giovedì 3 dicembre 2009

VEDERE E APPARIRE: LO SGUARDO CHE DISTORCE LA REALTA'


Da Ffwebmagazine del 03/12/09

Siamo circondati da una “camera obliqua”, formata da telecamere presenti in tutti gli angoli delle strade, che produce un quadrilatero – l’immagine reale, gli occhi che la osservano, la camera che la riproduce, l’immagine riprodotta – dove più che il vedere, si potenzia il far vedere. Ovvero, il costruire fenomeni al solo fine di esibirli, in una sorta di raddoppio del reale: accanto al livello delle cose tangibili che accadono, c’è un altro sottolivello, parallelo e artefatto, composto da elementi prodotti esclusivamente per apparire.

Anche questo rappresenta il vedere nella modernità, rispetto alle diagnosi aristoteliche o, per rimanere a ragionamenti più recenti, a quelle formulate da Hannah Arendt, che ne La vita della mente sosteneva che nessun altro senso che non sia la vista riesce a stabilire distanze di sicurezza tra soggetto e oggetto.
Ma cosa si intende per vedere? Nell’ortogenesi del singolo individuo, quando si scopre la lettura concentrandosi sui singoli caratteri, è in quel preciso istante che accade qualcosa di rilevante nel cervello, come sostenuto da Mary Anne Wolf in Proust e il calamaro e da Stanislas Dehane in I rumori della lettura. Si tratta di un frangente nel quale si creano nel lettore le connessioni celebrali che rimarranno per sempre, attive al fine di agire in futuro come un vero sistema di apprendimento.

“Vedere”, secondo Raffaele Simone, linguista dell’Università Roma Tre, è un termine povero rispetto a quello che l’occhio potrebbe fare. Due riflessioni possono aiutare l’analisi: castità della vista, in quanto via di percezione; e ascesa di una tipologia di visione detta “alfabetica”. La prima è intesa come espressione stessa della vista: essa è la regina dei sensi. D’altronde i greci accostavano il vedere al sapere, con la metafora “ho visto dunque so”. Aristotele nella Metafisica sosteneva che, anche senza avere intenzione di agire, l’uomo preferisce il vedere, perchè rende manifeste le differenze delle cose. Eraclito asseriva che gli occhi sono testimoni più acuti delle orecchie, come si ritroverà più avanti nel diritto processuale. Platone scriveva che l’occhio è, tra gli organi di senso, quello che per aspetto ricorda più il sole, e per questo ne garantisce il primato.

Ma S.Agostino aggiungeva un aspetto al panorama celebrativo sin qui descritto: «Benchè sia la prima, la vista è esposta al rischio per l’accesso alla bellezza delle forme». Particolare che si presta a una doppia considerazione: se da un lato vi è il piacere di osservare “il bello” e ciò che tale azione comporta, dall’altro vi è il rischio di farsi infatuare da ciò che appare bello a un primo impatto, ma che in seguito si rivela fasullo o, peggio, brutto.

Ma la modernità ha sparigliato tutto, aprendo di fatto una seconda fase di pensiero sul vedere. La tecnologia non è stata solo la causa di un cambiamento oggettivo, ma la ragione di un ripensamento totale. Si pensi al cinema o ad altre forme di vedere – le telecamere dei telefoni cellulari o la web cam del pc – separate da oggetti che li rappresentano, e che per questo introducono elementi nuovi. O si pensi agli effetti speciali, dove non solo ciò che appare potrebbe non essere fisicamente presente in quel luogo, ma potrebbe anche non esistere affatto in quanto riprodotto artificialmente. Provocando quindi un distacco tra ciò che si vede e l’occhio che osserva. Come riportato da Hans Blumenberg nelle pagine di Naufragio con spettatore dove si sostiene che è “bello” osservare un naufragio stando lontano, sia perchè non è possibile aiutare alcun passeggero, sia perchè si assiste anche a un grande spettacolo.

Allontanarsi dall’oggetto visto dal soggetto vedente, e quindi il vedere a distanza, garantisce la distanza di sicurezza. D’altronde si possono vedere rivoluzioni, incidenti, stragi, senza per questo esserne protagonisti. Ma c’è un altro aspetto che caratterizza la visione: il taglio, l’indifferenza nei confronti di un pezzo di ciò che si osserva, quello che viene definito “cut off”. Nel campo della visuale esso rappresenta un organo settore, che isola un’immagine decontestualizzandola e disinteressandosi del resto, per concentrarsi su un focus preciso. Si insinua nella mente umana attraverso la cosiddetta fascinazione, dove la cosa vista esercita un’attrazione più forte di qualunque altro stimolo sensoriale, perchè “il vedere ci attrae”.

Oggi osserviamo ad esempio una persona per strada, ma non sappiamo effettivamente chi e cosa rappresenti, anche a causa di due passioni associate alla visione: la vergogna e la vanità. La prima indica una sofferenza morale di chi è visto in condizioni in cui non vorrebbe essere visto. O di chi è costretto a vedere cose di cui farebbe a meno. La seconda, molto più frequente, implica il far vedere immagini in cui il se stesso è esaltato. Due elementi in forte antitesi, con la vanità in forte ascesa e la vergogna in triste declino. Quest’ultima,tra l’altro, anche al centro del volume Sul declino della vergogna di Bauman.

Il quadro visionale moderno, dunque, se da un lato registra un incremento della possibilità di visioni grazie alla tecnologia, dall’altro accusa il rischio di vedere uno spettacolo al posto della realtà, perdendo il contatto con essa, facendosi ingannare da sfavilii e da scenari di comodo, come ad esempio il raggiungimento di un risultato senza sforzo. Arrivando a convivere con una realtà che è essa stessa effetto speciale, o troppo vera, come nel film The Truman show. Convinzione che Giorgio Manganelli definiva “troppezza”. Mentre Debord imputava alla commistione scriteriata tra reale e finto la produzione di un mondo a sè.

Che poi rappresenta il doppio errore della società di oggi e della politica: potenziare a dismisura il far vedere e l’apparire, mortificando il vedere oggettivo scevro da artifici; e rivolgere lo sguardo esclusivamente all’oggi, limitando colposamente il campo visivo e impedendogli non solo di guardare, ma soprattutto di immaginare il domani.

Nessun commento: