sabato 24 gennaio 2015

Elezioni in Grecia, ecco in pillole i programmi dei partiti

Tutti promettono la fine dell’austerità. E’ l’unico (e controverso) punto in comune che hanno i partiti greci, che si presenteranno alle urne il prossimo 25 gennaio, ma nella consapevolezza che il difficile sarà proprio spiegare con quali risorse affrontare il futuro per il Paese che nel 2011 ha dato avvio al crack nel vecchio continente. A poche ore dalle decisione della Bce di dare avvio al cosiddetto quantitative easing, ecco una road-map di programmi e strategie.
SYRIZA
Non più sorpresa come nel 2012 (quando passò in un anno dal 3% al 23%), il partito guidato dal giovane Alexis Tsipras, maggiore indiziato alla vittoria finale, punta ad una rinegoziazione delmemorandum firmato con la troika. In questi due anni di opposizione al governo di larghe intese conservatori-socialisti ha ammorbidito le posizioni anti euro, rassicurando i cittadini ellenici che il loro futuro sarà ancora nella moneta unica, ma con un diverso approccio. Primo, fermare l’emorragia sociale che ha colpito i ceti meno abbienti del Paese: propone il ripristino dellatredicesima per salari e pensioni fino a 700 euro, sanità gratis per i più poveri, il taglio del 60% dell’attuale debito ellenico (280 miliardi di euro più interessi) e la sua trasformazione in un mega bond da restituire solo quando il paese accuserà una crescita del 3%. Inoltre chiedono l’assegnazione delle frequenze televisive da parte dello Stato solo dietro il pagamento di un canone, cosa che in Grecia non esiste, e la cittadinanza per gli immigrati che, copiosi, si sono riversati nel Paese: circa due milioni su una popolazione complessiva di undici milioni. E al termine della maratona elettorale finale culminata nel comizio di piazza Omonia, ha detto che non rispetterà accordi firmati dai suoi predecessori perché “il nostro partito rispetta gli obblighi che derivano dalla partecipazione della Grecia alle istituzioni europee, ma l’austerità non fa parte dei trattati di fondazione dell’Ue”.
NEA DIMOKRATIA
Meno spesa pubblica, più riforme amministrative legate all’introduzione della tecnologia, giustizia più leggera e rapida, progressivo alleggerimento della pressione fiscale (aliquota dal 43 al 33% per i cttadini, e dal 23 al 15% per le imprese). I conservatori al governo, dati al secondo posto dai sondaggi con un ritardo di 4-5 punti da Syriza, da un lato annunciano di poter fare a meno della troika insistendo autonomamente sulla strada delle riforme, ma dall’altro sposano una nuova austerità tassando anche le auto a metano. Ciò ha portato a mancate entrate fiscali per circa un miliardo al mese per l’intero 2014: ed è la ragione per cui la troika aveva subordinato l’elargizione della tranche da 7 miliardi lo scorso dicembre al raddoppio della tassa per le strutture turistiche e al licenziamento nel pubblico impiego. Ma si è giunti alle urne un anno e mezzo prima del previsto, perché proprio i conservatori hanno anticipato l’elezione del Presidente della Repubblica (prevista originariamente per marzo) al dicembre scorso. E, dal momento che la terza fumata è stata nera, secondo Costituzione il Parlamento è stato sciolto. Plaudono alla decisione del QE targato Bce e accusano Tsipras di aprire “l’ombrello proprio ora che da Bruxelles pioveranno denari”.
POTAMI
Il Fiume è il movimento nato alle sorse europee per volontà del giornalista televisivo StavrosTheodorakis (che fa campagna elettorale con un minivan e una tenda da campeggio), dato come terzo partito al 7%, assieme ai nazionalisti di Alba dorata. Nel maggio scorso in appena quaranta giorni raggiunse la soglia minima del 4% esprimendo un eurodeputato grazie ad un vademecum secco e concentrato su una nuova immagine, più sobria, del Paese: sì all’euro, no ailicenziamenti di massa nel pubblico impiego (la troika ne ha imposti 15mila, ma punta ad arrivare a 30mila), riduzione del finanziamento pubblico ai partiti (massimo 200 mila euro ciascuno) per realizzare l’esenzione dell’Imu sulla prima casa (si chiama Enfia), eliminazione della possibilità di pignoramento della prima casa da parte delle banche per chi non paga l’Enfia, un’imposizione fiscale tarata su reddito e tenore di vita, eliminazione di privilegi pensionistici o fiscali per la casta politica. E anche la revoca dell’immunità parlamentare, ma senza effetto retroattivo. Il suo slogan è “la cambieremo”.
ALBA DORATA
Nonostante l’intero gruppo parlamentare (primo e unico caso nella storia dell’Ue) sia agli arresti accusato di eversione, omicidio e ricettazione e non si conosca ancora quando il tribunale stabilirà o meno il rinvio a giudizio, i nazionalisti di Alba dorata sono ancora terzo partito nel Paese dati attorno al 6-7% come nel 2012. Priorità per far rinascere la Grecia è secondo il gruppo guidato dal focoso Nikos Michalioliakos l’indipendenza nazionale, alla cui base c’è la dottrina della profondità strategica. Dal momento che il Paese dispone di gas, petrolio, bauxite, oro, argento e ferro occorrono politiche per sfruttare questi giacimenti anche in chiave geopolitica. Sei i punti economici del loro programma: nuovo welfare per controbilanciare quello che è stato distrutto dal memorandum, quindi agevolazioni fiscali per tutte le coppie che hanno più di un figlio, riduzione dell’80% del contributo statale ai partiti da destinare ai nuovi nati greci, ammortizzatori sociali per madri single e per le famiglie numerose; nazionalizzazione delle riserve energetiche, come il gas presente a Creta che secondo i dati della Deutsche Bankammonta a 427 miliardi di euro. Il tutto al fine di operare una redistribuzione dell’economia nazionale con l’obiettivo di stimolare la produzione primaria interna. Chiedono l’espulsione dalla vita pubblica politica dei condannati, la confisca dei beni ai soggetti condannati per truffa e peculato, la riduzione del 30% dei deputati e ovviamente l’eliminazione del memorandum imposto dalla troika.
KKE
I comunisti del Kke sono forse il partito più integralista di Grecia che ancora oggi tuona controNato e Ue. Dati al 5% e guidati da Dimitris Koutsoubas, che ha preso il posto della storica leader Aleka Papariga, chiedono la cancellazione unilaterale del debito, il distacco da qualsiasi forma legislativa e di rapporto con l’Unione Europea. E propongono che potere ed economia siano gestiti in solitario dai lavoratori. Come anche nelle passate elezioni, non sono intenzionati ad alcuna forma di collaborazione né con un eventuale governo di larghe intese né in alleanza con altri soggetti di sinistra, ma restano fermi su posizioni di opposizione costante.
PASOK
I socialisti del Pasok, fondato dallo storico leader Andreas Papandreou negli anni ’80 e guidati ora dal vicepremier Evangelos Venizelos, hanno compiuto il percorso inverso di Syriza, passando dal 30% del 2009 al 5% del 2014. Dati in costante caduta libera, hanno registrato l’ennesimo terremoto non solo con l’arresto per tangenti, traffico di armi, truffa e banda armata dell’ex ministro della Difesa Akis Tzogatzopulos, braccio destro per trent’anni di Papandreou prima e Kostas Simitis poi (premier fino al 2004), ma anche perché l’ex premier GiorgiosPapandreou ha dato vita due settimane fa al movimento socialdemocratico Kinima (dato al 2,5%): con il compito di contribuire alla definitiva rottura del contenitore socialista ellenico. Dopo cinque anni di misure draconiane, plaudono per il suo ritorno sui mercati e chiedono una riforma a 360 gradi della macchina statale: stato piccolo, flessibile, vicino a cittadini e imprese; semplificazione amministrativa tramite l’e-government, creazione di un meccanismo permanente di mobilità per reindirizzare le risorse ed evitare gli sprechi. Ma non una parola sul memorandum.
Fonte: Formiche del 24/1/15

