mercoledì 24 giugno 2009

IL PATRIMONIO DI TUTTI E L`EGOISMO DI QUALCUNO



Da Ffwebmagazine del 24/06/09

No, non è solo una questione di ciò che è mio e ciò che è tuo, di cosa sia meglio o peggio per un singolo paese. No, non c’è in questa storia chi ha torto o chi ha ragione per un proprio tornaconto personale. C’è un patrimonio immenso che appartiene alla civiltà del mondo, a quella alcova filosofica, antropologica che ha dato i natali alla civiltà, a quel meraviglioso universo di pensatori da cui parte dell’Italia, la Magna Grecia, ha tratto origini e a cui tutto il mondo si è ispirato. Parliamo non di un semplice punto fisso nella storia, ma del suo inizio.

«Restituire i marmi del Partenone innescherebbe un pericoloso precedente», oppure «i grandi musei verrebbero progressivamente svuotati», e ancora «ve li prestiamo solo se riconoscerete che alla fine sono nostri». Beh, questa è proprio bella. Sono alcune delle affascinanti ma al contempo grottesche tesi avanzate dal British Museum che, in occasione dell’inaugurazione del nuovo futuristico museo dell’Acropoli di Atene, si oppone alla resa dei marmi di Elgin, imponenti pezzi di fregio, timpano e metope che circa duecento anni fa furono brutalmente asportati dal Partenone e “indirizzati” oltremanica, per impreziosire l’abitazione scozzese di Lord Elgin. A oggi sono ancora custoditi dal museo londinese, che si ostina in un atteggiamento di chiusura totale. Ha senso pensare a un tesoro architettonico e storico frammentato? Ha senso immaginare quel tesoro e quella storia, l’alfa della civiltà mediterranea, in uno stato di incertezza permanente, civiltà della quale taluni interpreti sembrano non tener conto la portata e la grandiosità?

Quella che è stata definita la culla della civiltà, quell’Ellade innovatrice nella filosofia, nella medicina, nella scienza, nella guerra, quel mondo che insomma ha rappresentato il “pan”, non e`accettabile che subisca una mancanza di rispetto tanto evidente. Da un popolo e da istituzioni, che tra l’altro non devono certamente imparare nulla in quanto a correttezza e a fair play. Correttezza e fair play che invece ha mostrato in abbondanza il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: in occasione di una sua visita proprio al Museo dell’Acropoli, ha restituito il piede di Artemide, un frammento di un fregio, che fino a quel momento era stato conservato a Palermo nel Museo Salinas. Identico gesto è stato avanzato dai Musei Vaticani e dal Museo di Heidelberg. Ma il British no, da quell’orecchio proprio non ci sente. Chi prosegue in questa stucchevole e egoistica querelle mostra scarsa considerazione per la storia e per il suo significato.

Oggi quei marmi dovrebbero troneggiare di diritto nel nuovo museo di Atene, come recitano i cartelli di protesta affissi ai piedi dell’Acropoli, "Niente più scuse", rivolti al primo ministro inglese. E non perché sia necessario schierarsi a favore del governo greco o britannico, no, non va tutto risolto in una gretta contrapposizione tra due fazioni distinte e in competizione. La vicenda dei marmi non avrà uno stato vincitore e uno stato vinto. Semplicemente, se non verrà fatta la cosa giusta saremo tutti perdenti.

RINFORZARE IL CONCETTO DI CITTADINANZA

Da Ffwebmagazine del 24/06/09

“Siamo una societa`debole”. La diagnosi, secca e pacata, come e`il suo stile, e`firmata da Gianni Bisiach, classe 1927, giornalista di lungo corso, scrittore, autore televisivo, conduttore radiofonico, anche regista. Allievo di Rossellini, ha vinto numerosi premi tra cui quello mondiale per la tv a Londra nel 1963, oltre ad essere uno dei massimi esperti della dinastia Kennedy. Ha trascorso diversi anni fuori dall`Italia, ad esempio in Africa come meterorologo e documentarista.

D.Cittadinanza e concetto di nazione si apprestano a subire una differente modalita`di assimilazione e di attuazione nel nostro Paese. Siamo pronti a questa nuova sfida?
R.Dobbiamo tenere conto della storia di oltre duemila anni. Con l`impero romano, il famoso civis romanus sum, abbiamo avuto una precisa concezione della cittadinanza. In seguito per molti secoli l`Italia e`stata frammentata per motivi geografici, storici e di invasioni e solo nell`ottocento con Vittorio Emanuele, Garibaldi e Cavour, si e`ricostituito un concetto di nazione e di cittadinanza italiana. Teniamo conto pero` che con Porta Pia si e`verificata la rottura tra Vittorio Emanuele II ed il Papa, quindi tra i due Stati. Basti pensare che solo nel 1909 il Papa autorizzo`i cattolici a prendere parte alla vita politica italiana.

D.E siamo al primo conflitto mondiale.
R.A seguito del quale, con il fascismo, il concetto di nazionalismo ha assunto una forma assoluta che la Costituzione poi ha smorzato con concetti democratici. La premessa storica e`utile per analizzare l`oggi dove, come ha giustamente osservato il prof. Pinelli, abbiamo una cittadinanza devole. Confrontandoci con la globalizzazione e con l`accoglienza, la nostra cittadinanza si mostra fragile. E`un momento di crisi e credo che contemporaneamente all`accettazione delle moderne fenomenologia, dovremmo trovare il modo di forzare il nostro concetto di cittadinanza.

D.Ma non sono due elementi in contraddizione?
R.Si`, senza dubbio difficili da accostare, ma se vorremo partecipare attivamente all`inevitabile concetto dell`inclusione globalizzante, dovremo rafforzare maggiormente proprio il concetto di cittadinanza.

D.Come mai un islamico si sente piu`facilmente cittadino negli Usa piuttosto che qui in Europa? Forse il vecchio continente riesce ad inglobare con piu`ritrosia?
R.Ancora una volta ci viene in soccorso la storia. Gli Stati Uniti nacquero nel 1796 con la dichiarazione di indipendenza, dove le molte etnie presenti trovarono nella Costituzione un forte magnete circa il senso di cittadinanza. Il cittadino americano, anche di colore diverso, riconosce maggiormente la propria identita` e la condivide. Pochi giorni fa in occasisone della partita di calcio Italia-Usa, ho notato il diverso tipo di tifo, ma non solo ostentato in occasione di eventi sportivi. Loro si rispecchiano moltissimo nella bandiera a stelle strisce.Noi siamo invece ancora un paese frammentato, con la Lega al nord, con le criminalita`mafiose e camorristiche al sud: ci siamo unificati piu`tardi di altre realta`, e per una serie di cause il risultato e`che oggi facciamo i conti con un senso di cittadinanza meno intenso.

D.Il primo fronte su cui concentrarsi dunque quale potrebbe essere?
R.Proprio nel momento in cui e`forte una societa`multietnica ed una globalizzazione ormai avvolgente, dovremmo salvaguardare le nostre peculiarita`culturali in modo da essere talmente solidi da poter condividere piu`serenamente.

D.Che cittadini osserva oggi nel nostro Paese? Non trova che spesso assistiamo a una societa`spenta, poco presente nelle piazze, quasi avulsa dal contesto generale?
R.Non credo sia un poblema di calore mediterraneo, ma anche in parte geografico. Sino alle guerre di indipendenza abbiamo avuto numerosi staterelli, con peculiarita`diverse lungo tutta l`estensione della penisola, con uno spezzettamento indiscusso. A cio` si aggiunga la presenza della Chiesa cattolica, un vero Stato. Avendo vissuto all`estero per molti anni, posso dire che oggi sul piano internazionale gli italiani dimostrano caratteristiche positive, penso alle industrie, al commercio. E`vero che nei confini nazionali manifestano certi tratti somatici legati ad una certa superficialita`, viceversa fuori sono rispettati e per questo sono legittimati. Non e`che il popolo italiano abbia caratteristiche mediocri rispetto ad altri, ma e`la storia che fa la differenza. Penso ad un`unita`nazionale piu`recente, a molti eventi particolari, come la presenza forte della Chiesa, il fascismo e poi l`antifascismo. E`innegabile che come italiani accusiamo una spiccata debolezza rispetto ad altre societa`.

CITTADINANZA E COESIONE, LA POLITICA FACCIA LA SUA PARTE

Da Ffwebmagazine del 23/06/09

Cos'è la cittadinanza? Quale ruolo deve avere la politica nella costruzione di un progetto condiviso? E come si possono declinare insieme libertà soggettiva e senso di "comunità"? Ne parliamo con Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl dal 2000 al 2006 e oggi deputato eletto con l'Udc e presidente del Cir (Consiglio italiano per i rifugiati).

D.Onorevole Pezzotta, l’Italia è oggi una nazione di cittadini, o spesso solo di individui che la popolano?

R.Si tratta di un fenomeno che si è determinato negli ultimi quindici anni, quando siamo rientrati in una società estremamente individualista. Direi che il soggetto individualista oggi è divenuto una sorta di proprietario. Le persone hanno così dimenticato la dimensione della relazione, e oserei dire delle solidarietà larghe per restringersi in ambiti più stretti. Ciò mette in discusione un altro degli elementi che a mio avviso definiscono la cittadinanza, ovvero la nozione di popolo.

D.E infatti si tende non usare più il termine “cittadinanza”, preferendogli “moltitudine”…
R.È una moltitudine individualista e frammentata. Ricomporre questo scenario dovrebbe essere compito della politica, ma al momento abbiamo una politica che ha inseguito la suddetta frammentazione e pertanto non mi propone più un’ idea di nazione e di Europa come elemento identitario, ma nemmeno un’idea di lavoro come oggetto coesivo. Mi propone invece una dimensione del territorio come separazione e distinzione, accentuando e corporativizzando il territorio stesso in questa accezione. Associarsi per respingere qualcuno.

D.È proponibile, secondo lei, un modello di società che finalmente prescinda dalla brutta politica? Quella, per intenderci, autoreferenziata e autocelebrativa, assolutamente non pensante.
R.Credo che la politica abbia un compito orientativo: se le classi dirigenti non offrissero anche l’idea di ciò che vogliono proporre, alla fine il quadro generale perderebbe ulteriormente di spessore. Se noi abbassassimo i livelli delle autoreferenzialità, dell’immagine rispetto alla concretezza, accentuando invece il tema del progetto rispetto alla polemica, probabilmente anche i cittadini ritroverebbero quegli elementi connettivi attorno ai quali raggrupparsi. Qui discutiamo se un esponente va o meno in televisione, se è padrone o meno di un partito; e invece dovremmo uscire da una simile logica sposandone una più mite, meno aggressiva ma che consenta a tutti di stare all’interno di una progettualità.

D.Ma poi dovremmo fare i conti con una dimensione differente dell’individuo, magari più estesa rispetto a quarant’anni fa, non crede?
R.Un dato significativo della nostra modernità è l’esasperazione dell’individualità, non c’è molto da fare, esiste. Quando tale soggettività mancava, ci si raggruppava all’interno di corporazioni, di classi. La conquista della soggettività individuale è stata senza dubbio un’ espressione di libertà che va salvaguardata, ma la libertà di ciascuno non dovrebbe mai diventare chiusa, rimanendo invece una soggettività di relazione. Oserei dire che da questo punto di vista la lezione del personalismo, sia laico che cristiano, ritorna oggi più di attualità rispetto a ieri, dal momento che recupera una dimensione di soggettività della persona ma lo fa all’interno della relazione.

D.Hobbes diceva che l’uomo è un animale che provvede alla fame futura. Lei pensa che oggi la nostra classe politica lo stia facendo?
R.A oggi la politica dovrebbe pensare di più al futuro, e non solo alla fame intellettuale ma anche a quella reale, vista la crisi mondiale che ci attanaglia. Se pensassimo alle questioni ambientali, ad esempio, ci renderemmo conto che depurando il ragionamento da tutti gli ideologismi ambientalistici, esiste un processo che indebolirà la produzione di cibo per il domani. Quindi si presenterà il problema di come distribuire non soltanto la ricchezza in sé, ma finanche il cibo. La politica deve essere fatta non per oggi, ma per domani, anzi per dopodomani. Traducendo in modo ancora più elementare, io faccio politica non per i miei figli ma per i miei nipoti, perché se non alzassimo lo sguardo verso le generazioni di dopodomani, non risolveremmo nemmeno i problemi più vicini. Tra l’altro questo è un tema di non facilissima comprensione, perché gli strumenti della comunicazione politica di oggi sono tarati sulla dimensione presente. Ad esempio, io appaio oggi in televisione, non domani, quindi ciò mi obbliga a una presentificazione che alla fine ha come conseguenza diretta la mortificazione totale e irreversibile della politica.

