martedì 6 maggio 2008

INTERVENTO AL IV SINEDRIO INTERNAZIONALE DI STUDI CIPRIOLOGIGI


NICOSIA, 29 aprile- 3 maggio 2008


INTRODUZIONE

Gentili studiosi, autorità, amici mediterranei, è per me un grande onore essere qui a dare il mio piccolo contributo a questo momento di riflessione sociale, politica, culturale sugli studi cipriologici. Dimostra una volta di più che il dialogo è lo strumento imprescindibile per confrontarsi e per reperire soluzioni condivise.
Perdonerete se sarò costretto a leggere i miei appunti, ma il mio greco non è ancora perfetto come vorrei.
Ho ritenuto utile soffermarmi su due aspetti della materia che ritengo interconnettibili: gli sviluppi del cosiddetto Piano Annan e il ruolo delle differenti comunità religiose sul territorio turco.

GLI SVILUPPI DEL PIANO ANNAN

Il Piano Annan si colloca nel panorama internazionale cipriota dopo 30 anni di trattative e si basa sulle risoluzioni delle Nazioni Unite del 1960 e cioè prima ancora dell’occupazione turca del 1974 della zona nord dell’isola. Il lato greco ha categoricamente rifiutato il programma di Annan, mentre il lato turco si è espresso favorevolmente. La motivazione preponderante contro l'unificazione addotta da parte del lato greco è stata quella di un possibile trasferimento di ricchezza e di risorse dal lato greco a quello turco (atavicamente più povero) anche da parte dell'Unione Europea. Inoltre mentre ai colonizzatori turchi (che popolano la maggior parte nel nord occupato) è stato consentito di accedere alle urne, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che sarebbe stato determinante circa il loro futuro (nello specifico il diritto di ritornare in possesso delle loro proprietà). Nel maggio 2004 Cipro è entrata nell'UE, anche se in concreto ciò si applica soltanto alla parte del sud dell'isola.
Mi soffermerò brevemente sui tratti generali del piano Annan. Nel riconoscimento del sostegno della Comunità Cipriota turca alla riunificazione, tuttavia, l'UE ha indicato chiaramente che concessioni commerciali sarebbero state raggiunte per stimolare lo sviluppo economico nel nord e che rimane l'impegno a una riunificazione in termini accettabili. La Repubblica Unita di Cipro dovrebbe avere bandiera nazionale ed inno unificati. La Repubblica dovrebbe essere retta da un governo federale composto da due stati costituenti; un senato federale composto da 24 turco-ciprioti e 24 greco-ciprioti dovrebbe costituire l'assemblea legislativa comune. Il Presidente dovrebbe essere greco, il vice-presidente turco.
In primis il piano Annan risulta privo della sintonia istituzionale con leggi comunitarie, convenzioni europee, Diritti Umani e risoluzioni dell’ONU. Esso fonda la sua base attuativa sull’art. 49 del Trattato di Amsterdam, circa la libera circolazione dei popoli in Europa, salvo poi nella veste pratica escluderne la concreta applicazione. Al suo interno è possibile rinvenire una miriade di interepretazioni, quasi ci trovassimo in fitti cunicoli sotterranei, ad esempio una serie di restrizioni nella libertà di movimento e di acquisto di immobili e proprietà nella zona turco-cipriota da parte dei greco-ciprioti. Di contro un cittadino europeo potrebbe acquistare liberamente nella zona turco-cipriota. Il che non offre il destro ad un’analisi quantomeno serena.
Riguardo all’acquisizione di immobili, il piano Annan si è caratterizzato per una politica alquanto restrittiva e inapplicabile a causa di alcuni vizi di forma a sfavore dei greco-ciprioti. Un esempio pratico è rappresentato dal fatto che i rifugiati più anziani possono tornare alle loro case (ma non è specificato se possono acquistarle nuovamente) per i primi tre anni in percentuale del 3%. Ogni anno i rientri aumenterebbero dell’1% con un’ interruzione dopo i primi 20 anni. Questi rifugiati non possono comunque superare il 24% della popolazione della parte turca.
