Da Ffwebmagazine del 19/03/10
«Non bisogna cercare di ritornare all’origine, perché non si può tornare indietro- diceva Alain de Benoist- Non bisogna fare un ritorno, ma un ricorso all’origine». Per imparare dai propri errori, progettando un’azione politica che faccia meglio di quella di ieri, insegnando ai propri cittadini che la democrazia passa da una ferrea condanna della violenza e del fanatismo, di qualunque specie essi siano. Politico, religioso, ideologico, sportivo. E poi per liberarsi da un peso, per scrollarsi di dosso le scorie di ieri, al fine di proseguire più lucidamente il proprio cammino. Senza strascichi, senza veti postumi, liberi da ingombri di coscienza. E senza ghettizzare le minoranze, quei gruppi numericamente inferiori ma che proprio in virtù di tale peculiarità, possono offrire un valido contributo e meritano, per questo, più rispetto.
Non solo all’indomani della risoluzione della Commissione esteri della Camera statunitense (“il genocidio armeno venne concepito e attuato dall’Impero Ottomano dal 1915 al 1923”), appare una nota stonata il richiamo dell’ambasciatore dagli Stati Uniti da parte del governo turco, ma destano sorpresa anche le gravi parole del premier Erdogan. Interrogato dalla Bbc ha dapprima imputato ad Usa e Svezia di fomentare gli armeni, per poi lasciarsi andare ad una minaccia: «Se sarà necessario dirò loro di tornarsene a casa, non sono obbligato a tenerli nel mio paese». Ma come, proprio in una fase caratterizzata dal riavvicinamento diplomatico fra turchi ed armeni, quando si pensava che una ventata di europeismo e di buon senso potesse essere la medicina ideale per sanare ferite del passato, ecco che il primo ministro scivola così maldestramente.
A cosa serve negare, stizziti, incrinando rapporti che invece potrebbero portare benefici? E per cosa poi? Per alzare le mani, ignorando colposamente il proprio passato? È di pochi giorni fa l’arresto in Turchia di alcuni alti gerarchi militari pronti ad un colpo di stato. Un altro segnale di malessere, preciso, che si insinua come un macigno nello stagno euromediterraneo, già falcidiato dalla crisi economica della Grecia e dalle assurde provocazioni tedesche («Atene venda il Partenone o le isole Cicladi per risanare i bilanci»). «Nel destino del Mediterraneo- diceva Giorgio La Pira- la tenda della pace».
L’intelligenza europeista del governo di Ankara dovrebbe farsi avanti proprio in questi frangenti, anziché spargere veleno. Per stimolare chi ha l’obiettivo di avvicinarsi all’Europa a fare un passo indietro, così come fatto dalla Germania in occasione dell’Olocausto. Professare delle sincere scuse per fatti storici incontrovertibili, dando in questo modo una sterzata decisiva verso il processo di democratizzazione costituzionale, imprescindibile per modernizzare il paese. Quest’ultimo, risentito, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per fare i conti con il proprio passato e chiudere definitivamente una pagina – triste – della storia nazionale, così come altre ne sono state scritte da altri paesi di tutto il mondo. Ed evitare inutili isterismi, sintomo del profondo scontro interno tra laicismo ed islamismo.
Un irrigidimento che non fa bene e che riguarda fatti ormai appurati: in occasione del primo conflitto mondiale, infatti, circa un milione e mezzo di armeni vennero massacrati dal soldati dell’Impero Ottomano. Mentre i turchi sostengono che si sia trattato di 300mila morti per una guerra civile, il popolo armeno parla apertamente di genocidio, sostenuto da testimonianze dirette. Oggi, in prossimità dell’anniversario di quel sangue versato, il passo di un’ammissione reale del genocidio, termine peraltro vietato da una legge turca, sarebbe un punto segnato a favore della Turchia. E non l’inizio dell’ennesimo braccio di ferro, che rischia di complicare tutto.
Certo, la serie di sforzi istituzionali posti in essere della Turchia in questi anni hanno visto la luce solo in parte. Frenati proprio da una sorta di zavorra pesantissima, quei militari che ad Ankara hanno ancora un peso specifico non da poco. Accanto alla mancata ammissione del genocidio armeno vi sono però altre emergenze strutturali. Si pensi, in prima battuta, al mancato rispetto delle minoranze religiose, che non offre il sufficiente spazio di manovra a credi numericamente minori. Altra nota dolente l’assenza di rappresentatività parlamentare per il partito curdo, con traversie non indifferenti, senza dimenticare i diritti civili delle donne non ancora focalizzati anche sotto l’aspetto legislativo.
Oltre ad una precaria indipendenza di alcuni mezzi di informazione, troppo spesso appiattiti su posizioni piuttosto aggressive. Un quadro che invece meriterebbe rapporti internazionali più fluidi e soprattutto atteggiamenti distensivi. Quando il ministro degli esteri turco fa dire al suo portavoce che «ci saranno conseguenze, gli americani sanno benissimo cosa rischiano», sembra quasi sventolare la bandiera del conflitto in Iraq come separè ad un fatto storico accaduto e, quindi, incontrovertibile. Ma che si vuole ancora ignorare o cancellare. Se da un lato questo appare come un atteggiamento sopra le righe, del quale al momento non si sente il bisogno, dall’altro non sarebbe neanche saggio rammentare in eterno ad Ankara i suoi errori.
Senza dimenticare che le minoranze rappresentano una ricchezza, in quanto sono proprio i personaggi minoritari che, trovandosi in minoranza, si sforzano di proporre alternative all’attuale. Chissà che il premier turco non possa trovare giovamento nel leggere le pagine del volume di Goffredo Fofi La vocazione minoritaria, dove il critico italiano illustra, tra l’altro, che scopo delle minoranze è di mettere «zucchero negli ingranaggi, sperimentando modelli più sani, ed evitando che siano conquistati dall’autoconsolazione».
E allora potrebbe essere utile ricordare quelle parole di Churchill, «è un peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto». È ovvio che i dissidi della Turchia con gli armeni, i greci, i ciprioti, i curdi non potranno essere sanati in un batter di ciglia, ma è altrettanto vero che una volta tanto un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato da un attimo di silenzio. Giusto il tempo di fare ammenda dei propri errori, prima di ricominciare. Basta poco.
"Potete ingannare tutti per un po', potete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre". (A. Lincoln)
venerdì 19 marzo 2010
Made in Italy: meno male che qualcuno sceglie il verde...

Da Ffwebmagazine del 19/03/10
C’è qualcuno che si è dimenticato del fallimento del vertice di Copenhagen, cioè la stragrande maggioranza dei paesi partecipanti. E c’è chi invece, in Italia, ha messo mano alle idee, e al portafoglio, progettando il futuro elettrico a quattro ruote privato, e uno solare nel servizio pubblico. No, non è la solita invenzione estemporanea che, dopo un paio di giorni di titoloni sui giornali, torna nell’anonimato. Si tratta di due segnali rigorosamente made in Italy, che si ripromettono di essere da guida a un comparto che dalla fase embrionale, dovrebbe passare al più presto a essere una vera e propria multirisorsa. Autonoma, strutturata professionalmente: l’industria verde italiana potrebbe non solo investire nella sopravvivenza dell’ambiente, ma ottenere un riscontro economico non da poco. E sono due gli spunti da cui iniziare.
Da rossa a verde il prodotto non cambia, anzi forse sì, perché cambia pelle nella veste e nelle intenzioni, conservando tutto il suo splendore, e perseguendo la salvaguardia dell’ambiente. Abbinando tecnologia da Formula 1 ad un motore di quaranta chili per metà elettrico, sfrutta nelle auto gran turismo il cosiddetto sistema kers, quel dispositivo progettato lo scorso anno dagli ingegneri del reparto corse capace di incamerare l’energia prodotta dalle frenate per poi usarla come spinta. È così che la nuova Ferrari 599 ibrida può viaggiare per brevi tratti grazie all’elettromotore con emissioni ridotte a zero. Ma quando si desidera la prestazione pura, è sufficiente pigiare il pedale dell’acceleratore così da impiegare simultaneamente i due propulsori.
Una rivoluzione, se si pensa che arriva da un settore, quello delle auto super lusso veloci da competizione, fino a oggi restio a uno stravolgimento simile. Ma che proprio a causa della tecnologia implementata per la F1, è riuscita a non sprecare tale bagaglio di conoscenze e di esperienze, impiegandolo per affrontare la sfida delle green cars. Si stima che entro quattro anni la tecnologia sviluppata per questo modello potrà essere applicata da appannaggio di altre vetture, con un peso specifico industriale non indifferente. Ma ancor di più testimonia la volontà di una grande fabbrica di idee e di uomini italiani che, dopo titoli mondiali e vittorie in pista, sta dedicando tempo ed energie a una sfida ben più complessa rispetto a quelle con cui era solita confrontarsi, come una pole position o un rapido pit stop: l’utilizzo di energie future.
Altro esempio di virtuosismo: a 188 chilometri a nord-ovest di Maranello, precisamente nel capoluogo lombardo dove si è pensato bene di progettare e attuare la prima linea di metropolitana d’Europa alimentata, anche se in parte, da energia solare. In virtù di una progettazione lungimirante sull’efficienza energetica, la Linea 1 meneghina potrà così ridurre le emissioni di settantamila chilogrammi di CO2 grazie a pannelli fotovoltaici installati sul tetto del deposito Atm di Precotto, un impianto di 23mila metri quadrati capace di produrre quasi un milione e mezzo di kilowattora annui.
Si tratta di due esempi di eccellenza tecnologica che dovrebbero rappresentare un punto di partenza e non di arrivo, coinvolgendo anche ambiti diversificati. Dal momento che ad oggi il mondo verde registra ancora progressi a intermittenza. Basti pensare al semplice fatto che il panorama delle energie rinnovabili è presente massicciamente nel quotidiano: vento, sole, acqua non mancano di certo nel nostro paese. Ma di pari passo sarebbe il caso di seminare una cultura eco-dinamica a trecentosessanta gradi. Che parta da reti cittadine di bus elettrici e di tram, con edifici di nuova costruzione già progettati in proiezione di ecosostenibilità, con navi e traghetti di nuova concezione, con stadi moderni. Con nuovi taxi elettrici, che possano fare rifornimento da centraline poste sui marciapiedi e contando sul sostegno di politiche industriali più verdi, che stimolino la salvaguardia dell’ambiente e la crescita di un settore industriale completamente dedicato al green.
Applicando magari all’energia il modello internet, ovvero una vera e propria rivoluzione dal basso. Come proposto dall’economista americano Jeremy Rifkin, nel suo ultimo libro La civiltà dell’empatia, che inquadra in una terza rivoluzione industriale l’ancora di salvezza. Con piccoli gesti legati alle abitudini di ciascuno che, in tempo reale, possono diventare dei mini manuali di sopravvivenza per il nostro ambiente. All’interno di quella cassa di risonanza mondiale che è la rete. Una sorta di unico contenitore con sette miliardi di cittadini, che insieme raggiungono la consapevolezza che ormai il tempo sta scadendo. E se si vorrà lasciare alle future generazioni città, campagne, mari e monti ancora vivibili, sarà il caso di stoppare la condotta di vita adottata sino ad oggi.
E allora che si proceda, che si sperimenti, che si innovi, e perché no, che si dia ascolto a quei versi di Samuel Beckett: «Ho sempre tentato. Ho sempre fallito, non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio».
domenica 14 marzo 2010
E se ogni tanto spegnessimo la Tv e accendessimo la Rete?

da Ffwebmagazine del 14/03/10
Basta tv, adesso tutti sulla Rete. Non bastavano reality, piazze mediatiche, schiamazzi diurni sugli schermi televisivi nazionali. E passi per quel format di derivazione europea, passi per lo sfogo di Tizio contro Caio, passi per la storia di tradimenti giudicata dall’ennesimo televoto. Ma ascoltare un Sempronio, che di mestiere fa altro, duettare di banda della Magliana e Ior Vaticano, oppure di indici di Pil e derivati finanziari con addetti ai lavori e professionisti del settore, lascia quantomeno attoniti. E in seguito preoccupati. Non per una ipersensibilità alla feccia, sentimento che ormai di questi tempi chi lo incarna, se lo sente rinfacciare, tacciato di snobismo. Ma proprio per un senso del pudore celebrale, niente di più.
Tra le tante deficienze strutturali oggettive e acclarate, la televisione biancarossaeverde si auto squalifica con un’altra mossa fuori logica: riempire di nulla i salotti dell’informazione, quelle strisce dove si dibatte dei temi del giorno, ma che riescono a saltare con un’imbarazzante leggerezza dai misteri d’Italia al successivo amore estivo da gossip, dal numero dei licenziati in una grande azienda alla nuova ricetta per una Pasqua più dolce, con la giustificazione di voler alleggerire le tematiche. Alla faccia della leggerezza. Una sorta di limbo ebete, dove la liquidità delle parole e delle persone in simbiotica gaiezza perde di vista qualsiasi punto di partenza, di arrivo e, di conseguenza, anche di incontro. È come uno stormo di uccelli in volo perenne, noncurante di tratte aeree e perturbazioni, che dal cielo passa in terra e poi si sposta nel mare. Insomma un caos, o sarebbe meglio dire una bolgia. «Mi piace la televisione - disse una volta Robert Mitchum - soprattutto perché la si spegne facilmente».
Buffo che, mentre in questa assurda campagna elettorale si tacciono gli approfondimenti politici, al contempo di riempiano i palinsesti di finestre ripiene di cotanta pochezza. Con i protagonisti per nulla imbarazzati dal proprio non-sapere. Tutti uniti nel trionfo dell’accostamento allucinante, con soubrette che offrono il proprio punto di vista su temi abbastanza complicati. In un’overdose di tuttologia promiscua. È questa la risposta mediatica alle nuove sfide comunicative del terzo millennio? È su queste basi che si progettano le piattaforme informative per scavare dentro cause ed effetti di ciò che accade? Ma nessuno scandalo, da questa tivvù, almeno per il momento, è lecito attendersi di tutto. Proprio da certa televisione che mortifica le sperimentazioni, che emargina le idee innovative, che ridimensiona i dibattiti civili sostituendoli con la sagra dell’insulto permanente.
E che, insistendo cocciutamente su questa direttrice, perde di vista Le travi portanti dell’accesso alle notizie. Non che la si voglia caricare di eccessive responsabilità sociali, ma se circa il 65% degli italiani si forma un’opinione solo guardando la televisione, ecco che il suo ruolo irrimediabilmente cambia. E se l’opinione successivamente formata non è corroborata da sufficienti analisi specifiche e valutazioni complessive, diventa una convinzione a metà. Perché produce idee monche, conclusioni anomale, megafoni erronei. «La più grande minaccia alla libertà - diceva Louis D. Brandeis - è un popolo inerte». E, si potrebbe aggiungere, male informato.
È come se un atleta affetto da un’infiammazione al tendine, anziché rivolgersi a un ortopedico, si rivolgesse per la cura a un avvocato, o a un barista, o a un poeta. Tre professionisti certamente adeguati, ma agli ambiti in questione e non a quello richiesto inizialmente. Quale sarebbe la conseguenza? E allora forse sarebbe il caso di riflettere bene prima di offrire il microfono a chi forse è concentrato su altro. A torto o a ragione.
Niente drammi, però. La sofferenza di molti per un contenitore quadrato che spesso produce una specie di frullato di farneticazioni, può trasformarsi in un’occasione unica. La si spenga dunque quella scatola, quella cattiva maestra affetta da un esaurimento nervoso e di idee. Se non si riesce a cambiarla, a migliorarla, a depurarla della miriade di elucubrazioni strampalate pronunciate dalla svampita di turno, che la si chiuda, almeno per un po’, concedendole un periodo di vacanza. Trasferendo quello che ancora è rimasto alla preistoria della comunicazione direttamente nella Rete. Così come fatto in questi giorni di par condicio da Enrico Mentana. Vengono in mente quelle parole pronunciate da Indro Montanelli al cardinal Martini alcuni anni fa: «Ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare al rogo un po’di quelli che la fanno?». Un modo ci sarebbe e, aggiungiamo, al posto del rogo si potrebbe inserire la parole “Rete”. Senza dubbio il risultato sarebbe migliore.
sabato 6 marzo 2010
QUANDO IL SILENZIO CONTA PIU'DI MILLE PAROLE

DA MONDOGRECO DEL 06/03/10
Diceva John Selden: “La cosa più saggia che si possa fare oggi è tacere”. Parole che forse tornerebbero molto utili a chi, ricoprendo un ruolo abbastanza rilevante nel governo tedesco, è arrivato in questi giorni a liquidare la crisi economica greca come un affare che potrebbe essere risolto vendendo il Partendone o le isole Cicladi. Si provi ad immaginare Mykonos, Santorini e Paxos in mano a qualche miliardario cinese, che al posto del ghiropita e dell’ouzo imporrebbero sulle tavole delle taverne riso e sachè. Una pernacchia, direbbe Totò.
Troppo facile replicare che, in occasione di una crisi futura dell’economia tedesca o del maggiore produttore automobilistico che peraltro ha già operato sostanziosi licenziamenti, loro potrebbero mettere su E-bay la Foresta Nera o Marienplaz a Monaco di Baviera. O ancor più facile, ma di una semplicità risibile, sostenere con una punta di elaborato orgoglio, che nessun paese al mondo, tranne l’Italia, possiede nel dna del proprio bagaglio storico ed artistico un bene come il Partenone. Per questo nessuna delle prossime righe intimeranno provocazioni in risposta alle provocazioni tedesche piovute in questa settimana. Ma cercheranno di suggerire alcune riflessioni che, almeno a freddo, appaiono indispensabili per ovviare ad un clima appesantito. Tralasciando il merito della soluzione contemplata da Berlino, resta non solo l’amaro in bocca per un’uscita indiscutibilmente fuori tempo e fuori luogo, ma la sensazione più generale di un sentimento di superiorità, dettato esclusivamente dal primato industriale europeo. Che rimane un dato incontrovertibile, ma stonato in questi anni difficili e complessi che avrebbero bisogno di unità e solidarietà.
Una supponenza che non giustifica la spinta a volersi distinguere a tutti i costi, a volte anche ignorando lo spirito europeistico in più occasioni perseguito da quell’Altiero Spinelli, non a caso citato come uno dei padri fondatori dell’Unione europea a causa della sua acclarata influenza sull’integrazione europea post-conflitti mondiali. Che cosa dovrebbero replicare i greci, allora? Richiedere indennizzi per le tante distruzioni operate all’indomani dell’armistizio? Riavvolgere indietro la pellicola della storia, facendo scorrere immagini raccapriccianti di morte e di ingiustizie? O forse potrebbero donare ai rappresentanti del Bundestag una copia del bellissimo film sul massacro di Cefalonia con Nicolas Cage “Il mandolino del capitano Corelli”, riproposto pochi giorni fa dalla televisione italiana, per soffermarsi ancora su di una strage assolutamente ingiustificata? Sarebbe la soluzione più facile, issando come un vessillo trionfante bandiere che portano ancora vivi i segni di quei drammatici anni. Ma sarebbe anche una mossa speculare, perdente perché aspra. Come la boutade tedesca.
Varrebbe invece la pena di scomodare il buon Seneca, e non per un mero campanilismo ellenico, che ovviamente, potrebbe contestare qualcuno, non vive un buon momento in questi mesi. Ma per far comprendere come talvolta chi conserva la certezza di possedere il verbo del vero, sempre e subito, farebbe bene a confrontarsi con uno specchio dalle dimensioni maggiori. E vediamo cosa diceva Seneca. “Il comando più difficile è comandare se stessi”. “Molti uomini avrebbero potuto raggiungere la sapienza, se non avessero presunto di esservi già giunti”. “I mali che fuggi sono in te”. Lungi da voler innescare un dibattito filosofico. Ma si tratta di aforismi che non hanno certo bisogno di altri commenti. E sarebbe bello poterli inviare agli amici tedeschi, o magari farli sventolare su uno striscione appeso proprio in cima al Partenone. “Il vero paese- diceva Giorgio Ambrosoli- è quello che ci costruiamo col nostro lavoro”. E la Grecia dal 1945 in poi in parte lo ha fatto. Con coraggio, col sacrificio dei suoi cittadini, con gli errori dei suoi governanti. Ma detto questo non si comprende dove vogliano arrivare gli schizzi di fango provenienti da Berlino.
E’acclarato che una politica di puro assistenzialismo, che nessuno ha chiesto, non potrà che impedire sviluppi concreti per il futuro ellenico, ma sarà necessario strutturare da zero un sistema di welfare, di bilance finanziarie, di contrappesi legislativi, di lotta alla corruzione ed alla speculazione. Questa sarebbe dovuta essere la risposta di uno dei pilastri dell’Unione Europea. Una risposta analitica, ponderata e possibilmente risolutiva. “Se si perde la battaglia delle parole- ammoniva Gorge Bernanos- si perde la battaglia delle idee”. Il tempo per fare marcia indietro, c’è ancora.
venerdì 5 marzo 2010
Il rilancio del Sud è la politica della legalità
Da Ffwebmagazine del 05/03/10
O torna il primato della politica, che si fa eticamente responsabile, o il sud vedrà ridursi le possibilità di rinascita. E non solo, le classi politiche meridionali non devono rifugiarsi dietro all'alibi del Mezzogiorno come "questione nazionale" ma devono assumere piena consapevolezza del loro ruolo. Così Gianfranco Fini, chiudendo a Napoli il convegno bipartisan promosso dalle fondazioni Farefuturo e Mezzogiorno Europa “Per una buona politica nel Mezzogiorno, per un profondo rinnovamento delle classi dirigenti”. Secondo il presidente della Camera sta scadendo il tempo per elaborare proposte e alternative, dal momento che è a rischio la coesione nazionale. Per questo occorre dimostrare che la politica, quella buona, ha interesse per l’intera comunità e solo in questi termini potrà apportare benefici a un sud a cui nessuno verrà in soccorso. Quindi no all’assistenzialismo, sì alla responsabilità di chi la cosa pubblica muove e pensa, all’interno di una nuova questione dai tratti pedagogici. Perché deve dare a se stessa l’ambizione di avere un respiro lungo e di essere intrisa di passione civile.
Il sud Italia attira meno investitori del Bangladesh, ma al contempo registra un interscambio nazionale nel Mediterraneo per più di 40 miliardi di euro. Cosa fare, dunque? Quale discontinuità applicare? Quale revisione dei meccanismi di interesse pubblico? No a un meridionalismo fatto di analisi sterili e progetti sulla carta, figlio di una politica troppo spesso più testimonianza che azione vera. Più incentivi invece a un nuovo slancio per un Mezzogiorno che, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, superi una lettura eccessivamente economicistica ma guardi alla cultura e alla società. Il monito di un maggior sviluppo per il meridione all’interno di una inscindibile unità, contenuto nel messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha rappresentato la stella polare del convegno bipartisan, a cui le due fondazioni hanno presentato un documento comune basato su tre punti: miglioramento della qualità delle istituzioni, contrasto all’illegalità ed al sommerso, sostegno al capitale umano.
Come ha ricordato il segretario generale di Farefuturo, Adolfo Urso, non bisogna rassegnarsi a un destino negativo per il Mezzogiorno, ma si può impedire quel declino utilizzando al meglio il triennio che ci attende. Quello della legislatura nazionale, del governo centrale e dell’ultima tranche di finanziamenti europei. «Sino a ieri il sud viveva all’interno dei confini nazionali - ha detto -. Con l’allargarsi degli spazi i capitali viaggiano rapidamente dalla Cina agli Usa, ma così si restringe il tempo, quindi la velocità diventa fondamentale». E poi sfruttare le celebrazioni per l’Unità d’Italia, non come un elogio della decadenza del meridione, ma come riconoscimento di coesione della nazione, che più volte è stata minacciata nella sua interezza.
In questo, la prima criticità è rappresentata dalla cosa pubblica che, se ammodernata, potrebbe divenire la chiave di volta delle riforme. Lo ha ribadito Sandro Amorosino, docente di diritto pubblico alla Sapienza di Roma, secondo cui sarebbe necessario ridurre l’intermediazione pubblica senza sottrarsi alla trasparenza e alla tracciabilità. E soprattutto razionalizzare la miriade di conflitti di competenze che si sono instaurati tra Regioni e Stato centrale all’indomani della riforma del titolo V della Costituzione, che di fatto rappresentano un rallentamento della macchina burocratica già di per sé appesantita.
Una burocrazia che non può fare a meno della legalità. Senza di essa non vi sono le premesse per recuperare quel capitale umano vera risorsa aggiuntiva, ha sostenuto Roberto Pasca, docente di economia politica alla Sapienza. Sarebbero sufficienti poche regole, ma certe, che rendano più fluido il rispetto della legalità. Secondo Pasca l’insegnamento civico venga elargito prima dell’etica, impiegando i nuovi mezzi di comunicazione, in quanto sarà la base della vita quotidiana, e non per «essere secchioni, ma per consolidare le fondamenta della società». In secondo luogo, eliminare il doppio coordinamento di comuni e province per l’istruzione secondaria, premiando quegli atenei che offrano un collegamento reale con il mondo delle imprese. Infine, combattendo l’inefficienza, dal momento che al sud due terzi della popolazione non si fida delle proprie istituzioni e al contempo cerca strade alternative, non sempre di primario indirizzo.
Rammentando che il mancato funzionamento della giustizia civile produrrà inevitabilmente l’allontanamento di nuovi investitori. Con un danno inestimabile per i prossimi decenni. Senza contare che un sistema-sud veramente funzionale avrebbe il doppio vantaggio di estendere i benefici al territorio. E non solo per il tempo necessario al finanziamento europeo di turno, ma per fare un passo in più, ha sostenuto Lorenzo Zoppoli, docente di diritto del lavoro all’Università Federico II di Napoli. Si pensi per un attimo a quali scenari si aprirebbero se si smettesse di attendere i fondi europei concependoli come la soluzione unica alle numerosi questioni. Strutturando invece una mente amministrativa complessa, capace di fare tesoro di quegli stanziamenti e non per il contingente, ma piuttosto per investire in programmazione e proposte rivolte al futuro. Chiedendosi perché mentre il Mezzogiorno cresce dello 0,3%, le altre aree sottosviluppate europee del 3%.
Darsi delle regole per le aziende sane, quindi, per rafforzare la legalità, cancellando quella zona grigia che produce concorrenza sleale restringendo il libero mercato. Senza dimenticare un altro fattore, forse fino a oggi sottovalutato: quello della concorrenza. L’asse composto dalle macroregioni del nord Europa vanta infatti un tasso organizzativo ed economico oggettivamente maggiore rispetto al sud che, nonostante l’invidiabile posizione di molo naturale nel Mediterraneo, non ha sfruttato come avrebbe potuto il fattore geopolitico, come denotato da Giancarlo Lanna.
Sono quei soggetti che si muovono nel campo dello sviluppo e dell’internazionalizzazione che hanno il compito gravoso di pensare a più fasi una politica di sistema. Tenendo ben presente le filiere, i nuovi snodi infrastrutturali come il Corridoio VIII e quella voglia di riscatto sociale che deve emergere, ma senza innalzare il Pil come unico parametro del benessere. Il tutto tenuto insieme dalla responsabilità delle classi dirigenti del Mezzogiorno, che poi è - come hanno sottolineato i due direttori Mario Ciampi e Ivano Russo - il punto nodale del documento congiunto prodotto dalle due fondazioni.
O torna il primato della politica, che si fa eticamente responsabile, o il sud vedrà ridursi le possibilità di rinascita. E non solo, le classi politiche meridionali non devono rifugiarsi dietro all'alibi del Mezzogiorno come "questione nazionale" ma devono assumere piena consapevolezza del loro ruolo. Così Gianfranco Fini, chiudendo a Napoli il convegno bipartisan promosso dalle fondazioni Farefuturo e Mezzogiorno Europa “Per una buona politica nel Mezzogiorno, per un profondo rinnovamento delle classi dirigenti”. Secondo il presidente della Camera sta scadendo il tempo per elaborare proposte e alternative, dal momento che è a rischio la coesione nazionale. Per questo occorre dimostrare che la politica, quella buona, ha interesse per l’intera comunità e solo in questi termini potrà apportare benefici a un sud a cui nessuno verrà in soccorso. Quindi no all’assistenzialismo, sì alla responsabilità di chi la cosa pubblica muove e pensa, all’interno di una nuova questione dai tratti pedagogici. Perché deve dare a se stessa l’ambizione di avere un respiro lungo e di essere intrisa di passione civile.
Il sud Italia attira meno investitori del Bangladesh, ma al contempo registra un interscambio nazionale nel Mediterraneo per più di 40 miliardi di euro. Cosa fare, dunque? Quale discontinuità applicare? Quale revisione dei meccanismi di interesse pubblico? No a un meridionalismo fatto di analisi sterili e progetti sulla carta, figlio di una politica troppo spesso più testimonianza che azione vera. Più incentivi invece a un nuovo slancio per un Mezzogiorno che, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, superi una lettura eccessivamente economicistica ma guardi alla cultura e alla società. Il monito di un maggior sviluppo per il meridione all’interno di una inscindibile unità, contenuto nel messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha rappresentato la stella polare del convegno bipartisan, a cui le due fondazioni hanno presentato un documento comune basato su tre punti: miglioramento della qualità delle istituzioni, contrasto all’illegalità ed al sommerso, sostegno al capitale umano.
Come ha ricordato il segretario generale di Farefuturo, Adolfo Urso, non bisogna rassegnarsi a un destino negativo per il Mezzogiorno, ma si può impedire quel declino utilizzando al meglio il triennio che ci attende. Quello della legislatura nazionale, del governo centrale e dell’ultima tranche di finanziamenti europei. «Sino a ieri il sud viveva all’interno dei confini nazionali - ha detto -. Con l’allargarsi degli spazi i capitali viaggiano rapidamente dalla Cina agli Usa, ma così si restringe il tempo, quindi la velocità diventa fondamentale». E poi sfruttare le celebrazioni per l’Unità d’Italia, non come un elogio della decadenza del meridione, ma come riconoscimento di coesione della nazione, che più volte è stata minacciata nella sua interezza.
In questo, la prima criticità è rappresentata dalla cosa pubblica che, se ammodernata, potrebbe divenire la chiave di volta delle riforme. Lo ha ribadito Sandro Amorosino, docente di diritto pubblico alla Sapienza di Roma, secondo cui sarebbe necessario ridurre l’intermediazione pubblica senza sottrarsi alla trasparenza e alla tracciabilità. E soprattutto razionalizzare la miriade di conflitti di competenze che si sono instaurati tra Regioni e Stato centrale all’indomani della riforma del titolo V della Costituzione, che di fatto rappresentano un rallentamento della macchina burocratica già di per sé appesantita.
Una burocrazia che non può fare a meno della legalità. Senza di essa non vi sono le premesse per recuperare quel capitale umano vera risorsa aggiuntiva, ha sostenuto Roberto Pasca, docente di economia politica alla Sapienza. Sarebbero sufficienti poche regole, ma certe, che rendano più fluido il rispetto della legalità. Secondo Pasca l’insegnamento civico venga elargito prima dell’etica, impiegando i nuovi mezzi di comunicazione, in quanto sarà la base della vita quotidiana, e non per «essere secchioni, ma per consolidare le fondamenta della società». In secondo luogo, eliminare il doppio coordinamento di comuni e province per l’istruzione secondaria, premiando quegli atenei che offrano un collegamento reale con il mondo delle imprese. Infine, combattendo l’inefficienza, dal momento che al sud due terzi della popolazione non si fida delle proprie istituzioni e al contempo cerca strade alternative, non sempre di primario indirizzo.
Rammentando che il mancato funzionamento della giustizia civile produrrà inevitabilmente l’allontanamento di nuovi investitori. Con un danno inestimabile per i prossimi decenni. Senza contare che un sistema-sud veramente funzionale avrebbe il doppio vantaggio di estendere i benefici al territorio. E non solo per il tempo necessario al finanziamento europeo di turno, ma per fare un passo in più, ha sostenuto Lorenzo Zoppoli, docente di diritto del lavoro all’Università Federico II di Napoli. Si pensi per un attimo a quali scenari si aprirebbero se si smettesse di attendere i fondi europei concependoli come la soluzione unica alle numerosi questioni. Strutturando invece una mente amministrativa complessa, capace di fare tesoro di quegli stanziamenti e non per il contingente, ma piuttosto per investire in programmazione e proposte rivolte al futuro. Chiedendosi perché mentre il Mezzogiorno cresce dello 0,3%, le altre aree sottosviluppate europee del 3%.
Darsi delle regole per le aziende sane, quindi, per rafforzare la legalità, cancellando quella zona grigia che produce concorrenza sleale restringendo il libero mercato. Senza dimenticare un altro fattore, forse fino a oggi sottovalutato: quello della concorrenza. L’asse composto dalle macroregioni del nord Europa vanta infatti un tasso organizzativo ed economico oggettivamente maggiore rispetto al sud che, nonostante l’invidiabile posizione di molo naturale nel Mediterraneo, non ha sfruttato come avrebbe potuto il fattore geopolitico, come denotato da Giancarlo Lanna.
Sono quei soggetti che si muovono nel campo dello sviluppo e dell’internazionalizzazione che hanno il compito gravoso di pensare a più fasi una politica di sistema. Tenendo ben presente le filiere, i nuovi snodi infrastrutturali come il Corridoio VIII e quella voglia di riscatto sociale che deve emergere, ma senza innalzare il Pil come unico parametro del benessere. Il tutto tenuto insieme dalla responsabilità delle classi dirigenti del Mezzogiorno, che poi è - come hanno sottolineato i due direttori Mario Ciampi e Ivano Russo - il punto nodale del documento congiunto prodotto dalle due fondazioni.
giovedì 25 febbraio 2010
Storie di migranti sui binari della speranza

Da Ffwebmagazine del 25/02/10
Perché si viaggia, si cambia, ci si imbarca in un’avventura nuova o diversa? Per il semplice gusto di farlo, o per cercare qualcosa che incida su modi di essere e di vivere. O inseguendo un futuro migliore, più ricco, con opportunità che mutano lo status quo delle cose e delle situazioni. Il riflesso di una valigia che si sposta, o il singolo sguardo di una persona che volta le spalle a un luogo e si proietta in un altro. «Dobbiamo andare e non fermarci finche`non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare». Per citare quel Jack Kerouac che ha fatto del viaggio un simbolo generazionale.
Sono queste le sensazioni, le intenzioni e le realtà concrete. Totem di un cambio di passo, di una rivoluzione a trecensosessanta gradi nelle esistenze. Lo dice la storia, non solo quella recente. Cosa accadde, ad esempio, all’indomani della guerra di Troia? Tutti in viaggio verso nuovi lidi. Enea verso il Lazio, Ulisse in cerca di casa e degli affetti, Diomede che fondò alcune città nell’Italia meridionale, Filottete che diede i natali a Crotone, Idomeneo addirittura in Asia Minore. O si pensi agli eventi che precedettero il viaggio di Cristoforo Colombo in cerca delle Indie: la riunificazione delle corone di Aragona e Castiglia, la fine del conflitto di Granada e le preziose intermediazioni del duca di Medinaceli e del francescano Juan Perez, confessore di Isabella. Mollare gli ormeggi.
Esempi di spostamenti, piccoli e grandi, più interessanti o significativi, che possono aiutare chi ancora fatica a metabolizzare il concetto stesso di migrazione. Che il dizionario Garzanti indentifica con il «migrare; spostamento temporaneo o definitivo di gruppi etnici o sociali da una sede a un'altra: le migrazioni dei popoli antichi, dei barbari | spostamento periodico di alcune specie animali: le migrazioni delle anguille, degli uccelli, delle renne».
L’idea della migrazione prende corpo all’interno di una mostra itinerante, promossa dal Consiglio regionale della Puglia e dalle Ferrovie dello Stato, lungo dodici carrozze di un treno merci, a simboleggiare le storie di ieri, ma soprattutto le difficoltà di oggi. Partenza dalla stazione di Lecce, risalendo tutta la Puglia da Brindisi, Bari, Foggia, sino al capolinea naturale italiano, quella Torino dove moltissimi sono i pugliesi che negli anni si sono trasferiti.
Un flash back a ritroso, prima stazione il grande esodo verso il nuovo continente a inizio secolo. Circa nove milioni di cui il 70% meridionali che, dal 1890 al 1915, e certamente non in prima classe, salparono dai porti nostrani in cerca del sogno americano: un pensiero grandioso, con infiniti neuroni rivolti verso un mondo sconosciuto, dove tutto era diverso e non martoriato dalla fame e dalla guerra.
O la successiva spinta verso il nord Italia, dopo il 1945 con intere comunità meridionali trasferitesi in massa nelle città lombarde, piemontesi, venete o, in seguito, addirittura nei centri industriali tedeschi, svizzeri, francesi, belgi. Il dramma di Marcinelle, le vite italiane nelle miniere.
Una regione, la Puglia, da sempre crocevia di popoli e lingue. Il culto orientale di San Nicola, l’intensa presenza di Federico II di Svevia, le ramificazioni culturali e storiche dei greci, ancora oggi visibili ad occhio nudo in quella miscellanea di profumi e colori che è la Grecia Salentina.
Un contributo figurativo con ben trecento fotografie, di cui molte direttamente arrivate dal museo newyorkese di Ellis Island ed altre messe a disposizione dall’archivio della Fiat. Racconti, immagini, con il contributo di grandi fotografi e di video, grazie alla collaborazione di Teche Rai e dell`Istituto Luce. Assistiti dalle voci narranti di Michele Placido e Sergio Rubini, con mille coinvolgimenti per istituti scolastici, biblioteche cittadine, cineforum e anche per alcuni artisti albanesi, giunti in Italia in occasione dell`indimenticabile primo esodo nel 1991. Era un’estate afosa quando la nave Vlora varcò le acque del porto di Bari, portando un incredibile carico umano.
E allora vale la pena di prenderlo quel treno merci, per farsi coinvolgere da una sfilata multimediale di occhi, di corpi in pellegrinaggio, di speranze indirizzate al domani. Di delusioni e di successi insperati, di tradimenti e di conquiste.
Null’altro, se non ciò che effettivamente ha caratterizzato gli italiani nell’ultimo secolo. Fatti allo stato puro, che chi ancora ignora lo fa dolosamente, pompando fanatismo e ignoranza in una società che avrebbe invece bisogno di serenità e di maggiore conoscenza di cause ed effetti.
Perché questa è la lingua che parla la storia, il codice comunicativo che indentifica società in movimento, esigenze in trasformazione. Magari seguendo quel consiglio di Bruce Chatwin: «Dovremmo concedere alla natura un`istintiva voglia di spostarsi, un impulso al movimento nel senso piu`ampio. L`atto stesso del viaggiare contribuisce a creare una sensazione di benessere fisico e mentale».
martedì 16 febbraio 2010
Ecologia e modernità. Un esempio che arriva dalla Svezia

Da Ffwebmagazine del 16/02/10
«E gli dei tirarono a sorte», cantava Franco Battiato in Atlantide. «Si divisero il mondo: Zeus la Terra, Ade gli Inferi, Poseidon il continente sommerso. Apparve Atlantide. Immenso, isole e montagne, canali simili ad orbite celesti». Chissà quanto sopravvivrebbe oggi un’Atlantide alle mille insidie climatiche dei giorni moderni. O, al contrario, quanto il resto del mondo ne potrebbe beneficiare, in termini di qualità della vita e di investimento per il futuro umano.
In Svezia ci hanno pensato. Un quartiere prototipo, una concezione interamente ecologica ed ecosostenibile per far vivere una comunità di persone in simbiosi con l’ambiente e senza danneggiarlo. No, non è la trama del prossimo film in 3D, ma quanto accaduto realmente nel quartiere di Hammarby Sjostad, dove si è verificato, non per caso, un vero e proprio miracolo ecologico che, sebbene sia stato avviato con successo, vedrà il definitivo completamento solo nel 2017. Un fungo nato in una prateria già brillante esempio per la salvaguardia dell’ambiente, frutto di coraggiose innovazioni e lungimiranti programmazioni. Senza dubbi, senza timori del nuovo. Con la consapevolezza che solo moltiplicando le occasioni di sperimentazioni sarà possibile scegliere soluzioni e testare alternative.
Abitazioni con il 50% della superficie composto da finestre per sfruttare meglio la luce del sole, impedendo uno spreco di energia elettrica. Un luogo dove si ricicla tutto, grazie ai cassonetti per la raccolta dell’immondizia dislocati in ogni punto. Piccoli, di forma ovale, che ingurgitano i rifiuti di singole abitazioni o dei condomini, e li veicolano autonomamente all’interno di un sistema sotterraneo, che li divide per tipologia. Da lì vengono incanalati nel processo di riutilizzazione. In questo modo, gli abitanti possono produrre il 50% del fabbisogno energetico dai propri scarti, ovvero dal cibo, dalla carta dei quotidiani, dal materiale elettrico.
Insomma, da tutto, anche dalla fogna. Dalla fogna? Forse l’eventualità farebbe storcere il naso a qualcuno, ma il risultato è di alto livello. In pratica i residui fognari vengono raccolti, depurati biologicamente e impiegati per produrre elettricità o ad appannaggio delle esigenze agricole. Si può asserire tranquillamente che dalla fogna si ottiene il riscaldamento per le stagioni invernali. E non è una battuta di spirito. Ciò che invece dalla fogna sarà per forza di cose scartato, verrà fatto confluire nell’arcipelago di Stoccolma, dove è stato analizzato che le acque saranno molto meno dannose per l’ambiente. Nello specifico i liquidi più dannosi sono già bonificati per la metà.
Altro elemento recuperato è l’acqua piovana che, dai giardini, dalle terrazze e dai luoghi pubblici, è incamerata da un sistema comune denominato “Lod”, una sorta di tappeto che evita il processo di evaporazione. Senza dimenticare il fango da cui, a seguito di un procedimento di trasformazione, si ottiene biogas ecologico, da utilizzare per far muovere autobus, automobili e per riscaldare le mille stufe presenti nell’area. Innovativo anche il sistema dei trasporti: vi sono venticinque auto per l’intera popolazione, circa 450mila abitanti. Il car sharing è il futuro, ma solo per quei cittadini ancora affezionati alle quattro ruote, dal momento che la maggior parte preferisce i mezzi pubblici o spostarsi a piedi o in bici.
Inoltre in ogni appartamento è installato un sistema di tubature dalle quali transita, a seconda delle esigenze, acqua calda o fredda, per riscaldare o per raffreddare. È stato stimato che mentre a Stoccolma - altro esempio di virtuosismo ecologico - una persona usa in media duecento litri di acqua, ad Hammarby Sjostad ne usa solo centocinquanta, con l’obiettivo concreto di scendere a cento entro il 2017. E con la previsione di migliorare ancora.
Una vera filosofia di vita ecosostenibile, non solo figlia del progresso scientifico, ma espressione di una concezione nuova, che non ha altre alternative se non quella di investire su questo ramo “bio”. Modernità applicata alla quotidianità più spicciola. Un risultato a cui gli svedesi sono giunti dopo un lungo periodo di studi e di applicazioni, a cui l’Italia potrebbe rivolgere più di un pensierino. Tra cinque anni infatti Milano ospiterà l`Expo: e quale occasione migliore per tentare strade alternative o per dare libero sfogo alle proposte scientifiche o alle innovazioni per il futuro?
Questa, tra le altre cose, dovrebbe essere la spinta primaria dell`Expo, per dare luce e visibilità a quelle menti nostrane che scovano novità. Come accaduto all’italianissima Patrizia D’Adamo, ricercatrice dell’Istituto Telethon Dulbecco di Milano, fresca autrice di uno studio pubblicato sull’American Journal of Human Genetics, che ha scoperto il cromosoma X. Quello legato al ritardo mentale, causa dell`handicap più frequente fra i bambini.
Sforzi e proposte per allungare la vita non solo quantitativamente ma qualitativamente, per evitare che come conclude Battiato nella sua Atlantide, «In un giorno e una notte la distruzione avvenne. Tornò nell’acqua. Sparì Atlantide».
L`altalena dei contrari che non deve essere cannibalizzata
Da Barilive del 16/02/10
Rupture. Mescolanza. Grazie a cui due idee, diverse e lontanissime, sono contemporaneamente rappresentate. E’quello che ha fatto nel 1954 nella tela L’impero delle luci il pittore belga Renè Magritte, che denotava come questa compresenza di giorno e notte nutrisse al suo interno “la forza di sorprendere. Chiamo questa forza poesia”. Il dipinto mostra in alto un’immagine giornaliera del cielo con nuvole, supportate al centro esatto da un grande albero. In basso un paesaggio notturno frastagliato da piacevoli ombre. Un’arte che familiarizza con connubi paradossali, e che squarcia il rigido schema stancamente ingessato solo sul bianco e sul nero. Un esempio di arte figurativa che è riuscita ad andare ben al di là delle parole e di quella ratio umana che, spesso, fatica non poco a conciliare le difformità. Interpretandole erroneamente solo come un rischio di novità ed approcciandosi ad esse con una ingiustificata paura. Che ne pregiudica applicazioni future. Che chiude le porte agli altri, che sottolinea il diverso anziche`inglobarlo. Che separa anziche`unire.
I soggetti, le persone, gli uomini, le donne sono condizionati o condizionanti? Incarnano l’appartenenza ad un dispositivo che garantisce loro la direzione da prendere, o vagano autonomi? E’innegabile che la crescita di ognuno sia caratterizzata nel tempo da una formazione specifica, imperniata su condizionamenti di vario genere, ad esempio come quelli culturali, economici e legati al potere. Una dicotomia quindi intensa tra soggetto costituito e soggetto costituente. Già Claude Levi Strauss sosteneva che la sua storia di antropologo fosse effettivamente nata all’interno di un inventario di costrizioni mentali. Chiedendosi: cosa sono i miei apriori? Quali sono i miei occhiali con cui guardo l’altro? Che filtro ho nel rapporto con l’esterno? Il riferimento è all’analisi di quella globalità di procedimenti che hanno contribuito alla formazione.
Per dispositivo si intende quel complesso di variabili nelle cui viscere il singolo vive e si comporta. Dove reperisce le linee di applicazione della sua quotidianità. E’evidente che l’appartenenza ad un dispositivo influisce sulla direzione da prendere. Lo rimarcava Foucault quando asseriva che i dispositivi del potere, attraverso processi di selezione e interdizione, limitano di fatto il singolo e libero arbitrio dei discorsi, creando in questo modo una società disciplinare. Al contempo il potere può anche assolvere ad un’altra funzione, forse maggiormente propositiva: ovvero stimolare nuovi ambiti di verità e nuovi saperi. E ciò, attualizzato ai giorni nostri, potrebbe vedere nuova luce se reso ancor più slegato da quei dispositivi magari obsoleti o anacronistici. Che poi rappresenta la domanda che lo stesso Foucault si poneva tra gli anni settanta ed ottanta, quando si interrogava su quale spazio di libertà il soggetto potesse ritagliarsi.
Lo stesso Levi Strauss, scomparso a Parigi lo scorso ottobre, asseriva che non può esserci libertà se manca la consapevolezza dei suoi apriori. Ed è proprio all’interno di questi contenitori che può essere utile ripensare alla libertà nella diversità.
Secondo Mario Galzigna, filosofo e docente di epistemologia a Venezia, oltre alla sintesi disgiuntiva esiste anche una compresenza di contrari, come “un’altalena che rivendica il diritto delle differenze ad esistere senza essere cannibalizzate in quanto dialettiche singolari”. Il cui ruolo può essere quello di andare oltre quella consapevolezza di apriori e, perchè no, senza diventarne prigionieri, ma sfruttandole come uno slancio iperattivo. E allora sarebbe il caso di valorizzare attentamente quelle altalene di contrari, valutandole come un arricchimento, anche in considerazione del fatto che certo immobilismo non rappresenta una valida alternativa.
Ed è l’arte a poter rappresentare l’occasione per uno scambio di posizioni, l’inversione di poli, l’intreccio di direttrici.
Nel dipinto di Magritte è proprio il caso di dire che le immagini sono servite per interrogare il mondo. La sua tela interpreta proprio quel mistero della realtà che funge da stimolo. In quanto è un’opera che non offre a chi la ammira il solito e, per certi versi, effimero senso di appagamento verso concetti come la bellezza o il successo, ma innesca un’operazione diversa.
Perché provoca quel desiderio di ricerca, quella voglia irrefrenabile di scavare nei propri meandri, di sognare, magari cercando di recuperare quell’inconscio e quell’intimità smarrite, così come denunciato recentemente da Massimo Recalcati ne “L’uomo senza inconscio”. E concretizzarlo per il semplice motivo di andare oltre.
Per fare, come diceva Levi Strauss, quello che una mente scientifica dovrebbe applicare: più che dare risposte sensate, formulare domande sensate. Per aprirsi, attualizzarsi, contaminarsi. Sganciandosi da fantasmi del passato che strozzano le idee, comprimendole in gabbie velenose. E allontanando il rischio che si continui stupidamente a sostenere che rintanarsi in un qualche pertugio o ripararsi in una caletta, sia più conveniente che uscire in mare aperto e navigare.
Rupture. Mescolanza. Grazie a cui due idee, diverse e lontanissime, sono contemporaneamente rappresentate. E’quello che ha fatto nel 1954 nella tela L’impero delle luci il pittore belga Renè Magritte, che denotava come questa compresenza di giorno e notte nutrisse al suo interno “la forza di sorprendere. Chiamo questa forza poesia”. Il dipinto mostra in alto un’immagine giornaliera del cielo con nuvole, supportate al centro esatto da un grande albero. In basso un paesaggio notturno frastagliato da piacevoli ombre. Un’arte che familiarizza con connubi paradossali, e che squarcia il rigido schema stancamente ingessato solo sul bianco e sul nero. Un esempio di arte figurativa che è riuscita ad andare ben al di là delle parole e di quella ratio umana che, spesso, fatica non poco a conciliare le difformità. Interpretandole erroneamente solo come un rischio di novità ed approcciandosi ad esse con una ingiustificata paura. Che ne pregiudica applicazioni future. Che chiude le porte agli altri, che sottolinea il diverso anziche`inglobarlo. Che separa anziche`unire.
I soggetti, le persone, gli uomini, le donne sono condizionati o condizionanti? Incarnano l’appartenenza ad un dispositivo che garantisce loro la direzione da prendere, o vagano autonomi? E’innegabile che la crescita di ognuno sia caratterizzata nel tempo da una formazione specifica, imperniata su condizionamenti di vario genere, ad esempio come quelli culturali, economici e legati al potere. Una dicotomia quindi intensa tra soggetto costituito e soggetto costituente. Già Claude Levi Strauss sosteneva che la sua storia di antropologo fosse effettivamente nata all’interno di un inventario di costrizioni mentali. Chiedendosi: cosa sono i miei apriori? Quali sono i miei occhiali con cui guardo l’altro? Che filtro ho nel rapporto con l’esterno? Il riferimento è all’analisi di quella globalità di procedimenti che hanno contribuito alla formazione.
Per dispositivo si intende quel complesso di variabili nelle cui viscere il singolo vive e si comporta. Dove reperisce le linee di applicazione della sua quotidianità. E’evidente che l’appartenenza ad un dispositivo influisce sulla direzione da prendere. Lo rimarcava Foucault quando asseriva che i dispositivi del potere, attraverso processi di selezione e interdizione, limitano di fatto il singolo e libero arbitrio dei discorsi, creando in questo modo una società disciplinare. Al contempo il potere può anche assolvere ad un’altra funzione, forse maggiormente propositiva: ovvero stimolare nuovi ambiti di verità e nuovi saperi. E ciò, attualizzato ai giorni nostri, potrebbe vedere nuova luce se reso ancor più slegato da quei dispositivi magari obsoleti o anacronistici. Che poi rappresenta la domanda che lo stesso Foucault si poneva tra gli anni settanta ed ottanta, quando si interrogava su quale spazio di libertà il soggetto potesse ritagliarsi.
