domenica 14 dicembre 2014

Tutte le mosse dei Popolari di Mauro su Regionali e Roma

Tre candidati targati Per l’Italia in campo alle prossime regionali e un nome di trasparenza per il futuro del Campidoglio. I Popolari di Mario Mauro escono dalla conferenza organizzativa del partito con quattro certezze: tre nomi in chiave di alleanze chiare con il centrodestra alle prossime regionali in Campania, Umbria e Veneto (qui il dialogo è non solo aperto ma anche fitto con Italia Unica di Passera e con la Fondazione del sindaco di Verona Tosi) e la candidatura del generale Domenico Rossi (in foto), sottosegretario alla Difesa, a sindaco di Roma, dopo il caso giudiziario che ha sconvolto la Capitale.
CAMPIDOGLIO
Il nome per il dopo Marino scelto da Pi è quello dell’attuale sottosegretario alla Difesa: il Generale Domenico Rossi, con una decisione presa per acclamazione all’assemblea del partito. Il motivo? Dal momento che l’inchiesta Mafia Capitale ha evidenziato “un’insopportabile situazione di malaffare nella Capitale”, i Popolari di Mauro chiedono le elezioni per superare la grave situazione politica e candidano “una persona in grado si assicurare moralità, legalità, efficienza e sicurezza”.
VENETO
Il padovano Domenico Menorello è il nome scelto per le regionali in Veneto. L’avvocato amministrativista con un passato in Forza Italia (già vicesindaco e responsabile nazionale dell’Ufficio Sussidiarietà di Fi) avrà il compito di ri-federare il centrodestra. Due le interlocuzioni già avviate: quella con Italia Unica, il nuovo movimento di Corrado Passera, e quella con il “leghista atipico” Flavio Tosi, sindaco di Verona, che a detta di molti governa più con il consenso personale che con quello del suo partito, viste le divergenze e i differenti approcci rispetto al segretario Matteo Salvini. Proprio il ruolo più moderato di Tosi e il rapporto consolidato con il forzista Raffaele Fitto (oltre al consenso storico della Lega nel cattolicissimo Veneto) potrebbero giocare un ruolo significativo contro la candidata del Pd, la deputata Alessandra Moretti.
UMBRIA
Un sindaco in campo in Umbria: sarà Claudio Ricci, il primo cittadino di Assisi è la testa di ponte popolare per l’Umbria che sta tentando di fare convergere su di sé Forza Italia e ciò che resta della destra. Nel 2011 è diventato sindaco sotto le bandiere di una coalizione Pdl-Lega-Udc, ed è salito alla ribalta quando ha deciso di emettere un’ordinanza che vieta, ad Assisi, di chiedere l’elemosina a 500 metri dai luoghi di culto. Tra l’altro il suo esperimento di lista unica per le Regionali in Umbria (nel segno di San Francesco e Giorgio La Pira, come ha osservato da queste colonne) potrebbe essere il primo passo per la costruzione del partito unico dei moderati italiani.
CAMPANIA
L’idea è quella di convergere sul governatore uscente Stefano Caldoro, con il nome dell’ex eurodeputato Enzo Rivellini, spalleggiato dallo storico esponente democristiano e poi forzista Giuseppe Gargani. Rivellini, transitato anche dai finiani di Futuro e Libertà, alle europee dello scorso maggio raggranellò 55.355 preferenze senza però essere eletto.
Fonte: Formiche del 14/12/14

giovedì 11 dicembre 2014

Ecco il Matteo Salvini che non ti aspetti (con la stampa estera)

