lunedì 24 gennaio 2011

Napolitano: «L'Italia ha bisogno di trovare i suoi "valori comuni"»


Da Ffwebmagazine del 21/01/11

«Non bisogna cercare di ritornare all’origine - diceva Alain de Benoist - perché non si può tornare indietro». Verso dogmi del passato, blocchi monolitici lontani millenni, infrastrutture socioculturali che necessitano di essere ammodernate. Perché l’evoluzione va interpretata, metabolizzata, affiancata da atteggiamenti disillusori, che prendano atto del cambiamento e si sforzano di guidarlo verso un benessere il più possibile collettivo. Governare l’oggi con schemi obsoleti, non è soltanto da stolti, ma è significativo di una classe dirigente dannosa, che non produce benefici, che ritarda le riforme, che stenta a comprendere le esigenze, che si mostra sorda ai richiami sociali.

Per questo le parole del Capo dello Stato in occasione di una cerimonia in ricordo del protagonista della Primavera di Praga, assumono un eco rilevante. Dice Napolitano: «Il fatto che ci ritroviamo insieme dimostra come antiche contrapposizioni ideologiche siano state superate e davvero ci siano le basi affinché in Italia ci si riconosca in un insieme di valori comuni, quelli in cui si è riconosciuto a suo tempo anche Alexander Dubcek». Ideologie, valori comuni, superamento, basi sociali: un invito rivolto non solo a chi ha voluto rendere testimonianza ad un esempio passato di libertà, ma soprattutto uno stimolo a quanti ancora ragionano (o fingono di farlo) con strumenti anacronistici, fomentando fanatismi, anche per evitare limpide valutazioni, pericolose perché reali e non suscettibili di mistificazioni.
Il ragionamento di Napolitano entra di diritto nel pantheon modernista di una politica che intende uscire dal ghetto delle sterili barricate, delle fazioni in guerra perenne e caratterizzate da un fare medioevale. Invece pungola a una definitiva maturazione di interpreti e cognizioni, e al fine di trasmettere ai cittadini ben altri messaggi. Rassicuranti, positivi, ma non fantasiosi o forzatamente in lotta.

Senza dubbio diversi da quelli, ad esempio, che sono stati lanciati in Veneto negli ultimi giorni, dove gli scrittori pro-Battisti sono stati esclusi dagli istituti scolastici e dove nelle biblioteche comunali non si trovano le opere di alcuni scrittori politicamente “scomodi” come Roberto Saviano. Un’ingerenza miope e gretta del fanatismo politico in un ambito, la cultura, che invece dovrebbe essere scevro da tali pregiudizi. Dove dovrebbero contare solo gli scripta, e se proprio qualcuno dovesse decidere di cassare da un programma una lettura per motivi di spazio o di tempo, che almeno lo faccia per una ragione di merito e non di colorazione politica.

Ecco a chi erano indirizzate quelle parole del Presidente della Repubblica, ecco cosa avrebbero voluto impedire, in termini di azioni e di provvedimenti. Perché in questa nuova fase invocata da Giorgio Napolitano, non è solo in gioco la strutturazione futura dell’impalcatura politico-culturale dell’Italia, ma non sarebbe un azzardo dire anche la sopravvivenza stessa del concetto di res publica, di responsabilità anche pedagogica di chi amministra, di chi si carica sulle spalle il fardello della comunità sociale in cui vive. E che non ne fa uso strumentale solo quando, ad esempio, motiva la nascita di gruppi parlamentari dove il termine responsabilità è utilizzato esponenzialmente, anche se spesso forse senza la giusta cognizione di causa.

Dal Quirinale giungono timori e preoccupazioni, e non solo per gli ultimi avvilenti fatti di cronaca, ma più in generale per una condotta politica che si sta avvitando pericolosamente su se stessa, che fatica ad individuare un terreno comune di dialogo, che lascia intendere come non sia così lontano quel medioevo tomba della ragione e del pacifico confronto. Quasi che le conquiste politiche dell’ultimo secolo siano in un momento annullate, quasi che l’agone politico venga visto come un fronte di guerra, dove ripararsi dal bombardamento avversario e dove fare la conta di morti e feriti. Relegando in secondo piano progetti di ampio respiro, iniziative lungimiranti, come la salvaguardia di diritti che con la crisi economica sono oggettivamente a rischio, il sostegno al motore produttivo del Paese, la valorizzazione della ricerca e della formazione scolastica ed universitaria.

Per questo le parole del Capo dello Stato vanno lette con attenzione: perché c’è bisogno di una nuova politica, fatta non di ideologie ma di idee, non di slogan ma di progetti, non di supereroi ma di persone normali. Che si sforzino di cambiare il paese.

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