giovedì 7 ottobre 2010

Elogio dei nomadi, contro il cronometraggio dell'esistenza


Da Ffwebmagazine del 07/10/10

Il viaggiatore ha nel dna il gene dell'indipendenza cronica, la predisposizione all'improvvisazione, al cambio di rotta geo-sociale. Egli marca le distanze «dal sangue della razza e dal borgo natio». Per questo viaggiare è dichiarare «guerra al cronometraggio dell'esistenza». A quelle città dov'è imposta una presenza fissa a una data ora, a causa di immutabili ritmi, mentre il nomade rifugge da queste coordinate.

Perché oggi i nomadi appaiono pericolosi? Perché simbolo di libertà, che inquieta «i poteri, diviene l'incontrollabile, l'elettrone libero impossibile da seguire, dunque da fissare, da delimitare». Contrapposti ai sedentari, amanti del sicuro, dello stabile e certo. Dove i primi prediligono la strada, lunga e interminabile, “sinuosa e zigzagante”, e i secondi si rallegrano per la riscoperta della «tana, buia e profonda, umida e misteriosa». Ecco le due figure della storia che si specchiano e si rifiutano, due modi agli antipodi di interpretare società e tempi, due visioni contrapposte della vita.

Presenti negli infiniti ragionamenti di Michel Onfrey, fondatore dell'università popolare di Caen e di quella popolare del gusto ad Argentan, che dopo cinquanta libri, fra cui il più noto Trattato di ateologia, fa perdere il lettore nel fantastico oblio di Filosofia del viaggio - poetica della geografia. Non un libro illustrato, né un pamphlet, né un volume di pensieri astratti, né di perfide elucubrazioni, ma pagine di sensi puri e semplici. Che si srotolano lungo il filo dell`esistenza, per rammentare all'uomo ciò che ha drammaticamente perso negli ultimi anni: proprio i suoi sensi. Il toccare pagine di atlanti e di libri, l'osservare tramonti africani o passaggi di mani e di gambe, l'immaginare il luogo più affascinante dove recarsi prima di morire, magari sul Bosforo dove Oriente e Occidente si sfiorano, il gustare cibi di latitudini lontanissime o sperimentare profumi ancestrali. Il sognare mete proibite, per sentirsi liberi, quindi non classificabili, non allineati in forme precostituite, non malleabili, non inseribili in finche anguste che impediscono movimenti. Ma lucidi nel proprio percorso, elastici in cambi di rotte e repentine inversioni.

«Ogni geneaologia si perde nelle acque tiepide di un liquido amniotico - scrive Onfray - quel bagno stellare primordiale dove scintillano le stelle con le quali, più tardi, si creano mappe del cielo e poi topografie luminose». Ed è proprio nei riflessi di quell'acqua “lustrale” che nasce il moto del viaggiare, l'intenzione intima e confusa di avviare una partenza. L'autore tratteggia i protagonisti di questa scelta con un riferimento al nomadismo: «Si diventa nomadi impenitenti solo se iniziati nella propria carne fin dalle ore del ventre materno, arrotondato come un globo o un mappamondo». Un ragionamento nel quale emergono due figure controverse ma altamente esplicative, che si pongono esattamente ai poli l'una dell'altra. Da un lato i pastori, impegnati storicamente nel pascolare le greggi senza però condizionamenti di carattere socio-politico. E poi i contadini, indaffarati nelle pratiche di insediamento, pronti a costruire convivenze e dogmi. Dove quindi può «nascere il capitalismo e con esso può spuntare la prigione». Un ordine così scrupolosamente impostato, che viene incrinato solo da elementi che inquietano chi quei fili vuole controllare. Ecco il ruolo dei nomadi, variabili impazzite nel mappamondo moderno.

Il libro è un trionfo delle metafore geografiche, dove il fiume è contrapposto all'albero, come movimento e stabilità. O l'acqua dei ruscelli, fluente e inafferrabile, viva e pulsante, contro la «mineralità delle pietre morte». Onfrey spiega che tutte le ideologie dominanti esercitano il controllo, il dominio, addirittura la violenza verso i nomadi. E porta a sostegno alcuni dati storici: il nazionalsocialismo tedesco che elogiò sino a folli limiti la razza ariana e sedentaria che focalizza i propri nemici negli ebrei e zingari, nomadi senza radici, in quanto già globalizzati, multipresenti, senza inizio e senza terra materiale. Medesimo impulso alla base dello stalinismo russo, concentrato ad emarginare genti caucasiche e pastori siberiani. Per arrivare all'oggi, dove il capitalismo si comporta allo stesso modo contro chi non è assimilabile al mercato, semplicemente confinandolo ai margini: sotto i ponti, nelle stazioni suburbane, dequalificando corpi e dimore.

Partire equivale a sperimentare nuove concezioni, scevre da contaminazioni conservatrici, dove il viaggiatore porta in tasca il proprio gong perché non soggiace alla «clessidra del tempo canonico». È mosso da una spinta propulsiva unica, mentre si incammina in quel nuovo viaggio, un'energia che lo spinge in oscuri tratturi, su rotte ormai in disuso, «su aria attraversata da correnti invisibili». Un libro di stimolanti interrogativi: ad esempio, come intendere il mondo tramite una mappa che lo svilisce a target prefissati? «È il planisfero - si chiede, e fa chiedere al lettore - che appare minuscolo con il mondo vasto, o l'inverso?».

Ma il viaggio serve anche per lanciare un allarme: mai nessuna società come l'attuale ha tentato di ridurre i contenuti a icone, «scannerizzate, pixelizzati, a discapito di testi e pagine di libri». Segnando così una crociata intellettuale del virtuale contro il reale. Ecco il pericolo di una tecnologia utilizzata in modo fuorviante, perché se di buono ha che avvicina luoghi e siti lontani confinandoli in schermi e pc, di contro allontana sempre più il viaggio vero. Da cui secondo Ofrey è indispensabile ripartire, per elogiare il valore delle carte, dei libri, degli atlanti, da sfogliare, toccare, stropicciare, rivedere con insistenza, segnando quelle pagine, portando l'indice sul sito di interesse: questo determina un immaginario fertile, propellente per il desiderio di movimento. Ma dove inizia il viaggio? Dalla lettura, che rappresenta l'alfa, per cercare un luogo sconosciuto, in un'esaltazione culturale prolungata e non limitata alla contingenza di un istante o di un frame video. Viaggiare, e bene, rimarca l'autore, è sregolare tutti i sensi, per poi riattivarli immediatamente dopo e incanalarli simmetricamente.

Leggere vuol dire «entrare nei meandri pulsanti dell'immaginario di una soggettività impregnata del luogo». Per questo il poeta si erge a veicolo per trasmigrare sensazioni e percezioni, paure e assonanze, inflessioni e visioni critiche. Tutte immagini che devono stimolare la reazione del singolo. Dunque il desiderio di viaggiare va coccolato, alimentato dalla ricerca non della ricchezza materiale di luoghi e popoli. Ma dalla agiatezza delle diversità, dalla multipresenza di opposti, da dove far dipendere l'inizio di quel viaggio.
Che parte proprio da una chiave, inserita nella toppa di una porta, da richiudere prima di avviarsi. E alla quale fare rientro, ma solo il tempo per ridisegnare un itinerario e ripartire. Alla volta di un altro sogno.

Michel Onfray
Filosofia del viaggio
Ed. Ponte alle Grazie
pp 114, euro 12,50

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