martedì 27 dicembre 2011

Oui, fu genocidio armeno

Quando si parla di genocidio armeno, almeno quando lo si fa con storici e testimonianze alla mano, si fa riferimento a due momenti distinti fra loro: il primo riguardò una vera e propria persecuzione da parte del sultano ottomano Abdul-Hamid contro gli armeni tra il 1894 e il 1896; il secondo invece, che è anche il più noto e riconosciuto ormai da venti stati, riguarda la deportazione di armeni nel biennio 1915-1916. Fu genocidio e viene ricordato ogni anno il 24 aprile.
Quest’anno ricorre il 96esimo Anniversario del Genocidio Armeno e, forse per l’approssimarsi al centenario, qualcosa a livello internazionale si muove. L’Assembla nazionale francese ha detto “oui” a una legge che punisce la negazione del genocidio e la Turchia reagisce con durezza, anziché dare finalmente un nome a precisi episodi storici: il premier Erdogan ha infatti puntato l’indice su Parigi accusandola di «una politica fondata sul razzismo, la discriminazione e la xenofobia», richiamando in patria l’ambasciatore e minacciando che «simili ferite si rimargineranno molto difficilmente». Dimenticando come, nello stesso periodo incriminato, la violenza ottomana si era rivolta anche contro altre etnie come gli assiri e i greci. Contrario al voto solo il centrista François Bayrou, che ha definito il testo «irragionevole e pericoloso». Il provvedimento legislativo segue di fatto la promessa del presidente Sarkozy fatta il 7 ottobre scorso in occasione di una visita nella capitale armena assieme a Charles Aznavour di dare seguito a una vera e propria tragedia del passato. Non sono mancate le reazioni: Ankara ha visto scendere in piazza migliaia di manifestanti. Ma se da un lato qualcuno accusa Parigi di lavorare in una direttrice anti turca, dall’altro in pochi tengono conto della politica anti occidentale che Erdogan sta portando avanti, mortificando quanti avevano creduto che potesse dar vita a una sorta di Democrazia Cristiana musulmana, un partito moderno e laico che facesse da apripista un nuovo ruolo per la Turchia, staccata dall’influenza nazionalista dei militari. Così non è stato, complici le aperture turche a regimi fuori controllo come l’Iran di Ahmadinejad o il negazionismo storico come appunto la questione armena. Alla quale fanno seguito altri casi spinosi, che vedono Erdogan procedere cocciutamente a testa bassa: la questione pontiaca, il massacro dei curdi, i 40mila militari turchi ancora presenti a Cipro dopo l’invasione del 1974, le rivendicazioni di Ankara sulle isole greche, le assurde pretese sui nuovi giacimenti presenti nell’Egeo.

Ma Erdogan, a cui l’Europa sta francamente concedendo troppo credito, eccezion fatta per Sarkozy, raddoppia e lancia il guanto della sfida: annulla tutti gli incontri politici, economici, militari e culturali con la Francia. Un passaggio però dovrebbe essere più chiaro: la storia va scritta e riportata così come è accaduta. Senza appendici o contaminazioni con la contingenza politica, non sarebbe da paese democratico e moderno. Quindi, si prenda per buona l’iniziativa francese, ma solo per il rispetto di quanti sono stati deportati e sterminati dalla violenza feroce dell’uomo. Le morti non hanno colore o nomi, sono purtroppo tutte figlie di una barbarie che va sempre condannata, senza e senza ma. Piaccia o meno a chi ne ha la paternità.

Fonte: Mondogreco.net del 23/12/11

Cittadinanza, primo passo per la convivenza

Due domande secche. L’Italia è un paese razzista? Gli immigrati sono tutti ladri? Ogni tanto serve scendere al livello del qualunquismo per ragionare a mente lucida su fatti e dinamiche in una nazione,la nostra, che sovente rifiuta le argomentazioni, il dibattito. Preferendo invece le gazzarre, il caos come fatto dalla Lega in parlamento per la manovra, gli insulti, i pesci in faccia e le scrollate di spalle, come fatto da Alessandra Mussolini su La7 a Piazza Pulita (quasi come se lei non facesse parte della casta, ma un alieno passato per caso da piazza Monte Citorio).

L’Italia non è razzista, ma vi sono striscianti e preoccupanti pulsioni xenofobe sulle quali vi sono pochissimi dubbi, incentivate anche da politiche populiste che guardano solo al riscontro elettorale e non all’utilità reale. E non lo dimostra solo l’episodio del campo rom torinese, o la strage di Firenze ma anche altri fatti minori, che ogni giorno si verificano per le strade del paese. Dalla legge anti kebab in Lombardia, ai rigurgiti più beceri di certi imbecilli. Secondo punto: gli immigrati non sono tutti ladri. Come in ogni categorie di persone, c’è chi delinque e chi no. Sbagliato ragionare con i paraocchi del pregiudizio, come è altrettanto sbagliato l’eccesivo buonismo. Serve razionalità e lucidità per capire, prima, e agire poi. Ha ragione Nichi Vendola quando riflette sul fatto che il razzismo che si è visto negli ultimi giorni (con morti ammazzati e feriti) è il frutto di una stagione di veleni.

Se per prima la politica sparge fiele senza ritegno, poi è chiaro che soprattutto in quelle fasce sociali più conservatrici, attecchisca diffidenza e timore dell’altro. Che purtroppo a volte si trasformano in violenza. Riflettere sul modello di integrazione per gli immigrati da attuare in Italia, dunque, è la strada da imboccare senza tentennamenti. Certo, oggi tutti o quasi invocano la cittadinanza, come segnodi un paese maturo. Ma due anni fa la proposta di legge fu partorita in maniera bipartisan da due deputati, Fabio Granata di Fli e Andrea Sarubbi del Pd. Che per primi si interrogarono su cosa significasse essere italiani nel 150esimo anniversario dell’unità e soprattutto su chi fossero i nuovi italiani.

Figli di immigrati, nati in Italia da padri e madri che provenivano da un’altra patria ma che avvertivano il nostro paese come “nuova” patria. Perché hanno concluso un ciclo di studi qui, perché sono cresciuti, hanno amici e parenti, si sentono italiani a tutti gli effetti, tifano Inter o Palermo e vorrebbero che i loro figli crescessero qui, sotto il Colosseo o in riva all’Adriatico. Questo non è un passaggio “di sinistra” come qualcuno continua a urlare, ma un ragionamento da paese maturo e senza contaminazioni ideologiche.

Fonte: Go-Bari.it del 20/12/11

domenica 18 dicembre 2011

Quella visione “poltronistica” in voga al Tg1

Venti direttori in quarant’anni di esistenza. Di cui, si badi bene, quindici dal ’90 a oggi. La storia del Tg1, soprattutto nel periodo in cui la politica ha deciso di “occupare” la televisione di stato, si è intrecciata pericolosamente più con gli umori che con i piani aziendali; più con i volti graditi che con una programmazione lungimirante che guardi agli obiettivi tecnici. E solo a quelli. Con il risultato sotto gli occhi di tutti, si veda l’ultima triste parentesi della direzione affidata ad Augusto Minzolini, punta di quell’iceberg definito struttura “delta”. Che semplicemente se ne infischiava di dare le notizie, mortificando il senso stesso di un tiggì pubblico. Volgendo lo sguardo al passato, glorioso, del telegiornale dell’ammiraglia Rai, si osserva che il numero dei direttori registra un’impennata notevole man mano che ci si avvicina agli ultimi vent’anni. Negli anni Settanta due i vertici, Rossi e Colombo. Poi dal 1980 tre, Fede (vicario), Longhi e Fava. Il boom numerico inizia negli anni novanta, dove si apre un decennio addirittura con otto direttori: Vespa, Longhi, Volcic, Rossella, Fava Brancoli, Sorgi, Borrelli. Per arrivare al 2000 con Lerner, Longhi, Mimun, Riotta, Giubilo, Minzolini e il neo direttore Maccari. Una visione per così dire “poltronistica” del Tg1, essenzialmente perché è sufficiente guardare i numeri e farsi un’idea. A scapito di tutto il resto. L’input ai piani alti di viale Mazzini non è la programmazione, ma solo il riflesso specchiato di nomi e volti graditi. Che, per carità, guardando ad alcuni di quelli, anche di comprovato valore, ma il punto non è questo. Bensì logica aziendale e editoriale vorrebbe che al primo posto vi fosse un minimo di lungimiranza e di pianificazione.

Cosa significa che a un direttore sollevato dal proprio incarico, come Minzolini, gli si offre una sede estera di indubbia rilevanza? Non un ragionamento sulle capacità dei singoli, non un provvedimento che abbia un senno, non un’intuizione che sia figlia di analisi oggettive e non di attinenze. E allora osservando quei numeri indietro nel tempo si ha la sensazione di una schizofrenia verticistica impressionante, che nessuna azienda sana di mente del pianeta adotterebbe. È come se una squadra sportiva cambiasse ogni anno il proprio allenatore: con il solo risultato di tanto caos e risultati zero. E con la concorrenza che gongola.

Fonte: ilfuturista.it del 15/12/11

lunedì 12 dicembre 2011

Gli isterismi di oggi? Solo roba da irresponsabili

Troppo facile ora. Troppo facile estremizzare i risentimenti, alzare i toni della protesta, chiamare a raccolta le folle, pompare adrenalina in un tessuto sociale provato dal sacrificio che dovrà, comunque, compiere. Anzi, che già sta compiendo. Perché vorrebbe dire evitare di rattoppare un buco che piaccia o meno esiste e che si sta allargando, mandare tutto all’aria, aggiungere isterismo a una situazione già complessa. Con le conseguenze sotto gli occhi di tutti, a partire dai proiettili inviati al ministro Severino e al sindaco Alemanno. Ma senza dimenticare il pacco bomba contro la sede di Equitalia, o le mille pulsioni che stanno covando pericolosamente sotto il paese. E che tutti dovrebbero contribuire a rasserenare. Questo non significa voler ignorare colposamente dati e numeri. Certo che i tagli e le misure sono incisivamente rilevanti sulla qualità della vita dei cittadini italiani, ignorarlo sarebbe da stupidi. Ma la logica deve essere quella di interventi temporanei per restituire dignità alla democrazia del paese e ai suoi conti. Per queste ragioni non è condivisibile l’atteggiamento di chi incendia le folle e non tranquillizza gli animi.
Ma come, proprio ora che la politica italiana si è faticosamente tolta l'elmetto, grazie a un governo misurato e non barricadero, con pochi annunci ma azioni mirate e ovviamente migliorabili, quell'elmetto lo indossano i cittadini? Invece questo sia il momento di tranquillizzare l’intero panorama sociale, perché non avrebbe senso durante una guerra, come l’attuale crisi economica nei fatti è, contribuire a far scoppiare altre battaglie intestine. Una contingenza controproducente che toglierebbe energie per attuare le misure che l’Europa ci chiede.

E allora, senza per questo voler sminuire i disagi e le sperequazioni sociali che ci sono e si sentono a tutti i livelli, l’invito è di non forzare. Con le parole, con gli slogan, con i gesti: per tentare una pacificazione vera, un clima in cui sia possibile traghettare il paese fuori dalle secche della crisi.

Fonte: ilfuturista.it di oggi

O così o cambiate mestiere

Se qualcuno dei politici italiani ogni tanto, così anche solo per passare il tempo, anziché trastullarsi con i-pad alla camera o con tagli di nastri e sagre nei territori locali, avesse letto qualche pagina di Rancière in Dieci tesi per la politica, si sarebbe accorto che la politica non è l’esercizio del potere, “ma un modo di agire specifico messo in atto da quel soggettoparticolare che è l’uomo che, facendo politica, esercita la sua razionalità propria”. In molti non hanno ancora compreso come parificare la politica esclusivamente alla lotta rabbiosa e sguaiata per la conquista del potere vuol dire smarrire la missione stessa della politica. Giungendo alla consapevolezza che nel momento in cui si chiede il sangue e l’oro ai cittadini, per la sopravvivenza stessa della patria, non si vede perché anche la classe dirigente non dovrebbe contribuire a quel sacrificio. È in quest’ottica che vanno letti gli interventi contenuti nel decreto salva Italia, per il momento, sulle giunte provinciali e sulle circoscrizioni.
Il riferimento è a gettoni e indennità di presenza per presidenti e consiglieri, di contenitori che, a maggior ragione in città metropolitane, sono assolutamente inutili. Lecito chiedersi: a cosa serve la presenza contemporanea sul territorio di assessori provinciali e comunali; consiglieri provinciali e comunali; e finanche di consiglieri e presidenti circoscrizionali se non a ritardare burocraticamente decisioni e progetti? Un’assurdità tutta italiana, sanata almeno in parte con la sforbiciata della manovra di Monti. Che, se vogliamo, potrebbe essere sensibilmente migliorata, certamente per non gravare ancora sulle spalle dei ceti più deboli e maggiormente esposti. Ma anche con un intervento diretto e non populistico sui costi della politica. Chi l’ha detto che in Italia non si può risparmiare sulla politica con ragionevolezza e serietà, ma senza demagogia?