D.E se iniziassimo a pensare a una comunicazione politica meno vuota?
R.Sarebbe un punto di partenza, accanto però a un uso di nuove forme di linguaggi. Dovremmo fare lo sforzo di capire il diverso. È un’esperienza che ho fatto qualche giorno fa assieme ai ragazzi di don Mazzi: sentivo che il loro linguaggio era già proiettato sul futuro, mentre il mio era molto più radicato su un passato che non voglio dimenticare, e assillato dalla dimensione dell’oggi. Quindi se vorremo determinare un “oltre” credo che dovremmo cogliere il metro dei giovani, anche nella loro estrema semplificazione: ci aiuterebbe a collocarci diversamente. Ma per farlo dovremmo iniziare a studiarli e comprenderli veramente.

domenica 21 giugno 2009

«Il Parlamento alimenti il senso civico»

da Ffwebmagazine del 19/06/09

«Accanto al tradizionale ruolo di un Parlamento che legiferi, iniziamo a pensare anche a una funzione pedagogica, che sia educativa al senso civico». È la proposta con cui il presidente della Camera Gianfranco Fini ha chiuso il suo intervento al seminario intitolato “Il futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania” organizzato nel parlamentino del Cnel, dalle fondazioni Farefuturo e Konrad Adenauer, alla presenza di Antonio Marzano Presidente del Cnel, di Adolfo Urso segretario generale di Farefuturo, Wilhelm Staudacher, direttore della fondazione Adenauer, Norbert Lammert presidente del Bundestag. E di quattro illustri docenti universitari (Paolo Armaroli dell'università di Genova, Ulrich Karpen dell'università di Amburgo, Andrea Manzella direttore del centro studi sul parlamento alla Luiss, Hans Jorg Hennecke dell'università di Kiel) che, coordinati da Agostino Carrino, hanno offerto una panoramica storico-giuridica sul significato del parlamentarismo.

Le sfide future, dettate dalle nuove contingenze e da nuovi tecnicismi che mirano a un ammodernamento progressivo delle istituzioni, non possono essere affrontate con strumenti non all'altezza. Secondo Fini occorre una democrazia forte e rappresentativa, che sia più capace di decidere. Inoltre l'equazione tra governo e parlamento dovrebbe apparire piùsignificativa. La forza delle istituzioni sta nelle decisioni giuste e nelle giuste condizioni in cui prenderle, «ovviamente con il più ampio consenso possibile dei cittadini».
Mobilitare le coscienze potrebbe essere il modo del Parlamento per non svilirsi a interprete marginale. A seconda dei modelli diversi di Stato, ha proseguito Fini nella sua analisi, i modi dei Parlamenti si modificano, quindi sarebbe auspicabile una discussione non astratta ma assolutamente concreta sul tema.

Che il Parlamento condivida le decisioni del governo, dunque, con lo strettissimo filo conduttore della fiducia, senza ridurne il campo di azione, ma al contempo innescando un continuum tra esecutivo e maggioranza parlamentare. Quattro le linee di sviluppo individuate dal presidente della Camera: rapporti più fluidi e funzionali tra parlamenti nazionali e Parlamento europeo; azione più incisiva per la qualità della legislazione; controllo parlamentare che non freni il governo ma che renda trasparente la sua azione; diffusione cognitiva dell'azione, contro le derive antiparlamentari.

È accaduto in passato che il bipolarismo abbia visto forze politiche a volte tendenti a riscrivere le norme giuridiche a proprio piacimento, ha osservato Fini, «non voglio negare che le leggi debbano essere modificabili, ma il nostro dettato costituzionale non dovrà in nessun caso sviare dal radicamento nell'ordinamento». Ma perché in Italia la qualità della legislatura stenta a produrre frutti? Il problema sta nel frequente ridimensionamento del Parlamento, a vantaggio di più poteri per il governo. Quest'ultimo, nella sovraesposizione della sua centralità non dovrà mai emarginare le funzioni parlamentari. Fondamentale altresì è la funzione di controllo che il Parlamento deve assicurare, al fine non di rallentare decisioni e provvedimenti ma di affrontarli al meglio, correggendo eventuali sbavature e proponendo soluzioni alternative.

«Garantire il diritto di parola all'altro - ha completato Fini - può sembrare una banalità, ma non lo è affatto, in una società che trascura termini come dialogo e confronto». Per questo potrebbe essere estremamente utile una rivisitazione delle funzioni del Parlamento, proprio partendo da una chiave di lettura pedagogica, riprendendo un concetto ottocentesco, che incarna egregiamente il ruolo antico dell'istituzione stessa. Un lavoro sotterraneo nelle culture, nelle menti dei cittadini, per allietare le loro coscienze con quel senso civico che investe sul bene comune, su un risultato in prospettiva, riassunto nel patriottismo costituzionale richiamato recentemente dal capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Il riferimento a più voci all'interno di un'unica melodia europea è stato approfondito da Norbert Lammert, presidente del Bundestag che ha puntato la sua attenzione sull'esigenza di un rinnovato rapporto tra parlamenti nazionali e quello europeo. Si tratta di una questione che merita maggiori iniziative a sostegno, dal momento che il ruolo dei parlamenti nazionali, ha sottolineato «è quello di accompagnare le iniziative del Parlamento europeo in un'ottica di proficua collaborazione e non per delegare astrattamente competenze e decisioni. Questa è la sfida che siamo chiamati a raccogliere: all'interno di un'Europa allargata, nei prossimi anni dovremo collegare concretamente le voci di tutti i nuovi stati, sotto il comune denominatore dell'interesse europeo. E non per una mera questione estetica - ha concluso - ma per ottenere una melodia che sia rilevante politicamente».

Il terzo mondo è fallito

da Ffwebmagazine del 19/06/09

Signora, cosa c'è di autenticamente padano che lei fa al mattino appena sveglia? E quella: rifaccio il letto, sa mi piace il lino e poi preparo il caffè. E lui: ma in Padania non ci sono né piantagioni di lino, né di caffé, come la mettiamo? Il dialogo del giornalista guineiano Filomeno Lopes con una cittadina autoproclamatasi della Padania, sta tutto in queste due battute e soprattutto sull'espressione che la nostra ha assunto solo dopo aver compreso il senso di quelle domande. Ovvero, quale distanza c'è tra il mio assoluto e il tuo assoluto? Perché è utile parafrasare il discorso di Barack Obama al Cairo sull'imprescindibilità della dignità umana? Dove ci conduce un modo di pensare basato sull'esistenza di qualcosa di autenticamente puro nel mondo? E soprattutto, che cos'è oggi il terzo mondo?

Alcune risposte, ma soprattuto molti spunti di riflessione sull'essenza del continente africano e su ciò che ne rimane oggi, a seguito dello sfruttamento commerciale da parte delle superpotenze mondiali, si trovano nelle quasi cinquecento pagine del libro Storia del terzo mondo di Vijay Prashad, utile non solo per ingrassare la bibliografia d'autore e di qualità su un mondo denso di accadimenti e smottamenti, ma per includere allinterno degli sviluppi sociali italiani, un modo di pensare che faccia tesoro di vere e proprie scosse sismiche registrate nel globo negli ultimi dodici mesi, e che hanno come epicentro un simpatico quarantenne, nero e non abbronzato, che si è messo in testa di riportare al centro del dibattito mondiale la persona e i suoi diritti fondamentali, a partire della vita e dal rispetto per l'individuo.

Che Africa ritroviamo oggi? Completamente diversa rispetto a quella di un ventennio fa, sostiene il sociologo Mauro Valeri. Il terzo mondo è un progetto e non un luogo fisico, nato intorno agli anni '20, sviluppatosi negli anni '40, collegato alle lotte di liberazione e di indipendenza degli stati africani, per poi finire in un percorso critico e positivo (fatto anche di grandi fallimenti) nel 1983 a Nuova Delhi con la riunione del movimento dei non allineati. Oggi il terzo mondo di fatto non esiste più, non essendoci una vera e propria divisione tra primo e secondo così come era stato all'inizio del secolo scorso, dove avevamo il primo mondo rappresentato dall'Occidente, il secondo legato all'entità sovietica. «Facciamo fatica ad ammettere che sia cambiato qualcosa rispetto a ieri - sostiene Valeri - infatti l'autore ribadisce che il terzo mondo è fallito. Il livello di indipendenza politica, sommato a quello culturale ed economico, ha prodotto squilibri. Al momento non vi sono modelli alternativi proponibili».

Se fino a ieri i colonialisti che sfruttavano il continente nero per i propri interessi erano direttamente riconducibili ai due grandi blocchi socio-politici protagonisti della guerra fredda, oggi sono solo cambiati i protagonisti, ma la trama è la stessa. La Cina in questi anni si è fatta presenza fissa e indiscreta in Africa, da dove ottiene un materiale indispensabile alla fabbricazione delle batterie al litio, senza delle quali i nostri telefoni cellulari non funzionerebbero. E allora, verrebbe da chiedersi, a cosa sono servite le lotte di indipendenza, le battaglie combattute in nome della libertà e dell'equiparazione sociale della persona, dei diritti primordiali come la vita e la sopravvivenza? Valeri ritiene che bisognerebbe capire dove si annida l'assassino dell'Africa, se al suo interno, vedi quei dittatori che proseguono nell'opera di svendita del continente, o al suo esterno, con i nuovi colonialisti, ma ci permettiamo di sostenere che non è tanto importante definire l'assassino, che invero è palesemente definibile, basta sfogliare i giornali di qualche mese fa per vedere in che modo hollywoodiano ha festeggiato il proprio compleanno il dittatore Mugabe, (con container pieni di aragoste e champagne) o con quale intensità le società cinesi razziano ancora una volta paesi poverissimi.

No, non avrebbe senso individuare chi commette il fatto semplicemente perché è sotto gli occhi di tutti: sarebbe più utile cicostanziare l'arma del delitto e sperare nell'intervento di un giudice severo. E se mancasse proprio questa figura? Siamo in accordo con il giovane Filomeno Lopes quando ammonisce che serve dire basta, fermarsi e mettere un punto. E poi ripartire, perché oggi all'Africa manca un sogno. Sino a ieri c'erano leader che perseguivano l'ideale di libertà dall'oppressore. Poi quell'ideale è stato falsamente veicolato come un traguardo, mentre non ci si è accorti che sarebbe dovuto essere ribaltato in meta da cui ripartire e negli ultimi anni quei leader hanno lasciato il campo a semplici capi che amministravano in nome e per conto degli stessi colonialisti di sempre, visti solo con occhi diversi e legittimati da una veste più ufficiale, ma che non hanno offerto di fatto ricadute positive al continente. Era razziato ieri nelle sue miniere e nei suoi sottosuoli, e lo è ancora oggi. L'emigrazione si è decuplicata, anche a causa di guerre senza voce, alle quali dirigenti di circostanza fanno finta di spegnere provvisoriamente i fuochi della quotidiana insofferenza civile, ma senza certezze sul futuro. Come uscire da questa empasse allora?

Una soluzione ci sarebbe, alla quale ci auguriamo Prashad lavori come filo conduttore per il suo prossimo libro, ed è quella di impedire l'occidentalizzazione dell'Africa, almeno l'occidentalizzazione malvagia, quella senza scrupoli, potendo contare sulle parole che un simpatico quarantenne, nero, (lo stesso che si è messo in testa di riportare al centro del dibattito mondiale la persona e i suoi diritti fondamentali, a partire dalla vita e dal rispetto per l'individuo) ha pronunciato in Egitto poco tempo fa a una folla impaziente (come impaziente era anche il mondo intero), in attesa di abbeverarsi a una nuova fonte, una sorgente nuova della quale si era persa traccia.

Cittadinanza, pilastro della società

Da Ffwebmagazine del 18/06/09

«Il riconoscimento dell'eguale libertà degli individui è un principio rivoluzionario che produsse l'esigenza di dar vita (lo capì Jefferson) a una comunità politica, dove i sudditi diventavano progressivamente cittadini». La citazione di Roberto Vivarelli, docente alla Normale di Pisa, enuncia nella sua interezza il senso dell'appuntamento "Nazione, cittadinanza, Costituzione" fortemente voluto dalla presidenza della Camera dei deputati, che funge da apripista per il progetto "Patriottismo costituzionale e cittadinanza nazionale" in collaborazione con undici Fondazioni.