domenica 18 gennaio 2015

Preso ad Atene con tre complici la "mente" del jihad in Belgio

Atene - Grecia e Turchia, per una volta, unite ma dal filo del terrorismo islamico. Se Atene sale alla ribalta della cronaca per aver ospitato, da residente, e poi arrestato il 27enne Abdelhamid Abaoud, brussellese di origini marocchine capo della cellula scoperta in Belgio, Ankara diventa di diritto nuovo terreno di indagini per via del canale che, dalla Siria, i jihadisti proprio tramite la Turchia e in barba a Frontex e Triton usano per attraversare l'Adriatico, direzione Europa.
Quella stessa Europa che, all'indomani della strage parigina e degli arresti della cellula jihadista a Verviers, schiera l'esercito per le strade di Bruxelles e aumenta l'allerta a 7 (su 10) in Italia, con potenziamento dei controlli nei porti pugliesi di Bari e Brindisi (i primi approdi dalla Grecia).

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Abaaoud, arrestato ieri nel borgo ateniese di Pagrati assieme a tre complici, si è unito ai jihadisti dopo essere cresciuto a Molenbeek, un quartiere popolare di Bruxelles. Costante la collaborazione con Fbi e Interpol che ha permesso, a cavallo tra Natale e Capodanno, di intercettare una serie di conversazioni sospette nel carcere di Ladino, vicino Liegi, tra un detenuto e lo stesso Abaoud. E le telefonate sono state identificate come provenienti dalla Grecia. Per questo le autorità belghe hanno contattato le controparti elleniche che hanno attivato immediatamente le procedure di emergenza. Con il nome di battaglia Abou Soussi, ha combattuto in Siria con l'Isis e appare in diversi video di propaganda dello Stato Islamico.
Altissima la tensione in Belgio. Per la prima volta in trent'anni circa 300 militari presidiano gli obiettivi più sensibili a Bruxelles (dove c'è stato un allarme bomba poi rientrato) e Anversa, tra cui ambasciate e edifici nel quartiere ebraico. E mentre in Yemen due francesi legati ad Al Qaida sono stati arrestati, ecco che una ventina sarebbero le cellule cosiddette dormienti in Francia, Germania, Belgio e Olanda, per quasi duecento potenziali terroristi, secondo le stime fornite dai federali americani.
Ma il bilancio della giornata di ieri sul fronte guerra ai jihadisti fa segnare anche la chiusura precauzionale del tunnel sotto la Manica per del fumo improvviso, rilevato all'interno e soprattutto la reazione in Libano, con scritte sui muri del centro culturale francese a Gaza. «Andrete all'inferno, giornalisti francesi» per protestare contro la decisione del settimanale satirico Charlie Hebdo di pubblicare nuove vignette su Maometto. «Tutto, ma non il Profeta», recita un'altra.
A Milano invece è stato rinvenuto dai Ros il manuale «Elementi di base per la preparazione del jihad per la causa di Allah» in un'appartamento abitato dal tunisino Maher Bouyahia arrestato in Italia negli anni scorsi con l'accusa di essere un presunto arruolatore di estremisti. Scritto in arabo, il testo è una sorta di vademecum per la guerra santa contro gli infedeli, ad appannaggio dei potenziali terroristi. Ma è tutto il versante euromediterraneo a tremare. A Parigi vietata dalla magistratura francese la manifestazione «islamofoba» che si sarebbe dovuta svolgere oggi, in Marocco smantellata una cellula di otto reclutatori di volontari per Siria ed Iraq per conto Isis.
Mentre la reazione islamica si trasforma in battaglia interreligiosa, con in Niger altre quattro chiese date alle fiamme dopo le due incendiate a Zinder e le altre due saccheggiate ieri nella capitale. Quanto alla Turchia è stata a lungo sospettata di sostenere gli estremisti in Siria, come dimostrò il suo approccio controverso alla coalizione anti Califfato. Il governo ha sempre negato appoggi all'Isis ma ora, dopo che gli hacker islamici hanno pubblicato i protocolli segreti, il vaso di Pandora è aperto. Primo caso, i tre camion che Ankara ha inviato con armi e munizioni. Uno stato di allarme rosso confermato dai servizi turchi, secondo cui sul Bosforo circa tremila sono i soggetti legati all'Is oltre a 800 guerriglieri turchi già arruolati, come conferma il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu. È la ragione per cui il governo ha espulso 1.165 persone e vietato l'ingresso ad altre 7.250.
Nelle stesse ore però il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha attaccato frontalmente il quotidiano laico Cumhuriyet , reo di aver pubblicato un estratto dell'ultimo numero di Charlie Hebdo . «Dove credete di vivere? ­ ha detto Erdogan al giornale ­ La Turchia è al 99% un Paese musulmano. Non potete insultare così i valori sacri della gente».
twitter@FDepalo