La nuova aliquota fiscale? Il candidato al Colle? Le strategie anti renziane? Lo sfondamento al sud? Nulla di tutto ciò. Il Segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, in visita ieri all’Associazione della Stampa Estera di Roma ospite del Presidente Maarten van Aalderen, (dove ha sorseggiato anche una birra con i giornalisti), è stato incalzato dai corrispondenti delle testate straniere soprattutto su temi scomodi, come i diamanti dell’ex tesoriere Belsito, il rischio xenofobia e la passata gestione del partito. A cui ha replicato, punto su punto, non da giustizialista ma da garantista.
DIAMANTI
Come faranno gli elettori ad immaginare una nuova Lega se fino a un anno fa tutti i quotidiani riportavano dettagli di scandali e malagestione? Al quesito posto da Stephen Farris, corrispondente da Roma della rivista americana Times, Salvini ha risposto: “Intanto io ho provveduto in questi mesi a sostituire gli amministratori della passata gestione”, ha subito precisato, per sgomberare il campo da dubbi e possibili insinuazioni. Per poi evidenziare: “Fino ad oggi registro che non c’è stata una sola condanna definitiva”, ha osservato. Il riferimento era ai fondi gestiti dell’ex tesoriere Belsito, alle lauree in Albania, ai presunti investimenti in diamanti a cui l’eurodeputato ha replicato che la nuova gestione del partito “è comunque iniziata con un cambiamento di nomi e facce, per una questione di correttezza e trasparenza” anche se dice di attendersi qualche novità giudiziaria sui casi citati, che fino ad oggi non c’è stata.
RAZZISMO
Le proteste sociali e il desiderio di cambiamento politico rischiano di trasformarsi in un consenso indirizzato verso forze xenofobe? Alla corrispondente di Vatican Insider e de La Stampa, LisaBillig, preoccupata – da israeliana – per il nuovo rischio razzismo in Europa, Salvini ha risposto che il rischio di antisemitismo nel 2014 non lo vede per nulla. Anzi, ha ribaltato il tavolo quando ha aggiunto che “la colpa è della sinistra iper permissiva che, per nascondere le proprie responsabilità sulla cattiva gestione dell’emergenza immigrazione, accusa di razzismo chi chiede solo il rispetto delle regole da parte di tutti”. Il riferimento è a “cittadini stanchi e non razzisti” che “non ne possono più di un’immigrazione senza controllo”, quando invece ne servirebbe una di tipo “controllato e secondo le normali leggi di ogni Paese”. Falso e pericoloso, ha aggiunto, sviare l’attenzione dal problema vero che “non è il razzismo ma chi ha governato i flussi migratori fino a ieri”.
PROPOSTE
Un altro quesito che è andato per la maggiore tra i colleghi stranieri è stato  quello relativo al paragone con Beppe Grillo. Entrambi destinatari di voti di protesta, entrambi definiti populisti, ma che in modo diverso propongono soluzioni a volte inapplicabili. Salvini ha difeso la sua idea di un’unica aliquota fiscale. “Proponiamo un’aliquota secca al 15%: non siamo dei geni, la copiamo perché funziona in quaranta paesi”, ha detto presentando l’iniziativa del convegno che si terrà il 13 dicembre a Milano per lanciare la proposta sulla flat tax. “Tra l’altro è un sistema che è molto più difficilmente corruttibile. È una battaglia seria e concreta che può essere una battaglia di tutto il centrodestra, una battaglia concreta”.
CASO GRECIA
Il rischio di un nuovo default in Grecia come potenziale detonatore per nuovi grattacapi all’Europa. Salvini, interrogato da Giorgios Lambrinopulos da trent’anni corrispondente dei media ellenici a Roma, ha osservato che qualsiasi dovesse essere il nuovo partito vincitore delle possibili elezioni anticipate (se i nazionalisti di Alba dorata o la sinistra radicale di Syriza) “andrà bene, perché sarebbe democraticamente eletto”. Cosa vogliamo fare, si è chiesto, “decidere che ad un certo punto un voto democratico non ha più valore?”. E aggiunge di non credere che proporranno di uscire dall’euro e tornare alla dracma. Anche perché in questo senso l’Ue non la ritiene riformabile: “Va abbattuta e riformata da capo. Prima abbattiamo il muro di Berlino a Bruxelles e prima ripartiamo“.
SU MARINO
“Fossi in lui toglierei disturbo”, aggiunge, in riferimento all’altro grande tema di attualità in questi giorni legato allo scandalo corruzione, anche se Salvini offre una lettura politica e non giudiziaria. “Ma non per i fatti di Mafia Capitale di cui non ha alcuna responsabilità, bensì perché non è un sindaco adatto a Roma”. E la Lega? “Abbiamo tantissimi difetti, abbiamo fatto tanti errori, forse altri ne faremo – aggiunge Salvini – ma il Lazio e il Comune di Roma non lo abbiamo mai avuto. E se qualche nostro ex ha sbagliato gli auguro di uscirne pulito. Ma dal mio punto di vista non mi sento minimamente sfiorato”.
Fonte: Formiche dell'11/12/14