Come giungere a una grande e unica società aperta? Come impedire che la comunità multietnica presente oggi sul nostro territorio possa sentirsi estranea a esso, andando incontro a uno scompenso? E come far percepire ai cittadini l'importanza e la strategicità di un'integrazione vera e leale? Interrogativi ai quali una serie di autorevoli interventi hanno cercato di offrire risposte concrete. Lo Stato basato sul consenso poggia su una comunità aperta, sostiene Vivarelli. «Attorno al concetto di Stato si è aperta negli scorsi due secoli una partita per la verità ancora da chiudere». Il concetto di nazione prescinde dalla volontà dei singoli semplicemente perché si persegue il fine comune, attraverso l'apporto dei singoli. Sono parte di un unicum che va modellato grazie allo sforzo condiviso di ciascuna parte che, se presa singolarmente, non offrirebbe il medesimo contributo. Il ragionamento poggia sulla considerazione che oggi l'Italia è già un contenitore multietnico, e ciò rappresenta un elemento di per sé positivo. Preoccupa invece, secondo Vivarelli, la presenza ingombrante di particolarismi e di pregiudizi che non favoriscono di certo una serena integrazione.

Ma quale l'origine di questo fenomeno? Il docente lo fa risalire a un disorientamento del nostro modo di pensare che provoca una crisi identitaria. «Ci si dimentica - ha ammonito - che più una comunità è aperta, e più occorrono regole certe, frutto di principi irrinunciabili che siano inclusivi e corretti». Forse la nostra società farebbe bene ad accostarsi a un concetto antropologico alto, ovvero riconoscere in ciascuno il soggetto di un'identità morale. Ovviamente non è proponibile un indiscriminato pluralismo culturale, ma sarebbe utile riflettere su quanti sacrifici sono stati compiuti per ottenere la libertà di cui godiamo oggi, e soprattutto insegnarli alle nuove generazioni che considerano il tutto un fatto dovuto e compiuto.
Integrazione, allora, fa rima con acculturazione. Vivarelli ritiene quindi che compito dello Stato sia educare sì alla civiltà, ma anche e soprattutto alla morale, perché una «società e una scuola che rinunciano a inculcare i procedimenti che hanno generato il frutto della libertà e che non evidenziano le basi morali, commettono un errore imperdonabile in prospettiva. Bisogna insegnare per quale motivo ci sono cose che non si fanno».

Un'analisi che viene completata dalla riflessione circa il sentimento di cittadinanza che risiede nelle nostre menti. L'Italia, ha aggiunto Carlo Galli dell'università di Bologna, non è una repubblica fondata sulla nazione ma sul lavoro, «questo è il vero stato sociale. Il fatto che oggi qui si torni a riflettere sul senso della cittadinanza significa che essa è in crisi, per la trasformazione endogena del sistema di produzione capitalistico». Un dato oggettivo è rappresentato dal fatto che questi anni nei libri di storia del futuro saranno ricordati come anni di migrazioni, a causa della “porosità dei confini”, dunque essendo la politica un modo di essere degli uomini che ha a che fare con la determinatezza, deve «rifiutare quelle forme di rimbalzo sociale dinanzi al fenomeno migratorio. Esso va smontato e analizzato fuori dalle logiche partitiche».

Di pari passo va rafforzata la percezione della cittadinanza perche è su di essa che poggiano i tre elementi portanti della società, ovvero lo Stato, la nazione e l'individuo. E tutti insieme non possono che essere sorretti, come una innovativa impalcatura autoreggente, da quella solida costruzione sociale e democratica che si chiama Carta Costituzionale. Saprà resistere essa a queste nuove sfide combinate, si chiede Galli? La risposta è affermativa, anche in considerazione degli incentivi morali e sociali presenti nella Costituzione stessa, che spronano la politica, come ha saggiamente osservato Giorgio Rebuffa, docente di filosofia del diritto all'università di Genova, a farsi «politica del pensare, prima che del fare». In assenza di un tale sforzo mentale non si riuscirebbe a superare la fase di incertezza che caratterizza questi anni.

Ma l'allarme è suonato in chiave antropologica dal direttore dell'Istituto di scienze umane Aldo Schiavone, secondo il quale «esiste un disequilibrio che rischia di travolgere l'Occidente, causato da una vera e propria disconnessione, uno scompenso che stiamo diffondendo in tutto il mondo». Da un lato la velocità della rivoluzione tecnologica, che trascina finanza e rapporti sociali, dall'altro la fragilità della politica, che non riesce a tener testa ad una tecnica oggi sovrana. Più stato di diritto, quindi, sarebbe necessario per ovviare a un tale sbilanciamento. Il vero problema secondo Schiavone è che al momento non disponiamo di un vero e proprio paradigma politico della post-modernità, quindi urge costruirne uno valido e funzionale, perché «la strada dell'impero come costruttore di una visione globale è una via senza uscita. Prepariamoci allora a un'età nella quale vadano pensati insieme i diversi stati nazionali per un nuovo intendimento della politica». Di qui l'importanza di una nuova visione della cittadinanza, segnata dal riconoscimento dell'eguaglianza di specie e lontana dalle recenti definizioni socialistiche. Ma un richiamo secco alle responsabilità della politica rispetto ai tre soggetti (cittadinanza, nazione, Costituzione) è venuto dal rettore dell'università Cattolica di Milano, Lorenzo Ornaghi.

«Non chiudere il cerchio né ideologicamente né per pigrizia - ha osservato - contrariamente si determinerebbe una stagnazione della democrazia». Il riferimento è a certa classe dirigente, più preoccupata delle critiche alla propria immagine causate da una presa di posizione determinata, piuttosto che dalla bontà di un provvedimento. Il piccolo tornaconto personale, che sovrasta il senso del bene comune. Ornaghi ritiene che solo «tenendo aperto questo spazio che delimiti il sentiero politico da ciò che non lo è» si riuscirà nell'impresa, perché di impresa oggi si tratta, di impedire la degenerazione della democrazia in oligarchia. Nuove chiavi di lettura, quindi, ha proposto in chiusura il presidente Fini, per confrontarsi con una cittadinanza che, entrando nel terzo millennio, avrebbe bisogno di una politica maggiormente pensante.

Elogio del rumore a colori

Da Ffwebmagazine el 18/06/09

Visi spenti e affranti, stereotipi consumati da bavagli imposti, telefoni muti, voci strozzate, cervelli in stand by. Quante volte ci siamo chiesti il perché di una società così “silenziata”? E quante volte ci siamo chiesti cosa fare per risvegliarla? Se ci sei batti un colpo, recitava la celebre frase di un film, e perché no, oggi quei colpi andrebbero battuti più volte, in mille modi, con mille voci, possibilmente chiare e determinate.
Nel tempo dell’equiparazione emozionale, dell’univocità di pensiero pericolosissima per la sopravvivenza delle menti, di certe dittature dei sogni, con format preconfezionati dal risultato scontato, una nuova ventata di freschezza potrebbe derivare proprio da una società rumorosa. Sì, rumorosa, che si preoccupa di gridare a squarciagola il proprio dissenso, capace di riempire nuovamente le piazze per testimoniare la propria solidarietà, il proprio sdegno, la propria condanna, o il proprio appoggio, la voglia di partecipare e di crogiuolarsi della propria esistenza sociale. Insomma, un paese nuovamente vivo che produce suoni e che finalmente fa rumore per qualcosa, e non solo per un goal della squadra del cuore. Vivo anche se la nazionale perde, come è successo ieri, in Sudafrica, contro l'Egitto.

E a proposito di Africa, Plinio il Vecchio ammoniva: «Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo» e non sbagliava. Pare che a qualcuno sia dispiaciuto guardare in tivvù le partite della Confederation’s Cup perché disturbato da un particolare ronzio, simile a quello prodotto dalle zanzare. Non è il frutto del passaggio di qualche insetto, ma è l’originale e denso di significato risultato di uno strumento africano chiamato vuvuzela, da qualche tempo è amabilmente suonato negli stadi di calcio, dove se ne trovano di colorazioni differenti, a seconda della squadra di appartenenza.

Il suono rappresentava, secondo la tradizione, il soffio del loro Dio. Ma più recentemente lo strumento veniva utilizzato in occasione delle manifestazioni contro l’apartheid. Era il 16 giugno del 1976 e un gruppo di adolescenti a Soweto scese in piazza per dissentire da un’assurda disposizione della segregazione razziale causata dall’apartheid. In diecimila, suonando i vuvuzela, gridarono il loro no alle forze dell`ordine. Ne morirono centocinquantadue, e l`anno dopo altri settecento, così il governo fu costretto ad annullare l`insegnamento dell’africaans nelle scuole frequentate solo da neri. Fu un trionfo per il movimento anti apartheid.

Ma oggi chi ha paura dei vuvuzela? Forse la Fifa, che ne ha ostacolato l’uso durante le gare della Confederation’s Cup, per poi ammetterli con riserva. O forse alcuni gruppi formatisi su Facebook, che non hanno trovato di meglio da fare che occuparsi di uno strumento che, piaccia o no, è parte integrante del dna di un popolo e delle sue battaglie per la sopravvivenza e per questo, e solo per questo, va rispettato, senza facili ironie e sfottò assolutamente fuori luogo? Francamente quei gruppi, e perché no anche qualche dirigente della Fifa, avrebbero potuto dedicare qualche spicciolo in più del loro tempo a dissertare sulla malaria o sul virus dell’Hiv ancora corposamente presenti nell`intera regione, o su come manifestazioni sportive quali la Confederation’s Cup di questi giorni o il Mondiale di calcio del 2010, possano attirare l`attenzione su ben “altri” problemi locali.

«Non possiamo fare grandi cose – diceva Madre Teresa di Calcutta – possiamo fare piccole cose ma con grande cuore». Che vuvuzela sia, allora, che i cuori riprendano a battere non solo nelle gabbie toraciche dei singoli individui chiusi e repressi nelle proprie case, ammutoliti da un senso di costrizione improduttiva, che sferza gli animi, che chiude le casse di risonanza, che tappa le bocche e orecchie. No, servono invece cuori grandi e pronti a emettere suoni. E per favore, se avremo la fortuna di ascoltare nelle nostre strade e nelle nostre piazze il particolare suono di qualche vuvuzela, e se in quell’occasione il cretino di turno dovesse replicare infastidito, non abbiate timore: regalategliene una cassa, possibilmente multicolore.

domenica 14 giugno 2009

La casta vista dall'interno

da Ffwebmagazine del 14/06/09

Un piccolo manuale rivoluzionario per far indignare i lettori, nella consapevolezza che la questione etica deve trovare nuovamente e prepotentemente spazio in una politica che andrebbe ridisegnata ex novo. La definizione, che ha strappato il sorriso ad Aldo Forbice e a Giancarlo Mazzuca, è di Piero Sansonetti, l’occasione è la presentazione del volume I faraoni, altra panoramica sulle mille caste al potere, ma questa volta scritta dall’interno. E già, perché uno dei due autori, oltre che essere giornalista, è da un anno anche deputato.

«E allora? - risponde Mazzuca - proprio perché sono parte in causa posso meglio di altri evidenziare, da infiltrato, le discrepanze tra consulenze e produttività di chi le effettua, ma per favore smettiamola con la grande casta dei parlamentari e concentriamoci in quelle castine locali che pesano non poco sullo Stato». Eh sì, perché sfogliando il libro emergono dati sin qui inediti, estremamente interessanti per tipologia di stipendi e soprattutto per benefici postumi, che sono valsi già due querele agli autori, rei solo di aver pubblicato numeri pubblici.

Il pensiero corre ai presidenti della Corte Costituzionale, sovente eletti un attimo prima della pensione, a taluni assessori regionali che guadagnano anche più dei senatori, al Cnel (che in quattro anni di attività ha prodotto solo altrettante proposte di legge, tra l’altro bocciate e che pesa sulle casse dello Stato per 15 milioni annui), alla miriade di enti inutili, passando per due ambiti che potremmo definire nuovi, dal momento che nessuno fino a oggi vi aveva concentrato l’attenzione: il cinema e i quotidiani.

Secondo Aldo Forbice, da quindici anni voce di Zapping su Radio 1, il 90% delle pellicole realizzate con contributi pubblici, stando alle cifre, ha avuto un riscontro modestissimo al botteghino. Inoltre tre quotidiani nazionali che hanno ricevuto ben 48 milioni di finanziamento dallo Stato (ovvero Repubblica, Corriere della Sera e Sole 24 Ore) avrebbero dovuto invece confrontarsi esclusivamente con il mercato, senza usufruire di tali aiuti. Diverso il discorso per i giornali di partito, infatti, tra quelli iscritti ai contributi, oltre alle testate reali che fanno informazione politica, ve ne sono altre fittizie: «Chi nel tempo ha acquisito una testata - ha precisato Sansonetti - gode di quegli euro anche senza utilizzarla, siamo in presenza di veri e propri affaristi che con l’informazione non hanno nulla a che fare».