Grecia, scoperta “Mafia capitale” in salsa ateniese

Dal Fatto Quotidiano del 18/1/15

Ancora l’ombra della lista Lagarde sulle elezioni elleniche? Non bastava il rischio-dracma e le tre banche greche in apnea di contante, ecco che i nuclei investigativi della polizia hanno sgominato un’organizzazione criminale dedita all’estorsione e agli attentati nei confronti dei giudici. Una sorta di Mafia Capitale in salsa ellenica, che ha portato all’arresto di 37 persone coinvolte nel più grande sodalizio criminale che abbia mai agito finora inGrecia. Come mente del pericoloso gruppo spicca il nome dell’ex ministro della difesa Akis Tzochatzopoulos, già in carcere pertangenti legate alle armi comprate dalla Germania e creatore di società off-shore per 100 milioni di euro, oltre che braccio destro diAndreas Papandreou, padre padrone della Grecia per 30 anni.
E’ accusato di aver organizzato gli attentati incendiari controIoannis Sbokos, capo della polizia finanziaria Sdoe, ripetutamente minacciato nel 2012 per via delle indagini sulla lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che hanno portato in Svizzera circa 25 miliardi di euro, frutto di tangenti e malaffare, pubblicata per la prima volta dall’inchiestista greco Kostas Vaxevanis sulla rivista Hot Doc. Il giornalista, che per questo fu arrestato e processato per direttissima, quella notte in tempo reale su Twitter diede la notizia del suo arresto e vinse così il Premio internazionale di giornalismo Julio Parrado. La lista era stata inviata per corriere diplomatico ad Atene dall’allora ministro delle finanze del governo Sarkozy, Christine Lagarde, attuale numero uno del Fmi. Ma nessuno dei due ministri delle finanze ellenici l’aveva protocollata: Giorgios Papacostantinou (atteso dal giudizio della commissione parlamentare il prossimo 10 febbraio e presente nella lista con due parenti) e Evangelos Venizelos, attuale vice premier e leader del partito socialista Pasok.
Uno scandalo che negli ultimi tre anni ha fatto anche delle vittime, come l’ex ministro Leonidas Tzanis, trovato impiccato nella sua residenza di Volos nel 2012 mentre il Parlamento votava il memorandum della troika, il trafficante internazionale di armi e sodale di Tzogatzopoulos, Vlassis Karambouloglu, trovato morto due anni fa a Jakarta in una stanza d’albergo, e, prima di tutti, il giornalista Sokratis Gioliasfreddato nel 2010 sull’uscio di casa da un non meglio precisato gruppo rivoluzionario combattente, di cui si sono ben presto perse le tracce. Secondo alcuni era stato il primo a seguire la traccia del denaro portato in Svizzera. Oltre all’ex ministro Tzogatzopulos, coinvolti nella maxi operazione anche grossi nomi di avvocati, funzionari carcerari e agenti di polizia di altissimo livello: tutti accusati a vario titolo di estorsione, corruzione e complicità in corruzione.
Inoltre da un’intercettazione risulterebbe anche che un detenuto delgiro criminale parlava dell’omicidio dei due membri di Alba dorata avvenuto nell’ottobre 2013, in risposta all’uccisione del rapper Pavlos Fyssas. Quest’ultimo, secondo la versione conosciuta fino ad oggi, sarebbe stato fraddato da due crisiavghites. Una conversazione in cui il detenuto allude ad altre mani che avrebbero premuto il grilletto, professionalmente, contro i due ragazzi del partito nazista greco, il cui intero gruppo parlamentare è attualmente agli arresti: unico caso in Europa. Ciò avvalorerebbe la tesi sostenuta da alcuni analisti, secondo cui gli omicidi non sarebbero stati commessi né da frange di sinistra né di destra, ma da terzi per fomentare il conflitto tra i gruppi estremi e foraggiare la destabilizzazione interna del Paese.
Twitter @FDepalo