martedì 9 dicembre 2014

La ricaduta della Grecia ‘incaprettata’ dal memorandum

Dal Fatto Quotidiano del 9/12/14

Dopo due anni di memorandum, riforme, tasse e scorciatoie per i più furbi (casta compresa), il “gioco dell’oca della Grecia” fa tornare tutti al punto di partenza:Berlino compresa. Non è bastato prendere in mano una calcolatrice e stendere, numericamente, l’elenco di chi deve dare e di chi deve avere in questa partita doppia. Una strategia, quella applicata alla Grecia nel 2011 (ma che molti avrebbero voluto estendere in questo triennio anche agli altri Piigs), che oggi si scontra con la realtà dei fatti.
Alzare la mano e criticare la direttrice di marcia imboccata dai creditori internazionali non significa automaticamente essere antimerkeliani o fautori dello spreco. Anzi.
I fatti di oggi, con le Borse europee in panico per il rischio elezioni anticipate in Grecia, dimostrano che la medicina somministrata ad Atene non ha curato il malato che, al netto di un ritorno sui mercati che ha giovato solo alle agenzie di rating e a qualche speculatore, è ben lontano dall’essere sanato.
La troika in Grecia ha deciso di aumentare improvvisamente la pressione fiscale, tagliare i diritti di tutti, distruggere la sanità, dimenticarsi della Lista Lagarde, lasciare che le autorizzazioni a procedere per i parlamentari corrotti ammuffissero nei cassetti della Camera, accettare che lo Stato il giorno prima delle urne del giugno 2012 spendesse altri milioni di euro per l’acquisto di carri armati Leopard, non riformare la giustizia che persegue oggi imprenditori finiti sul lastrico per la crisi (sono i nuovi poveri nel Paese) mentre lascia liberi quei banchieri che hanno truffato i correntisti e i prefetti che sul conto si sono ritovati decine di milioni di euro.
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E soprattutto lasciando che in carcere finisse solo uno: l’ex braccio destro di Andreas Papandreou, Akis Tsogatsopulos, regista di trent’anni di ordini milionari di sommergibili e armamenti vari, la cui ombra inquieta ancora oggi moltissimi politici del Paese che ne temono le rivelazioni.
Avrebbe, invece, dovuto sanare gli sprechi, chiamare a contribuire tutti in modo proporzionato alla propria forza economica, non impoverire ulteriormente i poveri, non svendere la Grecia a multinazionali e ricconi che hanno fatto affari d’oro, chiedere conto a Berlino dello scandalo Siemens per gli appalti alle Olimpiadi del 2004, incastrare i grandi evasori ellenici anziché far arrestare il giornalista che ne dava conto, stimolare la politica che ha prodotto l’attuale buco a coprirlo (almeno parzialmente) con investimenti a lungo e medio termine, sfruttare gli idrocarburi così come sta facendo Cipro in tandem con Israele.
Qual è il risultato oggi? Che il governo conservatori-socialisti anticipa il voto per il presidente della Repubblica senza avere un accordo di massima interpartitico, con il rischio di elezioni anticipate. Ma soprattutto, al di là delle schermaglie politiche che fanno gola a talk show e retroscenisti, semplicemente ad Atene anche chi ha spalancato le porte del Partenone alla troika, ha compreso (solo oggi?) che tutto è stato un grande bluff.
E che forse sarebbe valsa la pena ascoltare l’allora premio nobel per l’economia Christopher Pissarides, che nel 2011 fu l’unico ed il solo a chiedere di ragionare su un default controllato della Grecia. Aniché imporre un memorandum che ha sempre più il sapore di un incaprettamento.
twitter @FDepalo

domenica 7 dicembre 2014

Hollande fa un salto da Putin: per il gas dimentica gli alleati

Grandeur o, più pragmaticamente, furbizia? Mentre Washington e Berlino fanno la voce grossa contro Mosca per via delle note sanzioni che stanno danneggiando, tra le altre cose, anche le aziende italiane, quello che i sondaggi hanno definito come il peggior presidente della storia di Francia non ci pensa proprio a perdere più di un miliardo di euro.
E, con uno scalo a sorpresa, di ritorno dal viaggio di Stato in Kazakistan, si «ferma» all'aeroporto di Mosca per incontrare Vladimir Putin.
La visita a sorpresa che François Hollande ha fatto ieri a Mosca ufficialmente non ha riguardato il contratto di costruzione di due fregate Mistral alla flotta russa da 1,2 miliardi di euro siglato tra i due paesi tre anni fa. Ma alzi la mano chi non ha pensato che, dopo i dossier su nucleare iraniano, Ucraina, Siria e relativo al Califfato, i due interlocutori non abbiano anche trattato, en passant , della delicatissima questione legata alla fornitura militare che, bloccata poche settimane fa dallo stesso Hollande dopo le fortissime pressioni statunitensi, rischia ora di minare la credibilità francese sul mercato internazionale dei produttori di armi.
«Stavo volando sopra Mosca quando ho deciso di fare una sosta qui per discutere con voi le questioni importanti che riguardano la crisi ucraina ed i problemi che sta causando al popolo di Ucraina, all'Ue e alla stessa Russia». Queste le prime parole di Hollande rivolte a Putin e al ministro degli Esteri Lavrov, all'interno della sala-cerimonie dell'aeroporto moscovita di Vnukovo. Al termine delle due ore di incontro Hollande ha sottolineato che è necessario continuare la discussione avviata nel quadro del G20. Sulla risoluzione del conflitto ucraino Putin ha confermato che Russia e Francia sono in favore di un cessate il fuoco immediato per impedire altri spargimenti di sangue. Ma poche ore prima della riunione improvvisata, l'edizione online di Le Figaro aveva anticipato che al centro dell'incontro ci sarebbe stata la consegna delle Mistral, anche se i due si erano visti recentemente (lo sorso 15 novembre) in occasione del G20 di Brisbane. Esattamente dieci giorni dopo quel vertice il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aveva annunciato lo stop alla consegna della Vladivostok , aggiungendo che la Russia avrebbe avuto il diritto di esigere il pagamento di una penale, come da contratto.
E così se da un lato la posizione ufficiale delle potenze occidentali è quella di proseguire sulla strada delle sanzioni, si registra la foga con cui Hollande ha deciso di sincerarsi personalmente degli affari di casa propria, anche perché la novità degli ultimi giorni si ritrova alla voce gas, altra questione che tocca Parigi in modo niente affatto secondario. Tre giorni fa Putin in persona da Ankara ha chiuso al gasdotto South Stream, viste e considerate le resistenze europee, per dare l'ok al Blue Stream , la variante che passerà sotto il Mar Nero, bypassando l'Ucraina ma con un coinvolgimento più diretto della stessa Turchia.
Tornando al vertice, secondo fonti diplomatiche, dopo le richieste di cessate il fuoco per quanto riguarda il conflitto ucraino, il presidente russo ha evidenziato che delle fregate Mistral non si è parlato perché «esiste un contratto, un documento legale e siamo convinti che sarà eseguito. Non ho chiesto niente, il presidente della Francia neanche». Una perfetta excusatio non petita .