Ecco che le pagine de I faraoni innescano la miccia del dibattito sul senso della politica nostrana e non solo risalendo al classico e scontato canovaccio del “teniamo famiglia” di longanesiana memoria, ma piuttosto aprendo, come ha osservato il direttore del Secolo Luciano Lanna, un «problema di strati di responsabilità. L’idea weberiana di politica come professione non va demonizzata, e a questo punto mi chiedo come mai la questione stenti a decollare nell’opinione pubblica». Proprio la cittadinanza sta progressivamente metabolizzando pubblicazioni di questo tipo, è sufficiente analizzare il milione e mezzo di copie vendute da La Casta di Rizzo e Stella, passando per Il costo della democrazia di Salvi e Villone, ma affinché muti la percezione rispetto alla res publica occorre che l’anima di questo paese venga rivoltata come un calzino, facendo emergere quanto di buono e di limpido c’è.

Lanna ha poi citato Maometto II il quale, interrogato sul significato della politica, rispose che essa è quell’arte di costruire città e riempire di gioia il cuore della gente. Quindi sforzandosi di edificare e amministrare provvedendo anche alla qualità emozionale dei cittadini.

Cosa osta quindi a una riforma seria e condivisa che abbatta caste e castine, veri impacci alla democrazia moderna e funzionale? Magari iniziando proprio da norme che vietino il cumulo di più incarichi (deputati che sono anche sindaci o presidenti di province). Secondo Raffaele Iannuzzi, consigliere del ministro per i Beni Culturali, i vari riformisti nel tempo hanno giocato questo tipo di partita, cavalcando di volta in volta proposte e iniziative, dando prova provata che un cambiamento è istituzionalmente possibile. Perché una tale rivoluzione non ha seguito nei fatti? «Francamente non vedo gente per le strade che vuol prendere a forconate questa classe dirigente. La soluzione è un ritorno alla politica in quanto tale, legittimata da una sovranità popolare che ponga mano realmente a riforme simili».

Ma allora, se l’intero sistema andrebbe rifondato dalla base, sarebbe utile ripartire da un modo diverso di formare e selezionare la classe dirigente? Iannuzzi in questo senso richiama alla mente eventi lontani un ventennio: «La caduta del muro di Berlino ci ha detto che la fine delle ideologie ha generato un’ennesima ideologia. Con questa classe dirigente forse l’intelligenza politica si ferma. Storicamente non è mai esistita una classe che si sia autoriformata, ma è la storia che produce effetti sistemici».

Dovremo quindi attenderci eventi sovranaturali, o semplicemente auspicarci che, anche grazie a pubblicazioni come questa, un gruppo di parlamentari prenda finalmente il coraggio a due mani e avanzi una proposta di legge che almeno avrà il merito di rimanere ben impressa nella storia di questo paese.



Aldo Forbice e Giancarlo Mazzucca
I faraoni. Come le mille caste del potere pubblico stanno dissanguando l'Italia
Piemme
pp. 299, euro 17,50

giovedì 11 giugno 2009

QUANDO IL MURO CROLLO`PER FAR SGORGARE LA LIBERTA`

Da FFwebmagazine dell` 11/06/09

Muri di cemento, iconografia dei blocchi socio-culturali, impedimenti al libero scambio e alla condivisione, non solo a causa del filo spinato in sé , ma in virtù di quell’atmosfera di infertilità umana che ne scaturisce. Tra qualche mese si celebreranno i vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, e L’Europeo ha dato il via a un viaggio itinerante su quelle colonne di cemento armato, attraverso vite spezzate, unioni ritrovate e quotidiana convivenza con un universo contrapposto.

No, non si tratta del solito stucchevole revival di ciò che fu, intriso di quella inutile nostalgia dietrologica che spesso produce più danni che benefici. Ma attraverso reportage di illustri firme (Montanelli, Fallaci, Stille, Cancogni, Bocca, Vertone, Valentino, Monicelli, Pannunzio, Benedetti) corredati da memorabili servizi fotografici di Capa, Garrubba, Toscani, Fusar, si è inteso descrivere il muro e il mondo che determinò dal suo anno zero, da quando venne aperto il primo pertugio, a ritroso sino alle cause della guerra fredda, sotto il comune denominatore del concetto di libertà. “Il” concetto, l'elefteria, liberté, Freiheit, freedom, libertad, quell’affascinante e spericolata sensazione che fa vibrare le menti, volare i pensieri, spaziare le idee e gli animi in completa assenza di gravità.

Anche grazie a chi in quei frangenti ha respirato l’aria del muro, le sue polveri, le prime percezioni di gioia miste a incredulità e a voglia di ripartire. Ma cosa è stato il muro? Franco Venturini, firma del Corsera, intervenuto alla presentazione del numero speciale de L’Europeo al Goethe Institut assieme a Daniele Protti, lo ha scansionato in tre rappresentazioni. Ovvero un monumento alla prigione dei popoli («perche`impedisce il confronto e lo scambio tra le genti, di muri ce n’erano in tutto l’est»); all’isolamento economico («l’unica cosa che lo scavalcava erano le onde televisive, impossibile erigere un muro nell’aria. Fu un monumento all’autarchia sovietica che lo indebolì dal suo interno»); all’irriformabilità del sistema («impediva ai cittadini di vedere cosa ci fosse al di là del cemento, quali abiti indossassero, quali auto guidassero, quali e quante industrie meno inquinanti funzionassero»).

Tre elementi caratterizzanti che trovano la sintesi in un aspetto niente affatto secondario: gli studenti della Germania est scesero in piazza manifestando, evento che a Berlino est non si verificava dal '53 rammenta Venturini, in quei giorni e per i successivi tre mesi, inviato nella capitale. Fu uno choc per le istituzioni, che chiesero a Mosca di far muovere i trentamila uomini di stanza in Germania. Ma Berlino est non ebbe mai risposta, Gorbaciov si oppose a una prova di forza. «Proviamo a immaginare che cosa sarebbe accaduto - riflette Venturini - se l’uomo della Perestrojka avesse risposto da anziché niet, una guerra certa avrebbe avuto inizio».

È da quel niet che bisogna ripartire per comprendere l'essenza per nulla scontata del muro. Non solo storia, ideologie, culture che da quel momento subirono un incrocio e una fusione improvvisa e per tanto auspicata, ma vera e propria commistione umana, incontro salvifico, o ricongiungimento di un popolo in fondo sì diviso ma pur sempre in contatto metafisico. In un articolo del 1989 firmato da Saverio Vertone che vale la pena di riprendere, si percepisce il senso dell`apertura di quelle paratie: «e così dai buchi iniziali - si legge nel reportage apparso sul n.47 de L’Europeo - in principio cinque, poi sette, presto innumerevoli come le strade che univano e torneranno a unire i quartieri dell’antica capitale, insomma prima delle falle aperte, anzi delle chiuse alzate, e poi colabrodo del Muro, la Germania orientale ha cominciato a sprizzare, a sgorgare, a scorrere, a scrosciare nella Germania occidentale, vale a dire nell’unica Germania, nella vera Germania, nella Germania del passato e del futuro. E l’ha allagata. Ora le acque sono mescolate, la povertà sudamericana portata con dignità degli orientali e la ricchezza supereuropea, che nasconde una potenza tecnologica per il momento non ancora arrogante, degli occidentali si sono abbracciate e incastrate nell’immobilità dei motori. Non sarà facile separarle. Anzi, sarà impossibile».

Sprizzare, sgorgare, scorrere, scrosciare, tutti termini che concretizzano oltremodo il flusso di spostamento inclusivo non solo delle genti ma dei loro pensieri, delle paure, delle proposizioni future che quelle falle aperte hanno plasticamente incentivato e spronato alla concretizzazione. Sino ad allagare, con questo flusso imponente, il solo paese che ne rimaneva, l’unico alveo per le genti tedesche, la sola Germania unita. Il luogo del passato ma soprattutto del futuro, luogo di quella libertà che, diceva don Chisciotte della Mancia, «è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini».

lunedì 8 giugno 2009

La politica e quella voglia di prendere il largo...

da Ffwebmagazine del 08/06/09

Tutti di nuovo in aula, la ricreazione è finita. Come non condividere il richiamo del vertice di Confindustria a mettere da parte la parentesi elettorale, per tornare “imprenditorialmente” a occuparci di progetti e cose concrete, spinti da quell’entusiasmo e da quella carica emozionale in assenza delle quali si forgiano cristalliere drammaticamente vuote, castelli principeschi dove all’interno troneggiano solitudine e rassegnazione. È un monito rivolto a un’ampia platea: alla classe politica, che si è intestardita in una campagna elettorale “incarognita”, volendo rammentare uno dei recenti epiteti quirinaleschi; alla stampa, a volte distratta da dibattiti fuorvianti e pericolosamente inutili; e forse anche ai cittadini, spesso trincerati dietro la comoda insussistenza di alcune istituzioni, che li legittima al disimpegno, “tanto va tutto male”.

La campanella che segna la ripresa delle lezioni, invece, è stata suonata al momento giusto da Emma Marcegaglia, che non a caso ha scelto il primo giorno utile per votare. Come dire, vi ho avvisati, tutti, altre ventiquattr’ore di tempo e poi basta. Basta al muro contro muro, basta con i manifesti sempre più offensivi e sempre meno comunicativi di qualcosa, basta con le tribune politiche urlate e insultate, basta con i comizi senza programmi, basta con lo screditamento automatico (la nuova frontiera del dibattito sprovvisto di idee, che prevede il divieto assoluto di fare proposte e pensare soluzioni, ma contempla l’obbligo del “no” a priori condito da una sana delegittimazione dell’avversario). Insomma, mettiamo un punto e voltiamo pagina.

Certo non sarebbe saggio mettere anacronisticamente in secondo piano la valenza di questa tornata elettorale, non solo interna, (con i risvolti equilibristici delle amministrative), ma soprattutto esterna ai confini nazionali, con il rinnovo di un Parlamento europeo finalmente munito di stipendi standard, dal momento che proprio l’Europa (ma anche questo lo si sente da anni) rappresenta un nodo cruciale per i destini delle singole economie. E qui sarebbe utile aprire una riflessione sul ruolo dell’istituzione comunitaria, sugli sforzi compiuti e da compiere per implementarne efficacia e risolutività. «L’Europa non è un tesoro che va scoperto - ammoniva Zygmunt Bauman - ma una statua che deve essere scolpita». Ma è un passo che andrà fatto assieme agli Stati membri.

Il punto adesso è che dalle Alpi a Pantelleria sembra si stia diffondendo uno strano virus, che affonda le menti e svilisce i cuori. Quello della campagna elettorale perenne, che dura dodici (e sovente anche tredici) mesi all’anno, nella quale proliferano slogan prestampati, promesse assurde, attenzioni improvvisate a dettagli insignificanti (come i blog di alcuni candidati, rigorosamente disabitati già dal giorno successivo alla proclamazione) e che non rappresentano un investimento né per la politica né per gli elettori. Semplicemente perché sono fasulli, vuoti, freddi, e non hanno invece al loro interno il seme germogliato della “buona politica”, quella viva, fresca, che progetta a lunga scadenza, che trasforma i boccioli in fiori rigogliosi, che forgia cervelli e anime sociali, che risponde “presente” alle esigenze sempre più cangianti di un paese desideroso di attenzioni ed effusioni vere.

Passione, quindi, e soprattutto voglia di rimettere in moto menti e idee, perché il paese non può nutrirsi esclusivamente di campagne elettorali, di contrapposizioni eterne figlie di bandiere e schieramenti. I problemi sul tavolo rimangono drammaticamente irrisolti. Gli ammortizzatori sociali spesso non sufficientemente efficaci, il fotovoltaico e l’eolico in colposo ritardo, i trasporti collassati e sotto la media europea, il Mediterraneo non sfruttato adeguatamente (dal punto di vista culturale ed economico), l’ambiente ancora sfregiato con il 40% di acqua dispersa dalla rete idrica. Appunti che non possono essere solo trascritti su programmi e dichiarazioni di agenzie, ma devono essere tradotti rapidamente in atti, potendo contare su iniziative forti, insomma volendolo veramente.