Una politica che si dice alta e con la P maiuscola non può convivere con doppi e e tripli incarichi, tra assessori, componenti di authority, mescolati amabilmente con cumuli di indennità e vitalizi. C’è anche chi, ad esempio in Puglia, pur essendo sindaco, riesce senza battere ciglia a conciliare l’essere primo cittadino, un incarico già di per sé estremamente impegnativo, con la presidenza di una commissione altrettanto impegnativa come quella bilancio al Senato della Repubblica. Questo unicum italiano nel resto del continente non è un bel biglietto da visita del quale vantarsi, anzi. E allora che sia rivoluzione, ma per tutti e in primis proprio chi amministra dovrebbe dare l’esempio anziché dolersi per qualche spicciolo in meno. A costoro, magari, si potrebbe consigliare una battuta che fece scalpore, del compianto ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa. Che un bel giorno, dinanzi a taccuini e telecamere, anziché ingraziarsi i giornalisti con saluti, gomitate e pacche sulle spalle, disse semplicemente ciò che pensava: "Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute".
Ecco, a quegli amministratori locali che da questa manovra si sentono penalizzati, oltre che pensare a qualche migliaio di cassintegrati che stanno sicuramente peggio di loro, va il consiglio di fare proprio l’input di Padoa Schioppa. Ridursi stipendi e gettoni? È bellissimo, e contribuisce a tornare con i piedi su una terra che sta sprofondando. Per tutti.

Fonte: Go-Bari del 10/12/2011

venerdì 9 dicembre 2011

Cosa manca alla politica? Un nuovo alfabeto

La politica di oggi vive un’epoca primitiva e si esprime a volte con suoni onomatopeici. Con gesti approssimativi. Vive di istinti brutali ma non ha un alfabeto civile, non dispone di un vocabolario adeguato. Anzi, è preda di inconsistenze, stravolgimenti fasulli, svilimenti fonetici: spesso dice A per intendere B o per nascondere C. Creando colposamente e, in molte occasioni anche dolosamente, una pubblica opinione confusa, faziosa e plasmabile. Non contribuendo alla soluzione dei problemi, anche perché non li chiama con il proprio nome. Interrogare e rilanciare il significato e il riflesso specchiato delle parole della politica è imprescindibile per offrire nuovi strumenti alla vita attiva del presente. Solo in questo modo sarà possibile dimostrare quanta e quale passione per la cosa pubblica c’è e ci sarà. Tre le parole messe in movimento in questa circostanza. Res publica: con alla base l’idea aristotelica dell’uomo come animale politico, grande invenzione dell’occidente. Investendo sulla fluidità tra i nessi, e sottolineando il principio di Jefferson della politica come piacere di stare insieme. Partecipazione: come scrive Rancière in Dieci tesi per la politica, essa non è l’esercizio del potere, ma modo di agire specifico messo in atto da un soggetto con una razionalità propria. Ed è proprio la relazione politica che consente di pensare il soggetto politico e non il contrario. Ricordando che la felicità è libertà e la libertà è coraggio. Infine diritti e libertà politiche: con in primo piano un ragionamento serio e ponderato sull’immigrazione. E farlo nel 150esimo dell’Unità d’Italia ha un doppio significato: da un lato perché una politica con la P maiuscola non può non interrogarsi su come sarà l’Italia di domani, con moltissimi stranieri che la considerano Patria, anche se non è la terra dei loro padri. E soprattutto perché non può esimersi dal programmare interventi di ampio respiro e lungimiranti che riflettano, senza blocchi ideologici e senza pregiudizi. E allora ridare le parole alla politica è l’obiettivo del Forum delle idee, inseguito in occasione del seminario Le parole della politica. Per non accomodarsi sul senso comune, ma proporre un nuovo vocabolario alla cosa pubblica.

Fonte: Il futurista settimanale del 25/11/11

E adesso (senza B.) parliamo di giustizia

Scriveva Kant che gli uomini non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere. Parlandosi, attraverso il discorso. Il dialogo è quel confronto verbale tra due o più persone, per veicolare idee contrapposte, per esprimere esigenze, criticità, intuizioni, idee. Riallacciare i fili di due mondi determinanti ma troppo spesso in contrapposizione. Lasciare nel dimenticatoio elmetti e asce verbali, per inaugurare una fase distensiva. Ma soprattutto di dialogo. Potere politico e magistratura hanno oggi l’occasione di re-investire in quella straordinaria opportunità che si chiama parola, scambiandosi idee e non più accuse, proposte invece che recriminazioni, percorsi comuni anziché minacce. E farlo all’indomani dell’uscita di scena di quello che è stato, nei fatti, un vulnus unico nel suo genere: Silvio Berlusconi. Per questo il Futurista assieme alla Fondazione Enzo Tortora ha promosso un momento di riflessione, per capire fino in fondo il limite selvaggio tra giustizialismo e garantismo, per affrontare veramente i nodi della questione. Per valutare il peso specifico della giustizia, a mente fredda, senza l’assillo di trovarsi in un fortino perenne perché l’interesse privato si mescola torbidamente con il pubblico. Ma specchiandosi l’uno nell’altro: e ricominciando finalmente a dialogare.

Fonte: Il futurista settimanale del 18/11/11

Dove va il capitalismo?

«Abbiamo lasciato per troppo tempo mano libera al capitale e ora il genio è uscito dalla bottiglia». Partendo da questo assunto di John Le Carrè, noto scrittore di spy stories, non possiamo non interrogarci sulla società dell’uomo che deve specchiarsi nella sua postmodernità. E deve farlo, con estrema urgenza, in una quotidianità che sta imparando sulla propria pelle il significato di termini come spread e default. Dove va il capitalismo mondiale? È entrato in una camera di decompressione dalla quale non uscirà sano? E se continuerà a essere la strada maestra per i continenti più avanzati, come attualizzarlo in un’epoca in cui denaro e uomo paiono distanti anni luce? La finanza vive uno dei suoi frangenti più drammatici, con ripercussioni altrettanto tragiche tra la gente. Perché la crisi che non è stata né prevista né immaginata dai soloni dell’economia mondiale, ma oggi può e deve essere un’occasione di evoluzione. Una sorta di trasformazione antropologia sociale grazie alla difficoltà di questi anni. Per rimettere in gioco l’uomo e la sua sopravvivenza all’interno della società, investendo sulla comunità, più che sui sistemi economici che ci hanno condizionato, erroneamente, fino a oggi.

Fonte: Il futurista settimanale del 15/11/11

mercoledì 23 novembre 2011

Moriremo democristiani? Ma quando mai

C’è qualcuno che non ha capito, o fa finta di non capire, come il momento dell’Italia e del continente intero sia delicatissimo. Le pressioni finanziarie, gli speculatori in agguato, i conti che non tornano, cinquant’anni di casta che fanno sentire gli effetti sulla vita dei cittadini e sulle casse dello stato. Per questo la risposta della politica non può che essere di unione. Prima scomporre per rivitalizzare la proposta politica e poi ricomporre, magari in un secondo momento, per tornare a governare. Questo il senso dell’esecutivo Monti, nei fatti di grande coalizione in quanto tutti, o quasi, consapevoli dello sforzo da compiere. Chi continua ingenuamente ed erroneamente a chiedersi se moriremo democristiani sottovaluta fatti e strategie. Una semplificazione sloganistica simile dimostra sì il corto respiro. Perché il fatto di voler appoggiare responsabilmente un governo di grande coalizione non significa necessariamente tornare al passato. Ma, così come fatto con il Cln dopo la guerra, serve oggi unità e altruismo per ricostruire. Solo i democristiani moriranno democristiani, non è che questo assunto sia un dato di cui vergognarsi, ognuno ha origini e percorsi differenti da rispettare. Proprio per questo è da apprezzare lo sforzo che oggi tutti compiono. Mettendo per un momento da parte storie, appartenenze, identità, e convergendo su obiettivi concreti e collettivi. Chi si ostina ancora a ragionare per slogan, per frasi ad effetto, per salti in avanti ma che non hanno una solida base analitica, ancora di più mostra di non avere capito un bel niente. All'ordine del giorno non c'è quale fine farà questa o quella fazione, ma il destino di tutti. Che, piaccia o meno, oggi è molto incerto. Salvo per il tentativo di un governo che in appena una settimana ha già dato sfoggio di altro stile e altri modi. E allora a nulla serve chiedere la carta di identità ai compagni di viaggio, francamente poco importa. Conta solo la destinazione finale.

Fonte: ilfuturista.it del 21/11/11

mercoledì 16 novembre 2011

La narrazione politica di domani? E'già un'altra

Il passaggio politico dal quindicennio berlusconiano a un qualcosa di diverso e di nuovo potrebbe essere riassunto nel fatto che, comunque vada, i partiti di domani non saranno quelli usciti dalla guerra civile che ci lasciamo alle spalle. La narrazione politica, da oggi in poi, sarà un’altra. In questa consapevolezza, matura e decisiva, deve trovare spazio la proposta innovativa di un cambiamento epocale. Che sta già muovendo i propri passi. Che bussa alla porta della cosa pubblica proponendo una rottura, come da definizione della politica offerta da Ranciére: rottura specifica della logica dell’archè. Lasciandosi alle spalle la retorica del passato e superando le vecchie appartenenze che hanno trionfato nella visione berlusconiana. Distaccandosi da ricatti, da memorie e racconti feriti. Perché la politica rinasce solo abbracciando visioni differenti ma accomunate da nuovi orizzonti. Dando voce a chi non l’ha avuta, per uscire dalla logica della maggioranza di idee e pensieri, per rompere con baluardi culturali sino a ieri insormontabili. Che vanno superati senza quella smania novecentesca di categorizzare una proposta sulla base di classificazioni ideologiche vecchie. Finalmente ci lasciamo alle spalle l’emergenza: la parola clou del decennio. Tutto è stato emergenza, tutto affanno, delirio, corsa e rincorsa. Ora c’è l’occasione per riportare le cose al proprio posto e anche, chissà, per rimetterle successivamente in disordine un’altra volta in futuro. Ma, oggi, serve la ricomposizione. Il peso specifico del quadro politico che ci accingiamo a strutturare, o parafrasando Monti quando ha usato il termine ‘gestazione’, sta nell’osservare un mondo nuovo da intercettare e a cui rivolgersi. Senza nostalgismi o fazionismi d’annata.

Un movimento globale che ri-nasce da zero, moderno, europeista e riformista deve avere la sua base nella misticanza culturale, nella sperimentazione sociale ma ancor più nella consapevolezza che nulla sarà più come prima. E chi non lo avrà compreso ne rimarrà inesorabilmente fuori, trascorrendo il proprio tempo a rimuginare su polemiche ingiallite, a dividere anziché unire: insomma, ragionando ancora in termini (politicamente) obsoleti.