mercoledì 3 dicembre 2014

De Mattei: perché Papa Francesco a Strasburgo e in Turchia non mi ha entusiasmato

Non c’è un problema di interpretazione di gesti e parole del Papa, osserva  Roberto De Mattei, già vicepresidente del Cnr e direttore delle riviste “Radici Cristiane” e dell’agenzia di informazione “Corrispondenza Romana”. Ma il nodo riguarda il merito della “debolezza dei suoi discorsi a Strasburgo e Ankara”. Secondo l’esponente del mondo tradizionalista cattolico non esiste un “effetto Socci” così come sottolineato da MassimoIntrovigne in una intervista a Formiche.net, ma “confusione e disagio” dopo il gesto verso il Patriarca Ortodosso.
Qual è secondo lei il bilancio della visita del Papa in Turchia?
Innanzitutto bisogna leggere quella visita alla luce della precedente fatta a Strasburgo dove, al cuore delle istituzioni europee, proprio Ankara ha bussato. Ecco che si pongono una serie di questioni: la prima sull’identità cristiana dell’Europa, la seconda su quella stessa della Turchia. Ci troviamo di fronte ad un’Europa le cui radici cristiane sono estremamente deboli, per non dire del tutto assenti. Sotto questo aspetto ho trovato deludente il discorso del Papa a Strasburgo.
Per quali ragioni?
Non tanto per quello che ha detto, ma per ciò che non ha detto. E’ stata una grande occasione mancata, con un discorso più politico che profetico. Bergoglio aveva di fronte a sé l’assemblea dei rappresentati di tutte le Nazioni europee: quale platea migliore per denunciare il male contenuto nella dittatura del relativismo che oggi minaccia le radici cristiane d’Europa? Invece mi sarei aspettato dal Papa parole forti contro la teoria del gender che oggi dilaga. O contro lapersecuzione dei cristiani nel mondo, come un appello pubblico che avrebbe avuto un effetto significativo. Avrebbe potuto invitare, ad esempio, tutti i parlamentari europei a sottoscrivere una petizione.
Torniamo alla Turchia.
La debolezza del discorso papale di Strasburgo ha fatto da sfondo ad una Turchia che in questo momento rivendica con orgoglio la propria identità islamica, forte, dove senza dubbio confluisce l’eredità secolarista di Ataturk, ma accompagnata dall’antico sogno imperialista ottomano; e il cui cemento è rappresentato dall’islamismo. Di fronte a questo, Benedetto XVI da Cardinale aveva manifestato a suo tempo molte perplessità, come sul possibile ingresso turco nell’Ue.
L’inchino al Patriarca di Costantinopoli segue le aperture di San Giovanni Paolo II?
In un clima naturalmente di dialogo, il discorso del Papa in Turchia poteva essere l’occasione di confronto per rivendicare in territorio turco le radici cristiane d’Europa. Si sarebbe così lanciato un messaggio del genere: non si può immaginare che la Turchia entri nell’Ue inalberando con forza la propria identità islamica, pretendendo al contempo che l’Europa rinunci alla propria. E’ in questo contesto che a mio parere si inserisce l’episodio con Bartolomeo I.
Come pesa quel gesto?
Sicuramente ha creato una certa confusione, non tanto di ordine pubblico ma nel suo interlocutore.
Perché?
In quanto non è possibile immaginare, per un cattolico, che il Papa compia questo gesto rinunciando a quello che è: non solo ad un primato di onore ma anche di giurisdizione della Chiesa Cattolica. Nelle dichiarazioni successive all’incontro, il Patriarca ha ribadito con forza la concezione ortodossa dei rapporti tra le due chiese. Dal punto di vista dei risultati concreti, non mi sembra che quel gesto abbia prodotto dei passi in avanti nel dialogo, ma eventualmente ha seminato confusione e disagio tra chi vi ha assistito.
E’ vero, come ha ricordato da queste colonne Massimo Introvigne, che sarebbe utile evitare polemiche per non alimentare il cosiddetto “effetto Socci” sui gesti e parole di Bergoglio?
Credo che il dibattito su questi argomenti non debba essere ermeneutico, ovvero sull’interpretazione dei gesti, ma dovrebbe basarsi sulla realtà dei fatti. Gesti, atti e omissioni hanno per la loro portata simbolica un significato più forte dei discorsi. Penso al forte impatto che ha nel mondo una fotografia, mentre un discorso, anche ampio e articolato, lascia il tempo che trova. Per cui l’immagine della benedizione impartita dal Papa a Bartolomeo esprime un impatto di parità fra le due Chiese. Quindi non tocca a noi spiegarlo, ma al Papa. Se di questo gesto i media daranno una lettura distorta allora dovrà essere Bergoglio, in prima persona o tramite la Segreteria di Stato, a correggere la cattiva interpretazione.
In caso contrario?
Ci si perderebbe nei labirinti dell’ermeneutica di cui ognuno di noi si fa interprete. Personalmente ignoro quali siano pensieri e intenzioni del Papa, ma dico che le immagini sono dei fatti. E contro i fatti purtroppo non ci sono argomenti.
Le parole contro il genocidio armeno sono giunte solo sul volo di ritorno: giusto così?
Anche questo elemento conferma un approccio più politico che profetico-soprannaturale della missione pontificia da parte di Bergoglio. Un atteggiamento che si può comprendere da un profilo diplomatico. Ma se Papa Francesco, così come altri suoi predecessori hanno fatto, intendesse dare al proprio pontificato un carattere più religioso, probabilmente dovrebbe farlo in modo diverso.
Fonte; Formiche del 3/12/14

