giovedì 18 novembre 2010

Quel pensiero vivo che può salvare gli "altri"


Da Ffwebmagazine del 18/11/10

Come mai, in una fase sociale caratterizzata da progressi democratici e di diritti civili, e nonostante la presenza di donne sullo scranno più alto di ministeri e confederazioni quali Confidustria, la condizione femminile ritorna quasi a sfiorare una concezione medievale? Dove non soltanto è relegata ad oggetto materiale, ma finanche mercificata e a volte ghettizzata in un alveo di palese inferiorità? «Recessione morale, sociale e culturale - risponde l'antropologa Annamaria Rivera -, incapacità del Paese di mettere a frutto le straordinarie conquiste ottenute negli anni sessanta in molteplici ambiti, come la scuola, il welfare, il diritti della donna». L'Italia rappresenta un'eccezione nel panorama socio politico mondiale, perché a differenza degli Stati membri dell'Ue, occupa ad esempio una posizione deficitaria nella speciale classifica stilata dal World Economic Forum “Global gender gap”. Anche più indietro di altre realtà sottosviluppate, e senza spiragli di miglioramento.

Inoltre, sostiene Rivera, che insegna etnologia e antropologia sociale all'università di Bari, non bisogna dimenticare che l'Italia è un Paese a capitalismo recente, e non è riuscito a contrastare gli effetti negativi del neo capitalismo. Una regressione culturale, ma anche pedagogica dunque che produce uno strato sociale in decadenza, con donne merce di scambio, a vendersi per un obiettivo, con un interlocutore che le acquista e con una mortificazione di usi e costumi. Dove scelte sessuali oggettive sono tornate a essere usate come una clava da brandire verso l'avversario politico, si veda il dossieraggio contro Stefano Caldoro in occasione delle ultime elezioni regionali in Campania, come se il fatto che avesse o meno determinate attitudini sessuali potesse rappresentare in qualche modo una deminutio. Sesso e specie anziche`essere un volano di progresso sociale, retrocedono a bieco strumento di ricatto.

Cos'hanno in comune donne e immigrati? Due figure in posizione di svantaggio, quindi ricattabili, e unite in una condizione merceologica che calpesta la dignità dei singoli. La profonda affinità, quella tra immigrati e donne, è analizzata in un interessante volumetto firmato da Annamaria Rivera, La Bella, la bestia e l'Umano: sessismo e razzismo senza escludere lo specismo. Dove sessismo e razzismo si intrecciano, perché in entrambi i casi si è pericolosamente riscontrata la differenza verso l'altro. In una società androcentrica, che regredisce la donna non solo a oggetto ma a piccolo simbolo di conquista territoriale, un po' come accade nel gioco del Risiko con i mini carri armati posizionati nei vari stati da invadere. Sempre più spesso accade che donne e immigrati siano definiti “altri”. Le une perché sfruttate materialmente, i secondi in quanto deboli, per via del percorso di integrazione che devono affrontare in salita.

Il libro prende in esame le figure dell'altro: con una soggettività che indica il chi, ma non il cosa. Indica una naturalizzazione, ma non ancora la denaturalizzazione data dalla propria portata culturale. Si pensi alla cittadinanza, chi non ce l'ha è fuori dal consesso, da uno strato di diritti, dall'intero circuito sociale di una città. Si assiste da un lato alla costruzione di un dominio, dove il potere viene esecitato dal grado di coinvolgimento, e che produce un “io” e un “noi”. Ma anche “gli altri”, quelli che stanno al di fuori del centro di comando. Di contro vi è l'appropriazione dell'altro, dei corpi degli altri, delle singole soggettività. Sminuendo quindi l'umanità a fronte di un oggetto tangibile e concreto. Ma se la soggettività ha ovviamente la plastica raffigurazione di un prisma con diverse facce (e dove la diversità è sinonimo di ricchezza), proprio queste ultime oggi devono confrontarsi con dominatori che usano la diversità di razza e di sesso per rafforzare il proprio potere.

Ed ecco che allora la risposta non può che offrirla la cultura, l`elaborazione di neuroni che progredisce persone e società, come si riscontra nella prefazione alla collana sessismoerazzismo (a cura di Lea Melandri, Ambra Pirri, Isabella Peretti, Stefania Vulterini): «Un pensiero vivo può nascere dalle relazioni tra donne e uomini di ogni origine, quando pratiche, conoscenze ed arti li fanno mutualmente riconoscere nella diversità, per ricreare, ogni volta, la cultura». Ovvero la sussistenza specifica del singolo individuo, quel bagaglio che fa emancipare menti e idee, impedendo che vengano circuite da logiche padronali, che perdano spinte autonomiste e di libertà di autodeterminazione. Impedendo che risultino appiattite su modelli medievali e strozzati da impulsi antiliberali.

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