Che cosa chiedono i musulmani italiani ad Alfano

Il vero pericolo sociale? Non gli arabi o i musulmani, ma “il populismo di Matteo Salvini”. E ‘l’opinione di Foad Aodi, presidente delle Comunità del mondo arabo in Italia che analizza gli atteggiamenti dell’occidente e dell’Islam moderato all’indomani della imponente manifestazione parigina contro il terrorismo internazionale.
Si può uccidere in nome di Allah?
Assolutamente no e non esiste alcuna religione che lo consenta. Il terrorismo non ha una sua religione e le parole di Matteo Salvini non fanno altro che alimentare lo scontro, facendo così il gioco dei terroristi. Questi ultimi intendono arrivare proprio a questo punto, con gli occidentali in preda ai pregiudizi. Lo dico con franchezza: noi non abbiamo nulla contro la Lega Nord, rispettiamo tutte le idee politiche. Ma come condanno la strage parigina condanno anche i partiti che cavalcano l’onda del populismo, come quello di Salvini. E’ lui il principale pericolo sociale. Chiediamo più responsabilità da parte di un potenziale leader politico nazionale.
Lei ammette che si possa uccidere un vignettista autore di una vignetta contro Maometto?
No. I terroristi approfittano di ogni occasione che si presenta loro e utilizzano quello spazio lasciato vuoto dalla politica, soprattutto dalla diplomazia e dall‘Onu di cui faccio fatica a ricordare l’ultima azione forte. All’indomani delle Primavere Arabe tutti, Ue compresa, hanno detto che sarebbero state sostenute. Invece quei giovani, in cerca di libertà e democrazia, sono stati lasciati soli. E’ in quel frangente che alcuni movimenti violenti hanno approfittato della situazione, con l’Isis impegnata su due fronti.
Quali?
Contro l’Occidente e contro altri movimenti islamici già esistenti. Nel primo caso è sostenuta dal reclutamento di giovani o di finti convertiti all’Islam, come personaggi che hanno già combattuto in Siria e che oggi si spostano su un altro campo di battaglia. Nel secondo caso intendono con queste azioni superare il “livello” di accreditamento mondiale di altri movimenti. Per queste ragioni non dovremo essere passivi ma proporre soluzioni.
Perché pubblicamente e apertamente il mondo musulmano non condanna il terrorismo islamico?
A differenza dei cristiani che hanno un leader mondiale riconosciuto nel Santo Padre, la comunità islamica non ha un unico punto di riferimento, oltre ad avere varie e differenti anime. Sunniti, sciiti, salafiti, con questi ultimi che recentemente stanno emergendo non poco. Come ha osservato qualche islamico di peso, è stato un errore concedergli troppi spazi. E comunque una condanna diretta c’è stata da parte della Lega Araba e in Italia della Comai. Per quanto ci riguarda abbiamo espresso la massima solidarietà alle vittime così come ho personalmente fatto ieri all’ambasciatrice francese a Roma, anche in occasione della manifestazione in Piazza Farnese.
Ma la condanna non è sufficiente, come andare oltre?
Occorre dall’altra parte avere un interlocutore che ascolti le nostre proposte. Ho la fortuna, grazie al mio ruolo pubblico, di poter parlare e proporre ma tanti altri non sono nelle condizioni di farlo. Il ministro dell’Interno italiano, inoltre, non può continuare ad avanzare soluzioni senza ascoltare le comunità arabe riconosciute in Italia. Oggi il vero pericolo non è dato dalle moschee.
Per quale ragione?
Tutti sanno che ormai sono controllate, credo bisogna invece stare attenti a ciò che accade nella rete come il rapper che circola negli ultimi tempi. Fino a ieri i personaggi sospetti che si aggiravano nelle moschee venivano segnalati alle comunità, oggi purtroppo non è più così. Un capitolo a parte meritano i falsi convertiti all’Islam di cui mi preoccupo.
Il Presidente egiziano Al Sisi ha detto recentemente in occasione del discorso all’Università di Al Azhar che la loro religione non ha mai fatto i conti con la modernità: che ne pensa?
La globalizzazione è più rapida di quanto potessimo immaginarci. Porto l’esempio di Facebook: sulla mia pagina ci sono tutti, dai palestinesi agli israeliani. Quindici anni fa non c’era questa duttilità. Per cui sosteniamo che i nostri Paesi devono essere arabi, laici e con il rispetto verso ogni religione e il proprio testo sacro. In questo la libertà religiosa potrà essere garantita da accordi bilaterali.
Come hanno reagito le comunità musulmane in Italia?
Siamo indignati di quanto accaduto a Parigi. Non facciamo differenze di nazionalità quando sono degli innocenti a morire. Noi abbiamo preso parte a tutte le manifestazioni svolte in questi giorni,anzi colgo l’occasione per annunciare che ne promuoveremo un’altra a Roma convolgendo tutti gli attori in causa, in cui daremo massimo sostegno alle vittime degli attentati ma anche ai musulmani arabi che spesso vengono presi di mira dall’opinione pubblica. Mi sento di aggiungere che siamo gli angeli di Papa Francesco per difendere il Vaticano e l’Italia da ogni possibile .
Fonte: Formiche del 18/1/15

sabato 17 gennaio 2015

In Grecia scatta la corsa a svuotare i bancomat

Atene - Banche in apnea, code di cittadini agli sportelli e nuovo conio simil dracma che invade la rete. L'ombra della Grexit si abbatte nuovamente su Atene, con la corsa dei correntisti a Bancomat e casse dei due maggiori istituti finanziari del Paese. Gli stessi che, a corto di contante, hanno chiesto aiuto al meccanismo Ela, il cosiddetto sistema di liquidità di ultima istanza (Emergency liquidity assistance): la risposta arriverà dalla Bce il prossimo mercoledì.
La Grecia si avvicina all'appuntamento elettorale del 25 gennaio con il primo vero scossone interno. Eurobank e Alpha Bank hanno chiesto alla Banca centrale greca di far ricorso alla misura di emergenza che consente ai singoli istituti centrali nazionali di prestare denaro ad una banca temporaneamente in difficoltà, ma con un tasso dell'1,55% anziché dello 0,05% come di solito applicato dalla Bce. Servono cinque miliardi di euro, dal momento che non solo il valore delle obbligazioni da dicembre a oggi è crollato, ma i correntisti hanno ritirato negli ultimi trenta giorni più di 3 miliardi di euro e non certo per il pranzo natalizio. Secondo indiscrezioni finanziarie elleniche, il limite di indebitamento dei buoni del Tesoro ha raggiunto i 15 miliardi, di cui 3,1 solo a dicembre. Una situazione che si somma al caos successivo alla decisione della Banca nazionale svizzera di non contrastare la rivalutazione del franco rispetto all'euro, che sta provocando in Grecia precisi riverberi. La prima volta che il termine «meccanismo di liquidità temporanea» era stato pronunciato in Grecia era stato nel 2011, quando il Paese collassava e quando l'intero settore bancario era a un passo dall'implosione.
Le banche in questione, però, negano che questa mossa possa rappresentare l'anticamera a ulteriori richieste di liquidità, come ha detto alle agenzie un portavoce, Dimitris Spyropoulos. Ma se i due istituti difendono la scelta, fatta alla luce di una «strategia meramente precauzionale», è chiaro che il rischio di un nuovo caso Cipro, con banche a secco di cash e panico tra i correntisti, non è più solo una semplificazione giornalistica.
A fare da sfondo a questa nuova ondata di timori, ecco la proposta di una candidata di Syriza, Rakil Makrì: stampare dracme Rachiliariko, una nuova banconota da mille dracme con il volto dell'eroina nazionale Laskarina Bouboulina. Due anni e mezzo dopo la storia e i numeri al centro dell'Egeo si ripetono, come un tragico déjà vu .

