si andasse al voto oggi, il Syriza sarebbe il primo partito del Paese. Lo rileva un sondaggio dell’emittente televisiva Alpha, secondo cui il partito guidato dal giovane intraprendente Tsipras che domenica scorsa ha ottenuto un sorprendente terzo posto con il 16, ora si attesterebbe al 23,8%. Mentre conservatori e socialisti proseguirebbero nel crollo “bipolare”.
Il nodo resta sempre la stabilità: la Borsa di Tokyio chiude in negativo meno 0,63% per via dei timori sulla situazione del debito in Europa. Inoltre si è appreso che Jp Morgan ha fatto registrare nell’ultimo mese una serie di perdite collegate al trading per 2 mld di dollari. Tra i titoli, Sony ha perso il 6,43% (è ai minimi dal 1980 a 1.135 yen). Ma ieri è stata anche la giornata del debutto televisivo dei nazionalisti di Xrisì Avghì (Alba dorata), che dopo 40 anni di esilio fanno il loro ingresso in parlamento con il 7%. Non solo un voto di matrice ideologica, in verità, ma soprattutto di protesta dei cittadini che al bipolarismo da default di conservatori e socialisti non credono più.
Il partito guidato da Nikolaos Mikalioliakos ha illustrato all’emittente televisiva Ski il proprio programma: i contributi pubblici che, come partito, riceveranno saranno destinati alle famiglie greche indigenti; proporranno di istituire un albo di medici ospedalieri che curino solo i cittadini greci e non gli stranieri; intendono equiparare lo stipendio dei parlamentari (attualmente di ottomila euro) a quello di un dipendente pubblico; eliminare l’immunità parlamentare, vi sono infatti alcuni deputati (ha sostenuto l’onorevole Panaghiotaros) che, ubriachi alla guida, hanno investito alcune persone, o sono stati colti nell’atto di intascare tangenti, o che hanno portato all’estero i propri contanti ma non sono stati arrestati; impedire a vita la candidatura politica per i condannato per reati contro la pubblica amministrazione; sequestrare i proventi di tangenti e convogliarli nelle casse dello stato. Il riferimento è anche all’ex ministro Akis Tsogatsopulos, braccio destro di Papandreu senior, arrestato un mese fa con moglie e figlia, per aver distratto almeno cento milioni di euro, frutto di tangenti per fornitura di armi, in virtù di una serie di società off-shore con sede nei paradisi fiscali di mezzo mondo. E scovati grazie all’arguzia di un giudice donna (un caso raro in Grecia) che pare stia mettendo ordine ai piani alti di Atene.
Fonte: Il Fatto quotidiano del 11/5/2012
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