lunedì 1 dicembre 2014

Basta polemiche su Papa Francesco. Parla Introvigne

“L’ecumenismo? Inizia certamente con i gesti ma poi si attua con i fatti” dice a Formiche.net il professor Massimo Introvigne a proposito della visita del Santo Padre in Turchia. Il sociologo, esperto di movimenti religiosi, coordinatore del’Osservatorio della Libertà Religiosa del Ministero degli Esteri e fondatore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, precisa però che molte delle polemiche su gesti e frasi di Bergoglio sono “pretestuose e infruttose”.
Come giudicare l’inchino di Papa Francesco al Patriarca di Costantinopoli?
Nel discorso che ha fatto ha distinto fra i diversi tipi di ecumenismo: quello dei gesti è molto importante, inizia infatti con l’abbraccio fra Paolo VI e Atenagora con una serie di passaggi attraverso Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma dovrà essere completato dall’ecumenismo teologico, perché i gesti da soli non possono risolvere il problema ancorché i gesti supportino il dialogo teologico e non lo ostacolino.
Si aspettava il silenzio sul rischio che Santa Sofia possa essere trasformata in Moschea, così come annunciato più volte dal presidente Erdogan?
Conosco abbastanza bene la diplomazia vaticana per sapere che queste cose si concordano prima con i governi ospitanti. Anche il riferimento al genocidio degli Armeni, fatto con un giudizio molto puntuale, è venuto sul volo di ritorno e dopo aver lasciato il suolo turco. E’ consuetudine nelle scuole statunitensi di diplomazia. Sul punto il governo turco è iper sensibile, non credo avrebbe apprezzato nessuno dei due riferimenti.
Sono stati gettati i semi in vista del Concilio panortodosso che si terrà a Costantinopoli nel 2016?
Il problema principle nella riconciliazione tra Roma ed ortodossi come ha mostrato la recente conferenza di Amman, tredicesima seduta del dialogo teologico, non sta in Italia ma nelle liti interne agli ortodossi. Con Papa Francesco, anche tramite un processo iniziato se si vuole con il Concilio Vaticano II, ma certamente con l’Enciclica di San Giovanni Paolo II Autunum Sint,poi con l’impegno di Benedetto XVI, Roma ormai è arrivata quasi a dire che possono rientrare senza condizioni. E riconoscendo solo il primato di residenza nella carità al Papa.
Cosa è emerso ad Amman?
Che le liti intestine raggiungono livelli sempre molto forti tra gli ortodossi, fra cui si nascondono spesso questioni politiche. Vi è certamente il timore del mondo russo, di una perdita dell’egemonia pratica del Patriarcato di Mosca rispetto al più piccolo, ma storicamente significativo, Patriarcato di Costantinopoli. Il nodo vero è che gli ortodossi non si mettono mai d’accordo. Penso che la prospettiva realistica non sia quella della riconciliazione tra Roma e gli ortodossi, sarebbe un modo sbagliato di porre la questione, ma fra Roma e una parte di quel mondo. Perché vi sarà sempre un’altra parte che non vedrà di buon occhio tale riconciliazione.
Le questioni politiche quanto potranno incidere?
Molto significativo è l’accenno, cauto e riconciliante, nella dichiarazione comune di Papa Francesco e Bertolomeo I all’Ucraina, perché uno dei timori del Patriarcato russo è che il resto del mondo ortodosso sia poi spinto dall’incontro con Roma su posizioni filo occidentali e anti russe. Per questo da quella dichiarazione comune si evince la volontà di non condannare Mosca e affrontare il tema ucraino in uno spirito di dialogo che tenga conto degli interessi di tutte le parti.
Il fatto che nella Moschea Blu senza scarpe, accanto al Gran Muftì Rahmi Yaran, Bergoglio abbia pregato in arabo, è un altro segno di apertura?
Ho letto le intemperanze di Mario Giordano su Libero, ma a me pare che ci sia qui un “effetto Socci”. Per cui tutto ciò che fa il Papa viene interpretato come rivoluzionario e in modo polemico, mentre non si contano i gesti simili di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quest’ultimo pregò dinanzi alla nicchia rivolta alla Mecca nello stesso punto dove lo ha fatto Bergoglio. Mi sembra che le polemiche siano pretestuose e infruttuose. Naturalmente il dialogo dei gesti non sostituisce, ma affianca, la chiarezza delle posizioni, e qui il Papa ha detto chiaramente che le autorità islamiche devono condannare il terrorismo e le persecuzioni contro i cristiani.
Prossimo desiderio del Papa visitare l’Irak: fattibile?
Non dipende dal Papa che lì non può autoinvitarsi per questioni di diritto internazionale, ma lo dovrebbero fare le autorità riconosciute a Baghdad, ovvero il governo a maggioranza sciita.Occorreranno delle condizioni, come la lista di cose di cui il Papa non potrà parlare: insomma, un lungo lavoro diplomatico. Inoltre il governo iracheno non avanzerà l’invito se non si sentirà in condizione di garantire la massima sicurezza per via del rischio attentati. Sarebbe quasi un invito ai terrorismi a colpire.
twitter@FDepalo
Fonte: Formiche dell'1/12/14

