venerdì 19 novembre 2010

Delzio: «Il Piano per il sud? Non basta, serve una strategia-paese»


Da Ffwebmagazine del 19/11/10

«Il Piano per il sud? Non solo in gravissimo ritardo, ma basato su logiche vecchie e improduttive, dal momento che punta solo alla pur corretta razionalizzazione della spesa. Ma per far rinascere il sud – ne è convinto Francesco Delzio, manager, docente universitario e autore del prezioso pamphlet La scossa- serve ben altro, come capitali privati e una vera e propria strategia-paese».

Ancora silenzio da parte del Governo sui cento miliardi promessi per il Sud. Che succede?
Attendiamo il provvedimento da più di un anno. È un ritardo grave se si confronta con la situazione economico-sociale del meridione. Con una crescita della distanza tra Sud e resto d’Italia, che assume ormai dei contorni tragici: penso alla qualità dei servizi pubblici, alla condizione dei giovani. Ricordiamo che al momento, nelle regioni del sud un giovane su due è senza lavoro. Mentre da un lato si approfondisce drammaticamente il divario geografico, dall’altro attendiamo ancora questo provvedimento da parte del governo. Un esempio di forte disattenzione della politica rispetto alle urgenze dei cittadini.

Non appare una strategia di corto respiro…
Il problema è anche filosofico: è corretto razionalizzare la spesa pubblica, con attenzione a come vengono spesi i fondi comunitari, in quanto veniamo da un quindicennio di sprechi di risorse pubbliche, in particolar modo da parte delle regioni. Sia per il mancato utilizzo di quegli stanziamenti per assenza totale di progettazione, sia nel senso di pessimo impiego degli stessi. Tra l’altro ne “La scossa” analizzo i bilanci delle Regioni italiane, riscontrando una serie di assurdità nell’uso di fondi per il turismo. Si pensi che alcune regioni meridionali spendono per attrarre turisti il doppio di quanto poi incassino da quel flusso turistico.

Per il Sud si rende imprescindibile un ampio progetto di ristrutturazione gobale: come attuarlo?
L’unica possibilità di rinascita del Mezzogiorno è legata alle risorse private, alla possibilità di attrarre capitali e buone idee di impresa. Con una voglia di ricostruire nel deserto che ad oggi non c’è, e che l’imprenditoria meridionale da sola non riesce a soddisfare. Se corrisponderà alle anticipazioni che conosciamo, questo piano per il sud appare vecchio nella sua logica, perché si limita solo a un uso più “intelligente” della spesa pubblica. Null’altro.

Cosa manca in concreto?
Strumenti di interesse, incentivi, strategie rivolte ad attirare nelle realtà meridionali nuove possibilità imprenditoriali e proposte vincenti.

Magari coinvolgendo più soggetti, come le parti sociali, le Pmi, il cosiddetto popolo delle partite-iva…
Certamente, per questo ho in
dividuato due punti. Per rendere appetibili le attività meridionali occorrono strumenti innovativi, il primo dei quali è previsto da un accordo tra Confindustria e sindacati del gennaio 2009, secondo il quale sulla parte normativa dei contratti – turni di lavoro, gestione dell’organizzazione aziendale- , si può in ogni realtà derogare rispetto al contratto nazionale. La possibilità di rendere più flessibili i contratti nelle aziende meridionali dal punto di vista normativo è un’occasione oggi non ancora colta. Se non nelle polemiche di Pomigliano o negli accordi di Fiat. Ma è rimasta un’eccezione.

Quindi quel modello di competitività applicato ai contratti…
Aumenterebbe la produttività nelle aziende del sud e rappresenterebbe un’opportunità che le parti sociali devono attivare quanto prima assieme ai confindustriali. Ma che fino a questo momento, di fatto, non è stata utilizzata. Allo stesso tempo bisogna evitare una trappola, che riecheggia nel dibattito pubblico, quella delle vecchie gabbie salariali. Ovvero l’idea che il sud e le sue imprese maggiormente competitive, si debbano addirittura comprimere per quanto riguarda i salari. È una stupidaggine da un punto di vista economico, perché il problema macroeconomico italiano è la domanda interna, i consumi depressi che attualmente ci sono; la capacità di spesa dei singoli e delle famiglie, in tutta Italia e in modo particolare al sud. Intervenire in negativo sulle retribuzioni dei lavoratori, quindi, vorrebbe dire condannare la domanda interna e l’economia meridionale a un declino definitivo.

Proprio ieri, tra l’altro, ha preso il via il Pmi-day, con proteste e proposte di quelle realtà che rappresentano il 95% del tessuto produttivo nostrano.
C’è un problema di fondo che riguarda il funzionamento dell’Italia nel mondo: le grandi imprese e le medio grandi - leader nei settori di nicchia - riescono a imporsi su altri mercati grazie alla propria capacità di innovazione. L’export infatti registra indici positivi, perché quelle imprese trovano nel mondo le opportunità di sviluppo che non hanno in Italia. Ciò non è consentito a quelle piccole e medie, dal momento che non potranno sperare di “farlo da sé”, non hanno la forza per conquistare l’Asia e altre longitudini. Emerge qui il vero nodo dell’assenza di una politica industriale nel paese, che si traduce in una solitudine delle Pmi. Non è stata messa in campo, nell’ultimo quindicennio, alcuna strategia di crescita del settore, per incrementare il proprio patrimonio, favorire fusioni. Per dare loro spalle sufficientemente robuste per competere con quei mercati che suppliscono alla debolezza della domanda italiana ed europea.

Cosa consiglierebbe quindi a un governo occidentale come priorità di intervento in una fase di crisi?
Far sentire i piccoli imprenditori meno soli, con azioni e proposte di lungo respiro. Serve una fase di sviluppo, che fino ad oggi è mancata del tutto, attuata su due grandi assi: la classe media italiana e le Pmi. La prima non ha fino ad oggi beneficiato di alcuna attenzione politica, mentre negli Usa e in tutti i paesi occidentali la ripartenza dell’economia e del Pil non può prescindervi. Si veda il taglio delle tasse o la modifica al welfare. E poi le Pmi, che a oggi nessuno aiuta nell’uscire dai confini nazionali, per crescere e aggregarsi. Varrebbe la pena di investire incentivi fiscali, ad esempio, per consentire alle Pmi italiane di vivere una nuova stagione di sviluppo, dopo quella straordinaria che partì alle fine degli anni sessanta.

Come ovviare a quella che nel suo libro definisce “rassegnazione etnica sulla sorte dei terroni”?
Al sud serve una scossa, uno scatto di orgoglio delle genti meridionali, la capacità di immaginare il proprio futuro libero dall’assistenzialismo e dai vincoli pubblici, che oggi vedo ancora scarsa. Ma poi per favorire tale palingenesi, ci vuole una strategia-paese, che liberi le energie del Mezzogiorno con un corretto uso dei fondi pubblici ma senza prescindere dai privati. Se non si trasformerà il sud nel luogo più attivo d’Europa, o per lo meno dell’Europa meridionale, per investimenti nel settore del turismo di qualità, delle energie rinnovabili, o del manifatturiero di alta qualità, allora non ci saranno speranze di rinascita.

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