Lo stesso Levi Strauss, scomparso a Parigi lo scorso ottobre, asseriva che non può esserci libertà se manca la consapevolezza dei suoi apriori. Ed è proprio all’interno di questi contenitori che può essere utile ripensare alla libertà nella diversità.
Secondo Mario Galzigna, filosofo e docente di epistemologia a Venezia, oltre alla sintesi disgiuntiva esiste anche una compresenza di contrari, come “un’altalena che rivendica il diritto delle differenze ad esistere senza essere cannibalizzate in quanto dialettiche singolari”. Il cui ruolo può essere quello di andare oltre quella consapevolezza di apriori e, perchè no, senza diventarne prigionieri, ma sfruttandole come uno slancio iperattivo. E allora sarebbe il caso di valorizzare attentamente quelle altalene di contrari, valutandole come un arricchimento, anche in considerazione del fatto che certo immobilismo non rappresenta una valida alternativa.
Ed è l’arte a poter rappresentare l’occasione per uno scambio di posizioni, l’inversione di poli, l’intreccio di direttrici.
Nel dipinto di Magritte è proprio il caso di dire che le immagini sono servite per interrogare il mondo. La sua tela interpreta proprio quel mistero della realtà che funge da stimolo. In quanto è un’opera che non offre a chi la ammira il solito e, per certi versi, effimero senso di appagamento verso concetti come la bellezza o il successo, ma innesca un’operazione diversa.
Perché provoca quel desiderio di ricerca, quella voglia irrefrenabile di scavare nei propri meandri, di sognare, magari cercando di recuperare quell’inconscio e quell’intimità smarrite, così come denunciato recentemente da Massimo Recalcati ne “L’uomo senza inconscio”. E concretizzarlo per il semplice motivo di andare oltre.
Per fare, come diceva Levi Strauss, quello che una mente scientifica dovrebbe applicare: più che dare risposte sensate, formulare domande sensate. Per aprirsi, attualizzarsi, contaminarsi. Sganciandosi da fantasmi del passato che strozzano le idee, comprimendole in gabbie velenose. E allontanando il rischio che si continui stupidamente a sostenere che rintanarsi in un qualche pertugio o ripararsi in una caletta, sia più conveniente che uscire in mare aperto e navigare.
domenica 14 febbraio 2010
CIPRO, DOPO LE PAROLE I FATTI

Da Mondo Greco del 14/02/10
All`indomani dell`ennesimo richiamo europeo sul caso Cipro, spetta adesso alla Turchia mettere in pratica quanto concordato. E senza vittimismi o fantomatici retropensieri di sorta. Nessuno in questa partita tifa ideologicamente per l`una o per l`altra fazione, semplicemente perche`non esistono squadre in campo, ma un popolo che ha necessita`di giustizia. La visita del vertice Onu sull`isola ha contribuito a che si discutesse ancora della questione, anche in termini maggiormente internazionali. Si sono svolti incontri, analisi, promesse e poi ? Lecito chiedersi : a quanto ammonta il contributo dell`aministrazione Obama, che nei primi giorni di vita aveva promesso sostegno e interesse al problema ? Quali le implicazioni della strategica partita che si sta giocando nel Mediterraneo in questi mesi, tra nuovi gasdotti, presunte svalutazioni dell`euro e massiccio ingresso cinese sui mercati ?(vedi l`acquisizione da parte cinese dei due piu`grandi moli containers al Pireo, per i prossimi 35 anni).
Sarebbe utile pero`affrontare la questione tenendo bene in mente alcuni elementi che si sono snodati negli ultimi mesi. I progressi istituzionali della Turchia si sono sviluppati in parte, dal momento che gli sforzi in una direzione democratica ed europea del premier Erdogan appaiono sistematicamente frenati dalla zavorra dei militari, che ad Ankara hanno ancora un peso specifico non indifferente. La mancata amissione del genocidio armeno, la pratica reativa alle minoranze, con il partito curdo misterosamente isolato da una qualche rappresentativita` parlamentare. E poi soprattutto in direzione dei diritti civili, con la donna non completamente emancipata, anche dal punto di vista legislativo. Con le liberta`religiose legate a doppia mandata ad una concezione forse troppo conservatrice. Con taluni vincoli dettati da certa dipendenza dell`informazione, che impedisce di fatto la completa europeizzazione della Turchia. Non bisogna dimenticare che una virata netta verso i lidi europei, non solo favorirebbe una completa maturazione del Paese, ma offrirebbe lo spunto anche per affrontare la questione cipriota con maggiore serenita`. Ma a patto che la comunita`internazionale lo voglia realmente. Magari rendendosi partecipe con proposte mirate e non con intenzioni senza dubbio apprezzabili ma, in concreto, anonime.
A cio`si aggiunga che tra settanta giorni terminera`il mandato di Memet Talat, presidente della Repubblica autoproclamata di Cipro Nord : per intenderci, la zona occupata militarmente dal 40mila soldati turchi che al momento e`riconosciuta solo dalla Turchia. Il timore e`che possa vincere il candidato del partito nazionalista turco-cipriota, che gia`si e`detto contrario ad un accordo, in quanto palesemente in contrasto con ogni velleita`riunificatrice. Si tratta di un movimento politico estremista che ha ottenuto un buon riscontro nelle scorse elezioni amministrative del 2009. Ovvio che, se dovesse riuscire ad esprimere un candidato alla presidenza, o se comunque dovesse ottenere numeri rilevanti, vi sarebbe il rischio concreto di vanificare i passi avanti compiuti sino a questo momento.
Al netto di approfondimenti e concessioni, e`ipotizzabile che ad oggi la prossima mossa spetti alla Turchia, in quanto dovrebbe mostrare di aver metabolizzato le richieste avanzate dal Parlamento Europeo con la necessaria buona volonta`. E questa rappresenta una ghiotta occasione per spazzare finalmente i dubbi di tenuta democratica che provengono, ad esempio dall`Eliseo o da talune fazioni pittoresche della politica italiana, che tra le altre cose, non sarebbe neanche il caso di citare.
Altro spunto sul quale riflettere e`quello riguardante l`informazione e la diffusione di notizie estremamente delicate. In questi giorni sui media italiani e`emerso che vi sarebbe stata una risposta favorevole cipriota ad una proposta di riunificazone turca, in quanto "l´apertura sarebbe venuta dalla parte greco-cipriota dell´ isola, anche sull´onda della necessità da parte di Atene di tagliare le spese militare in questo momento in cui la Grecia è sull´orlo del collasso economico".
Sarebbe quantomeno riduttivo bollare tale notizia con l`epiteto di fantasiosa, dal momento che non sembra esserci proprio alcun legame tra le due cose. Piu`edificante, invece, sarebbe coinvolgere i media su elementi maggiormente concreti, legati ai fatti, e non a ipotesi magari forzate, utili solo ad accendere i riflettori per qualche istante. Per poi far ripiombare l`isola di Cipro e la tragedia che l`ha colpita, nel piu`deleterio dei silenzi.
QUANDO LA FORZA DELLE IDEE E’ PIU’FORTE DI QUALSIASI PREGIUDIZIO
Da Barisera del 12/02/10
Chissà come si sentiva esattamente due anni fa il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nei primissimi giorni di campagna elettorale. Era il gennaio del 2008 quando il popolo americano iniziò a trovarsi di fronte un simpatico ragazzo “abbronzato”, con la passione del basket e delle imprese impossibili. Convinto che al di là del muro vi fosse un mondo nuovo, tutto da costruire in nome della forza delle idee. Quella cavalcata vale la pena riviverla, alla luce delle difficoltà della politica di oggi, ma in chiave propositiva. Eh sì, perché il primo presidente nero degli Stati Uniti la sua battaglia l’ha già vinta e indipendentemente da come andrà a finire la tanto agognata riforma della sanità, comunque Barack H. Obama passerà alla storia per aver rifiutato lo status quo. Nel senso di una rivincita, di una rivalsa morale.
Riavvolgere la bobina di quella campagna elettorale, come fatto nel volume “Il sogno del Re, 3 gennaio-4 novembre 2008: la migliore campagna elettorale della storia” dall’avvocato Tommaso Di Gioia, è stimolante. Per carpirne sfumature e dettagli e, perché no, per valutare quanto la politica italiana sia drammaticamente ancora indietro, ferma all’età della pietra.
Il libro è un inno alla tattica politica, un approfondimento vissuto in prima persona dall’autore in quelle ore e tra quella folla, per annusare cosa significhino concetti come sagacia e tempismo. E messi in pratica non da un burocrate notabile o dal prodotto della buona società, ma dal figlio di un keniota, di un immigrato. Che dalle nostre parti sarebbe guardato con diffidenza, a cui si chiederebbe conto subito di qualcosa. E a cui nessuno verrebbe in mente di testare proposte e concetti.
Ma dall’altro lato dell’oceano, per fortuna, c’è ancora spazio per quelle rarissime rondini che troneggiano a primavera, e che vengono comunemente chiamate idee e che trovano ampia descrizione nel volume. Come le strategie elettorali di Obama, l’intuizione di investire di più nei distretti con delegati dispari o di puntare alla vittoria nei little States.
E poi la gestione della comunicazione, i rapporti con Nancy Pelosi e Howard Dean. Chissà che qualche candidato alle prossime elezioni regionali, colto da un’improvvisa lucidità, non decida di acquistarlo e magari tragga ispirazione per qualche strategia. Possibilmente vincente.
Chissà come si sentiva esattamente due anni fa il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nei primissimi giorni di campagna elettorale. Era il gennaio del 2008 quando il popolo americano iniziò a trovarsi di fronte un simpatico ragazzo “abbronzato”, con la passione del basket e delle imprese impossibili. Convinto che al di là del muro vi fosse un mondo nuovo, tutto da costruire in nome della forza delle idee. Quella cavalcata vale la pena riviverla, alla luce delle difficoltà della politica di oggi, ma in chiave propositiva. Eh sì, perché il primo presidente nero degli Stati Uniti la sua battaglia l’ha già vinta e indipendentemente da come andrà a finire la tanto agognata riforma della sanità, comunque Barack H. Obama passerà alla storia per aver rifiutato lo status quo. Nel senso di una rivincita, di una rivalsa morale.
Riavvolgere la bobina di quella campagna elettorale, come fatto nel volume “Il sogno del Re, 3 gennaio-4 novembre 2008: la migliore campagna elettorale della storia” dall’avvocato Tommaso Di Gioia, è stimolante. Per carpirne sfumature e dettagli e, perché no, per valutare quanto la politica italiana sia drammaticamente ancora indietro, ferma all’età della pietra.
Il libro è un inno alla tattica politica, un approfondimento vissuto in prima persona dall’autore in quelle ore e tra quella folla, per annusare cosa significhino concetti come sagacia e tempismo. E messi in pratica non da un burocrate notabile o dal prodotto della buona società, ma dal figlio di un keniota, di un immigrato. Che dalle nostre parti sarebbe guardato con diffidenza, a cui si chiederebbe conto subito di qualcosa. E a cui nessuno verrebbe in mente di testare proposte e concetti.
Ma dall’altro lato dell’oceano, per fortuna, c’è ancora spazio per quelle rarissime rondini che troneggiano a primavera, e che vengono comunemente chiamate idee e che trovano ampia descrizione nel volume. Come le strategie elettorali di Obama, l’intuizione di investire di più nei distretti con delegati dispari o di puntare alla vittoria nei little States.
E poi la gestione della comunicazione, i rapporti con Nancy Pelosi e Howard Dean. Chissà che qualche candidato alle prossime elezioni regionali, colto da un’improvvisa lucidità, non decida di acquistarlo e magari tragga ispirazione per qualche strategia. Possibilmente vincente.
mercoledì 10 febbraio 2010
Ma troppa attenzione alle radici ci farà perdere di vista il futuro
Da Ffwebmagazine del 10/02/10
Ma non sarà che a forza di imbastire la salvaguardia delle identità di ieri, si stanno smarrendo energie per costruire quelle di domani? Sottovalutando, ad esempio, la forza propulsiva delle rete e dell’immenso contributo di idee che può fornire, in un’ottica che investa nell’immaginario?
Il dibattito, avviato in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia e sostenuto da un recente seminario Aspen, parte dalle condivisibili constatazioni di come l’intero patrimonio storico e culturale italiano si scontri sempre più frequentemente con una percezione non all’altezza, sia del quotidiano che della sua rappresentatività. Quasi fossimo in presenza di due blocchi che viaggiano su binari paralleli e che compongono una drammatica incongruenza. Un’Italia nota e ammirata per storia, arte, letteratura. E una mestamente preda di inconcludenze, collusioni, sprechi, ritardi atavici: un’Italia che, in una parola, sopravvive. Si pensi alla consapevolezza che, se è vero che il passaporto italiano è visto come un esclusivo biglietto da visita nel mondo, per altri versi altrettanto tangibile è la minuscola credibilità nazionale.
Una linea di analisi che transita dalla notevole omologazione del pensiero intellettuale, definito al limite dell’autocastrazione. Da ciò il paradigma di un paese con un glorioso passato, un presente strutturalmente povero ma, dato ancor più preoccupante, un futuro completamente immerso nell’incertezza. E che smorza sul nascere speranze e proposte innovative. Che guarda al web come una minaccia, non assimilando intimamente come esso rappresenti invece un’occasione, così come fatto da Obama o da Vendola. Di confronto, di apertura, di mondializzazione di menti: allacciate l’una all’altra per scontrarsi e quindi per produrre. Che non programma con una logica di lungimiranza, galleggiando sulle contingenze che gradualmente si presentano. E agendo, di conseguenza, in risposta alla prossima emergenza, senza anticiparla con visioni di ampio respiro.
Un paese che anziché attaccare, difende e si difende con tutti gli effettivi, ma lasciando inspiegabilmente la porta sguarnita. Appallottolato all’interno di contenitori vuoti e di soluzioni fantasma. Che fa di tutto per ignorare quell’invito rivolto nel 1846 da Proudhon a Marx, «non facciamoci capi di una nuova intolleranza, accogliamo e incoraggiamo tutte le proteste. Condanniamo tutte le esclusioni e tutti i misticismi ideologici».
Un paese che, assieme a certo substrato socio/culturale, sta scivolando indietro non di qualche anno ma sino all’età della pietra, dimostrando quasi di non essere interessato alle nuove sfide del terzo millennio, al contributo delle élite in chiave di concertazione, ad esempio, con il rapidissimo progresso scientifico, inimmaginabile solo dieci lustri fa. Accanto a questo scenario la risposta della politica, non solo è apparsa spesso deficitaria, ma addirittura controproducente.
Perché anziché interrogarsi sulla tipologia delle evoluzioni post moderne, complice quell’aria nebbiosa e di continua rissa che non aiuta, si è avvitata su se stessa in una sterile difesa di patrimoni del passato, di identità che nessuno mette in dubbio. Ma che difficilmente potranno contribuire a guardare il mondo con le lenti giuste. Adeguate a una visione inevitabilmente diversa e in continua evoluzione, sia per modalità che per spunti. Soprattutto da parte dei più giovani.
E poi le radici occorrono per metabolizzare il passato, approfondirlo e possibilmente carpirne il meglio con l’obiettivo di ripartire da questo, non per invocarlo a ogni decisione da prendere e poi, tafazzianamente o non prenderla o prenderla al contrario.
Perché allora non provare a reinventare la percezione culturale del paese? Anche attraverso la cosiddetta compresenza di contrari che, secondo Mario Galzigna, filosofo e docente di epistemologia a Venezia, è «un’altalena che rivendica il diritto delle differenze ad esistere senza essere cannibalizzate in quanto dialettiche singolari». Il cui ruolo può essere quello di andare oltre quella consapevolezza di apriori e, perché no, senza diventarne prigionieri, ma impiegandole come una sorta di slancio propositivo. Facendo del sostegno all’immaginario un nuovo filone di proposta culturale.
E allora sarebbe il caso di valorizzare attentamente quelle altalene di contrari, valutandole come un arricchimento, anche in considerazione del fatto che certo immobilismo non rappresenta una valida alternativa. Quindi raccogliendone i frutti solo potendo contare sulla piena consapevolezza delle radici laiche dell’identità culturale italiana. Passaggio delicatissimo, che consente di tuffarsi nei meandri di quella società civile, alcova delle coscienze, della maturazione umana. Dove si sanano contrasti, si produce nuova linfa per affrontare le evoluzioni che il domani, inevitabilmente, riserverà.
Ma davvero qualcuno ritiene ancora di potersi tappare le orecchie e ignorare i richiami che sta urlando il futuro? E a quale scopo? Per ritardare inesorabilmente la presa d’atto che il duemila è già iniziato da un decennio? E per far questo occorre investire, osare, alzare lo sguardo oltre il proprio ciglio e scrutare l’orizzonte, magari rileggendo le parole che Benedetto Croce scrisse in una lettera a Giovanni Laterza, «bisogna avere fiducia nell’avvenire e coraggio nel presente».
Ma non sarà che a forza di imbastire la salvaguardia delle identità di ieri, si stanno smarrendo energie per costruire quelle di domani? Sottovalutando, ad esempio, la forza propulsiva delle rete e dell’immenso contributo di idee che può fornire, in un’ottica che investa nell’immaginario?