giovedì 27 novembre 2014

Venezia, se cultura e politica tornano a parlarsi

“E’ necessario – scrive Protagora – che tutti i cittadini compartecipino perché vi possa essere una polis”. E Socrate osserva: “E’ buona prova del fatto che qualcuno possegga la conoscenza di una cosa determinata, la capacità di trasmettere questa conoscenza anche ad un altro”.
Due citazioni utili in tempi di cooptazione di yes-man nella politica e di scarsa attitudine, di giovani e meno giovani, alla conoscenza e alla quotidianità del nostro Paese. E se cultura e politica tornassero a parlarsi?
Vorrebbe dire che nel mezzo del “Medioevo 2.0” in cui ci troviamo, – culturale, valoriale, professionale ed emozionale – c’è chi non ci sta. E punta dritto ad un nuovo “Rinascimento biancorossoeverde” che passi da quella straordinaria aggregazione socio culturale che prende il nome di conoscenza. Direzioni di marcia, analisi approfondite, rivoluzionarie tecnologie applicate alle città, strategie future e un nuovo glossario della politica: è quello di cui necessitiamo. Perché il logos è un seme che va innaffiato quotidianamente. E la speranza non può che essere rappresentata dalla generazione dei 20enni, come quelli – entusiasti e non selezionati come un cast – che sto incontrando in questo fine settimana alla scuola di politica del Centro Studi Europa di Venezia.

Ma, in questo, un ruolo primario appartiene di
 diritto alla cultura, un punto insindacabile. La cultura come pillola di crescita. Cultura fa rima con Italia, un tricolore di competenze, di storia, di patrimonio artistico inestimabile ma che spesso viene relegato a scomoda cornice, o addirittura dileggiato da chi mette al centro dell’agorà numeri e spread, fatturati e percentuali destinate a sgonfiarsi.Nell’Antica Grecia esisteva il culto della paedia. Ovvero quel dialogare socratico come forma di educazione metodologica a valori come la giustizia, la virtù, la pietà religiosa, l’amicizia, il coraggio. Il richiamo a Socrate non è accademia ma vettore per sottolineare come la sua paideia sta proprio nella direzione di marcia in cui cercare la possibile verità. Socrate interroga e si interroga alla ricerca del sapere, perché l’apprendimento è il collante per una cittadinanza che si fa attiva, proprio perché consapevole.
E ancora, cultura è valorizzazione della lingua italiana, meravigliosa creatura (figlia del d’oc e del d’oil), e delle arti da divulgare in quanto tesori senza tempo che l’Italia ha donato al mondo: Dante Alighieri e Leonardo, Raffaello e Pico della Mirandola, Machiavelli e Pinturicchio.
Cultura però non è solo conoscere la data dell’unificazione italiana, o giustamente quella della Carta Costituzionale. Cultura è anche, e soprattutto, capacità di dialogo multilivello, interlocuzione con chi presenta opinioni differenti, predisposizione all’ascolto e all’approfondimento, dedizione senza paraocchi ai fenomeni che caratterizzano le vite di ciascuno di noi, apertura ideale e mentale per offrire soluzioni ai nodi che si presentano.
Cultura sono questi 20enni che, per un week end, rinunciano a locali e corse in autostrada, per parlare di politica. Cultura è il seme che la politica fino ad oggi ha scelto di ignorare. Ma che va di nuovo innaffiato.