Buon compleanno Tsitsannis, il tuo rebetiko salverà la Grecia?

Dal Fatto Quotidiano del 17/1/15

“Meglio separarsi adesso perché la convivenza non funziona” suonava e cantava in Grecia negli anni Sessanta Vassilis Tsitsanis, mirabile inventore del rebetiko e grande interprete delle passioni greche di cui oggi ricorre il centenario della nascita. Una strofa (tratta dalla celebre “Ti simera, ti avrio, ti tora”) che in molti, oggi, accostano al rapporto tra Atene e l’euro, in una settimana di vera e propria passione, che porterà il Paese alle elezioni del 25 gennaio.
Ma la cultura, ancora una volta e per fortuna, viene in soccorso di menti stanche e di Paesi allo sbando. Quel bouzouky, trìchordonella sua espressione più originale e, dopo la seconda guerra mondiale anche a quattro doppie corde, tetracordo, reso famoso da un altro gigante come Manolis Chiotis, è la plastica raffigurazione delle anime emozionali che qui, al centro dell’Egeo, sono in perenne agitazione.
Tsitsanis, così come suo figlio Kostas mi ha raccontato in questi giorni, è stato autore di quasi tremila pezzi, dedicati alle grandi passioni dell’uomo: l’amore, la morte, le delusioni, gli odi, le speranze, i sogni. Tanti, infiniti, snelli ma anche terribilmente complicati e a volte irrealizzabili. Un racconto musicale che ripercorre magicamente le mille e più crisi (economiche, sociali, storiche, politiche, identitarie) che hanno attraversato la Grecia intera, dal sacrificio di Leonida alle Termopili alla grandezza di Pericle e Socrate, dalla dominazione ottomana alla guerra civile, dai colonnelli all’eccidio del Politecnico, dai neuroni di Panagoulis alle nuove speranze post troika. Questo è un luogo peculiare, talmente policromatico che non è oggettivamente possibile applicare un canone per interpretarlo e decifrarlo. Un passaggio che molti analisti e commentatori faticano ancora a metabolizzare. 
Il rebetiko di Tsitsannis, che al pari dell’Ellade abbraccia vari livelli ideali ed emozionali, non si ritrova solo in una serie di pregevoli suoni in serie. Bensì sono miele dell’anima, così come Vinicio Capossela e il suo Rebetiko Gynastas hanno recentemente confermato in chiave moderna. In quelle cantade la logica si lascia amabilmente sopraffare dalle passioni, semplicemente perché sono quelle che portano frutti e conquiste, quando tutto il resto batte il tempo scandito da altri.
Oggi in Grecia la privazione di beni di prima necessità è aumentata dal 11,2% del 2008 al 20,3% nel 2013, mentre il tasso di occupazione della popolazione economicamente attiva (25- 64 anni) è diminuito nello stesso periodo dal 61,9% al 49,3%. Sembrano i fatti che Tsitsannis quarant’anni fa accoglieva nei suoi pezzi, quando l’Ellade era un macro conflitto quotidiano, con le macerie sociali di una ricostruzione post bellica farraginosa e pachidermica, con la cortina di ferro ad un passo, con i grandi curvoni della storia che però non riuscirono a debellare cuori palpitanti, storie di amori ed amicizie: pure e bellisime. Vera e propria cartina di un tornasole di un Mediterraneo che non potrà mai essere diverso. Con buona pace del resto del mondo.
@FDepalo

venerdì 16 gennaio 2015

Gli (hacker) islamisti mettono a tacere anche 19mila siti web

L'altro terrorismo che invade la rete e la usa per minacciare l'occidente. Diciannovemila siti internet francesi attaccati da hacker islamisti: è il bilancio registrato negli ultimi quattro giorni quando, nell'etere francese, è maturata la consapevolezza che una nuova guerra, diversa da quella scatenata nella sanguinosa follia parigina, è di fatto iniziata.
Senza conoscere se e quanto l'intero continente si stia difendendo. Non solo a fornire i numeri ci ha pensato il sito specializzato in sicurezza informatica ZatazMag , ma è giunta la conferma ufficiale anche da parte del vice-ammiraglio Arnaud Coustillière, numero uno per la cyberdifesa dello Stato maggiore francese. Per la prima volta nella sua storia la Francia ha di fronte a sé un nemico senza armi convenzionali, che la minaccia apertamente, anche se è lo stesso viceammiraglio a sottolineare che si tratta di attacchi «di basso livello», che non inviano virus ma si limitano a cancellare l'homepage del sito attaccato. Ma anche se Coustillière li definisce «attacchi opportunisti», mirati a siti con poca protezione ecco che, in prospettiva, potrebbero essere attuati da «un qualsiasi geek». Come dire che la clava in mano agli hacker non è poi così inoffensiva, visto e considerato che è l'occidente a incassare il colpo. Da pochi giorni infatti è stato riattivato l'account Twitter del Comando Usa dopo la frase choc degli hacker dell'Isis: «Soldati americani, stiamo arrivando, guardatevi le spalle». Un tweet che aveva avuto l'effetto di frantumare le certezze del comando centrale Usa che ha in seguito riattivato il proprio account @centcom , dopo che alcuni fan dell'Isis si erano inseriti. E addirittura avevano inserito il nome «Cybercaliphate» su una foto di un militante jihadista con la kefia bianca e nera e la scritta «I love you Isis». Un imbarazzo che ha scosso i vertici del Pentagono, dal momento che gli hacker non si sono limitati al solo twitter, ma hanno puntato anche al profilo YouTube del Centcom inserendo alcuni video di propaganda a favore del Califfato.
Certo, poi il comando Usa ha sostenuto che nonostante l'attacco «i network operativi militari non sono stati compromessi e non c'è alcun impatto operativo per il Centcom». Ma quel comunicato di risposta non ha calmierato chi oggi si chiede dove sia finita la web-sicurezza a stelle e strisce.
Il tema adesso è come reagiranno la Nato e l'intero mondo anti Isis a questi attacchi. Per il momento l'unico a muoversi concretamente è stato il gruppo Anonymous che ha dichiarato guerra all'Isis e al Qaida con l'hashtag: # OpCharlieHebdo (Operazione Charlie Hebdo). «Attaccheremo e metteremo offline tutti i siti della galassia jihadista» ha detto in un video un rappresentante di Anonymous con la maschera di Guy Fawkes, nelle ore successive al massacro parigino.
«Vi prendete la libertà di uccidere persone innocenti, e noi vendicheremo la loro morte». Una presa di posizione durissima, accompagnata dalla minaccia che mai i nuovi nemici riusciranno ad imporre «la legge della sharia sulle nostre democrazie». E ancora: «Vi rintracceremo ovunque voi siate, nessun posto sarà sicuro. Noi siamo Anonymous, noi siamo la legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettateci».