«Se vuoi costruire un’imbarcazione non preoccuparti tanto di distribuire il lavoro tra gli uomini, vedi piuttosto di risvegliare in loro la voglia del mare», diceva De Saint- Exupery. Beh, l’auspicio è che dal prossimo martedì, a urne svuotate e a schede finalmente scrutinate, la “voglia del mare” ritorni al centro del dibattito e non in attesa che giunga, come un invitato sgradito, la prossima campagna elettorale (ricordiamo che tra un anno esatto ci sono le regionali), ma per rimettere in moto un sistema che procede a singhiozzo e che non è scansionato da quei rintocchi che servono realmente, ovvero obiettivi da raggiungere e progetti da realizzare.

venerdì 5 giugno 2009

Contro gli amarcord, provvediamo alla “fame futura”




Da Ffwebmagazine del 05/06/09

«L’uomo - diceva Hobbes - a differenza dell’animale provvede anche per la fame futura», testimoniando una sua propensione naturale al nuovo e all’innovativo. Sembra però che negli ultimi tempi si sia imboccata una certa inclinazione al conservatorismo in taluni ambiti, che non può che suscitare perplessità e punti interrogativi mentali, se rapportato alle esigenze cangianti e moderne. C’è forse chi ha paura del domani e di quello che le scelte di oggi potrebbero determinare? Magari fosse così, almeno vorrebbe significare l’esistenza di un minimo di programmazione e di lungimiranza, che al momento latita.
Sembra invece che da più parti si inneschi il messaggio del voler vivere alla giornata, concedendosi il lusso estremo di riprendere di tanto in tanto spunti e costumi del passato.Colpa delle paure dettate da un’inclinazione all’incertezza e da una congiuntura di eventi che tolgono il senso dell’orientamento? Può darsi, ma forse c’è da chiedersi come mai in un frangente di difficoltà si preferisca ripiegare nelle retrovie, o per usare una metafora calcistica difendere lo zero a due in casa, così da evitare una debâcle.
È questa la strada da seguire? È in queste insenature decisionali che si scopre l’uovo di Colombo che consente di attaccare il domani, magari cercando anche di vincerlo? No, non sarà la difesa a oltranza del recinto che indurrà all’ottimismo, non sarà per merito di qualche conquista passata che si otterrà un’iniezione di energia utile per progredire.Tutt’intorno si registra un pullulare di rivisitazioni, ricordi, frammenti, manifestazioni legate a ieri e non a dopodomani. Ad esempio, è sufficiente scorrere i programmi estivi di alcuni Comuni italiani che riservano, giustamente, grande attenzione a eventi lontani nel tempo, senza però manifestare eguale sforzo (in termini di iniziative) per pensare a come sarà quella stessa comunità fra cinquant’anni.
Medesimo scenario in alcuni accadimenti legati ai costumi della società, che rischia di ergersi a paladina del falso amarcord, così come annotato sul Corriere Magazine da Isabella Bossi Fedrigotti, ovvero il buontempo andato che sembra oggi più in auge: la messa in latino proposta dalla Chiesa, il dialetto tanto caro alla Lega che la compagine padana vorrebbe prepotentemente inserire come materia di studio, la moda che rispolvera gli anni Quaranta, addirittura la cucina che si impantana nella rievocazione stucchevole dei metodi che furono. E si potrebbero aggiungere le rivisitazioni metodologiche dell’insegnamento e tanto altro. Sì, ma poi? E le proposte? Le iniziative? Le scoperte? Le nuove immaginazioni?
Tutte testimonianze care di un’Italia passata, della società di ieri, di un mondo che non c’è e che non ritornerà, che ci piaccia o no. Il punto è focalizzare attentamente quella sottile linea tracciata dalla storia e dai modi di essere. Le conquiste, i diritti acquisiti, le peculiarità dei singoli appartengono al bagaglio socio culturale e come tale devono essere giustamente metabolizzati, ma non quotidianamente richiamati alla mente per declinare le scelte future.
Perché si rischierebbe di perdere di vista i parametri di attuazione reale di quelle scelte. Oggi è irrinunciabile interrogarsi sulla mancanza di una declinazione futura, che invece sarebbe auspicabile semplicemente perché senza di essa si rimarrebbe fuori da tutto.La spinta al domani, scavalcando gli steccati, gettando ponti anziché erigere barriere, sarà inoltre tanto più utile se sarà concepita in una fase difficile come questa, in quanto è proprio nei momenti bui che si accende quella fiamma propulsiva che si rileva utile per guardare avanti.

Diceva il Generale De Gaulle «lasciate che gli eventi si rivelino difficili, il danno incombente, che la salvezza generale richieda improvvisamente una iniziativa. Una sorta di onda di marea spingerà in primo piano l’uomo di carattere». Quante volte abbiamo riflettuto su cause ed effetti della crisi economica, su una società che vede sempre allontanarsi la meritocrazia, su una classe dirigente sovente distratta e propensa all’autocelebrazione? Senza però fare uno sforzo vero per andare oltre quegli stessi stereotipi di cui non ci fidiamo e che vorremmo cambiare. È questo il momento buono per compiere una maturazione globale, e non solo all’interno delle classi dirigenti e degli addetti ai lavori, ma anche all’interno del sentire comune dei cittadini. Che ogni giorno si trovano prigionieri in una sorta di limbo surreale, in sospeso tra un passato sterile e un presente spesso fasullo.
Il sociologo francese Maffesoli solo pochi giorni fa ammoniva che «la nostra specie animale dovrebbe reperire parole pertinenti per dire ciò che pensa». Chiaro il riferimento a uno stato umano sprovvisto della modalità di esprimere correttamente emozioni, sensazioni, paure, sogni, sempre più distratti o forse colpevolmente rifugiati in quella modernità apparente che produce un universo fasullo, come i reality, la tv spazzatura, certi falsi miti, dopo quali gli uomini si ritrovano a fare i conti con se stessi e con i propri errori.
Per questo bisognerebbe riempire di contenuti innovativi i contenitori di oggi, preparandoli a contenere i contenuti di domani.E vale la pena di citare una frase di Bob Dylan: «Essere giovani significa tenere aperto l’oblò della speranza anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro».
Menti e animi giovani servono a questo paese, per guardare oltre, per liberarsi non del proprio bagaglio storico e culturale che ormai appartiene al dna di ognuno di noi, ma per staccarsi da concezioni vecchie e stantìe che, avvitandosi pericolosamente su se stesse, evitano accuratamente di lasciare che i pensieri corrano al domani, che le idee si riproducano in una libertà feconda e funzionale, che le professionalità si concentrino sulle nuove scoperte, insomma che gli uomini provvedano «alla fame futura».

martedì 26 maggio 2009

SCIASCIA, UNA VOCE CIVILE

« Una grande coscienza e voce civile del Paese », un rappresentante di ‘quei’ valori civici. L`epiteto che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto alla figura di Leonardo Sciascia in occasione della sua visita a Racalmuto, testimonia la stima e la considerazione verso una voce libera e vivace, focalizzandone il pregio dell`etica con il preciso riferimento a La scomparsa di Majorana.
Visitando la sede della Fondazione Sciascia, il Capo dello Stato ha operato una sorta di pellegrinaggio in luoghi e ricordi non solo dello scrittore ma anche personali. L‘occasione e`una lettera che Napolitano invio’ all`autore il 5 marzo del ’75, all`indomani della polemica sulla teoria circa la scomparsa del fisico italiano allievo di Enrico Fermi, nella quale esprimeva « grande interesse e adesione, oltre che vero godimento » per la lettura del volume.
Ma e` il fattore etico che e’stato rimarcato piu`degli altri in quella Sicilia della ragione, dove ogni passo era ricamato da sagge e profonde menti, rari esempi di sensibilita` artistica, di cui Sciascia ha lasciato ampie testimonianze. « Ce ne ricorderemo di questo pianeta », rifletteva, concentrando i propri sforzi sull`indagine di quella piazza isolana, si`ebbra di contraddizioni ed ambiguita` (si veda La corda pazza 1970) ma anche capace di contenere al suo interno la forza razionalizzante di una terra che e’stata al centro degli studi di Sciascia, si puo`dire, senza sosta.
Quella coscienza e quella voce civile del Paese (che ha firmato tra gli altri l’Affaire Moro, Nero su nero, Il Contesto, I pugnalatori,) ha segnato un punto di riferimento vero e veritiero circa un modo di condurre indagini e analisi, circa una visione d’insieme della sicilitudine, apprezzata in un legame intenso che Sciascia aveva con Pirandello, il quale fra le righe di Berretto a sonagli, cogitava sul fatto che ogni uomo possiede nella propria mente tre corde di orologio : una civile, una seria ed una pazza.
Nel 1975 pubblico` La scomparsa di Majorana, ovvero una ricerca teorizzata sulla scomparsa del fisico siciliano avvenuta nel 1938, che lo stesso Enrico Fermi paragonava per genialita` e spirito intuitivo a Newton o Galilei.
Sciascia fondo`il suo romanzo sulla retromarcia etica che Majorana innesto`, basata su una volontaria e consapevole fuga dal mondo e dai possibili e terribli sviluppi della tecnologia, con esplicito riferimento alla bomba atomica. Uno scenario nel quale ancora una volta la Sicilia con i suoi ermetismi, non rappresentava certo solo una semplice cornice ambientale, ma era parte integrante di quelle scelte e di quei ragionamenti, un minimo comun denominatore socio-culturale onnipresente. Sciascia e`probabile che in Majorana individuasse il senso di indipendenza dell`individuo, padrone del proprio agire e della propria mente, libero di effettuare le proprie scelte anche in antitesi rispetto a richieste o aspirazioni degli altri individui.
« Credo sia giusto e necessario risollevare con forza in tutte le forme- scriveva di suo pugno Giorgio Napolitano in quella missiva ritrovata da un nipote dello scrittore, Vito Catalano - la questione della responsabilita`dello scienziato,oltre che delle classi dirigenti, dei poteri pubblici e delle diverse forze sociali, per l`orientamento della scienza e per l`uso delle sue conquiste ». Ovvero quel rapporto tra ricerca scientifica e potere che Brecht illustrava nella commeda Vita di Galileo (1938), con particolare riferimento alla sottile linea che intercorre tra cultura nascente e cultura governativa.

Napolitano sentiva quindi il bisogno di « dover richiamare i rischi di regressione che la rivoluzione tecnico-scientifica comporta in assenza di un controllo sociale sullo sviluppo », maturando l`esigenza di dover necessariamente provvedere ad una « regolazione consapevole, nell`interesse della collettivita` ». Due accenni, diretti ed inequivocabili ad altrettanti concetti fondanti e attualissimi, ovvero quel controllo sociale che impedisca stravolgimenti e storture, e soprattutto una visione improntata all`interesse comune piuttosto che del singolo.
Una lezione di democrazia, approfondita e raffinata, datata piu`di trent`ani fa che oggi sarebbe utile tenere bene a mente allorquando le differenti sfide del quotidiano impongono scelte e valutazioni. Per la collettivita`.

venerdì 22 maggio 2009

La postmodernità e la saturazione del mito del progresso

Da Ffwebmagazine del 22/05/09

Tornare alla dimensione organica, alla koinè aistesis, dove il senso comune sia bene supremo e dove non sia più l’individuo che pensi da monocefalo, ma il gruppo pensi nella sua interezza utilizzando tutti i sensi. È nella conclusione del suo intervento che Michel Maffesoli riserva la ricetta per affrontare le sfide sociali che il domani, anzi l’oggi, ci propone.

Il sociologo francese, teorico del neotribalismo, docente di scienze umane alla Sorbona, è stato ospite di una conferenza organizzata da Farefuturo in occasione dell'uscita dei volumi Icone d'oggi. I nostri idoli postmoderni (Sellerio editore) e La trasfigurazione del politico. L'effervescenza dell'immaginario postmoderno (Bevivino editore). Al centro della scena, gli idoli quotidiani, ovvero quelle icone della postmodernità nella politica e non solo, alla presenza di Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma, Giuliano da Empoli, sociologo ed editorialista del Sole 24 ore e Angelo Mellone, editorialista del Giornale e direttore editoriale di Farefuturo. Maffesoli sostiene che la modernità sia scomparsa, ha precisato Mellone introducendo il tema, utilizzando la metafora del ritorno dell’emozione. Ne è testimonianza il fatto che nella politica di oggi risultino vincenti leader carismatici che fondano sull’originalità il proprio rapporto con l’elettorato.