Per quanto riguarda poi la difesa dell’isola è contemplata un’azione di completa smilitarizzazione, mentre sarebbe mantenuto un consistente esercito turco-cipriota fino a data da stabilire : altro dettaglio del quale non si comprende al meglio la scelta. Garante della sicurezza dell’isola verrebbe incaricata la Turchia, che non è neanche membro dell’UE.
Per svariati anni i greco-ciprioti, in piccole percentuali, potranno solo visitare quotidianamente la zona turca dell’isola : qualora volessero effettuare un soggiorno dovrebbero richiedere permessi specifici alle autorità locali, che dovrebbe essere richiesto anche dai rifugiati greco-ciprioti mandati via dalle loro case dopo l’occupazione turca del 1974.
Infine il piano Annan continuerebbe a proteggere gli interessi di USA e Gran Bretagna che, con basi militari ad Akrotiri e Dhekelia, controllano strategicamente il Mediterraneo orientale e tutto il Medio Oriente. Dopo l’esito negativo del referendum dalla parte greco-cipriota, e l’ingresso ufficiale della Repubblica di Cipro nell’UE dal 1 maggio 2004, queste basi appartengono giuridicamente all’Europa Unita.
Oggettivamente il piano Annan si pone come una possibile soluzione, magari nata da intenzioni apprezzabili di ristabilire quantomeno una gerarchia politico-sociale, in pratica però presta il fianco a critiche non occasionali ma frutto di una ponderata riflessione: esso non garantisce pari diritti alle due comunità.
La situazione ad oggi è ben diversa, alla luce delle richieste specifiche:
il lato greco:
· ha sostenuto fermamente il ritorno dei rifugiati da entrambi i lati alle proprietà sgomberate nello spostamento 1974, basandosi sia sulle risoluzioni dell'ONU che sulle decisioni della corte europea dei diritti dell'uomo;
· ha avversato tutte le proposte che non tenessero conto del rimpatrio dei turchi che erano emigrati dal continente a Cipro dal 1974;
· ha sostenuto un'amministrazione centrale più forte.
Il lato turco:
· ha favorito un'amministrazione centrale debole che presiedesse due stati sovrani in associazione volontaria, eredità dei timori iniziali di dominazione dai parte dei Ciprioti greci (in maggioranza);
· si è opposto a programmi di demilitarizzazione, citando preoccupazioni di sicurezza.
E’altresì palese che dal maggio 2004, complice l’ingresso di Cipro nell’Ue, i confronti ed i raffronti tra le due istituzioni si siano incentivati, anche grazie ad una presa di coscienza più massiccia: è il caso di una serie di incontri interlocutori, tenutisi grazie alla volontà dei due leaders, Papadopoulos e Talat, ma sempre per iniziativa delle Nazioni Unite. Si è trattato di occasioni nelle quali è stata evidenziata la volontà poco convinta di riprendere il negoziato per la riunificazione: ma se da un lato l’Onu ha insistito oltremodo con il piano Annan, nonostante i rilievi del caso siano stati avanzati con convinzione all’indomani del referendum, l’Ue ha proseguito in una linea non troppo pressante, salvo terminare il 2006 con una serie di prese di posizione quantomeno più convinte.
Da segnalare l’iniziativa di Ibrahim Gambari, sottosegretario nigeriano per gli affari politici dell’Onu, che ha proposto un piano in tre tappe: l’istituzione di tavoli di concertazione e comitati tecnici che predispongano liste di tematiche da analizzare, un vertice tra i due leader per fare il punto della situazione sotto la supervisione di un super partes Onu, e infine la fase negoziale vera e propria..