Il dibattito, avviato in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia e sostenuto da un recente seminario Aspen, parte dalle condivisibili constatazioni di come l’intero patrimonio storico e culturale italiano si scontri sempre più frequentemente con una percezione non all’altezza, sia del quotidiano che della sua rappresentatività. Quasi fossimo in presenza di due blocchi che viaggiano su binari paralleli e che compongono una drammatica incongruenza. Un’Italia nota e ammirata per storia, arte, letteratura. E una mestamente preda di inconcludenze, collusioni, sprechi, ritardi atavici: un’Italia che, in una parola, sopravvive. Si pensi alla consapevolezza che, se è vero che il passaporto italiano è visto come un esclusivo biglietto da visita nel mondo, per altri versi altrettanto tangibile è la minuscola credibilità nazionale.
Una linea di analisi che transita dalla notevole omologazione del pensiero intellettuale, definito al limite dell’autocastrazione. Da ciò il paradigma di un paese con un glorioso passato, un presente strutturalmente povero ma, dato ancor più preoccupante, un futuro completamente immerso nell’incertezza. E che smorza sul nascere speranze e proposte innovative. Che guarda al web come una minaccia, non assimilando intimamente come esso rappresenti invece un’occasione, così come fatto da Obama o da Vendola. Di confronto, di apertura, di mondializzazione di menti: allacciate l’una all’altra per scontrarsi e quindi per produrre. Che non programma con una logica di lungimiranza, galleggiando sulle contingenze che gradualmente si presentano. E agendo, di conseguenza, in risposta alla prossima emergenza, senza anticiparla con visioni di ampio respiro.
Un paese che anziché attaccare, difende e si difende con tutti gli effettivi, ma lasciando inspiegabilmente la porta sguarnita. Appallottolato all’interno di contenitori vuoti e di soluzioni fantasma. Che fa di tutto per ignorare quell’invito rivolto nel 1846 da Proudhon a Marx, «non facciamoci capi di una nuova intolleranza, accogliamo e incoraggiamo tutte le proteste. Condanniamo tutte le esclusioni e tutti i misticismi ideologici».
Un paese che, assieme a certo substrato socio/culturale, sta scivolando indietro non di qualche anno ma sino all’età della pietra, dimostrando quasi di non essere interessato alle nuove sfide del terzo millennio, al contributo delle élite in chiave di concertazione, ad esempio, con il rapidissimo progresso scientifico, inimmaginabile solo dieci lustri fa. Accanto a questo scenario la risposta della politica, non solo è apparsa spesso deficitaria, ma addirittura controproducente.
Perché anziché interrogarsi sulla tipologia delle evoluzioni post moderne, complice quell’aria nebbiosa e di continua rissa che non aiuta, si è avvitata su se stessa in una sterile difesa di patrimoni del passato, di identità che nessuno mette in dubbio. Ma che difficilmente potranno contribuire a guardare il mondo con le lenti giuste. Adeguate a una visione inevitabilmente diversa e in continua evoluzione, sia per modalità che per spunti. Soprattutto da parte dei più giovani.
E poi le radici occorrono per metabolizzare il passato, approfondirlo e possibilmente carpirne il meglio con l’obiettivo di ripartire da questo, non per invocarlo a ogni decisione da prendere e poi, tafazzianamente o non prenderla o prenderla al contrario.
Perché allora non provare a reinventare la percezione culturale del paese? Anche attraverso la cosiddetta compresenza di contrari che, secondo Mario Galzigna, filosofo e docente di epistemologia a Venezia, è «un’altalena che rivendica il diritto delle differenze ad esistere senza essere cannibalizzate in quanto dialettiche singolari». Il cui ruolo può essere quello di andare oltre quella consapevolezza di apriori e, perché no, senza diventarne prigionieri, ma impiegandole come una sorta di slancio propositivo. Facendo del sostegno all’immaginario un nuovo filone di proposta culturale.
E allora sarebbe il caso di valorizzare attentamente quelle altalene di contrari, valutandole come un arricchimento, anche in considerazione del fatto che certo immobilismo non rappresenta una valida alternativa. Quindi raccogliendone i frutti solo potendo contare sulla piena consapevolezza delle radici laiche dell’identità culturale italiana. Passaggio delicatissimo, che consente di tuffarsi nei meandri di quella società civile, alcova delle coscienze, della maturazione umana. Dove si sanano contrasti, si produce nuova linfa per affrontare le evoluzioni che il domani, inevitabilmente, riserverà.
Ma davvero qualcuno ritiene ancora di potersi tappare le orecchie e ignorare i richiami che sta urlando il futuro? E a quale scopo? Per ritardare inesorabilmente la presa d’atto che il duemila è già iniziato da un decennio? E per far questo occorre investire, osare, alzare lo sguardo oltre il proprio ciglio e scrutare l’orizzonte, magari rileggendo le parole che Benedetto Croce scrisse in una lettera a Giovanni Laterza, «bisogna avere fiducia nell’avvenire e coraggio nel presente».
lunedì 8 febbraio 2010
GRECIA, LA SCONFITTA DELLA POLITICA

Da Mondogreco News del 02/02/10
“Entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie” scriveva Leonardo Sciascia quarant’anni fa. Chissà quale stato d’animo avrebbe oggi, lo scrittore di Racalmuto,nel vedere e nell’analizzare in che condizioni si trova la patria della filosofia, della medicina, della scienza, oltre che di Omero, di Alessandro Magno, di Leonida e di tanti altri personaggi che hanno fatto la storia.
Adesso che istituzioni e media internazionali hanno acceso un fascio di luce sui conti finanziari della Grecia, sarebbe fin troppo facile pontificare circa soluzioni e medicine per “l’ammalato grave” dell’Unione Europea. Ma sarebbe anche fin troppo facile scrollarsi di dosso precise responsabilità e oggettive mancanze da parte di chi quei conti avrebbe dovuto valutare con attenzione, evitando sprechi colossali e mistificazioni assurde. Reperire le cause del dissesto finanziario ellenico non è ad appannaggio solo di coloro che hanno conseguito un master alla London School of economics. Chi frequenta la Grecia o ne ha una cognizione tangibile anche media, negli anni si sarà senza dubbio accorto di una serie di fattori legati alla quotidianità, ma che l’intera classe politica, o ha colposamente sottaciuto, o ha deliberatamente sottovalutato.
Semplicemente la Grecia per un trentennio ha speso più di quanto ha prodotto. In una serie di ambiti, piccoli e grandi. Si prenda la scuola e l’università, dove il modello attuato oltre ad essere palesemente anacronistico, appare controproducente su due principali fattori: quello della strutturazione dell’offerta formativa e quello del conseguente livello professionale cognitivo. Gli studenti greci, oltre a recarsi a scuola al mattino, osservano la prassi di frequentare anche i doposcuola al pomeriggio. E non sporadicamente, come avviene anche in Italia, per preparare un esame di stato o un concorso. Ma abitualmente, con un aggravio di costi per le famiglie e anche per lo Stato, che comunque paga gli insegnanti di giorno, ma che poi alla fine non si sa per quale motivo, non offrono sufficiente preparazione tecnica agli studenti. Altrimenti non si spiegherebbe l’uso sistematico del doposcuola. Inoltre non esiste un criterio basato sul reddito familiare in virtù del quale ottenere libri di testo gratis: li hanno tutti, ricchi e poveri. A questo quadro sconsolante si aggiunge la logica perversa delle panellinie, gli esami di accesso alle Università. Chi non le supera è costretto a studiare all’estero, con altri fiumi di euro che fuoriescono dal sistema finanziario nazionale e con la famiglie che si indebitano. Niente di più deleterio. Nessuno ha proposto e realizzato in concreto, nell’ultimo decennio, la costruzione di nuove università, che consentano a tutti gli studenti greci di frequentarle in patria, oltre che rappresentare un’occasione di sviluppo occupazionale per le singole regioni. Poi ovviamente per chi lo desidera, nulla impedirebbe di accedere ad un master all’estero. Ma oggi tale opzione è consuetudine.
Altro dato sui cui riflettere: il rapporto tra lo Stato centrale e le singole amministrazioni locali. Si pensi ad esempio alla proliferazione di Comuni invisibili, anche al di sotto dei cinquecento abitanti, tutti dotati di sindaco, consiglieri comunali, in nome di un’autonomia senza perché e con costi aggiuntivi non indifferenti. In base a quale ragionamento politico-amministrativo si è proceduto a tale frammentazione delle singole istituzioni, senza invece operare una più saggia e funzionale razionalizzazione? Ancora, chi ha vigilato sui lavori effettuati in occasione delle Olimpiadi del 2004? La domanda, niente affatto retorica, è utile per capire chi e perché ha progettato impianti che oggi al 70% sono inutilizzati, con un aggravio di spese esorbitanti. E con ricadute in termini di tasse che i greci continueranno a pagare per quelle opere di cui oggi nessuno sente più parlare. Lavori pubblici e non solo: come non aprire una riflessione seria e ponderata sulla corruzione (che ha livelli da terzo mondo) e sul tema dell’inquinamento e delle energie sostenibili? In Grecia non si è incentivato l’utilizzo dei motori diesel, il cui carburante costa meno e produce anche meno tossine per l’ambiente. Alcuni centri cittadini, come Atene o Salonicco, sono addirittura interdetti alle auto a gasolio. Invece la maggior parte delle famiglie acquista auto anche di grossa cilindrata a benzina, quasi si muovessero per le Free Way americane. Lì dove le grandi marche storiche statunitensi stanno riconvertendo l’offerta con modelli economici e più piccoli, in partnership con la Fiat. Per non parlare delle alimentazioni a metano, che sarebbero un vero toccasana, anche per quegli agricoltori o per chi vive in montagna, costretti ad acquistare un agrotikò, dotato di quattro ruote motrici per via del fango e della neve. Che ad oggi si trova a fronteggiare costi elevatissimi per la manutenzione. E che spesso decide di non produrre più, chiudendo bottega.
Incongruenze, dilapidazioni di patrimoni, errori reiterati: il concetto di spreco è andato di moda per molti anni nell’Ellade. E su ampi versanti, dai rapporti con le gerarchie ecclesiastiche sui cui poca chiarezza anche finanziaria c’è stata, ai prodotti commerciali; senza contare le materie prime come l’acqua o il sole, o passando, con le dovute proporzioni, per la quantità di cibo finito al macero, sia da parte delle famiglie che da parte dei ristoranti e delle taverne. Sono alcuni esempi, riguardanti in primis lo Stato ma anche le piccole abitudini della società, che offrono un quadro di insieme della situazione. E che non potevano portare ad altro se non all’impoverimento del Paese. In tutti i sensi. Ma realmente qualcuno, tra politici, economisti o semplici cittadini, riteneva in cuor suo che uno Stato dove si pagavano pochissime tasse e dove non vi era un solo investimento per le future generazioni, avesse avuto qualche chanche di passare indenne lo tsunami finanziario del 2009?
Semplicemente in Grecia chi aveva il dovere, come un buon pater familias, di gestire la cosa pubblica e, perché no, indirizzare le abitudini dei privati, non solo non lo ha fatto, ma è diventato esso stesso parte di quel sistema verticale proiettato sull’oggi, come il detto “den pirasi” ci ricorda. Senza il benchè minimo sentore di cosa il domani potesse riservare. Sarebbe auspicabile, ma è evidente che apparirebbe come una mossa retorica e per certi versi utopistica, che la classe dirigente fosse azzerata in massa. Ma forse, anche dalle loro parti, qualcuno si starà accorgendo che è finito il tempo delle promesse e delle stagioni estive, tutte di caldo e di sole. E’arrivato purtroppo l’inverno sulla nostra madre Grecia, e sarà il caso di munirsi degli attrezzi idonei per spalare le centinaia di tonnellate di detriti che, ad oggi, affogano inesorabilmente il Paese.
domenica 7 febbraio 2010
BARACK, QUEI 10 MESI CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO
Da Barilive del 07/02/10
D. Avvocato Di Gioia, perché quella 2008 può essere definita la migliore campagna elettorale della storia?
R. Perché ha innovato le strategie elettorali come mai prima: l’utilizzo sapiente di internet, il rapporto con i giovani, le modalità di raccolta fondi, l’acquisizione “mirata” di delegati nelle primarie, la decisione di far crollare le roccaforti repubblicane nelle presidenziali. Sono dinamiche che faranno storia e saranno studiate da tutti gli esperti di marketing elettorale.
D. Non un semplice uso della rete ma un vero e proprio social network.
R. Lì ogni giorno decine di migliaia di elettori o simpatizzanti dialogavano tra loro, scambiandosi notizie utili alla vittoria del senatore nero, organizzando incontri o manifestazioni di sostegno.
D. E la sintonia con i giovani?
R. Non ha avuto paura di perdere in autorevolezza. Ha ballato all’ “Ellen De Generes Show”, uno dei talk show più noti, ha ribadito di voler rappresentare il cambiamento, si è fatto accompagnare nei tour da alcune delle attrici più amate dai giovani, ha dimostrato di seguire lo sport e di praticarlo. Quanto ai fondi, per la prima volta dopo trent’anni, ha rinunciato a quelli federali perché i contributi dei cittadini comuni gli avrebbero garantito una maggiore dotazione economica. Il suo slogan è stato “Anche 10 $ possono fare la differenza” e, in tal modo, milioni di elettori hanno donato tramite il suo sito somme esigue che, però, nell’insieme gli hanno quasi fatto doppiare la raccolta fondi della Clinton (nelle primarie) e dei repubblicani (nelle presidenziali).
D. La frase di Obama “Non accetterò lo status quo come soluzione” sembra quasi la base per annunciare il manifesto della rivoluzione politica del secolo: quale è stata la sua più pregnante peculiarità?
R. La parola d’ordine della sua campagna elettorale è stata “Change”. Ha colto che negli ultimi otto anni l’attenzione dell’Amministrazione Bush si era rivolta essenzialmente ai conflitti esteri. In tutto questo tempo sono saltati alcuni meccanismi che consentono allo Stato di controllare e, in alcuni casi, di direzionare l’attività dei privati. Ciò ha comportato il proliferare di operazioni economico finanziarie sempre più “selvagge” nella ricerca del profitto, con le conseguenze gravissime che ancora oggi il mondo è chiamato ad affrontare. La promessa di cambiamento di Obama è quella di una maggiore attenzione ai bisogni reali della gente mediante un ruolo più pregnante dello Stato anche al fine di evitare i danni determinati dalla “deregulation”.
D. Oggi abbiamo l’immagine del capo della Casa Bianca in apparente difficoltà: troppe aspettative, o legittime difficoltà, dettate dalla portata epocale delle riforme in programma?
R. L’immagine quasi “da icona” cucitagli addosso dai media gli ha nociuto perché le aspettative sono andate oltre quello che la logica consiglierebbe. In politica, invece, occorre coniugare la poesia degli ideali con la prosa della realtà e questo richiede tempo e pazienza. Ma questo lo staff di Obama lo aveva preventivato: nel libro scrivo che il suo consulente più fidato, David Axelrod, subito dopo l’esito elettorale, aveva già messo in guardia dai facili entusiasmi, spiegando che l’America è ancora un Paese essenzialmente conservatore e che il cambiamento avrebbe richiesto un processo lungo.
D. “Il sogno del Re” è un docu-romanzo di circa 600 pagine ricco di dettagli e dati: come è nata l’idea e quale seguito potrebbe avere?
R. Ho voluto dare piena testimonianza ad una pagina importantissima della nostra Storia contemporanea. E se si vuol dare testimonianza alla Storia non si deve lesinare sui dettagli, perché sono proprio quelli che consentono di costruire un mosaico espressivo capace di fornire elementi di giudizio e analisi. Preciso che il mio non è un istant book ma si propone di essere un manuale di studio, infatti alcuni esperti che lo hanno visionato, hanno ritenuto di inserirlo come parte speciale nei corsi universitari delle Facoltà di Scienze Politiche.
D. “Re” Martin Luther King sarebbe soddisfatto di come si è concluso l’anno del primo presidente nero?
R. In un passaggio del celebre discorso del 28 agosto 1963 al Lincoln Memorial, King testualmente afferma: “Io ho un sogno, che un domani i miei figli neri non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Io ho un sogno, oggi!”. Il libro si chiude con l’affermazione che il sogno del “Re” si è realizzato il 4 novembre 2008, nel momento in cui gli USA hanno scelto un nero come proprio Presidente, giudicandolo non per il colore della pelle, ma per le qualità del carattere.
D. Avvocato Di Gioia, perché quella 2008 può essere definita la migliore campagna elettorale della storia?
R. Perché ha innovato le strategie elettorali come mai prima: l’utilizzo sapiente di internet, il rapporto con i giovani, le modalità di raccolta fondi, l’acquisizione “mirata” di delegati nelle primarie, la decisione di far crollare le roccaforti repubblicane nelle presidenziali. Sono dinamiche che faranno storia e saranno studiate da tutti gli esperti di marketing elettorale.
D. Non un semplice uso della rete ma un vero e proprio social network.
R. Lì ogni giorno decine di migliaia di elettori o simpatizzanti dialogavano tra loro, scambiandosi notizie utili alla vittoria del senatore nero, organizzando incontri o manifestazioni di sostegno.
D. E la sintonia con i giovani?
R. Non ha avuto paura di perdere in autorevolezza. Ha ballato all’ “Ellen De Generes Show”, uno dei talk show più noti, ha ribadito di voler rappresentare il cambiamento, si è fatto accompagnare nei tour da alcune delle attrici più amate dai giovani, ha dimostrato di seguire lo sport e di praticarlo. Quanto ai fondi, per la prima volta dopo trent’anni, ha rinunciato a quelli federali perché i contributi dei cittadini comuni gli avrebbero garantito una maggiore dotazione economica. Il suo slogan è stato “Anche 10 $ possono fare la differenza” e, in tal modo, milioni di elettori hanno donato tramite il suo sito somme esigue che, però, nell’insieme gli hanno quasi fatto doppiare la raccolta fondi della Clinton (nelle primarie) e dei repubblicani (nelle presidenziali).
D. La frase di Obama “Non accetterò lo status quo come soluzione” sembra quasi la base per annunciare il manifesto della rivoluzione politica del secolo: quale è stata la sua più pregnante peculiarità?
R. La parola d’ordine della sua campagna elettorale è stata “Change”. Ha colto che negli ultimi otto anni l’attenzione dell’Amministrazione Bush si era rivolta essenzialmente ai conflitti esteri. In tutto questo tempo sono saltati alcuni meccanismi che consentono allo Stato di controllare e, in alcuni casi, di direzionare l’attività dei privati. Ciò ha comportato il proliferare di operazioni economico finanziarie sempre più “selvagge” nella ricerca del profitto, con le conseguenze gravissime che ancora oggi il mondo è chiamato ad affrontare. La promessa di cambiamento di Obama è quella di una maggiore attenzione ai bisogni reali della gente mediante un ruolo più pregnante dello Stato anche al fine di evitare i danni determinati dalla “deregulation”.
D. Oggi abbiamo l’immagine del capo della Casa Bianca in apparente difficoltà: troppe aspettative, o legittime difficoltà, dettate dalla portata epocale delle riforme in programma?
R. L’immagine quasi “da icona” cucitagli addosso dai media gli ha nociuto perché le aspettative sono andate oltre quello che la logica consiglierebbe. In politica, invece, occorre coniugare la poesia degli ideali con la prosa della realtà e questo richiede tempo e pazienza. Ma questo lo staff di Obama lo aveva preventivato: nel libro scrivo che il suo consulente più fidato, David Axelrod, subito dopo l’esito elettorale, aveva già messo in guardia dai facili entusiasmi, spiegando che l’America è ancora un Paese essenzialmente conservatore e che il cambiamento avrebbe richiesto un processo lungo.
D. “Il sogno del Re” è un docu-romanzo di circa 600 pagine ricco di dettagli e dati: come è nata l’idea e quale seguito potrebbe avere?
R. Ho voluto dare piena testimonianza ad una pagina importantissima della nostra Storia contemporanea. E se si vuol dare testimonianza alla Storia non si deve lesinare sui dettagli, perché sono proprio quelli che consentono di costruire un mosaico espressivo capace di fornire elementi di giudizio e analisi. Preciso che il mio non è un istant book ma si propone di essere un manuale di studio, infatti alcuni esperti che lo hanno visionato, hanno ritenuto di inserirlo come parte speciale nei corsi universitari delle Facoltà di Scienze Politiche.
D. “Re” Martin Luther King sarebbe soddisfatto di come si è concluso l’anno del primo presidente nero?
R. In un passaggio del celebre discorso del 28 agosto 1963 al Lincoln Memorial, King testualmente afferma: “Io ho un sogno, che un domani i miei figli neri non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Io ho un sogno, oggi!”. Il libro si chiude con l’affermazione che il sogno del “Re” si è realizzato il 4 novembre 2008, nel momento in cui gli USA hanno scelto un nero come proprio Presidente, giudicandolo non per il colore della pelle, ma per le qualità del carattere.
mercoledì 3 febbraio 2010
Ma l'Italia sa ancora sognare?

Da Ffwebmagazine del 03/02/10
Che succede al belpaese? Dove sono finiti i sogni della gente, i progetti dei giovani, le mete dei più saggi? O gli errori, i tentativi, i contrasti da cui - diceva Einaudi - nascono le idee? Nella lettera ai Romani, San Paolo scriveva «ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza».
Giorgio Armani in un'intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa ha riflettuto amaramente che «rispetto a Parigi e Londra, sembra che qui non succeda mai niente. Al limite i giovani si riversano sino a tardi in discoteca, non parlano, al massimo si tocchicchiano senza combinare granché. Non abbiamo la cultura del posto di ritrovo europeo». Denunciando una realtà fastidiosa, quasi amebica, fatta di menti che non si uniscono, proiettate solo all’oggi e drammaticamente prive di una qualche proposizione futura. Dove mancano appuntamenti di ampio respiro, che inneschino una sorta di concatenazione di freschezza.
Analogo filo conduttore che si ritrova, con spunti differenti, nelle parole dell’allenatore dell’Inter Josè Mourinho, quando dice che «in Italia è impossibile innovare, si può solo resistere». Riferendosi alla permanenza cronica dello status quo, senza che spinte modernizzatrici trovino sfogo. Anche nel calcio poche sono state le sperimentazioni, le innovazioni o le rivoluzioni: si pensi ad esempio alla volontà di non fermare le partite durante le festività natalizie, come accade in Inghilterra nella Premier League. O dotare le porte di sensori che garantiscano il gol quando la palla ha effettivamente varcato la fatidica linea bianca. Niente. Lo sport è solo uno degli ambiti in cui manca il coraggio di osare. Si pensi all’arte, dove una ventata di innovazione potrebbe essere rappresentata da musei di nuovo conio, concepiti come luoghi globali e aperti al cambiamento, anche per avvicinare altri fruitori. O all’editoria, con la rete che spalanca nuove opportunità.
Novità che non accadono, esperimenti che non si attuano. Un disagio respirato a più livelli, se è vero che Lucio Dalla, discutendo sull’appeal della sua Bologna, è arrivato a definirla «una città depressa, per la consapevolezza di non essere più la città di un tempo. Non si compiace più di quel che rappresenta nell’immaginario italiano: la città grassa, dotta, godereccia. Non è più capitale culturale, produce sempre meno idee e vive un senso quasi di panico». L’elemento sul quale riflettere non è solo il fatto che la città non sia più quella di un tempo, ma che fatica a produrre il nuovo. Dal momento che «non bisogna cercare di tornare all’origine - come predicava Alain de Benoist - perché non si può tornare indietro. Non bisogna fare un ritorno, ma un ricorso all’origine». Ovvero niente rimorsi romantici del tempo che fu, ma concentrare forze ed energie per costruire un’altra immagine, che sia base culturale, artistica, e anche politica, per la società di domani. E poi sforzandosi di abbattere il nuovo nemico del secolo in corso. Quella sensazione di panico che furoreggia dappertutto. Quasi che la paura si potesse combattere rintanandosi semplicemente e ingenuamente nella propria casa, come un cane che intimorito fa mestamente ritorno nella calda cuccia. Niente di più controproducente. Il timore va sconfitto osando. Il grigiore va spezzato colorandolo di mille spruzzi cromatici. Come l’arcobaleno, che troneggia al termine di un cupo temporale.
E in questo senso un apporto rilevante lo potranno dare, perché no, non solo le élites, ma soprattutto quella valanga di spiriti liberi e di neuroni in movimento che sono le idee. Nude e crude. Senza fronzoli, retropensieri, o illazioni di vario genere. Quelle che Lucio Dalla non vede più aggirarsi per le strade della sua città. Quelle che spaventano branchi di uomini e di donne in perenne stand by di fronte a una novità che scompagina. Quelle che Giorgio Armani magari vorrebbe implementare e incentivare, per fare dell’Italia un polo meno ingessato e più brioso e, quindi, definitivamente avanguardistico. Quelle, per intenderci, che hanno consentito ai cervelli di casa nostra di fare le scoperte che hanno fatto nelle università americane. O che hanno raccontato belle storie di modernità. Ma come ottenere nuova linfa se non tranciando quegli sguardi tristi, quelle iniziative forzate, quelle approssimazioni acidule, quei tentativi di spargere paure e sospetti? È da lì che bisognerebbe ri-partire, per reinventare contenitori differenti, non vuoti anche se graziosi e perfetti all’apparenza. Ma capaci di ospitare contenuti veri, in grado di creare un’altra volta emozioni, sogni, speranze.
Concetti che fanno venire alla mente le note di Franco Battiato in Un’altra vita: «Non servono più tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita. Non servono più eccitanti o ideologie, ci vuole un’altra vita». Quanto dovrà aspettare il paese per aprire una nuova fase?
venerdì 29 gennaio 2010
Claudio Magris e il rifiuto dello Stato azienda
Da Ffwebmagazine del 28/01/10
«In ogni cosa - diceva Bertrand Russell - è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato». Ad esempio: come si è giunti al quadro democratico attuale? Sulla base di quali e quanti sforzi ci si proclama società civilizzata e moderna? E ancora: cosa si intende oggi per Stato? Un agglomerato di esperienze e di persone che convivono insieme, per le quali vale la pena sacrificare vite umane? O, come qualcuno ha postulato, un’entità politica accostabile al concetto di azienda, con le relative e conseguenti implicazioni?
Secondo Claudio Magris la crisi globale è figlia di un aziendalismo universale che danneggia l’economia, implicando una riduzione della visione del mondo e comprimendo gli spazi per la programmazione futura. Ma è l’economia, essa stessa causa di una sorta di mercatismo diffuso, che livella una serie infinita di ambiti veicolandoli esclusivamente sul piano finanziario. Poiché, sostiene lo scrittore e germanista triestino, tutto diventa azienda: l’ospedale, l’ateneo. E tutti diventano clienti, gli ammalati e gli studenti con i loro crediti. Lecito interrogarsi: dove conduce tale visione, se non a considerare la vita un elemento opzionale?
Certo, viviamo in un’epoca nella quale gli indicatori economici hanno riflessi notevoli e innegabili in una miriade di applicazioni e di concretizzazioni. Ma sarebbe quantomeno riduttivo insistere in una sorta di economicismo dell’universo a priori, dal momento che si finirebbe per ignorare chi quelle leve dell’economia muove, chi quelle fabbriche che generano utili fa produrre a pieno regime.
Insomma quell’elemento vivente e cogitante che viene prima del dato economico, semplicemente perché ne è la diretta causa e, per alcuni versi, anche l’effetto. E perché ad esso sopravviverà: l’uomo. Con i suoi difetti, le sue abitudini, le sue imprevedibili condotte. Il ragionamento “pro stato non azienda” di Magris può rappresentare un’interessante occasione per riflettere a mente libera sul tentativo attuato in questi anni di aziendalizzare lo Stato, anche perché no con lo sguardo rivolto alle celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia. E per smontare concezioni troppo spesso globalistiche che, forse per fretta universalizzante, forse – ed è ben più grave - per certa pigrizia analitica, vengono ottusamente proposte come medicina per ogni più banale mal di testa sociale.
Apparirebbe evidentemente da sciocchi insistere nel proporre una società totalmente e anacronisticamente sganciata da valori economici e da inclinazioni di tipo finanziario, dal momento che a tutti gli effetti il capitalismo è il modello di riferimento delle società moderne. Ma da qui a issarlo come totem da idolatrare quotidianamente e come termine di paragone per moltissimi ambiti legati al quotidiano, sarebbe una forzatura non solo fuorviante, ma pericolosamente controproducente. Il risultato, che a tratti purtroppo affiora, è il drammatico regresso del fattore umano. Della mente, dei pensieri, delle idee, delle proposte. L’azienda che Magris avverte nelle università e negli ospedali è realmente un freno? Sì, quando ha la presunzione di ridurre il malato al prossimo numero da analizzare, o quando intende lo studente solo come la successiva matricola a cui affibbiare debiti o assegnare crediti. Tutti legati in una sorta di spirito da caserma che dà la sgradevole sensazione di neuroni congelati, messi lì in un angolo, pronti ad obbedire alla direttiva dell’azienda. Certi che la procedura è stata attentamente vagliata da qualche dirigente ed approvata in via definitiva dal consiglio di amministrazione.
Come in una vecchia puntata di X-Files, dove alcuni esseri umani erano stati “parcheggiati” in agghiaccianti loculi verticali, in attesa della propria sorte. Vale allora la pena provare ad allontanarsi da schemi economicamente ingessati, che tendono a fare dello Stato una sorta di compagnia privata. Dove c’è un piano alto con dirigenti seduti al tavolo del cda e una stuola di operai più in basso a cui impartire fredde direttive di produzione. Non potranno evidentemente combaciare tali logiche aziendalistiche con il concetto di Stato, proprio a causa delle differenti ed evidenti finalità. Se l’una è nata e vive per produrre nient’altro che utili, l’altro invece ha ben altra missione. Garantire diritti, coadiuvare lo sviluppo democratico della società, investire nelle generazioni future. E da qui spalancare le finestre per uno stormo di nuovi pensieri in arrivo, inforcare lenti diverse per leggere testi mai visti prima, mescolare colori difformi per scoprire altre tonalità.
Ovvero educare. Sì, lo Stato deve anche educare, proporre modelli, attualizzarne i contenuti. Fare da padre e da madre. Lo Stato è per i cittadini come un genitore per i propri figli. E a nessun padre verrebbe mai in mente di far pagare al proprio figlio il latte della prima colazione. E poi lo Stato non chiude, non licenzia, non mette in cassa integrazione, non delocalizza, non impone il doppio turno a causa del personale ridotto. Solo intendendo la patria come un’aria avvolgente e coinvolgente, indispensabile alla sopravvivenza, si può scavare nei reali motivi che uniscono un popolo. Ed essere presi dall’emozione di un risultato storico, accorpati dal meraviglioso desiderio di unità, come accaduto centocinquantuno anni fa.
«In ogni cosa - diceva Bertrand Russell - è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato». Ad esempio: come si è giunti al quadro democratico attuale? Sulla base di quali e quanti sforzi ci si proclama società civilizzata e moderna? E ancora: cosa si intende oggi per Stato? Un agglomerato di esperienze e di persone che convivono insieme, per le quali vale la pena sacrificare vite umane? O, come qualcuno ha postulato, un’entità politica accostabile al concetto di azienda, con le relative e conseguenti implicazioni?
Secondo Claudio Magris la crisi globale è figlia di un aziendalismo universale che danneggia l’economia, implicando una riduzione della visione del mondo e comprimendo gli spazi per la programmazione futura. Ma è l’economia, essa stessa causa di una sorta di mercatismo diffuso, che livella una serie infinita di ambiti veicolandoli esclusivamente sul piano finanziario. Poiché, sostiene lo scrittore e germanista triestino, tutto diventa azienda: l’ospedale, l’ateneo. E tutti diventano clienti, gli ammalati e gli studenti con i loro crediti. Lecito interrogarsi: dove conduce tale visione, se non a considerare la vita un elemento opzionale?
Certo, viviamo in un’epoca nella quale gli indicatori economici hanno riflessi notevoli e innegabili in una miriade di applicazioni e di concretizzazioni. Ma sarebbe quantomeno riduttivo insistere in una sorta di economicismo dell’universo a priori, dal momento che si finirebbe per ignorare chi quelle leve dell’economia muove, chi quelle fabbriche che generano utili fa produrre a pieno regime.
Insomma quell’elemento vivente e cogitante che viene prima del dato economico, semplicemente perché ne è la diretta causa e, per alcuni versi, anche l’effetto. E perché ad esso sopravviverà: l’uomo. Con i suoi difetti, le sue abitudini, le sue imprevedibili condotte. Il ragionamento “pro stato non azienda” di Magris può rappresentare un’interessante occasione per riflettere a mente libera sul tentativo attuato in questi anni di aziendalizzare lo Stato, anche perché no con lo sguardo rivolto alle celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia. E per smontare concezioni troppo spesso globalistiche che, forse per fretta universalizzante, forse – ed è ben più grave - per certa pigrizia analitica, vengono ottusamente proposte come medicina per ogni più banale mal di testa sociale.
Apparirebbe evidentemente da sciocchi insistere nel proporre una società totalmente e anacronisticamente sganciata da valori economici e da inclinazioni di tipo finanziario, dal momento che a tutti gli effetti il capitalismo è il modello di riferimento delle società moderne. Ma da qui a issarlo come totem da idolatrare quotidianamente e come termine di paragone per moltissimi ambiti legati al quotidiano, sarebbe una forzatura non solo fuorviante, ma pericolosamente controproducente. Il risultato, che a tratti purtroppo affiora, è il drammatico regresso del fattore umano. Della mente, dei pensieri, delle idee, delle proposte. L’azienda che Magris avverte nelle università e negli ospedali è realmente un freno? Sì, quando ha la presunzione di ridurre il malato al prossimo numero da analizzare, o quando intende lo studente solo come la successiva matricola a cui affibbiare debiti o assegnare crediti. Tutti legati in una sorta di spirito da caserma che dà la sgradevole sensazione di neuroni congelati, messi lì in un angolo, pronti ad obbedire alla direttiva dell’azienda. Certi che la procedura è stata attentamente vagliata da qualche dirigente ed approvata in via definitiva dal consiglio di amministrazione.