Ma che cos’è la postmodernità secondo Maffesoli? Non possiamo più pensare a una società con una dicotomizzazione così come è stato fatto sino a oggi. Nietzsche sosteneva che la vera rivoluzione sta nei passi dei colombi, ovvero in quegli elementi che sembrano in apparenza secondari ma nei quali invece risultano sedimentati i veri cambiamenti e che animano il popolo e il suo modo di approcciarsi alla convivenza comune. Su questa procedura analitica si basa la tecnologia, ha puntualizzato il sociologo, e la postmodernità è da definirsi come «la congiunzione di cose che non c’erano».

Inoltre non bisogna sottovalutare un dato: ci troviamo in una fase di saturazione del mito del progresso. L’analisi poggia sul fatto che Maffesoli intende cogitare su «quali siano le vene sotterranee che animano la società», per questo si chiede: cos’è un uomo che non ha più ombra? Forse, sostiene, alla fine della corsa vi è questa concezione schizofrenica del mondo, in virtù della quale egli propone nel suo libro un viaggio itinerante nelle icone di oggi, da Henry Potter a Zidane, da Che Guevara all’Abbé Pierre. «La postmodernità nascente - riflette il docente della Sorbona, impegnato sei mesi l’anno in seminari in giro per il mondo e gli altri mesi nel suo rifugio di montagna dal quale firma i suoi libri - si comprende confrontando l’oggi con il quarto secolo a Roma, quello che definiamo Tarda Antichità, ma che invece dovremmo più volgarmente chiamare Decadenza romana. Il paradosso assoluto, dunque, sta nella sinergia tra arcaico e tecnologia, tra icone e internet. Il vero nodo del pensiero è di essere paradossale».

Ma il primo paradosso è, secondo Giuliano da Empoli, che Masseroli viva in Francia e non in Italia, dal momento che proprio Oltralpe si trova il luogo «maggiormente contestato dell’illuminismo, aggrappato con le unghie a questa icona della modernità». Il fatto che egli sia un apolitico, quasi un anarchico, secondo da Empoli, offre la cifra del suo modo unico e assolutamente calzante di spiegare la politica meglio di quanto non facciano i politologi stessi. In questo risiede la sua concezione ad esempio di Nicolas Sarkozy, interprete di una visione ludica della politica, legata a doppia mandata, non al programma governativo lontano nel tempo, ma al suo modus personale di oggi, del quotidiano più vicino, permeato di elementi tangibili con i quali si mostra vivo all’elettorato.

Croppi però non condivide la visione di Maffesoli secondo la quale la scissione del pensiero si vada pian piano ricomponendo, «dal momento che proprio in questa fase storica che ha nella crisi la sua protagonista indiscussa, vi è la concreta possibilità data alle élite di portare la politica lì dove per molto tempo è stata assente». Rimane il problema di cosa fare e come farlo, sostiene l’assessore alla Cultura della Giunta Alemanno, perché è innegabile che «viviamo una fase di passaggio in cui si è chiusa una forma del pensiero ma noi abbiamo la possibilità di ricostruirla ex novo, producendo un pensiero che non solo interpreti, ma sia autore di questa modificazione in atto».

Il finale è tutto riservato alla crisi economica che, secondo Masseroli, nella evoluzione sociale, dovrebbe incentivare il ritorno delle élite alla realtà, dal momento che a oggi esse si sono drammaticamente disconnesse, vivendo una sorta di limbo parallelo. Inoltre «la nostra specie animale dovrebbe reperire parole pertinenti per dire ciò che pensa», facendo riferimento a una corteccia di uomini a cui manca forse la modalità di esprimere correttamente emozioni, sensazioni, paure, sogni, avviluppati in quella modernità che sovente crea un universo fasullo, come i reality, la tv spazzatura, certi falsi miti, al termine dei quali (perché tali rappresentazioni hanno più di altre una fine) la società si ritrova sola e spaesata, a fare i conti con se stessa e con i propri errori, nella consapevolezza che solo con una visione legata al collettivo sarà possibile, o meglio, più utile, reperire una voce univoca per esprimersi e per godere di “quel” bene comune.

mercoledì 20 maggio 2009

I CONTI NON TORNANO

Da Mondo Greco del 20/05/09

Dunque, i cittadini ellenici hanno votato, in un sondaggio lanciato negli ultimi dodici mesi dall`emittente televisiva Skai, il greco piu`grande di tutti i tempi, e le soprese non sono mancate. Al primo posto il condottiero Alessandro Magno, grande figura carismatica e militare, primo a spingersi in quell`oriente cosi`diverso per cultura e costumi dalla madre patria greca.

Subito dopo il prof. Giorgios Papanikolaou, inventore del famoso pap-test per la diagnosi del cancro all`utero. Al terzo posto Teodoros Kolokotronis, che guido`la lotta di indipendenza contro l`invasore turco. Solo quarto Socrate, quinto Platone. Fuori dai dieci Aristotele.

Al di la`di personali scelte e di soggettive simpatie e valutazioni piu`o meno legate al gradimento, un elemento sconcerta sopra tutti: l`assenza sul ‘podio’ di personaggi legati alla filosofia ed alla cultura classica che tutto il mondo indivia e accosta direttamente e senza indugi alla Grecia. Che significa, che il popolo ellenico (moderno) ha preferito innalzare una corona di alloro a chi, avendo comunque e meritatamente lasciato un segno indissolubile nella storia, ha fondato il proprio personale impegno sulla guerra (Alessandro Magno) e sulla scienza (Papanikolaou)? Non solo, direi, dal momento che le motivazioni vertono forse su piu`piani differenti.

Innanzitutto questo sondaggio offre uno spaccato attuale e fortemente significativo della societa`greca di oggi, debole e preda di facili emozioni, a causa delle quali smarrisce forse il senso della storia e le sue implicazioni nel tempo. La figura di Alessandro Magno non ha quasi avuto eguali per la vastita`delle sue conquiste, esso e`un dato inconfutabile, al pari della grandissima opera del medico nato nel 1883 il cui viso era stampato anche sulle vecchie banconote da diecimila dracme. Il punto e`che, per quanto determinanti e fondanti siano stati i contributi dei suddetti personaggi, appare quantomeno riduttivo confinare il pensatore, il filosofo, la pietra miliare delle menti elleniche, ovvero Socrate, cosi`lontano dalla vetta. E a nulla valgono le giustificazioni sul fatto che in molti programmi scolastici la figura del pensatore non sia approfondita accuramente, dal momento che appartiene al Dna della nazione.

Il padre fondatore dell`etica o filosofia morale, figlio di uno scultore e di una levatrice, sanci`la nascita di quel modo di pensare che avrebbe portato alla riflessione razionale ed astratta. Investigando e ricercando, mostro`l`insufficienza della classe dirigente di allora, dialogando con tutti quelli che erano definiti sapienti. Senza dimenticare il ‘conosci te stesso’, dove il significato era da ricercare nell`analisi dei limiti personali di ognuno, senza presumere di essere di piu`.

Senza voler in questa sede effettuare un panegirico (tanto per rimenere in tema) del grande pensatore nato nel 469 a.c. e che fu sposato con Santippe, appare evidente come la societa`di oggi, che vive e lavora in quella terra che diede le origini a grandi filosofi e letterati (non compaiono in questa top ten, solo per fare qualche nome, Erodoto, Aristotele, Eraclito, Leonida, Achille, Omero, Aristofane, Parmenide) non ne conosce realmente la portata storica mondiale, che invero pare sia piu`apprezzata e riconosciuta all`estero, piuttosto che in Patria.

Tale sondaggio, per quanto possa apparire un episodio legato a gusti personali e a inclinazioni sociali quantomeno discutibili, come lo epitetavano alcune trasmissioni televisive greche di questi giorni, rappresenta la drammatica fotografia della ‘kinonia’ odierna, alla quale contribuisce la cittadinanza e la classe politica. La prima e’sempre piu`preda di falsi miti (si veda il numero di ore televisive dedicate all`Eurovision, spropositate rispetto ad una programmazione, ad esempio, di approfondimento giornalistico o di inchiesta), intenta a trastullarsi per ore intere ai cafenia, sovente all`oscuro di quali capisaldi della civilta`proprio la Grecia abbia prodotto.

La classe dirigente, invece, si e`smarrita in improduttive fasi alterne di cronica mancanza di certezze, di una programmazione lungimirante, di un`assenza drammatica di riforme strutturali in mancanza delle quali il paese sconta piu`di altri la catastrofica crisi economica, contro la quale appaiono soluzioni placebo l`insieme delle misure adottate nell`ultimo semestre. Semplicemente perche`non concorreranno ne`finanziamenti e ne`prestiti alla soluzione di questo tsunami mondiale, ma servira`un ripensamento complessivo della societa`in se`, nell`intimo dell`educazione civica di ognuno, dall`ultimo degli spazzini al primo dei ministri.

Nella consapevolezza che la culla della civilta`, quella Grecia che e`stata alfa della filosofia, della medicina, della scienza, della guerra, quel mondo che insomma e`stato il `pan`, non e`accettabile che oggi sia ridotto a un cumulo di scalmanati che lanciano bombe, o a miseri scandali che infangano il quotidiano, o a stuole di giovani che popolano i caffe`, senza rendersi conto che il resto del mondo ha messo la freccia, vedi Cina e India, e sta tentando il sorpasso. Riuscendoci.

De Gaulle: la storia guidata dalla volontà

Da Farefuturo webmagazine del 20/05/09

Le idee prima dei fatti, da manifestare a testa alta, nonostante a volte esse producessero frizioni e malumori. Il Generale Charles de Gaulle non ci pensò due volte nel gennaio 1964: la Francia fu il primo paese occidentale a riconocere ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese perché «dal momento che nulla poteva essere regolato in Asia senza l'accordo di Pechino, era necessario abbandonare una sterile quanto anacronistica intransigenza e fare i conti con il mondo così com'è».

Ecco la figura di uno dei personaggi chiave della storia politica del Novecento, descritta da Riccardo Brizzi e Michele Marchi in Charles de Gaulle, autore di quel gollismo che prendendo spunto dalle difficoltà oggettive e partitiche figlie delle due guerre mondiali, riuscì con tenacia e varie fasi di legittimazione, a ergersi a garante della libertà, della democrazia e della governabilità della Francia grazie a un approccio innovativo, con intuizioni lungimiranti. Portatore sano di una terza via riformista e moderna, tra capitalismo e socialismo, si avvicinò da subito agli ambienti pogressisti, che all'epoca erano rappresentati dalla rivista Temps present.

Il volume ha inizio con il generale Pétain che firma una citazione di merito per de Gaulle come ufficiale senza eguali sotto ogni punto di vista: era il 7 maggio del 1916, e quello che avrebbe riportato quarantasei anni dopo la nazione alla grandeur, era stato ferito nel corso dei combattimenti ed era recluso nel campo di prgionia tedesco di Osnabruck.

Nato a Lille nel 1890 il Generale aveva assorbito il culto nazionale di genitori, entrambi espressione della borghesia conservatrice francese: «l’amor di patria - gli ripeteva il padre - non deve essere un proclama di facciata, non esiste onore senza giustizia». Appassionato di autori nazionalisti, come Charles Péguy e Maurice Barrès, allacciò le due guerre mondiali sotto la dicitura “guerra dei trent’anni”, comprendendo come la pace della conferenza di Versailles fosse un armistizio provvisorio, una modesta «coperta riposta su ambizioni insoddisfatte».

Il suo tratto caratteriale, assai vicino a quello di uomo giudice di se stesso e artefice delle evoluzioni della propria storia, emerge da una frase che il Generale ripeteva ai suoi allievi militari nel 1921: «La storia non insegna il fatalismo, esistono momenti in cui la volontà di qualche uomo rompe il determinismo ed apre nuove strade». Il nuovo, ovvero la soluzione alternativa alla deriva che in quell’attimo sta prendendo il sopravvento. Un ragionamento che sarà il leit motiv del suo credo politico, avvalorato nel '34 dalla pubblicazione del più importante dei suoi scritti, Vers l’armèe de métier. In quel momento la Germania si mostrava irrequieta uscendo dalla Conferenza sul riarmo e lo Stato militare francese denotava indubbi cedimenti, concretizzati nel degrado dell’apparato militare. Erano gli anni in cui Hitler reintrodusse il servizio di leva obbligatorio fino a occupare la Renania e, contemporaneamente, in Francia si susseguirono quattordici ministeri in sei anni, a dimostrazione di un sistema ancora fragile.