Grecia, due banche ricorrono a ‘sistema di ultima istanza’. Corsa agli sportelli


Due banche greche hanno fatto richiesta alla Banca di Grecia per attingere al sistema di liquidità di ultima istanza (Emergency liquidity assistance, Ela). Si tratta di una misura di emergenza prevista dall’Eurosistema, che permette alle singole banche centrali nazionali di erogare denaro a un istituto temporaneamente in difficoltà. Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca si tratta di Eurobank e Alpha Bank, che avrebbero bisogno di cinque miliardi di euro. Il motivo? In vista delle elezioni del 25 gennaio, sul mercato sta salendo la tensione. Il valore delle obbligazioni da dicembre è crollato e i correntisti hanno ritirato in un solo mese liquidità per oltre 3 miliardi di euro. A peggiorare la situazione ci ha pensato l’altro improvviso colpo subito giovedì dagli istituti ellenici: la caduta libera dell’euro dopo la decisione della Banca nazionale svizzera di non contrastare più la rivalutazione del franco rispetto alla moneta unica. 
Secondo le stime della Banca Centrale Ellenica questa mossa ha comportato una perdita compresa tra 1,5 e 2 miliardi di euro di liquidità all’interno nel sistema. Sullo sfondo c’è il fatto che al momento 3 miliardi di euro di obbligazioni greche sono in mano ad investitoristranieri, che potrebbero non rinnovarle. Inoltre appena due settimane fa il numero uno della banca centrale greca nonché ex ministro delle Finanze, Ioannis Stournaras, ha dato l’allarme comunicando che le risorse rimaste in cassa sono sufficienti per tirare avanti solo fino al 29 febbraio. Diretta conseguenza del fatto che l’ultima tranches da sette miliardi che la troika avrebbe dovuto girare ad Atene lo scorso 31 dicembre è stata congelata in attesa del responso elettorale.
Sono stati il deflusso di depositi e la conseguente contrazione della liquidità, comunque, i fattori principali che hanno accelerato il ricorso all’Ela. Normalmente una banca chiede questo tipo di “assistenza” quando non dispone di sufficienti garanzie per accedere ai prestiti ordinari dell’istituzione di Francoforte. Ma c’è un prezzo – salato – da pagare. Ela presta infatti ad un tasso molto più alto rispetto a quello applicato al finanziamento di base: 1,55% contro 0,05%, ben trentuno volte di più. Non solo: la situazione, in attesa del pronunciamento della Bce che si esprimerà sulla richiesta solo il prossimo mercoledì, rischia di degenerare ulteriormente. Secondo il sito web Newsit.gr l’annuncio di venerdì mattina ha infatti innescato una corsa agli sportelli di cittadini che vogliono prelevare i propri risparmi temendo che prima o poi (come avvenuto nel marzo 2013 a Cipro) i prelievi verranno bloccati.
In ambienti finanziari si è diffuso il rumor che a causa della situazione politica incerta la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) ha congelato alcuni finanziamenti già promessi alla Grecia, come quelli relativi ai tretermovalorizzatori che saranno costruiti in Attica. Tra l’altro Atene aveva fatto richiesta proprio alla Bers di altri fondi ai primi di novembre, senza avere la cognizione che, solo un mese dopo, la situazione politica avrebbe portato rapidamente alle urne e quindi a una maggiore prudenza degli istituti finanziari. Oltre a innervosire le Borse.
Intanto in rete inizia a circolare la notizia – diffusa dalla candidataRachel Makri – che Syriza una volta al governo potrebbe stampare denaro: si chiama Rachiliariko, una nuova banconota indracme con stampato sopra il volto dell’eroina nazionale Laskarina Bouboulina. La foto è già diventata viralesui social media.
twitter @FDepalo

