lunedì 4 ottobre 2010

C'è un "racconto ambiguo" che manda in crisi la politica


Da Ffwebmagazine del 04/10/10

Non sarà che alla crisi della politica si sta tentando di rispondere con un eccesso di racconto ambiguo? Con particolari insignificanti, tipo modelli di cucine o scoop-patacca, celando alla fine il succo dei temi veri, ovvero i fatti?
L’interrogativo non è solo ad appannaggio di quegli intellettuali non organici e “vuoti” che, per usare un’espressione cara al ministro Bondi emettono “note stonate”, o definiti dall’on. Cicchitto «un ristretto gruppo di esponenti che fa proprie, addirittura amplificandole, le polemiche della sinistra più radicale e le sviluppa in modo sistematico».
No. Al Festival Internazionale di Ferrara, Alexander Stille ha detto che «in Italia c'è una eccessiva attenzione ai fatti meramente politici». Ovvero, latita l’altro, o non è sufficientemente corroborato da adeguati approfondimenti. Si potrebbe aggiungere che forse la politica invade ambiti, espande all’inverosimile la portata dei suoi atti e spesso delle sue parole. Deflagrandone gli echi senza senso.
Rompe gli argini del buon gusto, inonda le vite dei cittadini anche in merito a questioni di cui potrebbe non occuparsi. Abbraccia persone (e cose) che vorrebbero essere lasciate in pace.
E invece no, perché certa politica chiede, straparla, si allarga, sgomita. Armando affilati calamai, e incrementando parallelamente il futile racconto di tale pervasività, con spazi televisivi dedicati a inezie, con titoli di giornali concentrati su pagliuzze e non su ben altre travi. Dimenticando tutto il resto, ciò che accade nella quotidianità, dalle buone notizie sino ai drammi irrisolti.

Lecito chiedersi: dove sono le grandi inchieste sui mali del paese? Quando è stata l’ultima volta che sul grande schermo è apparso un approfondimento socio-politico sulle grandi aziende che chiudono? O sulle eccellenze che a stento sopravvivono, o le scommesse dei cervelli nostrani vittoriosi negli atenei esteri, o il mistero dell’immondizia fantasma in Campania, o le nuove minacce della mafia che non spara più come prima ma porta a casa fatturati da brivido. Dove vedere tutto ciò?
Troppo facile, quindi, collegare un racconto che si è fatto ambiguo alla disaffezione della gente, o meglio, al fastidio che il cittadino accusa e che si legge tra i dati recenti. Dove in occasione delle regionali dello scorso marzo, solo un elettore su tre ha confermato il proprio voto al partito che aveva scelto nelle europee del 2009. In tutto, meno del 50% ha scelto di esprimere un’intenzione di voto. E ancora, nelle elezioni politiche del 2008 Pdl e Pd insieme conquistarono il 70,6% dei voti, 28 mesi dopo solo il 55%. Il crollo di quel 15% altro non può essere che la spia luminosa di una crisi: della proposta, delle idee, del rapporto con gli elettori, del racconto di una politica che non è più tale.
Dunque il racconto, dovrebbe farsi reale, veritiero, attendibile. E non fasullo, fuorviante, desideroso solo di scaraventare il solito sasso nello stagno per creare disordine. E deridendo l’avversario. L’impresa della politica italiana vive una crisi del mercato senza precedenti. E non volerne accettare le ricadute significa ignorare dolosamente una china tanto evidente quanto imbarazzante.
Commemorando a Torino Mario Pannunzio nel 1988, in occasione del ventennale della sua scomparsa, Mario Soldati rammentò che nell’esperienza irripetibile del Mondo «traevo l’emozione di trovarmi in un’atmosfera magica, in cui la cultura e la legalità, la coerenza e il rigore non fossero delle chimere, ma degli ideali profondi, per cui vale la pena di battersi».
Gli stessi ideali profondi che oggi sono ignorati, e che la politica non si sforza di inseguire, almeno, per dimezzare quella distanza siderale. Che la rende brutta e poco attrattiva e al centro di un racconto che, semplicemente, non c’è.

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