Come in una vecchia puntata di X-Files, dove alcuni esseri umani erano stati “parcheggiati” in agghiaccianti loculi verticali, in attesa della propria sorte. Vale allora la pena provare ad allontanarsi da schemi economicamente ingessati, che tendono a fare dello Stato una sorta di compagnia privata. Dove c’è un piano alto con dirigenti seduti al tavolo del cda e una stuola di operai più in basso a cui impartire fredde direttive di produzione. Non potranno evidentemente combaciare tali logiche aziendalistiche con il concetto di Stato, proprio a causa delle differenti ed evidenti finalità. Se l’una è nata e vive per produrre nient’altro che utili, l’altro invece ha ben altra missione. Garantire diritti, coadiuvare lo sviluppo democratico della società, investire nelle generazioni future. E da qui spalancare le finestre per uno stormo di nuovi pensieri in arrivo, inforcare lenti diverse per leggere testi mai visti prima, mescolare colori difformi per scoprire altre tonalità.
Ovvero educare. Sì, lo Stato deve anche educare, proporre modelli, attualizzarne i contenuti. Fare da padre e da madre. Lo Stato è per i cittadini come un genitore per i propri figli. E a nessun padre verrebbe mai in mente di far pagare al proprio figlio il latte della prima colazione. E poi lo Stato non chiude, non licenzia, non mette in cassa integrazione, non delocalizza, non impone il doppio turno a causa del personale ridotto. Solo intendendo la patria come un’aria avvolgente e coinvolgente, indispensabile alla sopravvivenza, si può scavare nei reali motivi che uniscono un popolo. Ed essere presi dall’emozione di un risultato storico, accorpati dal meraviglioso desiderio di unità, come accaduto centocinquantuno anni fa.
mercoledì 20 gennaio 2010
Lo Stato chieda scusa ai morti d'amianto

Da Ffwebmagazine del 20/01/10
«Se ne andavano alla vita come allora si usava di certo, senza alibi e senza paura a lavorare senza un difetto. Se ne andavano alla vita come giovani assonnati al mattino, con due sigarette in bocca da fumare contro il destino». Inizia così la canzone Cooperativa Vapordotti di Marco Chiavistelli, scritta per le vittime dell’amianto in una piccola realtà industriale dell’Alta Val di Cecina, decimata dalle morti invisibili. Scritta per combattere un nemico senza colore né forma che, sotterraneo, si è insinuato nelle vite di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Inutile abbozzare numeri e dati, purtroppo destinati a moltiplicarsi vertiginosamente, in alcuni casi beffati anche da una giustizia lenta e a volte cieca. Questa è la storia di un popolo di dimenticati, gente che non solo ha trascorso anni interi in ambienti di lavoro difficili e complessi. Ma che non ha ricevuto ciò che, prima di ogni altra cosa, qualsiasi persona merita: il rispetto per l’essere umano.
Ma chi è e come si muove questo killer silenzioso? La prima presa di coscienza in Italia risale agli anni trenta con alcuni studi condotti da Vigliani. Ma il suo utilizzo, a seguito di produzione e lavorazione, venne incentivato al termine del secondo conflitto mondiale. Ricerche epidemiologiche, indagini su patologie aggressive e decessi inspiegabili non furono sufficienti a fermare una macchina che era già stata avviata. E allora operai delle fabbriche, marittimi, personale in navigazione aerea, ferrotranvieri: tutti soggetti a rischio-amianto. Come gli operai della Fibronit di Bari morti negli ultimi trent’anni, assieme a molti familiari e a cittadini la cui unica colpa era di risiedere nei pressi di quella fabbrica. Prima che fosse chiusa e bonificata. O i lavoratori di quella che era definita la Stalingrado d’Italia, gli otto stabilimenti di Sesto San Giovanni, che nel 1994 contavano circa 42mila unità su una popolazione di 90mila abitanti. O come la storia di Calogero, esposto per quindici anni sino al 1999 perché in servizio alla Priolo-Augusta-Melilli di Siracusa, detta anche il triangolo della morte, dove tutto era in fibra di amianto, e nessuno, neanche chi era preposto alla vigilanza ed alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori, si era premurato di allertarli. E ancora come gli anni trascorsi da Fabio Berti nella cooperativa di Larderello, a cui quella canzone si è ispirata, sostanzialmente estinta per malattie asbesto correlate, dopo aver realizzato negli anni ’60 e ’70 lavori di coibentazione con amianto per conto di una grande industria elettrochimica.
Esempi che potrebbero essere seguiti da molti altri, per i quali in Italia si è creato un vuoto. Un vero e proprio buco di applicazione della legge. Lecito chiedersi: ma non vale anche per loro il dettato dell’articolo 32 della Costituzione? Quello secondo cui «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»? O la prescrizione dell’articolo 41, quando dice che la stessa iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”? O la direttiva dell’articolo 2087 del codice civile quando sostiene che le precauzioni del datore di lavoro «sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro»?
Le procedure per i riconoscimenti sanitari e per gli indennizzi sono state avviate, assieme a numerosi ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per una serie di cause con diritti negati, descritti nelle pagine de Lo Stato dimentica l’amianto killer da Ezio Bonanni. Ma al di là degli aspetti puramente burocratici, che non faranno certamente tornare in vita le vittime, urge evitare che altre morti si verifichino, che altri figli restino orfani, che altri lavoratori paghino per colpe non avute, che altre leggi non vengano rispettate. Il tutto nella consapevolezza che in uno stato di diritto che si proclami tale non si può tollerare la disuguaglianza che i lavoratori dell’amianto italiani hanno sino ad oggi patito. Basta poco per fare tanto, sarebbe sufficiente che lo Stato si alzasse e, dall’alto di quel lambone da dove si pontificava e si recitavano passate omelie, chiedesse scusa. Scusa per quei lavoratori che se ne andavano «in cooperativa mentre il fischio risuona lontano, ce ne andiamo senza fatica e ogni ragazzo si tenga per mano». Così le ultime note de La Cooperativa Vapordotti, la canzone dei dimenticati.
domenica 17 gennaio 2010
MIGRAZIONI E MINORI: PIU'CHE UN PROBLEMA, UNA RISORSA
Da Ffwebmagazine del 17/01/10
Di chi è il futuro se non di coloro che avranno la possibilità di vederlo con i propri occhi? E di chi, se non dei bambini che più di altri hanno dinanzi a loro una lunga strada di vita? Non sbagliava Mary Ann Hataway, navigatrice inglese, quando predicava: «Fa sì che ogni giorno si rivesta di speranza, perché le ombre del passato non offuschino la luce del futuro».
Il minore come speranza concreta per quel futuro: è il messaggio della giornata mondiale delle migrazioni 2010, che pone l’accento sul doppio diritto dei più piccoli. Quello di vivere in prima persona il proprio domani e quello di guardare a esso con fiducia e con speranza. Due prerogative che nei paesi democraticamente sviluppati potrebbe sembrare quasi superfluo rammentare, ma che invece sono diventate di primaria importanza, dal momento che non tutti ne possono godere. Anzi.
Numerosi sono stati negli anni i passi in avanti e i riconoscimenti ufficiali, come la convenzione Onu sui Diritti del fanciullo, resa esecutiva in Italia con una legge del 1992. Senza contare il grande lavoro dell’Unicef o delle altre realtà del terzo settore, come Save the children. O il contributo legislativo del testo Unico 286/98 sull’immigrazione, il “Diritto all’Unità Familiare e tutela dei minori”. Ma non è sufficiente. Occorre fare di più, per garantire diritti e per estirpare pregiudizi e sguardi sospetti. Per far integrare chi arriva in cerca di un sorriso, e per ufficializzare chi in questo paese si sente a casa, avendo magari completato qui un ciclo di studi, in virtù di quello ius soli già felicemente applicato in altre realtà europee come Germania e Gran Bretagna.
I numeri registrati nell’ultimo biennio sono assolutamente indicativi e meritano di essere analizzati per quello che sono, senza sottovalutazioni figlie di svarioni socio-culturali. I minori stranieri in Italia sono in progressivo aumento: nel 2008 si è superata la quota centomila, di cui il 40% giunti qui in virtù del ricongiungimento familiare; 72mila nati in Italia da genitori stranieri. Il dato generale schizza sino a più di 800mila unità se sommato ai figli di coppie miste e ai richiedenti asilo, agli adottivi, ai minori non accompagnati. Si tratta di una sorta di “esercito” di piccoli stranieri che potrebbero rappresentare una ricchezza demografica, sempre che la società e la politica ne facilitino intelligentemente l’inserimento. Per un paese, il nostro, come ha riflettuto il direttore generale di Caritas-Migrantes, monsignor Piergiorgio Saviola, che registra un rapido e verticale processo di invecchiamento, contribuendo all’abbassamento dell’età media degli stranieri, a oggi di 31 anni. Inoltre nell’anno scolastico 2008/2009 gli alunni stranieri hanno superato quota 600mila: si tratta del 7% della popolazione scolastica totale, altro elemento molto indicativo.
«Questi ragazzi - ha proseguito Saviola - non solo si trovano a raffrontarsi con le difficoltà tipiche dell’età adolescenziale, ma anche con quelle legate al loro status di migranti o rifugiati». Problematiche che hanno un nome e un cognome, ovvero: scarna socializzazione di alcuni di loro e anche delle famiglie di appartenenza; ristrette opportunità economiche per cultura, sport e svaghi; eventuale immissione precoce nel mondo lavorativo, a volte anche sommerso; incertezza dell’evoluzione migratoria del nucleo familiare; eventuale clima ostile nei riguardi dell’immigrato.
Quando si delinea l’equazione “minori = ricchezza” si intende esattamente questo: essi possono diventare veri e propri mediatori culturali per le proprie famiglie di appartenenza, data la loro età. E con il loro atteggiamento sostenere non poco quella logica di condivisione, che ha il suo avvio nello smussare pregiudizi e diffidenze. Tale doppia appartenenza, culturale e linguistica, può tramutarsi in una vera occasione di inserimento, contribuendo a rafforzare quella società dell’accoglienza e dell’integrazione che si deve, per forza di cose, autoalimentare nel tempo e nelle menti, al fine di nutrire i propri ingranaggi con gli ingredienti del buon senso e della solidarietà.
E allora vale la pena di ricordare le parole pronunciate da Haile Selassie I, sovrano etiope, in un discorso alle Nazioni Unite nel 1963: «Finchè il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi; finchè i diritti umani fondamentali non saranno egualmente garantiti a tutti; fino a quel giorno il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita».
Di chi è il futuro se non di coloro che avranno la possibilità di vederlo con i propri occhi? E di chi, se non dei bambini che più di altri hanno dinanzi a loro una lunga strada di vita? Non sbagliava Mary Ann Hataway, navigatrice inglese, quando predicava: «Fa sì che ogni giorno si rivesta di speranza, perché le ombre del passato non offuschino la luce del futuro».
Il minore come speranza concreta per quel futuro: è il messaggio della giornata mondiale delle migrazioni 2010, che pone l’accento sul doppio diritto dei più piccoli. Quello di vivere in prima persona il proprio domani e quello di guardare a esso con fiducia e con speranza. Due prerogative che nei paesi democraticamente sviluppati potrebbe sembrare quasi superfluo rammentare, ma che invece sono diventate di primaria importanza, dal momento che non tutti ne possono godere. Anzi.
Numerosi sono stati negli anni i passi in avanti e i riconoscimenti ufficiali, come la convenzione Onu sui Diritti del fanciullo, resa esecutiva in Italia con una legge del 1992. Senza contare il grande lavoro dell’Unicef o delle altre realtà del terzo settore, come Save the children. O il contributo legislativo del testo Unico 286/98 sull’immigrazione, il “Diritto all’Unità Familiare e tutela dei minori”. Ma non è sufficiente. Occorre fare di più, per garantire diritti e per estirpare pregiudizi e sguardi sospetti. Per far integrare chi arriva in cerca di un sorriso, e per ufficializzare chi in questo paese si sente a casa, avendo magari completato qui un ciclo di studi, in virtù di quello ius soli già felicemente applicato in altre realtà europee come Germania e Gran Bretagna.
I numeri registrati nell’ultimo biennio sono assolutamente indicativi e meritano di essere analizzati per quello che sono, senza sottovalutazioni figlie di svarioni socio-culturali. I minori stranieri in Italia sono in progressivo aumento: nel 2008 si è superata la quota centomila, di cui il 40% giunti qui in virtù del ricongiungimento familiare; 72mila nati in Italia da genitori stranieri. Il dato generale schizza sino a più di 800mila unità se sommato ai figli di coppie miste e ai richiedenti asilo, agli adottivi, ai minori non accompagnati. Si tratta di una sorta di “esercito” di piccoli stranieri che potrebbero rappresentare una ricchezza demografica, sempre che la società e la politica ne facilitino intelligentemente l’inserimento. Per un paese, il nostro, come ha riflettuto il direttore generale di Caritas-Migrantes, monsignor Piergiorgio Saviola, che registra un rapido e verticale processo di invecchiamento, contribuendo all’abbassamento dell’età media degli stranieri, a oggi di 31 anni. Inoltre nell’anno scolastico 2008/2009 gli alunni stranieri hanno superato quota 600mila: si tratta del 7% della popolazione scolastica totale, altro elemento molto indicativo.
«Questi ragazzi - ha proseguito Saviola - non solo si trovano a raffrontarsi con le difficoltà tipiche dell’età adolescenziale, ma anche con quelle legate al loro status di migranti o rifugiati». Problematiche che hanno un nome e un cognome, ovvero: scarna socializzazione di alcuni di loro e anche delle famiglie di appartenenza; ristrette opportunità economiche per cultura, sport e svaghi; eventuale immissione precoce nel mondo lavorativo, a volte anche sommerso; incertezza dell’evoluzione migratoria del nucleo familiare; eventuale clima ostile nei riguardi dell’immigrato.
Quando si delinea l’equazione “minori = ricchezza” si intende esattamente questo: essi possono diventare veri e propri mediatori culturali per le proprie famiglie di appartenenza, data la loro età. E con il loro atteggiamento sostenere non poco quella logica di condivisione, che ha il suo avvio nello smussare pregiudizi e diffidenze. Tale doppia appartenenza, culturale e linguistica, può tramutarsi in una vera occasione di inserimento, contribuendo a rafforzare quella società dell’accoglienza e dell’integrazione che si deve, per forza di cose, autoalimentare nel tempo e nelle menti, al fine di nutrire i propri ingranaggi con gli ingredienti del buon senso e della solidarietà.
E allora vale la pena di ricordare le parole pronunciate da Haile Selassie I, sovrano etiope, in un discorso alle Nazioni Unite nel 1963: «Finchè il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi; finchè i diritti umani fondamentali non saranno egualmente garantiti a tutti; fino a quel giorno il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita».
E SE GLI STADI FOSSERO ECOLOGICI E CULTURALI?
Da Ffwebmagazine dell'11/01/10
Come sfruttare l’occasione di un’imminente trasformazione edilizia per ottenere un contributo all’evoluzione sociale della popolazione? Incentivando una percezione nuova e mai approcciata prima, quanto a convergenze tra stimoli ed eventi sino a ieri lontanissimi?È proprio il caso di dire che l’assist, questa volta, potrebbe venire dal mondo dello sport, precisamente dalla Federcalcio, che entro un mese dovrà valutare se candidare l’Italia a ospitare gli Europei del 2016. E per farlo, sarà costretta ad allegare al proprio dossier un curriculum più che convincente. Dove non conteranno titoli vinti e risultati raggiunti, ma attrazione positiva in termini di strutture.A questo punto perché non puntare a una doppia operazione, che utilizzi il calcio come grimaldello culturale? Ovvero stadi che abbiano l’opportunità di incarnare uno spirito diverso da quello adottato sino ad oggi, uno spirito per cui il luogo dedito allo sport potrebbe mutarsi in un contenitore ampio e policulturale, che vada al di là della gara in sé. E consentendo al fruitore, o al gruppo di fruitori, di godere anche di altro. Pensando, ad esempio, a un museo all’interno dello stadio, e non solo strettamente dedicato alla squadra in questione, ma con stimolanti varianti tematiche come mostre itineranti, per rendere quello stadio e quella pista di atletica un punto di riferimento innovativo. Si immagini quanti sportivi potrebbero essere avvicinati ad esempio all’arte, con eventi mirati pre o post partita, o anche durante l’intera settimana, e di contro quanti cittadini “asportvi” potrebbero essere incentivati a guardare una partita dal vivo. Con al seguito numerose e interessanti variabili, come percorsi di fair play per i più piccoli, o lezioni di tecnica e sistemi di gioco anche per i non addetti ai lavori. Il tutto all’insegna della commistione totale. Un pertugio nella stretta cruna dei singoli e differenti modelli socio-culturali, per sperimentare un modo nuovo e propositivo di accrescere l’offerta. E con un occhio di riguardo all’eco sostenibilità, come l’assoluta indipendenza energetica dello stadio grazie a pannelli fotovoltaici. Un altro segnale di progresso sociale e industriale, con un preciso segnale rivolto a chi ancora crede che ratificare protocolli ambientali sia un’utopia.E allora no a cattedrali nel deserto, sì a eco impianti sportivi, polifunzionali e a vocazione sociale, per modernizzare il paese e colmare una volta per tutte il gap con il resto d’Europa. È l’intento della legge per la costruzione di nuovi stadi che, se approvata in tempi brevi, consentirebbe non solo di innovare le strutture sportive esistenti o di erigerne di nuove, ma di candidare l’Italia agli Europei di calcio del 2016. Si tratta di un’operazione da circa sei miliardi di euro, che ha registrato il “sì” bipartisan della commissione cultura del Senato. Il ddl in questione prevede che si proceda entro un mese, in modo che le società di calcio ottengano le concessioni per realizzare nuovi impianti che siano rigorosamente multifunzionali, quindi stadi con residenze o uffici, ma anche con servizi che vadano al di là del singolo evento sportivo, come ristoranti, teatri, in modo da coinvolgere una consistente fetta della popolazione. Producendo oltretutto occupazione e altri “ritorni” positivi. Una mossa strategica, in tempi di stallo commerciale, che avrebbe anche una valenza economica non indifferente. Legambiente si è detta preoccupata per un intervento che considera alla stregua di una speculazione edilizia. Stiano tranquilli gli amici ecologisti, dal momento che nel ddl è previsto espressamente che vengano rispettati i vincoli paesaggistici, grazie alla convergenza del ministro della cultura Bondi con il sottosegretario allo sport Crimi. In un colpo solo, quindi, si potrebbero modernizzare gli stadi italiani evitando di costruire enormi strutture circondate dal nulla, preferendo invece armonizzare il nuovo con il territorio in questione, e grazie ad una mente architettonica finalmente sganciata da canoni precostituiti, ma a vocazione universale. Nuovi stadi non solo per risultare in linea con la media europea, ma non commettendo gli errori del passato, come dimostrano alcuni bellissimi impianti edificati ad Atene in occasione delle Olimpiadi del 2004 e a oggi tristemente inutilizzati e privi di manutenzione, con una dispersione di capitale economico e sociale. Che si vada avanti rapidamente, quindi, per non perdere una ghiotta occasione di sviluppo e occasioni concrete. Ma che lo si faccia con strumenti innovativi, recuperando lo svantaggio italiano non solo dal punto di vista logistico ma anche culturale. Magari sull’esempio del modus operandi applicato a Londra per le prossime Olimpiadi: una volta terminati i giochi, gli impianti verranno smontati e venduti al Brasile per le Olimpiadi del 2016. Un paradigma non da copiare in toto in nome di un’emulazione astratta, ma da metabolizzare per uscire definitivamente da quel vecchiume di proposte e di strumenti che rappresentano una pesantissima zavorra allo sviluppo del paese.