Fonte: ilfuturista.it di oggi

lunedì 14 novembre 2011

Mecenati, fatevi avanti: la cultura ha bisogno di voi

Che paese è un paese che anela come fosse ossigeno vitale a ogni alito di cultura, per poi rendersi conto che non è vento ma spiffero, briciole di una pietanza che non arriverà mai sulla tavola? La cultura d'Italia è sempre più appesa al filo del mecenatismo, anzi, a pticcoli interventi basati sullo sforzo delle fondazioni bancarie o piccoli esempi di filantropia che, rispetto 'al mecenatismo europeo o statunitense, sono poca roba. Il problema vero è che nell' Italia di oggi e del secoto breve una vera e propria cultura della "filantropia non c'è mai stata, solo interventi dignitosi ma disarticolati, perché forse manca del dare senza ricevere, e si intende l’arte e l’intero panorama nazionale come fosse un peso da far portare a chi ha più muscoli. La cultura e l'arte d'Italia rappresentano di fatto non il patrimonio di un singolo paese, ma almeno di quattro, se si volesse considerare l'epoca romana, medievale, rinascimentale e barocca. Ragion per cui l'intero sistema di infrastrutture che affianchi questo sterminato pedigree italiano dovrebbe essere ampio ed efficace. E invece non lo è, preda di tagli indiscriminati e spesso anche di deficienze cognitive imbarazzanti. Ovviamente lo Stato da solo non è sufficiente, e anzi, si assiste dal 1985 a una progressiva diminuzione dei fondi destinati alla cultura e all'arte. Con i picchi dell'oggi, in virtù di una manovra che lascerà sul campo solo macerie, oltre a quelle già esistenti ad esempio a Pompei. Il problema, come più volte rilevato da Andrea Carandini, presidente del consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, è legato a una classe dirigente impreparata e svogliata, che si occupa di cultura solo in tempi di vacche grasse. Nella consapevolezza che una grande crisi, come: l'attuale, si può anche passare, magari rinchiudendosi - In una grotta e attendendo che la nottata sia terminata-. Ma Oggi all'Italia accade un fenomeno ben più grave di un evento estemporaneo: latita una dirigenza complessiva che comprenda il significato della cultura, e coniugato proprio in questa terra, patria di "bellezza" che tanto ha dato alla società di tutti i continenti. A cui manca una sera e propria industria culturale, e in cui spesso chi dovrebbe proteggere questo grande fiore all'occhiello bianco rosso e verde si perde in battaglie ideologiche (come accaduto a Sandro Bondi nella sua avventura al dicastero del Collegio Romano). Ma una percentuale di responsabilità alberga anche in quella fascia a imprenditoriale che non ha osato scommettere sulla cultura, tranne casi sporadici. Ma andiamo con ordine. Il mecenatismo si sviluppa nel periodo umanistico-rinascimentale e prende il nome da Gaio Mecenate, scrittore uomo politico romano (69 a. C). Che, una volta ritiratosi a vita privata decise di contornarsi di artisti e poeti, incoraggiandone le opere: il potere politico attirava alla propria corte quelle energie capaci di eccellere nette arti, nelle lettere, nel diritto. Così da offrire lustro con il proprio impegno. Si leggano le pagine vergate da Baldassare Castiglione che nel Cortigiano consiglia l'intellettuale di: «voltarsi con tutti i pensieri e forze del suo animo ad amare e quasi ad adorare il principe a cui serve, compiacerlo nelle sue voglie senza adularlo...Non sarà vano e bugiardo,vantatore e adulatore inetto, ma modesto e ritenuto, usando quella riverenza e rispetto che si conviene al servitore . verso il signore».
Nel 2009 il 19% dei finanziamenti alla Cultura.: è venuto da privati, a metà tra mercato e mecenati. Questi ultimi sono sempre più rappresentati dalle fondazioni bancarie che, come ricordato dal presidente dell'Acri Giuseppe Guzzetti, hanno una funzione maieutica, perché non solo danno un contributo noto a tutti, ma assolvono una dinamica delicatissima. In quanto attirano gli interventi privati e sovente si sostituiscono al ministero (assente) sotto forma di cabina di regia. Molti sono gli imprenditori, osserva il vertice dalla Fondazione Cariplo, che non sanno a chi rivolgersi per restaurare una chiesa o per avviare una manutenzione di un museo. Una strada perciò è quella dei distretti culturali, ovvero interventi mirati sul territorio che abbiano un grande sguardo comune, un progetto insomma ad ampio respiro, che non facciano di quello sforzo economico un interessamento isolato. Ma venga ricompreso all'interno di una dinamica più generale, stabilendo in concreto un'armonia di interventi legati all'arte, alla cultura, alla scienza. In questo però rifiuta la cosiddetta funzione bancomat, in quanto il rischio è che chi richiede un intervento nello specifico dette fondazioni bancarie, alla fine voglia solo liquidità per meri scopi di un ritorno pubblicitario. Il pensiero corre a un sito come il Colosseo. O come a Pompei, dove vi sono al momento tutti i presupposti per procedere al salvataggio, grazie a più di cento milioni di euro che però dovranno essere gestiti con serietà e rigore, per impedire che attirino gli appetiti della criminalità. In questo senso va interpretata la presenza in loco del commissario europeo. Come dire che anche la cultura italiana corre il rischio di essere commissarsata. Ma un passo in avanti e possibile, lo dimostra l'associazione Amici degli Uffizi, gestita da una branca di Confindustria: Confcultura, a cura di Patrizia Asproni. Che è riuscita ad attirare donazioni, straniere (precisamente di venticinque milionari 80enni residenti a Palm Beach che hanno staccato un assegno ciascuno di venticinquemila dollari invogliati dal fatto che l'Italia è la culla mondiale della cultura e va salvaguardata), ma con precise garanzie. E soprattutto mutando il termine mecenatismo in quello che gli anglosassoni definiscono "fundraising". Un interessante punto di partenza, che però deve essere considerato tale, dal momento che solca un mercato come quello statunitense già florido di Mecenati. E con la speranza che anche qui in Italia si assista a un minimo scatto di orgoglio da parte di chi, da questo paese, ha ricevuto tanto in termini di produzione, manodopera, dividendi e che adesso, proprio adesso quando tutti i rubinetti sono chiusi, dovrebbe fare di più, ora che lo Stato non assolve al suo compito. Il Ministero della Cultura, oggi, ha delle indubbie criticità: rifiuta un ammodernamento tecnologico, ha una dinamica organizzativa lenta, ma non per questo va abbandonato al suo destino. Perché, come ammonisce lo stesso Carandini, se crolla il ministero crolla la cultura. L'auspicio è che una nuova borghesia nutra il sentimento di appartenenza a una cultura comune, che si adoperi materialmente in misura sempre maggiore per dare ciò che dalla società ha avuto. Anche, perché no, grazie all'aiuto di veri e propri moderni operatori, che gestiscano una sorta di grande industria nazionale della cultura, ergendosi a interfaccia qualificato e competente tra le esigenze di un paese millenario come l'Italia, la sete di cultura e i fondi da "rastrellare" e gestire con oculatezza. In fondo è stato forse l'eccessivo statalismo italiano del passato a non consentire lo sviluppo di un vero e proprio mecenatismo. Si pensi al fatto che un colosso industriale e politico come Gianni Agnelli di fatto ha lasciato solo un patrimonio in quadri, devolvendo a Torino la sua pinacoteca. Un po' poco per chi per decenni si è visto inondare di finanziamenti pubblici per avviare stabilimenti in tutta Italia. O no?

Fonte: Il futurista settimanale del 05/11/11

Kalispera Atene

Forza Grecia, perché significa forza euro. Il destino della moneta unica passa inevitabilmente dalle Cariatidi che osservano da pochi metri il Partenone, sotto un cielo plumbeo. Lì, sul punto più alto della capitale ellenica, dove sventola la bandiera bianca e azzurra, assieme a quella dell’Unione, i destini continentali si incrociano con quelli della porta d’oriente del vecchio continente. Il partito (politico, speculativo e quindi anche mediatico) di chi vorrebbe una retromarcia verso i bassi lidi della moneta nazionale non ha bene calcolato lo tsunami finanziario che ne deriverebbe. Toccando interessi non solo dell’eurozona, ma soprattutto in chiave di geopolitica mondiale. Perché proprio al centro del Mediterraneo si sta giocando una partita ad altissimo rischio dove le pedine non sono solo lo spread o le montagne di prestiti scaduti che Atene detiene nel proprio portafoglio. Ma vi sono anche altri fattori che vanno considerati, vedi l’influenza e le mire dell’area pacifica che sta prepotentemente guadagnando terreno. Come mai nonostante le misure anticrisi il debito pubblico ellenico l’anno prossimo aumenterà? Perché il duo “Merkozy” si ostina a non considerare l’opzione eurobond che stimolerebbe gli appetiti di liquidità cinesi? C’è chi invoca addirittura il ruolo di cavia per la Grecia, viste le deficienze strutturali, perché la crisi non è ellenica, bensì europea. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto si sgombri il campo da facili illusioni: i conti in Grecia non tornano e, almeno ufficialmente, non per colpa di altri. Ma per decenni di spreco di denaro, politiche miopi e corruzione multilivello. La Grecia è tutt’ora il paese in cui lo stato è il maggior datore di lavoro ed è il primo cliente del settore privato. Bisognerebbe certamente impattare questo strapotere statale che è all’origine della crisi, ma sarebbe servito farlo senza scatenare la tremenda recessione attuale. L’accordo del 26 ottobre è servito invece per alleggerire il debito in modo che, pur in condizioni critiche, ci sia in futuro una speranza di ripresa. Ma non è sufficiente, perché la Grecia è storicamente stata crocevia di scontri. Prima la dominazione ottomana, staccatasi solo a inizio del novecento (Creta è stata l’ultima a liberarsi nel 1914, nonostante la rivoluzione fosse partita nel 1821), poi i due blocchi monolitici del patto atlantico e della cortina di ferro, che proprio in mezzo all’Egeo incrociavano le lame. Passando oggi per la nuova era delle altre potenze, Cina su tutte e con la Russia di Putin a svolgere un ruolo non solo di spettatore. Si aggiungano gli scandali in occasione delle Olimpiadi del 2004 che hanno interessato il colosso tedesco Siemens, le fibrillazioni in Medio Oriente e gli ostruzionismi continui della Turchia in chiave di un’ “ottomana” vocazione espansionista, adesso indaffarata a tessere trame con l’Iran di Ahmadinejad e a litigare con Atene per il petrolio e per il gas presente nelle acque greche, senza dimenticare l’ingiustificata occupazione di Cipro con 50mila militari turchi presenti in loco dal 1974. Uno scenario tutt’altro che semplice da gestire e comprendere. Un fatto, però, è rappresentato dai numeri: in rosso per l’Atene di oggi, con sperequazioni sociali assurde, con una fetta di cittadini costretta a variare finanche le abitudini alimentari perché senza gli euro di ieri, con l’aumento di suicidi e di depressioni, con servizi statali nella sanità dimezzati. Ma in rosso anche per lo stato di domani: nel 2012 è calcolato che il debito pubblico salirà al 170% del pil (oggi è al 160%): come mai? Significa che le ricette imposte dalla troika composta da Fmi, Ue e Bce all’economia greca in un primo tempo avevano sottovalutato l’impatto negativo che avrebbero avuto grazie ad una rapida liberalizzazione dell’economia. È come se si contrapponessero specchi ad altrettanti specchi. Ma il governo che fa? Approvato un esecutivo di larghe intese per scongiurare le elezioni anticipate e dare il via libera al piano di salvataggio, anche se lo shock vero è stato l’annuncio di un referendum sulle misure, proposto dal premier Papandreu e dopo 48 ore ritirato anche per le pressioni dei mercati continentali collassati giusto il tempo di quell’annuncio. Papandreu: un cognome che significa molto in Grecia, al pari di altre due famiglie, Karamanlis e Bakoyannis che nella politica fanno il bello e il cattivo tempo ininterrottamente da quasi un secolo. Ma ecco Iorgos: figlio dell'ex primo ministro greco Andreas (fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli) e nipote di Geórgios (primo premier della Grecia al termine dell'occupazione nazista nel 1944), ha spiazzato tutti con quella boutade. In occasione della festa nazionale del 28 ottobre lo hanno accusato di tradire la sua Grecia. Un venduto agli stranieri insomma e che a loro ha ceduto gran parte della sovranità del paese. Iorgos l’Amerikano (così lo epitetano) è nato infatti negli Stati Uniti da famiglia mista, sua madre è l’ex radicale americana Margaret Chant, crescendo e formandosi in America e in Svezia. Un greco della diaspora, che ha trascorso la maggior parte della vita all’estero, dalla pronuncia greca incerta: per questo lo accusano. Ha anche detto di non vedere la vita politica come una professione: ma allora perché non ha fatto un passo indietro? Chi ne ha seguito la carriera politica afferma che il mansueto George, che preferisce l’inglese al greco quando dialoga con il suo staff e ama fare jogging al mattino, la vede come un’eredità lasciatagli dal padre e dal nonno: non ha vissuto drammi politici perché è un principe ereditario. Comportandosi di conseguenza e decidendo senza consultare nessuno. All’indomani del pacchetto di accordi post summit europeo del 27 ottobre, i nemici di Papandreu hanno affilato un’altra arma contro di lui. Dal momento che la cancelliera tedesca era riuscita nell’impresa di affrancare l’economia ellenica con un “controllo permanente” della troika fino al momento in cui il paese non fosse stato capace di essere autonomo. Ma il nemico numero uno resta il partito antieuropeo e antieuro. Che in patria è rappresentato dal partito comunista, mentre fuori dai confini nazionali prende il nome di speculazione. Sì, certo, c’è la Bild che scrive che per premunirsi contro il rischio di un'uscita della Grecia dall'euro il maggiore tour operator tedesco ed europeo, Tui, stia sottoponendo ai partner alberghieri greci contratti in dracme. Il quotidiano tedesco scrive che in caso di ritorno alla dracma, il calo del valore della nuova valuta potrebbe arrivare fino al 60%. Ma cosa accadrebbe con un’eventuale uscita della Grecia dall’euro? In primis una fuga dei depositi, ovviamente ciascun risparmiatore ritirerebbe subito il proprio denaro in euro anziché attendere di avere in tasca “solo” dracme svalutate. Con il rischio di fallimenti bancari a catena, oltre a costi sociali non indifferenti perché il governo sarebbe costretto a nazionalizzare le banche. Senza dimenticare che, come rilevato dall’economista Jesus Castillo, l’inflazione comporta un abbassamento del potere d’acquisto delle famiglie. A ciò si aggiungono altri fronti. La questione dei giacimenti presenti nell’Egeo o nella zona esclusiva di Cipro, la cui esistenza è nota sin dalla fine degli anni settanta, ma che non sono mai stati sfruttati per le pretese turche. Tra l’altro l’unico paese al mondo che non ha aderito alla relativa convenzione delle Nazioni Unite, avanzando al contempo diritti assurdi. Si era giunti però ad un compromesso, proprio quando Papandreu era ministro degli esteri, dopo aver rischiato in molte occasioni l’episodio “caldo”: sospendere le ricerche nell’Egeo in vista della definizione bilaterale dei confini. Cosa abbastanza difficile, perché la Turchia ha delle idee tutte sue che non trovano riscontro in alcun codice legislativo, come il fatto che le isole non abbiano diritto ad una piattaforma continentale. Insomma, problematiche croniche: e se vi è una responsabilità, sta nel fatto di non averli risolti a monte. E questa volta non per colpa dei governi greci, in verità la Turchia ha mostrato più intransigenza del dovuto in svariate occasioni, con la comunità internazionale a vigilare sonnacchiosamente, come sull’invasione di Cipro, ancora oggi capitolo tristemente irrisolto. C’è poi il capitolo Germania: Albrecht Ritschl, professore di Storia economica alla London School of Economics, intervistato dalla rivista tedesca Spiegel ha detto che la Grecia non ha un centesimo per restituire i prestiti, mentre è la Germania in passato ad aver sperimentato i più grandi fallimenti del ventesimo secolo, dal momento che, accusa, “il famoso miracolo tedesco era sulle spalle degli europei, per questo non dimentico i greci”. E a supporto della sua tesi ricorda i documenti ufficiali che dimostrano come i tedeschi dovrebbero riconoscere alla Grecia solo per anticipi l'ammontare di 91,99 miliardi dollari. Che, se pagate in occasione della riunificazione tedesca, come esplicitamente definito dai tre accordi internazionali a Roma, Londra, Parigi annullerebbero oggi il debito ellenico.
Tutto ciò si lega, ancora, a un gap comunicativo: nessuno ha provveduto a informare l’opinione pubblica ellenica su che cosa avrebbe comportato l’adesione all’euro. È così, tra quotidiani schizzati anche a un costo di sei euro e un caffè italiano che in alcune zone di Atene sfiorava i cinque euro, che si sono ritrovati in questa situazione a dir poco disagevole. Certo, quelli de Le Monde continuano a proporre il paradigma argentino, auspicando una ricostruzione ellenica che parta dalla competitività, al momento zero per via dello scarto d’inflazione accumulato dal frangente del suo ingresso nell’euro. E puntando sul deprezzamento della sua moneta, uscendo dall’euro, come panacea a tutti i mali. Ma gli analisti francesi dimenticano che la Grecia non è l’Argentina, non fosse altro che per la diversa estensione geografica e per ben altre dinamiche continentali. Perché in fondo nemmeno l’area euro mediterranea è come gli Stati Uniti, o forse Parigi lo dimentica? La dracma servirebbe solo a spingere verso il terzo mondo finanziario la cosiddetta Europa del sud, che a quel punto includerebbe altri paesi Piggs oltre alla Grecia come l’Italia (cosa che solo Berlusconi ignora). Ma dando il definitivo addio alla moneta unica e alle ultime briciole di speranza di avere un’area continentale che sia comunitaria e autorevole. Con il brindisi di chi, ad un’Ue compatta e monolitica, non dispiacerebbe poi tanto rinunciare.

Fonte: Il futurista settimanale del 17 novembre 2011

lunedì 7 novembre 2011

Festeggiamo ogni topo che abbandona la nave di B.


Il nodo sta tutto lì, in quell’equilibrio. Perché questo non è il momento di fare gli schizzinosi. Siamo nel pieno della battaglia finale e chiunque molla Silvio Berlusconi non potrà che essere festeggiato. Dopo ci sarà tempo per ragionare sugli scenari futuri. La maggioranza si sbriciola ogni secondo di più e, nonostante l’ostinazione del presidente del consiglio, il governo, di fatto, non è più in piedi. Le defezioni, gli abbandoni, i distacchi dal fu Popolo della libertà sono il segno tangibile della fine. Quei deputati e senatori che non vogliono più metterci la faccia rappresentano la plastica raffigurazione del “the end”. Senza appelli. Certo, chiede qualcuno, ma non è che adesso si ricomincia con cavalli di ritorno e figlioli prodighi? Nessun ingresso e ponti levatoi alzati, sia l’imperativo. Però a ogni "topo" che abbandona la nave del Cavaliere permetteteci di festeggiare. C’è anche qualche sostenitore che affida a facebook la propria riflessione, come Antonio C., secondo il quale per fare cadere il governo ben vengano le migrazioni dal Pdl, ma non si dimentichi che questi personaggi non aiuteranno a vincere le prossime elezioni, in quanto chiederanno in cambio zattere di salvataggio. E allora il primo comandamento resta quello di parlare agli elettori (non agli eletti) e si eviti di mortificare i militanti, per dare spazio ai migranti della politica. «Un conto è reperire i numeri in parlamento per mandare a casa il governo - scrive - altro è mantenere un comportamento coerente nei confronti degli elettori. Stiamo quindi attenti a non snaturare Futuro e libertà. Dopo la caduta di questo governo dovremo presentarci agli elettori e certamente non gradiranno i riciclati». Un ragionamento che non fa una piega, perché frutto di coerenza e determinazione. Ma buono tra un momento. Perché adesso, nel nanosecondo in cui l’impero del Cavaliere crolla sotto i colpi dei suoi stessi amici, è il momento di festeggiare quelle fughe.

Fonte: ilfuturista.it di oggi

Dalla classe alla casta


Ha ragione Sabino Acquaviva quando ammonisce sulla trasformazione della società italiana, che da essere composta da classi sociali si è ridotta, oggi, a essere divisa morfologicamente in caste. Perché hanno bloccato l’ascensore sociale, perché si è investito nelle cricche e non nel sistema, negli amici degli amici e non nello strato sub sociale nazionale, nei desiderata di pochi svilendo il futuro dei tutti. L’Italia è un paese ingiusto, per mille ragioni. Esempio principe: tutti inneggiano alla meritocrazia e nessuno la metta in pratica. Ma al di là delle deficienze strutturali storiche o contingenti, come accade nel resto d’Europa, qui sta montando dell’altro. È la consapevolezza rassegnata di chi non vede la luce in fondo al tunnel, di chi si rende conto ogni attimo di più che la classe dirigente è sempre meno qualificata, aggrappata ai tanti troppi Scilipoti che sporcano il nome e le fattezze di una nazione. Che servirebbe un Einaudi che non c’è e non ci sarà, che basta promettere un tot per restare in sella. A questi cittadini giustamente delusi, che osservano un sogno disintegrarsi, che fanno veramente i conti con la crisi sulla propria pelle, non si può obiettare solo con lo strumento della fiducia coatta.
Né si può dire semplicemente loro che tanto domani sarà un altro giorno, migliore dell’oggi ma peggiore del dopodomani. Storie vecchie che non funzionano più. Invece serve accarezzare i loro dubbi, le paure, le disillusioni, ascoltare sfoghi e ragioni, discutere anche animatamente delle piaghe sociali che, nell’Italia del bunga bunga e delle grandi opere che non si fanno, stanno tornano drammaticamente a galla. Qui si muore ancora di lavoro nero, si malasanità, di alluvioni. Di cassintegrazione, di nuove droghe per poveri disperati, di prestiti scaduti che stanno arrivando prepotentemente nel motore socioeconomico della nazione. A questa gente, che rappresenta la maggior parte della popolazione, non interessa quanti deputati in più ha la maggioranza, o chi staccherà la spina, o chi verrà messo nel listino bloccato perché figlio, delfino o trota di un presunto leader. Ma vogliono solo che le cose cambino e alla svelta.
Per queste ragioni allora la politica alta, quella con la P maiuscola, quella per intenderci che consentiva al paese di sfoggiare facce presentabili e galantuomini, come Berlinguer, De Gasperi, Almirante, deve rinnovarsi prima che sia troppo tardi. Prima che gli italiani siano ridotti allo stremo e che perdano la lucidità democratica, piombando in derive illogiche. Dove il rinnovarsi non si limita solo a sostituire deputati con plurilegislature alle spalle con rampolli approssimativi figli o nipoti di altri componenti della cricca. Ma si evolva dall’interno, con un nuovo vocabolario, frustandosi per idee che non ha avuto, studiando cause ed effetti del paese. Perché alla politica di oggi, quella dei teatrini televisivi, quella del do ut des, dei vertici notturni, delle cene clandestine, dei frondisti che un momento prima solo peones e dopo si trasformano il salvatori non della patria ma dello scranno, beh a questa gente mancano le idee e le parole. Un’occasione è il simposio organizzato per il prossimo fine settimana a Rocca di San Leo dal Forum delle idee per rilanciare il significato e la luce delle parole della politica. L’obiettivo è proporre un nuovo alfabeto della vita attiva nel nostro presente: un ciclo di seminari sperimentali per ricordare a chi gestisce la cosa pubblica che senza idee e senza parole (adeguate) lo status quo non cambierà.

Fonte: Go-bari di oggi.

mercoledì 2 novembre 2011

Democrazie senza democrazia: dove andiamo senza guida?


È come voler giocare senza legittimità. Chi governa senza democrazia lo fa nella consapevolezza di potersi permettere licenze, più o meno lecite. Lo abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. Democrazia senza democrazia è sovvertire l’ordine delle cose, è il conflitto di interessi, è non avere concorrenza, è cassare le idee non allineate, è governare con e per un pugno di mosche (pardon, di responsabili), è una meritocrazia di cui tutti, ma proprio tutti si riempiono la bocca, salvo poi fare “all’italiana”. È non poter scegliere altro che non sia bianco o nero, è essere tacciati di vezzo da intellettuali solo per il fatto di ricercare un confronto o un dialogo ampio, è svilire i contenuti per salvare cocciutamente il contenitore. Lo ha scritto Giovanni Sartori qualche tempo fa nel suo Democrazia, cos’è? che anche il gioco democratico può essere giocato male. Dobbiamo sforzarci di chiederci come mai l’ideale sia entrato in rotta di collisione con il reale. Dal momento che la democrazia, nata inizialmente per limitare l’assolutismo, ha nei fatti prodotto nuove oligarchie. Che dispongono del potere decisionale, influenzano quotidianità dei cittadini con scelte e con politiche mirate, non sembrano poi troppo intimorite dal controllo delle istituzioni democratiche. Partiti e governi a volte tendono progressivamente a svilire figure e poteri, come il parlamento e la magistratura, o paradossalmente a strumentalizzarli, in virtù delle esigenze del momento.

Dimenticando che il potere dovrebbe limitare il potere, grazie ai check and balance per non far mancare controlli e tarature. Proprio in questo pertugio la sovranità popolare assume un ruolo marginale: quante volte, e a tutti i livelli, non viene vista poi con troppo entusiasmo? Il riferimento è alla possibilità dei cittadini di avere una pubblica opinione autorevole e indipendente, alla scelta diretta dei candidati in occasione delle elezioni politiche, alla trasparenza degli eletti. E allora sarebbe utile riflettere su quante volte sembra di essere circondati da strutture che si dicono democratiche ma che, in realtà, sono solo camuffate perché dirette in modo unidirezionale. Per questo il fattore del movimentismo, a maggior ragione in questa fase di crisi del comparto cosiddetto democratico, va sostenuto con purezza e senza tentennamenti. Per limitare la legittimazione popolare passiva, rafforzando quella democrazia che Enrico Berlinguer definiva come una conquista in atto, preservandola da stravolgimenti e amputazioni, da ogni tentativo di svuotamento o soppressione.