Inizialmente, tenne sempre a precisare la sua distanza dai partiti politici, in virtù del sentimento di sfiducia che molti repubblicani nutrivano nei suoi confronti. Anche a causa del fatto che, almeno nelle prime fasi, il gollismo della France libre appariva più vicino al bonapartismo nazionalista che al repubblicanesimo post 1870, un'importante fetta della sua legittimazione politica sarebbe passata da una graduale e costante accettazione dei principi democratici. La vera consacrazione politica del Generale si verificò nel biennio '41-'42 con la nascita del Comité national français e soprattutto con la Declaration aux mouvements de resistance: essa fu il prodotto finito di un lento ma determinato processo di maturazione politica e ideologica di de Gaulle. Affascinanti e utili alla comprensione della sua sfera emotiva, sono nel libro i passaggi epistolari tra il Generale e i suoi interlocutori, in modo particolare quelli legati alla prima fase post '45, allorquando non disponeva ancora nei fatti e nelle intenzioni della considerazione da parte di Churchill.

Momento di grande criticità, dal quale de Gaulle trasse profonda forza e cognizione, fu alla metà del '43: mentre era intento a trasferirsi da Londra ad Algeri con l'ordinanza già firmata per creare il Comité français de liberation national, Churchill in visita alla Casa Bianca, ricevette un dossier che epitetava de Gaulle come golpista e antidemocratico. All'interno della concezione postbellica di Roosvelt infatti non erano contemplate piccole entità come la Francia che non si sottomettessero alle due grandi potenze continentali (Russia e Gb). Il pericolo di una contaminazione ideologica di Churchill fu sventato dal realismo del laburista Attlee e del conservatore Eden che, riuniti in seduta straordinaria del governo britannico, fecero ragionare Churchill. Ormai il Generale rappresentava l'intera Francia.

Fu in quel preciso istante che il gollismo prese piede verso la piena rappresentatività politica, nazionale e internazionale. Lo dimostrò anche la scelta di coinvolgere due ministri comunisti nel rimpasto governativo del settembe '44, in conseguenza del quale lo stesso Stalin spinse uno dei due, Maurice Thorez, ad attuare una linea politica di compromesso, scartando velleità rivoluzionarie e concentrandosi invece sull`attualità, ovvero la battaglia della produzione.

Il rapporto del Generale con la Costituzione fu un altro degli snodi fondamentali della sua azione: tra de Gaulle e il repubblicanesimo classico esiteva una frattura. Il suffragio universale, al pari dell'adesione popolare, rappresentavano elementi imprescindibili per legittimare le nuove istituzioni. Ma la decisione finale doveva spettare secondo lui all'efficacia delle nuove istituzioni, e non ai principi astratti. Considerava la Costituzione «l'organizzazione dei poteri per meglio rispondere alle sfide della contemporaneità», al contrario dei tradizionalisti repubblicani secondo i quali la Carta era la traduzione pratica di quei grandi principi universali senza tempo.

Nel momento in cui salì al potere il suo primo obiettivo fu quello di non rovinare la propria credibilità compromettendosi con il sistema, per poi dare seguito al decalogo pratico che vedeva cinque grandi direttrici: personalizzazione del potere, volontà di agire al di sopra dei partiti, popolarità tra la gente, dialogo diretto con i cittadini grazie ai frequenti messaggi radiofonici e passione per i gesti a effetto.
Numerose furono le occasioni in cui il Generale si trovò solo, di fronte a un paese smarrito e senza bussola, ma proprio quel frangente rappresentò un elemento di indiscutibile forza, come nel '58 quando dopo l'insurrezione di Algeri, nonostante non disponesse di alcuno strumento politico, ma contando esclusivamente sul proprio carisma, in sole due settimane si impose come soluzione a tutti i problemi, interni ed esterni. In quel modo riuscì anche a far accettare le condizioni alla base del suo ritorno i vertici.

Il governo che formò ebbe solo due gollisti, Malraux e Debré, al preciso scopo di evidenziare un'intenzione transpartitica, dal momento che occorreva affrontare senza indugi le emergenze come la fibrillazione in Corsica, lo sviluppo industriale, le sfide della Comunità europea. Nel suo messaggio televisivo del giugno '58 definì tre priorità, non solo del paese ma anche del suo stile di governare: elaborazione di una nuova Costituzione, reperimento di un equilibrio finanziario e risoluzione del caso Algeria.

Da menzionare senza dubbio due dati: una rilevantissima curiosità nel testo del nuovo progetto costituzionale, dove vi era incompatibilità tra funzione ministeriale e quella parlamentare allo scopo di allontanare le Camere dal gioco governativo e le sue diposizioni funebri rese al pubblico il giorno dopo della sua scomparsa, il 10 novembre 1970, «gli uomini e le donne di Francia e degli altri paesi potranno, se lo desiderano, fare alla mia memoria l'onore di accompagnare il mio corpo sino alla ultima dimora. Ma è nel silenzio che desidero sia condotto. Rifiuto sin da ora qualsiasi promozione, citazione, dichiarazione o medaglia, sia essa francese o straniera».

venerdì 15 maggio 2009

L'Eur, quella continua aspirazione al futuro

Da FFwebmagazine del 16/05/09

«L`Eur è un quartiere molto congeniale a chi fa di professione il rappresentante di immagini». Così Federico Fellini definiva il quartiere romano, edificato in occasione dell`esposizione universale che si sarebbe dovuta tenere nel 1942, ma che a causa della guerra venne annullata. Una terza Roma, dilatata sopra alti colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno: sono le parole scolpite sul fregio del Salone delle Fontane accanto al Palazzo degli Uffici, in via Ciro il Grande, primo edificio permanente realizzato per l`esposizione. Esse racchiudono i significati che portarono Mussolini e un pool di architetti, guidati da Marcello Piacentini, a concepire nel `37, la sperimentazione di un quartiere innovativo, moderno e polifunzionale, rivolto alle esigenze logistiche del futuro, che avrebbe previsto con largo anticipo, l`evoluzione del tessuto urbano di Roma, sino a spingersi verso la costa.

È nel dopoguerra che registrò un’incoraggiante fase di vitalità, architettonica e anche legata agli eventi, alloquando nella meta`degli anni ’50 vennero eretti palazzi e grattacieli, tra cui quello dell`Eni, fino ad arrivare, alla fine del decennio, ai migliori esempi di architettura italiana come la piscina delle Rose, il Velodromo, e il Palaeur di Pierluigi Nervi.

Le esposizioni universali erano una sorta di Olimpiadi delle merci, in occasione delle quali veniva costruito un grande monumento rappresentativo. L`Eur fu ispirato all`urbanistica classica romana, contaminata da elementi del Razionalismo italiano. Il marmo bianco e il travertino sono un omaggio alla Roma imperiale. Oltre al Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi (con il cosiddetto Colosseo quadrato, ispirato all`arte metafisica) vi sono l`Archivio centrale dello Stato, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, il Palalottomatica (il precedenza Palaeur progettato da Piacentini e Nervi), il fungo, l`obelisco del `900 di Arnaldo Pomodoro (inaugurato cinque anni fa), la stele in onore di Gugliemo Marconi. Vi è inoltre un`ampia area dedicata all`esposizione museale con il museo nazionale della civiltà romana, quello preistorico etnografico ‘Luigi Pigorini’, il nuovo planetario, il museo dell`astronomia del 2004. A partire dal `64 il quartiere è stato anche scelto per ospitare riprese cinematografiche, come ‘L`ultimo uomo della terra’ di Ubaldo Ragona, ‘L`eclisse’ di Michelangelo Antonioni, ‘Boccaccio `70’ di Fellini, ‘La decima vittima’ di Elio Petri. Per arrivare ai piu`recenti ‘Tenebre’ di Dario Argento, ‘Il mago del furto’ con Bruce Willis, ‘Titus’ con Anthony Hopkins.

La vera modernizzazione, con la conseguente metabolizzazione del significato intrinseco che il quartiere aveva avuto nel disegno evolutivo dell città, si è registrata nello scorso trentennio: l`allargamento urbanistico naturale della città, lungo la direttrice che porta al mare, ha imposto l`evoluzione anche del quartiere Eur. Esso oggi può ergersi a strumento multifunzionale in grado di rispondere alle specifiche e cangianti esigenze di una capitale in movimento, interpretandone spunti innovativi e slanci propositivi.
Dalla vocazione terziaria, con ampi complessi dedicati agli uffici e alle rappresentanze di importanti aziende, a quella sportiva e naturalistica: l`Eur è inteso oggi, non solo per l`immediato ma per un periodo medio lungo, come occasione futura per un`espressione cittadina di polmone terziario, che abbia nei propri tratti somatici la qualità della vita e del lavoro, sia ad appannaggio di chi vi risiede, sia di chi lo frequenta professionalmente.

Inoltre si ergerà a contemporanea occasione di arricchimento, in virtù delle numerose opportunità che l`intera concezione del quartiere presenta, e potrà continuare a presentare grazie alle già citate modifiche strutturali. Così l`Eur è diventato nel tempo un altro centro della città, che sia alternativo al centro storico, sede di rilevanti manifestazioni sportive, presso il Palalottomatica, e culturali. Proseguendo poi verso iniziative di educazione e intrattenimento, con spazi espositivi permanenti, al preciso scopo, non solo di far transitare eventi ed espressioni artistiche, ma di far vivere fisicamente qui la civiltà italiana.

Proprio di questo si discuterà il prossimo 22 maggio alla Casa dell`Architettura di Roma in occasione del convegno ‘A 100 anni dal futurismo, quale futuro per Roma e Parigi ?’. L`evento prende spunto dalla riflessione avviata in Francia sugli effetti e sulle visioni future del ‘Grand Paris’, oltre che dalle celebrazioni del centenario del futurismo. Un`occasione per cogitare sulla cifra futura delle strutture, se da intendere come spazio pubblico di cui riappropriarsi, all`interno di nuove alleanze tra mobilità materiale e immateriale. E dove il termine ‘futuro’ sta a significare quale vita potranno offrire alle nuove generazioni Roma e Parigi, ovvero con che qualità urbana, con quale raccordo ideale fra bellezza e funzionalità, non solo in centro ma soprattutto nelle periferie.

Ed è proprio in questo senso che si inserisce l`attuale progettazione sistematica del quartiere, con la torre-giardino di Renzo Piano, che sostituirà le due torri delle finanze, la cosiddetta nuvola di Fuksas, l`Europarco (un business park con edilizia residenziale, direzionale e commerciale), la città dell`acqua (dedita al benessere e al fitness con dodicimila metri quadrati di piscine), il Mare Nostrum Aquarium (unico acquario virtuale al mondo assieme a quello di Tokyo). E, in ultimo, lo svolgimento di una gara di Formula 1 nel 2012, originale e innovativa destinazione di uno spazio che si insinua sempre piu` all`interno di una città che parli molte lingue, interpretandone esigenze e, perché no, sogni e aspirazioni future.

giovedì 14 maggio 2009

SE LA FERRARI SI RIBELLA AL CAOS

Da FFwebmagazine del 14/05/09

La ragione è ancora quel sistema di regole che gli uomini si sono dati per poter convivere? Zygmunt Bauman sosteneva che l'essenza della modernità sta nel poter mettere in discussione le regole del gioco all'interno del gruppo sociale in cui si vive. Altro però è proclamarsi autonomamente detentore ed estensore e, forte di tali cariche, stravolgere autarchicamente modi e tempi senza consultarsi con i diretti protagonisti.

La Formula 1 è nel caos: la Federazione internazionale vorrebbe mutare regole e parametri senza preoccuparsi preliminarmente di condividere scelte e proposte con le singole scuderie. Accanto alla presa di posizione della Ferrari di non partecipare al prossimo campionato, si stanno accostando anche altre case, Renault e Toyota su tutte. È come se la Lega calcio decidesse improvvisamente di spostare il dischetto del rigore più avanti di due metri, senza chiedere il parere ad arbitri e giocatori.
Modificare i regolamenti ignorando chi quelle regole dovrebbe applicarle per gareggiare, non può che portare alla fuoriuscita dei protagonisti dal circo sportivo che progressivamente perde i suoi tratti somatici, svilendone significati e peculiarità. Cosa resta oggi, in quelle idee strampalate e antidemocratiche, della concezione sportiva come elevazione della competizione e della compartecipazione più pura?

Secondo Von Wright le regole del gioco, se considerate sotto l'aspetto dell'attività ludica, sono deontiche, ovvero determinano cosa è obbligatorio, cosa è vietato, cosa è permesso. Wittgenstein sosteneva che nel gioco degli scacchi un pezzo è la somma delle sue regole. Non è detto che esse non possano subire nel tempo un'evoluzione, anzi è auspicabile che la società sia dotata di quegli strumenti per ammodernare le regole che, negli anni e in base a valutazioni di tipo qualitativo e funzionale, dovessero risultare obsolete o desiderose di nuovi spunti. Ma in assenza di un ragionamento a più cervelli su cosa e su come cambiare, si rischia di produrre uno scenario nel quale un individuo sceglie cavalli e burattini, per farli trottare a proprio piacimento.