Come sfruttare l’occasione di un’imminente trasformazione edilizia per ottenere un contributo all’evoluzione sociale della popolazione? Incentivando una percezione nuova e mai approcciata prima, quanto a convergenze tra stimoli ed eventi sino a ieri lontanissimi?È proprio il caso di dire che l’assist, questa volta, potrebbe venire dal mondo dello sport, precisamente dalla Federcalcio, che entro un mese dovrà valutare se candidare l’Italia a ospitare gli Europei del 2016. E per farlo, sarà costretta ad allegare al proprio dossier un curriculum più che convincente. Dove non conteranno titoli vinti e risultati raggiunti, ma attrazione positiva in termini di strutture.A questo punto perché non puntare a una doppia operazione, che utilizzi il calcio come grimaldello culturale? Ovvero stadi che abbiano l’opportunità di incarnare uno spirito diverso da quello adottato sino ad oggi, uno spirito per cui il luogo dedito allo sport potrebbe mutarsi in un contenitore ampio e policulturale, che vada al di là della gara in sé. E consentendo al fruitore, o al gruppo di fruitori, di godere anche di altro. Pensando, ad esempio, a un museo all’interno dello stadio, e non solo strettamente dedicato alla squadra in questione, ma con stimolanti varianti tematiche come mostre itineranti, per rendere quello stadio e quella pista di atletica un punto di riferimento innovativo. Si immagini quanti sportivi potrebbero essere avvicinati ad esempio all’arte, con eventi mirati pre o post partita, o anche durante l’intera settimana, e di contro quanti cittadini “asportvi” potrebbero essere incentivati a guardare una partita dal vivo. Con al seguito numerose e interessanti variabili, come percorsi di fair play per i più piccoli, o lezioni di tecnica e sistemi di gioco anche per i non addetti ai lavori. Il tutto all’insegna della commistione totale. Un pertugio nella stretta cruna dei singoli e differenti modelli socio-culturali, per sperimentare un modo nuovo e propositivo di accrescere l’offerta. E con un occhio di riguardo all’eco sostenibilità, come l’assoluta indipendenza energetica dello stadio grazie a pannelli fotovoltaici. Un altro segnale di progresso sociale e industriale, con un preciso segnale rivolto a chi ancora crede che ratificare protocolli ambientali sia un’utopia.E allora no a cattedrali nel deserto, sì a eco impianti sportivi, polifunzionali e a vocazione sociale, per modernizzare il paese e colmare una volta per tutte il gap con il resto d’Europa. È l’intento della legge per la costruzione di nuovi stadi che, se approvata in tempi brevi, consentirebbe non solo di innovare le strutture sportive esistenti o di erigerne di nuove, ma di candidare l’Italia agli Europei di calcio del 2016. Si tratta di un’operazione da circa sei miliardi di euro, che ha registrato il “sì” bipartisan della commissione cultura del Senato. Il ddl in questione prevede che si proceda entro un mese, in modo che le società di calcio ottengano le concessioni per realizzare nuovi impianti che siano rigorosamente multifunzionali, quindi stadi con residenze o uffici, ma anche con servizi che vadano al di là del singolo evento sportivo, come ristoranti, teatri, in modo da coinvolgere una consistente fetta della popolazione. Producendo oltretutto occupazione e altri “ritorni” positivi. Una mossa strategica, in tempi di stallo commerciale, che avrebbe anche una valenza economica non indifferente. Legambiente si è detta preoccupata per un intervento che considera alla stregua di una speculazione edilizia. Stiano tranquilli gli amici ecologisti, dal momento che nel ddl è previsto espressamente che vengano rispettati i vincoli paesaggistici, grazie alla convergenza del ministro della cultura Bondi con il sottosegretario allo sport Crimi. In un colpo solo, quindi, si potrebbero modernizzare gli stadi italiani evitando di costruire enormi strutture circondate dal nulla, preferendo invece armonizzare il nuovo con il territorio in questione, e grazie ad una mente architettonica finalmente sganciata da canoni precostituiti, ma a vocazione universale. Nuovi stadi non solo per risultare in linea con la media europea, ma non commettendo gli errori del passato, come dimostrano alcuni bellissimi impianti edificati ad Atene in occasione delle Olimpiadi del 2004 e a oggi tristemente inutilizzati e privi di manutenzione, con una dispersione di capitale economico e sociale. Che si vada avanti rapidamente, quindi, per non perdere una ghiotta occasione di sviluppo e occasioni concrete. Ma che lo si faccia con strumenti innovativi, recuperando lo svantaggio italiano non solo dal punto di vista logistico ma anche culturale. Magari sull’esempio del modus operandi applicato a Londra per le prossime Olimpiadi: una volta terminati i giochi, gli impianti verranno smontati e venduti al Brasile per le Olimpiadi del 2016. Un paradigma non da copiare in toto in nome di un’emulazione astratta, ma da metabolizzare per uscire definitivamente da quel vecchiume di proposte e di strumenti che rappresentano una pesantissima zavorra allo sviluppo del paese.
giovedì 7 gennaio 2010
E`IL MOMENTO DI UNA POLITICA DI SERIE A
Da Ffwebmagazine del 04/01/10
Quale partito ragionevole e democratico sarebbe manifestamente contrario a fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero di deputati e senatori, rafforzamento parallelo dei poteri del premier e dell’assise parlamentare? Riflessioni obbligatorie che dovrebbero stimolare analisi e mea culpa per iniziare il nuovo anno con la giusta lena.
«Le riforme non possono essere bloccate dagli opposti pregiudizi. Dalla crisi può uscire un’Italia più giusta. Andiamo avanti con fiducia». Così il capo dello Stato in uno dei passaggi maggiormente significativi del messaggio di fine anno. Perché fossilizzare il dibattito riformista? Attorno a quale modello di società impegnarsi a costruire? Se socialista, liberale, aperta, chiusa, plebiscitaria o rappresentativa. A cosa servirebbero sigle e cap alla vigilia di dodici mesi carichi di difficoltà ma anche di opportunità? E ancora: non sarebbe più utile rimboccarsi le maniche seriamente e dare avvio ai lavori, con all’ordine del giorno la parola concretezza e senza perdersi dietro paraventi etimologici che non offrono nessun plus, ma possibilmente rallentano ulteriormente i passi da fare?
Gli ultimi giorni del 2009 sono stati caratterizzati da alcune analisi che hanno diagnosticato lo status quo, azzardando anche qualche pronostico. «La rivoluzione liberale si è risolta in un grande inganno. Non c’è stata perché in Italia non esistono masse liberali. Ci eravamo illusi che ci fossero». Sono le parole, amare, di Piero Melograni affidate al Corriere della Sera. Piero Ostellino invece ha sostenuto la netta distinzione fra liberalismo e assenza di regole, in quanto «lo stato sociale nelle democrazie del nord Europa è un servizio reso a uomini liberi e responsabili, come corrispettivo delle tasse che si pagano», sottolineando la doppia valenza delle libertà in quanto tali. Di contro può bastare, come ha riflettuto ottimisticamente Giuliano Urbani, aver tolto il bavaglio a quella che definisce «maggioranza silenziosa», per parlare di autentico rivolgimento storico? Evidentemente no.
Altra direzione ha imboccato Paolo Del Debbio, che ha intrecciato indissolubilmente il varo della riforma fiscale tremontiana alla rivoluzione liberale. Nessuno vieterebbe, però, di iniziare ad avviarla indipendentemente delle mosse del ministero di via XX Settembre, in virtù di un certo interventismo più marcato. Certo, la vera rivoluzione secondo Del Debbio sarebbe abbassare le tasse, che non sono state tagliate a causa del debito pubblico troppo alto. Ma quest’ultimo potrebbe essere snellito anche da una condotta più virtuosa della politica.
Visioni multilivello, che hanno affrontato il grande tema da angoli diversi, ma che se valutate intimamente e con un occhio ampio, prestano il fianco a una intuizione. Se, dopo aver stappato spumanti e scartato panettoni, le forze politiche faranno il possibile, assieme, per dare seguito a nobili intenzioni riformiste, magari partendo da una base condivisa, forse si metteranno finalmente in pratica le raccomandazioni quirinalizie. Giorgio Napolitano ha messo l’accento sullo spirito riformista, ovvero nella direzione dell’interesse generale, da cui dipende il funzionamento dello Stato. E con l’ausilio di regole certe per maggioranza e opposizione, che sostengano quell’Italia, che non è poi così divisa come appare dallo scontro politico.
Nel messaggio di fine anno il capo dello Stato ha ancora una volta rammentato che esiste un rapporto di diretta proporzionalità fra riforme economico/sociali e adeguamenti di tipo istituzionale. La seconda parte della Costituzione può essere ammodernata, ha detto, con due stelle polari: la misura e l’intesa. E poi recuperando tre valori troppo spesso ignorati : rispetto per la comunità, sobrietà nello stile di vita, rifiuto della violenza. Quel che è certo, è che da gennaio si riprenderà dalla cosiddetta bozza Violante, con un calendario ipotizzabile che parta a giorni già in commissione Affari costituzionali e che prosegua a cavallo delle consultazioni regionali.
Inutile e dannoso sostenere, come hanno fatto alcuni, la distinzione tra la condivisione sulla natura e sulla sostanza di riforme istituzionali, e la condivisione sulla necessità delle stesse. E allora vale la pena di caldeggiare la proposta del “doppio binario”, valutata senza foga ma con raziocinio, ovvero avviando le riforme condivise in un ramo del Parlamento, al fine di approvarle entro un anno con una maggioranza superiore ai due terzi. E lasciando all’altro ramo l’avvio di ciò che non è condiviso, come ad esempio le norme costituzionali sulla giustizia.
Se il 2010 sarà effettivamente l’anno delle riforme, dipenderà anche dalla risolutezza con cui la politica, quella di serie A, che non convive con il fiato corto, deciderà di procedere. Anche per far sì, usando le parole di Piero Ostellino in un editoriale di fine anno, che una volta per tutte si recuperi un minimo di cultura liberale che faccia «cadere definitivamente anche da noi il muro del ritardo culturale e politico».
Che si proceda, dunque, con solerzia e fiducia, sforzandosi di andare avanti scacciando sterili contrapposizioni perché, come diceva Diogene, «magari potessi farmi passare la fame solo grattandomi la pancia».
Quale partito ragionevole e democratico sarebbe manifestamente contrario a fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero di deputati e senatori, rafforzamento parallelo dei poteri del premier e dell’assise parlamentare? Riflessioni obbligatorie che dovrebbero stimolare analisi e mea culpa per iniziare il nuovo anno con la giusta lena.
«Le riforme non possono essere bloccate dagli opposti pregiudizi. Dalla crisi può uscire un’Italia più giusta. Andiamo avanti con fiducia». Così il capo dello Stato in uno dei passaggi maggiormente significativi del messaggio di fine anno. Perché fossilizzare il dibattito riformista? Attorno a quale modello di società impegnarsi a costruire? Se socialista, liberale, aperta, chiusa, plebiscitaria o rappresentativa. A cosa servirebbero sigle e cap alla vigilia di dodici mesi carichi di difficoltà ma anche di opportunità? E ancora: non sarebbe più utile rimboccarsi le maniche seriamente e dare avvio ai lavori, con all’ordine del giorno la parola concretezza e senza perdersi dietro paraventi etimologici che non offrono nessun plus, ma possibilmente rallentano ulteriormente i passi da fare?
Gli ultimi giorni del 2009 sono stati caratterizzati da alcune analisi che hanno diagnosticato lo status quo, azzardando anche qualche pronostico. «La rivoluzione liberale si è risolta in un grande inganno. Non c’è stata perché in Italia non esistono masse liberali. Ci eravamo illusi che ci fossero». Sono le parole, amare, di Piero Melograni affidate al Corriere della Sera. Piero Ostellino invece ha sostenuto la netta distinzione fra liberalismo e assenza di regole, in quanto «lo stato sociale nelle democrazie del nord Europa è un servizio reso a uomini liberi e responsabili, come corrispettivo delle tasse che si pagano», sottolineando la doppia valenza delle libertà in quanto tali. Di contro può bastare, come ha riflettuto ottimisticamente Giuliano Urbani, aver tolto il bavaglio a quella che definisce «maggioranza silenziosa», per parlare di autentico rivolgimento storico? Evidentemente no.
Altra direzione ha imboccato Paolo Del Debbio, che ha intrecciato indissolubilmente il varo della riforma fiscale tremontiana alla rivoluzione liberale. Nessuno vieterebbe, però, di iniziare ad avviarla indipendentemente delle mosse del ministero di via XX Settembre, in virtù di un certo interventismo più marcato. Certo, la vera rivoluzione secondo Del Debbio sarebbe abbassare le tasse, che non sono state tagliate a causa del debito pubblico troppo alto. Ma quest’ultimo potrebbe essere snellito anche da una condotta più virtuosa della politica.
Visioni multilivello, che hanno affrontato il grande tema da angoli diversi, ma che se valutate intimamente e con un occhio ampio, prestano il fianco a una intuizione. Se, dopo aver stappato spumanti e scartato panettoni, le forze politiche faranno il possibile, assieme, per dare seguito a nobili intenzioni riformiste, magari partendo da una base condivisa, forse si metteranno finalmente in pratica le raccomandazioni quirinalizie. Giorgio Napolitano ha messo l’accento sullo spirito riformista, ovvero nella direzione dell’interesse generale, da cui dipende il funzionamento dello Stato. E con l’ausilio di regole certe per maggioranza e opposizione, che sostengano quell’Italia, che non è poi così divisa come appare dallo scontro politico.
Nel messaggio di fine anno il capo dello Stato ha ancora una volta rammentato che esiste un rapporto di diretta proporzionalità fra riforme economico/sociali e adeguamenti di tipo istituzionale. La seconda parte della Costituzione può essere ammodernata, ha detto, con due stelle polari: la misura e l’intesa. E poi recuperando tre valori troppo spesso ignorati : rispetto per la comunità, sobrietà nello stile di vita, rifiuto della violenza. Quel che è certo, è che da gennaio si riprenderà dalla cosiddetta bozza Violante, con un calendario ipotizzabile che parta a giorni già in commissione Affari costituzionali e che prosegua a cavallo delle consultazioni regionali.
Inutile e dannoso sostenere, come hanno fatto alcuni, la distinzione tra la condivisione sulla natura e sulla sostanza di riforme istituzionali, e la condivisione sulla necessità delle stesse. E allora vale la pena di caldeggiare la proposta del “doppio binario”, valutata senza foga ma con raziocinio, ovvero avviando le riforme condivise in un ramo del Parlamento, al fine di approvarle entro un anno con una maggioranza superiore ai due terzi. E lasciando all’altro ramo l’avvio di ciò che non è condiviso, come ad esempio le norme costituzionali sulla giustizia.
Se il 2010 sarà effettivamente l’anno delle riforme, dipenderà anche dalla risolutezza con cui la politica, quella di serie A, che non convive con il fiato corto, deciderà di procedere. Anche per far sì, usando le parole di Piero Ostellino in un editoriale di fine anno, che una volta per tutte si recuperi un minimo di cultura liberale che faccia «cadere definitivamente anche da noi il muro del ritardo culturale e politico».
Che si proceda, dunque, con solerzia e fiducia, sforzandosi di andare avanti scacciando sterili contrapposizioni perché, come diceva Diogene, «magari potessi farmi passare la fame solo grattandomi la pancia».
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