Fonte: ilfuturista.it del 02/11/2011

Referendum in Grecia: solo una provocazione?

Lo shock è stato di quelli che difficilmente saranno superati senza conseguenze, non solo economiche ma soprattutto politiche. Perché i vertici continentali, ovvero il binomio Merkel-Sarkozy non digerirà facilmente l’annuncio del primo ministro greco Papandreu di indire un referendum sulle misure anti crisi. E già per il prossimo mese di dicembre. Ma come, si chiedono in molti, proprio adesso che si stava con difficoltà riuscendo a far metabolizzare gli interventi, internamente al paese e all’esterno in sede di troika, ecco che Iorgos, o come lo chiamano in patria George per via del suo non-ellenismo, fa saltare il banco? Numerose le chiavi di lettura questa mattina dei quotidiani greci, ma soffermiamoci su due ipotesi. La prima prevede che il leader del Pasok abbia scelto la strada della sopravvivenza politica e si sia reso conto della fragilità del suo mandato. Complici le defezioni del suo partito, la maggioranza di 152 deputati socialisti sui complessivi 300 è molto risicata, sarebbe infatti sufficiente un’altra defezione per far concludere definitivamente l’esperienza governativa socialista. Quindi vorrebbe correre ai ripari, riallacciando i contatti con i cittadini vessati dalle drastiche misure che, è utile ricordarlo, non faranno ridurre il debito greco. In quanto nel 2012 aumenterà fino a sfondare il tetto del 160% del pil, come gridavano i manifestanti dinanzi al parlamento ellenico pochi giorni fa. Di qui le considerazioni che la crisi non è greca, ma europea e mondiale e la scelta di chiedere proprio al popolo un giudizio sugli interventi. Con la drammatica conseguenza, però, di uno scenario surreale se dovesse prevalere un voto negativo. A quel punto cosa accadrebbe? Inoltre si è già verificata una destabilizzazione della totalità dei mercati europei, con i crolli di tutte le borse già da ieri. A soffrire più di tutti, in Italia, i titoli bancari, con perdite significative. Ma con il (piccolo) vantaggio per Papandreu, che ieri ha anche sostituito tutti i vertici militari, di poter di nuovo guardare negli occhi i propri elettori. Altra interpretazione, questa volta più avventurosa, ma non per questo inverosimile: la Grecia ha capito che le misure della troika non la salveranno dagli speculatori, che l’Ue non emetterà eurobond, che la troika non vede con favore (nemmeno gli Usa) un’avanzata di capitali cinesi che diano manforte alla crisi e allora ha deciso, come spesso accaduto in passato, di fare da sola, perché si sente una cavia. E rischiando, sotto tutti i punti di vista, non avendo più nulla da perdere. Se la logica vorrebbe che annunci come quello del referendum venissero al più presto ritirati per consentire ai paesi cosiddetti Piggs di evitare il contagio ellenico, il seme del dubbio si insinua parallelamente in questa storia di debiti scaduti, promesse non mantenute ed equilibri geopolitici. Perché non sarebbe saggio, oggi, ragionare sulla crisi ellenica senza analizzare anche altri fattori complementari: come la corsa ai giacimenti di gas nell’Egeo, le intenzioni dei russi, già presenti commercialmente nell’intera area sino a Cipro, la riluttanza tedesca a soluzioni anche extra continentali. Senza dimenticare il ruolo obliquo di Obama.

Fonte: ilfuturista.it del 02/11/2011

lunedì 31 ottobre 2011

Anni di piombo, per una memoria comune e pacificata


Il presente è ormai diventato egemonico, scrive Marc Augè in “Che fine ha fatto il futuro”, agli occhi dei comuni mortali esso non è più frutto della lenta maturazione del passato. Un passato che, in Italia, parafrasando Agnese Moro, dovrebbe essere definito come una grande tragedia nazionale. L’occasione è il seminario promosso dalla Rivista di Politica “La memoria del terrorismo e degli anni di piombo”, con i contributi di studiosi, scrittori e giornalisti. Un’occasione utile a comporre un forum a più voci, ragionando sul fatto se, per caso, la cattiva memoria che abbiamo di quegli anni non sia la ragione per cui, ancora oggi non riusciamo a spiegare agli altri quel che non abbiamo capito noi stessi. Perché in fondo, pur in presenza di una vasta sottoletteratura, mancano ancora le grandi sintesi storiografiche, quelle che contribuirebbero a creare un racconto d’insieme su quegli anni. Lecito chiedersi: cosa impedisce la strutturazione di una visione unitaria e non strabica? Che non sia intrisa di legami politico-ideologici e di passioni che impediscono la comprensione dei fatti? Ma che, invece, chiami con il proprio nome la violenza, la tragedia, l’orrore, la morte e la sopravvivenza di chi è sopravvissuto. Ancora oggi alcuni ritengono che esistano morti di serie A e di serie B e che ognuno delle fazioni abbia i propri morti da piangere isolatamente. Perché, ritengono, ognuno con il singolo peso specifico in quella battaglia sotterranea degli anni di piombo. E se invece si provasse finalmente a oltrepassare questo individualismo? Proprio questo è l’ultimo steccato da superare, come dimostra la recente vicenda relativa alla commemorazione a Roma di Walter Rossi, con suo padre intenzionato a ospitare rappresentanti di Comune e Regione, mentre i compagni di Walter fermamente contrari. Il condividere intimità, ha scritto Richard Sennett, tende a restare il metodo preferito, forse l’unico rimasto, di costruzione della comunità. Ecco la risposta alle domande di trent’anni: perché una memoria comune e condivisa non solo è possibile, ma è l’unico modo per chiudere un capitolo di storia italiana. E ricominciare a scriverne un altro.

Fonte: Il futurista del 04/11/2011

venerdì 28 ottobre 2011

Grecia, i conti che non tornano


Da Il Mulino- Lettere internazionali Atene, 28/10/2011

I conti non tornano. I casi sono due: o siamo in presenza di un bluff di portata mondiale, oppure qualcuno sta sbagliando i conti. In Grecia tutti si schierano contro le misure di austerità annunciate dall’esecutivo. Giornalisti, medici, impiegati. In piazza e tragicamente consapevoli che i sacrifici che il governo chiede loro non risolveranno il buco. Nell’Egeo si sta vivendo un paradosso a tratti kafkiano. Scioperi, chiusure, fibrillazioni: il Paese è bloccato dalle mobilitazioni sindacali e dalle occupazioni dei ministeri fino al simbolo maggiormente rappresentativo, l’Acropoli. Perché consapevoli che il licenziamento di 30mila dipendenti pubblici e l’aumento verticale di tasse e tributi non farà scendere il debito pubblico, destinato invece ad aumentare: ecco il cortocircuito più pericoloso. Che le cose non andassero bene lo si era già intuito prima dell’estate, quando era stato evidente che la recessione al -4% del pil e il debito che si ingrossava fino al 150%, di fatto, rendevano inutili i provvedimenti lacrime e sangue del governo. Si pensi che circa cinquantamila dipendenti pubblici nel 2010 non hanno ricevuto la tredicesima, mentre nel privato si valuta che un datore di lavoro su quattro non corrisponda i contributi. Al momento il debito pubblico è sopra il 160% del pil e per il 2012 si prevedono aumenti fino 170%. Come i tagli: a Frantzeska, impiegata in una banca di credito cooperativo, è stato decurtato lo stipendio di duecento euro. A Vassilis, medico della mutua, è stato detto che realisticamente potrebbe andare incontro ad uno stipendio di settecento euro per gli anni che gli mancano alla pensione. Sforzi sovrumani che non avranno un riscontro: questa la vera paura dei cittadini.
Ma è l’osservazione del quotidiano che può descrivere, meglio di analisi e commenti, cosa significa oggi vivere in Grecia. Secondo un sondaggio condotto da un’associazione di consumatori, nove greci su dieci hanno cambiato il proprio piano alimentare nell’ultimo anno. Un greco su quattro rivela di poter acquistare solo gli alimenti strettamente necessari. E il 20% degli intervistati ammette che la crisi è la principale causa delle nuove abitudini a tavola. Molti quelli che dicono di aver ridotto il consumo di carne di maiale a una volta ogni settimana. La salute è la vittima sacrificale della crisi, come rivela una ricerca della rivista “Lancet” e condotta da Alexander Kentikelenis, David Stuckler della University of Cambridge e Martin McKee della London School of Hygiene and Tropical Medicine: aumentano i ricoveri ospedalieri, i suicidi, il ricorso a psicologi per l’impennata di casi di depressione, oltre che di contagio da Aids. Senza contare il crollo delle indennità per patologia concesse dallo stato. Inoltre molti cittadini non vanno più dal medico per sottoporsi a visite (-15%). E l’offerta sanitaria subisce un taglio del 40%, tra personale, materiali, liste di attesa. A ciò si aggiunga un altro calo della produzione industriale: in agosto si è registrato -11,7% su base tendenziale, dopo le contrazioni di luglio (-2,8%) e giugno (-13,1%). Cala anche la produzione manifatturiera, -11% rispetto ai livello dello stesso mese dell'anno precedente (-2,3% a luglio). Il polso della criticità si avverte anche in un ambito tradizionalmente florido come l’editoria. Un calo almeno del 10% per i libri, con una riduzione di titoli passati da 10.200 a 8.900. La crisi tra l’altro è anche un vero e proprio tema editoriale. Si pensi all’ultimo romanzo di Petros Markaris “Prestiti scaduti” (Bompiani) dove un serial killer uccide banchieri e rappresentanti delle agenzie di rating. O a “Come la Grecia” di Dimitri Deliolanes (Fandango), o “Nel Sogno di Ulisse” di Makis Karagiannis. Su Atene, intanto, si profila il soffio di un meltèmi diverso dal possente ma affascinante vento che spira nelle Cicladi: un default controllato pari al 50% del valore dei bond ellenici, soluzione caldeggiata anche dal primo Nobel dell'economia cipriota Christopher Pissarides. Ma allora, se la prospettiva è quella, perché non dirlo subito? E soprattutto: perché chiedere lacrime e sangue ai cittadini?

giovedì 27 ottobre 2011

La lezione di Sic, puro senza gobbo


Cosa lascia il giovane Marco Simoncelli, prematuramente scomparso nella “sua” pista di bolidi urlanti? Tante cose: emozioni, ricordi e affetti. Ma anche un altro rilievo, che, chissà, potrebbe essere di aiuto a un paese per vecchi e di vecchi. Sic era un puro, un puro senza gobbo. Incarnava cioè la metafora della semplicità, della realtà tangibile e non artefatta: perché non era un divo ma un ragazzo semplice, senza fronzoli, senza macchine blu o veli di protezione. Senza scudi, senza scorta, senza fard o sforzi di immagine. Ma puro così com’era e con i suoi difetti e pregi in evidenza. Con due genitori normali che si sforzano id sorridere nel dolore, con una ragazza non velina. Non è retorica volersi fermare un momento e ragionare sui modelli pedagogici. Ci si lamenta tanto della povertà di immagini, sostanze, espressioni. E poi, quando meno te lo aspetti, accade l’imprevedibile. Triste, doloroso. Ma con un germoglio di speranza che quel sacrificio ha lanciato. Simoncelli lascia una pesante scia di eredità sociale in un’Italia assetata di eroi e capibanda. E lo fa puntando su un aspetto troppo spesso sottovalutato negli ultimi tre lustri: la spontaneità, il genuino, il non artefatto, il non ri-costruito. Insomma, il reale che non inganna. Che è drammaticamente mancato a tutti i livelli. La semplicità dei rapporti umani, la sincerità di una faccia pulita che intervistato diceva ciò che pensava, col suo accento romagnolo, senza gobbo. La metafora di come si potrebbe migliorare un paese troppo spesso sordo al vero, e alla continua ricerca del perfetto e dell’istericamente costruito. Non solo la passione di chi lo ha conosciuto, dei familiari, degli amici, dei compagni di lavoro, tecnici, dei colleghi della stampa che lo stanno ricordando con vera emozione. Ma anche un lascito che un paese desideroso di migliorarsi, di abbandonare passati e derive necrofite, ha il dovere morale di capitalizzare. La spontaneità di Simoncelli, la sua voglia di straordinaria normalità sia di insegnamento per tutti. Per i più giovani, così da restare ben piantati con i piedi per terra. Avvinghiati alle proprie gambe e braccia, certamente impegnati a costruire sogni ma senza l’illusione che poi fa cadere con il muso per terra. Per i più grandi, nevroticamente impegnati nell’edificazione di un’apparenza falsa e misera, dove in primo piano ci sono solo l’immagine e null’altro. Per gli altri sportivi, troppe volte ricchi e viziati, insoddisfatti a vita. Ecco cosa ci può insegnare Sic, puro senza gobbo.

