martedì 15 febbraio 2011

Masi telefona all'Isola: è la televisione del basso impero


Da Ffwebmagazine del 15/02/11

Quando sulla scena politica cilena arrivò un personaggio di nome Videla, quella straordinaria penna che risponde al nome di Pablo Neruda, scrisse con molta eleganza che «in un Paese in cui in genere i politici sono o sembrano essere troppo seri, alla gente piacque l’arrivo della frivolezza». Una frivolezza, però, pericolosa, in quanto mascherata proprio dalla leggerezza dell’aria, e che al suo interno nascondeva il germe del possesso privatistico, di tutto e di tutti. Un possesso che nella televisione di Stato italiana ha ormai sfondato gli argini, non solo della decenza e del buon gusto, ma a questo punto anche dei basilari canoni della professionalità.
C’è un direttore generale della televisione pubblica che si complimenta in diretta in una trasmissione in cui, per puro caso, si parla e si discute di starlette e personaggi del giro di Lele Mora.

Il tutto in un calderone schizofrenico dove, tra palinsesti che ormai sembrano assemblati a Cologno Monzese e televoti di varia natura, tutto c’è fuorché lucida e regolare tivvù. Mauro Masi, che non è Ettore Bernabei, ha ritenuto di dover chiamare in diretta Simona Ventura, impegnata per l’ottavo anno di fila a traghettare i naufraghi, (famosi, non famosi, ex qualcosa, o parenti di, poco conta), sull’ennesima isola dove, tra parolacce (si spera quest’anno di no), urla, isterismi, rutti e analisi sul sesso degli angeli, si cimenteranno nell’arduo compito di sopravvivere.

«Tu sì che rispetti le regole a differenza di altri», ha decantato il dg. «La chiamo non per dissociarmi dal suo programma, che a differenza di altri rispetta le regole aziendali anzi, oltre a non dissociarmi faccio veramente gli auguri e un grandissimo in bocca al lupo a Lei, alle persone che sono presenti in studio e a quelle che sono in Honduras. Sono certo che darete tutti quanti il massimo per questo programma, che ha uno dei maggiori ascolti di quest’azienda e Le siamo tutti vicini». Sarebbe bastato un telegramma, o una circolare come quelle che Masi periodicamente invia a Michele Santoro, e invece no.

Innanzitutto gli ascolti di Annozero sono ben oltre quelli dell’Isola, che nella prima serata ha registrato un misero 12%, con 3,1 milioni di telespettatori, battuta anche dal Grande Fratello: ma è un dettaglio secondario per i piani alti di Viale Mazzini. Se si parla di rispetto delle regole, sarebbe sufficiente riascoltare dichiarazioni, telefonate, minacce avanzate proprio dal diretto superiore di Masi non solo ad altre trasmissioni di Stato (come Annozero, Ballarò, Report) ma, tanto per dirne una, anche nei confronti di imprenditori che furono invitati dal premier a non fare pubblicità ad un determinato gruppo editoriale. Casualmente concorrente allo stesso Berlusconi.
E ancora, rispetto delle regole, chiediamo al dg Masi, o al ministro delle Comunicazioni Romani, è evitare di incassare circa quattro miliardi di euro per la vendita delle frequenze, così come fatto da altri paesi, come Usa e Germania? Rispetto delle regole, chiediamo questa volta al Presidente dell’Autorità di Vigilanza, è limitarsi a una scrollatina di spalle quando l’intero impianto liberale e democratico della televisione di Stato subisce quotidiani e vili attacchi, nei confronti dei quali nessuna contromossa è posta in essere?

Rispetto delle regole, chiediamo questa volta al direttore generale per la concorrenza dell’Unione Europea, Alexander Italianer, è lo svilimento colposo del telegiornale dell’ammiraglia televisiva di Stato, in virtù di notizie retrocesse a scomodi contorni di colore, o fatti e rilievi fondamentali per la vita di un paese rinchiuse in striscette da pochi minuti, in perfetto stile TGcom?
Nulla contro l’Isola, sia chiaro, solo che (e questa volta sì per rispetto e deontologia professionale), se il metro di Masi fosse applicato anche alle altre trasmissioni, il dg dovrebbe trascorrere la giornata inchiodato agli schermi in bassa frequenza, magari per premiare la coppia Saviano- Fazio per lo straordinario successo di “Vieni via con me”, o le serate con Benigni one-man-show impegnato in quella meravigliosa lettura de La Divina Commedia, o in altri esempi di tv di qualità che, per fortuna, la Rai riesce ancora a mettere in campo, nonostante condizioni spesso difficili.

Ma la moda dell’insulto telefonico, lanciata da Berlusconi in stile cafonal-inquisitorio, non può che registrare un’appendice proprio nei dati dei Tg, da dove si evince che il Tg5 delle 20 (di lunedì sorso), ha superato il Tg1 negli ascolti. Con uno share del 23,37% grazie a sei milioni di telespettatori, mentre quello di Minzolini si è fermato al 22,05% con cinque milioni e 899 mila telespettatori.
E allora, l’auspicio di chi ancora sogna una televisione statale in stile Bbc, è che si possa finalmente impastare un elisir di lunga vita serio e rigido: liberandosi dal modus operandi dettato dal manuale Cencelli, con un approccio occupazionale che sia legato esclusivamente a pubblici concorsi, con possibilità di carriera incentrate effettivamente sui progressi lavorativi del singolo giornalista o del singolo programma, con il ritorno di figure professionali che hanno fatto la storia della Rai, come i programmisti, con l’apertura a partner privati, ma che non siano già in possesso di buona parte del panorama comunicativo nazionale.

E, ovviamente, con una struttura dirigenziale che non si presti a strumentalizzazioni da basso impero.

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