Che significa, allora, che le regole del gioco sono drammaticamente in mano al più forte che ne detiene moralmente e praticamente il predominio? Che un altro individuo, sprovvisto della medesima forza non potrà mai dissentire da quella decisione? E non perché in minoranza, come il sistema democratico all'interno del proprio funzionamento prevede, ma semplicemente perché più debole? Si tratta di un frame dal quale emerge il ricordo preadolescenziale di quel bambino che, essendo proprietario del pallone, e per questo sentendosi investito di chissà quale potere decisionale, imponeva campo e porte a proprio piacimento. E chi non fosse stato d'accordo sarebbe stato libero di trovarsi un altro pallone e un altro gruppo di amici con cui giocare.

E ancora, se oltre allo scenario descritto, con una medioevale contrapposizione tra lupi e agnelli, tra re e schiavi, tra forti e deboli, si verificasse anche una clamorosa assenza di una figura super partes, cosa accadrebbe? Tornando al casus belli, non soltanto la Fia tramite il suo massimo vertice Max Mosley ha imboccato tale deriva solitaria, ma anche il patron del Mondiale, Bernie Ecclestone non sembra avvertire una benché minima responsabilità sulle proprie spalle. Non una voce, da parte di chi quel ruolo di garanzia dovrebbe ricoprire, si è levata: e non in difesa di questa o quella posizione, di una scelta piuttosto che di un'altra, di una proposta conservatrice o progressista.

No, non è in questa direttrice che va riscoperta e applicata "quella" figura garantista. Ma nella possibilità di concedere a tutti gli attori protagonisti di poter concorrere a quella scelta, a quel cambiamento, a quel miglioramento, se di miglioramento dovesse trattarsi, e ciò lo si potrebbe appurare solo a seguito di una discussione, come l'agorà ateniese insegna. E soprattutto impedendo a chi, nell'impossibilità di rappresentare la propria istanza di dissenso, si veda costretto a sgombrare il campo. Così facendo si produce il vero fallimento, sociale e culturale. Passerebbe allora la linea del "te ne devi andare se non sei d’accordo"? E quindi abbandonare la partita, il terreno del confronto, del concorso di idee, della dialettica?

Fanno tenerezza in questo senso le parole pronunciate dal pilota finlandese Kimi Raikonnen: «Quando ero alla McLaren - ha raccontato nei giorni scorsi - la scuderia di Maranello era il punto di riferimento, l'avversario con cui misurarci. Da quando sono arrivato qui ho capito che è molto più di una squadra, è un mito che si perpetua attraverso le sue macchine stradali e da corsa. Ho sempre avuto la passione per correre con tutto ciò che avesse un motore e ho sempre guardato alla Formula 1 come alla massima espressione dell'automobilismo sportivo, come competizione e come tecnologia». Il mito emerge dalle riflessioni del pilota, ovvero un'eccellenza che, nonostante abbia alle spalle una storia imponente, una bacheca ebbra di trofei, un'organizzazione basata non solo su professionalità ma anche su uomini, rischia di non correre e cambiare circuito, per usare un eufemismo.

venerdì 8 maggio 2009

SECONDA GENERAZIONE, C'E' IL RISCHIO SERIE B

da FFWebmagazine del 08/05/09

Può una legge, datata e palesemente insufficiente, porsi di traverso alle mutanti esigenze di una collettività in continua evoluzione? In queste giornate, per tanti versi drammatiche per gli immigrati nel nostro paese, emergono storie di vite incrociate, di ragazzi, - non hanno più di trent’anni - che, nonostante siano nati in Italia non hanno conquistato lo status di italiani. Qualcuno obietterà: la solita burocrazia farraginosa, pachidermia, stucchevole di casa nostra? Non solo.

Qui si tratta di comprendere come il termine integrazione debba provenire sì da un comma o da un decreto (meglio se non d’urgenza), ma anche da spunti più civici, per consentire un processo di maturazione socio-culturale. Loretta Grace è una cantante di origini nigeriane nata e vissuta ad Ancona. Mohamed Tailmoun è laureato in sociologia, e da tre decenni vive in a Roma. Due esempi di individui dediti ad una personale corsa contro il tempo per il riconoscimento della cittadinanza italiana. La legge n°91 del ’92 prevede infatti che i figli di immigrati, la cosiddetta seconda generazione, abbiano diritto alla cittadinanza solo se dimostrino di aver vissuto nel nostro paese per diciotto anni consecutivamente. E ciò con una serie infinita di carte e scartoffie, che vanno dalle pagelle scolastiche alle prove di vaccinazione: tutto ciò potrebbe essere vanificato se l’italiano in questione (perché di italiano o italiana indiscutibilmente si tratta) in quei diciotto anni si fosse spostato anche per qualche mese.

«Una legge assurda e anacronistica - riflette Eugenio Cardi, responsabile dell’osservatorio Ugl sui fenomeni sociali e promotore della tavola rotonda ‘Sono una seconda generazione, figlio di immigrati nato in Italia: cittadino italiano? Quando e come?’- dal momento che negli ultimi vent’anni il panorama sociale è cambiato completamente». Al tempo in cui quella legge fu partorita il fenomeno delle seconde generazioni era da queste parti sconosciuto, nè vi furono tentativi di aggiornarsi magari facendo raffronti con paesi dove l’immigrazione si era radicata ben prima che in Italia, vedi la Francia o la Germania.

Ecco la politica nostrana niente affatto lungimirante, che si preoccupa delle problematiche giorno per giorno, man mano che si presentano, senza una programmazione che guardi avanti e al di là del proprio naso, che avrebbe il vantaggio di sanare in tempo utile ferite e lacerazioni, confezionando un paese migliore, e non per voler fare retorica.

Due testimonianze dirette, dunque, che fanno toccare con mano il disagio che la cosiddetta rete G2 purtroppo oggi patisce nelle nostre città e nei nostri parchi pubblici, nelle nostre scuole, nei ristoranti, negli aeroporti, nei musei. Insomma in quello stesso paese che nel 2008 ha registrato la presenza di un milione di figli dell’immigrazione e dove si calcola che fra quarant’anni gli studenti stranieri potrebbero addirittura superare numericamente quelli nostrani. Numeri che impongono una riflessione e una presa di coscienza immediata, così come la tavola rotonda ha inteso fare, alla presenza tra gli altri di esponenti delle istituzioni (Renata Polverini, don Giandomenico Gnesotto, Mario Morcone, Giovanni Puglisi, Savino Pezzotta, Mussie Zerai, Valerio Savio) e dell’arte (Francesca Reggiani, Mimmo Calopresti e Salvatore Marino). Sostegno che parallelamente è venuto anche da Massimo D’Alema secondo il quale «è interesse dell’Italia che chi lavora nel nostro paese, paga le tasse e contribuisce al Pil nazionale abbia una rappresentanza: vorrebbe dire un fattore di sicurezza e di riduzione del conflitto dal momento che tutto quello che avviene alla luce del sole è controllabile e governabile».

In un continente moderno dove coesistono stati e civiltà, il primato della persona deve essere sopra tutto, così come il presidente Fini aveva ripreso nel suo discorso alla nuova Fiera di Roma, quando aveva sottolineato che «va difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana quale che sia il colore della pelle, quale che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale».

APRITE I LUCCHETTI

Da FFwebmagazine del 04/05/09

Campetti di calcio sotto il Colosseo per una festa dello sport in grande stile che rievochi antichi fasti: chi ha paura di tornare indietro a duemilaottantanove anni fa? Era l’80 avanti Cristo quanto Tito inaugurò una delle meraviglie della storia, che venne utilizzata come stadio per spettacoli di gladiatori e manifestazioni pubbliche. Oggi è stata candidata a luogo prescelto per ospitare l’Uefa Champions Festival Colosseum, dal 23 al 27 maggio, giorno della finale di Champion’s League che si terrà proprio nella capitale. Dove sta la minaccia al patrimonio italiano e mondiale?

Alla notizia, i veterani della politica vecchia e stantìa di casa nostra, non hanno avuto di meglio da fare che sparare a zero contro un’idea classificata come insicura per la gente (sono previste per caso slavine o maremoti?), dannosa per le antichità dei Fori (gabinetti chimici e tribune verranno montati forse sopra l’Arco di Costantino?). Ed ecco sciami di parole contro una proposta apostrofata pericolosa, dannosa, quasi che il sindaco Alemanno intendesse portare dentro il Colosseo 200mila persone colpite da febbre suina.

Il Colosseo nell’antica Roma era un luogo dedito allo sport, era uno stadio insomma. Non un museo dove oggi si vuol far credere che si perpetri chissà quale azione dissacratoria. Tito, figlio di Vespasiano che inaugurò i lavori ma morì prima della loro ultimazione, vi fece disputare i cento giorni di giochi proprio nell’80 a.C. Due anni fa, in occasione della finale di Champion’s League tra Milan e Liverpool ad Atene, i campetti e gli stands in questione furono posizionati all’interno del meraviglioso Kalimarmaron Panatinaikon Stadium (l’unico al mondo completamente in marmo bianco dove il nostro Baldini vinse l’oro nella maratona olimpica del 2004), stadio dove tra l’altro, giusto per rimanere ad eventi “recenti”, si svolsero le prime Olimpiadi moderne nel 1896, senza che alcuna penna versasse inchiostro in proposito, se non apprezzandone la location.

Campi in erba sintetica su via di San Gregorio e su piazza del Colosseo, servizi igienici per i visitatori e stands per le strade, in un momento in cui tutto il mondo potrà godere di quello che è stato definito da un ironico commentatore “stupido e noioso pietrame grigiastro”, il quale con queste parole voleva bollare l’iniziativa come “perdita della memoria”(esperimento fallito, tra l’altro). Riproporre oggi sport e giochi pallonari quale alto senso morale dovrebbe svilire? I campetti “infamanti” inoltre si troverebbero ad essere allocati nei pressi di quegli stessi luoghi dove Tito fece edificare spogliatoi e spazi per gli allenamenti degli atleti. Èquesto dunque il sacrilegio in barba alla storia? Chi avanza così ferocemente critiche e allusioni o travisa i fatti o non guarda in avanti con spirito costruttivo.

Certo, se poi quel qualcuno ricorda addirittura come un “incubo” il memorabile concerto tenuto dai Pink Floyd a Venezia, non fa altro che, con tutto il rispetto, anzi no, professare una bestemmia, perché quell’evento ha fatto storia, ha segnato un’epoca, ha rappresentato un momento di musica, cultura, aggregazione, produzione di idee allo stato puro. Definirla incubo, (liberi tutti di ascoltare o meno la band di Money, di annoverarla o meno tra i preferiti, ci mancherebbe), o etichettarla come scempio significa però cancellare fatti veri e vissuti. Sarebbe come dire che Woodstock non c’è mai stata. Un’assurdità.
Addirittura qualcuno (lo stesso del “pietrame” e dei Pink Floyd) ha paventato che le dimissioni di Guido Bertolaso da commissario della Soprintendenza archeologica di Roma, potessero in qualche misura derivare dal timore che gli eventi calcistici tra i Fori del prossimo maggio rappresentino un gravità assoluta, con danni di immagine alla città, per una kermesse che sarà una “vera emergenza”. Ragionamenti figli di una cultura obsoleta, impolverata, la cui evoluzione non si è mai verificata completamente, che si continua ad arroccare su posizioni “archeologiche”, lontane da una qualsiasi forma di progresso, soggiogata ancora da lacci ideologici che non la fanno progredire.

Aiuto, svegliateci dal marasma di invettive e di commenti più o meno autorizzati a fermare per sempre l’orologio del tempo. Nessuno qui dice di voler consentire a calciatori e massaggiatori di effettuare il riscaldamento tirando calci ad un pallone contro l’Arco di Costantino o contro quel che resta di cotanta storia, solo che come rammentava tempo fa Rita Levi Montalcini “non si può mettere il lucchetto al cervello”. Perché fermare la produzione di idee e proposte? Forse qualcuno ha paura che menti e iniziative possano in qualche maniera rompere l’oblio in cui certa sinistra (culturale, giornalistica, artistica, politica) vorrebbe che il paese intero continuasse ad essere avvolto? Semplicemente non esiste una paura del genere, non è politica, non è un’azione rivolta al domani, perchè non ha futuro.