Fonte: Go-Bari del 26/10/11

Burocrazia vade retro: così rinasce la politica

C’è un corto circuito che la politica italiana deve evitare come la peste: la burocrazia psicologica che blocca le idee, che fa perdere prezioso tempo in attività che non servono all'obiettivo finale. Che prende le sembianze della cosiddetta retorica della base. In quanto la base di un partito moderno è rappresentata dai possibili elettori e non qualche migliaio di uomini di apparato, che si dilettano in bizantinismi e in commi. Dimenticando tutto il resto. Ovvero le nuove frontiere, gli orizzonti da varcare e colorare, senza paura e senza guardarsi indietro a ogni passo, come se si cercasse l’approvazione di un passato o una falsa legittimazione di sigle o slogan. Il futuro della nuova politica sta in geometrie sconosciute, da tracciare e seguire con coraggio e determinazione. E soprattutto lontano da prassi pachidermiche. Ma mettendo in comune prospettive, percorsi e forze. Perché, parafrasando Richard Sennett, il condividere intimità tende a restare il metodo preferito, forse l’unico rimasto, di costruzione della comunità. Perché l’incastrarsi dentro logiche polverose e improduttive impedisce ai neuroni e alle proposte di avere spazio. Uno spiraglio che può farsi breccia e sfondare definitivamente le resistenze del vecchiume, dando voce al movimentismo, alla rete di cui ancora qualcuno teme anacronisticamente la forza propulsiva. Lo ha saggiamente rilevato Sergio Lombardo: ciò che è più importante, e quindi più politico, è creare nuovi valori, nuovi scopi ideali, creare uomini meno confusi. E per farlo basta cassare ciò che è passato in questa Italia che si lecca le ferite del berlusconismo: meno apparati dunque, e più cittadini delusi da recuperare futuristicamente. Con l’azione e il dinamismo. Con la piazza e i movimenti. Con le idee, libere, da far circolare a più non posso, fino alla nausea. Ecco come fare.

Fonte: il futurista 24/10/11

La crisi del racconto? È finita, ora parla la piazza

La crisi del racconto è finita, finalmente ricomincia il film italiano: le piazze di ieri a Milano con Libertà e Giustizia e di Roma (la stessa piazza Navona con diecimila persone per Nichi Vendola) lo dimostrano ampiamente. La gente vuole tornare partecipare, anzi lo sta già facendo, senza tessere e con più movimenti: la civitas si è stancata di essere passiva nel subire strategie miopi e decisioni di corto respiro. È finito il tempo del silenzio, dell’accordo, della sottomissione al leader stanco e spoglio, o ai ras locali che hanno vissuto di rendita fino a oggi. È finita insomma la manfrina dei bizantinismi stucchevoli e arrendevoli, quelli che fanno dire a Angelino “custode” Alfano che no, lui non rinuncerà mai alla figura di Silvio Berlusconi. Ecco il caos, totale, imbarazzante, ingannevole e deleterio. Il caos da cui non nasce nulla di buono, né idee né prospettive. Solo rendite di posizione, da costruire e rafforzare; da raddoppiare e triplicare all’infinito e senza ritegno. Ma non un millimetro quadrato di novità per il paese. Osservare migliaia di italiani inneggianti alla ricucitura del tessuto socio culturale nazionale è più di un segno, è una bordata assordante lanciata nell’eco di quel berlusconismo al tramonto. Non è solo sintomo di attività, di speranza, o di rivolta: ma traccia la strada maestra da seguire. È l’agorà biancarossaeverde il futuro del paese post crisi economica e post berlusconismo, è la condivisione, il mettere in comune, il trasportare la prospettiva del singolo in un’alcova che parli plurale. Fuori dagli egoismi e dai leaderismi. Una rinascita comune che sta già spingendo l’Italia e i suoi umori quotidiani fuori dal medioevo in cui il pifferaio di Arcore l’ha affossata. La risposta al torpore, alla crisi del racconto degli ultimi anni, alla dolosa trasformazione del buio in luce e del vero in falso è in quelle piazze di ieri e nelle altre che si animeranno domani. Perché un nuovo rinascimento italiano è possibile, anzi obbligatorio.

Fonte: il futurista 10/10/11

La Lega è morta: sceglie la carriera e tradisce la base

Riuscire a fare peggio dei boiardi di stato, della classe dirigente che ha ridotto così il paese, di chi ha continuato con prassi deleterie e fallimentari, sarebbe stato francamente difficile. Eppure la Lega ci sta riuscendo. Perché con il salvataggio del ministro Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, il carroccio ha scelto chiaramente dove e con chi stare: dalla parte della carriera, tradendo la base. È ufficiale: oggi la Lega è morta. Non vi è più un centimetro quadrato del programma iniziale. Solo chiacchiere le promesse sul federalismo, sulla riduzione delle tasse, sull’affiancamento alle esigenze del popolo delle partite iva. Umberto Bossi e i suoi scagnozzi hanno giocato con un pezzo del paese: illudendolo, carpendone rabbia e risentimenti, trasformando quelle pulsioni in odio e voglia di secessione. E solo per fini carrieristici. Chi non ricorda le esternazioni del senatùr contro Silvio Berlusconi, la vecchia politica e la mafia? «Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori – disse nel 1994 - . È un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. È molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio». E aggiunse: «Berlusconi è l'uomo della mafia. È un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C'è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia?
Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini, fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi è riuscito a tenersi tutta la baracca». E oggi, dopo diciassette anni la dirigenza della Lega, salvando Romano, ha scelto la carriera e tradito la base. Oggi la lega è morta: è ufficiale.

Fonte: il futurista 29/09/11

Una scelta giusta, prima che utile

Dal Futurista del 10/09/11

I motivi di uno strappo, le ragioni di un no detto un anno fa, come ha ribadito da Mirabello Fabio Granata, sono da ritrovare in una scelta che ha a che fare con il giusto e non con l’utile. È in quell’interstizio, tra ciò che andava fatto e ciò che conveniva fare, che si è infilata quella nuova politica a cui il paese anela. Un passaggio che deve essere chiaro, senza altri tentennamenti o punti interrogativi. Basta con i volgarismi delle retromarce, allora, con gli sguardi persi dietro i ras di ieri che non hanno più nulla da dire, con gli ammiccamenti ebeti, con improbabili orecchie poste ad ascoltare altrettante improbabili voci. Qui è stata compiuta una scelta di coraggio, senza paure, senza calcoli, ma solo guardando al mare aperto. Fli è nata realmente su un gruppo di contenuti alti, declinati nel cosiddetto finismo. Laicità, patriottismo costituzionale, diritto alla cittadinanza, società della conoscenza, legalità reale e non di facciata. E per modellare un paese nuovo, lontano dai vicoli ciechi della seconda repubblica e da quella melma gelatinosa di una politica vischiosa e impresentabile. Una virata di coraggio? Certamente, di estremo coraggio, perché altrimenti a nulla varrebbe condurre a testa alta certe battaglie, non per un puntiglio personale ma per corroborare una precisa rotta da seguire. Che non a tutti conviene, questo è ovvio e lo si vede, perché più faticosa, difficile, impervia, perché comporta rinunce e sacrifici: non a caso è stata chiamata traversata nel deserto. Dove l’oasi più vicina è a migliaia di chilometri, senza provviste o agi di vario genere. Ma è la scommessa, forte e limpida che si staglia all’orizzonte. E va affrontata. Chi non se la sente si fermi lì, alla prima oasi. E non riparta.

Casta e crisi: l’occasione per rivoluzionare

Dal Futurista del 29/08/11

Perché non usare la crisi per decappottare la casta attuando finalmente la rinascita dell’Italia post berlusconismo? Non solo proponendo tecnicamente una contromanovra, con altri numeri e altri prelievi, ma approfittando dell’occasione contingente per un vero e proprio testacoda sociopolitico. Partendo da una forma moderna del concetto di big society, dove ciascuno debba fare la propria parte per la sopravvivenza del paese. Con le intellighenzie finalmente attive nell’agone, con non solo associazionismo e volontariato che contino di più, prendendo il posto di chi ha fallito, ma dove si gettino le fondamenta della terza repubblica. Sostituendo chi fino a oggi ha illuso sullo stato di salute di un'infrastruttura che, adesso, non riesce più a sostenere l'Italia. Cambiando la legge elettorale, stracciando il porcellum, dimezzando il numero e lo stipendio di parlamentari e consiglieri regionali. Puntando il dito su chi non ha saputo fare ciò per cui era stato eletto, inchiodandolo alle proprie responsabilità, un po’come abitualmente si fa in un'azienda che non produce utili, avvicendando l'amministratore delegato. Come non chiedere conto a chi ha sbagliato i conti, a chi ha detto che tutto andava bene? Per ovviare a un corto circuito colossale come la palude finanziaria in cui ci troviamo l’unica via di uscita è scompaginare lo status quo, ribaltare tavoli e gruppi di potere, allontanare le ombre dietro le quali in troppi si sono fino a oggi riparati, mandando altri in avanscoperta. Suonare il gong a chi ha giocato con il fuoco, finendo per non accorgersi che il palazzo sta bruciando. Dare l’avviso di sfratto a chi da anni non ha pagato la pigione del proprio impegno per la cosa pubblica, depredandola e sotterrandola.
Aveva ragione Primo Levi, quando scrisse che «ogni essere umano possiede una misura di forza, la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, solo l’avversità estrema darà modo di valutarla». Adesso dunque si vedrà chi è in grado di far politica: gli altri si accomodino fuori dal parlamento. Prima che ne siano esclusi coattamente.

L’Italia post-manovra? A brandelli

Dal Futurista del 27/08/11

Perché non lo si dice chiaramente e senza il timore di fare una magra figura internazionale? Il debito dell’Italia non è come quello degli altri paesi, dal momento che è composto essenzialmente da costi esorbitanti della cosa pubblica che si autoalimentano in modo abnorme. Come nemmeno in certe repubbliche dittatoriali africane: non è fantascienza, bensì il reale stato delle cose, anche se la casta biancarossaeverde non lo dice, o forse nemmeno lo sa. Lo si può facilmente appurare sbirciando non demagogicamente numeri e analisi sulla (de)crescita. Che, chiunque succederà a Silvio Berlusconi, si dovrà architettare nel tradurre in provvedimenti concreti, lasciando da parte le promesse da buontemponi e i penosi comizi da venditori di pentole. Debiti diversi dunque. Un esempio? La Spagna. Si è indebitata perché ha speso miliardi in grandi opere come autostrade, ferrovie, aeroporti. Una massiccia infrastrutturazione in chiave turistica che ha sì prodotto esborsi ingenti ma che, una volta passata la crisi, ritorneranno (sta già accadendo) sotto forma di presenze turistiche e (altre) commesse alle imprese. E ancora, il calcio spagnolo sta surclassando i concorrenti italiani e inglesi, le sponsorizzazioni, i grandi eventi: in parole semplici, la Spagna di domani sarà un paese con gli strumenti per far ripartire l’economia (per non parlare della Germania, un vero alieno, che punta entro il 2050 a disporre di una rete ferroviaria completamente spinta da energia pulita, altro che dibattiti sulla tav). La miopia italiana, invece, sta tutta in una manovra che sarà inizialmente un placebo con la felicità della troika Fmi, Ue e Bce. Ma poi tra 10 anni ci consegnerà un paese a brandelli, con il ceto medio divenuto povero, dunque incapace di spendere, con un ritardo ancora più marcato rispetto al continente, con treni e ferrovie ante bellum, con imprese in affanno che produrranno altri disoccupati, con emigrazione massiccia verso chissà la Cina o il Turkmenistan, con un turismo ancora provinciale (non è possibile che l’aeroporto di una capitale disti 50 minuti dal centro città, bene che vada).
Non sbaglia Jacques Delors, uno degli ultimi padri socialdemocratici dell’Europa ancora in vita, quando dice che chi dovrebbe vigilare sta facendo finta di niente. E lancia l’allarme sull’euro a un passo dal baratro, ma sul cui destino pochi si preoccupano realmente. Con la delusione rappresentata proprio da tutti i vertici politici continentali che avrebbero dovuto osservare di più, a partire dalla Grecia (anziché concederle prestiti e valanghe di euro) ma passando anche da quelle altre economie che oggi si trovano con l’acqua alla gola. Chissà cosa direbbe l’ex presidente della commissione europea dei bilanci scandalosi del belpaese e del pasticcio governativo di Tremonti e Berlusconi autori di una manovra farsa. O degli aerei di stato usati come caramelle, dei vergognosi privilegi dei deputati e consiglieri regionali italiani, delle mille e più consulenze esterne che le amministrazioni italiane usano fare, dei cantieri sulla Salerno-Reggio in un giro oscuro di appalti e subappalti (tanto paga pantalone), delle multe per le quote latte, dei mancati incassi per l’erario dalla banda larga e da sgravi fiscali a enti religiosi, di leggi salva qualcuno che è uno solo mentre il resto del paese affonda miseramente.
Va bene la crisi mondiale, si è già detto tutto del sorpasso cinese nei confronti degli Usa o dei partner di Putin con le tasche piene di petro-rubli. Ma adesso è arrivato il momento di parlare chiaro a chi ha pagato il contributo per entrare nella moneta unica, a chi ha investito sul concetto di unione, a chi ha valutato e valuta ancora come un’occasione l’Ue, a chi ogni mattina tira su la saracinesca della propria attività, a chi dopo una vita di lavoro ha diritto alla pensione e al proprio tfr. La franchezza manca drammaticamente: ma all’Italia più di tutti.