lunedì 12 gennaio 2015

Chi sono e che idee hanno i consiglieri economici di Tsipras

Un programma di rinascita sociale prima che economica, la rinegoziazione del debito ellenico, l’intervento della Bei per nuovi investimenti, una discontinuità finanziaria con la troika, la liberalizzazione delle frequenze televisive. Chi sono e cosa pensano gli economisti che affiancano il leader greco Alexis Tsipras ed il suo Syriza, possibile nuovo primo ministro nella Grecia chiamata al voto il prossimo 25 gennaio.
VAROUFAKIS
Principale collaboratore di Tsipras è Ioannis Varoufakis, economista greco-australiano, Visiting Professor alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs di Austin, in Texas che sarà il candidato di punta alle elezioni. Dal 2008 cura un blog intitolato “Pensieri per il mondo post 2008″ su cui si è occupato della crisi europea “non solo esistenziale, ma anche economica causata dall’incapacità delle sue istituzioni di resistere alle onde d’urto del terremoto globale del 2008″. Autore di numerosi testi socio-economici alcuni dei quali tradotti in lingua inglese, come “Il Minotauro globale: l’America, le vere cause della crisi finanziaria e il futuro del mondo dell’economia” (2011), “Dare un senso al mondo post-2008″, con Joseph Halevi e Nicholas Theocarakis (2011), “Teoria dei Giochi” con Shaun Hargreaves-Heap (disponibile anche in giapponese 2004).
FISCAL WATERBOARDING
Le sue idee per uscire dalla crisi partono dal cosiddetto “fiscal waterboarding”, ovvero il termine usato per le peggiori torture inflitte dalla Cia, paragonate alle ricette di austerità imposte da Bruxelles e Berlino. Per questo Varoufakis, autore del programma economico con cui Tsipras si appresta a chiedere il voto dei greci, propone la trasformazione del mega prestito della troika(circa 280 miliardi compresi gli interessi) in un grande bond a scadenza illimitata. Obiettivo, programmare una restituzione solo quando la Grecia otterrà una crescita almeno del 3%. Al secondo posto del programma il ruolo della Bei, la Banca Europea degli Investimenti, chiamata “a fare ciò per cui è nata”, ovvero finanziare investimenti nei Paesi europei.
STATHAKIS
Iorgos Stathakis (deputato, economista, docente di scienze economiche all’università di Creta) è una sorta di ministro ombra di Syriza, autore di un pamphlet sul contributo del Piano Marshallalla ricostruzione post-bellica della Grecia. Negli ultimi mesi è stato impegnato a confutare le tesi dei conservatori secondo cui un partito con radici comuniste porterà al crack il paese mandandolo fuori dall’eurozona. Il suo credo, invece, parte dall’attrazione degli investimenti. Come ha ripetuto di recente anche al Financial Times, il nuovo corso economico di Syriza intende rendere la vita più facile per imprese ed imprenditori abbattendo la burocrazia. “Così si potranno creare nuovi posti di lavoro”. In particolare, Syriza dovrebbe aprire alla concorrenza anche nel campo mediatico con la vendita delle frequenze televisive, che porterebbe lo Stato ad ottenere un profitto cospicuo. Il tutto per mettere fine alla pratica che ha consentito a pochi oligarchi greci di ottenere gratuitamente le licenze televisive.
MILIOS
Ioannis Milios, capo della commissione economica di Syriza, è professore di Economia Politica, membro del Comitato politico centrale e della segreteria politica. Lo scorso novembre ha partecipato assieme ad altri economisti ad una missione nella City di Londra per incontrare i rappresentanti delle più potenti società di asset management al mondo come Nomura, BoA Merrill Lynch, Deutsche Bank, Goldman Sachs, York Capital, Wellington Capital Management, Pimco e Capital Group. L’obiettivo è intrecciare rapporti con potenziali nuovi investitori interessati a fare business in Grecia. In quell’occasione ha sottolineato pubblicamente che nessun business-man né imprese dovranno temere da un possibile futuro governo Syriza dal momento che i nuovi investimenti saranno incentivati e non tassati. Braccio operativo dei rapporti oltre Manica di Syriza potrebbe essere la Ellenic Bankers Association, affiancata da un altro economista molto noto in Europa: Kevin Federstooun, molto vicino in passato all’ex premier socialista George Papandreou, che ha partecipato lo scorso anno alla visita di Tsipras alla London School of Economics.
TOLIOS
Iannis Tolios è un economista specializzatosi a Mosca, che parla fluentemente anche il russo. Si occupa della Cassa Depositi e Prestiti del Ministero delle Finanze ed è consulente tecnico del partito. Il suo vademecum prevede tre macro obiettivi: la risoluzione della crisi umanitaria del ceto medio greco, la ripresa economica, la ricostruzione lo Stato. Da sempre contestatore delmemorandum siglato con la troika: “Gli impegni del governo greco con la troika non sono validi – ha detto pubblicamente – perché sono stati presi in violazione della Costituzione”. Sulla grande questione del debito pubblico sostiene che nonostante gli enormi sacrifici del popolo greco, esso aumenta anziché diminuire: dal 125% del pil nel 2009, ha raggiunto oggi il 175%. Propone l’eliminazione della maggior parte del debito e di rimborsare il resto, con l’applicazione della cosiddetta clausola di crescita: “E’l'unica soluzione realistica e praticabile”. Accanto a ciò, il Syriza si prepara a strutturare il controllo sociale delle banche “che dovranno riprendere a fornire liquidità, grazie ad una banca di sviluppo”. Immagina inoltre anche un ruolo potenziato per le utilities dello Stato, destinate a fare utili e non a zavorrare le casse dello stesso.
Fonte: Formiche del 12/1/15

mercoledì 7 gennaio 2015

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Scusate per la lunga assenza tecnica. FRONTE DEL PENSIERO si trasferisce a questo link.