TESTIMONIANZE


Mi pare utile, in questo senso inserire due dichiarazioni rese da due europarlamentari italiani appartenenti al gruppo Uen:
Roberta ANGELILLI (UEN, IT) «la Turchia non può non riconoscere uno Stato già effettivamente membro dell'Unione europea come Cipro, né tanto meno continuare ad occupare il suolo cipriota con ben 40.000 soldati».

Sebastiano (Nello) MUSUMECI (UEN, IT) ha affermato di guardare da sempre con grande interesse «alla coraggiosa scelta della Turchia di schierarsi dalla parte dell'Occidente almeno sul piano delle scelte strategico-militari». Se è vero che alcuni ostacoli sono stati superati, ha spiegato, altri però restano ancora da eliminare. Non si tratta di un lungo infinito esame cui l'Occidente sottopone la Turchia, ha precisato, «ma dell'indispensabile esigenza di costruire un ampliamento su un terreno di democrazia e di rispetto dei diritti civili ed internazionali». Per questo, ha concluso, l'Unione europea ha il dovere di sostenere la Turchia nel suo cammino di allineamento all'Occidente «ma ha anche il dovere di essere inflessibile e intransigente», in quanto «su questo terreno qualunque altra scelta di opportunismo non potrebbe trovare giustificazione».
Si tratta di due visioni del problema che, sebbene siano figlie di prese di posizioni forti e decise, lasciano comunque il corretto margine a forme di apertura e di coinvolgimento. Ritengo che solo con l’aiuto di due termini come questi, (apertura e coinvolgimento) sia possibile fare il dovuto mea culpa, ed individuare al più presto i canali da seguire per risolvere una volta per sempre il problema, contando anche su un altro interessantissimo elemento. La soluzione finale del problema Cipro, che in molti considerano lunga e difficile, ma che altri invece tra i quali il sottoscritto pensano sia fattibile e condivisa, potrebbe rappresentare il vessillo di una pace da estendere più ampiamente all’intero Medio Oriente: come sarebbe utile e saggia una vera e propria bandiera di pace e di convivenza civile e fraterna, sventolata proprio in direzione di quei territori distanti poche centinaia di chilometri che purtroppo in questi anni hanno visto solo sangue e morte. Nessuno dice che sia facile dare seguito a queste speranzose righe, ma il dovere di tutti è di provarci.

Ed è in questo senso ed in questa scia di unione di perdono, che si inserisce l’analisi sulle forme religiose che in questi anni si sono confrontate sul territorio anche alla luce di tristi episodi di violenza accorsi con ingiustificabile ferocia.

IL RUOLO DELLE DIFFERENTI COMUNITA’ RELIGIOSE

L’integrazione e la partecipazione delle differenti comunità religiose alla vita di un Paese moderno e democratico, rappresenta la chiave di volta per progettare una società all’avanguardia, capace sì di garantire uguali diritti alle differenti componenti, ma altresì di evidenziare doveri e princìpi senza i quali sarebbe difficile individuare l’architrave di una corretta ed adeguata convivenza. Mi soffermerò sulle situazioni alle quali cattolici, ortodossi e protestanti hanno dovuto far fronte, nei rapporti con il mondo turco, in modo particolare in riferimento all’assassinio di don Andrea Santoro.



CATTOLICI


Nel 2006 Papa Benedetto XVI è stato invitato dal Presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer a recarsi in Turchia per una visita ufficiale, al fine di rendersi conto di persona del clima di tolleranza culturale che vige nel Paese. “Il viaggio – come ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri, Namika Tan – ha avuto lo scopo di favorire i suoi sforzi tesi a intensificare il dialogo fra le religioni e la reciproca comprensione fra le civiltà a livello globale”. Il primo invito rivolto al Pontefice era giunto però dal Patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I, sulla scorta di una tradizione ormai consolidata (iniziata con papa Paolo VI e proseguita da Giovanni Paolo II) tra il Patriarca ecumenico ortodosso e la maggiore autorità del mondo cattolico.
Il gesto diplomatico fu però preceduto da una serie di eventi, tra cui quello tragico occorso il 5 febbraio 2006, nella città di Trebisonda: un ragazzo musulmano uccise a colpi di pistola, nella chiesa di Santa Maria, il sacerdote cattolico italiano don Andrea Santoro. Molteplici sono state le reazioni. Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, in un incontro con i giornalisti in sala stampa vaticana, aveva sottolineato che “Il motivo vero dell’uccisione di don Santoro è l’esaltazione religiosa, motivata dal clima anticristiano che si respira nella regione, in famiglia, a scuola, nelle letture. La situazione dei cristiani in Anatolia, non è semplice- proseguì- le notizie che vengono diffuse sulla Chiesa cattolica sono o notizie denigratorie sul cristianesimo o banalità”.
Purtroppo anche il cimitero cattolico di Trebisonda è stato spianato dalle ruspe, le tombe sono state profanate, ed ora non restano che tre lapidi.
“Prima di morire Don Andrea- ha proseguito mons. Padovese- , aveva preso contatti col sindaco perché provvedesse ad una recinzione di quello che ormai è un campo di sterpaglie”.
Altro episodio increscioso avvenne il successivo 9 febbraio 2006, quando alcuni musulmani aggredirono a Smirne il sacerdote cattolico sloveno don Martin Kmetec, al grido di «vi ammazzeremo tutti; Allah è grande». E’chiaro che le manifestazioni di violenza come queste, caratterizzate da una inaudita barbarie, vanno condannate, di qualunque stampo esse siano e da qualunque parte provengano, senza distinzioni. Solo con l’accantonamento definitivo della violenza sarà possibile ristabilire un clima di pace e di cooperazione, senza il quale nessuno Stato può dirsi moderno e soprattutto umano.