lunedì 24 novembre 2014

Tutti i progetti di Al Sisi su Libia, Irak e Israele

Da Formiche.net del 24/11/14
Stabilizzazione della Libia, truppe egiziane per la Palestina, sicurezza di Israele, linea dura verso Morsi e azione comune contro terrorismo. Sono alcuni dei punti del decalogo del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, che da oggi è in Italia per 48 ore di visite istituzionali (incontri con Matteo Renzi, Giorgio Napolitano, Papa Francesco prima di dedicarsi ad un meeting dell‘Italian-Egyptian Business Council, co-guidato da Mauro Moretti, ad di Finmeccanica, e Khaled Abu Bakr) per poi proseguire in suo tour europeo verso Parigi.
Non solo cooperazione italo-egiziana, con la firma di un memorandum di intesa commerciale, ma anche molti dossier di politica estera al centro dell’agenda.
LIBIA
Parola d’ordine è stabilizzazione. Secondo l’ex generale gli scenari di Tripoli e Bengasi, dominati oggi “dal caos” (ha ammesso ieri dalle colonne del Corriere della Sera), sono terreno fertile per la nascita di basi jihadiste di “estrema pericolosità”. Perché, si chiede, dopo la guerra che ha eliminato Gheddafi la Libia è stata abbandonata?

STRATEGIA
Nuovi interventi militari sono da escludere secondo la visione di Al-Sisi (nega che l’Egitto ne abbia condotti) che invece invita la Comunità internazionale a scegliere l’esercito nazionale libico e “nessun altro”. Il riferimento è al sostegno materiale che consiste in “aiuti, equipaggiamenti, addestramento” ad appannaggio esclusivo dell’esercito regolare.

MIGRAZIONI
Ma Libia fa, alle latitudini italiane, sempre più rima con flussi migratori, con la novità della missione Triton dopo Mare Nostrum: un altro elemento complicato del post Gheddafi. Sul punto non solo il presidente porge la solidarietà al nostro Paese (“l’Italia non può affrontare il problema da sola”) ma richiama a una strategia più volte ipotizzata in passato ma che non ha poi trovato concreta attuazione: creare lavoro nei Paesi di origine, perché “i diritti umani si difendono anche così”.

ISRAELE
All’orizzonte potrebbe profilarsi una terza intifada? Al primo punto dell’agenda di Al Sisi c’è la volontà di “stemperare questa crisi, che ha un impatto sull’intera regione”. E propone di dare “speranza ai palestinesi” lavorando per uno Stato che li faccia “vivere in pace a fianco del popolo israeliano”. La tesi dell’ex generale è che “tutti abbiamo bisogno di Stati” ammette a Repubblica, in questa direzione va letta la proposta di garantire “all’emergente Stato palestinese e a Israele che nessuno dei due possa rappresentare un pericolo per l’altro”.

INSTABILITA’
Questa la ricetta egiziana per abbattere il rischio instabilità nell’intera macro regione, ma a patto che alla base dell’intera strategia ci sia il coraggio. Quello stesso che condurrà ad una “situazione nuova nell’intera regione”. L’Egitto si dice pronto a farsi vettore di precise garanzie che la pace “non rappresenterà un rischio né per i palestinesi né per gli israeliani”.

HAMAS
Ma nulla potrà essere pacificamente programmato se non saranno disinnescati i pericoli legati all’estremismo. Al Sisi ritiene che non si può separare “lo Stato Islamico da ciò che sta accadendo in Afghanistan o dal gruppo Ansar Bait al-Maqdis“. E’ la principale ragione per cui questi gruppi non sono e non saranno mai delle “entità separate tra loro”, piuttosto si rende imprescindibile una strategia non solo militare. Il riferimento è a misura “globali”, per evitare lo spauracchio di una guerra di religione. Con una grossa fetta di responsabilità affidata ad un periodo di transizione iniziale che “sarà determinante”. E con l’Egitto prontissimo a sostenere la transizione.

SCENARI
“Il terrorismo è composto da tante facce di una stessa medaglia” è il ragionamento di Al Sisi, ma la risposta degli Stati democratici dovrà gioco forza parlare con un alfabeto diverso, coinvolgendo anche temi delicatissimi e direttamente proporzionali alla rivolta come la lotta alla povertà. E sulle accuse rivoltegli di aver usato la forza per stemperare azioni e strategie dei Fratelli musulmani(chiesta la pena di morte per il suo predecessore regolarmente eletto Mohammed Morsi) Al Sisi mette l’accento sul fatto che nel luglio del 2013, quando Morsi cadde sotto la spinta di milioni di egiziani, “i Fratelli musulmani avrebbero potuto collaborare con le Forze armate, nessuno li perseguitava, si muovevano liberamente. Invece si dettero alla violenza e crearono una occupazione illegale”.