Norman Atlantic: «Io salvo, con l'equipaggio in fuga»

Fumo, freddo, paura. Tutto in quindici minuti, che sono serviti al 49enne Kostas Tsiliopulos per fuggire dalla Norman Atlantic in fiamme (fiamme che ancora oggi nono sono state domate del tutto) con una scialuppa prima di avere il tempo di capire cosa stesse accadendo. È stato forse uno dei primissimi a salvarsi dal naufragio avvenuto a largo di Corfù lo scorso 28 dicembre l'autotrasportatore greco, che nel suo mezzo portava formaggi in Italia. La nave che si trova nel porto di Brindisi, è stata scossa ieri da un altro incendio sul ponte 4 dopo che da 48 ore è ormeggiata in Puglia con il fumo ancora copioso e con le circa 1200 tonnellate di carburante presenti nel relitto, dove gli incendi praticamente non si sono mai spenti.
Kostas ha lo sguardo vitreo, che non esprime né la soddisfazione per essere di nuovo a casa, a Lamia, la sua città della Grecia centrale ad un tiro di schioppo dalle Termopili, né la rabbia per aver perso il suo camion ed essere, al momento, senza un'occupazione e senza un futuro. «Dormivo nella mia cabina e dopo le 4 sono stato svegliato dal mio vicino. Sentiva un forte odore di plastica bruciata e il pavimento iniziava a scottare» racconta, evidentemente ancora choccato, davanti ad un caffè greco. «Non ho sentito alcun allarme, neanche ho visto la luce delle sirene durante il tragitto che ho fatto fino al ponte». In quei frangenti, con l'inferno e il fumo che salivano rapidamente, qualcuno aveva avuto l'idea di usare gli estintori. Ma «da un grande tubo che si trovava alla fine di una scalinata è uscito appena un rivolo di acqua». Un dettaglio che avvalora la tesi sostenuta dalle sei deficiences individuate sul traghetto in occasione dell'ispezione effettuata a Patrasso lo scorso 19 dicembre, con problemi alle porte taglia fuoco e ai sistemi di allarme non funzionanti. La nave noleggiata dalla compagnia greca Anek Lines, da quel giorno, aveva avuto due mesi di tempo per mettersi in regola.
Ecco che Kostas, anziché salire fino alla cima del traghetto, così come fatto dal suo collega, vedendo i membri dell'equipaggio sgattaiolare via calando in acqua il battello di salvataggio ha deciso di seguirli, ma «non perché me lo aveva detto qualcuno dei marinai». Il tutto mentre saltellava come un «canguro perché il pavimento si scioglieva dal fuoco ed era bollente». Una volta nella scialuppa, con il mare a forza 8, è stato poi salvato dal mercantile che in seguito lo ha sbarcato al porto di Bari. Di lì, con un C-130 dell'aeronautica militare ellenica, è tornato in Grecia il giorno successivo. «Ricordo che i garage della Norman erano pienissimi - dice a bassa voce, quasi per pudore - i tir erano quasi parcheggiati uno sopra l'altro. Non so cosa possa essere successo nel garage, ma le ipotesi sono tante a cominciare da un corto circuito». Più difficile, riflette, che i camion abbiano prodotto una scintilla per via dei tetti che strisciavano sul soffitto dal momento che tutte le navi sono omologate proprio per le altezze dei tir. E la possibile presenza a bordo di clandestini, così come ipotizzato da più parti? «Nessuno può escluderlo».
Ma se all'apparenza Kostas è una persona tranquilla e, oggi, fortunata per come si è chiusa quell'avventura, in realtà è ancora molto scosso. Tifosissimo della squadra locale di Lamia, che milita nel campionato greco di serie B, non è andato domenica scorsa allo stadio per la prima partita del 2015: troppo forte il ricordo della confusione della Norman, con passeggeri che correvano all'impazzata, senza guida e indicazioni dall'equipaggio. E con al di là del ponte il fumo, il freddo e la paura di non farcela.

martedì 6 gennaio 2015

Cipro-Turchia: il Mediterraneo è una bolgia. Tanto vale abolire i commissari europei

Dal Fatto Quotidiano del 6/1/15

“Venire all’essenza del problema” scriveva un secolo fa Tommaso Fiore. Se una nave russa iniziasse a fare rilievi sottomarini a largo delle coste tedesche, il Bundestag e poi la Commissione Europea, la accoglierebbero a braccia aperte? La domanda, ovviamente provocatoria, è utile per squarciare quel fastidioso velo di silenzioche si è posato su ciò che sta accadendo nel Mediterraneo orientale, dove i continui e reiterati atteggiamenti della Turchiacontro Cipro e i suoi partner (Israele, Italia ed Egitto) non sortiscono effetto alcuno a Bruxelles. Come se, in qualche misura, il diritto internazionale non fosse applicabile ad Ankara.
Ormai da mesi su queste colonne abbiamo dato conto delle intromissioni della nave oceanografica turca Barbaras nella Zee di Cipro, stato membro dell’Ue ma la cui zona settentrionale è dal 1974 occupata da 50mila militari turchi. Se da un lato Nicosia ha da due anni raggiunto un accordo con Tel Aviv per losfruttamento congiunto del gas presente sotto le proprie acque, dall’altro la Turchia avanza pretese su quel gas che nessuna legge le dà. Contribuendo a far accrescere la tensione in quel fazzoletto di mare dove lo scorso novembre si sono concentrate una fregata russa, un cacciatorpediniere greco, un sommergibile greco e sei F-16 israeliani: tutti intenti a controllare cosa facesse e che scopi perseguisse la nave turca. 
Oggi si apprende che la Barbaras resterà in quella zona fino al prossimo 6 aprile per indagini sismiche, per continuare un’attività che nei fatti è illecita. La nave era stata ormeggiata porto occupato di Famagosta e farà nuovamente rotta verso la zona di perforazione. Pertanto rimarrà nella Zee illegalmente, nonostante nelle ultime settimane si fosse sollevata anche una protestaformale da parte dei governi di Nicosia ed Atene. Nel frattempo il Presidente della Repubblica di Cipro, Nicos Anastasiadis, ha sospeso a tempo indeterminato i negoziati con Ankara per la riunificazione di Cipro. E fino a quando la Turchia non offrirà garanzie che essi stessi rispetteranno la sovranità cipriota e il diritto internazionale.
Lecito chiedersi: ma se la Commissione Europea non interviene in queste delicatissime questioni riguardanti uno stato membro avversato da un altro che, tra l’altro, ha da tempo fatto richiesta di ingresso all’Ue, che motivo ha di sperperare denaro pubblico per pagare i commissari europei?
Twitter: @FDepalo