lunedì 2 agosto 2010

Storia di due città: Roma, Detroit e la vera "politica del fare"


Da Ffwebmagazine del 02/08/10

Roma e Detroit, non sono solo due città lontane ottomilaottocentotrentanove chilometri, ma hanno molto di diverso. Una è la prima metropoli dell’umanità, patria di quella cultura antica alla base del diritto, della letteratura, dell’arte e dell’architettura. Con la più alta concentrazione al mondo di beni architettonici; l’unica ad ospitare al suo interno uno Stato straniero, la Città del Vaticano. Attraversata nei secoli da straordinarie vicissitudini storiche, note a tutti (tranne a qualche leghista integralista). Con svariati simboli di rilevanza mondiale, come la lupa capitolina nel gesto di allattare Romolo e Remo, come il Colosseo, una delle sette meraviglie al mondo. È anche la quarta città per decorazioni con medaglie d’oro come “benemerita” del Risorgimento nazionale italiano. Ha siti archeologici, luoghi di interesse mondiale e, perché no, cibo ricercato ed apprezzato a tutte le latitudini del globo. Giusto per sintetizzare.
Detroit, invece, fu fondata nel 1701 da cacciatori di pellicce francesi, considerata la capitale dell’industria automobilistica e città di produzione musicale come blues, jazz e rock. Ha poco meno di un milione di abitanti, che diventano più di quattro se si considera l’area metropolitana. Dotata di tre casinò, nel 1940 vide la costruzione della prima autostrada al mondo e registrò un fortissimo incremento demografico (pare non vi fosse nemmeno un posto letto libero) durante il secondo conflitto mondiale, con migliaia di lavoratori che si riversarono nelle industrie belliche. Ha dato i natali alla pop star Madonna e al rapper Eminem e presenta cinque squadre che primeggiano ai massimi livelli in altrettante specialità sportive: basket femminile e maschile, baseball, football americano e hockey su ghiaccio.
Ma soprattutto negli ultimi giorni le due città si sono caratterizzate per dinamiche agli antipodi: mentre nella capitale d’Italia ci si trascinava stancamente a colpi di epurazioni, populismi e miopìe decisionali, lì il presidente Obama ringraziava Sergio Marchionne per aver impedito il fallimento della Chrysler; per aver assunto altri mille dipendenti nello stabilimento di Detroit quando vi era il serio rischio di chiusura; per aver attuato il raddoppio della produzione: «Un grazie a Marchionne per il lavoro svolto». Non è piaggeria quella del presidente “abbronzato” , né chiacchiere da bar in riva al mare, o promesse populiste da buontemponi. Ma la vera politica del fare, quella che impedisce, nei fatti, la smobilitazione e dà luce a prospettive e a orizzonti fino a ieri insperati.
Nessuno sa come si evolverà la questione Fiat, tra Pomigliano, Mirafiori, sindacati, governo ancora senza ministro dello Sviluppo economico e tavoli di contrattazione. Se ci sarà- come ci si auspica- una nuova primavera occupazionale o se sarà il caso di prepararsi ad un rigido inverno. Quel che è certo è ciò che resta di quella foto, tutta coraggio e azione, che ritrae Barack Obama in visita allo stabilimento Chrysler di Detroit in compagnia di Sergio Marchionne che ha detto: «Arrivare sin qui non è stato facile, è stato necessario ripartire da zero e strutturare. I sindacati hanno capito, cooperato e il governo ha giocato un ruolo importante in questa ripartenza».
Ecco, sarebbe saggio che tutti comprendessero a pieno la strategicità del concetto di ripartenza. L’intrinseco significato di una fase nuova. Perché più si tarderà, testardamente, a comprenderne i risvolti, più si tarderà a far germogliare quei semi che Pablo Neruda invogliava a spargere nel proprio orto. «Dappertutto saltano i semi, tutte le idee sono esotiche, aspettiamo ogni giorno cambiamenti immensi».

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