ORTODOSSI


Secondo un articolo pubblicato sul “The Economist”, agli ortodossi di rito siriaco del paese di Bardakci è stato definitivamente tolto un terreno che un tempo ospitava la loro chiesa di Santa Maria, dal momento che il Governo ha deciso di concedere quell’area a una comunità di curdi per la costruzione di una moschea, senza tenere in debita considerazione le veementi proteste della minoranza cristiana.
Un grave episodio di violenza è da segnalare nell’agosto del 2005, nel quartiere di Sarilar, nel paese di Altinozu, abitato in prevalenza da greci ortodossi e per questo attaccato da una folla di 100 musulmani del paese di Karsu, che cantavano: «Qui non c’è posto per gli infedeli». Il bilancio fu di cinque feriti, compresa la moglie del parroco Spir Bayrakcioglu, e danneggiate 10 abitazioni. A scatenare gli scontri, era stata una rissa avvenuta la sera stessa tra giovani dei due paesi che aveva portato all’arresto di due ortodossi accusati di aver usato un rasoio per colpire due musulmani.

PROTESTANTI


I protestanti, invece, hanno a disposizione 55 luoghi ufficiali di culto nelle maggiori città del Paese, ciononostante le singole comunità non sono ancora riuscite a ottenere il riconoscimento di status legale di edifici ecclesiastici. L’impedimento sarebbe rappresentato da una serie di ostacoli amministrativi e burocratici.
A margine delle schermaglie burocratiche, un nuovo episodio di violenza è avvenuto nel gennaio 2006: il pastore della chiesa di Adana, Kamil Kiroglu, fu picchiato selvaggiamente fino a perdere i sensi. Cinque i suoi aggressori che gli intimavano di abiurare la fede cristiana e convertirsi all’islam, se non voleva essere assassinato. Altri casi di persecuzione, riportati sul «The Economist», avevano riguardato a Tarso un missionario neozelandese, che era stato percosso e invitato ad andarsene dal sindaco della cittadina. Mentre a un pastore protestante di Izmit era stata recapitata una lettera minatoria ed era stata dipinta una svastica rossa sulla porta di casa.
Anche sul lavoro, le discriminazioni sono evidenti. Bektas Erdogan, stilista di moda convertito da 11 anni al cristianesimo, è stato percosso per due ore dal proprio datore di lavoro che lo accusava di svolgere opera missionaria e “lavaggio del cervello”. Andreas Robopulos è un giornalista di origine greca che vive in Turchia. E’ direttore del piccolo quotidiano turco “Iho”, edito in lingua greca, e fu oggetto il 4 dicembre 2007 di un’aggressione con colpi di bastone alla testa da alcuni sconosciuti, proprio dinanzi alla redazione del giornale nel quartiere di Beyoglu, sulla sponda europea di Istanbul.

DON SANTORO


“È una bella storia quella di don Andrea, e non solo per i cinque anni in Turchia. È una storia che fa scoprire la spiritualità e la vita germinate negli anni dopo il Concilio”. Sono le parole con cui lo storico Andrea Riccardi ha presentato il libro di Augusto D’Angelo “Don Andrea Santoro – Un prete tra Roma e l’Oriente”, edito da San Paolo, e presentato in Campidoglio a Roma il 31 gennaio 2007. Il libro ha intesto essere una sorta di excursus sull’esperienza del presbitero nato a Priverno e abbraccia un serie di testimonianze e documenti molto significative, tra cui giova ricordare quelle di amici del sacerdote ucciso e di pellegrini da lui guidati tra le memorie della fede cristiana in Turchia. Tra i documenti, la lettera scritta da don Santoro per l’Opera romana pellegrinaggi, allo scopo di introdurre un itinerario poi annullato per gli attentati dell’11 settembre 2001. Il cardinale Camillo Ruini in quell’occasione disse che don Santoro “intendeva essere una presenza credente e amica, favorire uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l’Oriente e Roma, tra cristiani, ebrei e musulmani”.
Mentre il sindaco di Roma, Walter Veltroni evidenziò che “Don Santoro non è un teologo né un intellettuale ma parla e scrive molto, perché è un uomo comunicativo”.
Ma per comprendere al meglio cosa significhino le parole perdono e amore, mi sembra utile soffermarci sulla testimonianza della sorella di don Santoro, Maddalena:
«Per me non è morto nulla – confida la sorella Maddalena all’Agenzia Romasette nel febbraio 2007- perché al di là della sofferenza personale, di tutta la mia famiglia, degli amici e figli spirituali, nel non vederlo, nel non sentirlo, nel sapere che Andrea non è più in un luogo preciso, emergono con sempre maggiore forza ed evidenza le ragioni delle difficoltà nel rapporto tra Oriente e Occidente, che non sono dovute al petrolio o a ricchezze materiali. La complessità del Medio Oriente, come si comprende infatti dall’ultima lettera di don Andrea, era per lui legata all’anima religiosa di quei luoghi: «In questo cuore, nello stesso tempo luminoso, unico e malato del Medio Oriente è necessario entrare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza».«Anche la visita del Papa in Turchia - continua Maddalena - sta dentro questo processo che si è messo in moto e che pone maggiore attenzione al rapporto tra cristiani e musulmani. Certamente c’è ancora moltissima strada da fare, strada dura, in salita. Credo veramente che la forza di Andrea sia stata la sua fede - sottolinea ancora Maddalena -, il suo radicamento in Cristo, nel Vangelo, nella Chiesa apostolica che Gesù ha voluto, così come il suo continuo riferimento al Crocifisso, all’Agnello, all’Eucaristia, che indica umiltà e mitezza”.Ancora nella sua ultima lettera don Santoro annotava: «Un Dio che attira con l’amore e non domina con il potere è un vantaggio da non perdere...Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di questo Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione?». «Lui l’ha voluto - conclude Maddalena - ma come ciò possa proseguire e accadere è interamente affidato a Dio, alla fede purificata e trasparente dei cristiani e agli uomini di buona volontà!».


CONCLUSIONI

Il Parlamento europeo nella risoluzione sulle relazioni UE- Turchia dello scorso 24 ottobre, rammentava al Governo di Abdullah Gul il decalogo da rispettare: sì alle annunciate riforme in Turchia, ma vengano concentrate nei settori in cui vanno realizzati ulteriori progressi. Imprescindibile il rispetto delle minoranze religiose, ferma condanna per l'uccisione di don Santoro, più controlli civili sui militari e maggior rispetto della libertà d'espressione, senza dimenticare gli impegni su Cipro, curdi e armeni. Una sorta di richiamo che l’assise europea ha rivolto alla Turchia, a maggior ragione in questi mesi di intensi combattimenti al confine con l’Iraq e soprattutto in concomitanza con il meeting ecumenico che di Napoli dell’ottobre 2007. Proprio il capoluogo campano ha visto la contemporanea presenza del Santo Padre Benedetto XVI e, tra gli altri, dell’arcivescovo di Cipro Chrysostomos II, che ha ribadito le due priorità per l’isoletta: il rispetto della libertà di culto e la salvaguardia dell’immenso patrimonio culturale-religioso presente nella parte occupata, la “Katekomena”.
A proposito di Cipro il Parlamento europeo ha ricordato che “l'inadempimento da parte della Turchia degli impegni assunti nel quadro del partenariato per l'adesione continuerà ad influenzare negativamente il processo negoziale. Rammaricandosi che non vi sia stato alcun progresso sostanziale verso una soluzione globale della questione di Cipro, esorta ambedue le parti affinché adottino un atteggiamento costruttivo per trovare, nel quadro dell'ONU, una soluzione globale basata sui principi su cui è fondata l'UE. In proposito, ricorda che il ritiro delle forze turche agevolerebbe la negoziazione di un accordo”.
Il sussulto del Parlamento europeo si presta ad una duplice lettura: se da un lato offre un chiaro spunto di apertura e di riflessione responsabile al governo del neo premier Gul, dall’altro fa chiaramente capire di non essere affatto pronta a sconti o a concessioni incongruenti, come qualcuno scriteriatamente auspicava (vedi quei deputati radicali che nel settembre 2007 avevano accolto a Roma come un eroe il presidente della parte turco-cipriota, addirittura con scorta ufficiale dei Carabinieri, senza che alcuna penna ‘nazionale’ versasse inchiostro in proposito).
Cancellare la storia serve solo a chi quella storia vorrebbe riscriverla, magari per uscirne vincitore, anziché sconfitto. Peccato (per loro) che non viviamo più nei tempi in cui era sufficiente mistificare o ingannare le genti per ottenere consensi ed applausi.

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