Basta fronzoli e promesse

Dal Futurista del 13/08/11

Nessuno stato, scrisse Einaudi, può esistere e durare se non sono saldi i pilastri fondamentali. Fermezza che non può certamente essere alimentata dalla politica dell’apparenza. Così come fatto dal governo in questi anni. I tempi del tutto va bene sono finiti, così come del ghe pensi mi, o del “non mi hanno fatto governare”. Negli ultimi due lustri solo per ventiquattro mesi Silvio Berlusconi non è stato presidente del consiglio. Quindi se c’è da indicare un responsabile che non ha fatto le riforme, che ha perso mille occasioni per modernizzare il paese, per completare la Salerno – Reggio Calabria, per migliorare la giustizia nazionale (e non solo la sua), per costruire il ponte sullo Stretto, per attrarre più investitori stranieri, per rinvigorire le imprese (e non solo la sua) beh quello è proprio il cavaliere. Ma si badi, non per un vento di coatto antiberlusconismo come sordi commentatori si ostinano ancora a dire, bensì semplicemente per il reale stato delle cose. È stato a palazzo Chigi per più di otto anni e non ha fatto quello che ha promesso, unico caso in Europa e forse anche nel resto del mondo democratico (altrove certi primi ministri vengono fatti accomodare alla pensione). Una situazione che è andata peggiorando, ovviamente, all’indomani della crisi economica mondiale.
Ma alzi la mano chi non ricorda le rassicurazioni dello stesso Berlusconi, quando gigioneggiava asserendo che l’Italia non avrebbe fatto la fine della Grecia, perché con i conti al sicuro. Come sono, oggi, quei conti che lui spacciava per lontani anni luce dal rosso? Se Tremonti ieri era il salvatore della patria, oggi che ruolo ha? Ancora una volta la politica berlusconiana si vanta di risultati che o non ha raggiunto o che raggiungerà in un prossimo futuro (un po’come i pagherò), ma i fatti restano tristemente a zero. Fatta eccezione per la manovra lacrime e sangue che graverà sulle spalle dei soliti noti. A questo punto logica vorrebbe che la politica della casta alzasse bandiera bianca e ammettesse candidamente il proprio fallimento: almeno ne guadagnerebbe di dignità quando gli storici si diletteranno nel riferire la grama fase che stiamo vivendo. Consapevoli che al paese, ricorrendo a una metafora alimentare, non servono né l’indigesta polenta padana né le pur deliziose crostate di casa Letta. Ma i più genuini e semplici cappellacci, che saziano ma non tradiscono. Perché la politica italiana in questo momento ha bisogno di ricette semplici e terribilmente efficaci, non di annunci o paillettes.

Un paese alla rovescia

Dal Futurista del 08/08/11

Quando alla fine della prima repubblica i politologi ragionavano su quali basi si sarebbe poggiato il passaggio a una fase globalmente nuova della politica e della società italiana, non si sarebbero certamente aspettati la schizofrenia derivata vent’anni dopo. Un’instabilità valoriale e mentale cronica, dove tutto appare drammaticamente rovesciato. E non con quella dose corretta e in fin dei conti utile di lucida follia, un toccasana per uscire dalle sabbie mobili dello status quo. Ma una deleteria deriva che imbroglia e disorienta, che annacqua ragionamenti e valutazioni. Insomma, un paese alla rovescia, dove si offre un microfono anche a chi poi si rende protagonista di assurde vulgate. L’Italia appare spaccata a metà, come una mela. Da un lato il buon senso del vero padre del paese, quel capo dello stato che quotidianamente non risparmia indicazioni e consigli su come affrontare lo tsunami socio-finanziario che ci sta investendo. E che ieri ha ancora una volta predicato la coesione come vero collante, come il valore aggiunto che potrebbe rappresentare l’arma ideale per risollevare il paese. E dall’altro la sciatteria dei calciatori italiani, i quali dall’alto di guadagni spropositati che incassano si permettono il lusso di minacciare uno sciopero. Ecco le due facce dell’Italia di oggi: una discreta, inappuntabile, orgogliosa e rassicurante senza lesinare critiche e prese d’atto anche crude. E l’altra volgare, inopportuna, sciatta e assurda. Uno spaccato sociale netto, con sbalzi drastici. Quasi incredibili, a volerli osservare in un quadro d’insieme. Ma davvero c’è ancora qualcuno che non si è reso conto della tempesta nella quale tutti sono coinvolti? E che persevera in questa overdose di mancato buonsenso? Lo scriveva Bobbio che «l’unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia, verso quel controllo dei beni della terra da parte di tutti e la loro distribuzione egualitaria, in modo che non vi siano più da un lato gli strapotenti e dall’altro gli stremati». Utopia? Forse, ma allo stato delle cose l’unica via d’uscita per un paese alla rovescia, desideroso di un sano equilibrio.

Ieri i boiardi di Stato, oggi i ministri per caso

Dal Futurista del 07/08/11

Nonostante una storia e una cultura da fare invidia a tutto il mondo, l’Italia sta vivendo il suo peggior momento dal dopoguerra a oggi. Ma non per la crisi economica, per la disoccupazione, per il welfare insufficiente. Bensì per la pochezza di alcuni suoi ministri, che semplicemente la infangano appena aprono la bocca. Questa non è la solita stupidata pronunciata da Umberto Bossi in uno di quei ridicoli ritrovi estivi, tra lambrusco e polenta, ma è un insulto bello e buono. Di quelli che dovrebbero far vergognare chi lo pronuncia, di quelli che i nostri genitori avrebbero bollato come porcherie degne di un paio di ceffoni. Sull’euro ha detto che è un errore storico, troppo forte per un paese debole. Sul sud: «Non faceva un c..., come la Grecia. La Padania ce la farebbe, da sola». Questo signore, il cui figlio a stento ha preso un pezzo di carta, e che si è ritrovato consigliere regionale alla faccia della vulgata sui raccomandati del sud, ha bisogno di una lezione: di stile, di gergo, di vita. Perché non conosce la storia, la nazione in cui vive, la cultura di quell’area geopolitica che ha dato i natali alla civiltà mediterranea, sulla quale oggi lui siede. Ma che ne sa il povero Bossi della Grecia, dell'agorà della filosofia, di Alessandro Magno, delle Termopili, di Salamina? O di Papanicolaou che ha inventato il pap test, o di Vulgaris che fondò la nota catena Bulgari, o di quel greco che disegnò la Mini Minor? O della potenza strabordante dell'imprenditore (vero) Aristotele Onassis, (chissà come avrebbe risposto al ministro in canottiera, forse rovesciandogli addosso un quintale di banconote in segno di disprezzo). O della green economy che si sperimenta oggi a Creta o degli sforzi che il paese di Omero sta facendo?

Qui c'è un ministro che ignora: soprattutto l'Italia da cui riscuote un lauto stipendio. Perché non lo restituisce quell’assegno, allora? Assieme agli euri che definisce deboli con cui paga il suo staff, i suoi collaboratori, ovvero quelli che magari dovrebbero scrivergli un paio di battute prima di consegnargli un microfono?
Triste il destino della nostra amata Italia. Ieri le meraviglie di Mattia Preti, Carlo Sellitto, Corrado Giaquinto. E ancora Croce, Guttuso, Salvemini, De Filippo, Rosi, Campanella, Sciascia, Bene, Dulbecco, (caro Bossi, nel caso non conosca questi nomi di meridionali famosi, si munisca di enciclopedia). Poi arrivarono i boiardi di Stato, che propiziarono il buco che, oggi, scopriamo voragine. E infine i ministri per caso: i peggiori della storia.

Silvio? Più giovane che intelligente

Dal Futurista del 25/07/11

Silvio Berlusconi è più giovane che intelligente: senza offesa, naturalmente. Perché si ostina ancora a diffondere giustificazioni puerili, come quelle addotte per la storia del ministeri, anziché aprire la finestra di palazzo Grazioli e dare uno sguardo al mondo reale. Sostiene che è tutto un equivoco montato e pompato, anzi, la situazione nel paese è florida e con la Lega di Bossi nessun problema. E ancora, il governo va avanti con fiducia anche se, tra le altre cose, dovrebbe fare i conti con una serie di problemini non da poco: non ha un nome spendibile per via Arenula, l'alleanza di maggioranza al governo è ufficialmente incrinata, la crisi finanziaria e industriale italiana è irrisolta, la manovra tremontiana è durissima e anche lo stesso ministro dell’economia ha subìto il metodo Boffo. Non c’è che dire, tutto va bene. Ma il premier trova anche il tempo di dolersi del fatto che in Sardegna è stato costretto a osservare la legge: ovvero ha dovuto attendere mesi per installare una fontana. E ha osservato: «Ho un cantiere bloccato perché non si riesce a ottenere dal comune una variante». Anche se poi il sindaco di Olbia ha precisato che non c’è alcuna pratica bloccata. Peccato non abbia sentito il bisogno di spendere due parole per i costi del federalismo, che appaiono finalmente più chiari: aliquote rc auto aumentate in dodici province italiane, addizionale irpef aumentata (o introdotta) in quasi centottanta comuni, oltre che in cinque regioni non proprio ricche come la sua Lombardia: Molise, Campania, Puglia, Lazio e Campania. Insomma il cavaliere sembra ibernato in una sorta di ebete limbo. Dove si diletta con esercizi di ottimismo e rassicurazioni a cui neanche più i suoi cortigiani credono più. That’s hall mister Silvio: cali il sipario. Per favore.

Il fondo? Già raschiato

Dal Futurista del 20/07/11

Che succede quando cultura e politica vanno in pericolosa contiguità? Nel senso che l’una non stimola, come dovrebbe, l’altra. Non la pungola, non ne rileva le criticità. Anzi, la prima si asservisce alla seconda, ne diviene megafono deleterio, appiccicoso e molliccio. Perché storpia le proposte, cassa le punte e le idee fuori dagli schermi, così come le intellighenzie che si definiscono tali dovrebbero saggiamente fare. E come, niente altro, accade anche nel resto dei paesi democraticamente moderni e presi a modello. Invece in Italia, luogo liquido sui generis, c’è chi si duole contro la malagiustizia e la malapolitica e semplicemente vorrebbe voltare le spalle a tutto in segno di salomonico disgusto. Così come vergato da Marcello Veneziani nella sua rubrica Cucù sul Giornale di famiglia. Troppo comodo far finta di nulla, troppo facile dire oggi che il punto di non ritorno è già qui. Quel limite è stato varcato molto tempo prima, quando le penne sono state riempite di inchiostro monocolore, quando il pensiero del libro unico e della berlusconizzazione degli eventi mondiali ha preso il posto di un filone intellettuale che sarebbe dovuto restare libero. Di pensare, di controbattere, di alzare un dito per eccepire, di avere il coraggio semplicemente di dire no, come fatto da Indro Montanelli in un pomeriggio milanese.