sabato 22 novembre 2014

Così la visita di Al-Sisi a Roma rafforzerà le intese tra Italia ed Egitto

Energia, tecnologie, scambi commerciali e risvolti politici nell’intera area Mediterranea. Sono i punti principali della visita di due giorni in Italia (la prima in un Paese dell’Ue dalla sua elezione) del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, con una delegazione di governo e una nutrita missione di imprenditori. Il 24 novembre sarà atteso da Matteo Renzi, mentre il giorno successivo parteciperà a un panel su imprese e nuovi investimenti curato dall‘Italian-Egyptian Business Council, co-guidato da Mauro Moretti, ceo di Finmeccanica, e Khaled Abu Bakr.
IL MEMORANDUM
In quell’occasione sarà firmato da Mounir Fakhry Abdel Nour, ministro dell’Industria e del Commercio dell’Egitto e Carlo Calenda, vice ministro dello Sviluppo Economico italiano, un memorandum di intesa tra ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e ECS – Egyptian Commercial Service, per lo sviluppo commerciale e industriale dei due Paesi, focalizzato su investimenti industriali, trasferimento tecnologico, innovazione, sviluppo delle risorse umane e commercio bilaterale (ecco sfide e prospettive tra cooperazione italo-egiziana e ruolo del Cairo nelle delicate questioni mediorientali).
LE PROSPETTIVE
Il governo di al-Sisi è intenzionato a rimuovere gli ostacoli normativi e burocratici che scoraggiano la presenza di investitori stranieri, come le modifiche alla normativa relativa al business e agli incentivi per gli investimenti. La novità principale sta proprio in un nuovo disegno di legge per semplificare il procedimento di queste misure. L’orizzonte è, secondo le stime del governo, di almeno 15 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi tre anni. Ciò si tradurrà in nuove opportunità di lavoro anche grazie al ruolo che potrebbe giocare l’Italia. Una boccata di ossigeno dopo gli sviluppi politici successivi al gennaio 2011.
IL BINOMIO
Il rapporto fra Italia ed Egitto oggi si ritrova nella recente licenza acquisita dal gruppo Edison alla ricerca di petrolio e gas in Abo Qir, del valore di 1,4 miliardi di euro. Ad oggi ci sono 789 progetti congiunti con un capitale lordo di circa 1,45 miliardi dollari secondo i dati forniti dall’autorità generale per gli investimenti e zone franche (GAFI). Gli scambi commerciali hanno toccato quota 5,1 miliardi di dollari nel corso del 2011. Tutto questo rende l’Italia uno dei maggiori investitori presenti nell’economia egiziana, in una serie di ambiti come gli idrocraburi, il turismo, le comunicazioni e il settore bancario.
IL KNOW HOW
Un’altra area di cooperazione che sarà al centro dell’incontro è relativa al trasferimento di tecnologia italiana in Egitto, in particolar modo nelle industrie di mobili, cuoio, alimentari eprodotti chimici. Il sostegno italiano sarà esteso anche ai programmi di formazione tecnica e industriale. Il più importante esempio è rappresentato dal settore tessile, in cui sono state creato fabbriche di cotone che operano sotto il controllo italiano. Inoltre una porzione di investimenti è stata utilizzata per fondare scuole tecniche e migliorare le competenze dei giovani egiziani. Una mossa nella direzione dell’esportazione di know how del made in Italy, per consentire loro di entrare nel mercato del lavoro.
I NUMERI
Il rapporto esistente fra Egitto e Italia si basa su numeri significativi. Durante la prima metà del 2014 si registra un +6,5% negli scambi commerciali (due miliardi e sei circa). I progetti da parte italiana ammontano a circa 1465,39 milioni dollari. La società Italgen, entro il prossimo dicembre, avvierà un progetto per generare energia elettrica dal vento all’interno della baia nelMar Rosso. Inoltre, al fine di sviluppare le sue industrie e aumentare la sua competitività l’Egitto ha istituito 14 centri di tecnologia e innovazione, 7 dei quali in partnership con Roma. Lo scopo principale di questi centri è di migliorare la qualità della produzione e del lavoro. Al momento, sono riusciti a fornire supporto a 5mila imprese che si occupano della lavorazione di pelli,marmo, mobili, moda, design e gioielli.
IL QUADRO GEOPOLITICO
Rilevante è stato in questo semestre il ruolo dell’Egitto all’interno della tregua fra Hamas e Israele. Tre mesi fa al Cairo è andato in scena un accordo importante nell’ampio raggio diplomatico che l’Egitto intende promuovere nella macro area. Un primo punto a favore dell’Egitto è stato senz’altro, per molti osservatori, l’aver disinnescato la “mina” della Fratellanza Musulmana. Prossimo step le elezioni parlamentari che, per molti analisti, potrebbero rappresentare il vero banco di prova per una stabilità utile, tra le altre cose, anche per l’attrazione di nuovi investimenti.
CASO LIBIA
Altro fronte caldo in cui l’Egitto sta recitando un ruolo è la Libia. Al-Sisi ha esortato gli Stati Uniti e l’Ue a sostenere l’esercito libico nella sua lotta contro i militanti islamici. In occasione di un’intervista con France 24 ha osservato che “la comunità internazionale, l’Ue e gli Usa, devono aiutare l’esercito nazionale libico a riconquistare la sua posizione e combattere il terrorismo in Libia per ripristinare la sicurezza e la stabilità”