mercoledì 24 novembre 2010

La telefonata in diretta, ovvero la disperazione della fine


Da Ffwebmagazine del 24/11/10

Rabbia, urla, bava alla bocca. E poi toni ansiogeni, parole sguaiate, fare sprezzante. La telefonata in diretta del premier a Ballarò è stata mortificante. Perché ci sarebbero stati mille altri modi di far valere le proprie ragioni, di effettuare analisi confortate da dati reali, a fronte delle tesi dei servizi andati in onda nel programma di approfondimento di Rai3. Ci sarebbe stata perfino la possibilità (remota) di smentire ciò che oggettivamente non era smentibile, come le fotografie dei fiumi di spazzatura che inondano il capoluogo campano, sino a strabordare. E che non sono frutto di fantasia o di campagne contra.
E invece il Presidente del Consiglio ha voluto svestire i panni dell’ufficialità, parlando non da statista, non da capo del governo dell’intero paese, non da persona civile. Ma, purtroppo, come peggio non avrebbe potuto. E pontificando: «Siete prepotenti e assolutamente mistificatori, le promesse fatte sull'emergenza rifiuti sono state assolutamente mantenute».

Per poi azzannare il conduttore Giovanni Floris, al quale va tutta la solidarietà possibile: «Lei crede che la Rai sia sua, invece è pagata da tutti gli italiani. Siete i soliti mistificatori ma questa è una tecnica che con me non funziona perché, se permette, di tv ne so io più di lei”.
No, non siamo in presenza della solita telefonata, della solita lite, della solita sterile contrapposizione che fa dell’interlocutore un acerrimo nemico, come tante altre ce ne sono state in passato, sempre caratterizzate da un che di padronale, come se quello schermo della televisione pubblica, non fosse tale ma di proprietà di uno solo. Che, per questo, avrebbe dovuto disporre, imporre, scomporre per ricomporre a proprio piacimento. Questa volta no, non è come le altre. Perché siamo un passo oltre.Purtroppo.
È l’urlo del naufrago che sa di naufragare; che sa di non disporre di alcuna scialuppa di salvataggio; che osserva il baratro e, anziché cercare riparo, avanza nella sua deriva sconclusionata, trascinando tutto e tutti con sé nell’oblio.
In poche parole, la disperazione della fine.

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