Quando, senza pensarci due volte, si rifiutò di fare da portavoce a un’altra idea, lontana anni luce da un certo modo, alto, di intendere la comunicazione e l’indipendenza dei media. Non è difficile, basta dirlo chiaramente, senza nascondersi dietro bizantinismi o scuse puerili. Il disgusto non è di oggi come rileva Veneziani. Bensì lo hanno provocato, da anni, coloro che hanno aderito non alla causa di un padrone, scelta legittima anche se non condivisibile. Ma a una loro dipendenza camuffata da verve intellettuale. Bastava dirlo dall’inizio. Senza scomodare il salomonico disgusto.

Ma la crisi non è di oggi

Dal Futurista del 15/07/11

Silvio Berlusconi, che non parla da sei giorni, assicura di non essere in crisi. Ma volendo approfondire minimamente contingenze e percorsi politici, crisi non è quando cadi. Crisi è prima. È quando non comunichi fatti e valutazioni al paese che rappresenti. È quando sbagli previsioni e programmazioni che appaiono fragili e arruffate. È quando ti occupi di altro, anziché della gestione amministrativa dello stato che dovresti preservare. È quando non hai altri mezzi a tua disposizione se non le frecciate del Giornale di famiglia, da scoccare contro avversari e contro chi alza un dito per eccepire. È quando non riconosci uno strumento fondamentale come il dibattito e il contrasto, da cui poi nasce la soluzione finale. È quando ti ostini a macchiare l’immagine di una nazione, semplicemente perdendo ogni secondo che passa la credibilità che si deve avere sulla scena internazionale. È quando perdi il controllo della situazione, personale e politica. È quando anteponi i tuoi interessi a quelli della comunità. È quando ti nascondi dietro la carica che occupi per non rispondere di condotte e derive dinanzi alla legge. È quando approfitti di quella veste per riscrivere le regole a tuo piacimento. E allora dal punto di vista politico questo è un governo in crisi, ma non per via della manovra economica, di rimpasti (annunciati e attuati) di cui ormai si è perso il conto, quasi che fosse un porto di mare, tanto è il flusso di chi va e di chi viene dal consiglio dei ministri. Questo è un governo in crisi innanzitutto con se stesso e con la sua anima. Per le contraddizioni ataviche che si porta dietro, per gli scompensi emotivi e culturali del suo premier. Ma soprattutto è in crisi con la politica e con il paese. Da troppo tempo.

Manovra o grande bluff?

Dal Futurista del 14/07/11

C’è un qualcosa di incongruente nel rapporto di questo governo con termini come tagli, riduzioni, manovre, risparmi. Come se fossero realizzabili unidirezionalmente, come se questo esecutivo, che è stato eletto con una maggioranza solida. E che ha passato fiducie e forche caudine con l’aiuto dei responsabili, avesse smarrito la bussola su una tematica di eccezionale rilevanza come la finanza. Si taglia nei settori che avrebbero più bisogno di fondi: l’istruzione, la cultura, le forze dell’ordine, il welfare solo per citare qualche caso noto. Non si taglia in quelli che, invece, potrebbero proseguire il proprio status anche con la metà esatta delle attuali risorse: benefit, stipendi e sprechi della politica. Salvo, poi, ascoltare l’ennesima voce del megafono Berlusconi, intento a rassicurare elettori e cittadini sul fatto che nessuno avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani (per poi scoprire ad esempio piccole ma significative detrazioni sulle liquidazioni degli statali). Ma proprio questo governo, non solo sta andando contro i principi per i quali era stato eletto, la riduzione delle imposte, il rilancio delle imprese che sono stati ampiamente disattesi. Ma sta per approvare il più grande aumento delle tasse degli ultimi decenni. E nonostante i quindici miliardi che l'erario incasserà in più dal 2013 grazie alla riduzione di deduzioni e detrazioni Irpef. Considerando anche l’aggravio fiscale sul risparmio e sul reddito d'impresa. E senza dimenticare i mancati incassi che questo governo ha, nei fatti, deciso di inseguire come dimostrato dai ritardi della banda larga, dove il ministro competente ha manifestato tutta la sua dipendenza dalle volontà del capo. Non è insubordinazione o spirito antiunitario, a questo punto, interrogarsi analiticamente se la manovra in questione sia corretta o inopportuna. Non è un’esclamazione folle e fatta senza il lume della ragione chiedere delucidazioni su una decisione che potrebbe essere l’ultimo grande bluff di un ventennio ormai pronto ai titoli di coda.

Chi ha paura della terza via?

Dal Futurista del 09/06/11

Provane un'altra. Quando una soluzione non aggrada, quando non è quella che risponde alle esigenze o alle aspettative, beh, semplicemente un neurone libero e dotato di un minimo di logica, cerca un'alternativa. Una terza via, originale, diversa, affascinante: che non sia speculare alle precedenti deficitarie. Ma offra le risposte che si cercano, soddisfi bisogni e aspirazioni. Il fatto che Michele Santoro prosegua la sua esperienza professionale molto probabilmente sugli schermi de La7, e con altri big della Rai fortemente in bilico (che potrebbero non trovare spazio né alla tv di stato né su Mediaset), rafforza la strada della terza via, anche in campo televisivo. Ovvero la prospettiva di ricercare altre soluzioni quando due blocchi massificati non danno lo spazio che serve. Come la metafora di due energumeni che si fronteggiano, ma finiscono per pareggiare. Perché di forze pari si tratta. Accade, come rilevato dal sociologo inglese Anthony Giddens, teorico della terza via concretizzata da Tony Blair, che sulla scena politica dove si esaspera la divisione netta fra sinistra e destra, essa sia meno evidente che in passato. Potrebbe essere proprio questa, adesso, la soluzione mentale e attuativa per interpretare il futuro. Il riferimento è a una logica del tutto nuova, che osi, che alzi lo sguardo, con coraggio e determinazione. L'esempio televisivo di Santoro, in questo, dice molto più di commi o contratti. Ma mette l'accento su scelte che vanno fatte quando, come accade ormai da tempo in Italia, la saturazione del vecchio sta spingendosi ben al di là di ragionevoli limiti. E allora la sfida futura, ma sulla quale sarà necessario investire già dall'oggi, non può che ispirarsi alla capacità di criticare il presente, sottolineandone di blu contraddizioni, sperequazioni e incongruenze: e proponendo altro. Questo il nuovo che potrà vivacizzare, non solo la politica, ma soprattutto una società vogliosa di modernità. E di partecipazione.

Le tasse? Solo un pretesto

Dal Futurista del 08/06/11

Ancora un vertice nella maggioranza. A sorpresa, perché notturno. Con il premier e il ministro dell’economia che, pare, abbiano discusso animatamente su aliquote e riduzione del carico fiscale. Ma con il richiamo dell’Unione europea, secondo cui è imprescindibile evitare il deficit. Ma le tasse sono un pretesto, la verità è che adesso tutti nel Pdl e nella Lega hanno paura. Che un sistema decennale sia giunto al capolinea, che certezze granitiche e blocchi di potere registrino una breccia che si allarga sempre di più. E a nulla servono le giustificazioni di Berlusconi, Bossi, Tremonti, e chi più ne ha più ne metta. Non reggono le spiegazioni, più o meno improvvisate, o le elaborazione dalle parvenze più complesse o articolate. L’immagine del centrodestra che continua a riunirsi per non decidere nulla, o che scimmiotta proposte e scelte lungimiranti fino ad oggi ignorate, assomiglia a quello studente universitario che, seduto di fronte al professore per sostenere un esame, inizia a bofonchiare risposte approssimative. A improvvisare teoremi balbettati e improbabili. Senza il coraggio di ammettere di essere palesemente impreparato. Ecco ciò che manca al centrodestra di governo, il coraggio di chiudere dignitosamente una parentesi, di rimettere i ferri del mestiere nelle proprie borse. E di avviarsi pacificamente alla fine. Senza strappi, senza urla disperate, senza il tedioso ritornello di sempre, con scambi di accuse tra chi va e chi viene. Insomma, con la consapevolezza che un ciclo si è chiuso. E con la maturità di non far perdere altro tempo al paese. Tutto qui.

Mai così in basso

Dal Futurista del 27/05/11

Ha detto Arnoldo Mondadori che “bisogna cercare di capire un minuto prima cosa ha in testa quello che ti sta di fronte”. Per prevedere, per attuare un ragionamento che non sia preda della contingenza e dell’emergenza. Ma con Silvio Berlusconi questo non si può proprio fare: perché nessun altro leader politico occidentale si è avventurato, come il cavaliere sta stoltamente facendo, in un quotidiano stillicidio di assurdità. Nessuno ha trasformato gli ultimi giorni della propria esistenza politica in un massacro di immagine, in un calvario comunicativo così deprimente. Insomma, in una via crucis così mortificante per il paese che rappresenta. E che dovrebbe difendere, di cui dovrebbe fare gli interessi, e non coprire di ridicolo quando va in gita fuori porta a vertici tipo il G8.
Perché di gita fuori porta per lui si tratta. Il premier evita gli approfondimenti analitici, non si concentra sui grandi temi di rilevanza continentale, non si sforza di elaborare una strategia condivisa, non punta a guadagnare credibilità con gli altri partner. Ma, come ha fatto ieri a Deauville, è ossessionato dalle sue micro questioni elettorali, di cui francamente, uno come Barack Obama farebbe volentieri a meno di ascoltare dettagli e giustificazioni. Voltando lo sguardo indietro di qualche lustro, non si ricordano episodi simili. Per caso De Gasperi, Nenni, Andreotti, Moro, Craxi hanno utilizzato vertici europei o mondiali per sfogarsi su crisi di governo o sgambetti dell’opposizione con altri leader politici?
Ormai non abbiamo più la faccia di presentarci agli incontri ufficiali, un Berlusconi così non se lo immaginava proprio nessuno. Non gli credono più, tutti lo evitano, sono perfino imbarazzati nel salutarlo o nel farsi immortalare con lui. Il problema a questo punto, non è solo rappresentato dalla tragedia di essere guidati da un “tiranno vecchio”, ma dal fatto che ha perso il limite della sua azione. Perché, come diceva Seneca, «il comando più difficile è comandare se stessi». E questo il presidente del consiglio, proprio non lo sa fare.

Caro Veneziani, senza “patriottismo costituzionale” ci resta solo il bunker

Dal Futurista del 15/04/11

“Si può pensare davvero che un paese possa restare unito dal Patriottismo costituzionale?” Se lo chiede Marcello Veneziani sul Giornale di famiglia, ragionando anche sull’immutabilità della carta costituzionale italiana. Già il semplice porsi una domanda simile, ci fa comprendere ancora di più il perchè siamo, e saremo, distanti anni luce da quel modo di fare giornalismo, analisi, politica, o di intendere l’intimità più profonda di una Nazione. Il patriottismo o è costituzionale o non è: altrimenti diventa nazionalismo, imposizione. Chi mette in dubbio l’unico collante, alto, che oggi è rimasto, è chi tradisce non solo i suoi valori o i suoi ideali. Ma quelli comuni di una intera comunità. Veneziani esordisce con una sintesi sul bilancio della contesa politica italiana: “L’opposizione in Italia è barricata dietro la Costituzione e Berlusconi si è riparato dietro gli italiani”. Non è così: le opposizioni oggi difendono i principi della Carta, che spesso il Governo mostra di non conoscere, o di ignorare colposamente o dolosamente, o in alcuni casi (vedi la Lega e certe leggine) di calpestare. La barricata, in verità, è un’altra: quella che è stata permanentemente allestita all’interno del Parlamento dove pur di difendere l’interesse del singolo si sta mortificando il benessere collettivo. Non è vero che il premier si è riparato dietro gli italiani: chi può dimostrare che il popolo gli sta facendo scudo? Più logico sostenere che si sia riparato invece dietro il proprio personale potere istituzionale.

Quanto alla Costituzione, troppo facile addurre l’anacronismo in sé senza argomentarlo: più volte è stato sollevato il dibattito su un adeguamento della Carta alle nuove esigenze della collettività, dato sul quale si può serenamente riflettere, ma senza stravolgere a proprio uso e consumo il senso di quella bussola che è ancora valida ed efficiente nei suoi principi basilari.
E allora l’interrogativo di Veneziani sull’utilità del Patriottismo Costituzionale offre la cifra di un certo modo di vedere le dinamiche sociali del paese. Mettere in dubbio quell’elemento di unione e comunione, significa pugnalare l’unico perno unificante rimasto oggi in un’Italia lacerata da condotte secessioniste e derive da bunker.Che hanno l’unico obiettivo di separare, di fazionizzare, di irritare, di dividere ancora una volta una comunità che invece dovrebbe essere invitata a ricompattarsi. Per inseguire il rasserenamento. E stringersi, finalmente, a coorte. Oggi più che mai.